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lunedì 7 novembre 2016

Albert Camus, L'uomo in rivolta. Ne "L'uomo in rivolta" trova la sua più rigorosa formulazione teorica la riflessione di Camus sull'idea della rivoluzione, intesa come ricerca di equilibrio, azione creatrice, unica possibilità data all'uomo per fare emergere un senso in un mondo dominato dal non senso.

Cristo è venuto a risolvere due problemi principali, il male e la morte, che sono appunto i problemi degli uomini in rivolta. La sua soluzione è consistita innanzi tutto nell'assumerli in sé. Anche il dio uomo soffre, con pazienza. Né male né morte gli sono più assolutamente imputabili, poiché è straziato e muore. La notte del Golgotha ha tanta importanza nella storia degli uomini soltanto perché in quelle tenebre la divinità, abbandonando ostensibilmente i suoi privilegi tradizionali, ha vissuto fino in fondo, disperazione compresa, l'angoscia della morte. Si spiega così il e il dubbio tremendo di Cristo in agonia. L'agonia sarebbe lieve se fosse sostenuta dall'eterna speranza. Per essere uomo, il dio deve disperare.
Albert Camus L’uomo in rivolta


Albert Camus, L'uomo in rivolta
"Ogni schiavo non è tale che per suo consenso e non si libera che con un rifiuto. 
Se lo schiavo dice sì a tutto, dice di sì all'esistenza del padrone e al proprio dolore. 
Nell'attimo in cui respinge l'ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo. La coscienza viene alla luce con la rivolta. Non esiste rivolta senza la sensazione d'avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione. 
La rivolta è, nell'uomo, il rifiuto di essere trattato come cosa e ridotto alla pura storia; 
piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio."
Albert Camus

"In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del 'cogito' nell'ordine del pensiero, è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l' individuo dalla sua solitudine. 
E' un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo."
Albert Camus, L'uomo in rivolta


Nella storia come in psicologia, la rivolta è un pendolo sregolato 
che corre alle più pazze ampiezze perché cerca il suo ritmo profondo.
Ma questa sregolatezza non è completa. 
Si muove intorno a un perno. Nell'atto stesso di suggerire una natura comune agli uomini,
la rivolta mette in luce la misura e il limite che stanno al principio di questa natura.
Albert Camus,  L'uomo in rivolta - Bompiani - pag. 321





Fino a Dostojevskij e a Nietzsche, la rivolta si erge soltanto contro una divinità crudele e capricciosa, quella che preferisce, senza motivo convincente, il sacrificio di Abele e quello di Caino, e con ciò provoca il primo omicidio. Dostojevskij con l'immaginazione, e Nietzsche di fatto, estenderanno smisuratamente il campo della rivolta del pensiero, e chiederanno dei conti allo stesso dio d'amore. Da Nietzsche, Dio sarà considerato morto nell'animo dei contemporanei.
Egli volgerà allora i suoi attacchi, come il suo predecessore Stirner, contro l'illusione di Dio che si attarda, sotto le apparenze della morale, nello spirito del secolo. Ma fino a loro, il pensiero libertino, per esempio, s'è limitato a negare la storia di Cristo («questo piatto romanzo», secondo Sade) e a serbare, nelle sue stesse negazioni, la tradizione del dio terribile.
L'uomo in rivolta Albert Camus




I martiri non fanno le Chiese: ne sono il cemento o l'alibi.
Poi vengono i preti e i bigotti.
Albert Camus, L'uomo in rivolta

Sotto questo punto di vista, il Nuovo Testamento può essere considerato come un tentativo di rispondere in anticipo a tutti i Caini del mondo, mitigando la figura di Dio, e suscitando un intercessore tra lui e l'uomo. Cristo è venuto a risolvere due problemi principali, il male e la morte, che sono appunto i problemi degli uomini in rivolta. La sua soluzione è consistita innanzi tutto nell'assumerli in sé. Anche il dio uomo soffre, con pazienza. Né male né morte gli sono più assolutamente imputabili, poiché è straziato e muore. La notte del Golgota ha tanta importanza nella storia degli uomini soltanto perché in quelle tenebre la divinità, abbandonando ostensibilmente i suoi privilegi tradizionali, ha vissuto fino in fondo, disperazione compresa, l'angoscia della morte. Si spiega così il dubbio tremendo di Cristo in agonia. L'agonia sarebbe lieve se fosse sostenuta dall'eterna speranza. Per essere uomo, il dio deve disperare.
Albert Camus L’uomo in rivolta


"Se nel mondo religioso non si trova il problema della rivolta, si è che in verità non vi si trova alcuna problematica reale, tutte le risposte essendo date in una volta. La metafisica è sostituita dal mito. Non ci sono più interrogativi, ci sono soltanto risposte ed eterni commenti, che possono allora essere metafisici. Ma prima di entrare nel campo religioso, ed anche per entrarvi, o appena ne esce, ed anche per uscirne, l'uomo è interrogazione e rivolta. L'uomo in rivolta è l' uomo che sta prima o dopo l'universo sacro, e si adopera a rivendicare un ordine umano in cui tutte le risposte siano umane, cioè razionalmente formulate. Da quell'istante, ogni interrogazione, ogni parola è rivolta, mentre nel mondo religioso, ogni parola è rendimento di grazie."
Albert Camus, L'uomo in rivolta



Qui termina l’itinerario sorprendente di Prometeo. 
Proclamando il suo odio agli dèi e il suo amore all’uomo, 
distoglie con spregio il suo sguardo da Zeus 
e viene verso i mortali per condurli all’assalto del cielo. 
Ma gli uomini sono deboli, o vili, bisogna organizzarli. 
Amano il piacere e la felicità immediata; 
bisogna insegnar loro a rifiutare, per farsi più grandi, il miele dei giorni. 
Così Prometeo diviene dapprima maestro che insegna, 
e poi, a sua volta, padrone che comanda. 
La lotta si prolunga ancora e diviene estenuante. 
Gli uomini dubitano d’approdare mai alla città del sole,
 e che questa città esista. Bisogna salvarli da se stessi. 
Allora l’eroe dice loro che conosce la città, e che è il solo a conoscerla. 
Chi ne dubiti verrà gettato nel deserto, inchiodato a una roccia, offerto in pasto agli uccelli crudeli. 
Gli altri marceranno ormai nelle tenebre, dietro al signore pensoso e solitario. 
Prometeo solo è divenuto dio e regna sulla solitudine degli uomini. 
Ma, di Zeus, non ha conquistato che la solitudine e la crudeltà: 
non è più Prometeo, è Cesare. 
Il vero, l’eterno Prometeo ha preso ora il volto di una delle sue vittime. 
Lo stesso grido, venuto dal fondo dei tempi, 
echeggia sempre infondo al deserto di Scizia.
Albert Camus, L'uomo in rivolta



