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martedì 22 settembre 2015

Daniele Novara. Litigare Bene. Il litigio è un'occasione per apprendere nuove competenze e garantire al gruppo una maggior coesione, una maggior capacità integrativa. All’educatore spetta il compito di cercare di restituire il problema ai bambini, piuttosto che sottrarlo..


"Il litigio è un'occasione per apprendere nuove competenze e garantire al gruppo una maggior coesione, una maggior capacità integrativa. All’educatore spetta il compito di cercare di restituire il problema ai bambini, piuttosto che sottrarlo.." 
Daniele Novara, pedagogista ideatore del metodo "Litigare bene", tra i relatori del Convegno
La Qualità dell'integrazione scolastica e sociale
13-14-15 novembre 2015


Edizioni Centro Studi Erickson


mercoledì 22 gennaio 2014

Alberto Manzi. E' stato un insegnante, personaggio televisivo e scrittore italiano, noto principalmente per essere stato il conduttore della trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1959 ed il 1968. Fu scelto per presentare il programma Non è mai troppo tardi, concepito come strumento di ausilio nella lotta all'analfabetismo. Il programma, che lo rese famoso, riproduceva in televisione delle vere e proprie lezioni di scuola primaria, con metodologie didattiche innovative (Manzi al suo "provino" strappò il copione che gli era stato dato e improvvisò una lezione alla sua maniera), dinanzi a classi composte di adulti analfabeti o quasi.


“Ho due bambini, uno fa il dettato senza errori, cosa gli devo dare in base alla vostra valutazione decimale? Ovviamente gli devo dare dieci. Un altro bambino fa trenta errori: che voto gli devo dare? Sottozero? Normalmente gli si dà quattro. Dopo quindici giorni, il primo, che non aveva fatto errori, fa due errori; gli do otto che è sempre un bel voto, però lui è andato avanti o è andato indietro? Il secondo bambino, che aveva fatto trenta errori, la seconda volta ne fa 22, ma secondo quel criterio il suo voto rimane sotto zero. Ora, a quello che ha preso otto non posso dirgli “Guarda che sei andato male”, mentre al bambino che è passato da trenta a 22 gli devo dire “Bravo”, ma in realtà non glielo posso dire perché in base al voto, lui rimane cretino. Ma io sono sicuro che se gli dico “Bravo!”, la volta successiva di errori ne farà quindici”.
Alberto Manzi, insegnante, pedagogista.



E questo é il grande errore, fare confronto tra bambini con abilitá e intelligenza diverse.
Il docente deve vedere nel bambino il progresso verso se stesso, non verso gli altri.
Tutti vanno stimolati, ed il bambino che lui crede sia andato indietro, non é affatto vero, non siamo li stessi tutti i giorni. Il docente deve vedere il processo, non due casi isolati.


Prima lettera del maestro Manzi al Direttore Didattico
Classe IV SEZ. A – INS. Alberto Manzi
Anno scolastico 1974/75

Motivi per i quali l’insegnante non usa classificare gli alunni.
Classificare dando una votazione o un giudizio di merito comparativo, a livello di scuola dell’obbligo, nel pieno sviluppo evolutivo, nel primo impatto e nel successivo adeguamento e nelle ricerche di strutture per una vita associata “migliore”, significa voler dimenticare che la scuola è tale solo se insegna a pensare, solo se aiuta a immettersi con libertà nella società.
Classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo, rispettoso dei tempi di crescita individuali; significa impedire un apprendimento cosciente, che nasce, cioè, da un continuo osservare, ragionare, discutere sulle cose; ricerca, questa che non è mai priva di errori, di incompletezze. Ora se si classifica, l’errore l’incompletezza suscita “terrore”, per cui si tende ad evitare la causa del terrore copiando, imparando a memoria definizioni fatte da altri ecc.
Classificare, pertanto, significa obbligare ad accettare definizioni stabilite, pertanto impedire il ragionamento, rendere tutti simili al modello prefisso, significa educare alla menzogna e alla falsità.
Classificare significa ancora educare alla divisione classista (bravi, più bravi, meno bravi, ecc.), significa selezionare, distruggere la personalità.
Classificare significa, purtroppo, distruggere il senso della comunità, dove ogni individuo deve imparare a vivere dando il meglio di se stesso non per lucro (ed anche il voto è lucro) ma nell’interesse della comunità stessa e per il piacere personale che deriva dalla scoperta e dalla conoscenza.

Per tutti questi motivi non ho mai classificato nessun alunno e nessun lavoro degli alunni; né intendo classificare ora le capacità acquisite durante un anno di lavoro.
Se è obbligatoria la classificazione, delego la segreteria della scuola a dare lo stesso voto ad ogni alunno e per ogni materia.

