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sabato 28 febbraio 2015

Perché l'originalità non esiste. Tutte le idee vivono dell’eredità di altre idee. E niente è mai completamente nuovo. Edward Young. Gli originali sono, e devono essere, i grandi favoriti, sono i grandi benefattori. Estendono il dominio della Repubblica delle Lettere e aggiungono una provincia ai suoi domini: gli imitatori ci sanno soltanto una sorta di duplicati di quello che avevamo, possibilmente migliorando, prima

Perché l'originalità non esiste
Tutte le idee vivono dell’eredità di altre idee. 
E niente è mai completamente nuovo
Jacopo Colò - 21/02/2015


La creatività è sempre combinatoria e l’originalità assoluta è un mito.
L’idea di originalità per come la conosciamo oggi è nata molto di recente nella storia della nostra cultura. 

  • Nel 1759, il poeta britannico Edward Young scrive nel suo Conjectures Concerning Original Composition che «gli originali sono, e devono essere, i grandi favoriti, sono i grandi benefattori. Estendono il dominio della Repubblica delle Lettere e aggiungono una provincia ai suoi domini: gli imitatori ci sanno soltanto una sorta di duplicati di quello che avevamo, possibilmente migliorando, prima». Young parla nello specifico di letteratura e poesia ma l’idea è chiara. I romantici criticavano il pensiero dominante delle culture precedenti alla loro, qualcosa che oggi ci suona strano se associato all’idea di cultura: che imitare fosse meglio che inventare.


  • Quando Shakespeare — uno dei più grandi autori della storia letteratura — scriveva e metteva in scena le sue opere in Inghilterra, quello che i suoi spettatori cercavano non era l’invenzione e l’originalità, ma la vicinanza a un canone, a un genere. 


  • Quando Mozart — celebrato come uno dei più grandi compositori e musicisti di tutti i tempi — suonava alla corte di Vienna, la sua produzione musicale era soprattutto un conformasi alle regole e alla tradizione dei suoi tempi. 

I romantici trasformano questo modo di pensare, dando valore all’individuo prima che alla cultura, al genio piuttosto che alla tradizione ed elevano l’idea nuova sopra di tutto. E riuscirono nel loro intento. Oggi, quando parliamo di idee, di cultura e di creatività, tendiamo a elogiare l’originale e disprezziamo il vecchio, il già visto, il già sentito. Il problema, però, è che le idee e la creatività non funzionano esattamente così.

Perché la creatività è sempre combinatoria. 
  • Il matematico Henri Poincaré, nel suo Scienza e metodo ha dato una delle definizione più efficaci di creatività, parlando della «capacità di unire elementi preesistenti in combinazioni nuove, che siano utili». L’idea è che ogni idea sia un remix che mescola aspetti di idee diverse — magari anche da campi diversi o da epoche diverse — in una nuova forma. Ogni idea si porta dietro un’eredità di idee precedenti e niente nasce dal nulla. Non le nostre bellissime idee, non quelle dei romantici. La questione è capire quanto siamo disposti ad ammetterlo.


La storica dell’arte Penelope Alfrey dice che: 
«il mito dell’originalità nell’arte e nel design ha un considerevole valore commerciale come strumento per vendere, ma la realtà è che copiare sostiene l’economia del commercio. Senza copiare, produrremmo, faremmo e consumeremmo di meno. E ci sarebbero meno opere d’arte in giro». 

Anche senza espandere l’analisi all’intero mondo delle invenzioni (che sarebbe un po’ come dire all’interno mondo delle cose create dall’uomo) basta fermarsi alla cultura recente per dimostrare quanto quello che dicono Poincaré e Alfrey sia vero. E per farlo non serve nemmeno arrivare ad autori come Tarantino, che di rimescolare, citare e trasformare hanno fatto non solo un marchio di fabbrica ma anche un vanto.

Guerre Stellari e Metropolis
A guardarlo da vicino, Guerre Stellari non è così originale. 
Lucas ha copiato un po’ da tutti, da Kurosawa ad Asimov.

