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venerdì 18 ottobre 2013

Il logorroico. LA LOGORREA È UNA PAROLA DERIVATA DAL GRECO CHE SIGNIFICA “FLUSSO ECCESSIVO DI PAROLE”. Il logorroico allora è colui che ha una verbosità notevole e TENDE A OCCUPARE TUTTO LO SPAZIO RELAZIONALE CON UNA SORTA DI DIARREA VERBALE INCESSANTE.


Il logorroico. LA LOGORREA È UNA PAROLA DERIVATA DAL GRECO CHE SIGNIFICA “FLUSSO ECCESSIVO DI PAROLE”. Il logorroico allora è colui che ha una verbosità notevole e TENDE A OCCUPARE TUTTO LO SPAZIO RELAZIONALE CON UNA SORTA DI DIARREA VERBALE INCESSANTE.
Il logorroico PARLA IN CONTINUAZIONE FACENDO USO DI PAROLE RICERCATE E A VOLTE SUPERFLUE PER ESPORRE IL SUO PENSIERO. Può essere espressione di una malattia mentale o neurologica di una certa gravità, ma nella forma più comune il logorroico è un tipo che eccede nella comunicazione verbale. TENDE A FARE MONOLOGHI PIUTTOSTO CHE ASSECONDARE UN DIALOGO TRA LUI E L’ALTRO.
Per alcuni versi denota abilità oratoria ed è una qualità che attiene alle persone dotate di buone capacità intellettuali. Ma IN ALCUNI CASI IL LOGORROICO È INCAPACE DI FARE SINTESI, ovvero di esprimere un pensiero nella sua forma essenziale. SI PERDE NELLA DESCRIZIONE DI DETTAGLI E RIEMPIE IL SUO DISCORSO DI ELEMENTI POCO UTILI ALL’ECONOMIA DELLA COMUNICAZIONE.
Ha un bisogno estremo di chiarimento e sente che essere sovrabbondante di concetti gli assicura la comprensione dell’altro. In questo modo il logorroico denota un certo BISOGNO DI ATTENZIONE, ma allo stesso tempo mostra di NON ESSERE DISPOSTO AD ASCOLTARE. Per lo più ne è incapace. PARLA PIÙ PER SÉ CHE PER GLI ALTRI. Si compiace del suo modo eccessivo di articolare il pensiero e di esprimerlo ma non sa entrare nella dimensione del dialogo perché SPESSO È CHIUSO ALLA COMUNICAZIONE.
Da un punto di vista psicologico il logorroico è esibizionista, uno che vuol dare mostra di sé e delle sue doti. ESIBISCE CON LA SUA PARLANTINA ECCESSIVA E STRARIPANTE UN’ACUTA NECESSITÀ DI RIEMPIRE DA SOLO TUTTA LA RELAZIONE. Si potrebbe dire che PARLANDO IN MODO ECCESSIVO NON DÀ SPAZIO ALL’ALTRO PERCHÉ NON LO CONSIDERA. Forse teme l’altro e lo vuole controllare impedendogli di esprimere il suo pensiero. È UN NARCISISTA in quanto si compiace di come parla e della quantità di cose che riesce a dire. Ma IL LOGORROICO POTREBBE AVERE ANCHE PAURA DEL SILENZIO E DEL VUOTO. È angosciato dallo spazio della riflessione e non si permette di ascoltare se stesso. Parla in continuazione per non sentire quello che accade dentro di lui. Porta con sé l’idea egocentrica del bambino che vuole essere sempre in evidenza e al centro di ogni rapporto.

Officina del Benessere - Psicoterapia

martedì 22 gennaio 2013

Sapienza. L'arte della gioia. Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali. E poi, ripulirle dalla muffa

 
 
Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali. E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l'uso quotidiano adopera con maggior frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione.
Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel "mio" contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro le parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima. E il mio odio crebbe giorno per giorno: l'odio di sentirsi ingannati.Trovai ciò che tutti i poeti sanno, che si può uccidere con le parole, oltre che con il coltello e il veleno.
 L'arte della gioia, G.Sapienza
 

sabato 19 gennaio 2013

Nelson Goodman. “Il modo di essere del mondo”. A volte i filosofi confondono le caratteristiche del discorso con le caratteristiche dell’oggetto del discorso. È difficile che si arrivi a sostenere che il mondo consiste di parole solo perché una sua descrizione vera consiste di parole; eppure talvolta si suppone che il mondo presenti la medesima struttura di una sua descrizione