Roma, 7 giugno 1975 Ins. Alberto Manzi


Il mitico Maestro Manzi, conduttore del programma TV “Non è mai troppo tardi”

Una maestra, dopo aver consegnato le schede di valutazione ai genitori, scrive queste riflessioni sul voto nella sua bacheca:

"Non sono stata capace di dire no. No ai voti. Alla separazione dei bambini in base a quello che riescono a fare. A chiudere i bambini in un numero. Ad insegnare loro una matematica dell’essere, secondo la quale più il voto è alto più un bambino vale.
Il voto corrompe. Il voto divide. Il voto classifica. Il voto separa. Il voto è il più subdolo disintegratore di una comunità. Il voto cancella le storie, il cammino, lo sforzo e l’impegno del fare insieme. Il voto è brutale, premia e punisce, esalta ed umilia. Il voto sbaglia, nel momento che sancisce, inciampa nel variabile umano. Il voto dimentica da dove si viene. Il voto non è il volto.
I voti fanno star male chi li mette e chi li riceve. Creano ansia, confronti, successi e fallimenti. I voti distruggono il piacere di scoprire e di imparare, ognuno con i propri tempi facendo quel che può. I voti disturbano la crescita, l’autostima e la considerazione degli altri. I voti mietono vittime e creano presunzioni.
I voti non si danno ai bambini. In particolare a quelli che non ce la fanno.
La maestra lo sa bene, perciò è colpevole. Per non aver fatto obiezione di coscienza."

Il "maestro" Manzi riportava nella scheda di valutazione di tutti gli studenti la stessa formula: 
"Ha fatto quel che può, quel che non può non fa".



Se la scuola è una scuola del “fare”, del costruire il proprio sapere attraverso esperienza, lo studiare diventa gioia di scoperta e nulla si trasforma in “pesantezza”, fastidio, noia.
Alberto Manzi

... Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete, nessuno potrà mai distruggervi, SE VOI NON LO VOLETE. Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello SEMPRE in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, e ancora onesta, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla; e intelligenza, e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare, e… amore, amore.
Alberto Manzi


L'attenzione e la voglia d'imparare di un bambino va conquistata, non imposta con la paura di un brutto voto.
Alberto Manzi


Stralci della bellissima lettera che maestro Manzi consegnava ai suoi alunni l'ultimo giorno di scuola.
«Ora le nostre strade si dividono, io riprendo il mio viottolo, voi perseguite, la vostra strada...la vostra è piena e luminosa...Vorrei essere al vostro fianco. Ma voi sarete capaci di andare da soli...Ricordate che nessuno potrà mai distruggervi se voi non lo volete. Tenete il macinino del vostro cervello sempre in azione. Con onestà onestà e sempre onestà. Perché è questo che ora manca al mondo. E con intelligenza. Preparatevi e...dovete riuscire ad amare. E amore, amore, amore. Realizzate tutto ciò e io sarò sempre con voi. Ma se qualcuno o qualcosa vorrà distruggere vostra libertà, la vostra intelligenza, la vostra onestà io sono qui per lottare con voi, perché voi siete parte di me e io di voi».

https://youtu.be/P6m_8Sd_uAM






Agostino Degas:
l maestro Manzi, che contribuì ad alfabetizzare milioni di italiani con la sua trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi" fu una vittima illustre della burocrazia. Il tutto avvenne nel 1981, quando si rifiutò di redigere le appena introdotte "schede di valutazione", che la riforma della scuola aveva messo al posto della pagella; la filosofia che accompagna la motivazione del suo rifiuto si evince da queste sue parole: "non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni".
Questo suo rifiuto gli costò la sospensione dall'insegnamento e anche dello stipendio. L'anno seguente il Ministero della Pubblica Istruzione fece pressione su di lui per convincerlo a scrivere le attese valutazioni: Manzi tuttavia fece intendere di non avere cambiato opinione, mostrandosi al tempo stesso disponibile a redigere una valutazione riepilogativa. Ma il giudizio sarebbe stato uguale per tutti e apposto su carta tramite un timbro; il giudizio sarebbe stato: "Fa quel che può, quel che non può non fa". Il Ministero si mostrò contrario alla soluzione della valutazione timbrata e Manzi ribatté: "Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna".


“Non è mai troppo tardi”: il maestro Manzi in 10 numeri.
Andrà in onda stasera su Rai1 la prima parte della fiction in due puntate “Non è mai troppo tardi”, dedicata all’omonimo programma condotto dal maestro Alberto Manzi dal 1960 al 1968. “Non è mai troppo tardi” ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di alfabetizzazione degli italiani, segnando un momento cruciale non solo nella storia della tv, ma nella storia del nostro Paese.

Il maestro Alberto Manzi con la trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi" ha insegnato a leggere e a scrivere a molti italiani che non avevano la licenza elementare. Con grande intuito e capacita' didattica ha saputo utilizzare al meglio il mezzo televisivo. Attraverso lo schermo ha parlato alle persone con profonda umanità, insegnando l'amore per la lingua e per la cultura. A scuola è stato un maestro innovativo e rispettoso delle singole diversità, creativo e anticonformista. Il video è un estratto dell'intervista curata da Roberto Farnè, regia di Luigi Zanolio, prodotta dal Dipartimento di Scienze dell'educazione dell'Università di Bologna.

http://youtu.be/gKQ7GbworSw




"Fa quel che può quello che non può non fa..."
..... Questo è uno dei giudizi che il maestro Alberto Manzi scrisse sulla pagella di un allievo ..

