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martedì 12 gennaio 2016

Paul Nizan. Il mediterraneo finisce per riapparire, popolato da tutti i suoi annegati.



L’Europa è anche costruttore di macchine; l’invenzione, l’uso e la conoscenza dei macchinari occupano le ore che non sono connesse, per finalità, a un suolo capace di produrre. Ciascuna di queste operazioni gli dimostra egualmente il suo potere: egli non formula alcuna idea naturale di fatalità. Questi fatti potranno ancora salvare la gente d’Europa. Ma nelle zone desertiche gli uomini mantengono rapporti troppo misteriosi o troppo semplici con una terra che non partecipa alle produzioni utili alla vita: quella terra è uno spazio per vie uniformi, un oggetto per contemplazioni monotone. Tra la penisola del Sinai e l’isola di Socotra bisogna accettare una natura cui gli uomini sono veramente estranei: non possono nulla: i loro voti, i loro desideri non scuotono l’immobilità del deserto. Gli accidenti del clima, le tempeste di sabbia, i temporali assumono una violenza tale da escludere ogni tentativo umano di resistenza o di sfruttamento. Per mancanza di grano, per eccesso di vento, per assenza di fiumi, non si trovano mulini. Su questa impossibilità si basa la credenza della fatalità: un uomo che nello stesso tempo può amare una cascata di acqua e allestirci sopra una turbina, non crederà che tutto è scritto. 
Allora queste città perdute comunicano all’Europa una specie di malattia della pigrizia. Rinnegate, dimenticate, esse si consumano, la vita si traveste da morte. Non parlate agli Europei del Kief, del nirvana; vi diranno di lasciare in pace i morti.
Il mediterraneo finisce per riapparire, popolato da tutti i suoi annegati.
Aden Arabie, Paul Nizan

lunedì 29 dicembre 2014

Tito Livio. Per lo più precipita nel suo destino chi fugge

Per lo più precipita nel suo destino chi fugge
Tito Livio


“Non est, non tantum ab hostibus armatis aetati nostrae periculi, quantum ab circumfusis undique voluptatibus.”
(Nei tempi nostri non vi è tanto pericolo dai nemici in armi, quanto dai piaceri che da ogni parte sono sparsi.)
Publio Cornelio Scipione l’Africano citato in Tito Livio, XXX, 14


Dà tempo all'ira. Spesso l'indugio non toglie la forza:
ma alle forze aggiunge il ragionevole consiglio.
Tito Livio, Patavium, 59 a.C. - 17 d.C.





Tratto da "I fondamenti della repubblica romana: istituzioni, diritto, religione" di Michel Humm.
"Avverte Livio: «qui si trova il Campidoglio (Capitolium), ove già, dopo la scoperta di una testa d’uomo (caput humanum), fu predetto che sarebbe stata la testa del mondo (caput rerum) e il centro dell’impero» (Livio, v 7). 
In definitiva, per quello che si può definire come lo storico ufficiale del regime instaurato da Augusto, il carattere sacro del sito di Roma la predestinava, a partire dalle sue origini, a dirigere il mondo. Roma era anzitutto una città (civitas), ossia una comunità di uomini liberi (res publica) associata ai suoi dèi e che viveva su un territorio definito religiosamente. Secondo la tradizione, Roma fu fondata dopo che Romolo ebbe tratto gli auspici, cioè consultato Giove mediante l’osservazione nel cielo del volo degli uccelli al fine di ottenere la sua approvazione. L’atto di fondazione della città, che si riproduceva ogni volta che Roma fondava una colonia, costituiva di conseguenza un passo che era sia politico che religioso. 
Ricorda il grande erudito Varrone: “Nel Lazio molti usavano fondare città secondo il rituale etrusco, cioè con una coppia di bovini, un toro e una vacca, questa dalla parte interna, facevano intorno un solco con l’aratro (e ciò facevano, per motivi religiosi, in un giorno di auspici favorevoli), al fine di essere difesi da un fossato e da un muro. Il luogo da cui avevano estratto la terra chiamavano fossato e quella, gettata all’interno, chiamavano muro. Il circolo [orbis] che si veniva a trovare tracciato dietro questi elementi segnava il principio della città [urbs]; e poiché esso era dopo il muro [post murum] si chiamò pomerio [postmerium] e andava fin dove terminava la zona fissata per prendere gli auspici per la città. Dei cippi che segnavano il limite del pomerio rimangono presso Ariccia e presso Roma. Perciò le città la cui cinta era stata precedentemente tracciata con l’aratro furono chiamate urbes, da orbis [circolo] e urvum [aratro]; per questo tutte le nostre colonie nelle opere degli antichi sono ricordate come urbes perché fondate alla stessa maniera di Roma, e perciò si dice che le colonie e città conduntur [si fondano], perché ponuntur [si pongono] all’interno di un pomerio."


Numa Pompilio
La storia Di Numa Pompilio tramandataci da Tito Livio e dalla biografia fatta Plutarco, di nascita Sabina e genero del già famoso Tito Tazio, ci permette di tracciare un profilo di uomo saggio ed esperto conoscitore del sovranaturale e del divino, regnò tra il 715 ed il 670 a.C. succedendo come re di Roma a Romolo, dopo che quest’ultimo scomparve in una nuvola prodigiosa, accettò la propria incoronazione solo dopo che gli dei gli si dimostrarono favorevoli e fu acclamato re dal popolo dopo che l’Augure lo esortò ad accettare e rassicurandolo dei buoni auspici. Numa Pompilio fu appellato dal popolo come uomo pio, apportò le riforme delle istituzioni di carattere giuridico e dando un maggior peso alle istituzioni religiose, tanto da dare al popolo un lungo periodo di pace mai conosciuto fino ad allora.



IL LEGIONARIO ROMANO
Il legionario romano era il fante che faceva parte della legione romana. I Romani dovettero affrontare svariate popolazioni che adottavano metodi di combattimento differenti tra loro; questo influì sia sull'organizzazione e sulla struttura della legione, sia sul tipo di armamento utilizzato. Il legionario è sempre stato fonte di ispirazione e modello dal punto di vista militare per le proprie capacità, la propria esperienza ed efficienza. In questa voce è trattata la vita del legionario dell'antica Roma dal momento del suo reclutamento al congedo, ed è analizzato il complesso evolversi dell'armamento dall'epoca monarchica alla crisi dell'impero.
L'arruolamento dei soldati veniva stabilito in caso di guerra tra le varie tribù presenti a Roma (da 17 iniziali passarono a 21 successivamente). Il console stabiliva la data dell'inizio della leva; di solito i contingenti delle varie tribù si radunavano in Campo Marzio. I motivi per astenersi dalla chiamata alle armi dovevano essere esaminati e, nel caso in cui non fossero stati validi, si veniva dichiarati desertor (disertore) e si poteva essere puniti severamente. A volte, come riportatoci da Tito Livio, i tempi dell'arruolamento non permettevano l'esame delle esenzioni dal servizio, il quale veniva rimandato a guerra conclusa. Il comando (imperium) era tenuto dal console, che era coadiuvato per le funzioni amministrative dai tribuni. I centurioni erano scelti dai soldati.