Nelson Goodman. Linguomorfismo e misticismo.
A volte i filosofi confondono le caratteristiche del discorso con le caratteristiche dell’oggetto del discorso. È difficile che si arrivi a sostenere che il mondo consiste di parole solo perché una sua descrizione vera consiste di parole; eppure talvolta si suppone che il mondo presenti la medesima struttura di una sua descrizione. Questa tendenza può sfociare persino nel linguomorfismo qualora il mondo venga concepito come costituito da oggetti atomici corrispondenti a certi nomi propri e di fatti atomici corrispondenti a enunciati atomici. Ci imbattiamo in una vera e propria ‘reductio ad absurdum’, poi, quando qualche filosofo d’occasione afferma che una descrizione semplice risulterà adeguata soltanto se il mondo è semplice; o asserisce (e l’ho sentito dire in tutta serietà) che una descrizione coerente sarà una deformazione a meno che il mondo non sia anch’esso coerente. Secondo questa linea di pensiero presumo che, prima di descrivere il mondo in italiano [nel testo originale, qui sotto riportato: ‘in inglese’], dovremo stabilire se esso è scritto in italiano ed esaminarne molto attentamente la grafia.
È abbastanza ovvio che la lingua, la scrittura, la presentazione tipografica, la prolissità di una descrizione non riflettono alcuna caratteristica parallela del mondo. La coerenza è una caratteristica delle descrizioni, non del mondo: la domanda appropriata non è se il mondo sia coerente, ma se lo è la nostra spiegazione. E ciò che intendiamo con «semplicità» del mondo è soltanto la semplicità che riusciamo a ottenere nel descriverlo.
La confusione di cui ho parlato è relativamente evidente nel caso di enunciati isolati e, pertanto, relativamente meno pericolosa dell’errore di supporre che la struttura di una descrizione sistematica vera rispecchi la struttura del mondo. Poiché un sistema consta di termini o elementi di base o primitivi o di una gerarchia progressiva costruita a partire da questi, si potrebbe facilmente giungere a supporre che il mondo debba essere costituito di corrispondenti elementi atomici connessi in modo analogo. Nessuna teoria avanzata negli ultimi anni da eminenti filosofi sembra più ovviamente erronea della teoria raffigurativa del linguaggio. Eppure ancora si trovano acuti filosofi che ricorrono frettolosamente a una nozione di qualità o particella assolutamente semplice. E molti di coloro che non commettono l’errore di pensare che il mondo sia divisibile unicamente in elementi ultimi, pensano tuttavia che i ‘significati’ debbano essere analizzati mediante una scomposizione del genere, sottoscrivendo così l’assolutismo che si cela nella distinzione tra proposizioni analitiche e sintetiche.
[…]
Ciò che voglio discutere è una spiacevole sensazione che mi prende ogniqualvolta metto in guardia contro la confusione in questione. Mi par di sentire, infatti, l’anti-intellettualista, il mistico – il mio grane nemico – apostrofarmi più o meno così: «Certo, si tratta proprio do ciò che da tempo vado dicendo. Ogni descrizione non è che una misera caricatura. La scienza, il linguaggio, la percezione, la filosofia – nessuna di queste cose potrà mai darci un ritratto assolutamente fedele del mondo così come esso è. Tutte introducono delle astrazioni o convenzionalizzazioni di questo o di quell’altro tipo; tutte filtrano il mondo attraverso la mente, i concetti, i sensi, il linguaggio; e tutti questi strumenti di filtraggio deformano in qualche modo il mondo. Il punto non è che ciascuno dia soltanto una verità parziale, ma che ciascuno introduce proprie deformazioni. Non otteniamo mai, neanche parzialmente, un ritratto realmente fedele del modo di essere del mondo». 
Qui parla il bergsoniano, l’oscurantista, che mentre sembra ripetere le mie stesse parole, in realtà sta chiedendo: «Qual è la differenza fra noi? non possiamo essere amici?». 
[…]
Poiché il mistico è interessato al modo di essere del mondo e scopre che non v’è possibilità di esprimerlo o descriverlo, la sua risposta ultima alla domanda circa il modo di essere del mondo dovrà essere il silenzio, come egli stesso riconosce. Poiché io sono invece interessato ai modi di essere del mondo, la mia risposta consisterà nel costruire una o molteplici descrizioni. La risposta alla domanda «Qual è il modo di essere del mondo? Quali sono i modi di essere del mondo?» non è il silenzio, ma un continuo discorrere.”
NELSON GOODMAN (1906 – 1998), “Il modo di essere del mondo”, trad. di Antonio Rainone, in AA.VV., “Novecento filosofico e scientifico”, a cura di Antimo Negri, Marzorati, Milano, 1991, 5 voll., vol. II ‘Protagonisti’, 1. ‘Introduzione’, pp. 907 - 908; 5. ‘Il modo di essere del mondo’, p. 913.



