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sabato 26 settembre 2015

Maurizio Bettini. Elogio del politeismo. I Greci e i Romani non hanno mai fatto una guerra per affermare la propria religione su un’altra. Per quanto la nostra cultura affondi le radici in quella classica, a noi mancano parole che ne indichino direttamente la religione. La chiamiamo idolatria o paganesimo, termini coniati dal cristianesimo vincente. Mai gli antichi li avrebbero usati. E neppure avrebbero usato politeismo o politeistico, che hanno senso solo in una prospettiva monoteistica. Per i Greci e i Romani era ovvio che gli dèi fossero plurali, e non c’era alcun bisogno di ribadirlo con un sostantivo o un aggettivo.





"I Greci e i Romani non hanno mai fatto una guerra per affermare la propria religione su un’altra. La circostanza è sotto i nostri occhi, ma non la vediamo. È bene stupirsene, sia della circostanza, sia del fatto che non la vediamo. Questo ci ricorda e ci suggerisce Maurizio Bettini in un libro dal titolo trasparente: Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche.
Per quanto la nostra cultura affondi le radici in quella classica, a noi mancano parole che ne indichino direttamente la religione. La chiamiamo idolatria o paganesimo, termini coniati dal cristianesimo vincente. Mai gli antichi li avrebbero usati. E neppure avrebbero usato politeismo o politeistico, che hanno senso solo in una prospettiva monoteistica. Per i Greci e i Romani era ovvio che gli dèi fossero plurali, e non c’era alcun bisogno di ribadirlo con un sostantivo o un aggettivo.
D’altra parte, l’intento di Bettini non è solo liberare la religione classica dal peso fuorviante e spregiativo del lessico cristiano. Il suo intento è anche e soprattutto indicare nella sua visione del mondo, nel suo vivere e procedere un concreto valore d’esperienza, una capacità di far fronte a problemi e a conflitti sociali e politici più e meglio del monoteismo.
Centrale in questa prospettiva è la nozione di tolleranza. Nata dalle guerre di religione che hanno coperto di sangue l’Europa, nella tolleranza c’è comunque l’impronta dell’intolleranza. Essere tolleranti significa astenersi dall’azione violenta nei confronti dell’altro e della sua fede, ma sempre considerando questa un errore e quello un peccatore.
Al di fuori del proprio dio, e anzi al di fuori del proprio modo di intendere quel dio, per il tollerante non c’è verità. La fede e la verità si identificano, per lui come per l’intollerante. I due abitano uno spazio religioso e umano comune: il primo astenendosi con prudenza dal trarne conseguenze più o meno violente, il secondo pronto a farlo anche con passione omicida.
Non erano tolleranti, i Greci e i Romani. Non essendo intolleranti, non ne avevano bisogno. I secondi, in particolare, consideravano gli dèi degli altri non una minaccia – e neppure una falsità –, ma una risorsa (prima di conquistare una città, per esempio, con il rito dell’evocatio ne chiamavano fuori con pio rispetto il dio, pronti a integrarlo nel loro pantheon).
Nessun dio romano si professava geloso, come invece quello monoteistico, che nasce pretendendo signoria totale sulla complessità della vita e degli esseri umani. Piuttosto, ognuno partecipava a un sistema multiforme, in movimento. 
Per spiegarlo, Bettini propone un parallelo con il linguaggio.
Come accade alle parole che usiamo nei nostri discorsi, anche fra gli dèi romani c’erano un rapporto e un confronto ininterrotti. E se dai nostri discorsi nascono nuove parole, dal rapporto e dal confronto tra dèi nascevano dèi nuovi, che andavano ad arricchire l’intero pantheon.
Questo non valeva solo dentro i confini del mondo romano, ma anche fuori, nell’incontro con dèi stranieri. Era questa l’interpretatio: una mediazione interpretativa, un compromesso raggiunto mediante valutazioni e congetture tra un dio straniero e quello romano che più sembrava essergli vicino. Il risultato era un nuovo dio, o una modificazione e un arricchimento del vecchio.
Al pari di una lingua ben viva, la religione romana si modificava, si muoveva, cresceva. Che bisogno avrebbe mai potuto avere d’esser tollerante? Era invece curiosa, attenta alla relazione con gli dèi degli altri, aperta al loro valore d’esperienza. Attenzione e apertura, queste, che l’assolutismo monoteistico rende impossibili.
Se dio e la verità si identificano, ogni altro dio e ogni altra verità non potranno essere che falsi, perciò da combattere, vincere, eliminare. Per proseguire nella metafora linguistica, i monoteismi sono lingue bloccate: lingue in cui il discorso – la progressione di parola in parola, verso parole e idee nuove – è negato dalla fissità di un testo dato una volta per tutte, e sottratto a ogni interpretatio. Questo loro “blocco” li rende solidi, ma anche aggressivi.
In termini politici contemporanei, si può sospettare che lasciati a sé, in assenza di limiti e correttivi, i monoteismi tendano a opporsi alla laicità e alla democrazia, nel senso che alla pluralità delle opinioni, al loro confronto aperto e “discorsivo” preferiscono l’assoluto di una verità unica e gelosa.
E se anche così non fosse, resterebbe il fatto increscioso che, al contrario del mondo greco e romano, quello cristiano e quello islamico sono stati e restano zeppi di guerre fatte nel nome di dio. Se non altro, dalle religioni antiche dovremmo imparare almeno questo.
Maurizio Bettini, Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, il Mulino, Bologna, pagg. 156
(Roberto Escobar,“Il Sole 24 Ore – Domenica”, 5 ottobre 2014.Maurizio Bettini, Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, il Mulino, Bologna, pagg. 156.Greci e Romani non hanno mai fatto una guerra per affermare la propria religione su un’altra. È quello che ci suggerisce nel suo libro Maurizio Bettini)