Guerre Stellari, ad esempio.
L’opera spaziale di George Lucas non è solo un film, è un franchise da quasi quarant’anni domina la cultura popolare. Pensare a Guerre Stellari vuol dire pensare a un universo fantastico creato da zero, zeppo di creature mai viste e di pianeti lontani. Ma a guardarlo da vicino, Guerre Stellari non è così originale. Dentro alla saga di fantascienza di George Lucas c’è di tutto: Isaac Asimov, Flash Gordon, i film di Akira Kurosawa, gli western e film di guerra sulla seconda guerra mondiale. Ci sono intere scene di The Dam Busters del 1955 e di Squadron 633 del 1964 che in Guerre Stellari non sono semplicemente citate ma interamente copiate, rifatte quasi fotogramma per fotogramma. E poi ancora: il droide dorato R2D2 è praticamente il corrispettivo maschile del robot di Metropolis di Fritz Lang, il costume di Darth Vader è ispirato a un personaggio della serie di film The Fighting Devil Dogs e i cavalieri jedi altro non sono che samurai con delle spade laser (e persino il nome è una storpiatura di Jidai Geki, il genere di film e opere giapponesi in cui si racconta l’epoca dei samurai).

Serve altro? Pensiamo a The Matrix, uno dei film di fantascienza più apprezzati degli ultimi anni. Anche se non è riconosciuto per l’originalità della sua trama — che è un mescolone di cyberpunk, di filosofia e di Alice nel Paese delle meraviglie — lo è per le innovazioni nella regia e negli effetti visivi (premiati anche con un premio Oscar nel 1999). Ma anche qui, c’è ben poco di originale. Le coreografie dei combattimenti sono prese pari pari dai film di arti marziali di Hong Kong e le sparatorie sembrano uscite da un film di John Woo. Persino il bullet time, la tecnica registica che i fratelli Wachowski usano quando la macchina da presa si muove a rallentatore attorno a Neo mentre i proiettili degli agenti gli sfrecciano intorno, e che i due registi sono riconosciuti come inventori, non è nuova. Uno dei primi esempi di uso di questa tecnica è in un’anime (un cartone animato) giapponese che si chiama Speed Racer. Cosa hanno girato i fratelli Wachowski dopo la trilogia di Matrix? Ah, sì, un film che si chiama Speed Racer e che è basato esattamente su quel cartone. Andando a spulciare tra le note di produzione del film, scopriamo che i due erano appassionati della serie fin da bambini e che quel bullet time non è esattamente saltato fuori dal nulla.

Nel suo TED Talk Everything is a Remix, il regista Kirby Ferguson mostra quanto uno dei cantautori più amati dell’ultimo secolo, Bob Dylan, abbia costruito decine di canzoni che oggi riconosciamo come classici pescando a piene mani dalla tradizione folk statunitense, a volte copiando i testi, a volte le melodie. Masters of War di Dylan ha la stessa struttura della canzone tradizionale Nottamun Town, Don't Think Twice, It's All Right (che inizia con It ain’t no use to sit and wonder why, babe) ha quasi lo stesso testo di Who’s gonna buy you ribbons (che inizia con It ain't no use to sit and sigh now, darlin). E via così per molti di altri brani.


Gli infiniti rinnovi di copyright sulle cose del ‘900

Jacopo Colò
Bob Dylan non è da solo. Moltissimi cantanti folk trasformano vecchie melodie e vecchie parole in nuove canzoni. Così come fa l’hip-hop. Così come fa il blues. Così come fa il pop.
Quello che fa Dylan non è una cosa strana, moltissimi cantanti folk fanno lo stesso lavoro, trasformando vecchie melodie e vecchie parole in nuove canzoni. Così come fa l’hip-hop. Così come fa il blues. Così come fa il pop. Così come fa, ora dovrebbe essere chiaro, chiunque produca qualcosa di nuovo, dal cinema all'arte, dai videogiochi al fumetto. L’originalità che ci hanno raccontato i romantici è un mito perché non esiste operazione creativa che non produca qualcosa di nuovo, almeno nella combinazione degli elementi. L’originalità è un mito perché è falsa: quando una cosa ci sembra radicalmente nuova è perché noi, e a volte persino l’autore stesso, non ci ricordiamo più e non riconosciamo con quali pezzi è fatta. La questione è solo cambiare punto di vista e ammetterlo, rendendo tutti più liberi di creare più cose nuove, mescolandone di vecchie.

http://www.linkiesta.it/mito-originalita-assoluta-creativita-combinatoria


http://youtu.be/28Ayy6XwFBg
Guerre Stellari e Metropolis



mercoledì 13 agosto 2014

Patch Adams. Trovate la creatività in ogni azione che fate. Non sacrificate mai il vostro bisogno di essere creativi, nel modo di camminare per la strada, nel modo di riporre i piatti che avete appena lavato, nel vostro modo di costruire qualcosa. L’arte è essenziale alla cultura umana, ne è l’ossigeno. E quando ci sono problemi finanziari per prima cosa nelle scuole vengono eliminati i programmi relativi alle attività artistiche: se ne vede poi l’effetto nella nostra vita.