(IT)
«All'unanimità venne quindi decretata e sùbito messa in pratica la leva militare. Di fronte all'assemblea i consoli proclamarono che non c'era tempo per valutare i motivi per esentare dal servizio, e dunque i più giovani - nessuno escluso - dovevano presentarsi in campo Marzio all'alba del giorno successivo; solo a guerra finita si sarebbe trovato il tempo di valutare la giustificazione di chi non era andato ad arruolarsi; e quanti avessero addotto delle motivazioni poi giudicate non sufficientemente valide avrebbero ricevuto il trattamento riservato ai disertori. Il giorno successivo tutti i giovani si presentarono. Ciascuna coorte si scelse autonomamente i propri centurioni e due senatori vennero posti al comando di ognuna di esse.» 
Tito Livio, Ab Urbe condita, III, 69

(LA)
« Consensu omnium dilectus decernitur habeturque. Cum in contione pronuntiassent tempus non esse causas cognoscendi, omnes iuniores postero die prima luce in campo Martio adessent; cognoscendis causis eorum qui nomina non dedissent bello perfecto se daturos tempus; pro desertore futurum, cuius non probassent causam; -- omnis iuventus adfuit postero die. Cohortes sibi quaeque centuriones legerunt; bini senatores singulis cohortibus praepositi. »
Tito Livio, Ab Urbe condita, III, 69


Cassio Dione , Storia Romana , Libro XLIX , Tomo XXX
“Descriverò adesso la testuggine e come essa si forma. Le bestie da soma, i soldati armati alla leggera e i cavalieri, vengono collocati nel mezzo dello schieramento; una parte degli opliti armati di scudi oblunghi, cilindrici e cavi, si dispongono all’intorno sui limiti estremi, a forma di quadrato e rivolti verso l’esterno protendendo in avanti gli scudi, coprono tutta la massa. Gli altri, cioè’ quelli che hanno gli scudi larghi si raccolgono nel mezzo, tutti stretti tra loro, e alzando gli scudi a difesa propria e di tutti. In questo modo non si vede per tutto lo schieramento altro che scudi, e tutti sono al riparo dai dardi nemici, a motivo della compattezza della formazione assunta.
Tale formazione è così salda che sopra di essa si può anche camminare e possono persino andare cavalli e carri, ogniqualvolta i Romani si trovano in luoghi cavi e stretti. Questa dunque è la forma che assume lo schieramento, e ha preso il nome di "Testuggine" per la sua robustezza e per il sicuro riparo che offre. I Romani vi ricorrono in due casi, quando si avvicinano ad una fortezza per conquistarla o quando circondati da ogni parte da arcieri nemici, si inginocchiano tutti contemporaneamente compresi i cavalli che sono stati ammaestrati a piegare le ginocchia e a distendersi per terra. Così fanno credere al nemico di essere sfiniti, quando poi si avvicinano i nemici si alzano all' improvviso e li annientano”.
Cassio Dione , Storia Romana , Libro XLIX , Tomo XXX







martedì 4 novembre 2014

Brian Weiss, Messaggi dai Maestri. "Me lo ha fatto fare il diavolo." Che potente proiezione! L'idea di non essere noi responsabili delle nostre azioni è attraente: è estremamente conveniente avere qualche forza superiore da incolpare. Alcune persone incolpano la sorte. Sebbene le nostre vite viaggino lungo percorsi predeterminati, il fato non è responsabile delle nostre azioni; noi abbiamo il dovere di assumerci la piena responsabilità per la nostra condotta negativa e dannosa, così come per il nostro comportamento positivo e amorevole. Nessun altro ci può sostituire in questo. Nessun demonio può nuocervi e, fondamentalmente, nessun guru vi può salvare. I guru, o la guida interiore per chi si sia messo in contatto con essa, possono insegnarci le abilità e le tecniche, possono accrescere la nostra comprensione della vita, della morte, e dei livelli spirituali e aiutarci a rimuovere paure e ostacoli; possono anche indicare l'entrata, ma siamo noi che dobbiamo varcare la porta.


"Me lo ha fatto fare il diavolo." Che potente proiezione! 
L'idea di non essere noi responsabili delle nostre azioni è attraente: è estremamente conveniente avere qualche forza superiore da incolpare. 
Alcune persone incolpano la sorte. Sebbene le nostre vite viaggino lungo percorsi predeterminati, il fato non è responsabile delle nostre azioni; noi abbiamo il dovere di assumerci la piena responsabilità per la nostra condotta negativa e dannosa, così come per il nostro comportamento positivo e amorevole. Nessun altro ci può sostituire in questo. 
Nessun demonio può nuocervi e, fondamentalmente, nessun guru vi può salvare. I guru, o la guida interiore per chi si sia messo in contatto con essa, possono insegnarci le abilità e le tecniche, possono accrescere la nostra comprensione della vita, della morte, e dei livelli spirituali e aiutarci a rimuovere paure e ostacoli; possono anche indicare l'entrata, ma siamo noi che dobbiamo varcare la porta. 
Brian Weiss, Messaggi dai Maestri

sabato 14 giugno 2014

Le Moire. Igino ed Esiodo le dicono figlie della Notte, ne fissano il numero a tre (numero sacro), e ne danno anche i nomi: Cloto, la "filatrice" del filo della vita che si avvolge intorno alla conocchia; Lachesi, la "fissatrice", che dà a ciascuno quello che gli spetta in sorte; Atropo, l'"irremovibile", l'inevitabile fatalità della morte nel momento stabilito.


"(…) L’altro stringe fra le braccia Sonno, il fratello di Morte, e la malvagia notte, avvolta in una nuvola vaporosa. E là i figli della nera Notte hanno la loro dimora, Sonno e Morte, terribili dei."
Esiodo, Teogonia, 755


Diana Venanzi Hypnos e Thanatos trasportano il corpo di Sarpedonte, da una lekythos a fondo bianco del Pittore di Thanatos (ca. 460 a.C.) al British Museum, Londra




LE MOIRE
Dalla genitura molto controversa. Infatti, Igino ed Esiodo le dicono figlie della Notte, ne fissano il numero a tre (numero sacro), e ne danno anche i nomi: Cloto, la "filatrice" del filo della vita che si avvolge intorno alla conocchia; Lachesi, la "fissatrice", che dà a ciascuno quello che gli spetta in sorte; Atropo, l'"irremovibile", l'inevitabile fatalità della morte nel momento stabilito

Ma un'altra tradizione mitica molto antica, per riportarle al mondo divino di Zeus e inserirle nel quadro dell'Olimpo, le considera come figlie di Zeus e di Temi.
La teogonia orfica le dice figlie di Urano e di Gea.
Le Moire non ebbero mai un'esatta limitazione: ora appaiono sottoposte a Zeus, ora sono una forza incontrollabile, tenebrosa, che sovrasta tutti gli dèi, non eccettuato Zeus
Zeus che pesa sulla bilancia le vite degli uomini e informa le Moire delle sue decisioni, può, si dice, cambiar parere e intervenire in favore di chi vuole, anche se il filo della vita di costui, filato dal fuso di Cloto e misurato da Lachesi, sta per essere reciso dalle forbici di Atropo. 
Anzi, gli uomini sostengono addirittura di poter salvarsi, entro certi limiti, modificando il proprio destino grazie alla prudenza nell'evitare inutili rischi.

Ci dice HILLMAN nel "Codice dell'anima" :
"Il termine greco per indicare il FATO, MOIRA, significa <parte assegnata, porzione>.
Così come il fato ha solo una parte in ciò che succede, allo stesso modo il DAIMON, l'aspetto personale, interiorizzato della Moira, occupa solo una porzione della nostra vita, la chiama , ma non la possiede.
Moira deriva dalla radice indoeuropea SMER o MER , "ponderare, pensare, meditare, considerare, curare".
Ci chiede di analizzare da vicino gli eventi per determinare quale porzione viene dall' esterno ed é inspiegabile e quale mi appartiene , attiene a ciò che ho fatto io, avrei potuto fare, posso ancora fare.
La Moira non é in mano mia, é vero, ma é solo una porzione. 
Non posso abbandonare le mie azioni o le mie capacità e la loro realizzazione, nonché la loro frustrazione o fallimento, a loro, agli dei e dee o al volere della ghianda daimonica
Il fato non mi solleva dalla responsabilità; anzi me ne richiede molta di più".


martedì 20 maggio 2014

David Foster Wallace. Quasi nessuna delle cose importanti ti accade perché l’hai progettata così. Il destino non ti avverte; il destino sbuca sempre da un vicolo e, avvolto nell’impermeabile, ti chiama con un “psss” che di solito non riesci neppure a sentire perché stai correndo da o verso qualcosa di importante che hai cercato di pianificare

Cenni sull'autore: David Foster Wallace (1962-2008), scrittore e saggista statunitense. 
Laureato in filosofia e letteratura inglese con specializzazione in logica modale e matematica. Tre i suoi romanzi: "La scopa del sistema", pubblicato a soli 24 anni, "Infinite Jest" e l'incompleto "Il re pallido" pubblicati in Italia da Einaudi. Numerosi inoltre i suoi racconti reperibili in varie raccolte, cito "La ragazza dai capelli strani" e "Verso l'occidente l'impero dirige il suo corso" pubbicati in Italia da Minimum fax.  Tra i saggi cito "Una cosa divertente che non farò mai più", "Tennis, tv, trigonometria, tornado", "Considera l'aragosta" e "Come diventare se stessi".

