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domenica 17 gennaio 2016

Perle. In generale erano considerate una panacea contro ogni malattia; quando Lorenzo il Magnifico fu in punto di morte, gli diedero da bere una pozione di vino con dentro cinque etti di perle tritate. Ovviamente non servì a nulla, se non a sprecare un patrimonio e a dargli probabilmente il colpo di grazia.




Secondo una bellissima leggenda di origine indiana, la perla è il frutto dell’amplesso fra l’acqua marina e la luce della luna, dentro l’alcova formata da un’ostrica aperta.

Al di là di questa romantica storia, la nascita di una perla è un evento davvero miracoloso. 
A differenza delle pietre o dei metalli preziosi, che devono essere estratti dalla terra, le perle sono prodotte dalle ostriche che vivono nelle profondità marine.

Le pietre preziose devono essere sottoposte al taglio e levigate per farne emergere la bellezza: le perle invece- non hanno bisogno di questo processo complementare. Nascono dalle ostriche con una naturale iridescenza brillante, una lucentezza ed una morbida luminosità intrinseca che nessun’altra gemma al mondo possiede.

Una perla naturale comincia a nascere quando un corpo estraneo (quasi sempre un parassita) accidentalmente penetra nel mantello soffice di un’ostrica, da dove non può essere epulso. Nel tentativo di alleviare l’irritazione, il corpo dell’ostrica assume un’azione difensiva secernendo una sostanza cristallina liscia e dura intorno all’oggetto estraneo, definita sostanza madreperlacea. Fino a quando il corpo estraneo resta nel mantello, l’ostrica continua a secernere intorno ad esso la sostanza madreperlacea, strato su strato. Dopo pochi anni, il corpo estraneo viene completamente coperto dal lucente rivestimento cristallino
Il risultato è quella bella e splendente gemma che chiamiamo perla.

Ma il modo in cui le preziose perle vengono formate da ciò che un’ostrica considera nient’altro che una difesa contro l’irritazione del corpo estraneo, è uno dei segreti della natura più apprezzati. Perchè la sostanza madrepaerlacea non è soltanto una sostanza lenente. Essa è composta di microscopici cristalli, disposti simmetricamente, in modo tale che la luce, passando attraverso l’asse di un cristallo, viene riflessa e rifratta da quello accanto e cosi via, fino a creare un’arcobaleno di luce e di colori.


L’epoca di origine dell’uso delle perle è molto antica.
Prezioso dono del mare agli umani, fu la perla ornamento preferito da Polinnia, la Musa addetta agli inni, ai canti e all’eloquenza.
Pare che anche Venere non ne potesse fare a meno, e che anzi fosse nata dalla spuma del mare completamente nuda, ma con perle attorno al collo.
E le perle anche in astrologia sono strettamente legate al mare, essendo la pietra portafortuna del Cancro.

La perla, sin dai primordi simbolo di purezza attribuito dai pagani alla Dea dell’Amore, lo divenne poi, dai cristiani, della Vergine Maria. Difatti nell’iconografia sacra sono parecchi i quadri che raffigurano la Madonna adornata di perle e nei testi religiosi più volte lei stessa è definita Perla, nel senso di “pura“.
E nei quadri è adorna di perle anche la Sibilla, quella profetessa pagana che per prima, come dicono i Padri della Chiesa, annunciò l’avvento di Cristo.

Già nei testi orientali dell’VIII secolo a.C. si parla di perle come di cose fantastiche; secondo una leggenda araba le perle altro non sono che gocce di rugiada cadute in mare durante una notte di luna piena e “bevute” dalle ostriche.
Leggenda ripresa da Plinio il quale asserì che le ostriche nel tempo degli amori “si aprono quasi sbadigliassero, si riempiono di rugiada che le feconda e partoriscono poi perle”.

Credenze a parte, l’unica cosa certa è che da sempre furono considerate preziosissime.

L’imperatore Caligola (21-41 dC) donò al suo cavallo (quello che aveva già nominato senatore) una collana di perle; ma affinché la moglie non fosse gelosa, ne regalò una anche a lei spendendo qualcosina tipo quaranta milioni di sesterzi (un miliardo di lire, circa; il conto in euro fatevelo un po’ voi).

