Visualizzazione post con etichetta Creatività. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Creatività. Mostra tutti i post

venerdì 15 maggio 2015

David Byrne. Il primo motore delle mie composizioni è, ancor oggi, l’intuizione. Magari passeggio per strada, e all’improvviso mi viene l’idea - la folgorazione - di una melodia. Allora la incido al volo sul registratore portatile che ho sempre con me, e poi a casa la riprendo e la sistemo. Mi piace molto, questo modo di lavorare.



Il primo motore delle mie composizioni è, ancor oggi, l’intuizione. Magari passeggio per strada, e all’improvviso mi viene l’idea - la folgorazione - di una melodia. Allora la incido al volo sul registratore portatile che ho sempre con me, e poi a casa la riprendo e la sistemo. Mi piace molto, questo modo di lavorare.
David Byrne. Dumbarton, 14 maggio 1952




sabato 28 febbraio 2015

Perché l'originalità non esiste. Tutte le idee vivono dell’eredità di altre idee. E niente è mai completamente nuovo. Edward Young. Gli originali sono, e devono essere, i grandi favoriti, sono i grandi benefattori. Estendono il dominio della Repubblica delle Lettere e aggiungono una provincia ai suoi domini: gli imitatori ci sanno soltanto una sorta di duplicati di quello che avevamo, possibilmente migliorando, prima

Perché l'originalità non esiste
Tutte le idee vivono dell’eredità di altre idee. 
E niente è mai completamente nuovo
Jacopo Colò - 21/02/2015


La creatività è sempre combinatoria e l’originalità assoluta è un mito.
L’idea di originalità per come la conosciamo oggi è nata molto di recente nella storia della nostra cultura. 

  • Nel 1759, il poeta britannico Edward Young scrive nel suo Conjectures Concerning Original Composition che «gli originali sono, e devono essere, i grandi favoriti, sono i grandi benefattori. Estendono il dominio della Repubblica delle Lettere e aggiungono una provincia ai suoi domini: gli imitatori ci sanno soltanto una sorta di duplicati di quello che avevamo, possibilmente migliorando, prima». Young parla nello specifico di letteratura e poesia ma l’idea è chiara. I romantici criticavano il pensiero dominante delle culture precedenti alla loro, qualcosa che oggi ci suona strano se associato all’idea di cultura: che imitare fosse meglio che inventare.


  • Quando Shakespeare — uno dei più grandi autori della storia letteratura — scriveva e metteva in scena le sue opere in Inghilterra, quello che i suoi spettatori cercavano non era l’invenzione e l’originalità, ma la vicinanza a un canone, a un genere


  • Quando Mozart — celebrato come uno dei più grandi compositori e musicisti di tutti i tempi — suonava alla corte di Vienna, la sua produzione musicale era soprattutto un conformasi alle regole e alla tradizione dei suoi tempi

I romantici trasformano questo modo di pensare, dando valore all’individuo prima che alla cultura, al genio piuttosto che alla tradizione ed elevano l’idea nuova sopra di tutto. E riuscirono nel loro intento. Oggi, quando parliamo di idee, di cultura e di creatività, tendiamo a elogiare l’originale e disprezziamo il vecchio, il già visto, il già sentito. Il problema, però, è che le idee e la creatività non funzionano esattamente così.

Perché la creatività è sempre combinatoria. 
  • Il matematico Henri Poincaré, nel suo Scienza e metodo ha dato una delle definizione più efficaci di creatività, parlando della «capacità di unire elementi preesistenti in combinazioni nuove, che siano utili». L’idea è che ogni idea sia un remix che mescola aspetti di idee diverse — magari anche da campi diversi o da epoche diverse — in una nuova forma. Ogni idea si porta dietro un’eredità di idee precedenti e niente nasce dal nulla. Non le nostre bellissime idee, non quelle dei romantici. La questione è capire quanto siamo disposti ad ammetterlo.


La storica dell’arte Penelope Alfrey dice che: 
«il mito dell’originalità nell’arte e nel design ha un considerevole valore commerciale come strumento per vendere, ma la realtà è che copiare sostiene l’economia del commercio. Senza copiare, produrremmo, faremmo e consumeremmo di meno. E ci sarebbero meno opere d’arte in giro». 

Anche senza espandere l’analisi all’intero mondo delle invenzioni (che sarebbe un po’ come dire all’interno mondo delle cose create dall’uomo) basta fermarsi alla cultura recente per dimostrare quanto quello che dicono Poincaré e Alfrey sia vero. E per farlo non serve nemmeno arrivare ad autori come Tarantino, che di rimescolare, citare e trasformare hanno fatto non solo un marchio di fabbrica ma anche un vanto.

Guerre Stellari e Metropolis
A guardarlo da vicino, Guerre Stellari non è così originale. 
Lucas ha copiato un po’ da tutti, da Kurosawa ad Asimov.

Guerre Stellari, ad esempio.
L’opera spaziale di George Lucas non è solo un film, è un franchise da quasi quarant’anni domina la cultura popolare. Pensare a Guerre Stellari vuol dire pensare a un universo fantastico creato da zero, zeppo di creature mai viste e di pianeti lontani. Ma a guardarlo da vicino, Guerre Stellari non è così originale. Dentro alla saga di fantascienza di George Lucas c’è di tutto: Isaac Asimov, Flash Gordon, i film di Akira Kurosawa, gli western e film di guerra sulla seconda guerra mondiale. Ci sono intere scene di The Dam Busters del 1955 e di Squadron 633 del 1964 che in Guerre Stellari non sono semplicemente citate ma interamente copiate, rifatte quasi fotogramma per fotogramma. E poi ancora: il droide dorato R2D2 è praticamente il corrispettivo maschile del robot di Metropolis di Fritz Lang, il costume di Darth Vader è ispirato a un personaggio della serie di film The Fighting Devil Dogs e i cavalieri jedi altro non sono che samurai con delle spade laser (e persino il nome è una storpiatura di Jidai Geki, il genere di film e opere giapponesi in cui si racconta l’epoca dei samurai).