http://www.youbookers.it/articolo/2013-03-27/la-scopa-del-sistema-di-david-foster-wallace


Tieni a mente che un linguaggio è sia una mappa del mondo che un mondo in se stesso con le proprie zone d'ombra e i crepacci -luoghi dove le espressioni che sembrano obbedire a tutte le regole del linguaggio- sono nonostante tutto impossibili da gestire.
David Foster Wallace



La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi .
David Foster Wallace


Come è che David Foster Wallace iniziava il suo racconto più struggente,
“Caro vecchio neon”, in Oblio?
Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. 
Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri, più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così. Ma se andiamo a stringere il succo è quello: piacere, essere amati. Ammirati, approvati, applauditi, fai un po' tu.
Ci siamo capiti.
David Foster Wallace, "Oblio", “Caro vecchio neon”


«Nel mondo reale tutti soffriamo da soli; la vera empatia è impossibile.
Ma se un'opera letteraria ci permette, grazie all'immaginazione, di identificarci con il dolore dei personaggi, allora forse ci verrà più facile pensare che altri possano identificarsi con il nostro.
Questo è un pensiero che nutre, che redime: ci fa sentire meno soli dentro».
David Foster Wallace , “Un antidoto contro la solitudine. Interviste e conversazioni”



Quasi nessuna delle cose importanti ti accade perché l’hai progettata così
Il destino non ti avverte; il destino sbuca sempre da un vicolo e, avvolto nell’impermeabile, ti chiama con un “psss” che di solito non riesci neppure a sentire perché stai correndo da o verso qualcosa di importante che hai cercato di pianificare.
David Foster Wallace


Il Postmoderno in una metafora.
Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se n’è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi e rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ d’ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse.
L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire:
c’è qualcosa che non va in noi?
Cosa siamo, delle mezze seghe?
Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? 
E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori.
David Foster Wallace, in L. McCaffery, An Interview with David Foster Wallace, “Review of Contemporary Fiction”, vol. XIII, n. 2, Summer 1993
http://www.storiadellafilosofia.net/davidfosterwallace/il-postmoderno-in-una-metafora/




Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? - I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua?
Remo Bodei, David Forster Wallace

***


I pensieri e i timori di David Wallace
nei racconti inediti di Questa è l’acqua di Massimo Vecchi
«Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che nuota nella direzione opposta. Fa un cenno di saluto e dice; “Buongiorno ragazzi, com’è oggi l’acqua?”. I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: 
“Ma che cavolo è l’acqua?». 

Con questa storiella aveva inizio il discorso che David Foster Wallace,
il celebre scrittore americano morto suicida un anno fa, rivolse ai giovani del Kenyon College, Ohio, nel giorno del conferimento delle lauree, il 21 maggio 2005.
Intendeva che siamo tutti come quei due giovani pesci, nasciamo, viviamo, moriamo immersi in una realtà di cui non sappiamo.
Sono così i mille personaggi creati da David Wallace nei suoi libri,
tanto esasperatamente egocentrici da non rendersi conto del mondo che li circonda.

Poco più avanti lo scrittore inseriva nel discorso un’altra «storiella didascalica».
 Eccola:
«Ci sono due tizi seduti a un bar nel cuore selvaggio dell’Alaska.
Uno è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo l’esistenza di Dio con quella foga tutta speciale che viene fuori dopo la quarta birra.

L’ateo dice:
“Guarda che ho le mie buone ragioni per non credere in Dio.
Ne so qualcosa anch’io di Dio e della preghiera.
Appena un mese fa mi sono lasciato sorprendere da una spaventosa tormenta di neve lontano dall’accampamento, non vedevo niente, non sapevo più dov’ero, c’erano quarantacinque gradi sotto zero e così ho fatto un tentativo: mi sono inginocchiato nella neve e ho urlato:
Dio, sempre ammesso che Tu esista, mi sono perso nella tormenta e morirò se non mi aiuti!”.

A quel punto il credente guarda l’ateo confuso:
“Allora non hai più scuse per non credere – dice – sei qui vivo e vegeto”.
L’ateo sbuffa come se il credente fosse uno scemo integrale:
“Non è successo un bel niente, a parte il fatto che due eschimesi di passaggio mi hanno indicato la strada per l’accampamento”».

DFW commentava:
«La stessa identica esperienza può significare due cose completamente diverse per due persone diverse che abbiano due diverse impostazioni ideologiche e due diversi modi di attribuire un significato all’esperienza».

Le conclusioni della “lectio magistralis” ai laureandi era la seguente:
«Qui la morale, la religione. il dogma o le grandi domande stravaganti sulla vita dopo la morte non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte.
Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vostra cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi:
Questa è l’acqua, questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto di più di quel che sembra”».

LA PAROLA NON BASTA
Queste citazioni servono per tentare di illustrare il modo d’essere e il modo di scrivere di David Wallace. Tentativo arduo, considerata la complessità del suo sentire, la sua eterna insoddisfazione [...] 

La sorella Amy descrive gli ultimi giorni del fratello e dà la propria opinione sul suo gesto finale:
 «Il fatto di essere amato così tenacemente dai suoi amici, dalla sua famiglia, da sua moglie, non riusciva a penetrare la paura e la solitudine. Semplicemente, David ha esaurito la forza di sperare che domani forse sarebbe andata un po’ meglio». E ancora: «Sebbene fosse spaventatissimo, non dormisse e perdesse tantissimo peso, credo che a consumarlo, alla fine, sia stata la paura di non essere mai più abbastanza in salute per scrivere». [...]


Riguardando le opere di David Wallace dopo che si è tolto la vita si possono individuare non pochi riferimenti alla morte, al momento del trapasso e anche al suicidio.

Nella raccolta di racconti Oblio, ce n’è uno dal titolo Caro vecchio neon, scritto in prima persona, il cui protagonista è un giovane che si definisce un impostore perché fin da piccolo fa soltanto quello che può fargli fare bella figura.

È un’altra citazione che si giustifica perché vi si trovano alcuni dei temi fondamentali della narrativa e dell’esistenza di DFW: l’accusa alla parola di inadeguatezza, le ipotesi su quello che avviene nell’istante in cui si passa dalla vita alla morte, il suicidio. Dopo molti anni da impostore attraverso numerose vicende di vario genere e quasi altrettanti anni trascorsi in analisi per cercare di cambiare, il protagonista decide che l’unica via d’uscita che gli resta è togliersi di mezzo. [...]

È L’ORA DI FARLA FINITA
A un certo punto del racconto, la svolta:
«Dopo colazione chiamai l’ufficio per darmi malato e rimasi a casa da solo tutto il giorno.
Sapevo che se avessi incontrato qualcuno sarei caduto automaticamente nell’impostura.
Avevo deciso di prendere un flacone intero di Benadryl e poi quando mi fossi sentito davvero rilassato e sonnolento sarei andato a tutto gas con la macchina su una strada di campagna all’estrema periferia occidentale puntando dritto contro la spalla di cemento di un ponte.
Il Benadryl mi rende estremamente confuso e sonnolento, lo ha sempre fatto.
Ho passato quasi tutta la mattinata a scrivere lettere all’avvocato e al ragioniere collegiato, e brevi notarelle al capo creativo e socio amministrativo che a suo tempo mi aveva fatto entrare nella Samieti e Cheyne. Il nostro gruppo creativo era nel mezzo dei preparativi per una campagna alquanto rognosa e volevo comunque scusarmi per il fatto di piantarli in asso».
E più avanti: «Prima di prendere il primo Benadryl passai quasi due ore a scrivere a mano un biglietto per mia sorella Fern. Nel biglietto mi scusavo per l’eventuale dolore che il mio suicidio e la mia disonestà e/o incapacità di amare che lo avevano affrettato avrebbero potuto causare a lei e al mio patrigno». Qui ricorda episodi del passato, incomprensioni, cattiverie concludendo che così facendo «si scopre che un biglietto di suicidio ti dà modo di discutere cose che in altri frangenti sembrerebbero troppo stonate».