Suonano gli accenti di una nuova e strana profezia: 
«l’individualità ha preso il posto della fede,
la ragione quello della Bibbia, 
la politica quello della religione e della chiesa, 
la terra del cielo, 
il lavoro della preghiera, 
la miseria dell’inferno, 
l’uomo di Cristo». 
C’è dunque un solo inferno, ed è di questo mondo: 
è contro questo che si deve lottare. 
La politica è religione, 
il cristianesimo trascendente, quello dell’aldilà consolida i padroni della terra con la rinuncia dello schiavo e suscita un padrone di più in fondo ai cieli. Perciò ateismo e spirito rivoluzionario sono soltanto due volti di uno stesso movimento di liberazione.
Albert Camus, L'uomo in rivolta


Il futuro è la sola trascendenza degli uomini senza Dio.
Albert Camus, L'uomo in rivolta, 1951


L’uomo [...] non è interamente colpevole, perché non ha dato inizio
alla storia; né è del tutto innocente poiché la continua.
Albert Camus, L'uomo in rivolta

La rivoluzione consiste nell'amare un uomo che ancora non esiste

Albert Camus, L'uomo in rivolta, 1951


Il fine giustifica i mezzi? È possibile. Ma chi giustificherà il fine? 
A questo interrogativo, che il pensiero storico lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi.
Albert Camus, L'uomo in rivolta


La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni.
Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza.
Albert Camus. L'uomo in rivolta, 1951



[...] Non basta vivere, occorre un destino, e senza aspettare la morte. 
E' dunque giusto dire che l'uomo ha l'idea di un mondo migliore di questo. 
Ma migliore non vuole dire differente, vuol dire unificato. 
Quella febbre che solleva il cuore al di sopra di un mondo sparpagliato, 
dal quale non può tuttavia distaccarsi, è la febbre d'unità. 
Essa non sfocia in una mediocre evasione, ma nella rivendicazione più ostinata. 
Religione o delitto, ogni sforzo umano obbedisce, alla fine, 
a questo desiderio irragionevole e pretende dare alla vita la forma che essa non ha."
Albert Camus, L'uomo in rivolta, rivolta e arte



La smania di possesso non è che un'altra forma del desiderio di durare e crea il delirio impotente dell'amore. Nessun essere, nemmeno il più amato e che meglio ci ricambi, è mai in nostro possesso. Sulla terra crudele dove gli amanti muoiono talvolta separati, nascono sempre divisi, il possesso totale di un essere, la comunione assoluta per tutto il tempo della vita, è un'impossibile esigenza. La volontà di possesso è a tal punto insaziabile che può sopravvivere allo stesso amore. Amare, allora, è isterilire l'amato. La vergognosa sofferenza dell'amante ormai solitario non sta tanto nel non essere amato quanto nel sapere che l'altro può e deve amare ancora. Al limite, ogni uomo divorato dallo sfrenato desiderio di durare e di possedere, augura agli esseri che ha amati la sterilità o la morte. È questa la vera rivolta... Ma gli esseri sfuggono sempre e noi pure sfuggiamo loro; non hanno fermi contorni. La vita, da questo punto di vista, è senza stile. E’ solo un movimento che va rincorrendo la propria forma senza mai trovarla. L'uomo, così dilaniato, cerca invano questa forma che gli dia i limiti entro i quali sarebbe re.
Albert Camus, L'uomo in rivolta


“Mi rivolto, dunque siamo”. 
Il nuovo cogito fondato da Albert Camus compare per la prima volta nel 1951 nel saggio pubblicato da Gallimard, L’uomo in rivolta. Ma chi è l'uomo che dà il titolo al testo che ha sancito la rottura definitiva tra Sartre e Camus? 
L'uomo in rivolta accetta il supremo sacrificio della morte perché crede in un bene trascendente il proprio destino, difende un diritto, negato, che egli pone al di sopra di sé. Se si rivolta è per preservare qualcosa che è in lui: il ribelle cerca di difendere ciò che l'uomo ed il mondo sono. 
Camus, lontano dalle ideologie nullificanti del Novecento, ribadisce a gran voce il rispetto per l'essere umano laddove la sua dignità viene calpestata e degradata. Riconosce l'imperfezione dell'uomo, i vincoli imposti dalla natura, e di conseguenza trova abominevole e senza senso il tentativo, folle o lucido che sia, di creare l'uomo nuovo, l'uomo perfetto, annullando l'uomo già esistente con strumenti e mezzi di distruzione fisica, psichica e morale.
Lo «scandalo» de L'uomo in rivolta, dunque, sta nel fatto che un uomo di sinistra e antifascista come Camus abbia denunciato senza ipocrisie e senza mezze parole le devianze della Rivoluzione Russa e i crimini del comunismo sovietico. Il filosofo francese vuole mostrare come Lenin prima e Stalin dopo abbiano distorto il pensiero di Marx piegandolo per scopi che hanno assunto sembianze atroci e disumane.
http://www.letteratura.rai.it/articoli-programma/luomo-in-rivolta/25744/default.aspx




Albert Camus, “I tempi della rivoluzione e il tempo della rivolta”,
in Mi rivolto dunque siamo.
Per un periodo ancora indeterminato la storia verrà fatta dalla potenza delle polizie e dalla potenza del denaro, contro l'interesse dei popoli e la verità dell'uomo.
Ma forse proprio per questo è consentita la speranza.
Visto che non viviamo più il tempo della rivoluzione, impariamo almeno a vivere il tempo della rivolta. Saper dire no, sforzarsi, ciascuno nel posto che occupa,di creare quei valori vitali senza i quali non potrà esserci alcun rinnovamento, conservare ciò che vale dell'essere, preparare quanto merita di esistere, provare a essere felici affinché il sapore aspro della giustizia ne risulti addolcito,
ecco alcune buone ragioni di rinnovamento e di speranza.
Albert Camus, “I tempi della rivoluzione e il tempo della rivolta”,
in Mi rivolto dunque siamo.
Scritti policiti, a cura di Vittorio Giacopini, elèuthera 2008, pp. 58-59
(trad. di Guido Lagomarsino)



Ne "L'uomo in rivolta" trova la sua più rigorosa formulazione teorica la riflessione di Camus sull'idea della rivoluzione, intesa come ricerca di equilibrio, azione creatrice, unica possibilità data all'uomo per fare emergere un senso in un mondo dominato dal non senso.


