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venerdì 29 luglio 2016

Malinowski. Quando il dono diventò la base dell’economia. Chi fa regali alla fine ci guadagna sempre. E non solo in gratitudine. Perché il dono è un investimento sul futuro. Un contratto a lungo termine. E a insegnarcelo non è stato nessun guru dell’economia ma gli aborigeni delle isole Trobriand, che del dare a piene mani hanno fatto un’arte della convivenza, nonché la base della loro dottrina politica. Anticipando, e di fatto ispirando, le teorie contemporanee del convivialismo e dell’antiutilitarismo.

"I doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle nostre società più elevate. Lo scopo è prima di tutto morale, l'oggetto è quello di produrre un sentimento di amicizia tra le due persone interessate e se l'operazione non ottenesse questo effetto tutto verrebbe meno".
M. Mauss, Saggio sul dono, p. 183, cit. alla nt. 1



CENT’ANNI FA L’ANTROPOLOGO MALINOWSKI SCOPRI’ UNA SOCIETA’ ABORIGENA FONDATA SULLA GENEROSITA’.

Articolo di Marino Niola (Repubblica 17.12.15) “Quando il dono diventò la base dell’economia. L’ANTROPOLOGO Bronislaw Malinowski (1884- 1942) pubblicò il saggio Le isole Trobriand nel 1915 e nel 1922. La pubblicazione dello studio del 1915 ispirò le teorie contemporanee dell’antiutilitarismo. Per i trobriandesi ogni passaggio di mano in mano caricava il regalo fatto di prestigio”
“”Chi fa regali alla fine ci guadagna sempre. E non solo in gratitudine. Perché il dono è un investimento sul futuro. Un contratto a lungo termine. E a insegnarcelo non è stato nessun guru dell’economia ma gli aborigeni delle isole Trobriand, che del dare a piene mani hanno fatto un’arte della convivenza, nonché la base della loro dottrina politica. Anticipando, e di fatto ispirando, le teorie contemporanee del convivialismo e dell’antiutilitarismo. A scoprire i segreti di questa economia della generosità è stato, giusto un secolo fa, Bronislaw Malinowski, il celebre antropologo polacco, professore alla London School of Economics. Che, per uno scherzo del destino, si trovava in Australia per studiare gli aborigeni, quando scoppiò la prima guerra mondiale. Come suddito dell’impero austroungarico, e quindi cittadino di un paese nemico, gli sarebbe toccato l’internamento in un campo. Ma il giovane Bronislaw riuscì a convincere le autorità australiane a confinarlo nell’arcipelago delle Trobriand, oggi isole Kiriwina, dal quale non c’era pericolo che fuggisse. Ma in compenso avrebbe potuto continuare le sue ricerche sugli usi e costumi delle tribù di questi atolli corallini che si trovano nel Pacifico occidentale, tra la Nuova Guinea e le isole Salomone.
Il 1915 fu un annus horribilis per l’Europa, ma per l’antropologia fu un anno fortunato. Perché appena mise piede su quelle spiagge, dove il vento mormora tra le palme, Malinowski fu subito colpito da un’usanza che ai suoi occhi di occidentale nutrito di economia politica, sembrava priva di qualsiasi logica. Gli indigeni affrontavano traversate oceaniche lunghissime e piene di pericoli a bordo delle loro piroghe per portare doni agli abitanti di isole lontane. Una generosità incomprensibile e un coraggio ai limiti dell’incoscienza, visto che a viaggiare su quelle acque tempestose e infestate di squali era una bigiotteria senza valore. Collane e braccialetti di conchiglia. Cose futili e non beni necessari. E, come se non bastasse, questi monili da poveri venivano regolarmente rigirati da coloro che li avevano ricevuti agli abitanti dell’isola più vicina. Che a loro volta li indossavano un po’ di tempo per farsi belli e poi prendevano il mare per andare a farne omaggio agli abitanti di altre terre. Creando così un circuito di scambi che chiamavano kula. Apparentemente un circolo vizioso per cui il cadeau, prima o poi, finiva per tornare nelle mani del primo proprietario. Un po’ come certi regali, riciclati di Natale in Natale, che alla fine tornano al mittente come un boomerang. Ma per i Trobriandesi questa sorta di sbolognamento sistematico era un valore aggiunto. Perché ogni passaggio di mano in mano caricava il dono di prestigio. Per dirla con parole nostre, ne impreziosiva il pedigree. Che stava in buona parte in un plusvalore relazionale. Come certi diamanti leggendari di cui si sciorina sistematicamente la cronologia di coloro che li hanno posseduti.
Il caso trobriandese, raccontato da Malinowski nel suo capolavoro Gli argonauti del Pacifico occidentale, divenne subito un rompicapo per gli economisti che non riuscivano a trovare senso in un comportamento tanto irrazionale. Così alla fine molti esponenti di questa scienza che noi moderni ci ostiniamo a ritenere esatta – e che i Greci, con maggior prudenza, definivano semplicemente “governo della casa” (da oikos abitazione e nomia regola) – conclusero che si trattava di un’assurdità. Un comportamento da tribù primitiva, economicamente immatura che, incapace di calcolare costi e benefici, sprecava il tempo a fare regali, per di più senza guadagnarci nulla. Ma l’imperturbabile polacco non fece una piega e restituì colpo su colpo, sbattendo in faccia agli scettici la soluzione del rebus, l’algoritmo segreto che governava quella strana giostra di regali e regalini. In realtà la ragione di quella fatica, apparentemente inutile, non stava nel valore d’uso degli oggetti, bensì nel loro valore di scambio. Che si fondava soprattutto sulle alleanze e partnership prodotte da quel circuito di reciprocità. Il dono insomma funzionava come un contratto sociale, facendo di tante popolazioni straniere, lontane e potenzialmente nemiche, un vero e proprio sistema. Ordinato e coordinato. Una federazione che metteva in moto una rete di relazioni sovralocale. Dalla quale non si usciva mai. Infatti i Trobriandesi dicevano con orgoglio che «l’appartenenza al kula è per sempre».
Questa sorta di mercato globale primitivo era insomma capace di connettere genti e paesi separati da migliaia chilometri di mare, a dispetto dei loro fragili mezzi. Basti pensare che nelle capanne dei cacciatori di teste della Nuova Guinea indonesiana e delle isole Molucche sono state trovate preziose porcellane cinesi d’epoca Ming. Insomma lo scambio di doni era una pensata geniale per fare uscire quelle isole dal loro isolamento e farne un solo grande arcipelago.
Il che in fondo vale anche per noi, utilitaristi disincantati, quelli che “nessuno ti regala niente per niente”. E si vede chiaramente in momenti come il Natale. Con la sua girandola di doni e controdoni, che non a caso gli americani chiamano
big swap, il grande scambio. Un circuito cerimoniale che tiene in equilibrio reciprocità e gratuità, generosità e socialità, obbligo e piacere. Col risultato di riaffermare il principio dell’utile, ma proiettandolo su un piano più generale, e soprattutto meno egocentrico. Perché quel che regaliamo oggi ci verrà restituito in qualche modo con gli interessi. E non necessariamente da chi ha ricevuto. Come dire che il dono è la forma più sottilmente disinteressata del profitto, perché è l’origine stessa del legame sociale, il gesto primario, incondizionato e gratuito che fa uscire l’individuo da se stesso e lo lega agli altri in una rete che assicura scambio protezione, solidarietà. E di conseguenza anche guadagno. Non è un caso che le religioni nascano tutte da un dono fatto al dio. E che il dio ricambia. Ecco perché, perfino il nostro Natale consumistico, continua ad essere animato da quell’energia collettiva messa in moto dallo spirito del dono. Che anche se per pochi giorni all’anno, fa di quelle isole che noi siamo un solo arcipelago.””