Un bellissimo monito del filologo e classicista Maurizio Bettini.




sabato 28 marzo 2015

Qual è oggi, possiamo domandarci, la funzione della religione, nel momento in cui vediamo che il suo ruolo non è più di configurare la vita sociale dandole una legge fondata su un principio trascendente? Se prendiamo quel che dice Lacan nella conferenza stampa tenuta a Roma nel 1974 e pubblicata con il titolo Il trionfo della religione, dobbiamo dire che la religione è una terapia. Per Freud era il contrario, era una nevrosi: Freud considerava che la religione avesse la struttura della nevrosi ideale, della nevrosi ossessiva. Per Lacan la religione è una terapia giacché, con la sua capacità di secernere senso, di dare senso a tutto, e in particolare alla vita umana, essa è in grado di "acquietare i cuori", particolarmente quando questi vengono turbati dal reale messo in circolazione dalla scienza.



Qual è oggi, possiamo domandarci, la funzione della religione, nel momento in cui vediamo che il suo ruolo non è più di configurare la vita sociale dandole una legge fondata su un principio trascendente? Se prendiamo quel che dice Lacan nella conferenza stampa tenuta a Roma nel 1974 e pubblicata con il titolo Il trionfo della religione, dobbiamo dire che la religione è una terapia. 
Per Freud era il contrario, era una nevrosi: Freud considerava che la religione avesse la struttura della nevrosi ideale, della nevrosi ossessiva. Per Lacan la religione è una terapia giacché, con la sua capacità di secernere senso, di dare senso a tutto, e in particolare alla vita umana, essa è in grado di "acquietare i cuori", particolarmente quando questi vengono turbati dal reale messo in circolazione dalla scienza.
Naturalmente quando Lacan parla di terapia in questo senso si riferisce a un rimedio per l'insanabile, si riferisce all'incurabile della vita. Quest'idea della religione come terapia ha sedotto gli ideologi dello scientismo, che l'hanno ripresa a modo loro, un modo piuttosto monocorde, bisogna dire, ma che riesce sempre a stupirci e a volte anche a divertirci. L'Herald Tribune del 1 aprile scorso riferisce di uno studio, condotto in una clinica del Minnesota, intorno al potere di guarigione esercitato dalla preghiera su pazienti che avevano subito un intervento cardiochirurgico di una certa importanza. L'esperimento su cui si basa lo studio, questo è l'aspetto interessante, non ha preso ad oggetto la preghiera meditativa, e quindi quello stato di benessere fisico e spirituale che può derivare dalla concentrazione e dal raccoglimento in se stessi, ma la preghiera intercessoria, cioè una domanda, rivolta a Dio, perché eserciti il proprio intervento sul corso delle cose terrene. Dopo che Kant ha reso impercorribile l'argomento ontologico di S. Anselmo, lo scientismo contemporaneo aggira l'ostacolo passando a un sondaggio diretto dell'esistenza di Dio con il metodo del doppio cieco. 
I pazienti studiati sono stati divisi in tre gruppi: 
per un gruppo non si pregava, per gli altri due sì; uno dei due gruppi per cui si pregava ne veniva informato, l'altro veniva lasciato in situazione dubitativa: ai partecipanti veniva detto che per loro si poteva pregare oppure no. Le preghiere erano affidate a tre diverse congregazioni dove gli oranti erano istruiti a utilizzare il nome e l'iniziale del cognome della persona per cui pregavano - per proteggere la privacy suppongo, tanto Dio dall'iniziale può già capire di chi si tratta - e di includere la frase: "Per il successo dell'intervento chirurgico e per una rapida guarigione senza complicanze". 
La ricerca su cui si basa lo studio è costata $ 2.400.000.