E lo storico Svetonio (70-140 dC) ci racconta che il generale romano Aulio Vitellio(15-60 dC) riuscì a finanziare un’intera campagna militare vendendo un solo orecchino di perle della madre.

Gli antichi inoltre attribuivano loro moltissime virtù: calmavano l’ira, lenivano i dolori di stomaco, rinsaldavano le amicizie, accendevano la passione perché afrodisiache, rinforzavano le ossa e sbiancavano la pelle; per questo Cleopatra era solita berne un po’ sciolte nell’aceto di vino, costosa usanza seguita da molte nobili dame sino al Settecento.

In generale erano considerate una panacea contro ogni malattia; quando Lorenzo il Magnifico fu in punto di morte, gli diedero da bere una pozione di vino con dentro cinque etti di perle tritate. Ovviamente non servì a nulla, se non a sprecare un patrimonio e a dargli probabilmente il colpo di grazia.


Nel Medioevo qualcuno iniziò a sparger la voce che “portavan lacrime”, seguendo la leggenda che fossero nate dalle lacrime degli angeli ribelli.

In moltissime opere d’arte possiamo ammirare nobildonne agghindate con splendidi gioielli fatti di perle. Nel Doppio ritratto dei dei duchi di Urbino dipinto da Pietro della Francesca tra il 1465-1472, Battista sforza sfoggia una splendida collana di perle e pietre preziose, resa ancor più brillante dalle velature a olio. Le perle compaiono anche nell’elaborata acconciatura, come voleva la moda del tempo.

Famoso è poi il dipinto di Vermeer: 
La ragazza col turbante, meglio nota come La ragazza con l’orecchino di perla
L’orecchino con perla del quadro, che cattura quasi da solo la centralità della luce di cui è pervaso il dipinto, è di grandi dimensioni ed è a forma di goccia. Sebbene la ragazza che lo indossa appaia di modeste condizioni, tale monile era al tempo di Vermeer prerogativa delle dame aristocratiche dell’alta borghesia. Nel XVII secolo le perle erano una preziosa rarità: venivano importate dall’Estremo Oriente. Nel caso della perla raffigurata nel dipinto, si tratta di un esemplare di grandi dimensioni che, a parere di alcuni studiosi, in natura non esisterebbe. Potrebbe anche trattarsi di un’imitazione in vetro soffiato di produzione veneziana.


di Laura Corchia

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http://restaurars.altervista.org/la-perla-miracolosa-unione-fra-lacqua-marina-e-la-luce-della-luna/

domenica 25 marzo 2012

Mauro Corona. Gocce di resina. La resina è il prodotto di un dolore, una lacrima che cola dall’albero ferito.

La resina è il prodotto di un dolore, una lacrima che cola dall'albero ferito. Quelle gocce giallo miele, non scappano, non scivolano via come l'acqua, non abbandonano l'albero. Rimangono incollate al tronco, per tenergli compagnia, per aiutarlo a resistere, a crescere ancora. I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita. Anche quelli belli diventano punture. Perché, col tempo, si fanno tristi, sono irrimediabilmente già stati, passati, perduti per sempre. Gocce di resina sono piccoli episodi, aneddoti minimi, spintoni che hanno contribuito a tenermi sul sentiero. Proprio perché indelebili sono rimasti attaccati al tronco. Come fili di resina emanano profumi, sapori, nostalgie. Tutto quello che ci è accaduto, o che abbiamo udito raccontare ha lasciato un segno dentro di noi, un insegnamento, o, quantomeno, ci ha fatto riflettere. La vita, nel bene e nel male, è maestra per tutti.
Mauro Corona




sabato 18 febbraio 2012

Kahlil Gibran. Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore. Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere.

