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sabato 5 novembre 2016

George Steiner. Dopo Babele.

George Steiner (23 aprile 1929), Dopo Babele, Ruggero Bianchi e Claude Béguin (trad. it), Torino 1992, Garzanti Editore

(47-48)
Il relativismo storico sostiene che non vi sono inizi, che ciascun atto umano ha dei precedenti, ma potrebbe trattarsi di una deduzione spuria a posteriori. La qualità geniale dell’enunciazione greca ed ebraica delle possibilità umane, il fatto che nessuna successiva espressione della vita sensibile, nell’ambito della tradizione occidentale, sia mai stata così completa né così creativa in sede formale, sono dati innegabili. 

La totalità di Omero, la capacità dell’Iliade e dell’Odissea di porsi come repertorio per i principali atteggiamenti della coscienza occidentale – siamo irascibili come Achille e vecchi come Nestore, i nostri ritorni a casa sono come quelli di Ulisse – indicano un momento di eccezionale energia linguistica. […] 

Eschilo forse non è stato soltanto il più grande dei tragici ma il creatore stesso del genere, il primo a collocare nel dialogo le intensità supreme del conflitto umano

La grammatica dei profeti in Isaia segna un profondo scandalo metafisico: 
l’imposizione del futuro, l’estendersi del linguaggio al di sopra del tempo. 

Una scoperta contraria anima Tucidide
sua fu l’intuizione esplicita che il passato è un costrutto linguistico, che il passato del verbo è l’unico garante della storia. 

La formidabile vivacità dei dialoghi platonici, l’uso della dialettica come metodo d’indagine intellettuale, deriva dalla scoperta che le parole, sottoposte a verifiche stringenti, messe in grado di scontrarsi come in un combattimento o di muoversi come in una danza, producono nuovi schemi di comprensione. E chi fu il primo a raccontare una freddura, a provocare il riso con le parole?


(48)
Il classico è il solo rivoluzionario totale: è il primo a irrompere non già nel mare silenzioso – giacché il linguaggio è rigorosamente coestensivo all’uomo – ma nella terra incognita dell’espressione simbolica, dell’analogia, dell’allusione, della similitudine e del contrappunto ironico.

(48)
L’ampiezza assimilativa dell’articolazione ellenica ed ebraica è stata tale da rendere alquanto rare le aggiunte genuine e le nuove scoperte: nessuna desolazione è stata più profonda di quella di Giobbe, nessun rifiuto del mondo è stato più drastico di quello di Antigone.

(55)
Quale realtà sostanziale ha la storia al di fuori del linguaggio, al di fuori della nostra fede interpretativa in documenti essenzialmente linguistici (il silenzio non conosce storia)?

(56)
Ricordare è rischiare la disperazione; il passato remoto del verbo essere implica la realtà della morte.

(59)
Gli inferiori e gli oppressi sono sopravvissuti grazie ai loro silenzi.

(62)
Come la feroce Cordelia, i bambini sanno che il silenzio può annientare un altro essere umano. 
O, come Kafka, ricordano che molti sono sopravvissuti al canto delle sirene ma nessuno al loro silenzio.

(66)
Di qui la tesi dell'antropologia moderna secondo la quale il tabù dell'incesto, che pare fondamentale per l'organizzazione della vita comunitaria, sia inseparabile dall'evoluzione linguistica. Si può proibire soltanto ciò che ha un nome.

(67)
In parte, la genesi del sadismo potrebbe essere linguistica. 
Il sadico trasforma in astrazione l'essere umano da lui torturato; verbalizza la vita al massimo realizzando su esseri viventi la totalità delle sue articolate fantasie. L'incontrollabile facondia di Sade rappresentava forse, come la loquacità spesso attribuita agli anziani, un surrogato psicofisiologico di una diminuita sessualità [...]?

(86)
In breve, le lingue sono sempre state, in tutto il corso della storia umana, zone di silenzio per gli altri, margini taglienti di divisione.

(88)
[...] una Ur-Sprache esisteva prima [...] del brusco tumulto di lingue in conflitto tra loro seguito al crollo della ziggurat di Nimrod. Tale vernacolo adamitico non soltanto consentiva a tutti gli uomini di comprendersi a vicenda, [...] ma incarnava altresì [...] il Logos originale, l'atto di diretta chiamata in essere tramite cui Dio aveva, in senso letterale, «parlato il mondo».

(93)
La musica delle sfere e degli accordi pitagorici proclamava, proprio come farà nel Prologo del Faust di Goethe, la segreta architettura del discorso divino.

(93)
Nelle contemplazioni visionarie di Angelus Silesius [...] Dio, dall'inizio del tempo, ha pronunciato soltanto un'unica parola. In quella singola parola detta è contenuta tutta la realtà. La parola cosmica non si può trovare in nessuna lingua conosciuta; il linguaggio posteriore a Babele non può ricondurre ad essa. Il brusio delle voci umane, così misteriosamente diverse e così reciprocamente elusive, esclude la percezione del suono del Logos. Non esiste altro accesso oltre il silenzio. In tal modo, per Silesius, i sordomuti sono, tra tutti gli uomini viventi, i più vicini alla volgata perduta dell'Eden.

(95)
La filo-logia è amore del Logos prima di essere la scienza di ceppi differenti.

(111)
Humboldt fa parte di quell'elenco assai ristretto di scrittori e di pensatori interessati al linguaggio - un elenco che comprende Platone, Vico, Coleridge, Saussure, Roman Jakobson - che hanno detto qualcosa di nuovo e di validità generale.

(145)
Quanto segue è personale e, come ho detto, in parte impressionistico. Può non essere del tutto un difetto.

(150-151)
Mio padre nacque a nord di Praga e fu educato a Vienna. Mia madre da nubile si chiamava Franzos, un nome che allude a una possibile origine alsaziana, benché la sua provenienza più prossima fosse probabilmente galiziana. Karl Emil Franzos, il romanziere che fu il primo curatore del Woyzeck di Büchner, era un mio prozio. Io nacqui a Parigi e crebbi a Parigi e a New York.
Non ho nessun ricordo di una prima lingua. Per quanto ne so, parlo con la stessa facilità l'inglese, il francese e il tedesco.

[...] Queste tre lingue madri, a loro volta, costituivano soltanto una parte dello spettro linguistico dei miei primi anni. Nell'idioma di mio padre sopravvivevano attivamente forti elementi di ceco e di yddish austriaco. E dietro tutto ciò, come l'eco familiare di una voce appena al di là dei limiti d'ascolto, c'era l'ebraico.

(158)
Così come vi è in certi settori della critica letteraria una velata antipatia per la letteratura, una ricerca di criteri 'oggettivi' o verificabili di esegesi poetica, sebbene tali criteri siano caparbiamente estranei al modo in cui agisce la letteratura, allo stesso modo vi è nella linguistica scientifica un'avversione sottile ma inconfondibile per la prodigalità instabile, forse addirittura anarchica, delle forme naturali.

(168)
La mente ha tante cronometrie quante speranze e paure. Durante stati di distorsione temporale, le operazioni linguistiche possono o no esibire un ritmo normale.

(171)
Nessuna grammatica filosofica ha fornito finora un’analisi delle diverse logiche, valori tonali e proprietà semantiche dei tempi passati e delle modulazioni tra di essi, in grado di rivaleggiare con quella di “À la recherche du temps perdu” [...]. Il controllo della grammatica è sentito con tale profondità da Proust, la collazione da lui fatta tra linguaggio e stimoli psicologici è così vitale e analitica, che egli fa del tempo verbale non soltanto una collocazione esattamente stabilita [...] ma un'indagine sulla natura essenzialmente linguistica, formalmente sintattica del passato.

(178-179)
Ricordo lo stupore provato da bambino quando compresi per la prima volta che si potevano fare affermazioni sul lontano futuro e che queste erano in un qualche modo lecite. Ricordo un momento in cui ero alla finestra, quando il pensiero che mi trovavo in un posto normale e ‘adesso’ e che potevo dire frasi sul clima e su quegli alberi tra cinquant’anni, mi colmò di un senso di soggezione fisica. 
I futuri, e in particolare i congiuntivi futuri, mi sembravano possedere una concreta forza magica. Questa forza può far venire le vertigini, […]. Mi sembrava difficile credere che il codice civile non imponesse restrizioni agli usi del futuro, che poteri occulti quali il futur actif, il futur composé o il futur antérieur venissero usati indiscriminatamente. Soltanto il futur prochain, che è il presente proteso leggermente in avanti, aveva una sua aria casalinga

Nutrivo la convinzione che dovessero esistere repubbliche più prudenti della nostra, più attente all’intersecarsi del linguaggio e della vita, in cui il nostro prodigo consumo di forze predicenti, ipotetiche, controfattuali fosse proibito. In una tale cultura, gli usi dei predicati futuri, degli ottativi, degli infiniti futuri sarebbero stati riservati a occasioni cerimoniali. Sarebbero stati numinosi come le parole tabù che non possono figurare nella parlata comune ma sono incluse in certi riti religiosi. […] Un simile razionamento è del tutto concepibile, proprio come sono concepibili le restrizioni che una comunità impone all’alchimia o alla distillazione dei veleni. Lo stalinismo ha mostrato come un sistema politico possa mettere fuori legge il passato, decidere esattamente quali ricordi vadano concessi ai vivi e quale dose di oblio ai morti. Si può immaginare una proibizione analoga per il futuro, dal momento che i tempi al di là del futur prochain implicano necessariamente la possibilità di trasformazioni sociali. Come sarebbe l’esistenza in un presente totale (totalitario), in un idioma che limitasse le espressioni proiettive all’orizzonte del prossimo lunedì?


(203)
Nell'Inferno, vale a dire in una grammatica senza futuri, «sentiamo letteralmente come i verbi uccidono il tempo» (l'acuto commento di Mandel'štam su Dante e sulla forma linguistica riecheggia la sua personale asfissia sotto il terrore politico, nell'assenza del domani). Ma in altri momenti, è soltanto tramite il linguaggio, e forse tramite la musica, che l'uomo può affrancarsi dal tempo, può sopraffare provvisoriamente la presenza e il presente della propria morte puntuale.


(217)
Ripetute, riecheggiate dall'amata, esse [scil. le parole tabù che si riferiscono ad attività sessuali] designavano il centro privato dell'intimità, di quella solitudine cui è indispensabile un altro che parli o che ascolti.


(219-221)
La scissione più importante nella letteratura occidentale si verifica tra gli anni 1870-1880 e la fine del secolo. Essa separa una letteratura che si trova 'di casa' nel linguaggio da una letteratura per la quale il linguaggio è diventato una prigione. Rispetto a questa suddivisione, tutti i generi o movimenti storici e stilistici [...] sono soltanto varianti o sottogruppi. Dalle origini della letteratura occidentale fino a Rimbaud e Mallarmé (Hölderlin e Nerval sono precursori importanti ma isolati), la poesia e la prosa erano organicamente in accordo con il linguaggio. [...] In tutta la tradizione occidentale, un classicismo portante, un patto negoziato tra mondo e parola, dura fino alla seconda metà dell'Ottocento. E a questo punto s'infrange bruscamente. Goethe e Victor Hugo furono probabilmente gli ultimi grandi poeti a trovare il linguaggio sufficiente alle proprie esigenze.
[e in nota:] Gli effetti d' 'entropia' potrebbero essere importanti: le principali lingue europee [...] si esauriscono. Il linguaggio si piega sotto il puro peso della letteratura da esso prodotta. Dov'è il poeta italiano che succede a Dante, quali nuove fonti di vita rimangono nel blank verse inglese dopo Shakespeare?