In questo tentativo di negoziare con il divino attraverso i più aggiornati strumenti scientifici potremmo ravvisare un residuo d'incantamento del mondo che resiste alle analisi di Weber, risalenti ormai ai primi decenni del secolo scorso. Nella visione del disincantamento di Weber tuttavia, il razionalismo moderno non coincide con la cancellazione di Dio: semplicemente l'uomo disincantato, grazie alla potenza della tecnica, è portato a costruire attivamente il proprio mondo perché non pensa più di poter condizionare la divinità.
Weber scrive prima della Shoa, prima dell'orrore smisurato che ha piegato la potenza della tecnica alla distruzione dell'uomo. La Shoa, oltre a sollevare mille interrogativi nella riflessione etica, ha rilanciato anche i temi classici della teodicea, con il suo tipico vizio assolutorio di fondo. Una delle voci che ha avuto maggiore risonanza in questo senso è stata quella di Hans Jonas, stimato allievo di Heidegger, che non ha potuto risolvere il dilemma del male assoluto se non pensando a un Dio impotente.
Benedetto XVI, teologo senz'altro più sottile, nella sua visita ad Auschwitz del maggio scorso, interrogandosi sul silenzio di Dio di fronte allo sterminio degli ebrei, non solo non ha avuto bisogno dell'ipotesi depotenziante di Jonas, ma si è anche spinto più in là di Weber, e ha visto nella potenza della tecnica messa al servizio del genocidio la prefigurazione di un mondo dove l'uomo si sostituisce a Dio, ha visto l'incubo di un mondo senza Dio. Qui l'onnipotenza divina è salvata, anche se si paga il prezzo semplificativo di ridurre il nazismo al colpo di mano di una banda di criminali sui quali le colpe ricadono in modo esclusivo.
L'immagine di un mondo senza Dio appare, nelle parole di Joseph Ratzinger, quando ancora non porta al dito l'anello pontificale, in un intervento del 2001 al Sinodo dei Vescovi, dove richiamandosi alle epistole paoline, afferma: "Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza, e una cultura senza Dio porta nel suo nucleo la disperazione, diventa inevitabilmente cultura della morte".
La speranza, virtù teologale, è un tramite che consente alle facoltà dell'uomo di partecipare alla natura divina, e nella fattispecie è la mediazione che porta a desiderare il regno dei cieli, la salvezza. Senza speranza non c'è salvezza. Auschwitz ci dà un'immagine completamente terrena di un luogo senza salvezza, dove tra i sommersi e i salvati anche i salvati sono perduti. Il problema è stato ben inquadrato da Giorgio Agamben, che fa del Lager il paradigma di uno spazio in cui lo stato d'eccezione diventa la regola. Abitualmente lo stato d'eccezione riguarda una situazione d'emergenza, quando viene sospeso l'ordine giuridico e il governo viene rimesso al decreto, alla forza o, al limite, all'arbitrio. Commettere atrocità, in questo caso, non è più correlato al diritto, ma piuttosto al senso di misura, o alla moralità di chi provvisoriamente esercita azione di polizia in modo sovrano. Il campo come luogo in cui lo stato d'eccezione diventa la regola è allora anche il luogo dove tutto è possibile, dove non c'è la protezione del diritto, dove si è in balìa del capriccio di chi governa senza nessun altro controllo sulla situazione.
Se facessimo funzionare in modo automatico le nostre formule diremmo che un luogo dove tutto è possibile è un luogo irreale, come un racconto di Hoffmann che tocca le corde delle nostre inquietudini più segrete. E' facile vedere tuttavia che in questo caso è vero il contrario: l'inferno sulla terra, il mondo senza Dio, è un luogo dove sono saltati i fondamenti della legge, e dove il reale impazza senza argine.
Senza andare agli estremi del Lager, questa dimensione della contemporaneità, dove il reale non sta più nelle briglie, è stata ben dipinta da Alejandra Eidelberg in uno dei Papers preparatori al nostro incontro, dove ha mostrato, come correlato di un declino dell'amore, la gabbia di ferro dei nuovi sintomi e il loro rovescio: i corpi di ferro per i quali impossible is nothing.
Dio nella tradizione era il fondamento della legge: se questo fondamento salta e la legge è sospesa, il mondo diventa un luogo dove lo stato d'eccezione si trasforma in regola e dove, con la miccia accesa dell'emergenza dovuta al terrorismo, i fondamentalismi si scontrano. Nello spazio globalizzato del mercato, Dio ridiventa tribale, si moltiplica per legittimare contrapposte rivendicazioni identitarie. Il lato drammatico, nel cedimento dell'universale, è l'esplosione delle identità. Dio è a brandelli, come suonava il titolo di un articolo nel dossier di una rivista francese - Dieu en lambeaux - e ognuno ne agita un lacerto per farsene insegna.
