domenica 22 dicembre 2019

Nel XVIII secolo la Pennysilvania e il Maryland erano due colonie in mano a soggetti “privati”: la prima infatti faceva capo alla famiglia dei Penn, la seconda a quella dei Baltimore.

Nel XVIII secolo la Pennysilvania e il Maryland erano due colonie in mano a soggetti “privati”: la prima infatti faceva capo alla famiglia dei Penn, la seconda a quella dei Baltimore.

Accadde che postasi la necessità di individuare un’esatta linea di confine allo scopo di limitare le controversie fra i due proprietari vennero incaricati due agronomi, Charles Mason e Jeremiah Dixon, di tracciare un confine, una linea (che da loro prese il nome) e che rimase poi da allora il limite tra i due Stati.

La linea Mason e Dixon, della quale qualche cippo e traccia sparuta è ancora tutt’oggi visibile, sarebbe stata assunta come la Linea di separazione tra le Colonie del Nord e quelle del Sud. Se infatti non esiste un vero e proprio confine naturale che separi il Nord dal Sud degli Stati Uniti è indubbio registrare che forti differenze esistano, oggi come allora, tra le due “facce” dell’Unione a cui i Padri Pellegrini avevano dato vita a suo tempo: un primo elemento di differenziazione per un viaggiatore che decida di spostarsi longitudinalmente, poniamo da Boston diretto a Miami, è sicuramente di carattere climatico.

Se è corretto dire che i primi coloni sbarcati sulle coste del Massachusetts erano avventurieri di bassa estrazione sociale è indubbio però che al Nord, nelle colonie della Nuova Inghilterra, l'educazione puritana imposta da "Padri Pellegrini" creò un'atmosfera sociale e culturale differente rispetto a quella che si poteva respirare in Virginia o nella Carolina Meridionale. 

Inoltre mentre quello puritano era un nucleo sufficientemente omogeneo il cui ceto dirigente, contraddistinto da una zelante religiosità, era animato da una operosità laboriosa "che fecero definire a Max Weber l'etica calvinista come ideologia del nascente capitalismo", al Sud il quadro era completamente diverso: non vi era mai stato un gruppo egemonico che fosse ideologicamente così compatto come quello presente nella Nuova Inghilterra e il controllo culturale del sistema clericale sulla popolazione era praticamente inesistente. Non deve stupire quindi che fu la Virginia lo stato dell'Unione che per primo percorse la strada della secolarizzazione, attuando una netta separazione fra le aree di pertinenza della Chiesa e dello Stato

Proprio la mancanza quindi di un gruppo ideologicamente predominante favorì la naturale tendenza nel Sud al perseguimento delle libertà individuali rispetto al "comunitarismo" nordista: "Il comune amore per la democrazia - prosegue Luraghi - tendeva in sostanza a svilupparsi nel Nord più attraverso il senso della collettività e del centralismo; nel Sud attraverso quello dell'individualismo e del decentramento".

Ma fu soprattutto, come dicevamo, la distanza economica dettata dalla profonda diversità geografico-ambientale e marcare i due diversi volti degli Stati Uniti: il Nord, dal terreno molto più aspro e montagnoso, ricoperto da boschi di conifere e sommerso dalla neve per lunghi periodi dell'anno, era poco adatto alla coltivazione e i coloni si ritrovarono a dover rispondere al richiamo del mare trasformando la Nuova Inghilterra in una terra di mercanti, marinai e di piccoli artigiani; a Sud invece le montagne sono sufficientemente distanti dalla costa e questa, di solito sabbiosa ed esposta alla furia dell'Oceano, era sovente punteggiata da paludi malsane che rendevano la vita un inferno: ciò spinse le genti giunte da quelle parti a preferire le ben più agevoli distese dell'entroterra che si prestavano meglio, anche per via di quel clima molto più favorevole, ad una più redditizia pratica agricola. 

Con il tempo quindi nel Sud si andò formando un'élite di grandi proprietari terrieri le cui vaste distese agricole garantivano loro delle condizioni di particolare agiatezza: abituati a vivere nelle dimore di campagna, si mostravano infatti colti e amanti della buona vita nonché: "avezzi a mandare i figli a studiare in Europa, dediti insomma a quelli che i romani chiamavano gli otia. I grandi piantatori formavano un'élite [...] non fondata sui privilegi di sangue o di casta ma aperta, amante della democrazia, unita da un senso di comune solidarietà con gli altri coltivatori medi e piccoli del Sud"

Nella Nuova Inghilterra invece non vi era traccia di questa aristocrazia terriera e sebbene anche nel Nord ricchi mercanti e pioneristici "capitani" delle prime industrie manifatturiere iniziarono ad accumulare ingenti ricchezze scavando un solco con la piccola gente degli operai e dei pescatori, la tensione al business e la propensione naturale all'affare, li poneva su un piano completamente alieno dal ceto altolocato del Sud. 

Differenze queste che trovarono il loro più elettivo banco di prova nella contesa politica: sin dalle prime uscite della neonata Repubblica statunitense il Nord divenne la fortezza del partito "federalista" il quale avendo in in Hamilton e Adams in suoi primi fieri portabandiera era votato alla centralizzazione delle decisioni ed era sostenitore della necessità di creare una forte Banca dell'Unione; a Sud invece Thomas Jefferson cavalcava la strisciante tensione centrifuga dei contadini che destinata alla difesa delle autonomie degli Stati, si coaugulava intorno alla convinzione che un governo centralizzatore finisse alla lunga per schiacciare l'intera Unione sotto il peso del potere bancario e finanziario: "Al colto e profondo pensatore virginiano (Jefferson n.d.r.) [...] gli sembrava di vedersi profilare al buio dell'orizzonte un paese di gente concentrata in enormi agglomerati urbani, ove una folla pauperizzata si sarebbe ammassata in case senza sole, sottoposta all'impersonale tirannia del capitale, immiserita e abbrutita [. ll suo ideale era altrove; egli vagheggiava una società di liberi produttori agricoli e artigiani di [ispirazione] rousseauiana, con scarso accentramento urbano, con buona terra a disposizione di tutti e larga diffusione dell'istruzione". 

IL CONFRONTO SUL PIANO POLITICO: 
IL PARTITO DEMOCRATICO E QUELLO DEI FEDERALISTI. 
Le idee quindi del decentramento degli Stati, della difesa della libertà dell'individuo, dell'esaltazione della piccola impresa contro la grande, dell'agricoltura contro il potere della finanza erano tenute assieme da una strisciante ostilità nei confronti di una società piegata agli interessi del capitale e costituirono il fondamento ideologico del Partito democratico che portò Jefferson alla Presidenza degli Stati Uniti nel 1800. 

Un partito che aveva la sua base sociale sia nella grande massa agricola del Sud, sia nelle fasce più popolari a Nord e a Sud della Linea Mason-Dixon, sia in un terzo schieramento rappresentato dai cosiddetti "frontiersmenn, gli uomini della frontiera, coloro cioè che stavano dettando il passo all'inarrestabile marcia americana verso il lontano West. 

A contendere ai democratici la direzione dell'Unione vi era il Partito dei federalisti, coloro che invece, guidati da un élite ben più ristretta rispetto alle dimensioni sudiste, avevano in quegli anni in Alexander Hamilton il loro punto di riferimento ideologico, esponente di tutti coloro che ritenevano che invece fosse necessario dotare l'Unione di un potere centrale sufficientemente forte e di una Banca nazionale egemone, allo scopo di ridurre l'autonomia dei singoli stati. Alla fine dei conti, la contesa fu risolta a vantaggio delle élite del Sud che mantennero ininterrottamente, salvo casi sporadici, la guida dell'Unione fino al 1860. 