http://apocalisselaica.net/centanni-fa-lantropologo-malinowski-scopri-una-societa-aborigena-fondata-sulla-generosita-2/



Il concetto di reciprocità nasce in ambito antropologico per rispondere ad alcuni quesiti culturali: quali sono gli universali culturali? Quali sono i tratti comuni a tutte le culture?

Uno dei primi autori a parlarne è l’antropologo Westermarck (1908), la reciprocità in antropologia e in sociologia è vista soprattutto come una norma implicita che influenza i comportamenti e che include tre aspetti fondamentali: il dare, il ricevere, l’oggetto o il vantaggio da reciprocare. E’ stata ipotizzata una funzione filogenetica nella reciprocità: i nostri antenati che reciprocavano avrebbero creato una rete di scambi di risorse (cibo, utensili) funzionale alla loro sopravvivenza.

La norma di reciprocità è inoltre considerata un universale culturale, ovvero una norma comune a tutte le culture.

Marcel Mauss formula nel testo “Saggio sul dono”, la teoria dell’economia del dono. Questa teoria nasce a partire da alcune ricerche etnografiche come lo studio del rituale potlach di Franz Boas e del Kula di Malinowski. La grande intuizione di Mauss non sta nel fatto che abbia intuito una sorta di economia basata sullo scambio di beni. La vera rivoluzione dell’economia sta nel fatto che Mauss aveva intuito quanto l’economia del dono non fosse solamente basata su oggetti intrinsecamente d’alto valore, o di oggetti necessari alla sopravvivenza, ma che nello scambio del dono fosse fondamentale il valore simbolico del dono. Lo scambio dei beni è per Mauss, uno dei modi principali per creare relazioni umane, o per creare ponti col divino se si considerano atti come il sacrificio o all’economia data dallo scambio di reliquie nell’Ottocento . Secondo l’autore il meccanismo del dono si articola in tre momenti fondamentali: il dare, il ricevere (l’oggetto deve essere accettato) e il ricambiare. Il dono sebbene implichi una sorta di debito, l’obbligo di reciprocare, non ha modi e tempi rigidi di reciprocazione.

La pervasività di questa norma ha permesso ad alcuni di parlare addirittura di uomo-in-reciprocità o di homo reciprocus (Becker, 1950, p.1).

Gouldner scrive: “può essere ipotizzato che la norma di reciprocità è universale […] credo, che la norma di reciprocità non sia meno universale del tabù dell’incesto, sebbene, similarmente ad esso, può variare in base al contesto culturale e al periodo storico” (Gouldner, 1960, p.171).