(265)
La coscienza che l’uomo ha di un ‘divenire’, la sua capacità di immaginare una storia del futuro, lo distingue da tutte le altre specie viventi. […] È, secondo la formula di Malraux, un ‘anti-destino’. […] Le proposizioni controfattuali e condizionali, sostiene Bloch, costituiscono una grammatica di rinnovamento costante. Ci costringono a ricominciare da capo al mattino, a lasciarci alle spalle la storia fallita. Altrimenti il nostro atteggiamento sarebbe statico e soffocheremmo in sogni delusi.

(268)
Dei e mortali eletti possono essere virtuosi del mendacio, elaboratori di complesse non-verità per amore del verbal craft, dell’arte verbale (dove craft, l’arte applicata, va intesa con la sua connotazione fondamentale, ma evasiva, di furbizia) e dell’energia intellettuale coinvolta. Il mondo classico era fin troppo pronto a documentare il fatto che i greci avevano una visione estetica o sportiva del mentire. Nel celebre stile degli oracoli greci sembra implicita una nozione antichissima della vitalità dell’ ‘enunciazione ambigua’ e del ‘fraintendimento’, delle affinità primordiali esistenti tra linguaggio e ambiguità di significato.

(271)
Ci serve una parola che designi l’urgenza da parte del linguaggio di enunciare l’alterità.
Il francese e l’italiano hanno altérité, alterità, termini desunti dalla distinzione scolastica tra l’essenza e l’altro, tra l’integrità tautologica di Dio e i frammenti scheggiati della realtà percepita. Forse alternità può andar bene per definire l’altro, il diverso dalle cose come stanno, le proposizioni controfattuali, le immagini, le forme della volontà e dell’evasione di cui carichiamo la nostra esistenza mentale e tramite cui edifichiamo l’ambiente mutevole, in larga misura fittizio, della nostra esistenza somatica e di quella sociale.

(272)
Può darsi che la rubrica della mimetizzazione si estenda al silenzio, alla risposta trattenuta. A un livello evolutivo più alto, allo stadio dei primati forse, l'animale rifiuterà di rispondere (vi è qualcosa di men che umano nell'amorosa reticenza di Cordelia).

(274)
[...del] l'identità, il dono pericoloso che un uomo fa quando affida il suo vero nome a un altro. Falsificare o celare il proprio vero nome [...] significa proteggere la propria vita, il proprio 'karma' o essenza dell'essere, dal saccheggio e dal lenocinio altrui. Fingere di essere un altro, con se stessi o in generale, significa impiegare le capacità 'alternative' del linguaggio nel modo più totale e più ontologicamente liberatorio.

(292)
[...] la cenere non è la traduzione del fuoco.

(342)
È possibile che abbiamo interpretato erroneamente il mito di Babele. La torre non segnò la fine di un monismo benedetto. La stupefacente prodigalità delle lingue esisteva da lungo tempo e aveva materialmente complicato l’impresa degli uomini. Cercando di costruire la torre, le nazioni si imbatterono nel grande segreto: che la vera comprensione è possibile soltanto quando vi sia il silenzio. Costruirono in silenzio, e in questo stava il pericolo per Dio.

(353)
Un errore, un’interpretazione sbagliata dà il via alla storia moderna del nostro argomento. Le lingue romanze derivano i propri termini indicanti ‘traduzione’ da ‘traducere’ perché Leonardo Bruni comprese in maniera errata una frase delle Noctes Atticae di Aulo Gellio in cui l’originale latino significa in realtà ‘derivare da, portare a’. La cosa è banale ma emblematica. Spesso, nei documenti della traduzione, una falsa interpretazione fortunata è fonte di nuova vita. Le precisioni cui mirare sono di tipo intenso ma non sistematico. Come le mutazioni nel miglioramento della specie, i grandi atti di traduzione sembrano avere una necessità fortuita. La logica è successiva al fatto. Ciò di cui ci stiamo occupando non è una scienza, ma un’arte esatta.

(356)
Ortega y Gasset parla della tristezza del traduttore dopo il fallimento. Vi è anche una tristezza dopo il successo, la ʻtristitiaʼ agostiniana che viene dopo gli atti affini del possesso erotico e di quello intellettuale.

(357)
La dialettica dell'incorporazione implica il poter essere consumati.

(379)
Il periodo si sviluppa quindi in uno degli eufonici e sinuosi leviatani miltoniani di proposizioni dipendenti, sia relative che avverbiali [...]

(396)
Al di là della fusione che scaturisce dalla grande traduzione vi è il silenzio: la coerenza assoluta è senza parole e non detta.

(402)
Per un effetto alla Borges, è Dante che sembra tradurre Littré, il cui 'Enfer' è più antico dell' 'Inferno' e si ricollega alla chanson de geste più che all'epopea di Virgilio. Vi è qui una sorta di perduto 'strazio infernale' giunto a Dante tramite i maestri provenzali.

(414)
L'arcaismo interiorizza. Crea un'illusione di ricordo che aiuta a incorporare l'opera straniera nel repertorio nazionale.

(420)
Come la molteplicità delle lingue, come il fatto che lingue diverse non si sono evolute sincronicamente, il trattamento del tempo nella traduzione in quanto variabile strategica riflette quella spinta fondamentale alla libera invenzione e all'alternità che incalza il parlare umano. Il traduttore introduce opzioni d'essere nuove e alternative.

(429)
Qualunque cosa possano dirci gli archeologi, siamo giunti a considerare la statuaria antica come puro marmo bianco; e l'erosione del tempo, avendo cancellato i colori vivaci originali, conferma il nostro fraintendimento.

(431)
Percepire la differenza, sentire la 'fisicità' e la resistenza caratteristica di quanto differisce, vuol dire percepire nuovamente la propria identità. Lo spazio dell'individuo è definito da ciò che sta al di fuori; trae coerenza, configurazione tattile, dalla pressione dell'esterno. L' 'alterità', soprattutto quando abbia la ricchezza e la penetrazione della lingua, costringe il 'senso del presente' a chiarificarsi.

(436)
Non vale mai la pena di imitare certe ricchezze e profondità.

(450)
Non dobbiamo fidarci della traduzione le cui parole sono tutte intatte, 'non infrante'. Come con una conchiglia, il traduttore può ascoltare intensamente ma confondere il rumore del proprio battito cardiaco con il pulsare di un mare estraneo.

(467-468)
In breve: in ogni punto di questo brano [n.d.r. la traduzione che S. Quasimodo dà di Metamorfosi, XIII, 880-890] troviamo la dialettica di resistenza all'interno di una fortissima affinità che rende così stimolante l'impresa della comprensione e della riasserzione attraverso divisioni linguistico-culturali assai prossime; proprio come può esserlo la comprensione o la comunicazione tra due esseri umani vincolati l'un l'altro troppo strettamente da reciproche intenzioni inespresse.

(476)
L’ingrandimento è la forma più sottile di tradimento.

(480)
[…] una traduzione di questo livello è, in un certo senso, il più crudele degli omaggi.

(494)
In che modo gli arrangiamenti di Schumann, Liszt e Rubinstein di Du bist wie eine Blume di Heine sono commenti ripetuti ma anche divergenti a un testo ingannevolmente ingenuo?

(496)
Margherita canta la ballata Es war ein König in Tule (Faust, I, 2759-82) in circostanze profondamente ambigue. Mefistofele le ha messo lo scrigno di gioielli nel suo guardaroba; lui e Faust aspettano il momento giusto in giardino. Margherita trova l’aria stranamente pesante. La poesia è satura di paralleli ironici e di minacce adatte alla situazione di Margherita, ma anche al di là della sua consapevolezza. Le quartine di Goethe hanno un fascino contraddittorio: i versi brevi, ‘strangolati’, cadono torpidamente, nonostante l’atmosfera di spaziosità vaga e stregata […].

(513)
Tra gli studi più noti, vi è il saggio di Leo Spitzer, The ‘Récit de Théramène’, in Linguistic and Literary History, Princeton University Press, 1948. Pur contenendo intuizioni importanti sulla tecnica di Racine, il saggio è in realtà deludente. Vi sono imprecisioni (il dramma, originariamente, non s’intitolava Phèdre). Inoltre, il punto principale della sua argomentazione è dubbio. Spitzer vede la chiave del récit nella «parola magica ‘barocco’». Questo soprattutto perché non tiene conto del testo di Seneca e del suo ruolo nella riformulazione raciniana. Le caratteristiche che egli definisce ‘barocche’ si trovano quasi tutte nel testo latino.

(516)
[…] la libertà deriva il proprio significato dalla costrizione.

(536)
Interanimation [The Extasie - John Donne n.d.r.] indica un processo di interpenetrazione assolutamente attenta. Allude a una dialettica di fusione in cui l’identità sopravvive trasformata, ma anche rinvigorita e ridefinita grazie alla reciprocità. […] Si tratta, alla lettera, di un’operazione di innalzamento a una potenza superiore.

(537)
L’espressione donniana defects of loneliness (difetti della solitudine) allude intensamente alla condizione emotiva e intellettuale che accompagna lo sforzo dell’invenzione personale. Il poeta di fronte alla pagina bianca, il pittore davanti alla tela vuota, lo scultore opposto alla pietra grezza, il pensatore nelle vicinanze sentite ma inesplicite del non-pensato, sono quasi un cliché della solitudine. Persino per l’agnostico, l’atto della creazione del significato e della forma contiene suggestioni arcaiche di hybris. Il creatore si sente al tempo stesso imitatore e rivale di una creazione più vasta. Egli è solo con la propria urgenza e tale urgenza, come possono testimoniare artisti e scrittori, è sconsolata[…]. L’ ‘interanimazione’, dice Donne, pone freno alle privazioni della singolarità. La abler soul (anima più potente) entra nell’opera cui si lavora. Il nuovo inizio attinge al precedente, ai modelli canonici, per ridurre il vuoto minaccioso che circonda la novità.

(537)
La storia del teatro occidentale, così come la conosciamo, risulta sovente un’eco prolungata delle fatali informalità (alla lettera, il fallimento nel definire forme separate) tra gli dèi e gli uomini di un numero esiguo di famiglie greche.

(542)
Sainte-Beuve non era un romanziere nato. E questo rese ancor più naturale la sua dipendenza da un testo canonico precedente. E tuttavia Volupté (Voluttà) (1834) è l’opera di un’intelligenza nervosa eccezionale. Nasce da ‘difetti di solitudine’ sia rispetto alla vita personale del suo autore – la sua adorazione per Adèle Hugo – sia in rapporto al suo senso di fallimento come poeta e creatore nel pieno senso romantico del termine. In tal modo Sainte-Beuve conferisce al tema della rinuncia un’amarezza particolare.