Serve altro? Pensiamo a The Matrix, uno dei film di fantascienza più apprezzati degli ultimi anni. Anche se non è riconosciuto per l’originalità della sua trama — che è un mescolone di cyberpunk, di filosofia e di Alice nel Paese delle meraviglie — lo è per le innovazioni nella regia e negli effetti visivi (premiati anche con un premio Oscar nel 1999). Ma anche qui, c’è ben poco di originale. Le coreografie dei combattimenti sono prese pari pari dai film di arti marziali di Hong Kong e le sparatorie sembrano uscite da un film di John Woo. Persino il bullet time, la tecnica registica che i fratelli Wachowski usano quando la macchina da presa si muove a rallentatore attorno a Neo mentre i proiettili degli agenti gli sfrecciano intorno, e che i due registi sono riconosciuti come inventori, non è nuova. Uno dei primi esempi di uso di questa tecnica è in un’anime (un cartone animato) giapponese che si chiama Speed Racer. Cosa hanno girato i fratelli Wachowski dopo la trilogia di Matrix? Ah, sì, un film che si chiama Speed Racer e che è basato esattamente su quel cartone. Andando a spulciare tra le note di produzione del film, scopriamo che i due erano appassionati della serie fin da bambini e che quel bullet time non è esattamente saltato fuori dal nulla.

Nel suo TED Talk Everything is a Remix, il regista Kirby Ferguson mostra quanto uno dei cantautori più amati dell’ultimo secolo, Bob Dylan, abbia costruito decine di canzoni che oggi riconosciamo come classici pescando a piene mani dalla tradizione folk statunitense, a volte copiando i testi, a volte le melodie. Masters of War di Dylan ha la stessa struttura della canzone tradizionale Nottamun Town, Don't Think Twice, It's All Right (che inizia con It ain’t no use to sit and wonder why, babe) ha quasi lo stesso testo di Who’s gonna buy you ribbons (che inizia con It ain't no use to sit and sigh now, darlin). E via così per molti di altri brani.


Gli infiniti rinnovi di copyright sulle cose del ‘900

Jacopo Colò
Bob Dylan non è da solo. Moltissimi cantanti folk trasformano vecchie melodie e vecchie parole in nuove canzoni. Così come fa l’hip-hop. Così come fa il blues. Così come fa il pop.
Quello che fa Dylan non è una cosa strana, moltissimi cantanti folk fanno lo stesso lavoro, trasformando vecchie melodie e vecchie parole in nuove canzoni. Così come fa l’hip-hop. Così come fa il blues. Così come fa il pop. Così come fa, ora dovrebbe essere chiaro, chiunque produca qualcosa di nuovo, dal cinema all'arte, dai videogiochi al fumetto. L’originalità che ci hanno raccontato i romantici è un mito perché non esiste operazione creativa che non produca qualcosa di nuovo, almeno nella combinazione degli elementi. L’originalità è un mito perché è falsa: quando una cosa ci sembra radicalmente nuova è perché noi, e a volte persino l’autore stesso, non ci ricordiamo più e non riconosciamo con quali pezzi è fatta. La questione è solo cambiare punto di vista e ammetterlo, rendendo tutti più liberi di creare più cose nuove, mescolandone di vecchie.

http://www.linkiesta.it/mito-originalita-assoluta-creativita-combinatoria


http://youtu.be/28Ayy6XwFBg
Guerre Stellari e Metropolis



mercoledì 13 agosto 2014

Patch Adams. Trovate la creatività in ogni azione che fate. Non sacrificate mai il vostro bisogno di essere creativi, nel modo di camminare per la strada, nel modo di riporre i piatti che avete appena lavato, nel vostro modo di costruire qualcosa. L’arte è essenziale alla cultura umana, ne è l’ossigeno. E quando ci sono problemi finanziari per prima cosa nelle scuole vengono eliminati i programmi relativi alle attività artistiche: se ne vede poi l’effetto nella nostra vita.

”Trovate la creatività in ogni azione che fate. Non sacrificate mai il vostro bisogno di essere creativi, nel modo di camminare per la strada, nel modo di riporre i piatti che avete appena lavato, nel vostro modo di costruire qualcosa. L’arte è essenziale alla cultura umana, ne è l’ossigeno. E quando ci sono problemi finanziari per prima cosa nelle scuole vengono eliminati i programmi relativi alle attività artistiche: se ne vede poi l’effetto nella nostra vita.”
Patch Adams, 2004

giovedì 29 maggio 2014

Secondo Sofocle fu proprio Palamede a inventare i dadi,come del resto anche gli scacchi, come passatempo per i suoi commilitoni impegnati nel decennale quanto noiosissimo assedio di Troia. Secondo Erodoto, invece, i dadi sarebbero stati inventati dagli abitanti dell Lidia ai tempi di Re Atys. Gli archeologi li hanno smentiti entrambi: dadi rituali per divinare, fatti con astragali marcati su quattro facceil futuro,erano già in uso in tempi preistorici, mentre il più antico dado cubico con facce numerate da 1 a 6 risale al 2000 a.C. ed è stato rinvenuto in Egitto.



Secondo Sofocle fu proprio Palamede a inventare i dadi,come del resto anche gli scacchi, come passatempo per i suoi commilitoni impegnati nel decennale quanto noiosissimo assedio di Troia. Secondo Erodoto, invece, i dadi sarebbero stati inventati dagli abitanti dell Lidia ai tempi di Re Atys. Gli archeologi li hanno smentiti entrambi: dadi rituali per divinare, fatti con astragali marcati su quattro facceil futuro,erano già in uso in tempi preistorici, mentre il più antico dado cubico con facce numerate da 1 a 6 risale al 2000 a.C. ed è stato rinvenuto in Egitto. 
Andrea Angiolino e Beniamino Sidoti, Dizionario dei giochi, Zanichelli, Bologna, 2010, pag. 324







Timeo Danaos et dona ferentes” - “Temo i Greci, anche quando portano doni
QUESTA FRASE GRIDÒ, LAOCOONTE, VEGGENTE E SACERDOTE TROIANO DI FRONTE AL CELEBRE CAVALLO CHE ERA STATO PORTATO DENTRO LE MURA DELLA CITTÀ. Atena, che parteggiava per i greci, punì Laocoonte mandando Porcete e Caribea, due enormi serpenti marini che uscendo dal mare avvinghiarono i suoi due figli, stritolandoli: il sacerdote cercò di accorrere in loro aiuto ma subì la stessa sorte.
Laocoonte e i suoi due figli lottano con i serpenti. Opera greca della scuola di Rodi (II sec.a.C.), ritrovato a Roma nel '500 ridotto in più frammenti e fu oggetto di un pesante restauro.