Infine alla reliquia nell’Ottocento si attribuiva la capacità di produrre un contatto con le divinità. Alcuni storici notano come si sia verificato nell’Ottocento un curioso legame semantico tra religione e politica, Mengozzi osserva quanto il popolo nell’Ottocento consideri spesso simili il papa Pio IX e a Giuseppe Garibaldi, e così come c’era uno scambio di relique legate a personaggi religiosi, similmente accadeva nella politica del tempo, Mengozzi legge una sorta di economia del dono anche in relique di Garibaldi (Mengozzi, 2008). E’ questo un esempio di economia del dono a forte componente simbolica. Differentemente dalla preistoria, in cui il bisogno di procacciarsi del cibo era saliente, oggi è la componente simbolica ad avere la meglio nelle economie del dono. ( dal web)




l'argomento che hai posto è bellissimo e anche a me ha ricordato gli studi giovanili ..ma è bello soprattutto perchè in un epoca come la nostra dove lo scambio simbolico è stato soppiantato da quello commerciale e dove tutte le relazioni sono divenute solo merce compreso l'amore materno allora ricordare che un tempo gli uomini tessevano una trama invisibile come quella tra le isole di un arcipelago per colmare l'illusione dell'assenza con il dono è stato davvero rinfrescante.




E infatti sono le persone più povere quelle che aiutano di più, quelle che comprendono maggiormente l'altro. Durante la guerra erano le famiglie umili che non lesinavano un piatto di minestra o una coperta nel fienile. Oggi ci aspettiamo sempre qualcosa in cambio e la generosità passa attraverso un ritorno economico. Sicuramente c'era uno scopo nel dono d'un tempo ma era uno scopo di tranquillità, di stare bene al mondo. Ora tutti si dicono generosi ma sono spesso solo approfittatori anche se in grande stile e con l'approvazione del mondo. Sicuramente ho inteso il passo a modo mio ma l'ho apprezzato molto. In fondo è quello che facciamo tutti i giorni nelle nostre piccole comunità familiari. Ci scambiamo attenzioni e tenerezze non per un vantaggio ma per il piacere di vivere gioiosamente sotto lo stesso cielo.



Ultimamente regalo molti oggetti e servizi.....credo faccia parte di una maturità sociale questa mia tendenza...... Per gli oggetti, che ho raccolto con passione negli anni, credo sia un modo per lasciarli e infatti li fino a chi me li apprezza e so che rendo felice...... Per i servizi invece il percorso è la consapevolezza che le relazioni umane sono una parte fondamentale della mia vita e desidero vedere altri felici insieme a me

giovedì 25 dicembre 2014

Falange. Il muro di scudi Nel mondo classico, la falange spartana operava in modo serrato costituendo un muro impenetrabile per qualsiasi avversario. Non era una semplice architettura militare, ma una vera e propria filosofia basata sul mutuo soccorso e sull’aiuto reciproco, perché ogni oplite, coprendo con la metà del proprio scudo il guerriero al suo fianco, era responsabile della sua incolumità e della perfetta integrità di quel muro che per nulla al mondo doveva essere violata. Era dunque la perfetta trasposizione militare di un concetto sociale molto più ampio: il senso comunitario, dove all’io si sostituisce il noi, e dove il noi diventa un’unica entità. Con il tempo, però, alcuni hanno preferito e preferiscono prendere le distanze da questa virtù che presuppone lealtà, onestà e spirito di sacrificio per concedersi alla molto meno virtuosa e “volgare” locuzione latina “mors tua vita mea”, trasposizione puntuale del più barbaro e misero opportunismo, origine di ogni male. No, non ci sto. Qualcuno disse: “Onorate gli scudi”. E così sia! Ma mentre lo faccio, guardo negli occhi i “guerrieri” che ho al mio fianco perché ognuno di noi è responsabile dell’integrità di quel muro. Ognuno di noi…



Il muro di scudi
Nel mondo classico, la falange spartana operava in modo serrato costituendo un muro impenetrabile per qualsiasi avversario. Non era una semplice architettura militare, ma una vera e propria filosofia basata sul mutuo soccorso e sull’aiuto reciproco, perché ogni oplite, coprendo con la metà del proprio scudo il guerriero al suo fianco, era responsabile della sua incolumità e della perfetta integrità di quel muro che per nulla al mondo doveva essere violata. Era dunque la perfetta trasposizione militare di un concetto sociale molto più ampio: il senso comunitario, dove all’io si sostituisce il noi, e dove il noi diventa un’unica entità.
Con il tempo, però, alcuni hanno preferito e preferiscono prendere le distanze da questa virtù che presuppone lealtà, onestà e spirito di sacrificio per concedersi alla molto meno virtuosa e “volgare” locuzione latina “mors tua vita mea”, trasposizione puntuale del più barbaro e misero opportunismo, origine di ogni male.
No, non ci sto.
Qualcuno disse: “Onorate gli scudi”. E così sia! Ma mentre lo faccio, guardo negli occhi i “guerrieri” che ho al mio fianco perché ognuno di noi è responsabile dell’integrità di quel muro. Ognuno di noi…
Barbara Lezzi




lunedì 9 settembre 2013

Che Guevara. Vi chiedo di essere essenzialmente umani, ma così umani da avvicinarvi al meglio di ciò che è umano, purificare il meglio dell'uomo attraverso il lavoro, lo studio, l'esercizio della solidarietà continua con il popolo e con tutti i popoli del mondo