(544)
Flaubert sembra aver sentito, come altri lettori ottocenteschi, che, nonostante tutto il suo splendore, Le Lys dans la vallée aveva banalizzato la finezza psicologica del soggetto e che Balzac aveva, caratteristicamente, introdotto una dose di melodramma (Lady Dudley e i suoi focosi destrieri) in una tragedia ambigua di sentimenti privati.

(544)
Il vocabolo donniano, d’altro canto, ci rimanda alla solitudine che tormenta anche il grande artista all’inizio dell’invenzione. L’ ‘anima più potente’ del grande predecessore, la vicinanza della versione rivale, l’esistenza, al tempo stesso gravosa e liberatoria, di una tradizione pubblica, libera lo scrittore dalla trappola del solipsismo. Un pensatore o un artista autenticamente originale è soltanto uno che paga i propri debiti, con gli interessi.

(547)
La grande arte, la poesia che trafigge, sono déjà-vu, una luce che illumina e consente di riconoscere luoghi immemoriali, familiari a livello innato al nostro ricordo storico e razziale.

(550)
L'uomo che ha qualcosa di veramente nuovo da dire, l'uomo la cui innovazione linguistica non riguarda semplicemente il dire ma il significare [...] è un'eccezione. La cultura e la sintassi, la matrice culturale tracciata dalla sintassi, ci tengono al nostro posto.

(551)
Coloro che sembravano iconoclasti si sono rivelati custodi più o meno angosciati, intenti a correre per il museo della civiltà, a cercare ordine e rifugio per i suoi tesori, prima dell'ora di chiusura. [...] Il nuovo, anche nei suoi aspetti più scandalosi, è stato posto sullo sfondo informante e nella struttura della tradizione.

(552)
Non vi è dubbio che i modelli di discorso strutturato, le abitudini di lettura, il patrimonio fondamentale della grammaticalità sono oggi sotto pressione. Leggiamo poco cose [...] antiche o impegnative; sappiamo meno cose a memoria. Ma sebbene le brecce causate dal populismo e dalla tecnocrazia nella coesione culturale siano state drastiche, il grado e la profondità di penetrazione del fenomeno sono assai difficili da stabilire. Le conquiste apparenti della barbarie che minaccia di volgarizzare le nostre scuole, che abbassa il livello del nostro discorso politico, che svaluta la parola umana, sono così stridenti da render quasi inavvertibili le correnti più profonde. Può darsi che le tradizioni culturali siano ancorate nella nostra sintassi più saldamente di quanto noi pensiamo [...].

(556)
Sarebbe ironico se la risposta a Babele fosse il pidgin e non la Pentecoste.

(559)
Credo che la comunicazione delle informazioni, di ‘fatti’ manifesti e verificabili, costituisca una parte soltanto, e forse secondaria, del discorso umano. I potenziali di finzione, di controfattualità, di futurità indecidibile caratterizzano profondamente tanto le origini quanto la natura del linguaggio. Lo differenziano ontologicamente dai molti sistemi segnici di cui dispone il mondo animale. […] Tramite il linguaggio, tanta parte del quale si rivolge verso l’interno, al nostro io privato, noi rifiutiamo l’inevitabilità empirica del mondo.

(559)
Muoversi tra le lingue, tradurre, sia pure in modo limitato, parziale, significa percepire la propensione quasi vertiginosa dello spirito umano verso la libertà. Se ci trovassimo tutti all’interno di un’unica ‘pelle linguistica’ o con pochissime lingue a disposizione, l’inevitabilità del nostro assoggettamento organico alla morte risulterebbe forse più opprimente di quanto già non sia.

(561)
Ma la Cabala conosce anche una possibilità più esoterica. Registra l’ipotesi, senza dubbio eretica, secondo cui verrà un giorno in cui la traduzione non sarà soltanto inutile ma inconcepibile. Le parole si ribelleranno all’uomo. Si scrolleranno di dosso la servitù del significato. Diventeranno «solo se stesse, e come pietre inanimate nella nostra bocca». In entrambi i casi, uomini e donne saranno liberati per sempre dal fardello e dallo splendore del crollo di Babele. Ma quale, ci si domanda, sarà il silenzio più grande? ◊


George Steiner (23 aprile 1929), Dopo Babele, Ruggero Bianchi e Claude Béguin (trad. it), Torino 1992, Garzanti Editore

mercoledì 2 novembre 2016

George Steiner, Nel castello di Barbablù. Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non, forse, in senso biologico. Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti. Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità.

George Steiner: «La cultura occidentale è come il Castello di Barbablù»

Il Castello di Barbablù è una drammatica favola del diciassettesimo secolo, nata dalla penna di Charles Perrault, che Bartòk agli inizi del 900, ispirandosi al testo reinterpretato dal poeta ungherese Bèla Balàzs, trasformò in un’opera lirica. Divenne nel tempo, lo schema e la metafora, dell’intera cultura di un secolo, che il critico letterario, filosofo e comparatista George Steiner, ha preso ad emblema di un suo libro, dal titolo appunto Nel Castello di Barbablù, riedito in Italia da Garzanti.

La favola racconta la storia dell’ultima moglie di Barbablù, che riceve dallo stesso le chiavi della sua casa, con il permesso di aprire tutte le porte tranne una. Quell’ultima porta segreta, che la principessa andrà ad aprire lo stesso, le svelerà l’orrore che vi era nascosto. Ovvero le teste mozzate di tutte le precedenti mogli di Barbablù.

Questa drammatica scoperta si trasformerà, attraverso le penne dei poeti che la reinterpretarono, a emblema della cultura occidentale: una infinita galleria di porte aperte, che ove l’oscurantismo insito nelle culture etnocentriche e xenofobe, come è accaduto nel corso del ventesimo secolo, ne chiudesse una, potrebbe determinare la decadenza di un intero sistema culturale.

George Steiner è stato critico del New Yorker per quasi un trentennio, fino a quando, l’istinto a dire sempre ciò che pensa non gli causò la rottura con il direttore Tina Brown che lo liquidò in “45 secondi” a suo dire.

Nel suo Castello di Barbablù, George Steiner, parigino di origini ebraiche, illustra quella che egli stesso definisce, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, una «civiltà intrappolata in una serie ininterrotta e violenta di crisi, passando da quella che era l'identità di una cultura dominante alla post o sub-cultura odierna».

Un’analisi approfondita del sistema culturale occidentale, che parte da lontano, ma nella quale, una delle cause di questa decadenza è da ravvisarsi secondo Steiner, anche e soprattutto nella frantumazione dell’apparato istituzionale scolastico, la sede di quell’istruzione primaria, che per lungo tempo ha mantenuto alti i livelli di competitività di alcuni paesi europei. La crisi gravissima che sta attraversando il sistema d’istruzione in Italia, Francia e Inghilterra, mette in seria discussione la formazione sociale e politica delle nuove generazioni, che finiscono a riempire in qualità di funzionari, gli apparati amministrativi e burocratici delle istituzioni, senza nutrire il minimo interesse verso la politica e dunque la partecipazione sociale. «Una demolizione progressiva del linguaggio travolto dall'immagine, soprattutto da quella telematica» la definisce Steiner, dovuta anche alla delegittimazione sociale ed economica di mestieri come quello d’ insegnante.

Un libro che parte dai secoli passati, analizzando i vuoti storici, e i “danni” se così si può dire, provocati dell’ottimismo illuministico. Per giungere fino alla Seconda guerra mondiale definita per l’Europa «una morte biologica, sociale ed economica molto estesa, dalla quale non ci siamo più ripresi».

Tre le cause che lo scrittore e filosofo ravvisa alle origini dell’odio che portò all’Olocausto:


  • l’invenzione del monoteismo, “Un Dio irrangiungibile e innominabile «Un Dio impossibile da tollerare, che strappa l'uomo alla libertà creativa del politeismo». 
  • Seconda causa scatenante, derivante forse da un’inguaribile complesso di colpa, proprio del Cristianesimo, si riassume nel dogma: «perdona il nemico, porgi l'altra guancia». Definita da Steiner «Una negazione dell'io non affrontabile, un imperativo destabilizzante per la più autentica natura umana». 
  • La terza e ultima causa risiede esattamente nell’opposta utopia «messianica del marxismo e del sogno socialista che pretende d'imporre all'uomo la rinuncia al profitto e all'egoismo: irrealizzabile. In astratto possiamo essere d'accordo con Mosè, Cristo e Marx, ma non potremo mai vivere seguendo i loro ideali».

Un’analisi laica, prorompente, che inchioda oltre un secolo di strutture culturali, attraversando tutte le porte del Castello di Barbablù, anche quelle proibite.
http://ilmagazinedimanu.blogspot.it/2011/07/george-steiner-la-cultura-occidentale-e.html

George Steiner, Nel castello di Barbablù Note per la ridefinizione della cultura.

Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non, forse, in senso biologico. 
Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti. Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità. (Castello, 11)

Cosa poteva fare un uomo dotato di talento, dopo Napoleone? 
Come poteva un organismo nato per respirare l'atmosfera elettrica della rivoluzione e dell'epica imperiale sopravvivere sotto il cielo plumbeo delle regole borghesi? Come poteva un giovane sentir narrare da suo padre storie del Terrore e di Austerlitz e poi incamminarsi buono buono lungo il placido boulevard per recarsi al suo lavoro di contabile? Il passato affondava il dente acuminato nella polpa grigia del presente suscitando esasperazione, disseminando sogni turbinosi. |...| La combinazione tra l'estremo dinamismo economico e tecnico e l'alto livello di forzata immobilità sociale — una combinazione sulle cui fondamenta fu edificato un secolo di civiltà borghese e liberale — era destinata a trasformarsi in miscela esplosiva, stimolando nella vita artistica e intellettuale risposte specifiche e in ultima analisi distruttive. (Castello, 22)

Uccidendo gli ebrei, la cultura occidentale avrebbe sradicato quelli che avevano «inventato» Dio e che erano stati, sia pur in modo imperfetto e indocile, gli annunziatoti della sua insostenibile Assenza. L'Olocausto è un riflesso, ancor più completo in quanto lungamente inibito, della coscienza sensoriale naturale, degli istintivi bisogni politeistici e animistici, è l'espressione di un mondo più antico del Sinai e più recente di Nietzsche. (Castello, 41)

Forse è possibile includere tutti i edanni irreparabili» in un'unica categoria. La perdita della centralità geografico-sociologica, l'abbandono o l'estrema limitazione dell'assioma di progresso storico, la nostra percezione del fallimento o delle gravi inadeguatezze della conoscenza e dell'umanesimo in rapporto ai comportamenti sociali: tutto si riassume con la fine di una struttura gerarchica universalmente accettata. (Castello, 73)

Che bene ha fatto l'elevato umanesimo alla massa oppressa della società? 
A che è servito quando è sopraggiunta la barbarie? 
Quale poema immortale ha mai fermato o mitigato il terrore politico — mentre ve n'erano alcuni che persino lo celebravano? E, andando in fondo: le persone per cui un grande poema, un sistema filosofico, un teorema sono, in fin dei conti, il supremo valore, non aiutano i lanciatori di napalm distogliendo lo sguardo, coltivando in sé un atteggiamento di «tristezza oggettiva» o di relativismo storico? (Castello, 77)