Su un punto poi i due schieramenti erano particolarmente distanti: gli "yankee" della Nuova Inghilterra infatti erano essenzialmente pacifisti e ben più votati ai commerci e alla finanza e non vedevano di buon grado la tendenza imperialistica nata in seno ai democratici ed alimentata dagli appetiti delle masse agricole che reclamavano una nuova terra da coltivare: non a caso proprio a quegli anni risale l'iniziativa jeffersoniana passata alla storia con il nome di "Acquisto della Louisiana" che dal 1803 mise a disposizione dell'Unione e delle élite agricole del Sud tutta la grande vallata del Missouri-Mississippi.

Fu quella la prima vera occasione di una presa di posizione fra federalisti e democratici le due anime degli Stati Uniti. 

La prima vera arena di scontro però venne offerta solo qualche anno dopo quando in seguito alle tensioni commerciali con l'Inghilterra e sotto la pressione dei democratici, l'ipotesi di un conflitto con la vecchia madrepatria sembrava altamente probabile: la Nuova Inghilterra non si limitò a proteste velleitarie ma sotto la guida di Daniel Webster i federalisti diedero vita ad una resistenza serrata tra i banchi del Parlamento, minacciando per la prima volta la "secessione. Alla fine non se ne fece nulla e "l'imperialismo agrario" ebbe la meglio sull'iniziativa portata avanti da Webster ma sebbene la guerra in sé (che durò tre anni, dal 1812 al 1815 e della quale, tra le altre cose, va ricordato l'episodio dell'occupazione britannica di Washington D.C. e l'incendio della Casa Bianca che da allora, per una successiva ritinteggiatura, prese tale nome) lasciò le cose immutate tra le due sponde dell'Atlantico, fu lo scossone dato dai federalisti agli equilibri politici del Paese e la rapida trasformazione economica e sociale che attraversò il Nord in quegli anni a dettare un chiaro cambiamento nell'assetto degli Stati Uniti: nella Nuova Inghilterra infatti al capitale mercantile e finanziario si affiancò l'impennata degli investimenti nel settore manifatturiero. 

Anche al Sud però le cose stavano cambiando: nel 1797 uno studente di nome Elia Whitney mise a punto una nuova macchina per sgranare il cotone che accelerò la produttività del singolo contadino, costretto fino ad allora a sgranare a mano il cotone a fibra corta. Il Sud cambiò rapidamente volto: le vecchie coltivazioni vennero abbandonate e il cotone iniziò ad essere seminato praticamente dovunque. 

I grandi coltivatori del Sud a quel punto sperarono che una politica protezionistica a vantaggio delle manifatture del Nord avrebbe loro permesso di avere un mercato preferenziale per le proprie fibre tessili. Presto però le loro aspettative vennero tradite. 

La crisi del settore spazzò via il Partito federalista il quale nella doppia tornata elettorale del 1816 e del 1820 venne praticamente annullato perdendo in sedici Stati su diciannove e consegnando la vittoria al democratico virginiano James Monroe. 

Si apriva così la cosiddetta "era delle buone intenzioni" che, un po' paradossalmente, rimasero tali di fronte alle nuove grandi questioni che si affacciavano all'orizzonte: tra le vicende di quegli anni che ebbero la forza di polarizzare il dibattito politico vi fu infatti il tema legato all'ammissione del Missouri nell'Unione, istanza questa che venne subordinata alla richiesta di abolizione della schiavitù tra i neri delle piantagioni. La cosa suscitò un vespaio di polemiche: gli Stati Uniti, procedevano spediti verso il baratro della guerra civile. 

https://cronistoria.altervista.org/la-linea-mason-dixon-e-la-frattura-tra-il-nord-e-il-sud-degli-stati-uniti/?fbclid=IwAR28wrrHWOcZZiPSU-t3Tf-GlCaQ-zCRGIlIF4KDvTbW55zZ-EmcXzJknQY


RAIMONDO LURAGHI. 
LA GUERRA CIVILE AMERICANA. 
Le ragioni e i protagonisti del primo conflitto industriale.

[...] Per anni dopo la Rivoluzione americana l'aristocrazia del Sud formata da grandi proprietari di schiavi aveva fornito la classe dirigente ai neonati Stati Uniti d'America; non solo essa aveva dato loro la guida militare e politica della lotta e il primo Presidente nella persona di George Washington e colui che ne aveva formulato gli ideali politici in Thomas Jefferson; ma tutta un'autentica pleiade di leaders, da Patrick Henry a Presidenti quali James Madison, James Monroe e altri. Essa si era ispirata a ideali di moderazione, di temperata democrazia, di tolleranza e di larga autonomia degli Stati e delle comunità

Come ebbe a dire uno storico tedesco: «Per più d'un mezzo secolo gli uomini del Sud erano stati la parte signoreggiante nell'Unione: possessori di vaste terre... che facevano coltivare dagli schiavi, vivevano in grande agiatezza e potevano appropriarsi di una più raffinata cultura; la maggior parte degli uomini di Stato che distinguevansi in patria per ingegno e all'estero per compitezza di modi e nobile orgoglio della potenza e libertà nazionale appartenevano a loro. 

La Virginia, che aveva dato alla causa nazionale il grande Washington era designata come patria del Presidente e i suoi abitatori stimati per ricchezza, commerci e gentilezza di costumi... 

Non si può affermare che... gli uomini del Sud abusassero della preponderanza nel governo... per egoismo; nelle loro opinioni e tendenze erano guidati da idee più nobili che non le aristocrazie d'Europa».'9 

Ma qual era la base effettiva di tale classe? 
Eugene D. Genovese per primo l'aveva posta in luce con estrema chiarezza: «La schiavitù nel Sud non fu mera schiavitù... ma la base su cui sorse una potente e notevole classe sociale, una classe che costituiva solo una piccola parte della popolazione bianca: e tuttavia così potente e notevole da tentare, con più successo di quanto i nostri neo-abolizionisti si curino di vedere, di erigere una nuova — o piuttosto di ricostruire una antica — civiltà».2° 

Quindi la schiavitù costituiva la base sociale su cui sorgeva la grande sovrastruttura della civiltà sudista, rimarchevole per la produzione di una sua propria «cultura», di una Weltanschauung o visione del mondo, di specifici principi di vita e di etica, di educazione, di comportamenti di raffinatezza, di noblesse oblige. 

Una costruzione notevole, peculiare e anche brillante, come tutte le forme di civiltà finora esistite; ma come ognuna di esse, con le basi fondate in terra, nel fango dello sfruttamento di una classe produttrice, in questo caso gli schiavi africani; e tale fondazione non poteva fare a meno di influenzare profondamente e in maniera inestricabile la stessa civiltà sudista, che dagli afroamericani ricevette anche vitali contributi nei campi della cucina, della musica, della danza e della stessa peculiare parlata propria del Sud" e quindi l'intera sovrastruttura che su questa si ergeva, inserendo in essa (come d'altronde accade in qualsiasi società divisa in classi: e per ora non ne sono mai esistite di altro tipo che fossero valide) un profondo elemento di crisi e un mal represso, incessante senso di colpa.22 

Per anni gli Stati Uniti vissero sotto la guida saggia e prudente di tale aristocrazia; non mancarono crisi, ma furono passeggere. La più grave fu quella del Missouri, nel 1820, dovuta al tentativo prematuro di un esponente politico del Nord di scindere l'alleanza tra piantatori del Sud e ceti agrari del Medio Ovest, che però fu risolta mediante un compromesso grazie sopratutto alla moderazione dei meridionali (sebbene all'orecchio preveggente del vecchio Thomas Jefferson tale crisi suonasse come «un allarme di incendio nella notte» che presagiva la rovina dell'Unione). 