“ Philosophers sometimes mistake feature of discourse for features of the subject of discourse. We seldom conclude that the world consists of words just because a true description of it does, but we sometimes suppose that the structure of the world is the same as the structure of the description. This tendency may even reach the point of linguomorphism when we conceive the world as comprised of atomic objects corresponding to atomic sentences. A ‘reductio ad absurdum’ blossoms when an occasional philosopher maintains that a simple description can be appropriate only if the world is simple; or asserts (and I have heard this said in all seriousness) that a coherent description will be a distortion unless the world happens to be coherent. According to this line of thinking, I suppose that before describing the world in English we ought to determine whether it is written in English, and that we ought to examine very carefully how the world is spelled.
Obviously enough the tongue, the spelling, the typography, the verbosity of a description reflect non parallel features in the world. Coherence is a characteristic of descriptions, not of the world: the significant question is not whether our account of it is. And what we call the simplicity of the world is merely the simplicity we are able to achieve in describing it.
But confusion of the sort I am speaking of relatively transparent at the level of isolated sentences, and so relatively less dangerous than the error of supposing that the structure of a veridical systematic description mirrors forth the structure of the world. Since a system has basic or primitive terms or elements and a graded hierarchy built out of these, we easily come to suppose that the world must consist of corresponding atomic elements put together in similar fashion. No theory advocated in recent years by first-rate philosophers seems more obviously wrong than the picture theory of language. Yet we still find acute philosophers resorting under pressure to a notion of absolutely simple qualities or particles. And most of those who avoid thinking of the world as uniquely divisible into absolute elements still commonly suppose that ‘meanings’ do resolve thus uniquely, and so accept the concealed absolutism involved in maintaining the distinct between analytic and synthetic propositions.
[…]
What I want to discuss is an uncomfortable feeling that come upon me whenever I warn against the confusion in question. I can hear the anti-intellectualistic, the mystic – my arch enemy – saying something like this: ‘Yes, that’s just what I’ve been telling you all along. All our descriptions are a sorry travesty. Science, language, perception, philosophy – none of these can ever be utterly faithful to the world as it is. All make abstractions or conventionalizations of one kind or another, all filter the world through the mind, trough concepts, trough the senses, through language; and all these filtering media in some way distort the world. It is not just that each introduces distortion of its own. We never achieve even in part a really faithful portrayal of the way the world is’.
Here speaks the Bergsonian, the obscurantist, seemingly repeating my own words and asking, in effect, ‘What’s the difference between us? Can’t we be friends?’.
[…]
Since the mystic is concerned with the way the world is and finds that the way cannot be expressed, his ultimate response to the question of the way the world is must, as he recognizes, be silence. Since I am concerned rather with the ways the world is, my response must be construct one or many descriptions. The answer to the question ‘What is the way the world is? What are the ways the world is?’ is not a shush, but a chatter.”
NELSON GOODMAN, “The Way the World Is” (This paper was read at Princeton University in November, 1955, and has since been read at Harvard and Brandeis Universities.), in ‘The Review of Metaphysics’, Philosophy Education Society Inc., Washington, Vol. 14, No. 1 (Sep., 1960), pp. 48 – 56, 1. ‘Introduction’, pp. 48 – 49; 5. ‘The Way the World Is’, p. 55. Rist. In NELSON GOODMAN, “Problems and Projects”, Bobbs-Merrill, Indianapolis & New York 1972, pp. 24 – 32.