Deve esserci qualcosa di insolitamente sacro nel sale, se è contenuto nelle nostre lacrime e nel mare
Kahlil Gibran


Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potete contenere.
Khalil Gibran

Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore
Ed egli rispose:
La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera.
E quello stesso pozzo che fa scaturire il vostro riso fu più volte colmato dalle lacrime vostre.
Come potrebb'essere altrimenti?
Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere.
La coppa in cui versate il vostro vino non è la stessa coppa cotta nel forno del vasaio?
E il liuto che addolcisce il vostro spirito non è lo stesso legno intagliato dal coltello?
Quando siete felici, se scruterete il vostro cuore, troverete che è ciò che vi ha fatto soffrire a darvi ora la gioia, E quando siete afflitti, guardate ancora nel cuore, e scoprirete che state piangendo solo per ciò che vi ha reso felici.. . . .
Alcuni di voi dicono, "La gioia è più grande del dolore" e altri dicono, No, il dolore è più grande".Ma io dico a voi che sono inseparabili.Essi giungono insieme, e quando l'una siede a tavola con voi, ricordate che l'altro dorme nel vostro letto.
In realtà, oscillate tra il dolore e la gioia come i piatti d'una bilancia.Solo se vuoti, state fermi e in equilibrio.E quando il tesoriere vi alzerà per pesare il suo oro e il suo argento, allora la gioia o il dolore dovranno per forza sollevarsi o cadere

TRISTEZZA
Interrogo la tristezza e scopro
che non ha il dono della parola;
eppure, se potesse,
sono convinto che pronuncerebbe
una parola più dolce della gioia.
Kahlil Gibran "Prose Poems"

La forza che difende il cuore dalle ferite è la stessa che gli impedisce di dilatarsi alla sua massima grandezza.
Kahlil Gibran

Il tuo dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la tua capacità di comprendere.
E se potessi mantenere il cuore sospeso in costante stupore ai quotidiani miracoli della vita, il dolore non ti sembrerebbe meno meraviglioso della gioia; e accetteresti le stagioni del tuo cuore, come hai sempre accettato le stagioni che passano sui tuoi campi.
Kahlil Gibran. Il Profeta

La tua gioia è il tuo dolore senza maschere...
Quanto più a fondo ti scava il
dolore, tanta più gioia potrai contenere.
Kahlil Gibran


Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza.
I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.
Kahlil Gibran


Sarai completamente in pace con il tuo nemico solo quando morirete entrambi.
Kahlil Gibran

già...è dentro di noi :(


I lineamenti che esprimono i segreti dell'anima, per quanto essi siano dolorosi e angosciosi, donano al volto una bellezza particolare. I volti che non fanno trasparire in silenzio i misteri dell'anima, non sono belli, anche se sono perfetti nella forma.
Khalil Gibran


L'aspetto delle cose varia secondo le EMOZIONI;
e così noi vediamo magia e bellezza in loro,
ma, in realtà, MAGIA E BELLEZZA SONO IN NOI
Kahlil Gibran


ABITI
Un giorno Bellezza e Bruttezza s’incontrarono sulla spiaggia. "Facciamo il bagno in mare", si dissero. Si svestirono e nuotarono. E dopo un poco Bruttezza tornò a riva e si vestì con gli abiti di Bellezza e andò per la sua strada. Anche Bellezza uscì dall’acqua e, non ritrovando gli abiti, troppo pudica per rimanere nuda, indossò le vesti di Bruttezza. E anche Bellezza andò per la sua strada. E ancora oggi uomini e donne scambiano l’una per l’altra; benchè ci sia chi ha visto il viso di Bellezza e la riconosce nonostante gli abiti; e c’è chi riconosce il volto di Bruttezza e l’abito non la nasconde ai suoi occhi
Khalil Gibran