”Trovate la creatività in ogni azione che fate. Non sacrificate mai il vostro bisogno di essere creativi, nel modo di camminare per la strada, nel modo di riporre i piatti che avete appena lavato, nel vostro modo di costruire qualcosa. L’arte è essenziale alla cultura umana, ne è l’ossigeno. E quando ci sono problemi finanziari per prima cosa nelle scuole vengono eliminati i programmi relativi alle attività artistiche: se ne vede poi l’effetto nella nostra vita.”
Patch Adams, 2004

domenica 20 aprile 2014

Storia del living theatre. Gli edifici chiamati teatri sono trappole architettoniche. L'uomo della strada non entrerà mai in edifici del genere. [...] per questo il Living Theatre non vuole più recitare nei teatri. [...] Come uscire dalla trappola? E indicavate tre strade. La prima: "Liberatevi per quanto possibile dalla dipendenza dal sistema economico"; la seconda: "Abbandonate i teatri"; e la terza: "Trovate nuove forme. Sfondate le barriere dell'arte. L'arte è confinata nella prigione della mentalità dell'establishment". Da parte vostra, vi dividevate in quattro cellule, perché "per trasformare la struttura è necessario attaccarla da più lati". Ma la "decentralizzazione" corrispondeva di fatto a una diaspora che disperdeva in diverse parti del mondo la vostra comunità teatrale. Cosa era successo realmente al vostro interno? E come affrontaste una cesura tanto profonda? Nel '68 eravamo un gruppo omogeneo di 30-35 persone ( era difficile dire chi facesse parte del gruppo a tutti gli effetti e chi no ). E, proprio quando la nostra sperimentazione sulle forme comunitarie era giunta al punto più incandescente, è arrivata la disgregazione. E' stato proprio dopo il periodo rivoluzionario, quando avevamo abbattuto le vecchie strutture per crearne di nuove: e la stessa cosa è successa anche al nostro interno. I fattori di crisi sono stati sottoposti a una nuova analisi ed è emerso che la compagnia conteneva in realtà quattro gruppi differenti che volevano fare differenti tipi di lavoro.

Storia del living theatre.
Gli edifici chiamati teatri sono trappole architettoniche. L'uomo della strada non entrerà mai in edifici del genere. [...] per questo il Living Theatre non vuole più recitare nei teatri. [...] Come uscire dalla trappola? E indicavate tre strade. La prima: "Liberatevi per quanto possibile dalla dipendenza dal sistema economico"; la seconda: "Abbandonate i teatri"; e la terza: "Trovate nuove forme. Sfondate le barriere dell'arte. L'arte è confinata nella prigione della mentalità dell'establishment". Da parte vostra, vi dividevate in quattro cellule, perché "per trasformare la struttura è necessario attaccarla da più lati". Ma la "decentralizzazione" corrispondeva di fatto a una diaspora che disperdeva in diverse parti del mondo la vostra comunità teatrale. Cosa era successo realmente al vostro interno? E come affrontaste una cesura tanto profonda?
Nel '68 eravamo un gruppo omogeneo di 30-35 persone ( era difficile dire chi facesse parte del gruppo a tutti gli effetti e chi no ). E, proprio quando la nostra sperimentazione sulle forme comunitarie era giunta al punto più incandescente, è arrivata la disgregazione. E' stato proprio dopo il periodo rivoluzionario, quando avevamo abbattuto le vecchie strutture per crearne di nuove: e la stessa cosa è successa anche al nostro interno. I fattori di crisi sono stati sottoposti a una nuova analisi ed è emerso che la compagnia conteneva in realtà quattro gruppi differenti che volevano fare differenti tipi di lavoro.
Cristina Valenti. Storia del living theatre


