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Dentro di me vivono la mia identica vita
dei microrganismi che non sanno
di appartenere al mio corpo...
Io a quale corpo appartengo?
Franco Battiato: "Beta"
IL LAVORO
DEL GIORNALISTA CONSISTE NEL DISTRUGGERE LA VERITÀ, mentire su tutto, pervertire,
diffamare, prostrarsi ai piedi della ricchezza e vendere il proprio paese in
cambio del pane quotidiano.
Lo sapete
voi e lo so io, quindi cos'è questa follia di brindare a una stampa
indipendente?
NOI SIAMO
GLI STRUMENTI E I SERVITORI DEI RICCHI CHE STANNO DIETRO LE QUINTE. SIAMO I
BURATTINI, LORO TIRANO I FILI E NOI BALLIAMO. I NOSTRI TALENTI, LE NOSTRE
OPPORTUNITÀ E LE NOSTRE VITE SONO PROPRIETÀ DI ALTRE PERSONE.
SIAMO DELLE
PROSTITUTE INTELLETTUALI.
John
Swinton
Vecchio
caporedattore del New York Times
IL
MOVIMENTO 5 STELLE È "L'AGNELLO SACRIFICALE". L'ATTACCO DI ANDREA
SCANZI SU FACEBOOK CHE ACCUSA I COLLEGHI GIORNALISTI: "CORRESPONSABILI
DELLO SFACELO ITALIANO". Durissimo sfogo del giornalista del Fatto Andrea
Scanzi che sul suo profilo Facebook se la prende, e non poco, con i colleghi
giornalisti definiti "corresponsabili dello sfacelo italiano". Poi,
un pensiero al Movimento 5 Stelle visto come "l'agnello sacrificale".
Potete girarci intorno quanto volete, esimi colleghi di stampa e tivù, ma NEGLI
ULTIMI DUE DECENNI TROPPI DI VOI SONO STATI CORRESPONSABILI DELLO SFACELO
ITALIANO. E adesso troppi di voi - più o meno gli stessi, più o meno i soliti
noti - CONTINUANO A GIOCARE AI DURI COI DEBOLI E AI DEBOLI COI FORTI. VI SIETE
FATTI PIACERE MONTI. VI STATE FACENDO PIACERE LETTA. E TUTTO SOMMATO ANCHE
BERLUSCONI NON VI È MAI DISPIACIUTO. CONOSCO IL VOSTRO GIOCO: BOMBARDARE A
TAPPETO I "DIVERSI" PER OGNI RAFFREDDORE E AMNISTIARE I POTENTI PER
OGNI DISASTRO. E' un gioco redditizio e il M5S (che spesso si fa male da solo)
è perfetto come agnello sacrificale. Vi auguro buon divertimento. HO UN SOLO
CRUCCIO: SE SOLO AVESTE MOSTRATO NEGLI ULTIMI VENT'ANNI LO STESSO FETICISMO
ANCHE PER LE PULCI (CHE ERANO POI CANCRENE) DI CENTRODESTRA E CENTROSINISTRA,
NON SAREMMO MESSI COME SIAMO. Tra autocensure e tengofamiglismo, avete
contribuito a sputtanare un lavoro nobilissimo: quello di Giornalista. Perdonatemi
quindi se continuerò, come altri "disfattisti", a fare quel che ho
sempre fatto: e cioè a SCRIVERE QUEL CHE PENSO E VEDO, spesso scontentando
tutti (che è poi il mio brodo). PER ESEMPIO CHE L'ESPULSIONE DELLA GAMBARO È LA
CAZZATA SIDERALE CHE TANTI DI VOI ASPETTAVANO BRAMOSI, salvo poi aggiungere che
senza M5S non avremmo scoperto le storture del decreto svuotacarceri. STATE PROVANDO A FAR CREDERE AGLI ITALIANI CHE
LE COLPE DEGLI ULTIMI VENT'ANNI SONO DEL M5S. CHE IN QUESTI VENT'ANNI NEANCHE
C'ERA. Molti italiani ci crederanno, perché GLI ITALIANI VANNO GHIOTTI DI
FAVOLE AUTOASSOLUTORIE. Io no. Io mi nutro diversamente e, se proprio ho voglia
di rincoglionimento, alle omelie furbine dei tromboni preferisco una bella
sbronza.
Dentro di me vivono la mia identica vita
dei microrganismi che non sanno
di appartenere al mio corpo...
Io a quale corpo appartengo?
Franco Battiato: "Beta"
Quando non coincide più l'immagine che hai di te con quello che realmente sei, e... incominci a detestare i processi meccanici e i tuoi comportamenti...ti viene voglia di cercare spazi sconosciuti ed allenare la tua mente a nuovi stati di coscienza.
Franco Battiato. L'ombra della luce.