Amico mio, io non sono ciò che sembro.
L'apparenza è come un abito che indosso,
un abito che protegge me dai tuoi interrogativi
e te dalle mie negligenze.
Amico mio, l' "io" dimora in me nella casa del silenzio
e lì rimarrà per sempre,
impercettibile e inavvicinabile.
Non voglio che tu creda ciecamente in ciò
che dico o faccio, le mie parole e le mie azioni infatti
non sono altro che i tuoi pensieri e le tue speranze resi tangibili.
Quando tu dici "Il vento spira verso est",
io confermo "Sì, spira proprio in quella direzione";
perchè non voglio che tu sappia che la mia mente
non dimora nel vento ma nel mare.
Tu non puoi capire i miei pensieri
trasportati dalle onde, nè voglio che tu lo faccia.
Preferisco navigare da solo.
Quando da te è giorno , da me è notte;
e pure descrivo il mezzogiorno che danza sulle colline e
la furtiva ombra purpurea che attraversa la valle;
perchè tu non puoi udire il canto della mia oscurità
nè vedere il battito delle mie ali contro le stelle;
del resto, meglio così.
Rimarrò solo con la mia notte.
Quando tu ascendi al Paradiso,
io scendo dall'inferno;
e quando, dalla riva opposta del golfo che ci separa,
mi chiami: "compagno, amico ",
a mia volta ti chiamo "compagno, amico "
poichè non voglio che tu veda il mio Inferno.
La fiamma ti brucerebbe gli occhi
e il fumo ti invaderebbe le narici.
E io amo troppo il mio Inferno per fartelo visitare.
Resterò all'Inferno da solo.
Tu ami la Verità,
la Bellezza,
la Giustizia
e io per amor tuo dico che amare è giusto e decoroso,
anche se dentro di me rido del tuo amore.
Ma non voglio che tu lo veda.
Riderò da solo.
Amico mio, tu sei buono, cauto e saggio,
certo , sei perfetto.
Anch'io, benchè sia pazzo,
quando parlo con te lo faccio con saggezza e con cautela,
mascherando la mia pazzia.
Sarò pazzo da solo.
Amico o nemico che tu sia,
come posso farti capire?
Anche se camminiamo insieme,
mano nella mano, la mia strada non è la tua.
Kahlil Gibran

Il vostro corpo è l'arpa dell'anima e sta a voi trarne dolce musica oppure suoni confusi.
Kahlil Gibran

Come è nobile chi, col cuore triste, vuol cantare ugualmente un canto felice, tra cuori felici
Khalil Gibran

Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta e il battito del cuore di chi ascolta. 
Kahalil Gibran

Nella profondità della mia anima, si cela una canzone che si rifiuta d'indossare futili parole.
Una canzone che dimora in un granello del mio cuore e che l'inchiostro nero non riporterà sulla pagina.
Se avessi scrutato i miei occhi, avresti visto l'ombra della sua ombra.
E se avessi toccato l'estremità delle mie dita, avresti sentito le sue vibrazioni.
Le opere create dalle mie mani la riproducono come un lago che rispecchia i bagliori delle stelle.
Quali corde riusciranno a svelarla? Chi potrà unire il boato del mare con il canto dell'usignolo?
Ed il fragore della tempesta con il respiro del bambino?
Khalil Gibran


Il tuo dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la tua capacità di comprendere.
E se potessi mantenere il cuore sospeso in costante stupore ai quotidiani miracoli della vita, il dolore non ti sembrerebbe meno meraviglioso della gioia; e accetteresti le stagioni del tuo cuore, come hai sempre accettato le stagioni che passano sui tuoi campi.
La tempesta è capace di disperdere i fiori ma non è in grado di danneggiare i semi.
In un campo ho veduto una ghianda: sembrava così morta, inutile.
E in primavera ho visto quella ghianda mettere radici e innalzarsi, giovane quercia verso il sole.
Un miracolo, potresti dire: eppure questo miracolo si produce mille migliaia di volte nel sonno di ogni autunno e nella passione di ogni primavera.
Perchè non dovrebbe prodursi nel cuore dell'uomo?
Non lascio che neanche un singolo fantasma del ricordo svanisca con le nuvole, ed è la mia perenne consapevolezza del passato che causa a volte il mio dolore.
Ma se dovessi scegliere tra gioia e dolore, non scambierei i dolori del mio cuore con le gioie del mondo intero.
Noi siamo gemelli, Notte, perchè tu riveli lo spazio e io rivelo la mia anima.
Spesso dite: "Voglio donare, ma solo a chi merita".
Non così dicono gli alberi del vostro frutteto, né gli animali che portate al pascolo.
Danno per vivere perché trattenere é perire.
Sicuramente l'uomo che è degno di ricevere i suoi giorni e le sue notti é degno di ricevere da voi qualsiasi altra cosa.
Il canto della voce è dolce, ma il canto del cuore è la pura voce dei cieli.
Il pensiero.. è un uccello dell'immenso, che in una gabbia di parole puo' anche spiegare le ali, ma non volare.
Il tuo prossimo è lo sconosciuto che è in te, reso visibile.
Il suo volto si riflette nelle acque tranquille, e in quelle acque, se osservi bene, scorgerai il tuo stesso volto.
Se tenderai l'orecchio nella notte, è lui che sentirai parlare, e le sue parole saranno i battiti del tuo stesso cuore.
Non sei tu solo ad essere te stesso.
Sei presente nelle azioni degli altri uomini, e questi, senza saperlo, sono con te in ognuno dei tuoi giorni.
Non precipiteranno se tu non precipiterai con loro, e non si rialzeranno se tu non ti rialzerai.
Il dolore è troppo grande per regnare in piccoli cuori.
Kahlil Gibran