TROIA E LA "FOLLIA" DI SCHLIEMANN.
[...] Schliemann [scelse], in pieno secolo decimonono, Zeus come Dio e a lui indirizzando le sue preghiere, battezzando Agamennone suo figlio, Andromaca sua figlia, Penelope e Telamone i suoi servitori, e dedicando a Omero tutta la sua vita e i suoi quattrini.
Era un matto, ma tedesco, cioè organizzatissimo nella sua follia che la buona sorte volle ricompensare

La prima storia che gli raccontò suo padre, quando aveva cinque o sei anni, non fu quella di Cappuccetto Rosso, ma quella di Ulisse, di Achille e di Menelao. Ne aveva otto, quando annunziò solennemente in famiglia che intendeva riscoprire Troia e dimostrare, ai professori di storia che lo negavano, ch'essa era realmente esistita. 
[Da adulto, dopo aver divorziato...] mise un annunzio su un giornale chiedendo un'altra moglie, purché fosse greca. La sposò sui due piedi secondo un rito omerico.
Nel 1870 [in Asia Minore] trascorse l'inverno, in un freddo siberiano, a far buchi con sua moglie e i suoi sterratori. Dopo dodici mesi di sforzi inutili e di spese folli, da scoraggiare qualunque apostolo, un giorno un piccone urtò in qualcosa che non era la solita pietra ma una cassa di rame che, scoperchiata, rivelò agli occhi esaltati di quel fanatico ciò che egli subito chiamò "il tesoro di Priamo":migliaia e migliaia di oggetti d'oro e d'argento.

Schliemann telegrafò al Re di Grecia: Maestà, ho ritrovato i vostri antenati."

[Indro Montanelli]

LA CITTA’ DEL MITO. DAL 3.000 a.C. al 400 d.C. STRATO SU STRATO.
Troia è di certo la più famosa città della protostoria mediterranea: scoperta sulla piatta collina di Hissarlik, situata nell'ampia valle dello Scamandro, alla confluenza col Simoenta, a circa 6 km dalla costa occidentale dell'Anatolia settentrionale, presso lo sbocco dei Dardanelli, in un punto strategico all'incrocio dei passaggi dall'Asia all'Europa, all'ingresso del Mar Nero, in una regione di miniere di argento. Il toponimo T. ha probabilmente il significato di un nome comune (Esichio: τροία = πόλις), ma la città era conosciuta anche col nome proto-hittita (preindoeuropeo) di Ilio.

La collina di Hissarlik era nota ai Turchi come "la fortezza", a causa delle mura in rovina che la ricoprivano ed era stata identificata fin dagli inizi del secolo scorso, per le iscrizioni che vi si erano trovate, come il sito della Ilion ellenistica e romana; l'esistenza della città omerica era negata dalla maggior parte degli studiosi che escludevano che i poemi omerici avessero una qualche consistenza storica. 

Il primo ad avanzare l'ipotesi che la Troia omerica fosse realmente esistita e si trovasse nel medesimo sito della più tarda città ellenistica e romana fu C. Maclaren nel 1822; alla stessa conclusione giungeva nel 1864, dopo qualche saggio di scavo, F. Calvert, mentre altri cercava T. in una località fornita di sorgenti calde e fredde, su una collina presso lo Scamandro, accanto al piccolo villaggio di BunarbaŞi. Calvert, console americano a Kannakkale e possidente di parte del colle di Hissarlik, nel 1868 mostrò il luogo allo Schliemann, alla cui fede appassionata si deve la scoperta delle rovine di Troia e il riconoscimento sul colle famoso di tenaci segni di abitazioni umane protrattesi senza interruzione dalla prima Età del Bronzo alla fine dell'epoca romana (dal 3.000 a. C. al 400 d C. circa). 

Schliemann compì dal 1870 al 1890 sette campagne di scavo.
Nelle sue prime esplorazioni aveva distinto sette livelli sovrapposti designati come città, ma dopo le ricerche del Dörpfeld i livelli salirono a nove ed i successivi scavi americani, soffermandosi specialmente sui primi strati trascurati dai precedenti scavatori (dal I al V), hanno introdotto nell'ambito dei singoli strati numerose suddivisioni fino a raggiungere il numero di 46.

I PERIODI E GLI STRATI.
I periodi da Troia I a Troia V incluso appartengono ad un'era che corrisponde all'antica Età del Bronzo egea, mentre l'inizio di Troia VI segna il principio della media Età del Bronzo; il sesto stanziamento continuò fino all'ultima parte della tarda Età del Bronzo. Con Troia VII un brusco cambiamento segna l'arrivo di un nuovo popolo che poi lasciò deserto il luogo fino al sopraggiungere dei coloni greci (circa 700 a.C.) a cui si deve lo strato di Troia VIII. Troia IX è la città romana di Ilium novum. 

Grandi difficoltà ha presentato il tentativo di istaurare una cronologia assoluta per gli strati più antichi, quelli cioè anteriori a Troia VIII: 
mancano infatti in quest'epoca documentazioni epigrafiche e solamente per pochi degli oggetti di importazione (soprattutto cicladica e successivamente micenea) si conoscono i dati stratigrafici di ritrovamento. 