Il NdP, nei primi seminari di Lacan, era definito come il fondamento della legge. Poi, man mano che il suo insegnamento ha fatto posto alla logica e alla matematica, man mano che ha dato spazio alle tematiche della crisi dei fondamenti e dei suoi paradossi, il NdP non ha più potuto essere il fondamento. Si è logicizzato a sua volta, è diventato funzione, si è moltiplicato, si è pluralizzato. Pluralizzazione però non vuol dire andare a pezzi, non significa essere a brandelli: piuttosto suppone l'effetto implicato dalle conseguenze dello squarcio apertosi nell'universale. Questa falla fa naufragare la possibilità di pensare il NdP come fondamento.
Un mondo in cui Dio non è più il fondamento della legge deve allora per forza essere pensato come la globalizzazione del Lager, come incubo senza risveglio, come deserto senza speranza dove, secondo il detto di Feuerbach, l'uomo è ciò che mangia? C'è in questo detto l'oscillazione tra l'autoerotismo orale e la chiusura tautologica che la formulazione in tedesco permette di far risuonare - der Mensch ist, was er ist - riducendo la biografia di ogni uomo al cerchio insensato: nacque, mangiò, morì.
Credo tuttavia sia possibile vedere un'altra prospettiva, che non si dibatte tra la nostalgia del fondamento e la disperazione riduzionista di un materialismo senza prassi.
Abbiamo bisogno di una terapia che ci colmi di senso solo se abbiamo, come correlato, una civiltà la cui secolarizzazione si basa sulla programmazione totale, sulla prevedibilità, sul controllo come unico mezzo per contrastare l'angoscia. Il mondo moderno, che ha distolto lo sguardo dal passato, dal fondamento della tradizione dove si alimentava una vita immutabile, guarda avanti, verso il nuovo che gli viene incontro, e al tempo stesso, angosciato da quel che non conosce, cerca di sterilizzarne la sorpresa. La scienza ci nutre di novità che servono a placare le nostre apprensioni, e contemporanemente fa crescere la nostra angoscia del futuro, del corpo che invecchia, di una morte che la medicina cancella come esito naturale della vita e che tuttavia ci ghermirà. Abbiamo tutti gli agi, ma il piacere della vita è corroso dal futuro che la inghiotte. Sembra che la sola risposta sia illuminare di senso il buco nero delle nostre inquietudini, suturare la fenditura nativa del godimento. Se si vive la vita come un prodotto fallato, che contiene il vizio redibitorio della morte, non resta che rivolgere lo sguardo al produttore, meglio detto Creatore, al Dio da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, il Dio del fondamento, per restituirla avendo in cambio la salvezza.
Lacan menziona spesso Dio negli ultimi anni del suo insegnamento e nei modi più svariati. Difficile trarne una dottrina. Una divertente rassegna in chiave di dialogo immaginario è presentata dal testo di Antonio Di Ciaccia nel CD del Congresso. Se non si può fare una sintesi si può però tirare qualche filo. Uno è in RSI, dove Lacan definisce Dio come la rimozione in persona o, meglio, come la persona supposta alla rimozione. Lacan parla qui di rimozione originaria, Ûrverdrangung, che è l'inconscio irriducibile, quello a cui non è possibile dare nessun senso. Prendiamo la via lineare di dire che la rimozione è una difesa, la barriera che ci permette di non essere in preda al reale. La rimozione originaria non dà un senso al reale, lo contiene, diciamo così, nei limiti del ragionevole, quel tanto da potercisi abituare.
A questo punto si tratta solo di porre le questioni giuste: per avere il senso della vita occorre interpellare il Dio del fondamento, perché il senso della vita trascende la vita. Per il godimento della vita invece la faccenda è diversa, perché il godimento è immanente alla vita, e il fatto che sia fessurato non richiede terapia, piuttosto: accortezza.
Destreggiarsi, se debrouiller, è una delle ultime parole di Lacan. Occorre destreggiarsi nell'inestricabile vita. Il sogno dedalico del colpo d'ala che fa uscire dal labirinto è lo stesso che ci imprigiona nell'incubo di un'esistenza senza speranza. La verità è che non c'è uscita dal labirinto perché il mondo stesso è un labirinto in cui cercare un filo, un filo all'altro capo del quale c'è una donna, una donna con la quale non c'è rapporto sessuale, una donna che non è La donna, che non è Dio, e che non si può amare di amore perfetto, ma della quale si può fare il proprio partner-sintomo, e con la quale, nei momenti migliori, si può anche fare l'amore.
Marco Focchi, L'incubo di un mondo senza Dio, Roma, 13 luglio 2006