Il popolo deve capire che NON BISOGNA SOLTANTO FAR CADERE UN DITTATORE, MA ANCHE IL SISTEMA.
Ernesto "Che" Guevara

I nostri occhi liberi si aprono oggi a nuovi orizzonti e sono in grado di vedere quello che ieri la nostra condizione di schiavi coloniali ci impediva di osservare: che la <<civiltà occidentale>> nasconde sotto la vistosa facciata uno scenario di iene e sciacalli.
Ernesto Guevara de la Serna, Discorso all'Assemblea Generale dell'ONU, 11 dicembre 1964


"Non importa come si chiami il signore che ogni quattro anni il popolo statunitense pensa di eleggere per dirigere i suoi destini, perché in realtà tale elezione è viziata alla base; il popolo statunitense ha solo la facoltà di eleggere il suo carceriere per quattro anni e a volte gli concedono la grazia di rieleggerlo."
Ernesto "Che" Guevara


Vi chiedo di essere essenzialmente umani, ma così umani da avvicinarvi al meglio di ciò che è umano, purificare il meglio dell'uomo attraverso il lavoro, lo studio, l'esercizio della solidarietà continua con il popolo e con tutti i popoli del mondo ...
Ernesto Guevara de la Serna


[...] Non vorrei sopravvivere ai miei figli. Non mi conoscono nemmeno, sono un corpo estraneo che a volte turba la loro tranquillità e che si interpone tra loro e la madre. Mi sono immaginato mio figlio grande e lei coi capelli bianchi che diceva in tono di rimprovero – tuo padre non avrebbe mai fatto questo o quello. Ho sentito dentro di me, figlio di mio padre, una tremenda ribellione. Io figlio non so se era verità o meno che mio padre non avrebbe mai fatto quella cosa o un'altra, cose cattive, ma mi sentivo perseguitato, tradito, per quel ricordo di me padre che mi tiravano in faccia ad ogni momento. Mio figlio dovrebbe essere un uomo e nulla più, migliore o peggiore, ma un uomo. Io gradirei da mio padre la sua tenerezza dolce e volante, senza esempio. [...]
Ernesto Che Guevara. "La pietra" - Congo, 1965











venerdì 31 maggio 2013

Konrad Lorenz. Un sistema è una totalità nella quale diverse parti sono in relazione reciproca; nessuna di queste può mancare, pena l'annullamento del carattere del sistema

Un sistema è una totalità nella quale diverse parti sono in relazione reciproca; nessuna di queste può mancare, pena l'annullamento del carattere del sistema.
Konrad Lorenz

Sarà molto difficile per l'orgoglio umano riconoscere che l'«homo sapiens» non ha semplicemente qualche interesse per gli animali: lui è un animale!
Konrad Lorenz

Gli animali ci aiutano a ristabilire quell'immediato contatto con la sapiente realtà della natura che è andato perduto per l'uomo civilizzato.
Konrad Lorenz


Quando ci sentiamo toccati emotivamente dal comportamento di un animale, ciò è sicuro indicatore del fatto che abbiamo scoperto intuitivamente una somiglianza tra comportamento animale e umano. [...] L'accendersi della nostra risposta emotiva, della nostra «commozione» è dunque un segno certo di una forte somiglianza tra comportamento animale e comportamento umano
Konrad Lorenz, Analogie


"Vi sono degli Stati sociali in cui governano i più intelligenti: è il caso dei babbuini"
Konrad Lorenz, fondatore dell'etologia, che nacque oggi, nel 1903






Ho dei libri di Lorenz da quando ero alle elementari...mi prendevo le riviste airone e natura oggi e leggevo libri di Lorenz...ho acquistato molta conoscenza e hanno rafforzato il grande rispetto che ho per ogni creatura meravigliosa che ci circonda... La chiesa e preti e suore, ho fatto le elementari in una scuola per sole bambine e gestita da sole suore e preti, non hanno mai accennato al rispetto per il creato e per gli animali anzi mancavano via cani e gatti abbandonati....fanno schifo sta gente sempre!!

giovedì 29 novembre 2012

Pam Brawn. Soltanto dopo essere scesi negli abissi del dolore, riusciamo a comprendere la complessità che essere umani comporta, a provare compassione per tutte le altre creature viventi che soffrono, a rendere onore al coraggio…. e a donare comprensione, gentilezza e compagnia a coloro i quali ne hanno bisogno





Soltanto dopo essere scesi negli abissi del dolore, riusciamo a comprendere la complessità che essere umani comporta, a provare compassione per tutte le altre creature viventi che soffrono, a rendere onore al coraggio…. e a donare comprensione, gentilezza e compagnia a coloro i quali ne hanno bisogno.
Pam Brawn (1928)


 vero...dopo il dolore c'e' una trasformazione...


martedì 31 luglio 2012

Daisaku Ikeda. La mappa della felicità. È fácile dire "questo non mi riguarda !", ma è un pensiero che porta la nostra vita a ripiegarsi nel piccolo io. Ogni volta che ripetiamo " questo non mi riguarda !" perdiamo un pò della nostra umanità. Al contrario, una donna che lotta per creare una società pacifica è un'ambasciatrice di pace.