martedì 14 febbraio 2012

Il Fedro: La critica alla scrittura. Perché vedi, Fedro, la scrittura (graphè) ha una strana qualità, simile veramente a quella della pittura (zographìa). I prodotti della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se domandi loro qualcosa, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano i discorsi (logoi): crederesti che potessero parlare quasi che pensassero; ma se tu, volendo imparare, domandi loro qualcosa di ciò che dicono, ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo per iscritto, ogni discorso (logos) si rivolge a tutti, tanto a chi l'intende quanto a chi non ci ha nulla da fare, e non sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato ed offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi





Pieni di presunte conoscenze, perché hanno da te acquisito molte informazioni senza mai coglierle nella loro verità, si crederanno pronti a giudicare su ogni cosa e saranno insopportabili a frequentarsi, perché invece di essere sapienti, come si credono, saranno solo una accozzaglia di frasi.
Platone, Fedro (275a)

"Impegno molto più bello é quando uno, servendosi dell'arte dialettica, prendendo un'anima adatta, vi pianta e vi semina con scienza discorsi che sono capaci di venire in aiuto a se stessi e a chi li ha piantati, e che non sono infruttiferi, ma hanno in sé germi donde scaturiranno altri discorsi piantati in altre persone, discorsi capaci di produrre questi effetti senza mai venir meno e di rendere felice chi ne possiede il dono, per quanto all'uomo é possibile." 
Platone - Fedro 276e - 277a


Le cose non sono sempre tali quali si mostrano; il loro primo aspetto inganna molti; poche menti scoprono ciò che l'industria nasconde nell'intimo di esse.
Fedro



Quanto alla divina follia ne abbiamo distinte quattro forme a ciascuna della quali è preposta una divinità: Apollo per la follia profetica, Dionisio per la iniziatica, le Muse per la follia profetica mentre la quarta, la più eccelsa, è sotto l'influsso di Afrodite e di Amore.
Platone, Fedro 265b: Socrate



Una volta che sia stato scritto, ogni discorso rotola da tutte le parti, indifferentemente, nelle mani di chi se ne intende e in quelle di chi non è interessato, ignorando a chi deve parlare e a chi no. E se è offeso o ingiustamente vituperato, ha sempre bisogno del soccorso del padre: da solo è incapace di rintuzzare un attacco o difendersi.
Platone



La scrittura, davvero come la pittura, ha qualcosa di terribile (deinon): infatti la sua progenie ci sta davanti come se fosse viva, ma, se le si chiede qualcosa, rimane in un maestoso silenzio. Allo stesso modo fanno i discorsi (logoi): si crederebbe che parlassero, come se pensassero qualcosa, ma se per desiderio di imparare si chiede loro qualcosa di quello che dicono, comunicano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta messo per iscritto, ogni discorso circola per le mani di tutti, tanto di chi l'intende quanto di chi non c'entra nulla, né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato e offeso ingiustamente, ha sempre bisogno dell'aiuto del padre perché non è capace né di difendersi né di aiutarsi da sé. (275d-e)
Platone, Il Fedro.

http://bfp.sp.unipi.it/dida/fedro/ar01s20.html





Il mito di Theuth (Fedro 274b-275c)