Chi era Manzi:  il maestro rivoluzionario

Ecco 10 numeri per ricordare, svelare, comprendere meglio il fenomeno “Non è mai troppo tardi” e il suo protagonista, il maestro Manzi

2000 I punti d’ascolto che la Rai istituì nei bar, nelle Case della cultura, negli oratori, perché tutti potessero seguire le lezioni serali del maestro Manzi

19 L’ora di messa in onda del programma in tv, l’orario fu scelto per consentire anche ai lavoratori di “frequentare” le lezioni

1.400.000 Gli italiani che, secondo le stime ufficiali, hanno preso la licenza elementare grazie alle “lezioni elettroniche” del maestro Manzi

484 Le puntate di “Non è mai troppo tardi”andate in onda dal 1960 al 1968.

72 I Paesi che hanno adottato la formula del programma.

20 Le estati in cui Manzi si recò nella foresta amazzonica per insegnare a leggere e scrivere agli Indios, con l’appoggio locale di alcuni missionari salesiani.

32 Le lingue in cui fu tradotto “Orzowei”, il romanzo di maggior successo scritto da Alberto Manzi, portato in tv dalla Rai nel 1977.

1996 L’anno dell’ultima collaborazione del maestro con la tv, con il programma “Curiosità della lingua italiana”, 40 puntate per raccontare caratteristiche e curiosità della lingua italiana agli italiani all’estero e agli studiosi stranieri della nostra lingua.

8 Le volte che il maestro è finito sotto il Consiglio di disciplina nel corso della sua carriera. Il motivo? E’ all’ultimo punto…

0 I voti sulle pagelle messi dal maestro: Manzi li rifiutò per tutta la vita.


Alberto Manzi è stato un insegnante, personaggio televisivo e scrittore italiano, noto principalmente per essere stato il conduttore della trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1959 ed il 1968. 
Fu scelto per presentare il programma Non è mai troppo tardi, concepito come strumento di ausilio nella lotta all'analfabetismo. Il programma, che lo rese famoso, riproduceva in televisione delle vere e proprie lezioni di scuola primaria, con metodologie didattiche innovative (Manzi al suo "provino" strappò il copione che gli era stato dato e improvvisò una lezione alla sua maniera), dinanzi a classi composte di adulti analfabeti o quasi.

La trasmissione andò in onda per quasi un decennio e fu di grande interesse e di grande rilevanza sociale: si stima che quasi un milione e mezzo di persone abbiano conseguito la licenza elementare grazie a queste lezioni a distanza, svolte di fatto secondo un vero e proprio corso di scuola serale. Le trasmissioni avvenivano nel tardo pomeriggio, prima di cena; Manzi utilizzava un grosso blocco di carta montato su cavalletto sul quale scriveva, con l'ausilio di un carboncino, semplici parole o lettere, accompagnate da un accattivante disegnino di riferimento. Usava anche una lavagna luminosa, per quei tempi assai suggestiva.




ero un bambino "Non è mai troppo tardi" lo guardavo sempre con piacere, il maestro Manzi mi ispirava molta simpatia specie quando faceva dei disegnini per farsi capire meglio: E' stata una persona eccezionale




un insegnante proiettato nel futuro: carboncino e lavagna si trasformavano in veri mezzi multimediali




Una grande persona,che poi fu anche Sindaco di Pitigliano (Gr)




Lo seguivo con piacere e mi piaceva molto il suo metodo di disegnare con il carboncino o con i gessetti !!





sono pienamente d'accordo con te ,forse eravamo più ignoranti ma certamente, più buoni,più veri, più italiani. LUI e' l'Italia bella che non c'e' più




Un altro grande, indimenticabile, sembrava uscito da un libro di De Amicis, e fu l'espressione di un paese che si stava costruendo, Personaggio veramente bellissimo, poetico, che e' difficile definire senza diventare apparentemente retorici, ma invece lui non era retorica ma realtà
















giovedì 12 aprile 2012

Jean Piaget. Ogni volta che si insegna prematuramente ad un bambino un concetto che avrebbe potuto scoprire da solo, gli si impedisce di comprenderlo a fondo

Il 16 settembre 1980 moriva a Ginevra Jean Piaget, psicologo, pedagogista e filosofo svizzero che diede un contributo fondamentale alla comprensione della psicologia dello sviluppo.

Secondo lo psicologo svizzero Piaget le fasi dello sviluppo cognitivo sono 4: senso motoria, pre operativa, delle operazioni concrete e delle operazioni formali.

Vediamo schematicamente le singole fasi.