Poi un elenco delle cose che tutti quelli sul punto di affrontare la morte finiscono per pensare:
«“Questa è l’ultima volta che mi allaccio le scarpe”,
“Questa è l’ultima volta che guardo il ficus sopra lo stereo”,
“Come sembra deliziosa questa boccata d’aria”,
“Questo è l’ultimo bicchiere di latte che berrò”»
e ancora «“Non sentirò mai più il rumore lamentoso del frigorifero in cucina”,
“Domattina non vedrò sorgere il sole né osserverò la stanza che esce dal vago e si viene precisando”».

Qualche pagina dopo il narratore dialoga con il protagonista:
«Bene, e siamo arrivati a quanto ti avevo promesso facendoti un riassunto noiosissimo di quello che c’è voluto per arrivarci senza perdere la fiducia.
Cioè com’è morire, che cosa succede. Giusto?
È quello che vogliono sapere tutti.
Anche tu, dammi retta...

Dal quadro d’insieme, come si suol dire, risulta che tutto questo apparentemente interminabile andirivieni fra noi due ha fatto avanti e indietro nello stesso istante in cui Fern mescola una pentola che bolle sul fuoco per il pranzo... e David Wallace sbatte le palpebre mentre sfoglia oziosamente le foto dei corsi sull’annuario scolastico della scuola superiore Aurora West» e trova nel 1981 la piccola foto di quel tizio «che era un anno avanti a lui, sempre circondato da un’aureola, che sembrava quasi al neon, di superiorità scolastica e atletica e di popolarità e successo con le donne, e (ricordi) legati anche a ogni osservazione tagliente o anche minimo gesto o espressione disgustata da parte di quel tipo ogni volta che David Wallace si faceva eliminare al terzo strike nelle partite di baseball dell’American Legion o aveva un’uscita infelice a una festa». Nelle ultime righe «essendo ormai passato parecchio tempo dal 1981, naturalmente, e David Wallace è uscito da anni di conflitti letteralmente indescrivibili con se stesso con una potenza di fuoco alquanto superiore rispetto ai tempi della scuola ad Aurora West» lo scrittore narratore si chiede come «la parte più reale, più tollerante e sentimentale di lui» possa riuscire «a imporre all’altra parte di tacere come se la guardasse negli occhi dicendo, quasi a voce alta: “Non una parola di più”».

http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/ottobre/LIBROSFERA/mix.pdf

venerdì 24 gennaio 2014

John Donne. The Divine Poems. Morte, non essere fiera. Pur se taluni t’abbiano chiamata terribile e possente, perchè tu non lo sei, che quei che tu credi di travolgere non muoiono, povera morte nè tu puoi uccider me. Tu, schiava del fato, del caso, di re e di disperati; tu, che ti nutri di guerre, veleni e malattie, oppio e incantesimi ci sanno addormentare ugualmente e meglio di ogni tuo fendente. Perché dunque insuperbisci? Trascorso un breve sonno, veglieremo in eterno e morte più non sarà, morte tu morrai

Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.

Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.

La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.
John Donne


[No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main. If a clod be washed away by the sea, Europe is the less, as well as if a promontory were, as well as if a manor of thy friend's or of thine own were: any man's death diminishes me, because I am involved in mankind, and therefore never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee.]
John Donne (1572-1631), Meditazione XVII, in “Devozioni per occasioni d'emergenza” (1623), Editori Riuniti, Roma 1994, pp. 112-113



« […] Perciò le nostre due anime, che sono una,
benché io debba partire, non subiscono 
un distacco, ma un'espansione,
come oro battuto in sfoglia di aerea tenuità.
Se esse son due, lo sono al modo stesso
che son due le rigide parti gemelle del compasso:
l'anima tua, che è la fissa, non fa mostra di muoversi, ma si muove quando si muove l'altra.
E benché essa sia fissata al centro,
pur, quando l'altra gira più lontana,
s'inclina e si protende verso quella,
e si raddrizza quando l'altra torna.
Tale sarai per me, che devo, come l'altra gamba, obliquamente aggirarmi:
la tua fermezza rende il mio cerchio esatto,
e mi fa terminare là dove ho incominciato.»
John Donne, A Valediction: Forbidding Mourning, Songs and Sonnets, 1633




Se ancor non ho tutto l'amore tuo,
cara, giammai tutto l'avrò;
non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,
né posso implorare un'altra lacrima a che sgorghi;
ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti
- sospiri, lacrime, e voti e lettere - l'ho consumato.
Eppure non può essermi dovuto
più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;
se allora il tuo dono d'amore fu parziale,
si che parte a me toccasse, parte ad altri,
cara giammai tutta ti avrò

Ma se allora tu mi cedesti tutto,
quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;
ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà
generato amor nuovo, ad opera di altri,
che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,
di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,
codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,
poiché codesto amore non fu da te impegnato.
Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:
il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,
cara, dovrebbe tutto spettare a me.

Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;
chi tutto ha non può aver altro,
e dacché il mio amore ammette quotidianamente
nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;
tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:
se puoi darlo, vuol dire che non l'hai mai dato.
il paradosso d'amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,
tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.
Ma noi terremo un modo più liberale
di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo
un solo essere, e il Tutto l'un dell'altro.

John Donne






Tutta l’umanità è un solo volume
quando un uomo muore il suo capitolo non viene strappato dal libro
ma tradotto in una lingua più bella,
ed ogni capitolo deve essere tradotto in questo modo.
Dio si avvale di diversi traduttori.
Alcuni brani vengono tradotti dall’età
altri dalla malattia, alcuni dalla guerra, altri dalla giustizia,
ma la mano di Dio raccoglierà di nuovo in volume
i nostri fogli sparsi per la biblioteca
in cui ogni libro resterà aperto l’uno per l’altro. …
John Donne


“La morte è inghiottita per sempre”.
“Morte, dov’è la tua vittoria?
Morte, dov’è il tuo pungiglione?”
John Donne


Morte,
non essere fiera.
Pur se taluni t’abbiano chiamata terribile e possente,
perchè tu non lo sei,
che quei che tu credi di travolgere
non muoiono,
povera morte
nè tu puoi uccider me.
Tu, schiava del fato, del caso, di re e di disperati;
tu, che ti nutri di guerre, veleni e malattie,
oppio e incantesimi ci sanno addormentare
ugualmente e meglio di ogni tuo fendente.
Perché dunque insuperbisci?
Trascorso un breve sonno,
veglieremo in eterno
e morte più non sarà,
morte
tu morrai
John Donne. The Divine Poems

http://youtu.be/ATbdYwjMlcs


Con Emma Thompson. E poco conosciuto ma molto profondo




giovedì 31 ottobre 2013

Moby dick. Non c’è progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconscio dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della gioventù (destino comune), e poi lo scetticismo, e l’incredulità, per fermarci alla fine, maturi, nella pace pensosa del Forse. No, una volta arrivati alla fine ripercorriamo la strada, e siamo eternamente bambini, ragazzi, uomini e Forse. Dov’è l’ultimo porto da cui non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai? Dov’è nascosto il padre del trovatello? Le nostre anime sono come quegli orfani le cui madri nubili muoiono nel partorirli: il segreto della nostra paternità giace nella loro tomba, ed è lì che dobbiamo cercarlo


“Tradurre Moby Dick è un mettersi al corrente con i tempi. Il libro – ignoto sinora in Italia – ha tacitamente ispirato per tutta la metà del secolo scorso i maggiori libri di mare. E da qualche decina di anni gli anglo-sassoni ritornano a Melville come a un padre spirituale scoprendo in lui, enormi e vitali, i molti motivi che la letteratura esoticheggiante ha poi ridotto in mezzo secolo alla volgarità. Herman Melville, nato a New York nel 1819 da una famiglia antica e nobilesca, morì a New York nel 1891, dopo essere passato anche per gli impieghi statali, immiserito, sconosciuto e sdegnoso. Ma queste sue infelicità non ci toccano. È la solita sorte dei grandi, su cui piace ai posteri spargere eloquenza, salvo poi a trattare anch’essi i contemporanei nell’antichissimo modo. Questa infelicità di Melville anzi ha avuto qualche parte in Moby Dick. Benvenuto, quindi. Poi bisogna ricordare i quattro anni della giovinezza passati su navi baleniere e da guerra, nel Pacifico, nell’Atlantico, tra cacce, tifoni, bonacce e avventure d’inferno o d’arcadia, tutta materia che è stata colata, con un lento lavoro di assimilazione, nelle opere. E l’arcadia c’è in Typee, c’è in Omoo, c’è in Mardi, le storie ispirate dai mesi di vita che l’autore condusse in comune coi cannibali di un’isola oceanica. L’inferno è in WhiteJaeket – spigliato e spietato giornale della vita di bordo su una nave da guerra – e in Pierre, una truce storia morale fallita, che serve a mostrare a quale prezzo, e con quali fatiche l’autore di Moby Dick sia giunto al capolavoro.”
Ottobre 1941, Cesare Pavese