Il dio egiziato Teuth - racconta Socrate - inventò i numeri, il calcolo, la geometria, l'astronomia, il gioco della petteia 4 e dei dadi, e anche le lettere (grammata). (274c) Si presentò quindi al faraone Thamus per illustrargli le sue technai. Quando giunse ai grammata, disse:
- O re, questa conoscenza (mathema) renderà gli egiziani più sapienti e più dotati di memoria: infatti ho scoperto un pharmakon per la sapienza e la memoria. - E il re rispose: - Espertissimo (technikotate) Theuth, una cosa è esser capaci di mettere al mondo quanto concerne una techne, un'altra saper giudicare quale sarà l'utilità e il danno che comporterà agli utenti; e ora tu, padre delle lettere, hai attribuito loro per benevolenza il contrario del loro vero effetto. Infatti esse produrranno dimenticanza (lethe) nelle anime di chi impara, per mancanza di esercizio della memoria; proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose dell'esterno, da segni (typoi) alieni, e non dall'interno, da sé: dunque tu non hai scoperto un pharmakon per la memoria (mneme) ma per il ricordo (hypòmnesis). E non offri verità agli allievi, ma una apparenza (doxa) di sapienza; infatti grazie a te, divenuti informati di molte cose senza insegnamento, sembreranno degli eruditi pur essendo per lo più ignoranti; sarà difficile stare insieme con loro (syneinai), perché in opinione di sapienza (doxosophoi) invece che sapienti. - (274e-275a)
Socrate invita Fedro, il quale ha osservato polemicamente che questa storia è solo una sua invenzione, a considerare quanto dice il racconto a prescindere dalla sua origine storica, (275b) proprio come si sarebbe fatto in una cultura orale. Ma lo stile "orale" è solo un espediente retorico: Socrate, infatti, non nega che il suo mito è una costruzione artificiale per illustrare una tesi filosofica, che deve essere analizzata nei suoi contenuti. (275c)
  1. La scrittura è una techne. La sua utilità non può essere giudicata da chi la propone - per quanto divino possa essere - ma da chi la usa, 5 cioè dagli egiziani, rappresentati dal faraone Thamus. Anche il Fedro è un dialogo fra due utenti della scrittura: Socrate, attratto dai libri come da un pharmakon, si fa leggere il discorso di Lisia da Fedro; lo stesso testo scritto, sottoposto a discussione, viene poi riletto più volte. Il Socrate storico non ha lasciato nulla di scritto; il Socrate del dialogo ha tuttavia titolo a giudicare su come si deve scrivere in quanto lettore, cioè utente di testi. Platone, autore del dialogo, giudica la scrittura solo dopo aver scelto di usarla, da lettore e da scrittore. La dottrina del primato dell'utente ha un corollario importante: non possiamo valutare una tecnica senza aver prima provato a usarla in maniera consapevole.
  2. La scrittura è un pharmakon e come tale ha sia effetti benefici, sia effetti dannosi:
    • la scrittura rende più facile la hypòmnesis, cioè la conservazione e la trasmissione dell'informazione: nel dialogo, i personaggi possono accedere al discorso di Lisia anche se egli non è effettivamente presente e Fedro non l'ha ancora imparato a memoria;
    • la disponibilità di informazione in gran quantità non aumenta, di per sé, né la memoria né la "sapienza" degli utenti, cioè le loro capacità personali di richiamare alla mente la nozione appropriata nel momento in cui se ne ha bisogno e di valutare e connettere in modo critico i dati conservati e trasmessi meccanicamente;
    • dal momento che l'informazione offerta dalla scrittura dipende da un oggetto esteriore e non da condizioni personali e interpersonali, la synousia, lo stare insieme che fondava il sapere collettivo delle culture orali e delle scuole filosofiche antiche, diventa difficile, perché tende a perdere il suo senso collaborativo e a diventare competizione.
Per Platone, si può parlare di sapere solo se il soggetto conoscente è in grado di disporre criticamente delle nozioni che possiede e di discuterle con gli altri. La sophia, in questo senso, funziona sempre come qualcosa di interpersonale e di sovrapersonale. Se un'idea è solo di qualcuno, non può essere un'idea per tutti: ma se un'idea non è per tutti, non è sapere. La scrittura, tuttavia, produce l'illusione che la vita del sapere sia trasferibile in oggetti che si possono nascondere sotto il mantello, come fa Fedro col discorso di Lisia, vendere e comprare. Occorre dunque chiedersi se sia possibile trar vantaggio della scrittura senza cadere nell'inganno della reificazione del sapere.

http://bfp.sp.unipi.it/dida/fedro/ar01s19.html


Il Fedro: La critica alla scrittura


Nel Fedro, Socrate indirizza una serie di critiche specifiche al medium alfabetico a partire dalla narrazione del mito di Theuth, un'esplicita invenzione che gli permette di portare l'attenzione del suo interlocutore, tramite la componente magica, sull'aspetto innovativo che l'origine della scrittura alfabetica reca con sé. Come il re di Tebe, Socrate afferma che la scrittura non ha, in sé, una funzione conoscitiva: essa è utile nella misura in cui aiuta chi già sa a ricordare [275c].