FASE SENSO MOTORIA ( 0 – 2 anni)
– in questa fase il bambino inizia ad usare l’imitazione come prima forma di apprendimento
– la conoscenza dell’ambiente avviene prevalentemente utilizzando il tatto e il gusto (motivo per cui i bambini mettono tutto in bocca)

FASE PRE OPERATIVA ( 2 – 7 anni)
– compare il gioco simbolico attraverso il quale il bambino “fa finta di…” e lo utilizza per rappresentare situazioni ed oggetti che non sono presenti ma che li ha vissuti o sperimentati
– il linguaggio è più articolato e diventa una duplicazione della realtà
– in questa fase i bambini hanno uno spiccato egocentrismo: non sono capaci cioè di mettersi nei panni degli altri

FASE DELLE OPERAZIONE CONCRETE ( 7 – 11 anni )
– il bambino acquisisce la capacità di risolvere i problemi partendo però sempre da una base concreta e tangibile
– il pensiero diventa più “flessibile”

FASE DELLE OPERAZIONE FORMALI ( dagli 11 anni in poi)
– il bambino (ormai alle porte dell’adolescenza) sa pensare e immaginare cose che non ha mai visto
– acquisisce la possibilità di formulare ipotesi



"Un aspetto colpisce nel pensiero del bambino piccolo:
il soggetto afferma sempre, e non dimostra mai".
Jean Piaget


Lo sviluppo mentale è una costruzione continua, paragonabile a quella di un vasto edificio che ad ogni aggiunta divenga più solido, o piuttosto alla messa a punto di un delicato meccanismo.
Jean Piaget


Ogni volta che si insegna prematuramente ad un bambino un concetto che avrebbe potuto scoprire da solo, gli si impedisce di comprenderlo a fondo
Jean Piaget


L'obiettivo principale dell'educazione nelle scuole dovrebbe essere quello di creare uomini e donne che siano capaci di fare cose nuove, non soltanto di ripetere semplicemente ciò che le altre generazioni hanno fatto. 
Jean Piaget

Se volete essere creativi, rimanete in parte bambini, con la creatività e la fantasia che contraddistingue i bambini prima che siano deformati dalla società degli adulti.
Jean Piaget



"- Quando cammini, che cosa fa il sole?
- Viene con me.
- E se poi torna a casa?
- Va con un altro.
- Nel senso in cui andava prima?
- Oh, anche in un altro senso.
- Può andare in tutti i sensi?
- Sì.
- Può andare dove vuole?
- Sì.
- E quando due vanno in senso contrario?
- Ci sono molti soli.
- Li hai visti tutti, questi soli?
- Sì, più ce n'è, più cammino e più ne vedo."
Jean Piaget (1896-1980), La rappresentazione del mondo nel fanciullo, 1926, ed.it. 1966 Boringhieri pag.221.
Questo bambino ha 6 anni e 5 mesi.

Piaget era uno psicologo svizzero.








Piaget parla soprattutto del pensiero magico e dell'animismo che prevalgono nei bambini piccoli e si attenuano gradualmente con l'età. [...]
Io non ho esperienza di bambino al di sotto dei 10-11 anni, ma ancora in prima media, alla mia domanda, suggeritami appunto da Piaget, se secondo loro ci fosse stato prima l'Arno o il ponte sull'Arno, qualcuno rispondeva: prima il ponte, poi l'Arno ci è passato sotto. Anche alle domade sul sole e la luna le risposte era varie, divertenti e bizzarre, alla fine ne ridevamo un po' tutti insieme, e forse ognuno restava della sua idea, chi lo sa.



Dialogo tra Jean Piaget e un bambino di quattro anni sulla natura dei sogni.
Tratto da "La mente", di P. Legrenzi, Ed. Il Mulino

P: Da dove vengono i sogni?
b: Penso che si dorma talmente bene che si sogna.
P: Vengono da noi o da fuori di noi?
b: Da fuori.
P: Con che cosa si sogna? b: Non saprei.
P: Con le mani?... Con niente? b: Sì, con niente.
P: Quando sei a letto e sogni, dov'è il sogno?
b: Nel mio letto, sotto le coperte. Non so. Se fosse nel mio ventre, sarebbero le ossa e non si vedrebbe. P: Quando dormi, il sogno è lì?
b: Sì, è nel mio letto, accanto a me...
P: II sogno è nella ma testa?.
b: Io sono nel sogno: non è nella mia testa. Quando si sogna non si sa di essere a letto. Si sa che si cammina. Si è nel sogno. Si è nel proprio letto e non lo si sa...




I 6 stadi dello sviluppo sensomotorio di J. Piaget.
J. Piaget considera lo sviluppo cognitivo nella prima infanzia come intelligenza sensomotoria.
Il periodo sensomotorio è il primo di quattro periodi generali nei quali J. Piaget divide lo sviluppo.
A sua volta il periodo sensomotorio è diviso in 6 stadi.

Si pensa che la sequenza di stadi sia assolutamente costante o invariante per i bambini di tutto il mondo. Perciò Piaget affermava che non può accadere che uno stadio sia saltato nel passaggio ad uno stadio successivo né può accadere che il passaggio attraverso gli stadi abbia un corso di sviluppo diverso da quello dato. Le conquiste di ciascuno stadio sono cumulative, cioè le abilità acquisite in uno stadio precedente non sono perdute con l’arrivo a nuovi stadi.

Stadio 1 (da 0 a 1 mese)
Alcuni riflessi quali la suzione, i movimenti oculari e i movimenti della mano e del braccio sono destinati a subire cambiamenti significativi durante lo sviluppo in funzione dell’esercizio costante e dell’applicazione ripetuta a oggetti ed eventi esterni.
Piaget attribuiva molta importanza a questi riflessi perché li considerava come i primi mattoni, forniti in modo innato, della crescita cognitiva umana. Egli li concepiva come i primi schemi sensomotori del bambino.