In L’uomo in rivolta, pubblicato nel 1951, trova la sua più rigorosa formulazione teorica la riflessione di Camus sull’idea – fondamentale – della rivoluzione, intesa come ricerca di equilibrio, azione creatrice, unica possibilità data all’uomo per fare emergere un senso in un mondo dominato dal non senso. L’opera sancì la rottura definitiva di Camus con Sartre e diede origine a infinite polemiche che divisero l’avanguardia intellettuale francese ma non riuscirono a pregiudicare la validità di una lezione di coraggio, generosità e moralità che rimane attualissima ancora oggi.


Albert Camus, La caduta. Creda a me, le religioni sbagliano a partire dall'istante in cui fanno la morale e scagliano comandamenti. Dio non è necessario per creare la colpevolezza degli uomini, né per punire. Bastano i nostri simili, aiutati da noi. Lei accennava al giudizio universale. Mi permetta di ridere rispettosamente. Io l'aspetto a piè fermo: ho conosciuto il peggio, il giudizio degli uomini. [...] E allora? Allora, la sola utilità di Dio consisterebbe nel garantire l'innocenza, e io la religione la vedrei piuttosto come una grande impresa di lavatura cosa che del resto è stata, ma per breve tempo, esattamente tre anni, e non si chiamava religione.


Una persona che conoscevo
divideva gli esseri umani in tre categorie:
quelli che preferiscono non avere niente da nascondere
piuttosto che essere obbligati a mentire,
quelli che preferiscono mentire che non aver niente da nascondere e gli ultimi quelli che amano sia mentire sia nascondere.
Albert Camus, La caduta


«Ha notato che soltanto la morte ci ridesta i sentimenti?
Ma lo sa perché siamo sempre più giusti e generosi con i morti? È semplice. 
Verso di loro non ci sono obblighi. […] Se un obbligo ci fosse, sarebbe quello della memoria, 
e noi abbiamo la memoria corta. No, nei nostri amici amiamo il morto fresco, il morto doloroso, la nostra emozione, noi stessi insomma».
Albert Camus, “La caduta”



L’uomo è fatto così, caro signore, ha due facce: non può amare senza amarsi. 
Osservi i suoi vicini se, per combinazione, sopravviene un decesso nel casamento: 
dormivano la loro vita mediocre, ed ecco, per esempio, che muore il portinaio. 
Subito si svegliano, si dimenano, s’informano, s’impietosiscono. 
Sta per uscire un morto, e finalmente lo spettacolo incomincia. 
Hanno bisogno della tragedia, che vuole, è la loro piccola trascendenza, il loro aperitivo
Albert Camus, La caduta


Non ho più amici, ho solo complici. 
In compenso ne è cresciuto il numero, 
sono diventati il genere umano. [...] 
Come so che non ho amici? È semplicissimo. 
L'ho scoperto il giorno in cui ho pensato di uccidermi 
per giocar loro un bello scherzo, per punirli, in certo modo. 
Ma punire chi? Qualcuno si sarebbe meravigliato, 
nessuno si sarebbe sentito punito. Ho capito che non avevo amici.
Albert Camus, La caduta



[...] Tant'è vero che raramente ci confidiamo con chi è migliore di noi. 
Preferiamo schivarne la compagnia. Il più delle volte invece ci confessiamo con chi ci somiglia e condivide le nostre debolezze. Quindi non desideriamo né correggerci né essere migliori: bisognerebbe prima che fossimo giudicati in colpa. Aspiriamo soltanto ad essere compianti ed incoraggiati nel nostro cammino.
Albert Camus, La caduta



Creda a me, le religioni sbagliano a partire dall'istante in cui fanno la morale e scagliano comandamenti. Dio non è necessario per creare la colpevolezza degli uomini, né per punire. Bastano i nostri simili, aiutati da noi. Lei accennava al giudizio universale. Mi permetta di ridere rispettosamente. Io l'aspetto a piè fermo: ho conosciuto il peggio, il giudizio degli uomini. [...] 
E allora? Allora, la sola utilità di Dio consisterebbe nel garantire l'innocenza, e io la religione la vedrei piuttosto come una grande impresa di lavatura cosa che del resto è stata, ma per breve tempo, esattamente tre anni, e non si chiamava religione.
Albert Camus, La caduta


Per esempio, sa perché l’hanno crocifisso, quello a cui forse sta pensando?
[...] La vera ragione è che lui sapeva di non essere completamente innocente. [...] 
I bambini di Giudea massacrati mentre i suoi genitori lo portavano al sicuro, perché erano morti, se non per causa sua? Non l’aveva voluto lui, certo. [...] Ma egli non era uomo da poterli dimenticare, ne sono sicuro. [...] Sapendo quel che sapeva, conoscendo ogni cosa dell’uomo – ah! chi avrebbe creduto che il delitto non consiste tanto nel far morire altri quanto nel non morire noi stessi! – giorno e notte di fronte al suo delitto innocente, diventava per lui troppo difficile vivere e andare avanti. Meglio finirla, non difendersi, morire, per non essere più solo e per andare altrove, là dove, forse, qualcuno l’avrebbe sostenuto. Non fu sostenuto, se ne lamentò e, per compir l’opera, l’hanno censurato. Sì, fu il terzo evangelista, mi pare, che cominciò a sopprimere il suo lamento «Perché mi hai abbandonato?» [...]Ciò non toglie che lui, il censurato, non abbia avuto la forza di continuare.[...] in certi casi, continuare, nient’altro che continuare, è uno sforzo sovrumano. E lui non era sovrumano, può credermi. Ha gridato la propria agonia, e perciò l’amo, questo amico, morto senza sapere.
Albert Camus, La caduta



Per esempio, avrà notato, la nostra vecchia Europa filosofa finalmente nel modo giusto.
Non diciamo più come agli ingenui d’un tempo:
«Io la penso così. Quali sono le vostre obiezioni?»
Siamo diventati lucidi. Al dialogo abbiamo sostituito il comunicato.
Albert Camus, “La caduta”


Una sola frase basterà a descrivere l'uomo moderno:
egli fornicava e leggeva i giornali.
Albert Camus,  La caduta

«Talvolta si vede più chiaro in chi mente che in chi dice il vero.
La verità, come la luce, acceca. 
Invece la menzogna è un bel crepuscolo che dà risalto ad ogni oggetto».
Albert Camus, “La caduta”, 1956



Uno spaccato desolato e desolante di un malinconico, disperato, Camus alla ricerca di un difficile autenticità del vivere, di una sofferta via verso l'individuazione, unico riscatto possibile forse alla menzogna e all'alienazione, anche, a prezzo della disperazione e della rinuncia?