Ma poiché come giustamente insegnato da Vico e da Hegel nulla nel mondo è stabile, ma ogni cosa è in continua, inarrestabile trasformazione, quello che preparò le radici della rivoluzione che avrebbe spazzato via il potere della vecchia aristocrazia sudista fu una duplice, radicale (anche se in inizialmente lenta) mutazione. 

Anzitutto la rivoluzione industriale
L'embargo del 1807 il quale colpiva il commercio da e per l'Europa e la guerra del 1812-15 contro la Gran Bretagna ebbero per effetto di stimolare, sotto la spinta della necessità, lo sviluppo manifatturiero del Nord. Già nel 1817, anno della morte dell'industriale bostoniano Francis Cabot Lowell, i suoi soci dettero vita alla prima città basata sull'industria tessile cui dettero il suo nome. Da quel momento lo sviluppo di tale branca dell'industria prevalentemente nel Massachusetts, nello stato di New York e nella Pennsylvania fu inanestabile. 23 

Inizialmente gli aristocratici del Sud non guardarono con occhio sfavorevole a tale evento: nel Mezzogiorno malgrado lo stimolo degli eventi su citati uno sviluppo locale dell'industria era praticamente quasi impossibile, essendo tutto il loro capitale investito in terre e schiavi; nel Nord invece embargo e guerra favorirono una vertiginosa ascesa dei prezzi dei prodotti industriali promettendo favolosi profitti. 

Al principio i sudisti trovarono razionale una simile divisione del lavoro: addirittura il loro grande ideologo, John C. Calhoun della Carolina Meridionale sostenne una moderata tariffa protettiva per stimolare un graduale sviluppo delle industrie nel Nord che, in cambio, avrebbero assorbito la produzione cotoniera del Sud rafforzando quindi una armoniosa coesistenza tra le due sezioni dell'Unione. 24 Si sbagliava gravemente. Poiché in effetti la rivoluzione industriale che nel Nord stava esplodendo fuori da ogni limite, contribuì radicalmente allo sviluppo della seconda mutazione: il rapido inarrestabile sviluppo di nuove, moderne, intraprendenti classi sociali, gli imprenditori da un lato e dall'altro gli operai salariati

Sebbene già forte e combattiva, la borghesia imprenditoriale aveva appena iniziato il cammino di un fantastico sviluppo; in essa la distinzione con il nascente proletariato era ancora in un certo senso vaga; non c'era quasi alcun «padrone» in questa nuova ondata che non venisse dalle file del «popolo»; mentre non c'era praticamente alcun operaio che non aspirasse ad assurgere egli stesso al ceto imprenditoriale, almeno come tendenza. 25 

Una spinta formidabile allo sviluppo dell'industria venne dalla crescita addirittura incredibile dei trasporti ferroviari che, sebbene iniziati in Inghilterra «ebbero la loro più drammatica ascesa negli Stati Uniti». 26 

Come altrove si è detto 27 nel 1860 le linee ferroviarie americane si estendevano per oltre 50.000 chilometri, in schiacciante superiorità nel Nord; nel 1836 Samuel Morse aveva inventato il telegrafo elettrico la cui estensione giunse presto a oltre 80.000 chilometri; e non è il caso di ripetere qui la raffica di invenzioni che rivoluzionarono totalmente la vita economica dell'Unione americana, specialmente però nel Nord: perché il Sud rimaneva pressoché immobile, vincolato alla sua arretrata forma di agricoltura e di lavoro coatto

Parallelamente l'esplosione dell'industrializzazione generava un grandioso aumento degli agglomerati urbani settentrionali: basti qui citare l'esempio di Chicago, che da 17.000 abitanti nel 1847 allorché vi fu installata la fabbrica delle nuove mietitrici meccaniche e quindi delle mietitrebbie, balzò a 110.000 nel 1860, collegata al resto dell'Unione da 11 linee ferroviarie con 74 treni al giorno, il che, tra l'altro, ebbe l'effetto di porre in crisi l'antica via di smercio dei prodotti agricoli del Medio Ovest (sopratutto grano) lungo il corso del Mississippi e di orientarla, tramite le ferrovie, verso i porti di New York e di Boston. 

Un altro decisivo contributo (e la nascente industria del Nord non avrebbe potuto farne a meno) fu il crescente afflusso di immigrazione dall'Europa che forniva un vero e proprio «esercito industriale di riserva», una fonte quasi inestinguibile di mano d'opera; cosa la quale significa che negli Stati Uniti il proletariato non si era quasi per nulla formato dalla rovina di ceti artigiani e di piccoli proprietari agricoli locali: l'industria americana aveva cioè assorbito la enorme massa di tali diseredati prodotta dalle gravi crisi dell'Europa: essa aveva per così dire «importato» le vittime delle crisi svoltesi altrove. 28 

Ma la quantità stessa degli immigrati trascinava con sé un altro problema: quello delle immense terre non ancora «sfruttate» dell'Ovest. Esse infatti costituivano, per così dire, la «valvola di scarico» delle tensioni sociali che l'enorme aumento della mano d'opera disponibile sul mercato americano del lavoro avrebbe inevitabilmente potuto generare. 

Naturalmente le masse popolari del Nord e segnatamente quelle legate alla nuova agricoltura meccanizzata del Medio Ovest erano ben decise a tenere sotto il proprio controllo il popolamento di tali territori escludendone, tanto per cominciare, gli eventuali emigranti dal Sud, con i loro schiavi neri. 

Fu questo il movimento dei freesoilers che in breve divenne una grande forza politica dell'intero Settentrione. La volontà dei freesoilers di escludere tassativamente dai Territori dell'Ovest la schiavitù africana fu espressa senza ambagi da un politico che sarebbe divenuto nel tempo il loro maggiore leader: Abraham Lincoln. Nel suo discorso del 16 ottobre 1854 a Peoria, Illinois, i Territori dell'Ovest egli disse: «li vogliamo per la gente bianca libera».29 

Naturalmente il Sud si era reso conto che il sorgere nel Nord di nuove, formidabili classi sociali gli stava, per così dire, tagliando l'erba sotto i piedi. Quello che i sudisti tardarono parecchio a capire (ci volle infine il genio di John C. Calhoun per comprenderlo) era che l'economia meridionale era stata, fin dalle sue origini nell'era coloniale, del tutto dipendente dalle esigenze del mercato capitalista mondiale che ne aveva condizionato la scelta stessa dei prodotti: dapprima, al tempo del capitalismo mercantilista, il riso, l'indaco, il tabacco; poi, dopo l'avvento in Inghilterra della rivoluzione industriale, il cotone e, meno, la canna da zucchero. I sudisti, dato l'enorme smercio del loro cotone sui mercati mondiali si erano illusi, con tale derrata, di condizionare l'economia globale: mentre era vero il contrario. Fu Calhoun a rendersi conto lucidamente che il Sud viveva in uno stato semicoloniale, e che (peggio) le redini di tale economia semicoloniale stavano ormai passando dalle mani delle grandi potenze colonialiste europee a quelle del capitalismo del Nord. 30

La protezione dei raccolti di cotone dalle intemperie era infatti nella mani di compagnie assicuratrici nordiste; la crescita e la collocazione del prodotto sui mercati erano finanziate mediante mutui da banche del Nord; tutto il processo di vendita, dal trasporto oltremare ai noli marittimi alle assicurazioni, era nelle mani di compagnie finanziare settentrionali

Il Sud nei confronti del Nord era gravato di debiti che andavano crescendo di anno in anno oltre a dipendere totalmente dal Settentrione per l'acquisto di qualsiasi prodotto industriale, «dalle culle alle bare», come ebbe a dire un sudista. 31 Per non parlare delle locomotive, dei vagoni e di tutto il materiale ferroviario e, praticamente, di ogni altro prodotto industriale. 