L'atrofia della memoria è la caratteristica precipua dell'educazione e della cultura nella seconda metà del novecento. La vasta maggioranza di noi non è più nemmeno in grado di identificare — e ancora meno di citare — i passi fondamentali della Bibbia e dei classici, che non soltanto costituiscono la trama fondamentale della letteratura occidentale ma sono state l'abbici delle nostre leggi e istituzioni politiche. [...] Nell'occidente democratico-tecnologico, per quanto possiamo giudicare, il dado è tratto. L'in-folio, la biblioteca personale, la dimestichezza con le lingue classiche, le arti della memoria diventeranno inesorabilmentE l'appannaggio di un numero sempre più ristretto di specialisti. (Nessuna passione spenta, 22)

Nell'assenza e nel regredire della fede religiosa, legata com'era al primato classico della lingua, la musica sembra ricomporci, raccoglierci, restituirci a noi stessi, forse può farlo grazie al suo particolare rapporto con la verità. Né l'ontologia né l'estetica hanno saputo enunciare questo rapporto in maniera soddisfacente. Ma noi lo percepiamo con immediatezza. In ogni suo nodo, dalla voce del politico al vocabolario dei sogni, la lingua è intossicata di bugie. La falsità è inseparabile dalla sua vita generativa. La musica può lusingare la vanità, può rendere sentimentali, può far scattare molle di crudeltà. Ma non mente, di qui che possono rivelarsi più profonde le affinità della musica con le esigenze del sentimento che un tempo si definivano religiose.  (Castello, 107)


A livelli embrionali di metafora, di mito, di risata, dove le arti e le logore impalcature dei sistemi filosofici non ci soccorrono, la scienza è attiva. Dalle sue regioni, anche dalle più astruse, si attinge una profonda eleganza, una grande vivacità, una festa dello spirito. Si consideri il teorema di Banach-Tarski: il sole e un pisello possono essere divisi in un numero finito di parti disgiunte in modo tale che ogni singola parte dell’uno sua congruente a un’unica parte dell’altro. L’indubbio risultato è che il sole può entrare nel taschino, e che le parti componenti il pisello colmano l’intero universo solidamente, senza spazi vuoti né all’interno del pisello né nell’universo. Quale fantasia surrealista ha creato una meraviglia dai contorni così precisi? (Castello, 112)



La ricerca dei dati di fatto, di cui le scienze forniscono solamente l’esempio più palese e organizzato, non è un errore contingente in cui l’uomo occidentale sia caduto in un momento di rapacità elitaria o borghese. Questa tendenza, ne sono convinto, è impressa nel tessuto, nell’elettrochimica e nella rete di impulsi della nostra corteccia. Provvista di un ambiente climatico e nutritivo adeguato, era destinata a evolversi e a crescere grazie a un costante feedback di nuova energia. La parziale assenza della coazione alla ricerca, nei popoli e nelle civiltà meno sviluppate e meno attive, non rappresenta una libera scelta o un atto di innocenza: rappresenta, come sapeva Montesquieu, la forza di circostanze ecologiche e genetiche avverse. Il figlio dei fiori della città occidentale e il neoprimitivo che va cantilenando lungo la superstrada le sue cinque parole di tibetano si abbandonano a una mascherata infantile, fondata sul surplus di ricchezza di quella stessa città o superstrada. Non possiamo tornare indietro. Non possiamo scegliere i sogni degli ignari. Apriremo, ne sono convinto, l’ultima porta del castello, anche se conduce, forse proprio perché conduce, a realtà che oltrepassano la sfera della comprensione e del controllo umano […] perché aprire porte è il tragico merito della nostra identità.[…] Saper scorgere le possibilità di autodistruzione, e tuttavia spingere fino in fondo il dibattito con l’ignoto, non è cosa da poco. (Castello, 121)



George Steiner, Nel castello di Barbablù Note per la ridefinizione della cultura.

Presentazione.
Il nostro rapporto con la verità è quello della ricerca. 
Seguendo la folgorante metafora di George Steiner, ci sentiamo costretti ad aprire, una dopo l'altra, tutte le porte del Castello di Barbablùlo facciamo perché ce le troviamo di fronte, e perché ognuna di esse conduce alla successiva. Lasciare chiusa una di quelle porte, significherebbe tradire l'atteggiamento indagatore, avido di sapere, che contraddistingue la nostra specie.

Questa convinzione è profondamente radicata nel carattere occidentale, almeno dai tempi di Atene: 
la mente umana deve procedere incessantemente nella sua ricerca
lungo un progresso in sé naturale e meritorio. Tuttavia questo atteggiamento, che sta al cuore della nostra idea di cultura e della nostra civiltà, attraversa da tempo una crisi profonda, segnato dal tramonto dell'ottimismo illuminista (malgrado i successi innegabili di scienza e tecnologia), dai genocidi dell'ultimo secolo di storia, ma anche dalle minacce dell'inquinamento.
Nel castello di Barbablù coglie con profetica lucidità le ragioni di questa crisi, e ci aiuta a capire le nostre prospettive nell'epoca della «post-cultura».
George Steiner, Nel castello di Barbablù Note per la ridefinizione della cultura


1. LA GRANDE NOIA
Note per la ridefinizione della cultura: 
il mio sottotitolo intende naturalmente richiamarsi a Notes towards the Definition of Culture di Eliot, del 1948. Libro poco allettante, reso cupo dall'impatto con il recente imbarbarimento: e di questo imbarbarimento la trattazione lascia sdegnosamente nel vago le vere cause e forme. E tuttavia Notes rimane un'opera interessante; il prodotto, superfluo dirlo, di una mente eccezionalmente acuta. Nel corso di questo saggio tornerò in vari punti sulle questioni sollevate da Eliot nel suo richiamo all'ordine.

Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non, forse, in senso biologico. 
Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti
Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità
Ogni nuova era si specchia nel quadro e nella mitologia attiva del proprio passato o di un passato ripreso da altre culture: misura il proprio senso di identità, di regresso o di progresso, sullo sfondo di quel passato. Gli echi attraverso cui una società cerca di determinare la portata, la logica e l'autorevolezza della propria voce provengono da quel che ha che spalle. 

Evidentemente, i meccanismi che agiscono sono complessi e radicati in un diffuso e vitale bisogno di continuità. Ogni aggregato sociale avverte la necessità di antecedenti; quando non sono immediatamente disponibili per via naturale, quando la comunità è nuova o si è appena ricomposta dopo un lungo intervallo di dispersione o di assoggettamento, la coniugazione al passato necessaria alla grammatica dell'essere viene creata con un atto d'arbitrio intellettuale ed emotivo

La «storia» dei negri d'America e quella dello stato di Israele sono esempi pertinenti. 
Ma il movente ultimo può essere metafisico. 
Spesso la storia sembra portarsi dietro le vestigia di un paradiso. 
In un qualche punto di un'epoca più o meno remota, 
l'uomo viveva in un mondo migliore, quasi aureo. 
Un accordo profondo regnava tra uomo e ambiente naturale. 
Il mito della caduta ha più vigore di ogni singola religione. 
A stento si troverà una sola civiltà, o persino una sola coscienza individuale, 
che non rechi dentro di sé la risposta a una sensazione di remota catastrofe. 
In qualche tempo, in qualche luogo, l'uomo ha sbagliato strada nel «dark and sacred wood», 
e da quell'errore è iniziata la sua dura fatica, 
sociale e psicologica, contro l'inclinazione naturale dell'essere.

Nell'attuale cultura occidentale, o «post-cultura», 
quest'utopia così diffusa ha ancora un rilievo enorme, 
ma ha assunto forme profane e più immediate. 
Il nostro attuale senso di smarrimento, di disordine, di regresso verso la violenza e l'ottusità morale; 
la nostra impressione sempre desta di una sostanziale assenza di valori nelle arti e nei comportamenti individuali e sociali; il nostro timore di nuovi «secoli bui» nei quali la civiltà stessa, come la conosciamo, scompaia o rimanga confinata in isole-serbatoio di modi di vita arcaici: queste paure, così drammaticamente vive e largamente diffuse da essere uno dei cliché dominanti dello stato d'animo contemporaneo, traggono proprio dal confronto con il passato la loro forza e la loro apparente inoppugnabilità. Dietro il nostro atteggiamento di dubbio e di mortificazione c'è la presenza, così pervasiva da passare generalmente inosservata, di un particolare momento del passato, di una ben precisa «epoca d'oro»

La nostra esperienza del presente e i nostri giudizi così spesso negativi sulla posizione che occupiamo nella storia si proiettano costantemente sullo sfondo di quello che chiamerei il «mito del XIX secolo» o il «giardino immaginario della cultura liberale».
La nostra sensibilità situa quel giardino nell'Inghilterra e nell'Europa occidentale all'incirca tra gli anni Venti dell'Ottocento e il 1915

La data iniziale è tradizionalmente vaga, mentre la fine della lunga estate è definibile con un'esattezza apocalittica. I tratti peculiari di questo momento storico sono inconfondibili. Grado di istruzione elevato e in ascesa. Affermarsi della legalità. Vivace diffondersi di forme di governo rappresentative, sia pur in modo imperfetto. Privacy nelle abitazioni e strade sempre più sicure. Riconoscimento spontaneo del ruolo centrale svolto dall'arte, dalla scienza e dalla tecnologia nell'economia e nella crescita civile. Realizzazione, a volte intorbidata ma costantemente perseguita, della coesistenza pacifica tra stati nazionali (conseguita di fatto, con sporadiche eccezioni, da Waterloo alla Somme). Interazione dinamica, regolata a misura d'uomo, tra mobilità sociale e stabilità delle linee di forza e delle consuetudini all'interno della comunità. Stabilizzarsi di una norma di dominio, sia pur temperata dal classico conflitto generazionale, tra padri e figli. Aperture in campo sessuale, fermo restando un cardine, saldo e sottile, di limitazioni convenute. Potrei continuare. L'elenco si potrebbe agevolmente allungare e arricchire di particolari. Quel che intendo sottolineare è come tali aspetti compongano un'immagine ricca e soverchiante, una struttura simbolica che preme, con l'insistenza di una mitologia attiva, sul nostro stato d'animo attuale. [...]



George Steiner (Parigi, 1929) è figura di primo piano nella cultura internazionale. 

Tra i suoi libri Garzanti ha in catalogo:
  • Tolstoj o Dostoevskij (1959), 
  • Morte della tragedia (1961), 
  • Dopo Babele (1975 e 1992), 
  • Antigoni (1984), 
  • Vere presenze (1986), 
  • il romanzo breve II correttore (1992), 
  • Nessuna passione spenta (1996), 
  • l'autobiografia Errata (1997), 
  • Linguaggio e silenzio (nuova edizione 2001), 
  • Heidegger (2002), 
  • Grammatiche della creazione (2003), 
  • La lezione dei maestri (2004, Premio Mondello - Città di Palermo) 
  • Una certa idea di Europa (2006), 
  • Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero (2007), 
  • I libri che non ho scritto (20089 
  • e Letture (2010).