Come la foglia non ingiallisce senza la muta complicità di tutta la pianta, così il malvagio non potrà nuocere senza il tacito consenso di tutti voi. Voi non potete separare il giusto dall'ingiusto e il buono dal cattivo; perché stanno mescolati insieme al cospetto del sole, come insieme sono tessuti il filo bianco e il filo nero. E, se il filo nero si spezza, il tessitore dovrà esaminare la tela da cima a fondo e proverà di nuovo il suo telaio.
Kahlil Gibran









domenica 12 febbraio 2012

Karl Jaspers. Ogni volta che ammiriamo una perla dimentichiamo che è la cicatrice della malattia della conchiglia


"Ogni volta che ammiriamo una perla
dimentichiamo che è la cicatrice della malattia della conchiglia"
Karl Jaspers


"Viviamo in un epoca in cui ogni spiritualità si converte in profitto. Tutto, viene fatto in vista di un guadagno. Un epoca in cui la vita stessa è una mascherata. Che la felicità del vivere, è falsa, come l'arte che la esprime. In una simile epoca di perduta genuinità è forse la follia, la soluzione per la nostra esistenza?" 
Jaspers


"Il silenzio che ha luogo nella comunicazione autentica non è il 'silenzio che si ostenta' per provocare la parola dell'altro, né il silenzio altero che si impiega per darsi importanza, per assumere un tono di superiorità, per far intendere che ci sarebbe qualcosa che si potrebbe sapere o dire, non è neppure il silenzio che nasce dalla compassione quando non si vuol dire la verità, o , quando, senza comunicazione, si agisce e si aiuta tacendo; infine non è il silenzio con cui interrompo bruscamente la relazione. Il silenzio è il 'momento di tacere' nella continuità di un processo comunicativo. Questo silenzio è tanto un'oppressione quanto una colpa. Se l'altro lo nota, ci soffre. Solo la comune sospensione della parola che tace per rinviare la comunicazione potrebbe giustificare il silenzio. Nell'intervallo, che in questo modo inevitabilmente si crea, ci si dispone ad un'attesa, si attende, cioè, che giunga l'ora della reciproca apertura."
Karl Jaspers, Philosophie II, 'Comunicazione', pp. 545-546



Come la musica ha bisogno di pause, così la comunicazione ha bisogno di silenzio, che è attesa, discrezione, rispetto.


"Tragico è quel conflitto in cui le forze che si combattono tra loro hanno tutte ragione, ognuna dal suo punto di vista. La molteplicità del vero, la sua non-unità, è la scoperta fondamentale
della coscienza tragica. Ecco perché nella tragedia è viva la domanda: Che cosa è vero? E come sua conseguenza: Chi ha ragione? Il diritto si afferma, nel mondo? La verità trionfa? Il manifestarsi di una verità in ogni forza che agisca e, insieme, i limiti di tale verità e quindi la rivelazione di
un’ingiustizia in ogni cosa è il processo della tragedia."
Karl Jaspers