Profonda riflessione. Una religione che cerca di mettere radici facendo paura, non è accettabile.
Trovo particolarmente fastidioso, che si cerchi di instillare nei bambini di 7 - 8 anni il senso di colpa e il concetto di peccato.,



Nel romanzo di Albert Camus “La caduta,” 
l’avvocato Clamence, attraversato da una profonda crisi di senso, cui significativamente allude il titolo del saggio appunto La caduta … ..abbandona la sua professione e si trasferisce in Olanda, ad Amsterdam dove apre un bar, luogo topico, in cui crede di poter celebrare una sorta di epifania del riscatto, tale da consentirgli risposte a quell’assurdo, che è l’esistenza. In realtà si tratta ancora di una caduta, che è solo una presa di coscienza della menzogna in cui viveva prima, quando era "Sopra", all’apice del successo e del potere..Ecco cosa dice l'avvocato Clemence quando era "Sopra".
“Alcuni anni fa ero avvocato a Parigi, un avvocato abbastanza noto, a dir il vero. M'ero specializzato nelle nobili cause... mi bastava fiutare il minimo odor di vittima su un accusato perché le mie maniche si mettessero in moto... Inoltre, ero sorretto da due sentimenti sinceri: la soddisfazione di trovarmi dalla parte del giusto ed un istintivo disprezzo per i giudici in genere......conoscevo le mie debolezze e me ne pentivo. Continuavo, però a dimenticarmene con meritoria ostinazione”....Poi improvvisamente una crisi di senso, alla ricerca di una redenzione.....“Ma il più grande tormento umano è quello d'esser giudicati senza legge. Noi ci troviamo in un tal tormento. Privi del loro freno naturale, i giudici, scatenati a caso, lavorano a quattro mani. Quindi, bisogna cercare d'andar più in fretta di loro, no? E' il grande arrembaggio. Profeti e guaritori si moltiplicano e si affrettano, ansiosi d'arrivare con una buona legge o con qualche organizzazione impeccabile, prima che la terra sia deserta. Per fortuna io sono arrivato! Io sono la fine e il principio, annunzio la legge. In una parola, sono giudice-penitente”.
Allora cosa fa l'avvocato Clamence? Getta la maschera posticcia con cui ha con-vissuto per anni, alla ricerca della sua individuazione
Racconta ad un avventore che si trova nel suo bar, sempre silenzioso anch’egli avvocato (un Camus che si interroga) la sua vicenda di ex e brillante avvocato benvoluto da tutti e della sua maschera dove in realtà non c’era coincidenza tra sé e il ruolo recitato, solo una menzogna , da cui ora vuole riscattarsi, raccontandola a tutti… L’avventore, significativamente, viene così preso dal racconto, come ipnotizzato, da quello che come uno sguardo di Medusa, lo trasforma nel doppio del suo interlocutore, un alter ego, da cui sente scaturire compulsivamente il bisogno di ritornare per sentirselo ri-narrare ossessivamente, in un gioco di identificazioni e di proiezioni, attraverso cui Clamence descrive la sua presa di coscienza. I confini tra narratore e avventore specularmente si interrompono, facendo si che quest’ultimo, si veda, appunto, come in uno specchio..quello che è anche lui., travolto da un‘esistenza assurda, "gettato nel mondo"…un "Sotto", ormai, senza ritorno, in cui alla fine si è vittime e carnefici, del proprio e dell’altrui senso di colpa....e della propria ineludibile pena di vivere così. Una vita senza confini , anzi in cui è impossibile travalicarli perché ci si trova di fronte al non senso dell’esistenza, all’assurdo..
Riporto questa sorta di soliquio-colloquio di Clamence rivolto all’avventore, da cui emerge un universo distopico, a cui nessuno di noi vorrebbe appartenere…eppure sembra l'unica via possibile verso l' individuazione
”Lei guarda questa camera. Nuda, è vero, ma pulita. Un Vermeer senza mobili e casseruole. Senza libri, anche da tempo, ho smesso di leggere. In passato casa mia era piena di libri, letti a metà. E’ disgustoso, come quelli che tagliano un pezzetto di un pasticcio di fegato e fan buttar via il resto. D’altronde, a me piacciono solo le confessioni, e gli autori di confessioni ne scrivono soprattutto per non confessarsi, per non dire niente di quello che sanno. Quando pretendono di far confessioni è il momento di diffidare, ci si prepara ad imbellettare il cadavere. Mi creda , io sono del mestiere. Perciò ho tagliato corto. Niente più libri, niente più vani oggetti, lo stretto necessario, pulito e lucido come una bara".
Albert Camus, La caduta.




Albert Camus, Caligola [...] nel Caligola di Camus, lui si accorge che per anni aveva mascherato i suoi comportamenti dietro l'idea che fosse tutta colpa della morte della sua bella; che non riuscisse a fare i conti con tale morte, e quindi agisse da pazzo, pazzo per il dolore; infine scopre dentro se stesso che non era così.

Come tutti gli esseri senz'anima, 
non potete sopportare chi ne ha troppa.
La gente sana detesta i malati. 
Chi è felice non può vedere chi soffre.
Troppa anima! Che seccatura, no?
Allora si preferisce chiamarla malattia:
e tutti sono in regola, contenti…
Albert Camus, Caligola


Mostro, Caligola. 
Mostro per aver troppo amato. Ho corso tanto, lo sai. 
Sono tanti tre giorni. Nemmeno me lo immaginavo prima. Ma è colpa mia. 
E’ ridicolo pensare che l'amore possa rispondere all'amore. 
La gente ci muore intorno, tutto qui. 
Questo mondo così com'è non è sopportabile. 
Gli uomini muoiono e non sono felici.
E quando è morta, non c'è più. 
Non era più lei. Ho corso tanto, lo sai. 
Ritorno da molto lontano. La portavo sulle spalle. 
Quand'era viva, lontana da quel suo cadavere dall'espressione così assurda. 
Era pasante. Tiepida e pesante. Era il suo corpo, la sua verità morbida e calda. 
Mi apparteneva ancora. E su questa terra lei sola mi amava.
Ma ho tanto da fare. Bisogna che la porti via, lontano da qui, 
nella campagna che amava - dove camminava con tale armonia 
che l'ondeggiare delle spalle si confondeva per me con il profilo delle colline all'orizzonte.
Mostro, Caligola, mostro. Bisogna andarsene in fretta, subito. 
Come si può continuare a vivere con le mani vuote 
quando prima stringevano l'intera speranza del mondo? 
Come venirne fuori? Fare un contratto con la propria solitudine, no? 
Mettersi d'accordo con la vita. 
Darsi delle ragioni, scegliersi un'esistenza tranquilla, consolarsi. 
Non è per Caligola. Non è per te. Non è vero?
Albert Camus, Caligola