Nell'ambito delle principali suddivisioni da Troia I a Troia V, e cioè nella prima Età del Bronzo, sono stati riconosciuti attualmente 30 strati per uno spessore complessivo di circa 12 metri. Lo spessore ingente e le numerose stratificazioni fanno supporre un lasso cronologico molto ampio, almeno un millennio, ma forse anche più, durante il quale avvenne un processo lento e costante di evoluzione, senza brusche rotture culturali che possano far supporre invasioni o conquiste da parte di altri popoli; le generali distruzioni che segnano le soglie fra Troia I, II, III, IV e V sono dovute a catastrofi: incendi, terremoti e simili.


venerdì 16 maggio 2014

L'Umanesimo è il periodo in cui un nutrito gruppo di studiosi dimostrarono quanto può la mente umana, di contro a oggi in cui si insiste a 'specializzare' i ragazzi. Certo si acquista in perfezione dei dettagli, ma è dal mescolare vari campi che nascono nuovo idee o nuove soluzioni




L'Umanesimo è il periodo in cui un nutrito gruppo di studiosi dimostrarono quanto può la mente umana, di contro a oggi in cui si insiste a 'specializzare' i ragazzi. Certo si acquista in perfezione dei dettagli, ma è dal mescolare vari campi che nascono nuovo idee o nuove soluzioni


Un altro esempio di Umanista-Matematico:
Federico Commandino (Urbino 1509 -1575). Allora Urbino era la principale sede del cosiddetto “umanesimo matematico”: la Matematica si incrocia con la simbologia, con le forme e i volumi architettonici, con le armonie celesti dell’astronomia e dell’astrologia.
Merito di Federico Commandino fu quello di aver portato alla luce e alla conoscenza gli scritti di Apollonio, di Archimede, di Pappo, di Eutocio, di Tolomeo e di molti altri.

L'opera più significativa è la traduzione degli Elementi di Euclide, prima in latino poi in volgare, integrata da prefazioni e spiegazioni perchè la matematica doveva -a suo dire- essere compresa da tutti, senza per questo venire svalutata.



domenica 20 aprile 2014

Storia del living theatre. Gli edifici chiamati teatri sono trappole architettoniche. L'uomo della strada non entrerà mai in edifici del genere. [...] per questo il Living Theatre non vuole più recitare nei teatri. [...] Come uscire dalla trappola? E indicavate tre strade. La prima: "Liberatevi per quanto possibile dalla dipendenza dal sistema economico"; la seconda: "Abbandonate i teatri"; e la terza: "Trovate nuove forme. Sfondate le barriere dell'arte. L'arte è confinata nella prigione della mentalità dell'establishment". Da parte vostra, vi dividevate in quattro cellule, perché "per trasformare la struttura è necessario attaccarla da più lati". Ma la "decentralizzazione" corrispondeva di fatto a una diaspora che disperdeva in diverse parti del mondo la vostra comunità teatrale. Cosa era successo realmente al vostro interno? E come affrontaste una cesura tanto profonda? Nel '68 eravamo un gruppo omogeneo di 30-35 persone ( era difficile dire chi facesse parte del gruppo a tutti gli effetti e chi no ). E, proprio quando la nostra sperimentazione sulle forme comunitarie era giunta al punto più incandescente, è arrivata la disgregazione. E' stato proprio dopo il periodo rivoluzionario, quando avevamo abbattuto le vecchie strutture per crearne di nuove: e la stessa cosa è successa anche al nostro interno. I fattori di crisi sono stati sottoposti a una nuova analisi ed è emerso che la compagnia conteneva in realtà quattro gruppi differenti che volevano fare differenti tipi di lavoro.

Storia del living theatre.
Gli edifici chiamati teatri sono trappole architettoniche. L'uomo della strada non entrerà mai in edifici del genere. [...] per questo il Living Theatre non vuole più recitare nei teatri. [...] Come uscire dalla trappola? E indicavate tre strade. La prima: "Liberatevi per quanto possibile dalla dipendenza dal sistema economico"; la seconda: "Abbandonate i teatri"; e la terza: "Trovate nuove forme. Sfondate le barriere dell'arte. L'arte è confinata nella prigione della mentalità dell'establishment". Da parte vostra, vi dividevate in quattro cellule, perché "per trasformare la struttura è necessario attaccarla da più lati". Ma la "decentralizzazione" corrispondeva di fatto a una diaspora che disperdeva in diverse parti del mondo la vostra comunità teatrale. Cosa era successo realmente al vostro interno? E come affrontaste una cesura tanto profonda?
Nel '68 eravamo un gruppo omogeneo di 30-35 persone ( era difficile dire chi facesse parte del gruppo a tutti gli effetti e chi no ). E, proprio quando la nostra sperimentazione sulle forme comunitarie era giunta al punto più incandescente, è arrivata la disgregazione. E' stato proprio dopo il periodo rivoluzionario, quando avevamo abbattuto le vecchie strutture per crearne di nuove: e la stessa cosa è successa anche al nostro interno. I fattori di crisi sono stati sottoposti a una nuova analisi ed è emerso che la compagnia conteneva in realtà quattro gruppi differenti che volevano fare differenti tipi di lavoro.
Cristina Valenti. Storia del living theatre


Allargare la sfera della sensibilità umana è il solo infallibile segno del genio nelle belle arti. Wordsworth vitato da Hebert Read.
Il nuovo mondo non sarà scoperto senza nuovi vascelli su cui navigare.
Il teatro è un vascello per esplorare.
Nessuno può essere persuaso contro la sua volontà.
Ci aspettiamo una naturale simpatia tra l'artista e la libertà umana e siamo sempre delusi quando non riesce a manifestarsi. Per questa ragione l'innovazione è un imperativo.
Vivere la vita più pienamente è la forza motrice. Quando questa cessa, come avviene nell'Iowa e anche a Parigi, allora il miglior rigor mortis a manifestarsi.
Parigi 1 luglio 1982
THEANDRIC
JULIAN BECK
IL TESTAMENTO ARTISTICO DEL FONDATORE DEL LIVING THEATRE
EDIZIONI SOCRATES 1994