L'immagine ha distrutto la cultura occidentale.
«Sono convinto che da anni la nostra civiltà sia intrappolata in una serie ininterrotta e violenta di crisi, passando da quella che era l'identità di una cultura dominante alla post o sub-cultura odierna. 
Stiamo assistendo a una demolizione progressiva del linguaggio travolto dall'immagine, soprattutto da quella telematica. Non sono anti-americano, anzi: ammiro molte cose degli Stati Uniti, dove vivono e lavorano i miei due figli. Ma bisogna sapere che il novanta per cento degli americani, parlando, usa 380 parole d'inglese, mentre nelle opere di Shakespeare ce ne sono 24.000. La lingua viene divorata dal minimalismo ossessivo dei codici elettronici, come dimostrano i messaggi sempre più compressi che si mandano i ragazzi sui cellulari».
Analizzando i guasti del Novecento, lei segnala una "età dell'oro", collocabile tra il 1815 e il 1915, come depositaria dell'origine dei problemi successivi.
«Sono gli anni dell'Ennui, dello smarrimento, della grande noia
Qualcosa di corrosivo e letargico, una sorta di attesa esasperata e vaga, faceva parte della cultura ottocentesca, tanto quanto il dinamismo dei positivisti e dei liberali. 
Un secolo divide Waterloo dalla Prima guerra mondiale: 
fu il più lungo periodo pacifico della storia europea. 
C'erano le guerre coloniali, certo, e gli orrori franco-prussiani. 
Ma si trattava pur sempre di eserciti professionali, non di gente comune. 
I massacri del primo conflitto, che hanno cancellato un'intera generazione e i suoi possibili discendenti, modificarono ogni cosa. In Inghilterra caddero enormi quantità di ragazzi tra i 18 e i 20 anni, figli delle élite inglesi, in un azzeramento di potenzialità intellettuali e di patrimoni culturali. Ci fu solo un breve armistizio tra il '18 e il '39, fino all'esplosione della Seconda guerra mondiale. E' stata per l'Europa una morte biologica, sociale ed economica molto estesa, dalla quale non ci siamo più ripresi».

Nella fase della "grande noia" precedente erano avvenuti muitamenti di prospettive e percezioni?
«Molto netti. All'epoca di Tolstoj, Dostoevskij e Oscar Wilde, per esempio, si cominciò a verificare una forte sessualizzazione e una nuova e positiva libertà dei costumi
Eros divenne sesso, lontano dall'amour galant. 
Iniziarono l'emancipazione delle donne e l'educazione sessuale dei giovani, fuori dai tabù e dalle ipocrisie del periodo vittoriano. Per la prima volta, nelle conversazioni in società, si nominavano parti del corpo umano. 

C'è un episodio emblematico della trasformazione, riportato sul diario di Virginia Woolf: 
"un giorno la meravigliosa Vanessa, sorella di Virginia, entra in sala da pranzo indossando un abito bianco, e tra gli ospiti c'è lo scrittore Lytton Strachey, che indica una macchia sul vestito di lei e dice: seme". Mai, finora, tale parola era stata menzionata pubblica mente in alti ceti. 

Un altro brusco cambio di marcia arriva col conflitto 
che a un certo punto contrappone l'individuo alla città. 
Nasce la megalopoli, che vive quotidianamente 24 ore abolendo distinzioni tra giorno e notte. 
II rumore travolge, il silenzio diventa un lusso, si abita in piccoli spazi abitativi e si è aggrediti da stimoli in eccesso. La letteratura ne prende atto: la grande fortuna della detective story è connessa alla "giungla" metropolitana, termine che affiora verso il 1890. 
Le storie criminose e di polizia sono parti integranti della vita urbana».

A suo parere è ancora diffuso e capillare l'antisemitismo, 
fenomeno che è stato sempre al centro dei suoi interessi?
"Continua a essere feroce e intenso come durante il nazismo. 
Ovunque, anche qui in Inghilterra. 

Per tutta la vita mi sono interrogato sulle cause della deviazione che condusse all'Olocausto, tragedia che sfugge al consueto inquadramento razionale di storici ed economisti. Il motore, secondo me, è radicato in ben altre profondità. L'odio generalizzato e sempre riemergente per l'ebreo deriva dalla sua invenzione del monoteismo, portatore di un Dio irraggiungibile e innominabile, che si adira per qualsiasi rappresentazione sensoriale o allegorica. Un Dio impossibile da tollerare, che strappa l'uomo alla libertà creativa del politeismo. Decidendo di annientare gli ebrei, la cultura occidentale ha voluto sradicare gli inventori di quest'insostenìbile assenza. 

Secondo fattore scatenante e stato il messaggio di Cristo: 
perdona il nemico, porgi l'altra guancia. 

Una negazione dell'io non affrontabile, un imperativo destabilizzante perla più autentica natura umana. 

Terza causa catastrofica è la promessa messianica dal marxismo e del sogno socialista, che pretende d'imporre all'uomo la rinuncia al profitto e all'egoismo: irrealizzabile. In astratto possiamo essere d'accordo con Mosè, Cristo e Marx, ma non potremo mai vivere seguendo i loro ideali».

Perché si ostina a rìpetere che l'idea di cultura è andata in pezzi?
«Sono i fatti a provarlo. 
In paesi come l'Inghilterra, la Francia e l'Italia, la scuola primaria e secondaria è in una crisi gravissima. Quand'ero giovane, le università tedesche costituivano una garanzia per la vita intellettuale europea e statunitense. Poi non è più stato così. Oggi nelle università occidentali, e anche in Italia, ci sono alcuni docenti notevoli, ma in generale è tramontato il prestigio della ricerca e della trasmissione di cultura universitariaGli studenti più validi di Cambridge finiscono a lavorare in Borsa o nelle grandi banche, e considerano la politica come qualcosa di ridicolo e corrotto. Per non parlare della decadenza del mestiere d'insegnante
chi può accettare stipendi così bassi per fare un lavoro tanto importante?».

Che cosa pensa del Newsweek diretto da Tina Brown, con cui lei, a fine anni Novanta, ebbe una drastica rottura, dopo aver collaborato per più di un trentennio con il New Yorker, che all'epoca era guidato dalla Brown?
«Non m'interessa nulla di ciò che fa quella signora, lo appartengo a un mondo diverso dal suo: 
a un mondo serio. Forse ha un'energia fantastica e dorme tre ore a notte, ma e lontanissima dalla mia maniera di essere e pensare. Credo di essere stato il critico che ha scritto in assoluto più a lungo per il New Yorker. Un giorno la segretaria di Tina Brown mi convocò a New York per parlare con il boss, e in quel nostro unico incontro lei impiegò 45 secondi per licenziarmi. Mi chiese se era vero che, in una cena a Londra, avevo detto che il suo magazine era stato involgarito dalla sua gestione. Si, le risposi. Lei mi salutò e fu questa la fine del nostro rapporto». [...]
LEONETTA BENTIVOGLIO

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/bin/tiffpilot.exe?FN=E:%5Ceco%5CImg%5C12GJ%5C12GJZ9P?.TIF&MF=1&SV=Rassegna%20Stampa&PD=1


giovedì 27 agosto 2015

George Steiner. La stretta di mano è goffa – come il Kaiser e Lord Halifax non riesce a ruotare il braccio per via di un’atrofia muscolare congenita. «Nasce tutto da lì», dice. «I primi anni di vita li ho passati in terapia, cliniche a Parigi e in Svizzera. Mia madre ha lottato contro la mia menomazione come una leonessa. Mi costringeva ad allacciarmi le scarpe – avrei potuto averle con la zip, ma no. Dovevo per forza scrivere con la destra – potevo farlo benissimo con la sinistra, ma no. Mia madre non mi permetteva di aggirare il problema. Quando avevo quattro anni arrivò il momento fatidico in cui mi disse: “Non ti rendi conto della fortuna che hai: non farai il militare”. All’epoca la leva durava tre anni, ti distruggeva la vita. Ne fui così felice che non mi sentii mai più menomato né condannato, ma speciale e privilegiato».

Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz. Dire che egli ha letto questi autori senza comprenderli o che il suo orecchio è rozzo, è un discorso banale ed ipocrita. In che modo questa conoscenza pesa sulla letteratura e società, sulla speranza, divenuta quasi assiomatica dai tempi di Platone a quelli di Matthew Arnold, che la cultura sia una forza umanizzatrice, che le energie dello spirito siano trasferibili a quelle del comportamento? Per giunta non si tratta soltanto del fatto che gli strumenti tradizionali della civiltà- le università, le arti, il mondo librario- non sono riusciti a opporre una resistenza adeguata alla bestialità politica: spesso anzi essi si levarono ad accoglierla, a celebrarla, a difenderla. Perché? Quali sono i legami, per ora assai poco compresi, tra gli schemi mentali e psicologici della cultura superiore e le tentazioni del disumano? Matura forse nella civiltà letterata un gran senso di noia e di sazietà che la predispone allo sfogo della barbarie?”
George Steiner, da Linguaggio e silenzio, traduzione di Ruggero Bianchi, Garzanti, 2014, prefazione)



Abbiamo perso l’arte di dire “no”. No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all'invasione della burocrazia nella nostra vita quotidiana. No all'idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C’è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola. E invece ne siamo incapaci. Mi creda, sono sgomento di fronte all'acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo. Che dichiarano apertamente il loro scetticismo in ordine all'inutilità della protesta, quasi che protestare fosse diventato imbarazzante.
George Steiner “L'importanza di dire No”


Senza la traduzione abiteremmo province confinanti con il silenzio.
George Steiner


Leggere bene significa correre grossi rischi. Significa rendere vulnerabile la nostra identità, il nostro autocontrollo (…) chi ha letto la Metamorfosi di Kafka e riesce a guardarsi allo specchio senza indietreggiare è forse capace, tecnicamente, di leggere i caratteri stampati, ma è analfabeta nell'unico senso che conti realmente”.
George Steiner


«Si può essere a casa propria dappertutto. 
Datemi un tavolo da lavoro, sarà la mia patria.»
George Steiner


Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz. Dire che egli ha letto questi autori senza comprenderli o che il suo orecchio è rozzo, è un discorso banale e ipocrita. In che modo questa conoscenza pesa sulla letteratura e la società, sulla speranza, divenuta quasi assiomatica
dai tempi di Platone a quelli di Matthew Arnold, che la cultura sia una forza umanizzatrice, che le energie dello spirito siano trasferibili a quelle del comportamento? Per giunta, non si tratta soltanto del fatto che gli strumenti tradizionali della civiltà – le università, le arti, il mondo librario – non sono riusciti a opporre una resistenza adeguata alla bestialità politica: spesso anzi essi si levarono ad accoglierla, a celebrarla, a difenderla. Perché? Quali sono i legami, per ora assai poco compresi, tra gli schemi mentali e psicologici della cultura superiore e le tentazioni del disumano? Matura forse nella civiltà letterata un gran senso di noia e di sazietà che la predispone allo sfogo della barbarie?"
George Steiner, dalla Prefazione a «Linguaggio e silenzio», 1967