Caligola (interessato): Dunque, Scipione, tu credi agli dèi?
Scipione: No.
Caligola: Allora non capisco. Perché ce l’hai tanto con quelli che bestemmiano?
Scipione: Si può non credere in qualcosa 
senza sentirsi per questo obbligati a insudiciarla 
o negare agli altri il diritto di crederci.
Caligola (entusiasta): Ma questa è tolleranza, vera e propria tolleranza! 
Caro Scipione, sono davvero contento per te. 
Ed anche invidioso, sai. Perché si tratta dell’unico sentimento che forse non proverò mai.
Scipione: E tu, ci credi agli dèi?
Caligola (ironico): Se permetti, questo resterà il segreto del mio regno. 
Tutto ciò che mi si può rimproverare oggi è di aver fatto qualche piccolo progresso sulla via della potenza e della libertà. 
Per un uomo che ama il potere, 
la concorrenza degli dèi è seccante. Io l’ho eliminata. 
Ho dimostrato a questi dèi effimeri 
che un uomo, se ci si mette, 
può esercitare senza nessuna pratica 
il loro ridicolo mestiere.
Scipione: Ecco dov’è la bestemmia.
Caligola: No, Scipione,la chiaroveggenza. 
Ho semplicemente capito che c’è un solo modo di eguagliare gli dèi: 
basta essere crudeli quanto loro. (Furioso) 
Nelle mie notti senza sonno ho incontrato il destino. 
Non poi immaginare che aria idiota che ha. 
E monotona: non ha che una sola espressione. 
Implacabile. Niente di più facile da imitare. 
Anch’io, caro Scipione, mi metto la maschera. 
Me la metto (mette le mani sul viso) 
ed ecco che divento a mia volta dio, morte e destino, 
mentre un mio tragico sospiro investe le vite di quelle migliaia di uomini 
che hanno avuto la debolezza di affidarsi agli dèi.
Albert Camus, Caligola





SCIPIONE: E come dev’essere immonda la tua solitudine!
CALIGOLA: (esplodendo di rabbia, si getta su di lui, l’afferra per il collo e lo scuote) 
La solitudine, sì, la solitudine! La conosci tu la solitudine? 
Sì, quella dei poeti e degli impotenti.
La solitudine? Quale solitudine?
Ma lo sai che non si è mai soli?
E che dovunque ci portiamo addosso
il peso del nostro passato e anche quello del nostro futuro?
Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi.
E fossero solo loro, poco male.
Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato,
quelli che abbiamo amato e che ci hanno amato.
Il rimpianto, il desiderio, il disincanto e la dolcezza,
le puttane e la banda degli dei!
La solitudine risuona di denti che stridono,
chiasso, lamenti perduti…
se soltanto potessi godere la vera solitudine,
non questa mia solitudine infestata dai fantasmi,
ma quella vera,
fatta di silenzio e tremore d’alberi».
— sentire tutta l’ebbrezza del flusso del mio cuore. 
(Seduto, colto da una stanchezza improvvisa) 
La solitudine! Ma no, Scipione. 
La solitudine risuona di denti che stridono, 
chiasso, lamenti perduti.
Albert Camus, Caligola



Caligola: Ma non sono pazzo
 e posso dire perfino di non essere mai stato così ragionevole come ora. 
Semplicemente mi sono sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. 
Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti. [...] 
È vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. 
Questo mondo così com'è fatto non è sopportabile. 
Ho bisogno della luna, o della felicità o dell'immortalità, 
di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.
Elicone: È un ragionamento che sta in piedi. 
Ma, in generale, non lo si può sostenere fino in fondo, non lo sai?
Caligola: È perché non lo si sostiene mai fino in fondo che non lo si sostiene fino in fondo.
E non si ottiene nulla. Ma basta forse restare logici fino alla fine. 
(atto I, scena IV)
Albert Camus, Caligola


Caligola: Ho deciso di essere logico. 
Vedrete quanto vi costerà la logica. Il potere ce l'ho io.
Eliminerò chi mi contraddice, e anche le contraddizioni.
Albert Camus, Caligola



"Caligola si accorge che per anni aveva mascherato i suoi comportamenti dietro l'idea che fosse tutta colpa della morte della sua bella; che non riuscisse a fare i conti con tale morte, e quindi agisse da pazzo, pazzo per il dolore; infine scopre dentro se stesso che non era così". 
[...] lo scriveva già Camus (poi ripreso dai 68ini) quando faceva dire al suo Caligola "siate realisti: chiedete l'impossibile"; declinata in tutti i modi nella piace, quando Caligola ad esempio dice di accontentarsi di poco, solo della luna


Amare qualcuno vuol dire accettare d’invecchiare con lui. 
Io non sono capace di un tale amore. Drusilla vecchia sarebbe peggio di Drusilla morta. 
Crediamo di conoscere il dolore quando perdiamo chi amiamo. 
Ma c’è una sofferenza molto più terribile: 
quando ci accorgiamo che anche i dolori non durano a lungo. 
Anche il dolore non ha senso. Vedi, non mi resta più niente,
 nemmeno l’ombra di un amore, nemmeno la dolcezza della malinconia. 
Lei non era che un alibi per me. 
Oggi sono molto più libero di allora, 
dato che non ho più ricordi né illusioni. 
Niente dura, lo so. 
Siamo due o tre ad averlo capito davvero in tutta la storia
 - due o tre ad aver realizzato una felicità così demente. 
Albert Camus, Caligola


“La vera pena è di accorgersi che neanche il dolore dura;
e che, allora, neanche il dolore ha più un senso.”
Albert Camus, Caligola


Ora non mi rimane altro che questo futile potere di cui tu parli.
Più è smisurato più è ridicolo.
Perché non vale nulla al confronto degli sguardi che Drusilla mi rivolgeva certe sere.
Non era lei, era il mondo che rideva attraverso i suoi denti.
Ho capito una sera con lei che tutta la mia ricchezza era di questo mondo.
E da quella sera non posso più liberarmene.
Albert Camus, Caligola


"Io rido, Cesonia, 
quando penso che per anni ed anni Roma 
ha evitato di pronunciare il nome di Drusilla. 
Perché, capisci?, Roma per anni ed anni è vissuta in questo errore. 
L’amore non mi basta: l’ho capito allora. 
E questo capisco oggi quando ti guardo. 
Amare una persona vuol dire accettare d’invecchiare con lei. 
Di questo amore io non sono capace. 
Una Drusilla vecchia sarebbe stata molto peggio di una Drusilla morta. 
Si crede che un uomo soffra perché un giorno gli muore quella che ama. 
No; la sua vera pena non è così futile: 
la vera pena è di accorgersi che neanche il dolore dura; 
e che, allora, neanche il dolore ha più un senso. Vedi? Non avevo scuse.
Neanche l’ombra di un amore né l’amarezza della malinconia. 
Non ho alibi. Ma oggi eccomi già più libero di qualche anno fa: 
liberato come sono, oggi, dal ricordo e dall’illusione. 
(Ride d’un riso appassionato). 
Io so che nulla sta. Sapere questo! 
Solo in due o tre nella storia, 
abbiamo fatto questa esperienza 
e raggiunto questa felicità demente"
Albert Camus, Caligola