"Il teatro povero non fu soltanto un tentativo di collocare la creatura umana in una situazione di assenza di cose allo scopo di esaminarla/o, fu anche un modo di dire No alla società che è capace di "vedere" soltanto se ci sono cose tutto intorno che impediscono alla verità di librarsi in volo costringendola nella realtà dei prodotti industriali e del dispendio di denaro.
Infatti siamo tutti così degradati che il costo misura il valore reale.
Se qualcosa non ha prezzo non è presente nella nostra realtà.
Questi sono problemi generici".
Tharon Plage (Francia) 3 aprile 1983


Non ho scelto di lavorare nel teatro, ma nel mondo.
II Living Theatre è diventato la mia vita, il teatro vivente.
Ci divoriamo a vicenda. Non posso distinguere l'uno dall'altro. In esso Judith e io ci uniamo.
Altri con noi. Degli attori vi sono aggrappati come i pidocchi all'aquila di Jeffers.
Ci sono attori che sono i miei occhi e dei tecnici che sono le nostre ali.
Il nido che costruiamo forse brulicherà di vermi. Le uova generano carnivori.
II mio teatro. Tengo Io specchio finché le braccia mi fan male.
Cade sulle teste degli spettatori lasciandoli feriti e sanguinanti.
Oppure non succede nulla.
Tengo uno specchio che è soltanto una crollante icona di merda, e io vi sono sepolto sotto.
Un cumulo di letame sulla scena dove nessuno può guardare. Una vita unica dì niente.
Julian Beck



julian beck
Artaud vide nella famosa bellezza del teatro orientale un movimento che riempi d'invidia la sua immaginazione. Ma Artaud era intrappolato dalle immagini, il grande tabù degli ebrei che nella comprensione trascendentale sanno la seduzione dell'occhio così forte e penetrante da minacciare l'uomo di distruzione; struggendosi lui stesso per la Grande Liberazione, Artaud non sapeva ancora come noi, circa trent'anni più tardi, che l'occhio non è il maggiore organo percettivo del corpo.
Il Teatro Oltre l'Occhio. Il Teatro del Corpo Che Non Soltanto Vede Ma...
Il Teatro Che Si Muove. Fa' attenzione. Muoviti.




Roberto Maestri
Il teatro nella sua complessità e interezza dell'espressione corporea
dove gesto, parola, emozione fanno parte di un tutto che è la sintesi dell'arte dell'attore.


Bianca Bertolucci
Sono d'accordo con julian beck, "Il Teatro Oltre l'Occhio",
in questo momento l'ipnosi passa attraverso l'occhio.
Abbiamo bisogno di altre porte per avvicinarci alla vita,
al vero, per non morire accartocciati su noi stessi.
Noi pensiamo di guardare il reale
ed intanto ci stanno prosciugando la linfa vitale.




Io credo che quello che mi ha fatto trovare antipatico il teatro italiano erano i "teatranti" o attori che amavano fare i divi del teatro...Shakespeare aveva scritto che i peggiori attori in Italia erano quelli sul palcoscenico e Peter O'Toole diceva che fare l'attore di teatro doveva essere come pisciare contro un muro e non recitare i testi come fossero testi sacri....Julian Beck ha fatto questo inventando il teatro povero.





Il teatro è in strada...se l'emozione è vera arriva anche se sussurrata..



Julian, negli anni 70, per lungo tempo, fu ospitato, gratuitamente, nel mio atelieur "IL CIELO" per continuare la sua attività laboratoriale. Era un grande senza soldi, e, dalle nostre parti, puoi essere grande quanto ti pare, ma, se non hai denaro, ti scanzano tutti.



Non esiste più un teatro rivoluzionario e lo stesso Living, ma soprattutto la sua dependance in Italia si è infine imborghesito e non scende più in strada.



quello che è esistito, può anche riesistere, con motivazioni simili ma differenti. Sono degli URLI nel mondo piatto della parola. O quando la parola si appiattisce, viene ascoltata, ma non ha più senso. [...] E' il momento di lanciarlo un altro URLO, silenzioso, forse, senza parole, un canto alla BELLEZZA che ci stanno togliendo, un URLO corale espansivo, efficace, DIROMPENTE!! Il momento è giusto, se non vogliamo soccombere.



certo che c'è ancora bisogno dell'URLO, ma oggi il teatro è passato da arte a mestiere
Oggi il teatro di Julian e Judit è semplicemente un ricordo di alcuni nostalgici (anche per età) i giovani "fanno" teatro sperando che qualcuno li noti e li scritturi per qualche intervento in televisione - credo che non debba sottolineare la qualità di molta recitazione. C'è ancora chi fa dell'ottimo teatro, ma è sempre più relegato in ambiti ristretti e, sicuramente, poco frequentati. Oggi è più importante il numero di biglietti staccati che non il lavoro di gente che ha qualcosa da dire.



i mestieranti del teatro ci sono sempre stati, così pure gli artisti. Il Teatro è il contenitore di tutte le arti. E' già cambiato, e cambierà ancora è un continuo mutamento...come la vita.



io penso che dio denaro ci fa diventare avari, ci divide e ci tiene sgretolati da noi stessi ma se vogliamo veramente il cambiamento di noi stessi ci dobbiamo attivare e trovare noi stessi io sono sveglio e pronto per un living povero ma chissà quanta poesia si potrà esternare nella povertà



il Teatro è ARTE espressione della vita umana, è sentimento, passione, socialità ed è in esso che il corpo umano diventa espressione della verità..



Infatti il Teatro gabbia allontana la persona dalla consapevolezza che è lui stesso un'artista, ma purtroppo rimarrà inconsapevole ...