Fino al tardo Ottocento [...] era pratica comune per i giovani, e per i lettori impegnati vita natural durante, trascrivere lunghi discorsi politici, prediche, pagine di poesia e di prosa, voci di enciclopedie e capitoli di narrazioni storiche. Questo lavoro di copiatura aveva diversi scopi: il miglioramento del proprio stile, la tesaurizzazione voluta di esempi pronti di argomentazione o di persuasione, il rafforzamento di una memoria accurata (elemento cardinale). Soprattutto, la trascrizione comprende un coinvolgimento totale con il testo, una dinamica reciproca fra lettore e libro.
Questo coinvolgimento totale è la somma dei vari modi di risposta responsabile: marginalia, annotazione sistematica, correzione ed emendamenti filologici, trascrizione. Tutti insieme, essi generano una continuazione del libro che viene letto. La penna attiva del lettore verga «un libro in risposta». (da George Steiner, Una lettura ben fatta: p. 14


Oggi soltanto i professionisti – epigrafisti, bibliografi, filologi – correggono ciò che leggono.
Vale a dire coloro che incontrano il testo come una presenza viva, che ha bisogno della collaborazione del lettore per mantenere intatta la sua vitalità, la sua vivacità e luminosità. [...] E chi, fra noi, si prende la briga di trascrivere per piacere personale e per impararle a memoria le pagine che lo hanno interpellato più direttamente, che lo hanno «letto» con maggiore accuratezza?
La memoria, ovviamente, è il perno della questione.
La «responsabilità verso» il testo, la comprensione dell'auctoritas e la risposta critica che le si dà, le quali plasmano il modo classico di leggere e la sua rappresentazione da parte di Chardin, dipendono strettamente dalle «arti della memoria». [...] L'atrofia della memoria è la caratteristica precipua dell'educazione e della cultura nella seconda metà del Novecento. [...]
Non impariamo più a memoria, «con il cuore».
Gli spazi interiori sono muti o intasati di banalità discordanti.
George Steiner, Una lettura ben fatta: p. 21 ss.


I parafulmini devono essere saldamente infissi nel terreno.
Anche le idee più astratte e speculative devono essere ancorate nella realtà, nella materia delle cose.
Che dire allora dell'idea di Europa?
L'Europa è i suoi caffè, quelli che i francesi chiamano cafés.
Dal locale di Lisbona amato da Fernando Pessoa
ai cafès di Odessa frequentati dai gangster di Isaac Babel.
Dai caffè di Copenhagen, quelli di fronte ai quali passava Kierkegaard nel suo meditabondo girovagare, fino a quelli di Palermo. Non si trovano caffè archetipici a Mosca, che è già la periferia dell'Asia.
Ce ne sono pochissimi in Inghilterra, dopo una fugace moda nel Diciottesimo secolo.
Non ce ne sono nell'America del Nord, con l'eccezione dell'avamposto francese di New Orleans.
Basta disegnare una mappa dei caffè, ed ecco gli indicatori essenziali dell'«idea di Europa».
Il caffè è il luogo degli appuntamenti e delle cospirazioni, del dibattito intellettuale e del pettegolezzo.
Lo frequentano il flâneur, il poeta, il metafisico con il suo taccuino.
È aperto a tutti, e al tempo stesso è un club,
una massoneria di identità politiche o artistico-letterarie.
George Steiner, Una certa idea di Europa


È il mio quarto assioma: la doppia eredità di Atene e Gerusalemme. [...]
Essere europei significa cercare di negoziare sul piano morale,
intellettuale ed esistenziale gli ideali, le pretese,
le praxis contrastanti della città di Socrate e di quella di Isaia.
George Steiner, Una certa idea di Europa, p. 40

Il giudaismo e le sue due principali note a piè di pagina,
il cristianesimo e il socialismo utopico,
discendono direttamente dal Sinai,
e anche gli ebrei erano solo un piccolo gruppo disprezzato e perseguitato.
George Steiner, Una certa idea di Europa, p. 45



Chi è insensibile a quella che Platone chiamava mania, essere posseduti dalla ricerca di verità spesso astratte, senza alcuna immediata applicazione pratica, dovrebbe andarsene altrove. Gli scienziati, gli studiosi, sono destinati, come sostiene Weber, a un ideale sacrificale, antico come i presocratici, che caratterizza il genio dell'Europa.
George Steiner, Una certa idea di Europa, p. 49


Inoltre la nostra capacità di previsione è ridicolmente miope
(quasi sempre costruiamo le nostre ipotesi utilizzando uno specchietto retrovisore).
George Steiner, Una certa idea di Europa, p. 51

Non c'è dubbio: l'Europa morirà se non combatte per difendere le sue lingue, le sue tradizioni locali, le sue autonomie sociali. Perirà se dimentica che «Dio si trova nei dettagli».
George Steiner, Una certa idea di Europa, p. 54



Adesso, in un modo profondamente commovente, c'è gente in America che dice: non vogliamo più quella discussione tremenda sulla doppia lealtà, sul fatto che ogni ebreo ha la consapevolezza traditrice di essere ebreo prima che americano. Eppure quel fantasma continua a ossessionarci.
È inerente alla natura stessa dell'identità di un popolo che rivendica di essere una razza ma non una razza, una nazione ma non una nazione, di avere una vocazione religiosa quando questa vocazione non ha più senso per la maggioranza secolare.
George Steiner, Totem o tabù: p. 147

La presenza ebraica, spesso impressionante, nella matematica moderna, in fisica, nella teoria economica e sociale, nasce direttamente da quella astinenza dall'approssimazione e dall'effimero che caratterizza l'ethos del chierico. 
(da La nostra terra, il testo: p. 237)

Per due millenni la dignità dell'ebreo ha consistito nell'essere troppo debole per trasformare altri uomini in profughi altrettanto infelici di sé stesso. 
(da La nostra terra, il testo: p. 242)


Il marxismo è essenzialmente un giudaismo che ha perso la pazienza. 
Il Messia ci ha messo troppo a venire, o piuttosto a non venire. 
Il regno della giustizia deve essere instaurato dall'uomo stesso, su questa terra, qui e ora. 
(da Attraverso quello specchio, oscuramente: p. 259)


Due morti hanno plasmato in gran parte la sensibilità occidentale. 
Due casi di pena capitale, di omicidio giudiziario 
determinano i nostri riflessi religiosi, filosofici e politici. 
Sono due morti a governare la percezione metafisica e politica 
che abbiamo noi stessi: quella di Socrate e quella di Cristo. 
Siamo tuttora figli di quelle morti. 
George Steiner, Due galli: p. 281


Sono stati l'accademismo rarefatto di Platone, 
l'istituzionalizzazione dell'insegnamento metafisico, 
la nuova definizione, in parte sofistica in parte scientifica, 
del filosofo e dialettico come specialista accademico dopo Socrate, 
a permettere il commercio opportunistico e istrionico fra intelletto e potere. 
George Steiner, Due galli: p. 300



Uccidendo i suoi ebrei, l'Europa si è suicidata.
George Steiner, (dal discorso al convegno di European Judaism, Amsterdam, 1969[1])
 Citato in Riemen, prologo a Steiner 2006


Al cuore della cultura ci sono i classici – ovvero opere fuori dal tempo.
Sono fuori dal tempo e immortali perché il loro significato trascende la morte.
Nelle parole di HöIderlin: «Was bleibet aber, stiften die Dichter».
(«E tuttavia quello che resta, sono i poeti che lo creano.»)[1]
 Citato in Riemen, prologo a Steiner 2006


La caratteristica dei capolavori è che ci interrogano, ci impongono di reagire.
L'antico busto di Apollo nel celebre poema di Rilke ce lo dice in termini chiari:
«Du sollst dein Leben ändern». («Devi cambiare vita.»)[1]
 Citato in Riemen, prologo a Steiner 2006


Solo gli sciocchi ignorano il significato della tradizione, dei fatti e della conoscenza. Hölderlin:
«Wir sind nur Originai, weil wir nichts wissen».
(«Noi siamo originali solo perché non sappiamo nulla.»)[1]
 Citato in Riemen, prologo a Steiner 2006

Essere a casa propria nel mondo della cultura significa essere a casa propria in molti mondi, in molti linguaggi: significa trovarsi a casa propria nella storia delle idee, nella letteratura, nella musica, nelle arti. Richiede erudizione e la capacità di cogliere i rapporti tra i diversi mondi: il nexus.[1]
 Citato in Riemen, prologo a Steiner 2006


Esiste un rapporto tra l'arte e la politica, tra la cultura e la società. 
Per capire l'evoluzione della cultura, per capire quali idee prevalgano 
e quali siano le loro conseguenze, è indispensabile la riflessione culturale e filosofica.[1]
 Citato in Riemen, prologo a Steiner 2006


Il linguaggio è una creazione costante di mondi alternativi. [...] 
L'incertezza di significato è poesia incipiente. 
Dopo Babele (III, 4; p. 226)


Elencate san Gerolamo, Lutero, Dryden, Hölderlin, Novalis, Schleiermacher, Nietzsche, Ezra Pound, Valéry, MacKenna, Franz Rosenzweig, Walter Benjamin, Quine – e avrete quasi esattamente il totale complessivo di quanti hanno detto qualcosa di fondamentale o di nuovo sulla traduzione. (IV, 1; p. 260)
George Steiner, Dopo Babele (III, 4; p. 226): 
Il linguaggio e la traduzione, traduzione di Ruggero Bianchi, Sansoni Editore, 1984. ISBN 


E cosa lasciò Cristo alla sua piccola mafia? Un tesoro d'impazienza.
 Bramavano la fine dei tempi come cani che muoiono di sete. [...] 
La storia non aveva chiuso bottega. 
E ci siamo ritrovati nell'implacabile routine di sempre. 
A quel punto la Chiesa ordinò la pazienza, 
pazienza e ancora pazienza, e distribuì i calmanti. [...] 
Non c'è niente che Roma abbia temuto più dell'impazienza. 
Il suo regno non è di questo mondo. 
C'è mai stato un manifesto politico più abile? 
Rispondi, Professore. 
George Steiner, il Professore: cap. VIII, pp. 46 sg.