Io amo tutti gli uomini che si tuffano.
Qualunque pesce sa nuotare vicino alla superficie, ma ci vuole una grossa balena per scendere a ottomila metri o più; e se questa non ce la fa a toccare il fondo, beh, tutto il piombo di Galena non basta a forgiare lo scandaglio in grado di farlo. […] Sto parlando […] dell’intero corpo dei “palombari del pensiero”, che si sono immersi nel fondo per ritornare a galla con gli occhi iniettati di sangue da che è cominciato il mondo.
Herman Melville, Lettera a Evert A. Duyckinck, 3 marzo 1849



Essenziale tra questi motivi era la travolgente idea della grande balena in carne e ossa. Un mostro tanto portentoso e misterioso sollevava tutta la mia curiosità. Poi, i mari selvaggi e remoti dov’egli voltolava la sua massa simile a un’isola, i pericoli, indescrivibili e senza nome, della caccia: queste cose, con tutte le concomitanti meraviglie di un migliaio di parvenza e di suoni patagonici, s’aggiungevano a spingermi al mio desiderio. Ad altri uomini, forse, tutto questo non sarebbe stato d’incitamento, ma, quanto a me, io sono tormentato da una smania sempiterna per le cose lontane. Mi piace navigare mari proibiti e approdare su coste barbariche. Non ignorante di ciò che è bene, sono lesto a percepire un orrore, ma non per questo, se ci riesco gli volto le spalle; dato che non è che bene mantenersi in buoni rapporti con gli inquilini del luogo dove si abita.
Herman Melville, “Moby Dick o la Balena”


Ora, perché la balena dovrebbe insistere così a fare le sue sfiatate fuori, se non per riempire il suo serbatoio d’aria, prima di tuffarsi davvero? Quant’è ovvio, perciò, che questa necessità d’emersione esponga la balena a tutti i rischi fatali della caccia! Poiché né con l’amo né con la rete si potrebbe catturare questo immenso Leviatan, quando navigasse a un migliaio di tese sotto la luce del sole. Non tanto quindi la tua abilità, o cacciatore, quanto i grandi bisogni vitali ti dànno la vittoria!
Moby Dick di Herman Melville


"...mi stanno davanti come tanti mucchietti di polvere, e io ne sono la miccia. Oh, è duro che per accendere gli altri anche la miccia debba andare distrutta! Ciò che è osato, l’ho voluto; e ciò che ho voluto lo farò! Mi credono pazzo: Starbuck mi crede pazzo; ma io sono demoniaco, io sono la pazzia impazzita. Quella pazzia selvaggia che è calma solo per capire se stessa! La profezia ha detto che sarei stato smembrato, e difatti! Ho perso questa gamba. Io ora profetizzo che smembrerò il mio mutilatore. E perciò il profeta e l’esecutore siano la stessa persona. Questo è più di quanto avete saputo mai fare voi, grandi dei..."
Herman Melville, Moby Dick



«Vendicarsi di una bestia bruta!» gridò Sturbuck. «Una bestia che t'ha colpito solo per il più cieco istinto! Capitano Ahab, è una pazzia! Provar collera verso un essere bruto mi sembra un'empietà».
"Stammi di nuovo a sentire, amico... andiamo ancora un po' più a fondo. Tutti gli oggetti visibili non sono altro che maschere di cartapesta. Però, in ogni evento – in un atto reale, in un'azione indubbia – lì, un essere sconosciuto, ma comunque razionale, preme da dietro la maschera irrazionale, imprimendovi le proprie fattezze. Se l'uomo vuole colpire, allora che il suo ferro trapassi la maschera! Come farebbe un carcerato a raggiungere l'esterno se non trapassando il muro? Per me, la balena bianca è quel muro, che mi è stato spinto contro. A volte penso che dall'altra parte del muro non ci sia nulla. Ma questo basta già. Mi tiene occupato, mi si impone. Vedo in lei una forza furiosa, innervata da una malignità imperscrutabile. Ciò che odio di più è proprio quella imperscrutabilità, e che la balena bianca ne sia l'agente o il mandante, io le rovescerò comunque addosso il mio odio. E non venirmi a parlare di empietà, amico mio. Colpirei anche il sole, se mi offendesse. Giacché se il sole fosse capace di offendermi, io sarei capace di colpirlo, poiché esiste sempre una sorta di lealtà nel gioco, nella rivalità che regna su tutto il creato. Ma io, amico, non mi lascio comandare nemmeno dal gioco leale. Chi è sopra di me? La verità non ha confini".
Herman Melville, Moby Dick o La Balena



E con questo (Starbuck) sembrava intendere non soltanto che il coraggio più degno di fiducia e più utile è quello che sorge dalla giusta stima del pericolo da affrontare, ma anche che un uomo che non abbia nessuna paura è un compagno di gran lunga più pericoloso di un vigliacco "
Herman Melville, Moby Dick


Poco c’era quindi da dubitare che sempre, fin dal giorno di quell’incontro quasi fatale, Achab avesse nutrito un feroce desiderio di vendetta, tanto più accanito dacché nella sua insensata morbosità era infine giunto a identificare con Moby Dick non solo tutti i suoi mali fisici, ma ogni sua esasperazione intellettuale e spirituale. La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e con mezzo polmone. Quell’intangibile malvagità che è stata al principio delle cose; al cui impero persino i moderni Cristiani ascrivono metà dei mondi; che gli antichi Ofiti dell’Oriente veneravano nel loro demonio scolpito; questa malvagità Achab non cadeva in ginocchio ad adorarla come quelli ma, trasportandone freneticamente l’idea nell’aborrita Balena Bianca, le si lanciava contro, così mutilato com’era. Tutto ciò che più sconvolge e tormenta la ragione, tutto ciò che rimescola la feccia delle cose, ogni verità che contiene malizia, ogni cosa che schianta i tendini e rapprende il cervello, tutto il sottile demonismo della vita e del pensiero, ogni male, per l’insensato Achab era visibilmente personificato e fatto praticamente raggiungibile in Moby Dick. Egli accumulava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta l’ira e di tutto l’odio provati dall’intera sua razza dal tempo di Adamo, e poi, come se il suo petto fosse un mortaio, le sparava addosso la bomba del suo cuore bruciante. È poco probabile che questa monomania cominciasse in lui nel preciso istante della sua mutilazione fisica. Allora, scagliandosi contro il mostro col coltello alla mano, aveva soltanto sfogata un’improvvisa, appassionata animosità corporale, e quando ricevette il colpo che lo stroncò, egli sentì probabilmente soltanto l’atroce lacerazione fisica, ma nulla più. Pure, quando, essendo egli forzato da quest’incontro a mettere la prora verso la patria.
Herman Melville, Moby Dick


- Oh, Starbuck! E’ un vento dolce, dolce, e un cielo dall’aspetto dolcissimo. In un giorno simile, di altrettanta dolcezza, ho colpito la mia prima balena: ramponiere a diciott’anni! Quaranta, quaranta, quarant’anni fa! Quarant’anni di caccia continua! Quarant’anni di privazioni e di pericoli e di tempeste! Quarant’anni sul mare spietato! Per quarant’anni Achab ha abbandonato la terra tranquilla, per quarant’anni ha combattuto sull’ orrore dell’ abisso! Proprio così, Starbuck, di questi quarant’anni non ne ho trascorsi a terra tre. Quando penso a questa vita che ho fatto, alla desolazione di solitudine che è stata, all’isolamento da città murata di un capitano che non ammette che ben poche delle simpatie della verde campagna esterna… oh stanchezza! oh peso! Schiavitù africana da comando solitario!… Quando penso a tutto questo, sinora soltanto sospettato, non ho mai veduto così chiaro, e come per quarant’anni non ho mangiato che cibo secco salato, giusto emblema dell’asciutto nutrimento della mia anima! Mentre il più povero uomo di terra ha avuto frutta fresca quotidiana ed ha spezzato il pane fresco del mondo invece delle mie croste muffose.. lontano, lontano oceani interi da quella moglie bambina che ho sposato dopo i cinquanta, mettendo la vela il giorno dopo al Capo Horn e non lasciando nel cuscino nuziale che un’infossatura!
HERMAN MELVILLE, Moby Dick



"De balena vero sufficit, si rex habeat caput, et regina caudam."