Molto interessante e condivisibile.
Inviterei, però, oltre a quella sociale, a valutare un'altra caratteristica dei teatri: quella "fisica". Cioè, un teatro deve avere delle peculiarità per cui la voce e il suono possano propagarsi al meglio, raggiungendo tutti gli spettatori il più possibile allo stesso modo.



giovedì 13 marzo 2014

Joseph Conrad. Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?

Anche il dolore più acuto può alla fine esplodere in violenza, ma di solito si tramuta in apatia.
Joseph Conrad, Cuore di tenebra



Che bizzara cosa la vita – questo misterioso congegnarsi di implacabile logica in vista di uno scopo tanto futile. Il piú che se ne possa sperare è una certa qual conoscenza di se stessi – che giunge troppo tardi – e una messe di inestinguibili rimpianti. Ho lottato con la morte. È la contesa meno eccitante che immaginar si possa. Ha luogo in un grigiore impalpabile dove non s’ha più nulla sotto i piedi, nulla tutt’attorno; senza spettatori, senza clamori, senza glorie; senza il gran desiderio di vincere, senza il gran timore della sconfitta, in una insalubre atmosfera di tiepido scetticismo, senza una ferma convinzione nel proprio diritto, e meno ancora in quello dell'avversario. Se è questa la forma suprema della saggezza, allora la vita è un enigma più grande di quanto alcuni di noi pensano che sia. Ero a un passo dalla mia ultima occasione di pronunciare una parola, e ho scoperto con umiliazione che probabilmente non avevo niente da dire.
Joseph Conrad, Cuore di Tenebra


“No, è impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verità, il significato; la sua sottile e penetrante essenza. È impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli.”
Joseph Conrad, Cuore di tenebra


Voi sapete che io odio, detesto, non tollero la menzogna; non perché io sia più retto degli altri, ma solo perché mi sgomenta. Nella menzogna c’è un odore di morte, di corruzione della carne, che mi ricorda ciò che mi fa più orrore al mondo e che cerco di dimenticare. Mi fa star male, mi dà la nausea come se avessi in bocca qualcosa di marcio. Questione di temperamento, credo.
Joseph Conrad, Cuore di tenebra


Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?
Joseph Conrad


Sapevo che la mia nave - al pari di certe donne rare - era una di quelle creature la cui semplice esistenza è sufficiente a ispirare un disinteressato piacere. Si sente che è bello essere nel mondo dove c’è lei.
Joseph Conrad, La linea d’ombra



«E se mi domandi come, perché, per quale ragione, ti risponderò: Suvvia, per caso! Per puro caso, così come accadono le cose, fortunate e sfortunate, terribili o tenere, importanti o meno; e anche le cose che non sono né l’uno né l’altro, cose per loro natura assolutamente neutrali, al punto che ti verrebbe da chiederti perché accadano se non sapessi che anch’esse, nella loro insignificanza, portano i semi di ulteriori innumerevoli casualità».
Joseph Conrad, “Il caso”


E’ straordinario che si possa attraversare la vita con gli occhi semichiusi, le orecchie intorpidite e la mente letargica. Forse è meglio così; ed è possibile che sia proprio questa ottusità a rendere la vita così sopportabile e così gradita ad una maggioranza incalcolabile. Tra noi possono però esserci alcuni che non hanno mai conosciuto uno di quei rari attimi di risveglio in cui vediamo, udiamo e comprendiamo tante cose – ogni cosa – in un lampo – prima di ripiombare in una piacevole sonnolenza
Joseph Conrad, Lord Jim


<<Badate, >> riprese, alzando l'avambraccio, con il palmo rivolto in fuori, sicché, con le gambe incrociate davanti, aveva la posa di un Budda predicante in abiti moderni e senza il fiore di loto. << Badate...quello che ci salva è il rendimento - la devozione al rendimento. Ma quei tipi non valevano gran che, davvero. Non erano colonizzatori; ho l'impressione che la loro amministrazione fosse esclusivamente un'arte per spremere, e nient'altro. Erano conquistatori, e per esserlo occorre solo la forza bruta - una cosa di cui c'è poco da vantarsi, quando l'avete, poiché la vostra forza è solo un accidente che nasce dalla debolezza degli altri. Arraffavano quel che potevano per il piacere di possedere. Si trattava soltanto di rapina a mano armata, di omicidio aggravato fatto su vasta scala, e di uomini che agivano alla cieca - come si conviene a coloro che affrontano le tenebre. La conquista della terra, che in pratica significa toglierla a coloro che hanno un colore diverso o un naso un po' più schiacciato del nostro..[...]
Joseph Conrad, Al limite estremo - Garzanti


Nessun uomo si aprirà con il proprio padrone; ma a un amico di passaggio, a chi non viene per insegnare o per comandare, a chi non chiede niente e accetta tutto, si fanno confessioni intorno ai fuochi del bivacco, nella condivisa solitudine del mare, nei villaggi sulle sponde del fiume, negli accampamenti circondati dalle foreste — si fanno confessioni che non tengono conto di razza o di colore. Un cuore parla — un altro ascolta; e la terra, il mare, il cielo, il vento che passa e la foglia che si agita, ascoltano anche loro il vano racconto del peso della vita. -
Joseph Conrad