Stadio 2 (da 1 a 4 mesi)
Questo stadio è segnato dalla continua evoluzione degli schemi sensomotori individuali e dalla graduale coordinazione o integrazione di uno schema nell’altro.
Quindi per quanto riguarda gli schemi individuali associati a processi quali succhiare, guardare, ascoltare, vocalizzare e afferrare gli oggetti, ricevono una quantità enorme di pratica quotidiana spontanea. Di conseguenza ciascuno di questi schemi è sottoposto ad una elaborazione evolutiva considerevole durante questi mesi.

Successiva è la progressiva coordinazione o il fatto che ogni schema è messo in relazione ad un altro, per esempio la visione e l’udito cominciano ad essere collegati funzionalmente. Sentire un suono porta l’infante a girare la testa e gli occhi nella direzione della fonte del suono.
Due altre importanti coordinazioni tra schemi che si stabilizzano bene nel secondo stadio sono quelle succhiare-afferrare e vedere-afferrare. Nel rimo caso, il bambino sviluppa la capacità di portare alla bocca e succhiare la mano e qualsiasi cosa la mano abbia afferrato e di afferrare qualsiasi cosa gli sia in qualche modo entrata in bocca.

La coordinazione di visione e prensione permette al bambino di localizzare ed afferrare gli oggetti sotto la guida visiva e reciprocamente di portare davanti agli occhi per ispezionarla visivamente qualsiasi cosa che una mano invisibile abbia toccato e afferrato.
L’evoluzione della coordinazione vedere-afferrare costituisce uno sviluppo notevole perché la capacità di coordinare mano e occhio dimostrerà di essere un mezzo e uno strumento estremamente importante per esplorare l’ambiente del bambino ed apprendere cose su di esso.

Stadio 3 (dai 4 agli 8 mesi)
Al bambino capita di eseguire qualche azione motoria, spesso manuale, che per caso produce dei risultati nell’ambiente non anticipati ma interessanti. Poi il bambino deliziato, continua ad eseguire l’azione ripetutamente, a quanto sembra per il puro piacere di riprodurre e di sperimentare di nuovo il risultato nell’ambiente.
Il bambino può afferrare e scuotere un nuovo giocattolo e quel nuovo giocattolo può rispondere inaspettatamente con un tintinnio, dopodichè è probabile che il bambino in questo stadio si fermi meravigliato, lo scuota di nuovo ma con esitazione, senta il suono di nuovo, lo scuota ancora una volta più velocemente e con maggiore confidenza e poi continui a ripetere l’azione per un periodo di temo considerevole.
Dal terzo stadio il bambino mostra sempre più interesse negli effetti delle sue azioni sugli oggetti e gli eventi prestando molta attenzione a quegli effetti. Gradualmente comincia ad esplorare gli oggetti; egli diviene cognitivamente e socialmente più estroverso nel corso dello sviluppo sensomotorio.

Stadio 4 (dagli 8 ai 12 mesi)
La maggiore novità di questo stadio è la comparsa di comportamenti che sono intenzionali, diretti ad un fine. Le azioni del bambino hanno un significato e sono dirette ad uno scopo e per questa ragione appaiono più intelligenti e più cognitive di quelle degli stadi precedenti.
Nel quarto stadio il bambino esercita intenzionalmente uno schema come mezzo, in modo da rendere possibile l’esercizio di un altro schema, come fine o scopo. Ad esempio può premere la vostra mano (mezzo) per fare in modo che continuate a produrre un interessante effetto sensoriale (fine) che stavate producendo per lui. Egli ha maggiore riguardo nei confronti del mondo esterno.

Stadio 5 (dai 12 ai 18 mesi)
È costituito dall’esplorazione molto attiva, intenzionale, del tipo pro ed errore, delle proprietà reali e delle potenzialità degli oggetti, in gran parte attraverso la ricerca instancabile di modi diversi di agire su di essi. Il bambino ha un approccio sperimentale orientato alla esplorazione e alla scoperta del mondo esterno.
Se gli si presenta un oggetto nuovo lui cercherà attivamente di mettere a nudo le sue proprietà strutturali e funzionali provando diversi schemi di azione e inventando nuove variazioni su vecchi schemi di azione.
Con la sua tendenza estremamente esploratoria e tesa verso l’accomodamento, il bambino del quinto stadio spesso scopre mezzi completamente nuovi per raggiungere vecchi scopi.

Stadio 6 (dai 18 i 24 mesi)
Questo è costituito dalla capacità di rappresentare gli oggetti della propria cognizione per mezzo di simboli e di agire con intelligenza rispetto a questa realtà interiore e simbolizzata invece che rispetto alla realtà esterna, non simbolizzata.
Il bambino del 6 stadio mostra una capacità iniziale di produrre e capire che una cosa (es. una parola) sta per o rappresenta simbolicamente qualche altra cosa (ad es. una classe di oggetti). Inoltre il bambino diventa capace di differenziare mentalmente il simbolo e il suo referente cioè la cosa che il simbolo rappresenta.
Per fare un esempio di questa differenziazione il simbolo potrebbe essere fisicamente molto diverso dal suo oggetto referente eppure essere ancora trattato come una rappresentazione di quell’ oggetto.
Reagire a oggetti di cognizioni interiori generati internamente, decisamente non è un’attività sensomotoria: funzione semeiotica.
Il bambino simbolico del 6 stadio può provare dei modi alternativi interiormente, immaginandoli oppure rappresentandoli a se steso invece di renderli concreti nel comportamento esplicito. Se viene trovato un procedimento efficace in questo modo, è per mezzo del pensiero invece che attraverso l’azione diretta “invenzione di nuovi mezzi attraverso delle combinazioni mentali”.
Anche il gioco del “far finta” compare nel 6 stadio.