La vita è piena di sofferenze impreviste (...) ma se superi una situazione difficile , puoi superare tutto. Si acquisisce forza, coraggio e sicurezza con ogni esperienza in cui smetti veramente di aver paura. Allora potrai dire "Ho superato quella situazione orribile. Posso sopportare la prossima che capiterà'". E' vero : la lotta contro grandi difficoltà ci fa crescere in modo straordinario. Possiamo richiamare e manifestare quelle capacità che sono sopite in noi. La difficoltà può essere fonte di crescita dinamica e di progresso.
Daisaku Ikeda,  Giorno per giorno




  I love me


È fácile dire "questo non mi riguarda!", ma è un pensiero che porta la nostra vita a ripiegarsi nel piccolo io. Ogni volta che ripetiamo "questo non mi riguarda!" perdiamo un po della nostra umanità. Al contrario, una donna che lotta per creare una società pacifica è un'ambasciatrice di pace.
Daisaku Ikeda. La mappa della felicità

Migliorare e dare spazio alle nostre capacità innate può innescare una trasformazione e un empowerment di efficacia globale. Questo è ciò che noi nella SGI chiamiamo rivoluzione umana, il cui epicentro è l'empowerment che fa scaturire le possibilità illimitate di ogni individuo. Il costante accumulo di tali cambiamenti, sia a livello individuale che di comunità, prepara al genere umano la strada per superare i problemi generali che ha davanti.
Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale


I nostri rapporti umani sono come uno specchio. Quindi, se state pensando dentro di voi stessi, "Se solo fossero un po' più gentili con me, avrei potuto parlare con loro di qualsiasi cosa", allora quella persona sta probabilmente pensando: "Se solo si aprissero con me, sarei stato più gentile con loro. "
Pertanto, si dovrebbe fare la prima mossa per aprire i canali della comunicazione.
Daisaku Ikeda


Our human relationships are like a mirror. So if you’re thinking to yourself, “If only so and so were a little nicer to me, I could talk to them about anything,” then that person is probably thinking, “If only such and such would open up to me, I would be nicer to them.” Therefore, you should make the first move to open the channels of communication.


Quando la determinazione cambia, tutto inizia a muoversi nella direzione che desiderate. Nell’istante in cui decidete di vincere, ogni nervo e fibra del vostro essere si orienteranno verso quella realizzazione. D’altra parte se pensate: "Non funzionerà mai", proprio in quel momento ogni cellula del vostro essere si indebolirà, smettendo di lottare, e tutto volgerà al fallimento.
Daisaku Ikeda



Salute psicofisica:
Si racconta la storia di due cani, che, in momenti diversi, entrarono nella stessa stanza. 
Uno ne uscì scodinzolando, l’altro ne uscì ringhiando. 
Una donna li vide e, incuriosita, entrò nella stanza per scoprire cosa rendesse uno felice e l’altro così infuriato. Con grande sorpresa scoprì che la stanza era piena di specchi. Il cane felice aveva trovato cento cani felici che lo guardavano, mentre il cane arrabbiato aveva visto solo cani arrabbiati che gli abbaiavano contro. Quello che vediamo nel mondo intorno a noi è un riflesso di ciò che siamo.


PROPOSTA DI PACE 2014 DI DAISAKU IKEDA (SINTESI)
La creazione di valore per un cambiamento globale: costruire società solide e sostenibili
13/02/2014: Per celebrare il 26 gennaio, anniversario della fondazione della Soka Gakkai Internazionale (SGI), vorrei offrire alcune riflessioni su come reindirizzare le correnti di pensiero del XXI secolo verso una speranza, una solidarietà e una pace di più ampio respiro, per costruire una società globale sostenibile dove la dignità di ogni individuo brilli del proprio splendore intrinseco.
Alla luce della maggior frequenza di disastri naturali ed eventi climatici estremi occorsa negli ultimi anni, come anche di gravi crisi umanitarie causate da conflitti nazionali e internazionali, sempre più spesso viene sottolineata l’importanza di potenziare la resilienza delle società umane. In senso generale, la resilienza può essere intesa come capacità di realizzare un futuro pieno di speranza, in base al desiderio naturale delle persone di lavorare insieme verso obiettivi comuni.
Migliorare e dare spazio alle nostre capacità innate può innescare una trasformazione e un empowerment di efficacia globale. Questo è ciò che noi nella SGI chiamiamo rivoluzione umana, il cui epicentro è l’empowerment che fa scaturire le possibilità illimitate di ogni individuo. Il costante accumulo di tali cambiamenti, sia a livello individuale che di comunità, prepara al genere umano la strada per superare i problemi generali che ha davanti
La sfida della creazione di valore è quella di collegare il micro e il macro in modo da rafforzare la trasformazione positiva a entrambi i livelli.
La filosofia buddista adottata dai membri della SGI stimola le persone a vivere con un senso di determinazione che si può formulare come l’impegno a realizzare una promessa, o un voto, profondamente sentiti. Essa incoraggia le persone, anche quando si trovano assediate da grandi difficoltà, a considerare l’ambiente circostante come l’arena in cui realizzare la propria missione nella vita e ad aspirare a creare storie personali che diventino fonte di speranza duratura.