Solo i giovani hanno simili momenti. Non dico i giovanissimi. No. I giovanissimi, ad essere precisi, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere proiettati nel futuro in tutta la meravigliosa continuità che non conosce pause né introspezione. Ti chiudi alle spalle la porticina della mera puerilità – ed entri in un giardino incantato, dove anche le ombre sono rilucenti di promesse. Ogni svolta del sentiero è seducente. E non perché quello sia un luogo inesplorato. Sai bene che ogni uomo ci è passato. È l’incanto dell’esperienza universale, da cui ti aspetti una sensazione rara o personale – un pò di te stesso.
Continui a ritrovarvi i segni del passaggio dei predecessori, emozionato, divertito, accettando la buona e la cattiva sorte – le rose e le spine, come si dice – la pittoresca sorte comune che offre così tante possibilità per i meritevoli o, forse, per i fortunati. Sì. Vai avanti. E anche il tempo va avanti, – fino al momento in cui scorgi, dinnanzi a te, una linea d’ombra che ti avverte che la regione della prima giovinezza, anche quella, va lasciata alle spalle.
Questo è il periodo della vita in cui è probabile che vengano momenti come quelli di cui parlavo. Quali momenti? Ma i momenti di noia, di estenuazione, di insoddisfazione. Momenti avventati. Voglio dire, momenti in cui chi è ancora giovane tende a compiere azioni avventate, come sposarsi all’improvviso oppure lasciare un lavoro senza alcun motivo.
Questa non è la storia di un matrimonio. Non ero messo così male. La mia azione, seppure avventata, era più simile a un divorzio, quasi un abbandono. Senza alcun motivo che potesse apparire minimamente sensato, mandai all’aria il mio lavoro – mollai il mio posto – lasciai la nave di cui il peggio che si poteva dire era che fosse una nave a vapore e perciò non richiedeva quella cieca fedeltà che… Ad ogni modo, non ha senso stare a giustificare una cosa che persino io al tempo sospettavo essere un capriccio.
Joseph Conrad, La linea d'ombra







"Joseph Conrad aveva 12 anni e si chiamava ancora Józef Teodor Konrad Korzeniowski quando, come avrebbe raccontato anni dopo, vide di nascosto suo padre Apollo, grande esponente del patriottismo polacco conculcato dall'oppressione zarista, distruggere i propri manoscritti. In quel ricordo, il padre appare allo scrittore «un uomo sconfitto» che sta compiendo un atto di resa. È probabile, osserva Richard Ambrosini, che si tratti più di una fantasia simbolica che di un ricordo oggettivo; molti scritti del padre sono stati conservati e il suo funerale, pochi giorni dopo quella distruzione spiata dal figlio, furono un' apoteosi di folla, non certo il commiato di un vinto dalla vita. Quando rievoca quell'episodio, Conrad ha già lasciato da tempo la Polonia, ha attraversato da marinaio e da capitano i mari del mondo e il mare della vita - le sue tempeste, le sue bonacce, il suo incanto insostenibile, i suoi gorghi melmosi - e ha scritto immortali romanzi in lingua inglese senza riuscire a parlarla perfettamente. Ma quel ritratto del padre - fedelmente ripescato nella memoria o inconsapevolmente falsificato nella rielaborazione fantastica - contiene alcuni fondamentali sentimenti, ossessioni, immagini, valori e angosce di Conrad: l'eroica sconfitta, l'impavido coraggio nell'affrontarla e un'oscura vocazione alla resa. Forse nessuno come Conrad ha capito - e rappresentato poeticamente - come il destino dell'uomo e la legge della vita siano la sconfitta e come ciò non scalfisca la grandezza di chi, nonostante tutto, «non dà troppo peso alle cose, siano esse buone o cattive», e continua a far fronte alla sorte, ai propri errori, alle inquietudini della propria coscienza, come dice il capitano Giles nella Linea d' ombra. Molti personaggi di Conrad sono sconfitti - dalla vita, dai loro fantasmi o dai loro princìpi, dalle ambiguità della Storia e dell' animo. Vinti sono Almayer e Willems, il reietto delle isole, il capitano Lingard con la sua idea fissa, il capitano Whalley quasi cieco, sopravvissuto al suo mondo e condotto alla rovina dal suo amore per la figlia; Nostromo, il cui coraggio e la cui generosità vengono a poco a poco irretiti nella sordida degradazione di un meccanismo sociale che corrompe oggettivamente ideali e sentimenti; non sono certo vittoriosi sul proprio destino e sul proprio cuore i due più grandi personaggi conradiani, Lord Jim e Kurtz, in Cuore di tenebra. Questo sentimento della vita quale sconfitta nasce da un profondo pessimismo conservatore, che sente il tempo e la Storia come un' erosione del proprio mondo e dei propri valori - il mare che consuma la nave, la tempesta che la affonda. A quei valori si resta orgogliosamente fedeli pur sapendoli perduti o forse proprio perché li si sa perduti, rifiutandosi di accettare i mutamenti del tempo ossia di tradire. Conrad, in fondo, non accettava nemmeno il tramonto della navigazione a vela. La fedeltà, uno dei suoi valori cardinali, è uno struggente amore della vita che rifiuta il suo cambiamento, il suo passare, la sua morte e in questa incorruttibile dedizione si irrigidisce in una perseveranza a sua volta simile alla morte. Questo sentimento conservatore non crede in alcun progresso sociale, la fede nel quale gli appare una falsificazione retorica e ottimista o addirittura uno strumento ideologico di sopraffazione. Come molti altri grandi scrittori della sua epoca, Conrad, nelle sue esplicite e spesso semplicistiche dichiarazioni politiche, è un donchisciottesco, talora patetico reazionario. In tal senso, scrive Franco Marenco, egli esprime «la grande intuizione dell' anima borghese, al crepuscolo della sua grande stagione culturale, della disumanità e dello sfacelo che nutre in sé il corpo civile». L'evoluzione della storia contemporanea, ai suoi occhi, neutralizza ed elide i più diversi, antitetici programmi politici, dal liberalismo al socialismo alla rivoluzione, in un meccanismo totalitario che stritola o integra ogni slancio individuale e impedisce reali alternative con la ferrea necessità dell' antico destino. Ma è proprio questo cupo pessimismo storico-sociale che smaschera, forse più di quanto egli sapesse o si proponesse, le contraddizioni e gli abissi della modernità e fa, suo malgrado, di lui, come di altri grandi scrittori ideologicamente reazionari, un rivoluzionario demistificatore delle certezze e delle falsità di cui si avvale ogni potere. In qualsiasi circostanza della vita e del lavoro quotidiano l' individuo, per Conrad, è sfidato dall'assurdo e dall' ignoto. Dinanzi a questa sfida nel cuore dell' uomo ci sono, egualmente forti, due verità: la verità del «buon combattimento», come lo chiama San Paolo, ossia il dovere di dar senso all' esistenza raccogliendo quella sfida e restando sul ponte della nave anche quanto infuria il tifone, e la verità della diserzione, della resa e della fuga. Conrad le ha sentite e narrate entrambe, spesso con straordinaria poesia. La sconfitta dei suoi personaggi non è causata solo dalla disparità delle loro forze rispetto alla vita e alle cose, ma anche dalle loro sotterranee e talora sordide inclinazioni all'autodistruzione, da una simpatia per l'ombra e la resa, da un neghittoso compiacimento dell' indegnità, di cui è specchio il torpido e lussureggiante paesaggio africano e orientale, malese, rispecchiato da un linguaggio talora spesso e intricato come un' oscura, umida giungla. Così come invece il mare, narrato con altissima poesia, è lo specchio della sfida, della prova e del buon combattimento. Conrad ha sentito fortemente tutta la propensione all'abiezione che c'è, in forme diverse, nella coscienza e nell'inconscio degli uomini. Il tradimento di Razumov, in Sotto gli occhi dell'Occidente, la codardia di Verloc nell'Agente segreto, le cupe perfidie in agguato in tanti racconti, la crudeltà di Kurtz o il momento di viltà di Lord Jim nascono da verità dell' animo umano che, per essere anche turpi, non sono meno vere e autentiche. Conrad ha capito che, nel mezzo del «buon combattimento» cui spesso andiamo incontro con forze impari, è forse inevitabile l'impulso di disertare, di fuggire, di sparire, come quel capitano di Lord Jim che scompare nel brulicare della gente sulla costa del Pacifico, come Lord Jim stesso che fugge dalla propria onta in luoghi sempre più sperduti dell'Oriente o come Kurtz sprofondato nelle tenebre africane e in quelle del male. Disertare non è solo una debolezza o una viltà morale, è una verità (una delle verità) dell' animo umano, in cui - si dice nella Linea d'ombra - c' è una «disponibilità all'essere ma anche a non essere», una nostalgia della materia inerte, un desiderio di cancellarsi e di perdersi o addirittura, come in Kurtz, di mimetizzarsi nell'abiezione. Questo impulso ad arrendersi e ad abbandonare il proprio posto c'è, più o meno nascosto, anche nel cuore di ogni bravo soldato che pure sa restare al suo posto. Proprio perché ha fatto i conti così a fondo, calandosi nel buio delle pulsioni, col male, Conrad può raccontare con tanta grandezza e verità il coraggio e la fedeltà di chi accetta il buon combattimento, di chi come Lord Jim risale dal fondo della vergogna, di chi pur nel groviglio dei sentimenti sa attenersi alla secchezza dei fatti, compilare con esattezza avvisi ai naviganti e guidare la nave, magari senza genio, come il limitato capitano Mac Whirr in Tifone ma tenendo testa alla furia del mare. Tutto è e rimane ambiguo; anche la pietà - in un capolavoro come Il negro del Narciso - può sconfinare con l'infamia, ma solo il coraggio e la lealtà che affrontano il male possono capirne l' essenza. Nel Compagno segreto, il capitano si identifica con l'assassino, suo torbido sosia, e lo lascia al libero mare, ma rimane fermamente al proprio posto. Animato da sentimenti omerici, Conrad si immerge nei meandri più limacciosi della modernità; è una specie di Kafka uscito all'aria aperta e al grande vento del mare, che aiuta a capire meglio anche l'aria viziata degli uffici kafkiani. È uno scrittore classico che racconta la dissoluzione di ogni classicità e di ogni lineare nettezza in un labirinto in cui tutto si aggroviglia; un maestro che ha creato strutture narrative tortuose e complesse come la vita che raccontano, riscattando così una certa retorica, una certa lutulenta enfasi linguistica o altri limiti della sua scrittura - ad esempio impappinata dinanzi al sesso, come altri grandi scrittori «coloniali», forse intimoriti dalle mescolanze e dai meticciati d'ogni genere che eros scatena. Il mare, per Conrad, è come la vita; incanto e orrore, abbandono e naufragio, consunzione, immortalità, distruzione. Nascere, dice Stein in Lord Jim, è come cadere in mare e bisogna farsi sostenere dal mare senza fondo. Non c' è un fondamento saldo su cui poggiare; non ci sono fedi o filosofie precise che garantiscano la scelta e la bontà delle azioni. Come Conrad, forse noi non sappiamo perché sia giusto essere fedeli e leali, combattere piuttosto che disertare, ma, come lui, in qualche modo sappiamo che è giusto.