giovedì 27 febbraio 2014

Constantinos Kavafis. Se abbiamo abbattuto le loro statue, se li abbiamo scacciati dai loro templi, non per questo gli Dei sono morti.

Se abbiamo abbattuto le loro statue, se li abbiamo scacciati dai loro templi, non per questo gli Dei sono morti.
Constantinos Kavafis


Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare."
'Itaca' del poeta greco Konstantinos Kavafis che morì nel 1863


giovedì 30 gennaio 2014

Eldo Stellucci. ONFALOS Letteralmente significa "ogni rialzo in forma di ombelico al centro di una superficie piana"; metaforicamente indica il punto di mezzo. Gli Etruschi recingevano il terreno ove cadeva la folgore: quel terreno diveniva un templum, un luogo sacro. Recingere, o cingere, in latino si dice "sancio", da cui deriva sanctus, che significa "recinto". Il mago traccia attorno a sè un cerchio per operare al suo interno, nell'antichità si tracciava un cerchio per delimitare l'area entro la quale doveva sorgere la città. Il cerchio è l'uovo del mondo, il cui centro spirituale è l'onfalos; a Delfo, l'onfalos era costituito dal sepolcro di Dio, il luogo da cui si effettuava la resurrezione dell'Iniziato. Fuori dal cerchio vi è la croce dai quattro colori, che simbolicamente possono essere assunti quali simboli dei quattro elementi, o del quaternario in generale. Nei Tarocchi, essi sono i quattro semi.




ONFALOS Letteralmente significa "ogni rialzo in forma di ombelico al centro di una superficie piana"; metaforicamente indica il punto di mezzo. Gli Etruschi recingevano il terreno ove cadeva la folgore: quel terreno diveniva un templum, un luogo sacro. Recingere, o cingere, in latino si dice "sancio", da cui deriva sanctus, che significa "recinto". Il mago traccia attorno a sè un cerchio per operare al suo interno, nell'antichità si tracciava un cerchio per delimitare l'area entro la quale doveva sorgere la città. Il cerchio è l'uovo del mondo, il cui centro spirituale è l'onfalos; a Delfo, l'onfalos era costituito dal sepolcro di Dio, il luogo da cui si effettuava la resurrezione dell'Iniziato. Fuori dal cerchio vi è la croce dai quattro colori, che simbolicamente possono essere assunti quali simboli dei quattro elementi, o del quaternario in generale. Nei Tarocchi, essi sono i quattro semi.





Immagine potente, evocativa: il punto centrale del labirinto, il baricentro, il luogo, il magnete che ci riconnette alla madre, al ghenos, l'ombelico e, fatta nostra la legge del cosi sopra cosi sotto, ..l'ombelico è, per rispecchiamento immaginale l' ONFALOS,il luogo sacro il punto di incontro dell'orizzontale col verticale ,il luogo che ci riconnette alle dimensioni dell'essere incarnato che è in comunicazione con lo Spirito del mondo


la via di mezzo tra pube e cuore, "hara"...







giovedì 12 settembre 2013

Bayle. Come è ammissìbile che Dio abbia scelto, fra tutti gli altri sistemi, quello le cui conseguenze devono inevitabilmente determinare il dolore delle creature sensibili?

Come è ammissìbile che Dio abbia scelto, fra tutti gli altri sistemi, quello le cui conseguenze devono inevitabilmente determinare il dolore delle creature sensibili?
Pierre Bayle




È una domanda lecita, e ragionevolmente, le alternative ipotizzabili non si limitano a:
"dio non esiste" e "dio è malvagio".





Siamo abitati dal paradosso, da un dottor Jekyll e da un mister Hyde, che Jung ha tanto bene espresso con le sue parole, che mi risuonano sempre.."Solo il paradosso é capace di abbracciare , anche se soltanto approssimativamente, la pienezza della vita".Dobbiamo convivere con l'ombra che ci abita, tra apollineo e dionisiaco, il ricorso a Dio é solo un escamotage consolatorio proiettivo di un malessere a cui non possiamo e non sappiamo dare risposte...dobbiamo solo conviverci.
Sartre aveva descritto l'uomo così: "Increato, senza alcuna ragion d'essere, quest'essere é l'uomo o come dice Heidegger la realtà umana". Ma questa visione nihilista può essere riscattata, a mio avviso, riuscendo a fare della nostra vita la nostra passione.
(Enzo Paci, ma lo diceva anche Jung, nella sua autobiografia) durante il tempo concessoci di vivere, finché Atropo "colei che non può essere dissuasa ", non tagli quel filo sottile che ci lega alla vita.





E' ovvio che dietro la domanda c'è un grosso tentativo di scardinamento del concetto di dio.
Il Dizionario storico critico di Bayle ha influenzato la nascita dell'illuminismo.






Non dico che dio non esiste ma certamente non è quello che ci hanno propinato x millenni.





il dolore e il piacere sono gli elementi necessari affinché le creature sensibili imparino a muoversi nel mondo senza rischiare di perire prima del dovuto.





Può darsi che Dio abbia creato questo sistema di cose proprio per mettere alla prova le sue creature... anzi, più pene gli manda e maggiore sarebbe la considerazione e la ricompensa che POI a tale creatura spetterebbe... sempre ammesso che tale creatura non si sia fatta nel frattempo corrompere

venerdì 31 maggio 2013

Arbuckle. Non posso immaginarmi un popolo senza casa, eppure io vedo ogni giorno come vagano senza meta, come dei disperati cercano radici e cose che dovrebbero dare un senso alla loro vita. Povero uomo bianco nella tua violenza nel tuo splendore in tutto il tuo benessere hai perduto la tua eredità ora tu vuoi la mia allora prendila, io ne ho ancora.