“Nelle scienze naturali noi cerchiamo di afferrare soltanto un tipo di relazioni: le relazioni di causalità. Mediante l’osservazione e la sperimentazione o la raccolta di molti casi cerchiamo poi di trovare le regole dell’evento. A un livello più alto rinveniamo inoltre anche le leggi che possiamo esperire in formule matematiche [...]. In psicologia mai e poi mai possiamo stabilire equazioni di causalità come in fisica o in chimica perché questo presupporrebbe una completa quantificazione dei processi indagati. Ma nello psichico, che per sua natura precipua è sempre qualitativo, questa quantificazione per principio non è mai possibile, senza che vada perduto il vero oggetto di indagine, cioè lo psichico”
Karl Jaspers, Psicopatologia generale




Lucia Porcelli 
meravigliosa citazione , condivido in pieno questo delicatissimo pensiero, la tragedia greca era colma di questa bellezza che abbiamo dimenticato o voluto dimenticare.
La coscienza tragica non aveva nulla in comune con il relativismo.



"Cosa è che fa "grande" un filosofo? Se lo chiedeva Karl Jaspers nella sua monumentale ricerca dedicata appunto ai "Grandi Filosofi", dove senza timore inseriva accanto a Platone, Agostino e Kant, anche Buddha, Confucio e Gesù.

Certo un pensatore non è grande per la mole delle indagini che ha compiuto e neppure per le altezze speculative che ha elaborato, quanto piuttosto per la sua capacità di essere insieme legato al proprio tempo e di superarlo, mostrando il carattere sovrastorico del suo pensare, che ce lo rende nostro contemporaneo.

È grande, insomma, il filosofo che è in grado di tradurre le sue esperienze di pensiero in forze vive per il presente, che è capace di arrecare al mondo un contenuto comunicabile prima inesistente, che esprime non tanto l'originalità delle sue intuizioni teoretiche, quanto la sua tensione a toccare la fonte dell'origine perenne del vivere e del pensare. Singolare e tragica appare, in tal senso, l'inequivocabile grandezza di Edith Stein, irrigidita nel tempo in icone stereotipate che l'hanno vista ora pensatrice pedissequamente allineata al maestro Husserl, ora fenomenologa "tomista", ora teorica della mistica, ed ancora filosofa del pensiero femminile ed anche espressione di una nuova filosofia cristiana. Morta da ebrea ad Auschwitz nel pieno delle sua maturazione intellettuale, è celebrata oggi da santa nel mondo cattolico che la riconosce, grazie a Giovanni Paolo II, con il titolo di Dottore della Chiesa.

Quanti volti per un'unica persona! È forse l'impossibilità di vederla irripetibile e presente in tante vie, apparentemente inconciliabili, che la rende inafferrabile e lontana, se è vero che la sua grandezza stenta ad imporsi nel panorama, peraltro misero, della filosofia contemporanea. A tale questione cerca di rispondere Ripartire da Edith Stein. La scoperta di alcuni manoscritti inediti, bellissimo volume a cura di Patrizia Manganaro e Francesca Nodari (Morcelliana, pp. 492, euro 35), dove un nutrito drappello di studiosi di varie nazioni si incontrano per rileggerne la grandezza, partendo da prospettive assai diversificate, eppure tenute insieme dalla tenacia di valorizzarne la imponente statura intellettuale.

Né si pensi che i molti contributi, che appaiono in questa opera, siano il risultato di ricerche episodiche ed indipendenti fra di loro: l'originalità della "scuola fenomenologica" è proprio quella di aver creato, sin dai primi decenni del Novecento, una comunità di studiosi che insieme condividono riflessioni e scoperte, che amano incontrarsi intorno alle questioni essenziali, che creano perciò una autentica comunità spirituale, in grado di riaccendere - sempre e di nuovo, come diceva Husserl - l'autentica passione del pensare, mettendo in moto energie antiche e nuove, sorte dall'incontro delle diverse generazioni di studiosi.