Secondo questa legge redatta nell'Inghilterra del XIII secolo, gli storioni, le balene e i delfini sono tuttora definiti Pesci Regali a causa della loro 《superiore eccellenza》 che li rende solo e unicamente proprietá della famiglia regnante. Tale norma fa si che ogniqualvolta venga catturato, importato o si spiaggi uno di questi animali, la sua testa spetti di diritto al re mentre la coda alla regina. Nel romanzo Moby Dick si fa riferimento a questa legge nel capitolo 90 dove si afferma che la coda di una balena serva alla regnante per ottenere dei corsetti dalle ossa. La regola ha poi trovato terreno fertile nei paesi che si affacciano sul mare del Nord ed è stata adottata da numerosi sovrani del tempo.



Sai, Bulkington? È come se tu vedessi bagliori di quella nostra verità insopportabile: che il pensiero, tutto il pensiero serio e profondo, non è che l'impavido sforzo della mente di mantenersi libera in mare aperto, mentre i venti più violenti della terra e del cielo cospirano per gettarla sulla costa miserabile e infida.
Herman Melville, Moby Dick

«Sussultando e sbuffando come un destriero da battaglia impazzito, che abbia perduto il suo padrone, l’oceano senza legge scorre il globo. Considerate l’astuzia del mare: come le sue creature più temute scivolano sott’acqua, senza quasi affatto mostrarsi, perfidamente nascoste sotto le più incantevoli tinte dell’azzurro. Considerate pure lo splendore e la bellezza diabolici di tante delle sue razze più feroci, quali le forme aggraziate ed eleganti di tante specie di squali. Considerate ancora il cannibalismo universale del mare: come tutte le creature si predano a vicenda mantenendosi fin dall’inizio del mondo in guerra eterna. Considerate tutto questo, e poi volgetevi a questa verde dolcissima terra: considerateli entrambi, la terra e il mare, e non scoprite una bizzarra analogia con qualcosa in voi stessi? Poiché, come questo spaventevole oceano circonda la terra verdeggiante, così nell’anima dell’uomo c’è un’insulare Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata da tutti gli orrori della vita a metà sconosciuta. Che ti protegga Iddio! Non allontanarti da quest’isola, ché potresti non tornare mai più.»
Herman Melville, Moby Dick, o la Balena


Oh, Dio! quali estasi torturanti sopporta colui che è consumato da un'unica inappagata brama di vendetta! Dorme coi pugni serrati; e si sveglia con le unghie piene di sangue che gli trafiggono le palme.
Dio ti aiuti, vecchio [Achab], i tuoi pensieri hanno creato una creatura dentro di te ; e colui che l'intensità del pensiero rende un Prometeo, di quel cuore per sempre si ciberà un avvoltoio; quell'avvoltoio è la creatura stessa che egli crea.
Herman Melville, Moby Dick



"Dobbiamo continuare a inseguire questo pesce assassino finché non affoga l’ultimo uomoDovremo farci tirare da lui in fondo al mare? O farci trascinare all’inferno?
Oh si, continuare la caccia è un’empietà e una bestemmia!"
Herman Melville, Moby Dick


".....quelle fauci! quelle fauci! è questa la fine di tutte le mie preghiere ardenti?
Di tutta una vita di fede? O Achab, Achab, guarda cosa hai fatto. Alla via, timoniere, alla via! No, no, poggia di nuovo! Si volta per assalirci! Oh, la sua fronte implacabile si getta su un uomo a cui il dovere dice che non può fuggire. Signore, stammi accanto!"
Herman Melville, Moby Dick



"La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell'intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e con mezzo polmone. Quell'intangibile malvagità che è stata al principio delle cose. Tutto ciò che più sconvolge e tormenta la ragione, tutto ciò che rimescola la feccia delle cose, ogni verità che contiene malizia, ogni cosa che schianta i tendini e rapprende il cervello, tutto il sottile demonismo della vita e del pensiero, per l'insensato Achab era visibilmente personificato e fatto praticamente raggiungibile in Moby Dick. Egli accumulava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta l'ira e di tutto l'odio provati dall'intera sua razza dal tempo di Adamo, e poi, come se il suo petto fosse un mortaio, le sparava addosso la bomba del suo cuore bruciante."
Herman Melville, Moby Dick


Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo maschere di cartone. Ma in ogni cosa che succede, nell’azione viva, nel fatto preciso, lì, c'é qualche cosa di sconosciuto ma sempre ragionevole che sporge il profilo della faccia da sotto la maschera cieca. Se l’uomo vuole colpire, deve colpire la maschera! Come può evadere il carcerato se non forza il muro? Per me la balena bianca è quel muro. Me l’hanno spinto accanto. Qualche volta penso che lì dietro non c'é niente. Ma è sempre abbastanza. Mi chiama alla prova. Mi opprime. In essa vedo una forza che è un oltraggio, con una malizia inscrutabile che l’inneva. Quella cosa incomprensibile è soprattutto ciò che odio. Forse la balena bianca è il mandatario, e forse è il mandante, ma io gli rovescerò addosso questo mio odio. Non mi parlare di blasfemia, amico; colpirei il sole se mi offendesse. Perché se il sole potesse offendermi, io potrei colpirlo; perché c'é sempre una specie di lealtà nel gioco, e la rivalità presiede su tutta la creazione. Ma io non mi sento soggetto neanche a questa lealtà. Chi è sopra di me? La verità non ha limiti.
Herman Melville, Moby Dick


Un desiderio tanto più accanito perché nella sua smania morbosa egli era arrivato al punto da identificare con la bestia non solo tutti i suoi mali fisici, ma ogni sua esasperazione intellettuale e spirituale. La balena bianca gli nuotava davanti agli occhi come l’incarnazione ossessiva di tutte quelle forze del male da cui certi uomini profondi si sentono azzannare nel proprio intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e mezzo polmone. Quella malvagità inafferrabile che è esistita fino dal principio, al cui regno perfino i cristiani d’oggi attribuiscono metà dei mondi, e che gli antichi Ofiti dell’oriente veneravano nel loro demonio di pietra, Achab non cadeva in ginocchio per adorarla come loro, ma ne trasferiva allucinato l’idea nell’aborrita balena bianca e le si piantava contro, così mutilato com’era. Tutto ciò che sconvolge e tormenta di più tutto quel che rimescola la feccia delle cose, ogni verità farcita di malizia, ogni cosa che spezza i tendini e coagula il cervello, tutti i subdoli demonismi della vita e del pensiero, ogni male insomma, per quell’insensato di Achab, era personificato in modo visibile e reso raggiungibile praticamente in Moby Dick.
Herman Melville, Moby Dick