Non posso
immaginarmi
un popolo senza casa,
eppure io vedo
ogni giorno
come vagano senza meta,
come dei disperati
cercano radici e cose
che dovrebbero dare un senso alla loro vita.
Povero uomo bianco
nella tua violenza
nel tuo splendore
in tutto il tuo benessere
hai perduto la tua eredità
ora tu vuoi la mia
allora prendila,
io ne ho ancora.


John Twobirds Arbuckle- Io ne ho ancora

domenica 3 febbraio 2013

David Suzuki. il modo in cui guardiamo le forme della Terra è il modo in cui le trattiamo. Se una montagna è una DIVINITA', non un mucchio di minerali; se un fiume è una delle VENE della Terra, non acqua che può essere usata per l'irrigazione; se le altre specie sono NOSTRI PARENTI BIOLOGICI, non una risorsa, o se il Pianeta è la nostra MADRE, non un'opportunità....allora noi tratteremmo ogni cosa con grande rispetto. Questa è la sfida, guardare al mondo da una differente prospettiva




il modo in cui guardiamo le forme della Terra è il modo in cui le trattiamo.
Se una montagna è una DIVINITA', non un mucchio di minerali; se un fiume è una delle VENE della Terra, non acqua che può essere usata per l'irrigazione; se le altre specie sono NOSTRI PARENTI BIOLOGICI, non una risorsa, o se il Pianeta è la nostra MADRE, non un'opportunità....allora noi tratteremmo ogni cosa con grande rispetto. Questa è la sfida, guardare al mondo da una differente prospettiva.

David Suzuki

martedì 8 gennaio 2013

sabato 17 novembre 2012

Namasté. Unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te


Giungete le mani e dite "Namaste". 
Significa: "Io onoro in te il luogo dove risiede l'intero universo. 
Se tu sei in quel luogo in te, e io sono in quel luogo in me, siamo una sola cosa"
Namaste

Leo Buscaglia

Namasté, namaste, namasteé (नमस्ते) o namaskar (नमस्कार) è un saluto originario della zona di India e Nepal e viene usato comunemente in molte regioni dell'Asia. Può essere utilizzato sia quando ci si incontra che quando ci si lascia. Viene di solito accompagnato dal gesto di congiungere le mani, unendo i palmi con le dita rivolte verso l'alto, e tenendole all'altezza del petto, del mento o della fronte, facendo al contempo un leggero inchino col capo. Nella cultura indiana, questo gesto è un mudra, un gesto simbolico utilizzato anche nello yoga e in particolare nella asana Pranamasana anche detta posizione della preghiera o posizione del saluto. Namaskar è una variante usata per esprimere particolare deferenza.

La parola namaste letteralmente significa "mi inchino a te", e deriva dal sanscrito: namas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te). A questa parola è però implicitamente associata una valenza spirituale, per cui essa può forse essere tradotta in modo più completo come saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te. Unita al gesto di unire le mani e chinare il capo, potrebbe essere resa con: le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te, o anche, meno sinteticamente, unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. In sostanza, dunque, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità di ognuno di noi. Oltre a essere un saluto buddhista, è anche indù, che vuol dire mi inchino alla luce del dio che c'è in te.


http://thegioinet.net/gai-dep-kh-oa-th-an-tap-yoga-dinh-cao-cua-nghe-thuat.html



sabato 22 settembre 2012

Il divino agisce nella natura per ricordarci che semplici rimedi bastano per soddisfare i più profondi bisogni: serenità, pace della mente, buon cibo, lunghe passeggiate, preghiera, perdono, periodi di solitudine e qualcosa da amare. Conservare questa semplicità è difficile, ma la natura è qui per ricordarci che le cose semplici e le cose divine procedono assieme



Il divino agisce nella natura per ricordarci che semplici rimedi bastano per soddisfare i più profondi bisogni: serenità, pace della mente, buon cibo, lunghe passeggiate, preghiera, perdono, periodi di solitudine e qualcosa da amare. Conservare questa semplicità è difficile, ma la natura è qui per ricordarci che le cose semplici e le cose divine procedono assieme.
da: Sentiero Pellerossa


c'è chi lo chiama sospiro, altri vento. per alcuni è tempesta. Aria che si muove come sempre.

martedì 31 luglio 2012

De Sade. La natura non ha alcun bisogno di un padrone che la diriga; da sola mantiene il suo perenne movimento e la sua attività

Quando il più forte vuole opprimere il più debole lo convince che Dio santifica le sue catene, ed il debole, abbrutito, gli crede.
"Justine ovvero le disgrazie della virtù"
Marchese de Sade