Il Sud era ormai ridotto nell'Unione a una minoranza.32 
Credere di poter continuare a esistere con la propria «peculiare istituzione», con le proprie tradizioni, con la propria cultura (e anche con il proprio peso politico) era pura illusione

Il Sud sottovalutava completamente la formidabile potenza eversiva delle forze sociali ormai in rapida ascesa verso il potere nel Nord, e si illudeva di poter raggiungere con esse altri compromessi

Sarebbe stato veramente opportuno che l'aristocrazia sudista avesse meditato su quanto Karl Marx, ben ventitré anni prima aveva chiaramente posto in rilievo circa l'inarrestabile marcia della classe capitalista verso il potere: «la borghesia... si è conquistata il dominio politico dello stato rappresentativo moderno... Dove ha raggiunto il dominio... ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli che legavano l'uomo al suo superiore naturale... Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota, dell'entusiasmo cavalleresco... La borghesia ha svelato come la brutale manifestazione di forza che la reazione ammira tanto nel medioevo, avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra infingardaggine...33 Ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi,34 ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana...».35 

Lo scontro iniziale avvenne — e non poteva che avvenire —sulla destinazione degli immensi Territori dell'Ovest

In quella che fu giustamente chiamata «l'età d'oro» della storiografia sulla Guerra civile americana, un valente storico come Charles W. Ramsdell cercò di dimostrare con abili argomentazioni che una eventuale espansione della schiavitù nei Territori dell'Ovest era materialmente impossibile; e che, quindi, non esisteva alcun pericolo che tali terre fossero sottratte all'agricoltura moderna del Nord, 36 arrivando alla (assurda) conclusione che se un accordo fosse stato trovato sui Territori, non ci sarebbe stata la Guerra civile! Ramsdell argomentava che la cultura del cotone non poteva in alcun modo espandersi nelle aride terre dell'Ovest. Questo poteva anche esser vero per quello specifico tipo di coltivazione: ma le forze che muovevano le tendenze espansioniste della società a schiavi erano ben più complesse. Economiche, certo: ma anche (e forse sopratutto) di indole politica, sociale, culturale, ideologica e psicologica. 

In sostanza, quello che era in gioco per l'aristocrazia del Sud era la sopravvivenza proprio della sua cultura, dell'atmosfera peculiare del suo modo di vita, della società stessa che l'aveva generata. 37 
In altre parole si trattava per la classe dei proprietari di schiavi di impedire il fatale declino del loro mondo che, sfortunatamente, era basato inestricabilmente sul lavoro degli schiavi

Cerchiamo di vedere perché, e anzitutto come ciò generasse la spinta espansionista. Alla base stava la scarsa produttività del lavoro servile, già ben chiaramente sottolineata da un osservatore accurato come Frederick Law Olmsted che aveva traversato in lungo e in largo l'intero Sud. 38 Gli africani erano stati, nelle loro terre di origine, dei bravi coltivatori: come mai in America non lo erano più? «La loro bassa produttività nacque dalle condizioni umane e tecnologiche in cui erano costretti a lavorare: e queste nascevano dal sistema schiavista.» 39 

Quindi l'agricoltura servile a causa della sua scarsa produttività necessitava di molta più terra dell'economia agricola avanzata del Nord

La separazione tra le due società agricole divenne poi abissale quando l'agricoltura settentrionale cominciò a usare su larga scala macchine e fertilizzanti; delicati strumenti che (anche se il Sud avesse avuto i capitali da investire in ciò, il che non era: perché essi erano stati totalmente investiti in mano d'opera schiava e terre) non si sarebbero certamente potuti affidare agli schiavi, visto come questi, come una delle forme di muta protesta per le loro condizioni di vita e di lavoro, trattavano (o, meglio, maltrattavano) gli animali da lavoro e gli attrezzi agricoli. 

Questi erano ancora fattori di ordine economico e sociale: del resto la questione della schiavitù non poteva non avere un peso quanto mai importante, essendo la base su cui sorgeva tutto l'enorme, complesso edificio della società sudista. 

Un altro fattore, in parte legato al primo, che rendeva imperiosa la necessità di nuove terre era che l'agricoltura a schiavi tendeva a esaurire la produttività dei terreni coltivi

I proprietari di terre del Sud non disponevano dei capitali liquidi necessari per acquistare fertilizzanti sulla scala necessaria; se ciò era vero per i grandi proprietari, lo era ancora di più per i piccoli coltivatori sudisti. Inoltre l'imposizione stessa del mercato capitalista mondiale, riducendo il Sud di fatto a monocultura, impediva quella rotazione che da tempo immemorabile era stata lo strumento per combattere l'esaurimento della fertilità delle terre. Quindi anche qui l'arretrata agricoltura fondata sul lavoro servile trovava un'altra spinta alla ricerca di nuove terre. 40 

Nei primi decenni dell'Ottocento poi, il contatto che gli Stati più settentrionali del Sud, specialmente il Kentucky, avevano con l'agricoltura progredita del Medio Ovest aveva cominciato a stimolare colà un processo per cui parecchi coltivatori avevano venduto i loro schiavi al «profondo Sud» modernizzando i propri metodi di coltivazione. Questo aveva provocato negli altri Stati meridionali un surplus di mano d'opera schiava che non avrebbe potuto venire assorbito che tramite l'espansione in nuove terre, a scanso di tensioni sociali che avrebbero potuto condurre perfino alla temuta «guerra servile». 

Ma la tendenza espansionista derivava anche da un importante fattore politico. La vasta e impetuosa immigrazione dall'Europa stava aumentando oltre misura la popolazione bianca del Nord in rapporto a quella del Sud. Pressoché nessuno degli immigrati si dirigeva a Mezzogiorno, ove la via del lavoro era loro sbarrata dalla presenza della schiavitù. Così da lungo tempo i meridionali avevano perso il proprio controllo sulla Camera (ove i deputati erano eletti in proporzione alla popolazione), ma conservavano un precario equilibrio al Senato ove gli eletti erano due per ogni Stato. Chiaramente se i Territori dell'Ovest fossero stati riservati ai soli coloni del Nord, ciò avrebbe significato colà un rapido pullulare di Stati ostili alla schiavitù e quindi la perdita per il Sud anche dell'equilibrio al Senato

Da ciò la pressione sudista perché le terre occidentali fossero aperte anche all'agricoltura schiavista. 41 Era l'unica via per riprendere almeno in piccola parte quell'influenza politica che in passato aveva assicurato all'aristocrazia del Sud la direzione politica dell'Unione, a quei tempi bene accetta anche dalla borghesia mercantile del Settentrione cui era stata riservata la prevalenza nel campo economico. Naturalmente se il Sud non avesse avuto un proprio peculiare sistema sociale con alla testa una caratteristica e potente classe aristocratica, l'eventuale scomparsa della schiavitù non avrebbe creato alcun reale turbamento, come non lo creò un paio di secoli prima nel Massachusetts. 42 

Del resto la pressione espansionista era stata praticamente sempre presente nel Sud, a cominciare dalla guerra per il Texas, che un rilevante numero di settentrionali aveva «digerito» obtorto collo (si veda più oltre la radicale condanna di Ulysses Grant nei confronti di quel conflitto) e che invece parecchi sudisti (non tutti, in verità) avevano sostenuto in quanto avrebbe portato all'ingresso del Texas, vale a dire di un nuovo Stato a schiavi, entro l'Unione. 43 

Ma il più importante movimento di opinione espansionista nel Sud fu quello che sosteneva la necessità di strappare Cuba alla Spagna, non solo per aggiungere all'Unione un nuovo, vasto paese a schiavi: ma per fare della zona caraibica una specie di «lago» sudista che eventualmente agevolasse il contatto con l'altro grande Stato schiavista, il Brasile: talché i due si sarebbero rafforzati a vicenda. 44 