Si tratta di un brano giudicato dallo stesso Franco Battiato uno dei punti più alti della sua ricerca e della sua produzione. In forma di preghiera o di mantra orientale viene proposto, con frasi volutamente semplici, e riprese da tutte le tradizioni di invocazione all'essere supremo o all'assoluto, un percorso di meditazione e di avvicinamento progressivo al risveglio.
In una intervista del 1998 Battiato dichiara che la canzone è ispirata dal "Libro Tibetano dei morti", uno dei testi che più lo ha influenzato, in successive letture. Nel testo della canzone le asserzioni e le richieste echeggiano formule familiari per far giungere progressivamente l'ascoltatore alla intuizione dello sforzo necessario per arrivare ad una dimensione superiore (il risveglio).
In questo senso la formula utilizzata non è dissimile da quella seguita da Van Morrison in alcune canzoni (come la celebre In The Garden) ispirate dall'insegnamento di Jiddu Krishnamurti, un filosofo il cui pensiero è stato studiato anche dal compositore siciliano.
"L'ombra della luce" tratta dall'album "Come un cammello in una grondaia" (1991)
Franco Battiato
Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,
quando il mio percorso si fa incerto
(La prima invocazione riporta al mondo dell'infanzia, alla paura istintiva che nella assenza della luce, nel buio della notte, si nascondano le forze avverse all'uomo).
E non abbandonarmi mai...
non mi abbandonare mai.
(La invocazione che percorre tutto il brano).
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
è tempo di lasciare questo ciclo di vite
(Questo verso cita direttamente la filosofia orientale e buddista-tibetana della circolarità della vita: il pensiero si stacca dal corpo, che è il tempio nel quale si esplica in vita, per vivere da solo nei 49 giorni che seguono la fine (la esistenza intermedia) e poi passare in un numero finito od infinito di altre vite; solo al saggio che giunge al risveglio (alla vera vita) è data la possibilità di interrompere il ciclo e fermarsi in uno dei regni di quiete, uno dei molti perché molte e parallele e casuali sono le vite superiori, così come le vite terrene (teoria degli universi paralleli).
Nell'ultimo verso si parla difatti proprio delle molte vite da vivere, al plurale).
perché le gioie del più profondo affetto
o dei più lievi anditi del cuore
(Due contrari ma, pur tuttavia, entrambi perfetti stati di elevazione:
la gioia piena o la sua citazione (si potrebbe dire: un bacio pieno, o due mani che si sfiorano))
sono solo l'ombra della luce.
(L'ombra della luce: lo stato migliore della vita terrena è visibile come proiezione, ombra, indotta dalla luce della vita superiore, che non possiamo vedere ma solo intuire; vengono alla mente le metafore ben note di Platone (la caverna) o la spiegazione della quarta dimensione come intuizione o estrapolazione dalle tre dimensioni del nostro universo, come descritta nel racconto "Flatlandia" di Abbott).
Ricordami, come sono infelice
lontano dalle tue leggi;
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non abbandonarmi mai...
Non mi abbandonare mai!
Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,
sono solo l'ombra della luce.
(Quindi è possibile ricavare un riflesso della vita superiore allo stesso modo sia dalla pace ed armonia di un monastero, sia dalle sensazioni che ci da' il completo appagamento dei sensi (incluso ovviamente l'amore fisico), una visione quindi ben lontana dal tradizionale ascetismo della religione cattolica).
"Povera patria" tratta dall'album "Come un cammello in una grondaia" (1991)
Povera patria!
Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
No cambierà, forse cambierà...
http://youtu.be/gfHpWwWu-qY
La Cura - Franco Battiato
...un omaggio al maestro Franco Battiato.
Video realizzato da Antonio Taverna con immagini di grandi opere della storia dell'arte.
Sulle stupende note de "Il cielo in una stanza", nella versione di Franco Battiato,
le scene del capolavoro di Charlie Chaplin: "Luci della città" - City Ligh
Rudolf Nureyev, uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo e genio della danza, ormai giunto alla fine della sua vita (morirà di AIDS nel 1993), scrive una bellissima lettera-testamento sul grande amore della sua vita: la danza. La pubblichiamo integralmente perché pensiamo che anche per chi scrive ci sia lo stesso senso di dedizione e di amore, gli stessi passi da compiere per sollevarsi dentro la propria vita e oltre il dolore.
Non essere ballerino, ma danzare. Non essere scrittore, ma scrivere.
L'amicizia, come l'amore, richiede quasi altrettanta arte di una figura di danza ben riuscita.
Ci vuole molto slancio e molto controllo, molti scambi di parole e moltissimi silenzi.
Soprattutto molto rispetto.
Rudolf Nureyev
«Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi.
Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria. Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso.
La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare.
Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti.
Divenni uno degli astri più luminosi della danza. Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita.
Non essere ballerino, ma danzare. Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita».
Nota 28 luglio 2026, AOOGABMI 193041
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