Elicone - Cesonia cara, Caligola è un sentimentale. 
Lo sanno Tutti. E il sentimento è qualcosa che si paga. […]
Cesonia - Una guardia l’ha visto passare. 
Ma tutta Roma vede Caligola dovunque. 
E Caligola non vede che l’ombra di Drusilla.
Scipione - Dimmi, Cesonia, l’amava fino a questo punto?
Cesonia - Di più, ragazzo mio. La desiderava.
Scipione - In che modo strano lo dici.
Cesonia - Perché, vedi, se l’avesse solamente amata, 
la sua morte non avrebbe cambiato niente. 
Le malattie dell’anima non sono gravi. 
Ci si salva con la malinconia. 
Invece no, lui oggi sente i morsi della carne. Brucia tutto.
Scipione - Ma desiderava anche te.
Cesonia - […] Sì, mi desidera. E’ vero. Però non m’ama.
Scipione - Non capisco.
Cesonia - Io sì. Vuol dire che mi domanda solo il piacere. 
Ma è desiderio questo? 
Un giorno vedrai che si può amare spesso, 
ma mai desiderare più d’una volta.
Albert Camus. Caligola






Albert Camus. Lo straniero. Fedor Dostojewski sosteneva che “Se non ci fosse Dio, tutto sarebbe permesso”. Per Albert Camus, ricorda lo scrittore Raffaele La Capria nel corso di questa intervista, Dio non esiste e l’uomo che si trova da solo di fronte all’universo vive senza alcuna legge morale, secondo i limiti che egli stesso si impone. Ne Lo straniero (1942), il protagonista Meursault è un piccolo uomo comune, estraneo al mondo e alle sue leggi, è l’uomo che vive la vita come una serie di piccole esperienze equivalenti, senza riconoscere alcun senso di ordine trascendentale e divino. L’indifferenza con cui il protagonista della storia di Camus compie le sue azioni discende dalla consapevolezza della sua estraneità al mondo e alla natura, che si traduce, nella vita di tutti i giorni, in gesti meccanici, privi di senso, e, anche se estremi come un assassinio

Fedor Dostojewski sosteneva che 
“Se non ci fosse Dio, tutto sarebbe permesso”. 
Per Albert Camus, ricorda lo scrittore Raffaele La Capria nel corso di questa intervista, 
Dio non esiste e l’uomo che si trova da solo di fronte all’universo vive senza alcuna legge morale, secondo i limiti che egli stesso si impone. 
Ne Lo straniero (1942), il protagonista Meursault è un piccolo uomo comune, estraneo al mondo e alle sue leggi, è l’uomo che vive la vita come una serie di piccole esperienze equivalenti, senza riconoscere alcun senso di ordine trascendentale e divino. 
L’indifferenza con cui il protagonista della storia di Camus compie le sue azioni discende dalla consapevolezza della sua estraneità al mondo e alla natura, che si traduce, nella vita di tutti i giorni, in gesti meccanici, privi di senso, e, anche se estremi come un assassinio, equivalenti. Nella prima parte del breve romanzo, Camus riesce a rendere perfettamente questa condizione esistenziale del protagonista con uno stile fatto di frasi concise, che restituiscono l’immediatezza degli atti compiuti. Il lettore comprende appieno ciò che è realmente avvenuto solo nella seconda parte del romanzo, dove si racconta del processo che Meursault affronta e dove Camus, nel ripercorrere tutti gli episodi già narrati, cambia non solo il giudizio su quei fatti, vissuti innocentemente dal protagonista, ma anche la scrittura, che assume uno stile più descrittivo e complesso.
http://www.letteratura.rai.it/articoli/lo-straniero-di-camus-secondo-raffaele-la-capria/1032/default.aspx


Ho riassunto Lo straniero, molto tempo fa, con una frase che riconosco essere molto paradossale: "Nella nostra società qualsiasi uomo che non pianga alla sepoltura della propria madre rischia di essere condannato a morte". Volevo dire soltanto che l'eroe del libro è condannato perché si sottrae ad ogni gioco. In questo senso, è straniero alla società dove egli vive, erra, emarginato, nei suburbi di una vita privata, isolata, sessuale. Ed è per questo che dei lettori sono stati tentati di considerarlo come un relitto. Meursault non sta al gioco. La risposta è semplice: rifiuta di mentire (...)
Albert Camus



Un momento dopo, mi ha domandato se l’amavo. Le ho risposto che era una cosa che non significava nulla, ma che mi pareva di no. Lei ha avuto l’aria un po’ triste. Ma mentre preparava da mangiare, e per una sciocchezza, ha ancora riso in un tal modo che l’ho baciata.
Albert Camus, Lo straniero



Il prete mi ha guardato con un po' di tristezza.
Ero completamente addossato al muro e il giorno mi colava sulla fronte.
Ha detto qualche parola che non ho sentito e mi ha chiesto molto in fretta se gli permettevo di abbracciarmi: "No", gli ho risposto. Si è voltato ed è andato verso il muro su cui ha passato lentamente la mano: "Ami dunque questa terra a tal punto?" ha mormorato. Io non ho risposto nulla. E' rimasto abbastanza a lungo girato così. La sua presenza mi pesava e mi dava fastidio. Stavo per dirgli di andarsene, di lasciarmi, quando di colpo si è messo a gridare, con una specie di enfasi, voltandosi verso di me: "No, non posso crederti. Sono sicuro che ti è avvenuto di desiderare un'altra vita". Gli ho risposto che naturalmente mi era avvenuto, ma ciò non aveva maggiore importanza che il desiderare di essere ricco, di nuotare molto veloce o di avere una bocca meglio fatta. Erano desideri dello stesso ordine, ma lui mi ha interrotto e voleva sapere come vedevo quest'altra vita. Allora gli ho urlato: "Una vita in cui possa ricordarmi di questa", e subito dopo gli ho detto che ne avevo abbastanza. Voleva ancora parlarmi di Dio, ma mi sono avvicinato a lui e ho cercato di spiegargli un'ultima volta che ormai mi restava poco tempo da vivere. E non volevo sprecarlo con Dio...
Albert Camus, Lo straniero