Nel 1853-55 il Governatore del Mississippi, John A. Quitman, ex generale nella guerra del Messico, cominciò addirittura a organizzare una spedizione di «volontari» (che furono più acconciamente definiti «filibustieri») per sbarcare a Cuba e impadronirsi con la forza dell'isola: tutto finì in nulla quando il Presidente filosudista Franklin Pierce si spaventò di fronte alle possibili reazioni internazionali e tolse il permesso che inizialmente aveva dato a Quitman. 45 

Così di fatto, viste precluse le altre vie, il Sud tornò alle idee di espansione verso i Territori dell'Ovest. Che l'uso del lavoro servile nell'Ovest fosse impossibile, i sudisti (a differenza di storici moderni come Charles W. Ramsdell) non lo sostennero mai. Certo, nei Territori non si sarebbe trattato di (impossibile) coltivazione del cotone: ma di altre attività, specialmente di quella mineraria poiché tali terre erano ricche di minerali a cominciare dall'oro recentemente scoperto in California. Già in Africa, prima dell'arrivo degli europei, i mercanti arabi e berberi avevano sfruttato la mano d'opera nera schiava nelle miniere di sale; ed essa era apparsa quanto mai adatta al lavoro minerario. 46 

Nelle Americhe poi vi era l'esempio del Brasile dove migliaia di schiavi 47 erano impegnati nelle miniere, specialmente in quelle aurifere di Minas Gerais. 48 E nel Sud si pensava seriamente a impegnare il lavoro coatto su larga scala in attività minerarie nelle terre dell'Ovest. 49 

Quindi non rimane che concludere che i sudisti aspiravano effettivamente ai Territori dell'Ovest in quanto, per le ragioni su citate, si rendevano perfettamente conto che senza l'espansione su nuove terre il loro mondo era condannato: «Non c'è un solo proprietario di schiavi in questa Camera o fuori da essa» dichiarò nel 1856 un parlamentare della Georgia, «il quale non sia perfettamente conscio che ovunque la schiavitù sia ristretta entro specifici limiti, essa non abbia futuro». 50 

Per converso, i freesoilers del Nord (per lo meno i più coscienti politicamente) avanzavano un programma che, per bocca del loro massimo esponente, Abraham Lincoln, doveva traversare due fasi. Anzitutto il divieto assoluto di ogni e qualsiasi espansione della schiavitù nei Territori dell'Ovest; poscia la lenta estinzione della «peculiare istituzione» confinata entro gli Stati originari. 

Naturalmente Lincoln escludeva in questa seconda fase ogni indebita pressione e auspicava un congruo indennizzo ai proprietari. 51 

Quanto poi alla tesi proclamata e propagandata ad alta voce dagli estremisti settentrionali, tra cui (ma non solo) il minuscolo (ma attivissimo) gruppetto degli abolizionisti, secondo cui l'Unione si sarebbe trovata di fronte a una minacciosa «cospirazione» del «potere schiavista» mirante a conquistare e ad assoggettare gli interi Stati Uniti, essa era del tutto priva di fondamento. 

In realtà l'azione del Sud era sostanzialmente difensiva; l'apparente sua aggressività era generata da timore e frustrazione. A dare ai sudisti un senso di imminente naufragio contribuiva la montante marea antischiavista che stava pervadendo l'intero mondo occidentale. Certamente nel Diciassettesimo e ancora nel Diciottesimo secolo l'opinione pubblica europea aveva accettato la schiavitù come cosa normale e i negrieri occidentali (specialmente inglesi, olandesi e americani della Nuova Inghilterra) avevano accumulato enormi profitti con la tratta; 52 ma l'Illuminismo e la Rivoluzione francese non erano passati invano; e ora la schiacciante maggioranza del mondo occidentale considerava la schiavitù una istituzione arretrata e barbarica, ripugnante alle coscienze liberali moderne e da eliminare il più presto possibile

In particolare l'opposizione inglese alla «peculiare istituzione» era «formidabile e implacabile». 53 Il Governo ed il Parlamento britannici tra il 1838 e il 1850 avevano radicalmente abolito la schiavitù nelle colonie inglesi, in particolare nelle isole americane dei Caraibi, ove la coltivazione della canna da zucchero a opera di falangi di schiavi aveva per secoli prosperato. 54 

D'altronde l'aristocrazia del Sud, almeno tra i suoi membri più illuminati, a cominciare da Thomas Jefferson, considerava la schiavitù un obbrobrio e una sciagura, ma si rendeva perfettamente conto che tale «peculiare istituzione» era la base su cui si reggeva tutto l'enorme edificio della società sudista. «Teniamo il lupo per le orecchie; e non possiamo né continuare a tenerlo né lasciarlo andare»: questo era un detto che circolava ampiamente nel Sud e ne esprimeva lo stato d'animo dominato da una crescente angoscia. 

Ma, si potrebbe chiedere, perché il Sud non accettò la prospettiva che gli si presentava: rinunciare all'espansione, mantenere la schiavitù entro gli Stati ove essa già esisteva e rassegnarsi a cedere al Nord l'egemonia nell'Unione? 

Lincoln, nella sua «piattaforma» elettorale aveva pure offerto al Sud un Emendamento costituzionale che salvaguardasse la «peculiare istituzione» da ogni e qualsiasi misura ostile del Governo e del Congresso: ma solo là dove essa già esisteva. Ma sia lui che i freesoilers e i repubblicani tutti che lo seguivano erano risoluti a rifiutare ogni e qualsiasi compromesso che consentisse in qualunque modo l'espansione della schiavitù nell'Ovest: il Presidente e il suo Partito sapevano benissimo che ciò avrebbe consentito l'attuazione del loro programma di una futura estinzione della società schiavista. 55 

A prescindere dal fatto che la storia non mostra alcun esempio di una qualunque classe dominante che abbia commesso suicidio, l'aristocrazia del Sud sapeva benissimo che la distruzione della schiavitù avrebbe portato con sé il crollo dell'intera colossale e secolare sovrastruttura che su tale base si ergeva, vale a dire il modo di vita, la visione del mondo, la cultura, i valori e le convinzioni di un'intera società: in altre parole, il crollo catastrofico di una potente classe dominante che avrebbe trascinato con sé tutto un mondo. 

Per l'aristocrazia del Sud la schiavitù era una fonte di orgoglio e di prestigio, un privilegio e, insieme, un dovere e una responsabilità. Per essi la difesa della schiavitù significava difendere il loro onore, la loro dignità che consideravano l'essenza stessa della vita. La loro stessa psicologia, l'abitudine al comando, l'orgoglio tipico di ogni aristocrazia, il mantenimento del potere dipendevano dalla difesa del loro mondo: si veda più oltre nel presente volume la reazione di Robert E. Lee alla prospettiva che la società del Sud potesse essere minacciata; essa spiega in sostanza l'arroccarsi dell'aristocrazia sudista entro la difesa senza compromessi della propria società. 

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché mai il Sud prese la decisione gravissima della secessione? 
Naturalmente sia quelli che Eugene D. Genovese chiama «i neoabolizionisti» sia gli adepti del politically correct risponderebbero immediatamente: «per difendere la schiavitù», con, in tale risposta un non velato accento di disprezzo per gli «immorali schiavisti del Sud». Ma le cose stanno veramente così? 

Per cominciare, è facilissimo sbarazzarsi della tesi «moralistica»: se infatti i proprietari di schiavi erano soltanto degli «immorali» e la questione del mantenimento o meno della schiavitù avesse avuto solo una base economica e fosse dovuta unicamente alla loro avidità, sarebbe stato facilissimo pagarli perché diventassero «virtuosi» e «morali». 