Il più sincero tra gli uomini è l'Uomo dei Dolori del libro di Isaia, e il più vero dei libri è quello di Salomone, e l'Ecclesiaste è l'acciaio temperato della sofferenza. "Tutto è vanità" TUTTO. Questo mondo caparbio non ha ancora assimilato la saggezza del non cristiano Salomone. Ma chi scansa prigioni e ospedali, e traversa in fretta i cimiteri, e preferisce parlare di bel canto anziché dell' inferno; chi considera Cowper, Young, Pascal e Rousseau dei poveri malati, e per un'intera spensierata esistenza giura sulla suprema saggezza di Rabelais, che proprio per questo lo diverte da matti... questo non è l'uomo adatto a sedere su una pietra tombale, e a calpestare il verde, umido muschio assieme al grandissimo, meraviglioso Salomone. Ma perfino Salomone sostiene che "l'uomo che si allontana dalla via della sapienza rimarrà (mentre è ancora in vita) nella congregazione dei morti". E dunque non abbandonarti al fuoco, affinché non ti faccia girare su te stesso fino a tramortirti, come accadde a me in quell'occasione.
Esiste una saggezza che fa male, ma anche un dolore che è pazzia. In certe anime si libra un'aquila reale capace di tuffarsi in picchiata nelle gole più buie, per riemergere e salire talmente in alto da confondersi col sole. E perfino se restasse per sempre nella gola, quella gola si trova pur sempre tra le montagne, per cui anche nel punto più basso l' aquila di montagna volerà sempre più in alto dei suoi simili di pianura, per quanto questi tentino di innalzarsi."
Herman Melville, Moby Dick o la balena


"Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m'interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto."
[Incipit di 'Moby Dick', di Herman Melville nato il 1 agosto 1819]


Ero un buon cristiano; nato e cresciuto nel seno dell’infallibile Chiesa Presbiteriana.  Come potevo allora unirmi a questo selvaggio  idolatra nell’adorazione del suo pezzo di legno?
Ma pensai, che cos’è un culto? Credi davvero, Ismaele, che il Dio magnanimo del cielo e della terra (pagani e tutti quanti inclusi) può essere mai geloso di un insignificante pezzetto di legno nero? E' impossibile. Allora cos’è il culto? Fare la volontà di Dio. Questo vuol dire culto. E che cos’è la volontà di Dio? Fare agli altri quello che mi piacerebbe avere fatto dagli altri, questa è la volontà di Dio. Ora Queequeg è il mio prossimo. E cosa vorrei che facesse per me questo Queequeg? è logico, unirsi a me nella mia speciale forma di culto presbiteriana. Di conseguenza, debbo unirmi a lui nella sua; ergo, debbo diventare idolatra. 
Herman Melville, Moby Dick


Mi sembra che abbiamo enormemente frainteso questa faccenda della Vita e della Morte.
A me sembra che ciò che chiamano la mia ombra qui sulla terra sia la mia vera sostanza.
A me sembra che nel guardare alle cose spirituali noi somigliamo fin troppo alle ostriche, che osservano il sole attraverso l'acqua e ritengono quell'acqua la più rarefatta delle atmosfere.
A me sembra che il mio corpo non sia che la feccia del mio essere migliore.
In realtà, si prenda il mio corpo chi vuole, se lo prenda pure, dico, tanto non sono io.
E allora tre evviva per Nantucket, e la lancia sfondata e il corpo sfondato vengano quando vogliono, ché l’anima non può sfondarmela neanche Giove in persona.


Oh vita! Eccomi qua, superbo come un dio greco, eppure debitore a questo sciocco di un osso su cui reggermi! Maledetti questi reciproci debiti umani che non possono fare a meno di libri mastri. Vorrei essere libero come l’aria, e invece sono segnato nei registri di tutto il mondo. Sono così ricco, che avrei potuto controbattere ogni offerta dei Pretoriani più ricchi all’asta dell’impero romano, che era l’asta del mondo; eppure sono debitore anche della carne della lingua con cui mi vanto. Perdio! Prenderò un crogiolo e mi ci butterò dentro, per dissolvermi in una piccola concisa vertebra. Davvero.
Herman Melville, Moby Dick


Non c’è progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconscio dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della gioventù (destino comune), e poi lo scetticismo, e l’incredulità, per fermarci alla fine, maturi, nella pace pensosa del Forse. No, una volta arrivati alla fine ripercorriamo la strada, e siamo eternamente bambini, ragazzi, uomini e Forse. Dov’è l’ultimo porto da cui non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai? Dov’è nascosto il padre del trovatello? Le nostre anime sono come quegli orfani le cui madri nubili muoiono nel partorirli: il segreto della nostra paternità giace nella loro tomba, ed è lì che dobbiamo cercarlo.
Herman Melville, Moby Dick



“La cosa che forse tra l’altro faceva di Stubb un uomo così facile e senza paure, che così allegramente se ne faticava sotto il peso dell’esistenza in un mondo pieno di merciaiuoli cupi, tutti curvati a terra dai fardelli, la cosa che lo aiutava a portare in giro quel suo buonumore quasi empio, doveva essere la sua pipa. Poiché, come il naso, la sua corta pipetta nera era una delle fattezze abituali del suo volto. Vi sareste quasi aspettato che lui scendesse dalla cuccetta senza naso piuttosto che senza pipa. Teneva là un’intera file di pipe cariche, infilate in una rastrelliera, a stretta portata di mano, e ogni volta che andava a letto le fumava tutte successivamente, accendendole l’una dall’altra fino alla fine del capitolo e poi ricaricandole perché fossero di nuovo pronte. Poiché Stubb, quando si vestiva, invece di cacciare prima di tutto le gambe nei calzoni, si cacciava in bocca la pipa.
Secondo me, questo continuo fumare doveva essere stata almeno una delle cause della sua particolare disposizione. Poiché ognuno sa che quest’aria terrena, sia a terra che in mare, è terribilmente infetta dalle infelicità degli innumerevoli uomini che sono morti esalandola, e come al tempo del colera certuni vanno in giro con un fazzoletto canforato sulla bocca, così, allo stesso modo, contro tutte le tribolazioni mortali, il fumo di tabacco di Stubb poteva aver operato come una sorta di disinfettante.”
Herman Melville, Moby Dick. La pipa di Stubb, dal capitolo XXVII di “Moby Dick o la Balena” di Herman Melville



“Come la calma profonda [...] è forse più spaventosa della tempesta stessa, poiché di fatto essa è soltanto l’involucro, la busta della tempesta, e la contiene dentro di sé [...] così l’aggraziato riposo della lenza, dov’essa silenziosamente s’abbiscia in mezzo ai rematori prima che venga messa in azione, quest’immobilità incute più reale terrore di qualunque altra parvenza nella pericolosa faccenda [...] Tutti gli uomini vivono ravvolti in lenze da balena. Tutti sono nati con capestri intorno al collo; ma è solamente quando vengono presi nel rapido, fulminio giro della morte, che i mortali diventano consci dei muti, sottili, onnipresenti pericoli della vita. E se voi foste un filosofo, sebbene seduto in una lancia baleniera non sentireste in cuore un briciolo di terrore più che seduto davanti al vostro fuoco serale con un attizzatoio, e non un rampone, accanto”
Herman Melville, Moby Dick


Dopo che il Parsi fu sparito, avvenne che fossi io colui che le Parche destinarono a prodiere di Achab, quando quel prodiere prese il posto vacante; e sempre io colui che, quando l'ultimo giorno i tre uomini furono sbalzati fuori dalla lancia rollante, fu sbattuto a poppa. Così, galleggiando ai bordi della scena che seguì ed essendone in tutto spettatore, quando il risucchio affievolito della nave affondata mi raggiunse, allora venni trascinato, ma lentamente, verso il vortice che si chiudeva. Quando vi giunsi, si era placato in una pozza di lattea schiuma. In tondo, allora, sempre in tondo a circoli via via più stretti che mi avvicinavano alla bolla nera simile a un bottone, sull'asse di quel cerchio che roteava lento, novello Issione io girai. Infine, toccando quel centro vitale, la bolla nera scoppiò; e allora, liberata dalla sua molla ingegnosa e risalita con gran forza, per la sua leggerezza, alla superficie, la bara-salvagente sfrecciò in tutta la sua lunghezza fuor d'acqua, ricadde, e mi galleggiò accanto. Tenuto su da quella bara, quasi per tutto il corso d'un giorno e d'una notte fluttuai su di un oceano molle e funereo. Inoffensivi, i pescicani mi guizzavano accanto come se avessero un catenaccio alla bocca; i selvaggi falchi marini trascorrevano via col becco inguainato. Il secondo giorno, un veliero si avvicinò e mi raccolse, finalmente. Era la «Rachele» che incrociava raminga e che, tornando sui suoi passi alla ricerca dei figli perduti, trovò solo un altro orfano
Herman Melville, Moby Dick