  • Educazione alla cittadinanza globale

Vorrei offrire qui alcune proposte specifiche incentrate su tre aree chiave che appaiono critiche nell’impresa di creare una società globale sostenibile. 

La prima è legata all’educazione, con particolare attenzione ai giovani. 
Un summit programmato per settembre 2015 adotterà una nuova serie di obiettivi di sviluppo globale, definiti Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Sollecito affinché tra questi vengano inclusi obiettivi legati all’istruzione: in particolare, garantire l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria, eliminare la discriminazione di genere a tutti i livelli e promuovere l’educazione alla cittadinanza globale.
Un programma educativo alla cittadinanza globale dovrebbe approfondire la comprensione delle sfide che attendono l’umanità: dovrebbe identificare i primi segni dei problemi globali incombenti nei fenomeni locali, dando alle persone il potere di intervenire; e dovrebbe alimentare lo spirito di empatia e coesistenza insieme alla consapevolezza che le azioni che portano profitto a un paese potrebbero avere un impatto negativo o essere percepite come minaccia da altri paesi.

L’empowerment dei giovani è un’altra area che, insieme all’istruzione, dovrebbe costituire un obiettivo centrale degli SDGs. In particolare, propongo che nella determinazione degli SDGs si includano le seguenti linee guida:

- che tutti gli Stati si impegnino ad assicurare un lavoro decoroso per tutti;
- che i giovani siano in grado di partecipare attivamente alla risoluzione dei problemi che la società e il mondo si trovano ad affrontare;
- che si sviluppino gli scambi tra i giovani, per alimentare legami di amicizia e solidarietà che oltrepassino i confini nazionali.

Gli scambi tra i giovani, in particolare, contribuiscono ad alimentare l’amicizia e i legami che fungono da baluardo contro l’odio e il pregiudizio che possono diffondersi nella psiche collettiva. Come tali, la loro inclusione nei SDGs avrebbe un grande significato.


  • Rafforzare la resilienza.

In secondo luogo, vorrei proporre la creazione di processi cooperativi regionali per ridurre il danno causato da fenomeni climatici e disastri di portata estrema, rafforzando la resilienza di regioni come l’Asia e l’Africa. 
La preparazione ai disastri e le procedure di soccorso e di ripresa successiva al disastro dovrebbero essere considerate fasi di un processo integrato. A questo fine vorrei proporre la creazione di un sistema di cooperazione da parte dei paesi confinanti per favorire la reazione dei paesi colpiti: grazie a simili sforzi prolungati di cooperazione per aumentare la resilienza e la ripresa, lo spirito di aiuto e sostegno reciproco può diventare una cultura condivisa della regione.
Insisto inoltre affinché l’iniziativa pionieristica di una cooperazione regionale di questo tipo sia intrapresa in Asia, una regione profondamente segnata dai disastri. Avere in quell’area un modello di successo sarà di ispirazione per creare collaborazioni in altre regioni. Una base per questo esiste già nel Forum regionale dell’ASEAN (ARF), che possiede una piattaforma di discussione per il miglioramento della cooperazione. Invito le nazioni della regione a realizzare in Asia un accordo focalizzato sulla resilienza e sulla ripresa, una bozza di struttura basata sull’esperienza dell’ARF.
Inoltre, l’impegno per rafforzare la resilienza grazie agli scambi e alla cooperazione tra città gemellate fornisce una base importante per la creazione di spazi di coesistenza pacifica in tutta la regione. Esorto con forza che si tenga appena possibile un summit Giappone-Cina-Corea del Sud per dare inizio a un dialogo che conduca a questo tipo di cooperazione, inclusa la cooperazione sui problemi ambientali.