A parte che al momento di fare il passo supremo la maggioranza più prudente (e meno avventuristica) della stessa aristocrazia sudista arretrava di fronte alla terribile prospettiva di una eventuale guerra civile (che essa riteneva pressoché inevitabile). 

In realtà i proprietari di schiavi in numero cospicuo volevano rimanere nell'Unione ed essere protetti, nel senso che il Governo e il Congresso dovevano, secondo il pensiero del senatore Jefferson Davis, membro autorevolissimo dell'aristocrazia sudista, considerare la «peculiare istituzione» alla stregua di tutte le altre dell'Unione, 56 che i sudisti potessero entrare liberamente nei Territori con tutte le loro «proprietà» inclusi ovviamente gli schiavi e che il Governo federale proteggesse attivamente tali loro diritti come proteggeva tutti quelli di ogni cittadino. 

Era in sostanza la ripresa della precisa proposta fatta da John C. Calhoun nel suo ultimo celebre discorso in Senato il 4 marzo 1850, in cui egli aveva chiesto un Emendamento costituzionale che garantisse in maniera totale tutti i «diritti» e le autonomie del Sud come era stato agli inizi dell'Unione prima che l'equilibrio tra le sezioni fosse distrutto «per l'azione del Governo». In sostanza, egli di fatto proponeva di trasformare l'Unione in due unioni associate mediante una specie di compromesso austro-ungarico avanti lettera. 57 

Ma era possibile questo con il nuovo Presidente eletto? 
Vi era tra i membri più notevoli della grande élite sudista chi ne era fermamente convinto. Il senatore Alexander Stephens della Georgia, futuro Vice Presidente della Confederazione secessionista e già compagno e amico di Lincoln ai tempi del Partito Whig e che quindi ne conosceva la moderazione, disse senza ambagi che questi sarebbe stato un buon Presidente quanto lo era stato Fillmore. 58 

Non ne aveva capito gli obiettivi politici; perché l'Emendamento che offriva Lincoln, come si è detto, riguardava solo la schiavitù dove essa già esisteva. Ciò nonostante in grande maggioranza i moderati tra gli aristocratici del Sud, estremamente preoccupati per la terribile prospettiva di giocare tutto, la loro stessa esistenza, su una sola carta, continuavano ad arretrare di fronte al salto nel buio della secessione. Capivano infatti benissimo che la «peculiare istituzione» si sarebbe difesa assai meglio rimanendo nell'Unione piuttosto che uscendone poiché solo in tal modo sarebbe stato possibile continuare la battaglia politica per tutelarla con ogni mezzo. 

Così lo statista Benjamin F. Perry, della Carolina Meridionale sosteneva che l'Unione «doveva essere salvata come baluardo contro l'abolizione»; e Herschel V. Johnson, della Georgia che era stato un secessionista nel 1850: «Mi sono persuaso che la schiavitù sia più sicura dentro l'Unione che fuori da essa». 59 Lo stesso senatore Jefferson Davis, già Segretario alla Guerra degli Stati Uniti e futuro Presidente della Confederazione sudista era un moderato, con molte esitazioni di fronte alla gravissima decisione della secessione. Il 4 luglio 1858, parlando al pubblico a Boston aveva assunto una posizione nettamente unionista; 60 poi, il l0 novembre 1860, rispondendo a una lettera dell'estremista Robert Barnwell Rhett, proprietario-direttore del giornale secessionista «Charleston Mercury», aveva raccomandato moderazione e prudenza; 61 Infine nel discorso di congedo dal Senato degli Stati Uniti, pronunciato il 21 gennaio 1861, si era premurato di porre in rilievo che, a suo giudizio, non c'erano sufficienti motivi per cui il suo Stato, il Mississippi, compisse un simile grave passo: ma che egli si sentiva vincolato a seguire tale decisione dei suoi costituenti. 62 [...]


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Quintiliano, [Institutio oratoria, 90-96 d.C.], Istituzione oratoria


Perché è naturale che troppo conceda a sé chi non si vuol paragonare a nessuno.
Quintiliano, Institutio oratoria

Eppure continuo a vivere, e devo cercare una ragione di vita, una qualsiasi, e mi devo affidare agli uomini più saggi, secondo i quali lo studio della letteratura è l'unico conforto davanti alle avversità.
Sed vivimus et aliqua vivendi ratio quaerenda est, credendumque doctissimis hominibus, qui unicum adversorum solacium litteras putaverunt.
Quintiliano, [Institutio oratoria, 90-96 d.C.], Istituzione oratoria, Milano, Mondadori, 1998 [Trad. S. Beta]

domenica 15 dicembre 2019

ERACLITO di Efeso. Si deve ad Eraclito l’ispirazione di uno dei grandi sistemi metafisici che saranno elaborati in seguito, vale a dire l’identificazione della realtà con il suo perenne divenire sostenuta dalla dialettica degli opposti, successivamente ripresa, sia pur con significative variazioni, da molti altri filosofi, a partire dagli stoici fino ad Heidegger, passando per Spinoza, Hegel, Schelling, Marx.


METAFISICA PREPLATONICA 5


ERACLITO di Efeso (550-476 a.C. all’incirca)

Visse ad Efeso, anch’essa, come Mileto, colonia greca nell’Asia minore sulla costa ionica. 
Ci ha lasciato un libro intitolato “Della natura”, di cui ci sono pervenuti numerosi frammenti, scritto con uno stile volutamente oscuro ed oracolare, riservato solo ai sapienti.

Si deve ad Eraclito l’ispirazione di uno dei grandi sistemi metafisici che saranno elaborati in seguito, vale a dire l’identificazione della realtà con il suo perenne divenire sostenuta dalla dialettica degli opposti, successivamente ripresa, sia pur con significative variazioni, da molti altri filosofi, a partire dagli stoici fino ad Heidegger, passando per Spinoza, Hegel, Schelling, Marx.

Tre sono gli assunti che fanno del pensiero di Eraclito un sistema metafisico compiuto: 
1) il principio del logos; 
2) l’assolutizzazione del divenire; 
3) la dialettica dei contrari.

Il Logos
La parola “logos” si può tradurre in molti modi: pensiero, parola, dottrina, mente, norma, legge, ecc. In Eraclito abbraccia tutti questi modi nel loro insieme. 

Si possono individuare, in particolare, tre significati strettamente collegati. Il logos è:
1. la legge universale del cosmo, la legge del divenire come opposizione-unità dei contrari;
2. la ragione umana, il pensiero, che comprende la legge del mondo;
3. il sapere, cioè la filosofia, che sa spiegare la realtà e la verità profonda delle cose.

Il logos di Eraclito è il principio primo, l’arché, fonte di ogni realtà, ordine, legge, dottrina. 
In tal senso ha funzione espressamente metafisico-ontologica nonché, secondariamente, funzione morale e pedagogica.

Il logos eracliteo non è più un principio materiale come per i Milesi e neppure un principio matematico come per Pitagora poiché entrambi, osserva Eraclito, non oltrepassano l’ordine quantitativo e perciò non sono in grado di spiegare le attività più nobili dell’uomo, come il parlare, il pensare, il comunicare, il legiferare.

Quale principio primo di tutte le cose il logos riveste proprietà trascendenti rispetto all’uomo e alle cose. Possiede indubbiamente una trascendenza gnoseologica e semantica; esso si sottrae a tutto quanto la mente umana riesce a pensare e a dire di lui: “Questo logos che è sempre, gli uomini non intendono sia prima di averlo ascoltato sia dopo averlo ascoltato”. 

Non altrettanto sembra potersi asserire di una trascendenza anche ontologica. 
Certo, il logos è più di ogni singola realtà in quanto le abbraccia tutte. Ma non è una realtà distinta dal tutto: è il suo principio interiore, la sua ragione, l’anima dell’universo. È divino nel senso di sommo, eccellente, però non è una divinità: è semmai la dimensione sacra dell’universo. Anche quella di Eraclito, similmente ai primi filosofi, è una metafisica di stampo immanentistico, ovvero è un immanentismo dialettico-naturalistico come qualcuno l’ha definita.