Allargare la sfera della sensibilità umana è il solo infallibile segno del genio nelle belle arti. Wordsworth vitato da Hebert Read.
Il nuovo mondo non sarà scoperto senza nuovi vascelli su cui navigare.
Il teatro è un vascello per esplorare.
Nessuno può essere persuaso contro la sua volontà.
Ci aspettiamo una naturale simpatia tra l'artista e la libertà umana e siamo sempre delusi quando non riesce a manifestarsi. Per questa ragione l'innovazione è un imperativo.
Vivere la vita più pienamente è la forza motrice. Quando questa cessa, come avviene nell'Iowa e anche a Parigi, allora il miglior rigor mortis a manifestarsi.
Parigi 1 luglio 1982
THEANDRIC
JULIAN BECK
IL TESTAMENTO ARTISTICO DEL FONDATORE DEL LIVING THEATRE
EDIZIONI SOCRATES 1994


"Il teatro povero non fu soltanto un tentativo di collocare la creatura umana in una situazione di assenza di cose allo scopo di esaminarla/o, fu anche un modo di dire No alla società che è capace di "vedere" soltanto se ci sono cose tutto intorno che impediscono alla verità di librarsi in volo costringendola nella realtà dei prodotti industriali e del dispendio di denaro.
Infatti siamo tutti così degradati che il costo misura il valore reale.
Se qualcosa non ha prezzo non è presente nella nostra realtà.
Questi sono problemi generici".
Tharon Plage (Francia) 3 aprile 1983


Non ho scelto di lavorare nel teatro, ma nel mondo.
II Living Theatre è diventato la mia vita, il teatro vivente.
Ci divoriamo a vicenda. Non posso distinguere l'uno dall'altro. In esso Judith e io ci uniamo.
Altri con noi. Degli attori vi sono aggrappati come i pidocchi all'aquila di Jeffers.
Ci sono attori che sono i miei occhi e dei tecnici che sono le nostre ali.
Il nido che costruiamo forse brulicherà di vermi. Le uova generano carnivori.
II mio teatro. Tengo Io specchio finché le braccia mi fan male.
Cade sulle teste degli spettatori lasciandoli feriti e sanguinanti.
Oppure non succede nulla.
Tengo uno specchio che è soltanto una crollante icona di merda, e io vi sono sepolto sotto.
Un cumulo di letame sulla scena dove nessuno può guardare. Una vita unica dì niente.
Julian Beck



julian beck
Artaud vide nella famosa bellezza del teatro orientale un movimento che riempi d'invidia la sua immaginazione. Ma Artaud era intrappolato dalle immagini, il grande tabù degli ebrei che nella comprensione trascendentale sanno la seduzione dell'occhio così forte e penetrante da minacciare l'uomo di distruzione; struggendosi lui stesso per la Grande Liberazione, Artaud non sapeva ancora come noi, circa trent'anni più tardi, che l'occhio non è il maggiore organo percettivo del corpo.
Il Teatro Oltre l'Occhio. Il Teatro del Corpo Che Non Soltanto Vede Ma...
Il Teatro Che Si Muove. Fa' attenzione. Muoviti.




Roberto Maestri
Il teatro nella sua complessità e interezza dell'espressione corporea
dove gesto, parola, emozione fanno parte di un tutto che è la sintesi dell'arte dell'attore.


Bianca Bertolucci
Sono d'accordo con julian beck, "Il Teatro Oltre l'Occhio",
in questo momento l'ipnosi passa attraverso l'occhio.
Abbiamo bisogno di altre porte per avvicinarci alla vita,
al vero, per non morire accartocciati su noi stessi.
Noi pensiamo di guardare il reale
ed intanto ci stanno prosciugando la linfa vitale.




Io credo che quello che mi ha fatto trovare antipatico il teatro italiano erano i "teatranti" o attori che amavano fare i divi del teatro...Shakespeare aveva scritto che i peggiori attori in Italia erano quelli sul palcoscenico e Peter O'Toole diceva che fare l'attore di teatro doveva essere come pisciare contro un muro e non recitare i testi come fossero testi sacri....Julian Beck ha fatto questo inventando il teatro povero.





Il teatro è in strada...se l'emozione è vera arriva anche se sussurrata..



Julian, negli anni 70, per lungo tempo, fu ospitato, gratuitamente, nel mio atelieur "IL CIELO" per continuare la sua attività laboratoriale. Era un grande senza soldi, e, dalle nostre parti, puoi essere grande quanto ti pare, ma, se non hai denaro, ti scanzano tutti.