  • Abolizione delle armi nucleari

La terza area di discussione di cui vorrei parlare riguarda le proposte per il divieto e l’abolizione delle armi nucleari.
Il documento finale della Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) del 2010 e la Conferenza sull’Impatto Umanitario delle Armi Nucleari tenutasi l’anno scorso a Oslo, in Norvegia, hanno contribuito a incoraggiare un crescente numero di governi a impegnarsi nel porre l’impatto umanitario delle armi nucleari al centro di tutte le discussioni sul disarmo e la non-proliferazione nucleare.
Dal maggio del 2012 questi governi hanno più volte emesso dichiarazioni congiunte su questo argomento, e la quarta in ordine di tempo, rilasciata nell’ottobre del 2013, è stata firmata dai governi di centoventicinque Stati, tra cui il Giappone e numerosi altri Stati protetti dallo scudo nucleare di Stati dotati di armi nucleari.
Il riconoscimento condiviso che le armi nucleari sono sostanzialmente diverse dalle altre armi, che si trovano ben oltre una linea che non deve essere attraversata, e che è inaccettabile infliggere le loro catastrofiche conseguenze umanitarie su qualsiasi essere umano – questo riconoscimento ha in sé la chiave per superare la pura e semplice idea che le armi nucleari possano essere usate per realizzare obiettivi di sicurezza nazionale.
Ho più volte sollecitato la convocazione di un summit per l’abolizione delle armi nucleari da tenersi a Hiroshima e Nagasaki l’anno prossimo, il 2015, nel settantesimo anniversario del bombardamento atomico di quelle città. In particolare spero che i rappresentanti delle nazioni che hanno firmato la Dichiarazione congiunta sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari, come anche i rappresentanti della società civile globale e, soprattutto, i giovani cittadini di tutto il mondo, si riuniranno in un summit globale di giovani per l’abolizione nucleare al fine di adottare una dichiarazione dove si affermi il loro impegno a porre fine all’era delle armi nucleari
Contemporaneamente a questo, vorrei fare due proposte concrete. La prima riguarda un accordo per il non uso delle armi nucleari. Sarebbe una conseguenza naturale del fatto di aver posto al centro delle deliberazioni per la Conferenza di revisione dell’NPT del 2015 gli effetti catastrofici a livello umanitario dell’uso delle armi nucleari, e sarebbe un mezzo per fare un passo avanti nell’implementazione dell’articolo VI dell’NPT, in base al quale gli Stati dotati di armi nucleari si sono impegnati in buona fede a perseguire il disarmo nucleare.
La creazione di un accordo sul non-uso – in cui gli Stati nucleari si impegnano, come obbligo radicato nello spirito di base dell’NPT, a non usare armi nucleari contro gli Stati partecipanti al trattato – apporterebbe un maggior senso di sicurezza fisica e psicologica agli Stati che si sono affidati allo scudo nucleare dei loro alleati, aprendo la strada ad accordi sulla sicurezza che non siano dipendenti dalle armi nucleari.
Secondo i programmi, il Summit G8 del 2016 avrà luogo in Giappone: in parallelo potrebbe svolgersi un summit allargato dedicato alla realizzazione di un mondo senza armi nucleari, che fornirebbe la sede opportuna per impegnarsi pubblicamente per una sottoscrizione di tale accordo in tempi brevi.
La mia seconda proposta concreta è di utilizzare il processo che si sta sviluppando intorno alle Dichiarazioni congiunte sull’impatto umanitario dell’uso di armi nucleari per coinvolgere ampiamente l’opinione pubblica internazionale e attivare negoziazioni per un completo divieto delle armi nucleari.
È importante ricordare che un accordo sul non uso non è altro che una testa di ponte verso il nostro ultimo obiettivo: la proibizione e l’abolizione delle armi nucleari, obiettivo che potrà essere raggiunto solo grazie a un’accelerazione dell’impegno in tal senso, spinta dalle voci unite della società civile globale.
I membri della SGI sono determinati a proseguire gli sforzi per eliminare le armi nucleari e tutte le altre cause di infelicità dalla Terra, e a portare avanti il proprio impegno per la creazione di valore, lavorando con i giovani del mondo e con tutti coloro che si dedicano a una visione del futuro piena di speranza.
(Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale)




http://www.ikedaquotes.org/human-relationships/humanrelationships227?quotes_start=35

domenica 29 luglio 2012

Walter Pausché. Un uomo forte non è colui che vince contro il debole... ma quello che aiuta il debole a diventare forte


Un uomo forte non è colui che vince contro il debole... ma quello che aiuta il debole a diventare forte.
Walter Pausché


 Certo, chi approfitta delle fragilità altrui per dimostrare il suo potere è falsamente forte. Le sue azioni si fondano sulla necessità di apparire e sono figlie della vigliaccheria, della paura di combattere ad armi pari a causa dell'assenza di autostima. Diversamente, un uomo realmente forte, non ha bisogno di dimostrare nulla, non ha bisogno di sentirsi gratificato agli occhi degli altri, perché vivendo in pace con se stesso è mosso da sentimenti autentici di solidarietà e di amore.



domenica 24 giugno 2012

Le oche volano in formazione a V. Lo fanno, perché al battere delle loro ali, l’aria produce un movimento, che aiuta l’oca che sta dietro. Volando cosi, le oche aumentano la loro forza di volo rispetto ad un’ oca che va da sola


Impariamo dalle Oche.
Le oche volano in formazione a V. 

Lo fanno, perché al battere delle loro ali, l’aria produce un movimento, che aiuta l’oca che sta dietro. 


Volando cosi, le oche aumentano la loro forza di volo rispetto ad un’ oca che va da solaOgni volta che un’oca esce dalla formazione, sente la resistenza dell’aria e si rende conto 

della difficoltà nel farlo da sola allora, con rapidità ritorna nella formazione per approfittare del compagno che sta davanti
Quando il capo delle oche si stanca, passa dietro, ed un’ altra oca prende il suo posto. Le oche che vanno dietro gracidano per sostenere coloro che vanno avanti a mantenere la velocità. 
Quando l’oca si ammala o cade ferita da un sparo, altre due oche escono dalla formazione e la seguono per aiutarla e proteggerla. 