Concepito inizialmente come pubblicazione degli Atti del convegno, tenuto a Bari nell'aprile del 2013 e curato ottimamente dalla due studiose, il volume si è arricchito di un notevole repertorio di studi critici, inaugurato l'anno precedente dall'imponente lavoro di Francesco Alfieri (Die Rezeption Edith Steins. Intemationale Edith Stein Bibliographie. 1942-2012), che ha senza dubbio segnato una ripresa entusiasta degli studi steiniani. Raccogliendo in cinquecento pagine i quasi tremila titoli, relativi alle ricerche sull'illustre fenomenologa, l'instancabile ricercatore italiano non ha certo inteso presentare una neutra raccolta di studi sul tema, quanto riaccendere l'entusiasmo sulle nuove piste di lavoro, che qui si intravedono e che richiedono nuovi sforzi per rileggere le pagine dense e ricche delle opere della Stein.

Un esempio su tutti: il lavoro sull'empatia, scritto dall' allora giovanissima fenomenologa nel 1917, contiene alcune profonde intuizioni su questo vissuto soggettivo, che solo in questi ultimi anni ha avuto riscontro anche in alami importanti risultati delle scienze neurologiche. Il carattere innovativo di questa dissertazione è ancora tutta da valorizzare nella sua pienezza e certo la scoperta di alcuni inediti sul tema fanno pensare a quanto di prezioso contiene questa opera, tradotta in Italia negli anni 80 del secolo scorso e valorizzata in prevalenza all'interno della eccellente scuola fenomenologica italiana, diretta da Angela Ales Bello.

Ma le sorprese non finiscono qui, perché è dalla scoperta di numerosi carteggi inediti, che sembra riproporsi con forza, quasi come un fiume sotterraneo sempre colmo di acque che riemergono improvvisamente, la grandezza di questa protagonista del pensiero novecentesco. Vale la pena raccontare un episodio significativo: si deve ancora al giovane Alfieri il ritrovamento di un prezioso carteggio intercorso tra Edith Stein e il fenomenologo polacco Roman Ingarden, un plico di 164 lettere per un totale di 354 pagine stenografate, di proprietà della filosofa americana Anna-Theresa Tymieniecka, recentemente scomparsa.

Il progetto filosofico di quest'ultima, purtroppo rimasto incompiuto, mirava a ricostruire le origini del movimento fenomenologico che si andava costituendo intorno al maestro Husserl, così che attraverso la lettura di questo e di altri documenti an-cora inediti se ne può tracciare «una immagine vivente, la vita filosofica vista dall'interno», secondo le parole della stessa Tymieniecka. Compito affascinante ed unico che rimane in preziosa eredità a quanti oggi potranno rivedere e reimpostare le loro ricerche su Edith Stein e sul suo insostituibile contributo all'interno della allora giovane comunità fenomenologica".

http://www.filosofilungologlio.it/rassegna-stampa-ok/item/667-edith-stein-un-pozzo-di-sorprese-infinite








venerdì 20 gennaio 2012

Un'ostrica che non è stata ferita non produce perle. Perle sono prodotti del dolore, risultati dell'entrata di una sostanza estranea o indesiderabile nell'interno dell'ostrica, come un parassita o un granello di sabbia. Nella parte interna della conchiglia esiste una sostanza luccicante chiamata nácar. Quando il granello di sabbia penetra, le cellule di nácar cominciano a lavorare e coprire il granello con strati per proteggere il corpo indifeso dell'ostrica. Come risultato, una bella perla si formerà lì nel suo interno. Un'ostrica che non è stata ferita, mai produrrà perle, perché la perla è una ferita cicatrizzata.

Possiamo immaginare le nostre ferite profonde non semplicemente come lacerazioni da rimarginare, ma come cave di sale dalle quali ricavare un'essenza preziosa e senza le quali l'anima non può vivere.
Hillman, J., Psicologia alchemica, p. 72

Quando ammiriamo lo splendore di una perla non pensiamo mai che essa nasce dalla malattia di una conchiglia
Karl Jaspers

Un'ostrica che non è stata ferita non produce perle.
Perle sono prodotti del dolore,
risultati dell'entrata di una sostanza estranea o
indesiderabile nell'interno dell'ostrica,
come un parassita o un granello di sabbia.
Nella parte interna della conchiglia esiste una sostanza luccicante chiamata nácar.
Quando il granello di sabbia penetra, le cellule di nácar cominciano a lavorare e coprire il granello con strati per proteggere il corpo indifeso dell'ostrica.
Come risultato, una bella perla si formerà lì nel suo interno.
Un'ostrica che non è stata ferita, mai produrrà perle, perché la perla è una ferita cicatrizzata.