Amanti del piacere d’ogni età e d’ogni sesso, è a voi soli che dedico la mia opera: nutritevi dei suoi princìpi, essi favoriscono le vostre passioni, e queste passioni, che i freddi e piatti moralisti vi dipingono come spaventose, altro non sono che i mezzi di cui la natura si serve per condurre l’uomo a realizzare i disegni che essa stessa ha su di lui; non ascoltate dunque che queste passioni deliziose; esse sono il solo strumento che deve portarvi alla felicità.
D.A.F. de Sade, La filosofia nel boudoir, 1795


La natura non ha alcun bisogno di un padrone che la diriga; da sola mantiene il suo perenne movimento e la sua attività. E se questo padrone esistesse veramente, cosa meriterebbe, oltre a disprezzo e a oltraggio, per aver creato un universo colmo di tante imperfezioni?
Donatien Alphonse De Sade



Nessun individuo è formato espressamente dalla natura, nessuno è fatto progettualmente da lei, ma tutti sono il risultato delle sue leggi e delle sue azioni, in modo tale che, in un mondo come il nostro, ci devono per forza essere delle creature come quelle che ci sono, mentre ne esistono diversissime in un altro globo, in quel formicaio di globi di cui lo spazio è riempito. Ma tali creature non sono né buone, né belle, né preziose, né create: sono la schiuma, il risultato delle cieche leggi della natura, sono come quel vapore che s’innalza dall’alcool quando in un vaso messo sul fuoco si dissolve per il calore che separa le parti […]. Tale vapore non è creato apposta, ma è un risultato eterogeneo, trae la sua esistenza da un elemento a lui estraneo e non vale niente in se stesso, e può o non può esistere senza che l’elemento da cui promana ne soffra in alcun modo: esso non deve nulla a tale elemento, che a sua volta non gli deve niente. […] L’uomo […] potrebbe quadruplicare la sua razza o estinguerla del tutto senza che l’universo ne provasse la più lieve alterazione.
D.A.F. de Sade, Juliette, ovvero le prosperità del vizio


Se si ama il proprio dolore, esso diviene voluttà
Dunque la distruzione è una delle leggi della natura come la creazione.
Marchese de Sade, La filosofia nel boudoir




Sì, cittadini, la religione è incompatibile col sistema della libertà; l'avete sentito.
L'uomo libero non s'inchinerà mai davanti agli dei del cristianesimo; mai i suoi dogmi, i suoi riti, i suoi misteri o la sua morale converranno ad un repubblicano. Ancora uno sforzo! Dal momento che vi date da fare per distruggere tutti i pregiudizi, non lasciatene in vita nessuno, perché anche uno solo è sufficiente a farli ritornare tutti. 
Donatien Alphonse François de Sade



Smettiamo di credere che la religione possa essere utile all’uomo.
Abbiamo buone leggi, e sapremo fare a meno della religione. Ma, si dice, il popolo ne ha bisogno di una, che lo diverta e lo freni. Ebbene, in tal caso, dateci allora quella che conviene a uomini liberi. Rendeteci gli dèi del paganesimo. Noi adoreremo volentieri Giove, Ercole o Pallade, ma non vogliamo più saperne del favoloso autore di un universo che si muove da se stesso, non vogliamo più saperne di un dio senza corpo ma che pure riempie tutto con la sua immensità, di un dio onnipotente che non realizza mai quel che desidera, di un essere sovranamente buono che non fa altro che malcontenti, di un essere amico dell’ordine, nel governo del quale tutto è disordine. No, non vogliamo più saperne di un dio che sconvolge la natura, che è il padre della confusione, che guida l’uomo mentre quest’uomo si abbandona ad orrori. Un dio simile ci fa fremere di indignazione e noi lo relegheremo per sempre nell’oblio da cui l’infame Robespierre ha voluto trarlo.
Donatien-Alphonse-François de Sade, Filosofia nel boudoir


E non c'è dubbio che le religioni siano la culla del dispotismo; fu un prete il primo di tutti i despoti: il primo re e il primo imperatore di Roma, Numa e Augusto, furono entrambi associati al sacerdozio. Costantino e Clodoveo furono più abati che sovrani. Eliogabalo fu sacerdote del sole. In tutti i tempi, in tutti i secoli, ci fu sempre fra dispotismo e religione un rapporto [...]
Se esiste una cosa assurda a questo mondo, è proprio quella di vedere degli uomini che, pur non conoscendo il loro Dio e quel che questo Dio possa esigere se non dalla vaga idea che se fanno, pretendendo di decidere sulla natura di ciò che appaga o irrita questo ridicolo fantasma della loro immaginazione.
La morale cristiana, troppo vaga sui rapporti dell'uomo con i suoi simili, pone basi così sofistiche che ci è impossibile ammetterle infatti, quando si vogliono edificare dei principi, ci si deve ben guardare dal porvi come base dei sofismi. Da cosa deriva quella morale assurda di amare il prossimo come noi stessi. Nulla certo sarebbe più sublime se fosse possibile che quanto è falso potesse avere un'impronta di bellezza. Non dobbiamo amare i nostri simili come noi stessi, perché sarebbe in contrasto con le leggi della natura, il cui codice deve invece guidare tutte le azioni della nostra vita; dobbiamo amare piuttosto i nostri simili come fratelli, come amici che la natura ci dà, e con i quali dobbiamo vivere tanto meglio in uno Stato repubblicano in quanto la scomparsa di distanze deve di conseguenza stringere legami.
Marchese de Sade, Filosofia nel Boudoir