L’intelligenza sensomotoria non scompare con la fine della prima infanzia, anzi alcune forme di funzionamento sensomotorio rimangono disponibili per tutta la vita. Tuttavia una volta che la capacità simbolica è emersa, le forme di intelligenza più alte e potenti hanno luogo su un piano diverso.

I bambini hanno più competenza di quanto J. Piaget pensasse ma non è stato ancora proposto un modello alternativo di vasta portata e completamente soddisfacente.
Quasi tutti gli psicologi sono concordi nel sostenere che l’organismo umano funziona secondo i principi generali dell’organizzazione e dell’adattamento. Concordano nel dire che il bambino costruisce attivamente il suo mondo anziché registrare passivamente gli stimoli esterni e che lo sviluppo cognitivo è il prodotto di continue interazioni tra il bambino e l’ambiente.
Sottolineano inoltre l’enorme importanza del contributo dato dalle ricerche empiriche di Piaget alla nostra comprensione dello sviluppo del bambino e questo nonostante facciano rilevare come il bambino sia più malleabile e meno soggetto ai limiti della maturazione di quanto non credesse Piaget.
Pubblicato da Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeuta







Bambini scoprono per prima volta la loro ombra
 http://youtu.be/G4aTw-zEJZ8

Jean Piaget. Ogni volta che si insegna prematuramente ad un bambino un concetto che avrebbe potuto scoprire da solo, gli si impedisce di comprenderlo a fondo

Il 16 settembre 1980 moriva a Ginevra Jean Piaget, psicologo, pedagogista e filosofo svizzero che diede un contributo fondamentale alla comprensione della psicologia dello sviluppo.

Secondo lo psicologo svizzero Piaget le fasi dello sviluppo cognitivo sono 4: senso motoria, pre operativa, delle operazioni concrete e delle operazioni formali.

Vediamo schematicamente le singole fasi.

FASE SENSO MOTORIA ( 0 – 2 anni)
– in questa fase il bambino inizia ad usare l’imitazione come prima forma di apprendimento
– la conoscenza dell’ambiente avviene prevalentemente utilizzando il tatto e il gusto (motivo per cui i bambini mettono tutto in bocca)

FASE PRE OPERATIVA ( 2 – 7 anni)
– compare il gioco simbolico attraverso il quale il bambino “fa finta di…” e lo utilizza per rappresentare situazioni ed oggetti che non sono presenti ma che li ha vissuti o sperimentati
– il linguaggio è più articolato e diventa una duplicazione della realtà
– in questa fase i bambini hanno uno spiccato egocentrismo: non sono capaci cioè di mettersi nei panni degli altri

FASE DELLE OPERAZIONE CONCRETE ( 7 – 11 anni )
– il bambino acquisisce la capacità di risolvere i problemi partendo però sempre da una base concreta e tangibile
– il pensiero diventa più “flessibile”

FASE DELLE OPERAZIONE FORMALI ( dagli 11 anni in poi)
– il bambino (ormai alle porte dell’adolescenza) sa pensare e immaginare cose che non ha mai visto
– acquisisce la possibilità di formulare ipotesi



"Un aspetto colpisce nel pensiero del bambino piccolo:
il soggetto afferma sempre, e non dimostra mai".
Jean Piaget


Lo sviluppo mentale è una costruzione continua, paragonabile a quella di un vasto edificio che ad ogni aggiunta divenga più solido, o piuttosto alla messa a punto di un delicato meccanismo.
Jean Piaget


Ogni volta che si insegna prematuramente ad un bambino un concetto che avrebbe potuto scoprire da solo, gli si impedisce di comprenderlo a fondo
Jean Piaget


L'obiettivo principale dell'educazione nelle scuole dovrebbe essere quello di creare uomini e donne che siano capaci di fare cose nuove, non soltanto di ripetere semplicemente ciò che le altre generazioni hanno fatto. 
Jean Piaget

Se volete essere creativi, rimanete in parte bambini, con la creatività e la fantasia che contraddistingue i bambini prima che siano deformati dalla società degli adulti.
Jean Piaget



"- Quando cammini, che cosa fa il sole?
- Viene con me.
- E se poi torna a casa?
- Va con un altro.
- Nel senso in cui andava prima?
- Oh, anche in un altro senso.
- Può andare in tutti i sensi?
- Sì.
- Può andare dove vuole?
- Sì.
- E quando due vanno in senso contrario?
- Ci sono molti soli.
- Li hai visti tutti, questi soli?
- Sì, più ce n'è, più cammino e più ne vedo."
Jean Piaget (1896-1980), La rappresentazione del mondo nel fanciullo, 1926, ed.it. 1966 Boringhieri pag.221.
Questo bambino ha 6 anni e 5 mesi.