Non esiste più un teatro rivoluzionario e lo stesso Living, ma soprattutto la sua dependance in Italia si è infine imborghesito e non scende più in strada.



quello che è esistito, può anche riesistere, con motivazioni simili ma differenti. Sono degli URLI nel mondo piatto della parola. O quando la parola si appiattisce, viene ascoltata, ma non ha più senso. [...] E' il momento di lanciarlo un altro URLO, silenzioso, forse, senza parole, un canto alla BELLEZZA che ci stanno togliendo, un URLO corale espansivo, efficace, DIROMPENTE!! Il momento è giusto, se non vogliamo soccombere.



certo che c'è ancora bisogno dell'URLO, ma oggi il teatro è passato da arte a mestiere. 
Oggi il teatro di Julian e Judit è semplicemente un ricordo di alcuni nostalgici (anche per età) i giovani "fanno" teatro sperando che qualcuno li noti e li scritturi per qualche intervento in televisione - credo che non debba sottolineare la qualità di molta recitazione. C'è ancora chi fa dell'ottimo teatro, ma è sempre più relegato in ambiti ristretti e, sicuramente, poco frequentati. Oggi è più importante il numero di biglietti staccati che non il lavoro di gente che ha qualcosa da dire.



i mestieranti del teatro ci sono sempre stati, così pure gli artisti. Il Teatro è il contenitore di tutte le arti. E' già cambiato, e cambierà ancora è un continuo mutamento...come la vita.



io penso che dio denaro ci fa diventare avari, ci divide e ci tiene sgretolati da noi stessi ma se vogliamo veramente il cambiamento di noi stessi ci dobbiamo attivare e trovare noi stessi io sono sveglio e pronto per un living povero ma chissà quanta poesia si potrà esternare nella povertà



il Teatro è ARTE espressione della vita umana, è sentimento, passione, socialità ed è in esso che il corpo umano diventa espressione della verità..



Infatti il Teatro gabbia allontana la persona dalla consapevolezza che è lui stesso un'artista, ma purtroppo rimarrà inconsapevole ...



Molto interessante e condivisibile.
Inviterei, però, oltre a quella sociale, a valutare un'altra caratteristica dei teatri: quella "fisica". Cioè, un teatro deve avere delle peculiarità per cui la voce e il suono possano propagarsi al meglio, raggiungendo tutti gli spettatori il più possibile allo stesso modo.



domenica 25 agosto 2013

PERCHÉ LE GRANDI IDEE ARRIVANO QUANDO MENO TE LO ASPETTI? Lasciare ogni tanto la MENTE LIBERA DI DIVAGARE non è una semplice perdita di tempo. Ma un comportamento che apre la strada alle intuizioni geniali. Si dice che QUANDO ARCHIMEDE PITAGORICO ESCLAMÒ "EUREKA!" FOSSE NUDO NELLA VASCA DA BAGNO: l'idea ispiratrice del principio che avrebbe rivoluzionato la fisica dei fluidi gli venne infatti mentre si accingeva a lavarsi. Che LE GRANDI INTUIZIONI ARRIVINO SEMPRE NEI MOMENTI IN CUI NON SI È PARTICOLARMENTE CONCENTRATI SU QUEL PROBLEMA SPECIFICO è cosa risaputa. Ma il motivo all'origine di questo fatto non era ancora del tutto chiaro. Ora uno studio statunitense suggerisce che NON SIANO TANTO I MOMENTI DI PAUSA A FAVORIRE LA CREATIVITÀ E L'INGEGNO, QUANTO I MOMENTI IN CUI LASCIAMO CHE LA NOSTRA MENTE VAGHI, mentre abbiamo la netta sensazione di perdere del tempo.