Il divenire.
Più che dall’esperienza del molteplice, come nel caso dei Milesi, Eraclito è colpito dall’esperienza del divenire: tutto è divenire, tutto muta, tutto si trasforma: il mondo, l’uomo, le cose. È questa un’affermazione che ha valenza metafisica. 

Essa, infatti, non va intesa come ovvia constatazione del fatto che tutte le cose sono soggette a mutazione, bensì come assolutizzazione di un’esperienza incontestabile: l’esperienza che nulla in questo mondo ha il carattere della stabilità, di una solida ed indistruttibile consistenza, ma che tutto ha invece il carattere della transitorietà. È la categorica affermazione della assoluta accidentalità del mondo dell’esperienza. Tutto scorre: “non è possibile scendere due volte nello stesso fiume, né toccare due volte, nel medesimo stato, una sostanza mortale… Acque sempre nuove lambiscono quelli che entrano negli stessi fiumi”.

Come per Anassimandro, anche per Eraclito le cose nascono per effetto del continuo passare da un contrario all’altro: le cose fredde si riscaldano, quelle calde si raffreddano, le cose umide si disseccano, quelle secche si inumidiscono, il giovane invecchia, il vivo muore, ma da ciò che muore rinasce un’altra vita, e così via. Tale è la struttura dinamica della realtà, caratterizzata da una continua contrapposizione, da una continua guerra (in greco “polemos”) fra i contrari, fra gli opposti, che si avvicendano l’uno all’altro: “Polemos è il padre di tutte le cose”.

Il fuoco è raffigurato come simbolo dell’incessante divenire e della perenne animazione di tutte le cose, escludente ogni cominciamento assoluto. ”Quest’ordine del mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece né uno degli dei né uno degli uomini, ma è sempre stato ed è e sarà fuoco vivo in eterno, che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne”. 

Due sono le vie che spiegano in che modo dal fuoco primitivo abbiano origine le varie mutazioni: 
“la via in giù e la via in su”. La prima parte dal fuoco che, condensandosi, diventa umido e che, quando viene compresso, si trasforma in acqua; l’acqua poi, congelandosi, si trasforma in terra. La seconda via procede in senso inverso: dal liquefarsi della terra nasce l’acqua e da questa, per evaporazione e condensazione, si giunge al fuoco. Anche per quanto riguarda le anime degli uomini alcune sono fredde e umide come l’acqua (gli uomini che non sanno nulla) e altre, poche, sono calde e secche come il fuoco (i sapienti). Al proprio termine questo mondo tornerà al suo principio per essere distrutto in una totale conflagrazione. Ma, per la legge dell’eterno ritorno, esso rinascerà dal medesimo principio; il logos divino lo rifarà come per gioco: “L’evo è un bambino che gioca, spostando qua e là i pezzi del gioco”.

Eraclito assolutizza dunque il divenire, ponendolo come realtà suprema, senza cercare ulteriori spiegazioni della sua origine. Ciò può apparire più un teorema metafisico che una spiegazione metafisica ha criticato qualcuno, affermando che Eraclito non argomenta ma proclama: poiché il divenire è asserito come il tutto egli si accontenta, come recita il primo frammento della sua opera, di “scomporre ciascuna cosa secondo la sua intima natura e dire com’è”. Nondimeno, la sua filosofia ci consegna una perspicace descrizione della struttura dinamica e modalità percettive della realtà che oggi si chiamerebbe “fenomenologia” del divenire. Infatti Eraclito preferisce quelle cose “di cui c’è vista, udito, esperienza”.

La dialettica dei contrari
Anassimandro aveva pensato che l’incessante contrapposizione dei contrari intaccasse in qualche modo l’unità della realtà e perciò aveva ritenuto che i contrari si risolvessero di volta in volta nel comune unitario infinito-indefinito (l’àpeiron) da esso derivanti.
Ma per Eraclito solo la gente comune può pensare, ingenuamente, che un contrario possa esistere senza l’altro. In realtà ciascun contrario è strettamente legato al suo opposto. Anzi, solo nella reciproca relazione i contrari acquistano significato. Non si può comprendere il bene se non in opposizione al male; il giorno in opposizione alla notte; la salute in opposizione alla malattia; la vita in opposizione alla morte e viceversa

Parimenti, al sommo livello, anche la consistenza piena dell’essere, della realtà in generale, risalta in opposizione logica al non essere. Opposizione logica e non concreta perché ovviamente il non essere, la non realtà, non esiste, pena il contraddittorio diventare realtà della non realtà. Il non essere ha tuttavia funzione logico-oppositiva indicante “il non essere l’essere”. 

Nel necessario rapporto fra i contrari Eraclito riconosce una loro sottostante e sostanziale unità, che però non significa eguaglianza. La realtà è sempre unità nell’opposizione. Solo opponendosi a vicenda i contrari danno senso uno all’altro, ma in radice si rivela la loro basilare unione che si manifesta come nascosta armonia. Se ci si ferma all’apparenza il mondo può sembrare caos e disordine, ma il saggio sa comprendere l’armoniosa unità di fondo degli opposti.
L’armonia di cui parla Eraclito non è il riconoscimento di un disegno divino, ma la legge del fato, la “dike” inesorabile, la necessità indeclinabile, “armonia invisibile che vale di più della visibile”. È l’accettazione stoica, serena ma non gioiosa, di quanto accade quotidianamente. A meno che non si assuma l’atteggiamento, che sarà di Nietzsche, di partecipazione dionisiaca al gioco dell’universo, in cui tragedie e commedie si alternano e si mescolano continuamente.


Parmenide. Si deve a Parmenide l’inizio di una nuova fase della filosofia, non più interessata allo studio della natura, del cosmo e della sua origine, ma interessata invece al problema di quale sia la vera conoscenza e la vera realtà. Così, al posto della cosmologia e della filosofia della natura, nasce l’ontologia, ovvero la metafisica dell’essere. - Francesco Lorenzoni.


Francesco Lorenzoni
30 aprile 2015
METAFISICA PREPLATONICA 6

PARMENIDE 1
Nasce ad Elea (a sud di Paestum, nell’attuale Campania) intorno al 510 a.C. 
Ha dato ottime leggi alla sua città ed è stato uomo onorato dai suoi concittadini. 
È considerato il fondatore della cosiddetta “Scuola elatica”, di cui Zenone e Melisso sono stati i più noti allievi. È morto verso la metà del quinto secolo avanti Cristo.

Si deve a Parmenide l’inizio di una nuova fase della filosofia, non più interessata allo studio della natura, del cosmo e della sua origine, ma interessata invece al problema di quale sia la vera conoscenza e la vera realtà. Così, al posto della cosmologia e della filosofia della natura, nasce l’ontologia, ovvero la metafisica dell’essere

La sua dottrina è esposta in un poema di cui ci restano 154 versi.

Due sono i poli attorno a cui si aggira la speculazione di Parmenide: il conoscere e l’esistere

Nel primo ci sono tre possibilità: verità, errore, opinione. 
Altrettante sono le possibilità del secondo: l’essere, il nulla (non essere) e il divenire. 

La singolarità della soluzione parmenidea è l’identificazione del pensiero con l’essere, mentre nella generale mentalità greca antica il pensiero è invece rispecchiamento dell’essere.

La conoscenza.
Prima di occuparsi del principio primo delle cose Parmenide affronta il problema gnoseologico, che costituisce sempre la porta d’ingresso della metafisica, essendo preliminare la necessità di verificare se l’umana conoscenza è in grado di compiere il salto metafisico.