Se diamo uno sguardo ai tempi antichi, vediamo che il furto era permesso e ricompensato in tutte le repubbliche della Grecia; Sparta o Lacedemone lo favoriva apertamente; qualche altro popolo l'ha considerato una vera e propria virtù bellica. È indiscutibile che esso alimenta il coraggio, la forza, la scaltrezza, tutte quelle virtù, insomma che sono utili ad un governo repubblicano e quindi al nostro. Io vorrei sapere, a questo punto, obiettivamente se il furto, il cui effetto è quello di livellare le ricchezze, sia un gran male in un governo che ha come fine l'eguaglianza. No, senza dubbio; infatti se da un lato favorisce l'uguaglianza, da un altro stimola ad una attenzione maggiore nella custodia dei propri beni. C'era un popolo che puniva non il ladro, ma colui che si era lasciato derubare perché imparasse ad aver cura delle sue proprietà. Questo ci porta a più ampie riflessioni.
Dio non voglia che mi metta ad attaccare o distruggere in questa sede il giuramento di rispetto della proprietà, che è stato appena pronunciato dalla nazione; ma potrò permettermi alcune osservazioni sull'ingiustizia di questo giuramento? Qual è lo spirito di un giuramento pronunciato da tutti gli individui di una nazione? Non è forse quello di mantenere una perfetta uguaglianza tra i cittadini, sottomettendoli tutti ugualmente alla legge protettrice della proprietà di tutti? E allora vi domando se vi sembra giusta la legge che ordina a chi non ha niente di rispettare colui che ha tutto! Su quali elementi si basa il patto sociale? Non consiste forse nel cedere un poco della libertà e delle proprietà personali per assicurare e mantenere quanto si conserva dell'una e dell'altra?
Donatien-Alphonse-François de Sade, La filosofia nel boudoir - (pag. 146)
Club del libro Fratelli Melita - - Cura e traduzione di Claudio Rendina



Capolavoro filosofico sarebbe svolgere in quale maniera e di quale mezzi la fortuna si è servita per raggiungere i fini che si è proposta nei confronti dell'uomo, e tracciare perciò delle linee di condotta che possano far conoscere a questo sventurato individuo bipede come deve camminare lungo il cammino coperto di spine della vita e prevenire i bizzarri capricci di questa fortuna che fu detta di volta in volta Destino, Dio, Provvidenza, Fatalità, Caso, definizioni tutte imperfette e prive di buon senso, le une quanto le altre, e che nulla apportano alla mente, se non ideee vaghe e puramente soggettive.
Marchese de Sade - La nuova Justine ovvero le sciagure della virtù
La nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu), traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini - Newton Compton, 1979.




Donatien Alphonse François de Sade alla moglie Justine
Vincennes, 20 febbraio 1781
Sono un libertino, lo confesso; tutto ciò che è possibile concepire in tal genere di cose, io l’ho concepito, ma non ho certo realizzato tutto ciò che ho immaginato e non lo realizzerò mai. Sono un libertino, non un criminale né un assassino, e dal momento che mi si costringe a porre la mia apologia accanto alla mia giustificazione, dirò che i miei ingiusti giudici non sarebbero in grado di controbilanciare le loro infamie con tante buone azioni quante io ne posso contrapporre ai miei errori.
Il conte Donatien-Alphonse-François de Sade è stato uno scrittore, filosofo, poeta, drammaturgo, saggista, aristocratico, criminale e politico rivoluzionario francese, delegato della Convenzione nazionale.
Autore di tutta una serie di classici della letteratura erotica, ma anche di drammi teatrali, testi vari e saggi filosofici, molti dei quali scritti mentre si trovava in prigione, la sua opera e il suo pensiero lo hanno fatto considerare un esponente dell'ala estremista del libertinismo, nonché dell'Illuminismo più radicale e materialista.

Vittima di un piano diabolico della suocera, la “presidentessa” Madame de Montreuil, De Sade finì nel carcere di Vincennes, dove avrebbe passato molti anni della sua vita. Questa trasformazione umana e spirituale è visibile e chiara nelle lettere scritte dal Marchese in quegli anni, indirizzate principalmente alla moglie e alla suocera. L’ingiustizia della propria condanna, l’insofferenza verso la propria vita da detenuto, i continui pensieri sull’infelicità della propria condizione formarono il nuovo De Sade, sia a livello umano che letterario e filosofico.





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