Piaget era uno psicologo svizzero.








Piaget parla soprattutto del pensiero magico e dell'animismo che prevalgono nei bambini piccoli e si attenuano gradualmente con l'età. [...]
Io non ho esperienza di bambino al di sotto dei 10-11 anni, ma ancora in prima media, alla mia domanda, suggeritami appunto da Piaget, se secondo loro ci fosse stato prima l'Arno o il ponte sull'Arno, qualcuno rispondeva: prima il ponte, poi l'Arno ci è passato sotto. Anche alle domade sul sole e la luna le risposte era varie, divertenti e bizzarre, alla fine ne ridevamo un po' tutti insieme, e forse ognuno restava della sua idea, chi lo sa.



Dialogo tra Jean Piaget e un bambino di quattro anni sulla natura dei sogni.
Tratto da "La mente", di P. Legrenzi, Ed. Il Mulino

P: Da dove vengono i sogni?
b: Penso che si dorma talmente bene che si sogna.
P: Vengono da noi o da fuori di noi?
b: Da fuori.
P: Con che cosa si sogna? b: Non saprei.
P: Con le mani?... Con niente? b: Sì, con niente.
P: Quando sei a letto e sogni, dov'è il sogno?
b: Nel mio letto, sotto le coperte. Non so. Se fosse nel mio ventre, sarebbero le ossa e non si vedrebbe. P: Quando dormi, il sogno è lì?
b: Sì, è nel mio letto, accanto a me...
P: II sogno è nella ma testa?.
b: Io sono nel sogno: non è nella mia testa. Quando si sogna non si sa di essere a letto. Si sa che si cammina. Si è nel sogno. Si è nel proprio letto e non lo si sa...




I 6 stadi dello sviluppo sensomotorio di J. Piaget.
J. Piaget considera lo sviluppo cognitivo nella prima infanzia come intelligenza sensomotoria.
Il periodo sensomotorio è il primo di quattro periodi generali nei quali J. Piaget divide lo sviluppo.
A sua volta il periodo sensomotorio è diviso in 6 stadi.

Si pensa che la sequenza di stadi sia assolutamente costante o invariante per i bambini di tutto il mondo. Perciò Piaget affermava che non può accadere che uno stadio sia saltato nel passaggio ad uno stadio successivo né può accadere che il passaggio attraverso gli stadi abbia un corso di sviluppo diverso da quello dato. Le conquiste di ciascuno stadio sono cumulative, cioè le abilità acquisite in uno stadio precedente non sono perdute con l’arrivo a nuovi stadi.

Stadio 1 (da 0 a 1 mese)
Alcuni riflessi quali la suzione, i movimenti oculari e i movimenti della mano e del braccio sono destinati a subire cambiamenti significativi durante lo sviluppo in funzione dell’esercizio costante e dell’applicazione ripetuta a oggetti ed eventi esterni.
Piaget attribuiva molta importanza a questi riflessi perché li considerava come i primi mattoni, forniti in modo innato, della crescita cognitiva umana. Egli li concepiva come i primi schemi sensomotori del bambino.

Stadio 2 (da 1 a 4 mesi)
Questo stadio è segnato dalla continua evoluzione degli schemi sensomotori individuali e dalla graduale coordinazione o integrazione di uno schema nell’altro.
Quindi per quanto riguarda gli schemi individuali associati a processi quali succhiare, guardare, ascoltare, vocalizzare e afferrare gli oggetti, ricevono una quantità enorme di pratica quotidiana spontanea. Di conseguenza ciascuno di questi schemi è sottoposto ad una elaborazione evolutiva considerevole durante questi mesi.

Successiva è la progressiva coordinazione o il fatto che ogni schema è messo in relazione ad un altro, per esempio la visione e l’udito cominciano ad essere collegati funzionalmente. Sentire un suono porta l’infante a girare la testa e gli occhi nella direzione della fonte del suono.
Due altre importanti coordinazioni tra schemi che si stabilizzano bene nel secondo stadio sono quelle succhiare-afferrare e vedere-afferrare. Nel rimo caso, il bambino sviluppa la capacità di portare alla bocca e succhiare la mano e qualsiasi cosa la mano abbia afferrato e di afferrare qualsiasi cosa gli sia in qualche modo entrata in bocca.

La coordinazione di visione e prensione permette al bambino di localizzare ed afferrare gli oggetti sotto la guida visiva e reciprocamente di portare davanti agli occhi per ispezionarla visivamente qualsiasi cosa che una mano invisibile abbia toccato e afferrato.
L’evoluzione della coordinazione vedere-afferrare costituisce uno sviluppo notevole perché la capacità di coordinare mano e occhio dimostrerà di essere un mezzo e uno strumento estremamente importante per esplorare l’ambiente del bambino ed apprendere cose su di esso.