Video: http://www.uilfplmilano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=55:il-volo-delle-oche&catid=16:video&Itemid=24

Le persone che condividono una direzione comune e hanno il senso della comunità, possono arrivare a compiere il loro obiettivo più facilmente, perché aiutandosi l’un l’altro, i risultati sono certamente miglioriSe ci uniamo e ci manteniamo insieme con quelli che vanno nella nostra stessa direzione, lo sforzo sarà minore, sarà più semplice e più gradevole raggiungere le mete. Le persone ottengono risultati se si sostengono nei momenti duri, se si rispettano reciprocamente in ogni momento, condividendo i problemi ed i lavori più difficili. 


Una parola di coraggio, detta nel momento giusto, aiuta, motiva, da forza e produce dei benefici.
Se ci manteniamo uno accanto all’altro, appoggiandoci ed accompagnandoci... 
Se a dispetto delle differenze, possiamo conformare un gruppo umano per affrontare tutti i tipi di situazioni.
Se capiamo il vero valore dell’ amicizia, se siamo coscienti del sentimento di condividere, la vita sarà più semplice e, stare con gli amici, sarà più bello”
dal Web. Autore non conosciuto


Mauro Sabbioni:i migratori volano in formazione a V perchè la scia che si stacca dalle ali del primo volatile crea un vortice che tende a sollevare l'aria. questo effetto però vale solo se l'uccello che segue si dispone esattamente (centimetri) in un certo posto. così vale per quello dietro e poi per quello dietro ancora... di tanto in tanto quello avanti (che non prende scia) lascia il posto a quello che lo segue... ecco perchè le formazioni sono così regolari. Migliaia di chilometri... che meraviglia. A queste cose dovrebbero pensare i cerebrolesi con la carabina prima di tirare il grilletto. :)


Massimo RedHawk Scolaro:
 Tutto vero e non solo a turno fanno a chi si mette in testa perchè l'elemento di testa fa un po più fatica degli altri, appena si stanca passa dietro e viene sostituito, la formazione a V molto uccelli migratori la usano non solo le oche


Marco Terracciano
E' il contrario di cio che accade agli uomini. Ognuno si comporta secondo la logica del "free raider", cioè sfutta a scopi personali i vantaggi dell'azione collettiva degli altri, ma siccome tutti ragionano allo stesso modo l'azione collettiva svanisce del tutto e ciascuno, invece di massimizzare il proprio guadagno perde tutto insieme agli altri, anzichè rinunciare a qualcosa subito ed avere un guadagno piu basso , ma sicuro e per tutti . questo è Nash (vedasi "Beautiful Mind" l'esempio della Bionda nel locale). 


Maria Maria Forte:
‎..e poi dicono delle oche stupide !



Eleonora D'antoni:
tutte le stupidità che si dicono sugli animali sono state elaborate dagli uomini


Claudia Cossettini:
vale anche per i ciclisti 



Mauro Sabbioni:
non proprio: li il ciclista che segue entra nell scia del precedente. riduce solo la sua resistenza in quanto si muove in un fluido più lento. non c'è l'effetto sollevamento... ti consiglio di infilarti con la tua graziella della scia di un TIR. potrai constatare da sola l'effetto. E speriamo che freni bruscamente (lui). :)


Photo: “Le oche volano in formazione a V
lo fanno, perché al battere delle loro ali, l’aria produce un movimento, che aiuta l’oca che sta dietro. 
Volando cosi, le oche aumentano la loro forza di volo rispetto ad un’ oca che va da sola.
Le persone che condividono una direzione comune e hanno il senso della comunità, possono arrivare a compiere il loro obiettivo più facilmente, perché aiutandosi l’un l’altro, i risultati sono certamente migliori.
Ogni volta che un’oca esce dalla formazione, sente la resistenza dell’aria e si rende conto 
della difficoltà nel farlo da sola allora, con rapidità ritorna nella formazione per approfittare del compagno che sta davanti.
Se ci uniamo e ci manteniamo insieme con quelli che vanno nella nostra stessa direzione,
lo sforzo sarà minore, sarà più semplice e più gradevole raggiungere le mete.
Quando il capo delle oche si stanca, passa dietro, ed un’ altra oca prende il suo posto.
Le persone ottengono risultati se si sostengono nei momenti duri, 
se si rispettano reciprocamente in ogni momento, condividendo i problemi ed i lavori più difficili. 
Le oche che vanno dietro gracidano per sostenere coloro che vanno avanti a mantenere la velocità.
Una parola di coraggio, detta nel momento giusto, aiuta, motiva, 
da forza e produce dei benefici.
Quando l’oca si ammala o cade ferita da un sparo,
altre due oche escono
dalla formazione e la seguono per aiutarla e proteggerla. 
Se ci manteniamo uno accanto all’ altro, appoggiandoci ed accompagnandoci... 
Se a dispetto delle differenze, possiamo conformare un gruppo umano per affrontare tutti i tipi di situazioni.
Se capiamo il vero valore dell’ amicizia,
se siamo coscienti del sentimento di condividere,
la vita sarà più semplice e, stare con gli amici, sarà più bello”
(dal Web. Autore non conosciuto) by Tommaso.
L’opera è di Johne Sloane

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