L'AUTORE
Indie, Africa, Borneo: una vita sulle onde
Jozef Teodor Konrad Korzeniowski nasce il 3 dicembre 1857 a Berdichev (oggi Ucraina), da una famiglia polacca (suo padre Apollo, patriota dell' antica aristocrazia terriera, viene esiliato per anni in Russia). Studia a Cracovia; a 16 anni parte per Marsiglia e si imbarca per la Martinica; viaggia nelle Indie, in Africa, in Malesia, nel Borneo, passando alla marina britannica. Promosso capitano, diventa cittadino inglese. Nel 1889 inizia il primo romanzo, in lingua inglese, La follia di Almayer, cui seguono Un reietto delle isole (' 96), Il negro del «Narciso» (' 98), Lord Jim (1900), Cuore di tenebra (1902), Tifone (1903), Nostromo (1904), L' agente segreto (1907), La linea d' ombra (' 17). Muore per un attacco di cuore il 3 agosto 1924. È sepolto a Canterbury."

 (12 agosto 2003 - Corriere della Sera - Claudio Magris, Conrad, nascere è cadere in mare. La vera grandezza appartiene a chi affronta con coraggio la sconfitta. La vita e il lavoro quotidiano come sfida all' assurdo e all' ignoto. Un viaggio sull' orlo dell' abisso sempre sospesi tra incanto e orrore. I VALORI Fedeltà e lealtà, non possiamo rinunciare a combattere per ciò che sentiamo giusto)









Elenco blog personale