Nell'amore bisogna fare come l'ape che ama i fiori non per la loro bellezza, ma per trarne il nettare necessario al miele; nel dolore, come l'ostrica che sa ricucire la propria ferita con una perla. Ma se l'amore non dà miele e il dolore non mostra una perla, siamo di fronte a due surrogati dell'amore e del dolore...
Nino Salvaneschi "Consolazioni"

Scienze Naturali
Lo sapevi che...le perle comunemente usate in gioielleria non sono prodotte dalle ostriche?


Nonostante nello scenario collettivo le perle siano prodotte dalle ostriche propriamente dette (famiglia Ostreidae), a generarle sono principalmente vari bivalvi del genere Pinctada (famiglia Pteriidae), impropriamente definiti "ostriche" nel gergo comune, ma di fatto abbastanza distanti tassonomicamente. La specie più utilizzata è Pinctada maxima, il più grande e più importante mollusco da perla del mondo. Ha una conchiglia di colore beige e priva di marcature radiali; alcune varietà presentano nei pressi dell'umbone colori che possono variare dal verde al marrone scuro e al viola. All'interno lo spesso strato di madreperla mostra al margine una banda di colore dorato o argenteo; la valva destra è leggermente più convessa di quella sinistra, che può essere anche piatta. La specie non è provvista di una cerniera a denti. Alcuni individui possono arrivare a un diametro di 305 mm e a un peso di 6,3 kg.
Si tratta di una specie diffusa dall'Oceano Indiano al Pacifico e dal Tropico del Cancro al Tropico del Capricorno. È coltivata in Australia, in Indonesia, nelle Filippine, inMalaysia, in Birmania e nell'isola di Okinawaper la produzione delle perle. Pur vivendo fino a 90 m di profondità, l'ambiente ideale per la sua crescita rimane attorno ai 30-40 m sotto la superficie del mare. Gli individui di questa specie possono vivere fino a oltre 40 anni.
Ma cos'è una perla? 
È una struttura sferica costituita da carbonato di Calcio in forma cristallina (aragonite) deposto in strati concentrici, prodotta dai tessuti viventi, in particolare dal mantello, dei molluschi. Il termine "perla" deriva dal latino "pernula", il nome con cui si indicava la conchiglia che la contiene, e la cui forma ricorda la "coscia del maiale".
Una perla si forma quando un corpo estraneo, come parassiti o pezzi di conchiglie, si ferma nella cavità palleale. Esso viene ricoperto da strati successivi di madreperla allo scopo di difendere i tessuti dell'animale dall'irritazione. Si depositano vari strati di calcio che, in combinazione con altri minerali, creano queste particolari strutture. Ovviamente la produzione di perle è unl stress per l'animale, che muore molto più facilmente rispetto agli individui che non sono stimolati a generarla.



non da una malattia..ma da un "corpo estraneo"...dal quale l'ostrica cerca di difendersi...circondando l'intruso di madreperla.....ma il senso va comunque bene...


No, io ci penso..eccome!!! E' un tumore dell'ostrica..Non mi piacciono le perle...Si mettono ai funerali..Portano male se ti vengono regalate..Quando il re d'Inghilterra la regalo' ad Anna Bolena ..la perla Peregrina..(famosa perla a goccia nera)...dopo poco le fece tagliare la testa...


si ho sentito che non si mettono ai matrimoni. Mi piace guardarle, ma non le comprerei mai, preferisco la bigiotteria bella, quella che compri pagandola ma non è oro che ti strappano al collo, e i fili sottili di collane o quelli enormi colorati, non ho mai mezze misure.E poi le perle sono da signora, le ha mia mamma, io sarò una vecchia signora naif che metterà foulards colorati:)


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