PERCHÉ LE GRANDI IDEE ARRIVANO QUANDO MENO TE LO ASPETTI? 
Lasciare ogni tanto la MENTE LIBERA DI DIVAGARE non è una semplice perdita di tempo. Ma un comportamento che apre la strada alle intuizioni geniali. Si dice che QUANDO ARCHIMEDE PITAGORICO ESCLAMÒ "EUREKA!" FOSSE NUDO NELLA VASCA DA BAGNO: l'idea ispiratrice del principio che avrebbe rivoluzionato la fisica dei fluidi gli venne infatti mentre si accingeva a lavarsi. Che LE GRANDI INTUIZIONI ARRIVINO SEMPRE NEI MOMENTI IN CUI NON SI È PARTICOLARMENTE CONCENTRATI SU QUEL PROBLEMA SPECIFICO è cosa risaputa. Ma il motivo all'origine di questo fatto non era ancora del tutto chiaro. Ora uno studio statunitense suggerisce che NON SIANO TANTO I MOMENTI DI PAUSA A FAVORIRE LA CREATIVITÀ E L'INGEGNO, QUANTO I MOMENTI IN CUI LASCIAMO CHE LA NOSTRA MENTE VAGHI, mentre abbiamo la netta sensazione di perdere del tempo. Per indagare questo fenomeno Benjamin Baird e Jonathan Schooler, due psicologi dell'Università della California, a Santa Barbara, hanno sottoposto a 145 studenti DUE ESERCIZI CHE RICHIEDEVANO DI ELENCARE IN DUE MINUTI IL NUMERO MAGGIORE POSSIBILE DI UTILIZZI ALTERNATIVI DI OGGETTI D'USO COMUNE COME STUZZICADENTI, APPENDIABITI E MATTONCINI. Allo scadere del tempo, ai partecipanti è stato concessa una PAUSA DI 12 MINUTI, DURANTE LA QUALE:
·         ALCUNI HANNO SEMPLICEMENTE RIPOSATO,
·         ALTRI HANNO INTRAPRESO UN'ATTIVITÀ CHE RICHIEDEVA L'USO DELLA MEMORIA E LA PIENA CONCENTRAZIONE,
·         ALTRI SONO STATI COINVOLTI IN UN'ATTIVITÀ POCO IMPEGNATIVA CHE FAVORIVA LA DIVAGAZIONE CON LA MENTE.
·         UN ULTERIORE GRUPPETTO DI VOLONTARI NON HA AVUTO ALCUN MOMENTO DI PAUSA.
Dove si accende la lampadina di un'idea?

Più creativi
alla fine del break gli studenti hanno dovuto compiere nuovamente il compito iniziale: COLORO CHE AVEVANO INDUGIATO NELL'ATTIVITÀ CHE PERMETTEVA ALLA MENTE DI DIVAGARE, QUESTA VOLTA HANNO OTTENUTO NEL 41% IN PIÙ DEI CASI PERFORMANCE MIGLIORI RISPETTO AI COMPAGNI, mentre negli altri soggetti non è stato riscontrato alcun miglioramento, come spiega l'articolo pubblicato sulla rivista scientifica Psychological Science. UN ANALOGO MOMENTO IN CUI LA DIVAGAZIONE MENTALE FAVORISCE LA CREATIVITÀ ERA IN PRECEDENZA STATO RISCONTRATO DURANTE I MOVIMENTI OCULARI ("RAPID EYE MOVEMENTS") DI ALCUNE FASI DEL SONNO. Quello osservato ora sarebbe, secondo alcuni scienziati, il corrispettivo momento creativo di quando siamo svegli.

Elogio della distrazione
Fatto non trascurabile, gli studenti che hanno avuto la possibilità di vagare con la mente non hanno tuttavia ottenuto migliori risultati degli altri nei compiti assegnati per la prima volta. «LA DIVAGAZIONE MENTALE SEMBRA FUNZIONARE SOLO PER I COMPITI CHE IL NOSTRO CERVELLO HA GIÀ AVUTO MODO DI "MASTICARE"» HA SPIEGATO BAIRD, «mentre non sembra portare miglioramenti nei compiti generici di problem solving». Lo studio potrebbe far luce su uno dei misteri irrisolti riguardo al funzionamento della mente: PERCHÉ CI DECONCENTRIAMO? DAL PUNTO DI VISTA EVOLUTIVO INFATTI, QUESTO COMPORTAMENTO TIPICAMENTE UMANO È CONTROPRODUCENTE PERCHÉ COMPROMETTE LE PERFORMANCE FISICHE E MENTALI DEGLI INDIVIDUI: SE L'EVOLUZIONE HA PERMESSO AL CERVELLO DI SVILUPPARE QUESTO MECCANISMO, POTREBBE ESSERE PROPRIO PERCHÉ PERMETTE DI LASCIAR SPAZIO ALLE INTUIZIONI PIÙ CREATIVE. «C'è la possibilità che l'evoluzione abbia selezionato questo modo d'agire nel corso del tempo» chiarisce Kounios «ma prima di arrivare a questa conclusione dobbiamo scoprire se questo tratto è determinato geneticamente.