Clarel è senz'altro la meno conosciuta fra le grandi imprese di Melville. Ma si sa che la sua opera non delude mai ed è piena di rivelazioni anche negli angoli più riposti. Diciottomila versi suddivisi in centocinquanta canti, irti di allusioni e significati occulti, uno scosceso massiccio poetico, versi che fanno «trasalire alla lettura» per la loro «virtù profetica». Egli parla ai nostri attimi di pace, di indifferenza, di sovranità; lascia che risuonino tutte le voci, e le estreme di preferenza, quelle che negano ogni senso (mondano) alla vita; permette a ogni germe di crescere e di offrire alla mente il suo frutto: nulla reprime. È un eroe gnostico.
Elemire Zolla


Fermati, Morte! ti prego!
Offri gentile la tua mano
a lei che guidi in luoghi assai lontani;
non farle calpestare a piedi nudi
la cenere, ma lasciala provare
teneri muschi nel suo camminare,
ovunque vi volgiate. Schiva l’Orco;
punta dove le terre son cullate
dal chiardiluna – prati muti e solitari,
ove mai una foglia vien soffiata
da giglio nella mano di Azzaele.
E là, finché non giunga l’amor suo,
dàlle miele selvaggio e sacrosanto,
seducendola con squisiti incanti.
Herman Melville, Clarel, pellegrinaggio in Terrasanta





Pietro Cerudelli 

Per realizzare il suo capolavoro Melville trasse spunti dal periodo della sua vita trascorso sulle navi, anche baleniere. E inoltre s'ispirò ad un fatto realmente accaduto: quello della lotta implacabile tra una baleniera e un grande capodoglio al largo della costa sudamericana.




Filippo Livorno 
Mi dispiace contraddirla , ma nel caso del romanzo Moby Dick io direi l'eterna lotta dell'uomo contro la natura ( la balena ) che viene alla fine dominata e sopraffatta.




Il romanzo di ben 500 pagine dello scrittore e critico letterario statunitense Herman Melville, (1819/1891 )“Moby Dick o la balena”, frutto anche di tormentate esperienze personali, fu pubblicato nel 1851, tradotto in italiano per la prima volta dallo scrittore Cesare Pavese nel 1932, “un vero e proprio poema sacro, cui non son mancati né il cielo né la terra a por mano”(Pavese). In realtà, il romanzo, che ha dato luogo a vari chiavi di lettura, é disseminato di varie riflessioni filosofiche, scientifiche, letterarie ed artistiche. La vicenda si svolge in mare, quel mare “titanico e biblico”, (Cesare Pavese) con il suo protagonista il narratore, Ismaele e il capitano Achab che é l'antagonista “grand'uomo, senza religione, simile a un dio".....il quale "è stato all'università e insieme ai cannibali"..... su cui si incentra insieme alla balena bianca cui da ossessivamente la caccia, l'intero svolgimento della narrazione. Ma chi é Achab? Achab é il capitano che guida la baleniera Pequod su cui si é imbarcato anche Ismaele il protagonista narratore del romanzo e alter ego di Melville, nulla sapendo degli oscuri intenti che tormentano il comandante, che in effetti vuole dirigere la rotta solo per dare la caccia ed uccidere Moby Dick, la balena bianca rea di avergli mutilato la gamba dal ginocchio in giù, costringendolo a rimediare con una protesi ricavata da una mascella di capodaglio....”è stato Moby Dick che mi ha disalberato […] è stata quella maledetta Balena Bianca a rasarmi, a far di me per sempre un buono a nulla incavigliato! […] e le darò la caccia oltre il Capo di buona Speranza, al di là del Capo Horn, al di là del grande Maelstrom di Norvegia, oltre le fiamme della perdizione, prima di abbandonarla”. Parole cariche di quello che sarà un odio per la balena che sarà altrettanto auto-distruttivo per il nostro Achab,mcome vedremo ....”Moby Dick rappresenta un antagonismo puro, e perciò Achab e il suo nemico formano una paradossale coppia di inseparabili” (C. Pavese). Ma la balena é solo una proiezione, di “un idea fissa e incurabile” di quel fantasma che abita Achab contro cui lotta dando in realtà una caccia tormentosa ad un altro se stesso, quella balena misteriosa, che appare e scompare con i suoi guizzi tra i flutti, per inabissarvisi, inafferrabile e insondabile come la sua cupa dimora. Qualcuno l'ha definita l'emblema del sacro, “il trascendente che affiora mostrando per un istante la sua ambiguità incomprensibile.” La balena..
”Tutto ciò che più sconvolge e tormenta la ragione, tutto ciò che rimescola la feccia delle cose, ogni verità che contiene malizia […] tutto il sottile demonismo della vita e del pensiero, ogni male, per l’insensato Achab era visibilmente personificato e fatto praticamente raggiungibile in Moby Dick........... Achab , non a caso portava nel volto impresse le stimmate di questo tormento ”Aveva l'aspetto di un uomo staccato dal rogo quando il fuoco ha devastato, trascorrendole tutte le membra, ma senza consumarle o rubar loro una sola particola della compatta e vecchia robustezza.. La sua figura, alta e grande, sembrava fatta di solido bronzo e modellata in un indistruttibile stampo, come il Perseo fuso del Cellini.”
Dice Melville: “Tutti gli uomini tragicamente grandi sono tali attraverso qualcosa di morboso”, d'altro canto gli eroi tragici che popolano la Tragedia greca da Medea ad Antigone a quelli del teatro elisabettiano che in Shaskespeare trova il suo più grande ed emblematico rappresentante, quindi da Amleto a Re Lear, non ci raccontano proprio questo? Eschilo ne”I Persiani, ci avverte che «Le passioni portano all’ira e questa sostiene la colpevole follia», ed Achab non é forse un eroe tragico della letteratura moderna preda di una hybris implacabile che mossa da un narcisismo ferito lo condurrà ad una “colpevole follia”? Eppure Achab ha momenti di cupa riflessione che gli fanno dire «Quando penso a questa vita che ho fatto, alla desolazione di solitudine che è stata […]. Mi sento stracco a morte, piegato, ricurvo come se fossi Adamo, barcollante dal tempo del Paradiso sotto il cumulo dei secoli». Ciò nonostante, non desiste fino al dramma finale con il suo doppio ..la Balena bianca il cui vano inseguimento, lo condurrà a morte ad opera del suo stesso arpione.... "Un uomo cadde in mare e si disperse tra i flutti". A nulla valgono le parole del primo ufficiale Starbuck che dice ad Achab”Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei!». Ma il desiderio, si sa é accecante, come d'altro canto evocato dal suo etimo, tutto in quel de privativo e in quel sidus -sideris, che allude ad uno sguardo privo di luce, senza stelle, un desiderio che si rivelerà desiderio di morte, che coinvolgerà l'intero equipaggio del Pequod. Infatti Achab finirà per danneggiare irrimediabilmente anche la baleniera, nella lotta contra Moby Dick, che affonderà insieme a tutti i membri dell'equipaggio. Mentre muore Achab urla. ”A te vengo, balena che tutto distruggi ma non vinci: fino all’ultimo lotto con te; dal cuore dell’inferno ti trafiggo; in nome dell’odio, vomito a te l’ultimo mio respiro”. Si salverà solo Ismaele, il narratore, infatti se omen e nomen, nel nome il destino, il suo nome dall'ebraico significa “Dio ascolta” o "Dio ascolterà" e persino “Dio ha esaudito o "Dio mi ascolta" quindi, Ismaele é depositario di una particolare protezione di un destino già iscritto nel suo nome che lo vuole salvato da Dio.
Quanto ad Achab che “cadde in mare e si disperse tra i flutti“ il suo destino é segnato da Melville nelle prime pagine del romanzo quando dice “Narciso che, non potendo stringere l’immagine tormentosa e soave che vedeva nella fonte, vi si tuffò e annegò. Ma quella stessa immagine noi la vediamo in tutti i fiumi e negli oceani. Essa è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita; e questo è la chiave di tutto”. Lungo il cammino della vita forse tutti noi rischiamo di incontrare una balena bianca “ [...].



https://youtu.be/iXtC0wXxuSE










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