Il marxismo ha reso all'uomo il massimo onore. 
La visione di Mosè e di Gesù e di Marx, 
la visione di una terra giusta, di un amore per il prossimo, 
di un'universalità, l'abolizione delle barriere fra paesi,
classi, razze, l'abolizione degli odi tribali: 
questa visione era – siamo rimasti d'accordo su questo, vero? 
– un'immensa impazienza. 
Ma era anche qualcosa di più. 
Era una sopravvalutazione dell'uomo. 
Una sopravvalutazione forse fatale, 
forse insensata, eppure magnifica, giubilante, dell'uomo. 
Il più grande complimento che gli sia mai stato fatto. 
La Chiesa ha ostentato un disprezzo tremendo per l'uomo. 
L'uomo è una creatura caduta dalla grazia, 
condannata a trascorrere la sua sentenza a vita 
lavorando col sudore della fronte. 
Polvere alla polvere. 
George Steiner, il Professore:  cap. VIII, p. 57


Sono un socialista. Sono e rimango un marxista. 
Perché altrimenti non potrei essere un correttore di bozze!»
Questa evidenza assoluta l'aveva fulminato. 
Voleva allargare le braccia, ballare lì in strada.
«Se trionfa la California, non serviranno più i correttori di bozze. 
Le macchine se la caveranno meglio. 
Oppure tutti i testi diventeranno audiovisivi, 
con programmi autocorrettori incorporati. 
Notte dopo notte dopo notte, Carlo, lavoro finché mi duole il cervello. 
Per arrivare all'esattezza perfetta. 
Per correggere il più infimo refuso in un testo 
che forse nessuno leggerà mai 
o che verrà mandato al macero il giorno dopo. 
L'esattezza. La santità dell'esattezza. 
Il rispetto di se stesso. 
Gran Dio, Carlo, devi capire quello che cerco di dire. 
L'Utopia significa semplicemente l'esattezza! 
Il comunismo significa togliere gli errata dalla storia. 
Dall'uomo. Correggere bozze.» 
George Steiner, il Professore: cap. VIII, pp. 67 sg.



Questo è il vero genio del capitalismo: 
impacchettare, mettere l'etichetta 
con il prezzo sui sogni degli uomini. 
Mai valutarci al di sopra della nostra mediocrità. [...] 
Con quanta precisione l'America ha valutato l'uomo, 
riducendolo al benessere, 
mettendo pace tra i desideri umani e l'appagamento. 
George Steiner, il Professore:  cap. VIII, pp. 60 sg.


E quando l'America dice: 
"Sii soltanto te stesso," 
non dice: "Non migliorarti." 
Dice: "Lotta per quel Premio Nobel, 
se è questo che ti accende l'anima. 
O per quella piscina riscaldata." 
Non che l'America creda 
che le piscine riscaldate siano il Partenone; 
non le considera nemmeno una necessità. 
Ma perché sembrano procurare piacere e causare pochi danni. [...] Sai, Professore, l'America è probabilmente la prima nazione e società nella storia dell'umanità a incoraggiare gli esseri comuni, fallibili e impauriti, a sentirsi a loro agio nella propria pelle. [...] 
Ma, tutto sommato, l'America è davvero l'unica grande potenza, l'unica comunità che, a differenza di tutte le altre che conosco, 
si sforza di rendere la terra un filino migliore, 
un filino più speranzosa di quanto l'abbia trovata. 
Infatti la speranza è la principale materia prima della nazione e la sua maggior esportazione. 
George Steiner, Carlo: cap. VIII, pp. 62 sg.



Cosa diavolo può sperare un ricco? 
Perché tormentarti con la speranza quando hai la pancia piena? 
E' questo che fa di ogni vittima un ebreo, un vero ebreo. 
Il progenitore degli autentici eletti non è Abramo, che era miliardario. 
Non discendiamo da Giobbe, che raddoppiò i suoi beni. 
Siamo figli di Agar. 
Ci siamo cibati di sassi e le vespe hanno cantato per noi. 
Non può esistere un comunista, un vero socialista che non sia, in fondo, un ebreo. [...] 
C'erano ebrei che vedevano più in fondo alle cose 
e capirono che il Messia non sarebbe mai venuto. Mai. 
O piuttosto che il Messia era un uomo anche lui. 
Che la rivelazione e i grandi venti a venire erano quelli della nostra storia. 
Che gli uomini e le donne ordinari non avevano neppure cominciato ad essere se stessi. [...] 
Uomini e donne, creature della ragione, custodi di questa terra: 
sì, c'è un Messia, e una Gerusalemme. 
Ma non dopo il nostro funerale e non fatti di nubi rosee. 
E ci sono leggi, ma non sono quelle eruttate da qualche vulcano nel Sinai. 
Ci sono le leggi della storia, e della scienza, e della domanda e dell'offerta. 
George Steiner, il Professore: cap. VIII, pp. 50 sg.




Hai ragione, perché trasformare l'acqua in vino? 
Un trucco da baraccone, sono d'accordo. 
Quando puoi trasformare il sangue e il sudore dell'uomo in oro e ferro. [...] 
Nel cuore del comunismo c'è la menzogna. 
La menzogna centrale, assiomatica: 
un regno di giustizia, una fratellanza senza classi, 
una liberazione dalla servitù qui e ora. In questo mondo. 
È questa la grande menzogna. 
La corruzione e il tradimento sistematici della speranza umana. 
George Steiner, Carlo: cap. VIII, pp. 54 sg.



È indispensabile essere elitari – ma nel senso più autentico del termine: 
prendersi la responsabilità per «il meglio» della mente umana.
Una élite culturale deve sentirsi responsabile della conoscenza e della conservazione delle idee e dei valori più importanti, dei classici, del significato delle parole, della nobiltà dei nostri spiriti. Essere elitari, come ha spiegato Goethe, significa essere rispettosi: rispettosi del divino, della natura, degli altri esseri umani, e dunque della nostra umana dignità.[1]
 Citato in Riemen, prologo a Steiner 2006

Heidegger è il grande maestro della meraviglia, l'uomo il cui stupore di fronte al semplice fatto che noi siamo invece di non essere ha posto un luminoso ostacolo sul sentiero dell'ovvio.
George Steiner


Non ci sono stati successori di Joyce nella lingua inglese; forse non ce ne possono essere di un talento così esauriente del suo proprio potenziale.[3]
 citato in Charles Shaar Murray, Jimi Hendrix. Una chitarra per il secolo, traduzione di Massimo Cotto, Feltrinelli 1992>





George Steiner. “Ci sarà una guerra e torneremo a leggere”
Incontro con il grande critico “È il tempo dell’odio, ma la gente riscoprirà la riflessione e la musica”
«No, niente passeggiata». Lo hanno intervistato tante persone illustri. Non ha senso. E poi, a 86 anni, è troppo cagionevole. Capisco che sta per riattaccare. «Aspetti, che ne pensa di due passi in giardino, attorno alla casa?». Pensavo ad Albert Speer a Spandau, a come il vice di Hitler girando in tondo per il cortile del carcere immaginava di andare a Heidelberg. Ma Spandau non è Cambridge e Speer sotto ogni profilo è l’opposto di George Steiner. Nel mio pensiero Steiner è un girovago intellettuale che si è lasciato indietro gran parte della sua generazione. Avevo 17 anni quando ascoltai un suo coraggioso discorso sulla supremazia della letteratura che avvalorò la mia scelta della facoltà di Lettere. All’università studiai i suoi “La morte della tragedia” e “Dopo Babele” e avrei preferito avere lui come docente invece degli pseudo-campioni dello strutturalismo che continuavano, in maniera scandalosa, a negargli la cattedra. Quindi se esiste un intellettuale con cui non mi dispiacerebbe fare due passi, anche solo un giretto, è proprio Francis George Steiner. All’altro capo del filo c’è esitazione. «Va bene».

L’uomo in maglia bianca mi apre la porta con un sorriso. Sotto il mento ha una barbetta da mandarino cinese. La stretta di mano è goffa – come il Kaiser e Lord Halifax non riesce a ruotare il braccio per via di un’atrofia muscolare congenita. «Nasce tutto da lì», dice. «I primi anni di vita li ho passati in terapia, cliniche a Parigi e in Svizzera. Mia madre ha lottato contro la mia menomazione come una leonessa. Mi costringeva ad allacciarmi le scarpe – avrei potuto averle con la zip, ma no. Dovevo per forza scrivere con la destra – potevo farlo benissimo con la sinistra, ma no. Mia madre non mi permetteva di aggirare il problema. Quando avevo quattro anni arrivò il momento fatidico in cui mi disse: “Non ti rendi conto della fortuna che hai: non farai il militare”. All’epoca la leva durava tre anni, ti distruggeva la vita. Ne fui così felice che non mi sentii mai più menomato né condannato, ma speciale e privilegiato». Può anche essere che ne derivi quello che Steiner considera il suo maggior talento: «La mia prima dote nella vita è stata una sfacciataggine cosmica».

«Ora che mi avvicino alla fine dei miei giorni mi affascinano i limiti di tutta la narrativa. Né Shakespeare né Dante sarebbero riusciti a inventare Stephen Hawking, la sua persona, le sue opere. Dal minuscolo margine di una palpebra è al centro dell’universo ».
Anche Steiner abita i margini. Ha passato gran parte della sua vita a bordo ring degli studi umanistici definendosi “l’uccellino pulitore dei rinoceronti”, un piccolo volatile giallo che vide in Africa che, appollaiato sul dorso del rinoceronte, segnalava a tutti l’arrivo dell’animale. Analogamente, dice, un insegnante e un critico validi ti diranno cosa leggere e perché.
Sulla poltrona gialla di fronte si sono seduti scrittori che hanno fatto esclamare Steiner di meraviglia. In questa stanza è entrato misurando i passi Jorge Luis Borges, il mago cieco d’Argentina. Per Steiner «Borges rappresenta un particolare momento della storia dell’immaginazione. Ha lasciato una sorta di incantesimo, seppur breve».
All’epoca Steiner aveva due bimbi piccoli. «Borges si sedette su quella poltrona a raccontargli storie. Volle che non fossi presente. Lo portammo in auto alla facoltà di lettere dove avrebbe tenuto un’importante conferenza. Lo accompagnai all’ingresso. “Non vorrà certo entrare”, mi disse. Era capace di una finissima, soprannaturale empatia. La facoltà di lettere mi aveva comunicato che non mi sarebbe stata assegnata una cattedra, per cui non avevo accesso alla sala docenti». Un altro occupante della poltrona gialla fu Bruce Chatwin, di ritorno dalla Scozia, dove, a quanto sosteneva, era stato a caccia di cervi. Dice Steiner: «Ho una teoria sugli uomini belli. Esser belli è difficile e Bruce era bello davvero. Seduto su quella poltrona lesse brani interi del manoscritto de Le vie dei canti . Avevo contattato Shawn al New Yorker segnalandogli Chatwin, il suo libro sulla Patagonia mi aveva fatto impazzire. Shawn lo bocciò. Il suo riserbo era leggendario: lasciava trapelare una profonda diffidenza, come se non credesse a una sola parola».

«Appartengo a una specie bizzarra in estinzione, quella degli intellettuali impegnati. Un tempo si usava il termine russo, intellighènzia», dice con un ampio gesto della mano. «Questa stanza è un’enciclopedia di umanesimo perduto. Qui ho esemplari che credo non si trovino né a Cambridge né alla Biblioteca Bodleiana. La prima pubblicazione, su rivista, del Tractatus di Wittgenstein. La prima edizione di Essere e tempo di Heidegger. E il talismano della casa!». Si alza di scatto per tirarlo giù, un libriccino blu che estrae a fatica dalla custodia di cartone. Lo solleva con deferenza mostrando un nome stampigliato sull’ultima pagina in inchiostro violetto: “F. Kafka”.
Non mi dica… «Sì, sì, della sua biblioteca sono sopravvissuti solo tre libri, questo è uno».
Leggo il titolo, Was du tust, das tue recht, e noto che è stato stampato a Stoccarda nel 1910. «Ciò che fai andrà bene», traduce. «Una tesi pedagogica, del tutto mediocre sull’istruzione femminile ». Lo ha letto? «No, è un libro insulso, ma spesso l’ho preso in mano e ho sentito un brivido intenso lungo la schiena al pensiero che Kafka lo aveva avuto a sua volta tra le mani».