«”Tu ti inganni, figlio mio”, mi ha detto. “Ti si potrebbe domandare di più. 
Te lo domanderanno, forse”. 
“E che cosa mai?”. 
“Ti potrebbe esser chiesto di vedere”. 
“Vedere cosa?” [...] 
“Tutte queste pietre sudano il dolore, lo so. 
Non l'ho mai guardate senza angoscia.
 Ma dal fondo del mio cuore so che i più miserabili di voi 
hanno visto sorgere dalla loro oscurità un volto divino. 
è questo volto che vi si chiede di vedere”. 
Mi sono animato un po'. 
Ho detto che erano mesi che guardavo quei muri. 
Non c'era nulla né alcuna persona al mondo che conoscessi meglio. 
Forse, già molto tempo prima vi avevo cercato un volto. 
Ma quel volto aveva il colore del sole 
e la fiamma del desiderio: era quello di Maria».
Albert Camus, Lo Straniero




Quando Camus ci insegnò che siamo noi lo straniero
di ROBERTO SAVIANO [...]
Albert Camus ha misurato palmo a palmo il territorio in cui si muove un narratore, il suo limite doloroso e la sua grazia, ovvero le parole. Parole che non sconfiggeranno la fame, che non salveranno vite, che non uccideranno virus, ma lo scrittore non "lavora", non "agisce" sul potere, piuttosto sulla responsabilità. Camus sa che tutto ruota intorno a questo: responsabilità e ragionamento. Sarà impossibile migliorare il mondo  -  è la razionale presa d'atto  -  ma si potranno migliorare le vite delle persone che entrano in contatto con noi, e quindi quell'impossibilità come postulato può cadere.
La vita di Albert Camus è un romanzo che è possibile leggere in tutte le sue opere, vere e proprie tessere di un prezioso mosaico. Francese nato in Algeria. Francese che vive tra francesi d'oltremare. Francese che vive tra arabi. Francese che vive tra arabi che percepiscono le sue origini europee come un privilegio; eppure francese che proviene da una famiglia umile, di lavoratori. Camus nella sua vita si sentirà straniero sempre e per tutti. Straniero in Algeria perché privilegiato, straniero tra francesi. Ma straniero anche e soprattutto per la sua condizione di uomo; quindi, in definitiva, straniero tra stranieri. Si oppose alla Guerra d'Algeria, alla pena di morte per gli indipendentisti, ma non sopportò mai l'ideologia del Fln (Front de libération nationale) algerino che vedeva nella Francia il nemico, in una Francia generica, come categoria in sé, rivolgendo la propria ira verso i francesi più prossimi, quelli fisicamente presenti in Algeria. Il bene e il male è difficile che stiano unilateralmente da una sola parte e le divisioni manichee in bianco e nero, buono e cattivo, giusto e ingiusto, vittima e carnefice tanto semplici da digerire, spesso sono altrettanto false e non spiegano in alcun modo la complessità della vita.

A Stoccolma, nel 1957, in occasione della consegna del premio Nobel, Camus partecipò a un incontro con giovani studenti. In quell'occasione uno studente algerino lo aggredì verbalmente e lui pronunciò, in risposta, una frase per cui la stampa francese di sinistra letteralmente lo crocifisse: "Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre". Quello che Camus voleva dire era: se credete sia ingiusto che mia madre, perché francese ma da sempre modesta e lavoratrice, viva laddove ha sputato sangue e sudore, allora io sto con mia madre e contro la vostra giustizia.
Camus è straniero a tutto. La sua estraneità lo rende cittadino della riflessione continua. E quando nel '42 pubblica Lo straniero decide di fissare in volto il più complesso dei temi: l'estraneità dell'uomo alla società, all'universo intero. L'incolmabile e insanabile solitudine dell'uomo. Insomma, quando leggi Lo straniero, quando leggi del suo protagonista che per puro caso ammazza un arabo, quando leggi come tutto avvenga per fatalità, ti accorgi che Camus è riuscito in un'impresa impossibile: quella di descrivere l'esistenza come qualcosa che accade. E l'ha fatto non da uomo rinchiuso nei suoi demoni, non da uomo separato dal suo mondo, ma da uomo che vive pienamente la sua vita, e nonostante ciò ha compreso che la vita in fondo capita, senza ragione, senza colpa, semplicemente capita. Ne Lo straniero Meursault non è Camus, ma è un uomo senza mappa e senza coordinate: non immorale ma perduto proprio come lo scrittore immagina l'uomo del suo tempo. Non ci piace Meursault, è apatico. Poi in un caldo pomeriggio avviene la nostra separazione definitiva dal personaggio, mentre cammina sulla spiaggia, sole negli occhi, ha uno scontro con un arabo e nella colluttazione gli spara, uccidendolo. Meursault viene arrestato e non cerca giustificazioni. Viene condannato a morte e non cerca conforto nella religione. Meursault infastidisce chi si aspetta  -  la quasi totalità dei lettori  -  una progressione della sua psicologia nel romanzo, chi vorrebbe che a un certo punto si svegliasse e urlasse al mondo il suo pentimento, che spiegasse le sue ragioni, che si giustificasse, che si difendesse. Invece Meursault quella condanna a morte tutto sommato se l'aspetta, ma non per coscienza: come non ha potuto decidere della sua nascita, allo stesso modo non potrà decidere della sua morte.

Lo straniero l'ho letto da adolescente e sin da allora ho fatto una riflessione che ha accompagnato il ricordo di quella lettura. Ho creduto che nell'estraneità che Meursault  -  che l'uomo  -  prova verso se stesso, verso l'umanità, verso l'universo, ci sia anche di che essere, di che sentirsi sollevati. Ho creduto di scorgere, e ancora vedo, nel sentirsi straniero, l'impossibilità di sentire fino in fondo il peso della responsabilità, perché la responsabilità è possibile sentirla solo quando si ha piena percezione, piena consapevolezza di ogni gesto, di ogni decisione. Ma se, invece, ciò che ti capita in gran parte avviene e basta, lo subisci, se non sei agente, ma sempre e solo agito, allora potrai andare al patibolo e le urla d'odio potranno fare da gradita compagnia. È la solitudine la gabbia in cui tutte le riflessioni di Albert Camus avvengono. Quella solitudine che è forse la vera carta universale di appartenenza al genere umano.  [...]
E nella Peste esiste una risposta a Lo straniero, una risposta che chi ama Camus voleva, si aspettava. Una risposta che non consola ma spiega. Puoi fermare la malattia, ma non risolvi il problema. Nel mondo si muore lo stesso, si soffrirà lo stesso. Ma chi lavora e agisce per salvare, per pulire, per guarire forse non costruirà un mondo migliore, ma migliorerà il mondo in cui vive.  [...]

Dall'introduzione a Lo Straniero Copyright © 2-015, Roberto Saviano © 2-015 Bompiani / R-CS Libri S. p. A.