Stadio 3 (dai 4 agli 8 mesi)
Al bambino capita di eseguire qualche azione motoria, spesso manuale, che per caso produce dei risultati nell’ambiente non anticipati ma interessanti. Poi il bambino deliziato, continua ad eseguire l’azione ripetutamente, a quanto sembra per il puro piacere di riprodurre e di sperimentare di nuovo il risultato nell’ambiente.
Il bambino può afferrare e scuotere un nuovo giocattolo e quel nuovo giocattolo può rispondere inaspettatamente con un tintinnio, dopodichè è probabile che il bambino in questo stadio si fermi meravigliato, lo scuota di nuovo ma con esitazione, senta il suono di nuovo, lo scuota ancora una volta più velocemente e con maggiore confidenza e poi continui a ripetere l’azione per un periodo di temo considerevole.
Dal terzo stadio il bambino mostra sempre più interesse negli effetti delle sue azioni sugli oggetti e gli eventi prestando molta attenzione a quegli effetti. Gradualmente comincia ad esplorare gli oggetti; egli diviene cognitivamente e socialmente più estroverso nel corso dello sviluppo sensomotorio.

Stadio 4 (dagli 8 ai 12 mesi)
La maggiore novità di questo stadio è la comparsa di comportamenti che sono intenzionali, diretti ad un fine. Le azioni del bambino hanno un significato e sono dirette ad uno scopo e per questa ragione appaiono più intelligenti e più cognitive di quelle degli stadi precedenti.
Nel quarto stadio il bambino esercita intenzionalmente uno schema come mezzo, in modo da rendere possibile l’esercizio di un altro schema, come fine o scopo. Ad esempio può premere la vostra mano (mezzo) per fare in modo che continuate a produrre un interessante effetto sensoriale (fine) che stavate producendo per lui. Egli ha maggiore riguardo nei confronti del mondo esterno.

Stadio 5 (dai 12 ai 18 mesi)
È costituito dall’esplorazione molto attiva, intenzionale, del tipo pro ed errore, delle proprietà reali e delle potenzialità degli oggetti, in gran parte attraverso la ricerca instancabile di modi diversi di agire su di essi. Il bambino ha un approccio sperimentale orientato alla esplorazione e alla scoperta del mondo esterno.
Se gli si presenta un oggetto nuovo lui cercherà attivamente di mettere a nudo le sue proprietà strutturali e funzionali provando diversi schemi di azione e inventando nuove variazioni su vecchi schemi di azione.
Con la sua tendenza estremamente esploratoria e tesa verso l’accomodamento, il bambino del quinto stadio spesso scopre mezzi completamente nuovi per raggiungere vecchi scopi.

Stadio 6 (dai 18 i 24 mesi)
Questo è costituito dalla capacità di rappresentare gli oggetti della propria cognizione per mezzo di simboli e di agire con intelligenza rispetto a questa realtà interiore e simbolizzata invece che rispetto alla realtà esterna, non simbolizzata.
Il bambino del 6 stadio mostra una capacità iniziale di produrre e capire che una cosa (es. una parola) sta per o rappresenta simbolicamente qualche altra cosa (ad es. una classe di oggetti). Inoltre il bambino diventa capace di differenziare mentalmente il simbolo e il suo referente cioè la cosa che il simbolo rappresenta.
Per fare un esempio di questa differenziazione il simbolo potrebbe essere fisicamente molto diverso dal suo oggetto referente eppure essere ancora trattato come una rappresentazione di quell’ oggetto.
Reagire a oggetti di cognizioni interiori generati internamente, decisamente non è un’attività sensomotoria: funzione semeiotica.
Il bambino simbolico del 6 stadio può provare dei modi alternativi interiormente, immaginandoli oppure rappresentandoli a se steso invece di renderli concreti nel comportamento esplicito. Se viene trovato un procedimento efficace in questo modo, è per mezzo del pensiero invece che attraverso l’azione diretta “invenzione di nuovi mezzi attraverso delle combinazioni mentali”.
Anche il gioco del “far finta” compare nel 6 stadio.

L’intelligenza sensomotoria non scompare con la fine della prima infanzia, anzi alcune forme di funzionamento sensomotorio rimangono disponibili per tutta la vita. Tuttavia una volta che la capacità simbolica è emersa, le forme di intelligenza più alte e potenti hanno luogo su un piano diverso.

I bambini hanno più competenza di quanto J. Piaget pensasse ma non è stato ancora proposto un modello alternativo di vasta portata e completamente soddisfacente.
Quasi tutti gli psicologi sono concordi nel sostenere che l’organismo umano funziona secondo i principi generali dell’organizzazione e dell’adattamento. Concordano nel dire che il bambino costruisce attivamente il suo mondo anziché registrare passivamente gli stimoli esterni e che lo sviluppo cognitivo è il prodotto di continue interazioni tra il bambino e l’ambiente.
Sottolineano inoltre l’enorme importanza del contributo dato dalle ricerche empiriche di Piaget alla nostra comprensione dello sviluppo del bambino e questo nonostante facciano rilevare come il bambino sia più malleabile e meno soggetto ai limiti della maturazione di quanto non credesse Piaget.
Pubblicato da Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeuta







Bambini scoprono per prima volta la loro ombra
 http://youtu.be/G4aTw-zEJZ8

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