"Perché vedi, Fedro, la scrittura (graphè) ha una strana qualità, simile veramente a quella della pittura (zographìa). I prodotti della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se domandi loro qualcosa, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano i discorsi (logoi): crederesti che potessero parlare quasi che pensassero; ma se tu, volendo imparare, domandi loro qualcosa di ciò che dicono, ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo per iscritto, ogni discorso (logos) si rivolge a tutti, tanto a chi l'intende quanto a chi non ci ha nulla da fare, e non sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato ed offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi [275c - d]" (trad. it. di P. Pucci, Laterza, p. 119, con alcune correzioni).

Il carattere visivo dell'alfabeto fonetico permette a Platone di equiparare segno grafico e segno pittorico; a partire da questa analogia prendono origine le osservazioni di Socrate, attraverso cui Platone pone in evidenza le caratteristiche proprie del nuovo medium: la fissità dell'oggetto, l'universalità della sua diffusione, la chiusura del suo contenuto e la dipendenza dall'autore



Se le critiche che Socrate muove alla scrittura sono comprensibili in una prospettiva orale, giustificata dal fatto che non abbia lasciato niente di scritto, diversa è la posizione di Platone, che affida alla scrittura la trasmissione dei suoi dialoghi. Come è da intendersi la critica alla scrittura nel Fedro? La relazione tra oralità e scrittura nell'elaborazione del pensiero di Platone è stata oggetto di una lunga discussione da parte dei sostenitori del primato delle dottrine esoteriche (le dottrine non scritte e tramandate oralmente) per la corretta interpretazione platonica, e di chi ha rivendicato, al contrario, la fondatezza e la validità dei dialoghi scritti, nonché la preminenza di tali fonti per la comprensione del pensiero di Platone. 



Friedrich D.E. Schleiermacher introduce alcuni elementi a sostegno della seconda ipotesi. Nella sua Introduzione a Platone del 1804 il filosofo tedesco accompagna alla propria traduzione la raccomandazione, assai importante, di accostarsi, prima che alla letteratura secondaria e alle opinioni, ai testi platonici. È questa l'applicazione diretta del platonismo che Schleiermacher intende proporre ai suoi lettori, e che prende le mosse dalla definizione di conoscenza come processo interiore.

Schleiermacher confuta le interpretazioni che vanificano la ricerca di un'unità nella dottrina platonica sulla base dell'apparente confusione che la forma dialogica e l'identità dei personaggi coinvolti comportano: l'errore che ne deriva consiste nel limitare la funzione del dialogo ad uno strumento accessorio, e non aiuta a giungere ad alcuna conclusione. Anche un secondo errore, di apprezzare il valore linguistico e poetico come una caratteristica secondaria e dubbia dell'opera del filosofo greco, è foriero di malintesi quando porta a ritenere che negli scritti platonici non sarebbe espressa la sua dottrina. Quanto al filosofo tedesco preme, al contrario, dimostrare, è che nella filosofia di Platone è impossibile separare la forma dal contenuto, e che ogni asserzione può essere compresa solo nella sua collocazione, con le limitazioni e i legami in cui lo stesso Platone l'ha espressa

Non si tratta dunque secondo Schleiermacher di esporre le singole opinioni, ma le singole opere, nel modo in cui le sue idee le hanno sviluppate in esposizioni progressive e sempre più complete. Il dialogo e la sua forma non possono essere compresi come una totalità in sé, ma necessitano della connessione con gli altri scritti, come è chiarito attraverso un esplicito riferimento al Fedro; la critica alla scrittura è precisamente una critica all'insegnamento dottrinale, cui Platone contrappone una teoria della conoscenza e dell'apprendimento che ha il suo fondamento nella forma dialogica, senza così negare valore di per sé al dialogo scritto. Al primo tipo di discorso, nel seguito del dialogo Socrate contrappone un altro tipo di discorso, "quello scritto con la scienza (epistème) nell'anima di chi impara, capace di difendere sé stesso, e che sa a chi parlare e di fronte a chi tacere" [276a]. Il riferimento diretto a Fedro, che possiede il logos scritto di Lisia, ma non la conoscenza, è esplicito. 