Di Elisabetta Intini
Fonte: Focus


 Serendipità



giovedì 18 luglio 2013

"Stai attento a come parli, Asclepio! Niente di ciò che esiste è vuoto, per il fatto stesso che esiste. Ciò che è, infatti, non potrebbe essere tale, se non fosse pieno del reale; il reale infatti non può mai essere vuoto. [...] La parola "bene" è usata da tutti, ma non tutti comprendono cosa essa sia. Per questo non tutti comprendono cosa sia Dio, e per ignoranza alcuni definiscono buoni gli dei e certi uomini, che non possono mai essere tali, nè divenirlo. Il bene infatti non può essere astratto da Dio, essendo da lui inseparabile, è Dio stesso. Tutti gli altri dei immortali sono onorati col nome di Dio, ma Dio è il bene, non per denominazione onirifica, bensì per natura; una sola infatti è la natura di Dio, ossia il bene, e uniti non formano che un solo genere, dal quale poi derivano tutti i generi. L'essere realmente buono è quello che dona tutto e che nulla riceve. Dunque Dio dona tutto e non riceve nulla. Dio è dunque il bene, e il bene è Dio".




"Stai attento a come parli, Asclepio! Niente di ciò che esiste è vuoto, per il fatto stesso che esiste. Ciò che è, infatti, non potrebbe essere tale, se non fosse pieno del reale; il reale infatti non può mai essere vuoto. [...]
La parola "bene" è usata da tutti, ma non tutti comprendono cosa essa sia. 
Per questo non tutti comprendono cosa sia Dio, e per ignoranza alcuni definiscono buoni gli dei e certi uomini, che non possono mai essere tali, nè divenirlo. Il bene infatti non può essere astratto da Dio, essendo da lui inseparabile, è Dio stesso. Tutti gli altri dei immortali sono onorati col nome di Dio, ma Dio è il bene, non per denominazione onirifica, bensì per natura; una sola infatti è la natura di Dio, ossia il bene, e uniti non formano che un solo genere, dal quale poi derivano tutti i generi. L'essere realmente buono è quello che dona tutto e che nulla riceve. Dunque Dio dona tutto e non riceve nulla. Dio è dunque il bene, e il bene è Dio".
da Corpus Hermeticum, II


LA NATURA NON TOLLERA I VUOTI
Perso un amore ne arriverà un altro. Così è anche per il lavoro. E' una legge fisica:
i vuoti tendono a essere riempiti.
Da parte nostra non ci resta che agire con ottimismo e fiducia.
Il resto verrà da se.
Ruggero Dujani - medico saggista


L'ansia è sempre un vuoto che si genera tra il modo in cui le cose sono e il modo in cui pensiamo che dovrebbero essere; è qualcosa che si colloca tra il reale e l'irreale.
Charlotte Joko Beck, Niente di speciale

martedì 24 gennaio 2012

Giorgio De Chirico. L'arte deve creare sensazioni sconosciute in passato; spogliare l'arte dal comune e dall'accettato... sopprimere completamente l'uomo quale guida o come mezzo per esprimere dei simboli, delle sensazioni, dei pensieri, liberare la pittura una volta per tutte dall'antropomorfismo; vedere ogni cosa, anche l'uomo, nella sua qualità di cosa

Un'opera d'arte per divenire immortale deve sempre superare i limiti dell'umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica.
Giorgio de Chirico
L'arte deve creare sensazioni sconosciute in passato; spogliare l'arte dal comune e dall'accettato... sopprimere completamente l'uomo quale guida o come mezzo per esprimere dei simboli, delle sensazioni, dei pensieri, liberare la pittura una volta per tutte dall'antropomorfismo; vedere ogni cosa, anche l'uomo, nella sua qualità di cosa.
Giorgio De Chirico



Antonella Cali

Alla vista di questo quadro il pittore surrealista Magritte ha dichiarato di aver visto per la prima volta il pensiero. La data e i colori dominanti del rosso, bianco e verde sono stati considerati come un’allusione patriottica alla vigilia della grande guerra. De Chirico, come sempre, combina in modo enigmatico e labirintico simboli antichi, quali la testa dell’Apollo del Belvedere, e moderni come il treno sullo sfondo e il guanto di gomma, che rievoca un motivo già usato da Klinger, per evocare un’immagine universale e profetica dell’artista......














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