Lo straniero di Albert Camus ( Bompiani, trad. di S. C.
Perroni, pagg. 160, euro 12).
http://www.repubblica.it/cultura/2015/02/07/news/quando_camus_c_insegn_che_siamo_noi_lo_straniero-106740218/?ref=HRER2-1

Albert Camus. La peste. La Peste in realtà è una metafora del "male" in senso morale, condizione di vita di fronte al quale ogni individuo reagisce in maniera diversa manifestando i propri sentimenti, la natura più profonda e più vera di ciascuno di noi. [...] Orano è colpita da un’epidemia inesorabile e tremenda. Isolata con un cordone sanitario dal resto del mondo, affamata, incapace di fermare la pestilenza, la città diventa il palcoscenico e il vetrino da esperimento per le passioni di un’umanità al limite tra disgregazione e solidarietà. La fede religiosa, l’edonismo di chi non crede alle astrazioni, ma neppure è capace di “essere felice da solo”, il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda; l’indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l’egoismo gretto gli alleati del morbo. Scritto da Camus secondo una dimensione corale e con una scrittura che sfiora e supera la confessione, La peste è un romanzo attuale e vivo, una metafora in cui il presente continua a riconoscersi.




LA PESTE, UN GRANDE DRAMMATICO ROMANZO, LA PIETRA MILIARE DELLA LETTERATURA ESISTENZIALISTA, IMPERDIBILE CAPOLAVORO DEL 900, E L'ETRANGER, LO STRANIERO, L'ESTRANEITA' IN OGNI SENSO QUELLA SOCIALE E QUELLA PSICOLOGICA. CAMUS E' L'UOMO IN RIVOLTA CONTRO L'ASSURDITA' DEL VIVERE, CONSCIO DELLA SCONFITTA MA MAI DOMO.



Orano è colpita da un’epidemia inesorabile e tremenda. 
Isolata con un cordone sanitario dal resto del mondo, affamata, incapace di fermare la pestilenza, la città diventa il palcoscenico e il vetrino da esperimento per le passioni di un’umanità al limite tra disgregazione e solidarietà. La fede religiosa, l’edonismo di chi non crede alle astrazioni, ma neppure è capace di “essere felice da solo”, il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda; l’indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l’egoismo gretto gli alleati del morbo. Scritto da Camus secondo una dimensione corale e con una scrittura che sfiora e supera la confessione, 
La peste è un romanzo attuale e vivo, una metafora in cui il presente continua a riconoscersi.



La Peste in realtà è una metafora del "male" in senso morale, condizione di vita di fronte al quale ogni individuo reagisce in maniera diversa manifestando i propri sentimenti, la natura più profonda e più vera di ciascuno di noi.



alcune parole del finale: 
"[...] Ma egli sapeva che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; 
non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere, e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutando di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici. [...]sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai [...] e che forse verrebbe un giorno in cui, sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice"
Camus, La peste




Ho sentito tanti ragionamenti da farmi girar la testa, 
e che hanno fatto giare abbastanza altre teste da farle consentire all’assassinio, 
che ho capito come tutte le disgrazie degli uomini 
derivino dal non tenere un linguaggio chiaro.
Albert Camus, La peste


"Negavano tranquillamente, contro ogni evidenza, 
che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, 
in cui l'uccisione di un uomo era quotidiana al pari di quella delle mosche, 
negavano quella barbarie ben definita, quel calcolato delirio, quell’imprigionamento che portava con sé una terribile libertà nei riguardi di tutto quanto non fosse il presente, quell’odore di morte che instupidiva tutti quelli che non uccideva, negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca di un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l'altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno."
Albert Camus, La peste


“C’erano, a esempio, 
il male apparentemente necessario 
e il male apparentemente inutile. 
C’erano Don Giovanni sprofondato agli Inferi e la morte d’un bambino. 
Se infatti è giusto che il libertino sia fulminato, 
non si capisce la sofferenza dell’innocente. 
E in verità non c’era nulla sulla terra di più importante della sofferenza d’un bambino 
e dell’orrore che tale sofferenza si porta con sé e delle ragioni che bisogna trovarle” [...]
“Mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”
Albert Camus, La peste




«Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. 
Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. 
Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida.
 Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama».


Albert Camus, La peste


Lei non ha mai veduto fucilare un uomo? 
No, certo: sono cose che si fanno generalmente su invito, e il pubblico è scelto prima. 
Il risultato è che lei è rimasto alle stampe e ai libri: 
una benda, un palo e a distanza alcuni soldati. 
Ebbene no! Lei sa che il plotone di esecuzione si mette invece a un metro e mezzo dal condannato? 
Sa che se il condannato facesse due passi avanti urterebbe col petto nei fucili? 
Sa che a questa distanza gli sparatori concentrano il tiro sulla regione del cuore e che tutti, coi grossi proiettili, fanno un buco dove si potrebbe mettere un pugno? 
No, lei non lo sa: sono particolari di cui non si parla. 
Il sonno degli uomini è più sacro che la vita per gli appestati; 
non si deve impedire alla brava gente di dormire. 
Ci vorrebbe del cattivo gusto, e il buon gusto consiste nel non insistere, 
è cosa che tutti sanno. Il cattivo gusto mi è rimasto in bocca e io non ho cessato di insistere, 
ossia di pensarvi.
Albert Camus, La peste





"Insomma", disse Tarrou con semplicità, 
"quello che m'interessa è sapere come si diventa un santo".
"Ma lei non crede in Dio".
"Appunto: se si può essere un santo senza Dio, 
è il solo problema concreto che io oggi conosca"
è il solo problema concreto che io conosca oggi.
Bruscamente, [...] giunse ai due uomini un clamore oscuro.
[Poi] grida d'uomini. [...] Tarrou si era alzato e ascoltava. Non si udiva più nulla.
-- Si sono ancora picchiati alle porte.
-- Ora è finita, disse Rieux.
Tarrou mormorò che non era mai finita e che ci sarebbero state ancora vittime, 
perché questo era nell'ordine.
-- Forse, rispose il dottore, ma sapete, 
io mi sento più solidale con i vinti che con i santi.
Non credo di avere il gusto dell'eroismo e della santità. 
Quello che m'interessa è essere un uomo.
-- Noi cerchiamo la stessa cosa, 
ma io sono meno ambizioso.
Albert Camus, La peste


«Rieux: [...] se l'ordine del mondo è regolato dalla morte, 
forse val meglio per Dio che non si creda in lui 
e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, 
senza gli occhi verso il cielo dove lui tace. 
Tarrou: [...] Ma le vostre vittorie, ecco, saranno sempre provvisorie. 
Rieux: Sempre, lo so. Non è una ragione per smettere la lotta»
Albert Camus, La peste




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