Poiché il pensiero è autoattività e anche un richiamo al modo in cui si è acquisito, la forma dialogica è indispensabile per l'apprendimento tanto allo scritto quanto all'oralità. Il lettore del dialogo è dunque coinvolto se l'anima è posta nella necessità di cercare la verità, e condotta sulla strada dove può trovarla. Solo sulla base del fatto che il lettore, e più in generale chi impara (mathetès), divenga o meno ascoltatore del proprio interno, è possibile secondo Schleiermacher distinguere in Platone una dottrina esoterica da una essoterica. 



Le tesi di Eric Havelock danno conferma a chi nega che Platone possa aver affidato il cuore della sua dottrina e del suo pensiero alla trasmissione di tipo orale; Platone, come mostra Havelock, fonda la sua epistemologia sul rifiuto del vecchio mondo della cultura orale rappresentato dai poeti, e la sua critica al medium orale dell'epos ne investe tanto la forma quanto il contenuto. La critica alla scrittura del Fedro non sarebbe tuttavia da leggere in contrasto con quanto affermato in precedenza; qui infatti Platone, oltre al merito di mettere in evidenza con lucidità la caratteristica principale del medium alfabetico (il primato della vista sull'udito), dimostra di avere chiara l'importanza della rivoluzione mediatica che sta vivendo, e i limiti specifici del medium grafico.


http://bfp.sp.unipi.it/dida/oscrit/fedro1.htm



L'impossibilità della conoscenza
di Santi Romano


Quando il re di Ninive decise di fare pace col re di Ur, gli mandò un ambasciatore proponendogli un accordo.
Ma costui capì male e riferì peggio.
E il re di Ur pensò d'aver subito un affronto.
La guerra proseguì sempre più ferocemente.
L'anno seguente il re di Ninive mandò un secondo ambasciatore a proporre la pace.
Ma anche questo capì male e riferì peggio.
E la guerra fu ancora più cruenta.
Quindi il re di Ninive decise di inventare la scrittura per evitare qualunque incomprensione.
Dopo 3.000 anni, però, abbiamo scoperto che anche la scrittura è una parabola di interpretare.
Perché rappresenta la parola, che è inconoscibile.
E questa rappresenta il nostro pensiero, che non è univoco.
La conoscenza è impossibile.



Aristotele in La metafisica dice che le api sono intelligenti perché sono sorde.
Basta loro la vista e la propria essenza per sapere esattamente quali azioni compiere e come compierle. Sarebbe cosa buona che anche noi per conoscere i fatti, le persone e la vita non ascoltassimo ciò che ci dicono. E' infatti dentro noi ciò che dobbiamo capire.


 



sabato 21 gennaio 2012

Parmenide, Il poema sulla natura, o Della natura. … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l'una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l'altra che "non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. ...Infatti lo stesso è pensare ed essere.

La posizione di Parmenide è singolare perché è anche il punto di maggiore contatto con l'Oriente.[...] 
La soluzione radicale di Parmenide è questa: il divenire non minaccia più, non può essere nocivo perché non esiste. [...] Tutto l'angosciante, tutto il terribile, tutto l'orrendo del mondo è illusione. Ebbene questa è anche la strada percorsa dall'Oriente: i Veda, le Upanishad, la ripresa buddista del bramanesimo sono tutti grandi motivi che convergono su questo punto: l'uomo è infelice perché non sa di essere felice, perché non sa che il dolore è al di fuori di lui, e che lui è un puro sguardo che non è contaminato dal dolore che gli passa innanzi, così come lo specchio non è contaminato dall'immagine che si riflette in esso. 
Emanuele Severino


La vera conoscenza non nasce dai sensi, ma dalla ragione
Parmenide


La ragione codifica ed organizza le informazioni che i sensi raccolgono.
Parmenide

L'essere è, il non essere non è, pensare ed essere sono la stessa cosa 
Parmenide


« … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l'una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l'altra che "non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo.  ...Infatti lo stesso è pensare ed essere. » 
Parmenide, Il poema sulla natura, o Della natura; II, III. Parmènide di Elea (in greco Παρμενίδης; Elea, 515 a.C. – 450 a.C.) è stato un filosofo greco antico, presocratico. Fu il maggiore esponente della scuola eleatica.

« Εἰ δ' ἄγ' ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς ἐστι κέλευθος - Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ - ,
ἡ δ' ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις.
... τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. » 





 

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