Come Kafka, il padre di Steiner, Frederick, lavorava per una banca a Vienna. Sigmund Freud e Frederick Steiner erano amici. Andavano a passeggio a Vienna e sui colli intorno, chiacchierando. Steiner, maestro di connessioni, non riesce a immaginare che Hitler, Freud, Mahler e suo padre non si siano mai incontrati a passeggio sul Ring. «È inevitabile, soggiornando nella stessa città per due, tre anni». Aveva cinque anni quando udì la frase che, a suo dire, ha improntato tutta la sua vita. Stava osservando dalla finestra a Parigi la folla che urlava “morte agli ebrei! “ e suo padre disse: «Non devi mai aver paura; quel che hai davanti agli occhi si chiama storia».
Steiner non andò incontro al destino di tutti i suoi compagni di classe ebrei, tranne due, grazie alla dritta di un uomo d’affari tedesco nella neutrale New York. Nel gennaio 1940 in una toilette del Wall Street Club, il padre di Steiner si imbatté in un conoscente, un dirigente della Siemens, che afferrandolo per un braccio gli disse: «Mi ascolti bene, che le piaccia o no. Molto presto arriveremo in Francia. Porti via la sua famiglia, costi quello che costi». Quando, cinque mesi dopo, i carri armati nazisti entrarono a Parigi, gli Steiner erano in America.
Nell’estate del 1943 giunse un altro momento decisivo. «Ero in vacanza a White Plains, fuori New York, e in uno studio medico vidi sulla rivista Life un paginone dedicato ai membri dell’Accademia sovietica della scienza, in cui erano indicate le rispettive competenze: radiologia, biochimica, matematica». A 14 anni Steiner restò molto colpito dal fatto che non si trattasse di artisti, bensì di scienziati. «Mi incaponii a fare quello da grande, non so spiegarlo, ma fu decisivo. La mia unica ambizione divenne studiare scienze a Chicago». Ebbe insegnanti di tutto rispetto, Enrico Fermi di fisica, Harold Urey di chimica. Ma non servì. «Mi dissero che tecnicamente ero un idiota. Potevo contare sulle capacità mnemoniche esercitate al liceo nel sistema scolastico francese, ma non avevo un briciolo di creatività. Se almeno, come un certo Jim Watson, fossi stato indirizzato alla biologia… Fu così che, col cuore a pezzi, approdai alla letteratura e alla filosofia».
Da Chicago passò a Harvard, dove si laureò, quindi a Oxford, per vedersi respingere la tesi che divenne poi La morte della tragedia .
(«Stupefacente, non trova? »); poi vennero l’Economist, Princeton e, nel 1961, Cambridge.
Prende una chiave e a piccoli passi leggeri mi porta fuori, nel suo giardino all’inglese. Steiner scrive dell’importanza del camminare nel suo ultimo libro, The Idea of Europe . Kant che attraversa Königsberg con precisione cronometrica. Le passeggiate di Kierkegaard per Copenhagen. Il corpulento Coleridge che ogni giorno percorreva cinquanta chilometri su terreni ardui e montuosi poetando o ragionando su complessi temi teologici a ogni passo. Secondo Steiner è una pratica che ci differenzia dall’America. «In America non si va da una città all’altra a piedi».
L’Europa invece è stata plasmata e umanizzata dal piede umano. Non è esagerato affermare che tutta la nostra filosofia è stata condizionata dal camminare, dal semplice atto di mettere un piede davanti all’altro che in men che non si dica ci porta a destinazione.

Steiner inserisce la chiave nella toppa, mi invita a entrare. Il suo studio ha il perimetro pentagonale e il soffitto a piramide. La luce cade dall’alto sulla scrivania occupata da una macchina da scrivere elettrica di dimensioni ragguardevoli. Steiner vi si siede ogni mattina con un libro scelto a caso. «Prendo un paragrafo e lo traduco nelle mie quattro lingue» e scrive la traduzione su un pezzo di carta che getta nel cestino. Lo definisce «un esercizio musicale della mia pluralità». Poi, dopo aver risposto alla mezza dozzina di lettere che riceve ogni giorno, legge per un’ora o due.
«L’idea era di avere qui i 1200 volumi indispensabili. Non funziona però. Sono costretto a fare sempre avanti e indietro». Me li presenta, come degli amici. Nietzsche, Hegel davanti a sé, sulla parete alla sua sinistra Celan, la scuola di Francoforte.
Cosa le piacerebbe aver scritto?, gli chiedo. «Narrativa di altissimo livello». Perché non lo ha fatto? «Ero troppo dispersivo e appassionato di troppe cose». O è stato qualcos’altro a limitarlo? Anche quando segnalava i nomi degli autori che dovevamo leggere avvertiva sempre che il rinoceronte su cui era appollaiato era una bestia pericolosa, capace di travolgere e distruggere. Che gli studi umanistici non sono di per sé umanizzanti, bensì troppo spesso legittimano la bestialità. In The Idea of Europe ci ricorda che «L’Europa è il luogo in cui il giardino di Goethe quasi confina con Buchenwald».
Steiner è pessimista, pensa che non abbiamo mai toccato un livello superiore di brutalità e vede profilarsi una catastrofe. «Ci sarà una guerra. Posso essere più preciso. È imminente». Una guerra religiosa islamica che darà il via al nuovo Armageddon. «Si tratta di odi implacabili. Già non si riescono a bloccare gli sbarchi di profughi in Italia. È un fiume in piena».
Però lo rincuora il pensiero che in tempi di catastrofe «la gente riprenderà a leggere, a riflettere, tornerà alla musica. Niente paura, il destino non ama la vacuità». Mi parla dell’attacco dei ceceni alla scuola russa di Beslan. «I bambini erano rimasti per tre giorni senza cibo né acqua ma con un’insegnante coraggiosa, che il terzo giorno disse loro “Preghiamo assieme Dio e i vangeli”. I bambini si rifiutarono. “Noi preghiamo il mago di Harry Potter, lui verrà”. E i bambini avevano ragione ».
(Intervista a George Steiner.A cura di NICHOLAS SHAKESPEARE traduzione di Emilia Benghi)

L’ESERCIZIO
Ogni mattina prendo un paragrafo a caso e lo traduco nelle mie quattro lingue. È l’esercizio della mia pluralità

I LIMITI
Mi affascinano i limiti della narrativa Né Shakespeare né Dante sarebbero riusciti a inventare Stephen Hawking

L’EUROPA
Da Kant a Coleridge è stata fondata sul camminare In America non si va da una città all’altra a piedi


«Un libro mai scritto è più di un vuoto. Accompagna l'opera che si è compiuta come un'ombra fattiva, insieme ironica e dolente. È una delle vite che non abbiamo potuto vivere, uno dei viaggi che non abbiamo intrapreso. La filosofia insegna che la negazione può essere determinante. È più del rifiuto di una possibilità. La privazione ha conseguenze che non possiamo prevedere o valutare con precisione. È il libro che non è stato mai scritto che avrebbe potuto fare la differenza. Che avrebbe potuto permetterci di fallire meglio. O forse no.»
George Steiner


Descrizione
Dopo aver pubblicato decine di saggi, romanzi e racconti, George Steiner racconta i sette libri che non ha scritto per discrezione, o perché l'argomento era troppo doloroso, o perché la sfida intellettuale o personale del progetto è risultata troppo ardua. Gli argomenti sono i più disparati e sfidano convenzioni e tabù: il tormento cui è sottoposto chi, pur dotato di talento e capacità, si trova a confronto con il genio; l'esperienza del sesso fatto in lingue diverse; l'amore per gli animali quando supera l'amore per gli esseri umani; il costoso privilegio dell'esilio; una teologia del vuoto. Temi disparati e apparentemente inconciliabili, ma che hanno invece in comune l'idea che il nostro meglio, ciò che arriviamo a compiere, è solo la punta dell'iceberg.



È stato docente di letteratura comparata in molte università quali Princeton, Stanford, Oxford e altre. Il suo approccio alla letteratura è in termini morali e religiosi (è stato allievo dello studioso di mistica ebraica Gershom Scholem) e il suo interesse è rivolto al rapporto tra potere, barbarie e cultura con particolare riferimento alle vicende e questioni inerenti al popolo ebraico.

« Molto personale è la sua posizione sullo stato di Israele: tra le colpe del nazismo c’è quella di averne legittimato la nascita (per reazione alla Shoah), mentre la ricchezza della cultura ebraica è tutta nella diaspora e nel suo spirito cosmopolita. »

Filosofia del linguaggio
Di particolare interesse e piuttosto controverso è stato il suo romanzo "Il processo di San Cristobal" ("The portage to San Cristobal of A.H.") di ispirazione fantastica: Steiner infatti si immagina che Adolf Hitler sia ancora vivo e si sia rifugiato in Brasile, dove un commando del Mossad viene inviato per portarlo in Israele e processarlo. Al di là della cornice fantastica, "Il processo di San Cristobal" presenta acute pagine di riflessione filosofica sul linguaggio: in particolare, Steiner cerca di illustrare la "potenza negativa del linguaggio" e accosta la figura di Hitler alla figura del falso messia Shabbatai Tzevi, giungendo addirittura all'affermazione paradossale e provocatoria che il Führer sia stato il "vero" messia ebraico, poiché ha portato alla fondazione dello stato di Israele. Secondo la filosofia del linguaggio di Steiner, l'affermazione della "messianicità" di Hitler va compresa in modo del tutto ipotetico e paradossale come lo spunto per una riflessione filosofica profonda sulla natura del linguaggio: il linguaggio non è solo uno "strumento positivo" di comunicazione, ma anche un mezzo di distruzione, di coercizione e di propaganda.[2]




https://it.wikipedia.org/wiki/George_Steiner




Andrea Grieco Filosofo
Spieghiamo brevemente il rapporto che la Germania ha con la filosofia.
La Germania ebbe un grande filosofo; Kant e non lo capì.
Dopo l'uscita della Critica della ragion pura, nessuno comprese nulla.
Il filosofo scrisse successivamente i Prolegomeni per semplificare i concetti cola' espressi,
ma nessuno capì niente lo stesso.
Venne poi Hegel e la sua confusione, e i tedeschi, pur non capendolo, lo preferirono a Kant.
Comparse in seguito Schopenhauer,
ma rimase ignorato per quasi tutta la vita a causa di quel sofista di Hegel.
Si presentò sulla scena un'altro grande fenomeno filosofico tedesco,
il quale ha abbindolato i germanici e il mondo con le sue fantasticherie,
cioè Marx, che, avendo ribaltato le categorie hegeliane,
ha ridotto la filosofia ad un processo dialettico di lotta di classe.
Salì sul palcoscenico infine Nietzsche e la sua Volontà di potenza;
ed ecco che il nazismo prese la palla al balzo.
Questi sono i tedeschi. E la storia poi è continuata con Heidegger etc..



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