Protagonista del poema di Parmenide è una dea, che simboleggia la verità, la quale, nel prologo, rivela che ci sono due vie lungo le quali l’uomo procede nella conoscenza: la prima via è quella della verità, certa e sicura; la seconda è quella dell’opinione, fallace e mutevole, è la via dell’apparenza

Due sono, dunque, le forme del conoscere: quella della ragione, che si regola esclusivamente secondo le esigenze della logica, e quella dei sensi, che tiene conto anche di ciò che è esperito. La prima via conduce alla certezza, a cui si accompagna la verità, la seconda conduce all’opinione, a cui si accompagna l’errore.

Ma sono due vie alternative e inconciliabili o sono invece due percorsi che si possono intrecciare ed anche integrarsi?

In passato gli studiosi, capeggiati da Aristotele, consideravano antitetiche le due vie. 

Ma già nell’antichità vi sono stati interpreti, come Plutarco e Simplicio, che ne sostenevano la conciliabilità. La tesi della complementarietà è stata ripresa recentemente da Eberhard Jungel e da Virgilio Melchiorre. Questa tesi pare conforme alle battute conclusive del prologo, là dove la dea dice di non rinnegare totalmente quanto procede dalla via dei sensi e dell’opinione, bensì di saper apprendere “come l’apparenza debba configurarsi perché possa apparire verosimile”

Si potrebbe dire, sostengono i due autori citati, che la via dell’opinione corrisponde alla via della scienza, la quale non può andare oltre il mondo della materia, il mondo dei fenomeni; mentre la via della pura ragione è la via della metafisica, la quale non si preoccupa di descrivere e di calcolare il mondo dei fenomeni, ma cerca di scoprire la loro ultima ragione e fondamento

La critica parmenidea della via dell’opinione non andrebbe presa quindi come un rifiuto bensì come una delimitazione di ambito e di valore. È la critica rivolta da un metafisico alla scienza qualora assumi pretese totalizzanti. Ma, invero, vale anche il contrario.

L’essere.
Parmenide giunge a concepire la potenza, la perfezione, il fascino dell’essere tenendosi fermo nella via della ragione: la ragione comprende che solo l’essere è e che al di fuori dell’essere nulla è: “l’essere è e non può non essere, mentre il non essere non è e non può essere”. 

Ciò che sta a cuore a Parmenide è soprattutto la ragione, il logos, e i suoi diritti insindacabili. 
Diritto primo della ragione è conoscere la verità, la quale compete esclusivamente all’essere poiché esso solo può sottrarsi all’oscurità del nulla e al precipitare nel nulla del divenire. Essere e ragione si richiamano a vicenda. Per intrinseca necessità (“dike”) la ragione non può pensare che l’essere non sia.

Si innesta qui il rapporto tra essere e conoscere, che si mostra in Parmenide come rapporto di identità: “Lo stesso è pensare ed essere”. Come Eduard Zeller ha parafrasato: “nulla è fuori dell’essere, ed ogni pensiero è pensiero dell’essere”; oppure, secondo Pilo Albertelli, : “se si pensa, si pensa a ciò che è, all’essere”. Parmenide non distingue quindi tra realtà e pensiero né distingue il pensiero come facoltà da un lato e come pensato dall’altro. Sostiene che realtà, pensiero e parola sono i tre aspetti fondamentali dell’essere e tutti obbediscono ad una medesima legge, che è contemporaneamente legge logica e legge della realtà: l’essere coincide con la logica e con il linguaggio che descrive la realtà; l’ordine del mondo coincide con l’ordine del pensiero che lo pensa e del linguaggio che lo esprime. Un’interpretazione idealistica al riguardo è peraltro fuori luogo, poiché Parmenide assegna all’essere attributi di chiara e assoluta obbiettività: “senza l’essere nel quale è espresso, non troverai il pensare”.

Ma allora che cosa Parmenide intende davvero per “essere”? 
L’indagine viene rivolta non più al comune principio delle cose della natura ma all’individuazione di un prioritario principio di verità, sia della realtà fisica che del pensiero e della ragione, nell’intento di superare la barriera fenomenologica riflettendo, per la prima volta nella storia del pensiero occidentale, sulla natura apparente del divenire delle cose

Il principio non è più identificato in un determinato elemento naturale ma nell’essere in quanto tale, ontologicamente concepito come superiore entità trascendente la mutevolezza dell’esperienza sensibile. Nell’essere è posta la realtà autentica, che ha portata più ampia, più vera e stabile rispetto alla realtà sensibile. La conoscenza sensibile si ferma alla superficie delle cose, mentre la conoscenza secondo logica e ragione è basata su principi, regole e concetti che rimangono sempre fissi e immutabili, per cui l’essere, il loro essere, resta tale costantemente e non può diventare anche non essere

In tal senso due sono i meriti di Parmenide.

Il primo sta nell’aver riposto il principio primo in una realtà, l’essere, che trascende ogni altra realtà sia di ordine fisico (acqua, aria, fuoco, ecc.) che matematico (numeri, figure, ecc.)

Si tratta comunque di una trascendenza orizzontale e non verticale: è la trascendenza del tutto rispetto alle parti. Anche a Parmenide, come nei preplatonici in genere, mancavano le categorie proprie del trascendente e dell’immanente: per gli antichi greci il divino non era una dimensione esterna al mondo ma quella migliore.

Il secondo merito sta nell’aver concepito l’universo non più come una somma di enti ma come essere univoco, il quale di tutti gli enti è il principio comune e universale (ogni ente, prima di essere qualcosa di determinato, deve innanzitutto essere, esistere). 

Nel linguaggio degli ionici il reale si esprimeva ancora con un plurale: “tà onta” (le cose che esistono). Per loro l’essere assumeva, qualunque ne fosse l’origine e il principio, la forma visibile di una pluralità di cose. 

Al contrario in Parmenide, per la prima volta, l’essere si esprime con un singolare: “to eòn”. 

Non si tratta più di questi o quegli enti ma dell’essere in generale, totale e unico. 

È un cambio di vocabolario che traduce l’avvento di una nuova nozione dell’essere: non più le cose diverse che l’esperienza sensibile coglie, ma l’oggetto intelligibile del logos, colto dalla ragione e non dai sensi, che si esprime attraverso il linguaggio conformemente all’esigenza della non contraddizione. 

È l’astrazione di un essere puramente intelligibile, che esclude la pluralità, la divisione, il cambiamento e che si costituisce in opposizione al reale sensibile e al suo perenne divenire

È quella tensione all’unità, all’Uno e all’Identico, che si esprime quando alla domanda “come emerge l’ordine dal caos?” si sostituisce la domanda “che c’è di immutabile nella realtà?”.

Dell’essere Parmenide esalta le singolari virtù: l’essere è ingenerato, imperituro, eterno, perfetto, compiuto, immobile, indivisibile; penetra tutto: “è tutto pieno di essere”.

Anche secondo vari studiosi, nella filosofia parmenidea dell’essere la riflessione matematica ha avuto una parte decisiva. Per il suo metodo dimostrativo e per il carattere ideale dei suoi oggetti acquista valore di modello. Applicando il numero all’estensione essa ha incontrato il problema del rapporto dell’uno e del molteplice, dell’identico e del diverso, analizzato con logico rigore. 

La non contraddizione è, secondo Parmenide, l’assoluta e univoca ragione immanente nell’essere e nel logos: l’essere è, il non essere non è. Espresso in questa forma categorica il nuovo principio compie un balzo logico, ma nello stesso tempo si trova separato dalla realtà fisica del divenire.



Parmenide è indubbiamente il primo e vero cominciamento della filosofia occidentale. 
Ancor prima di Platone, Parmenide pone in modo perentorio il problema del rapporto di ogni ente con la totalità degli enti, e finisce per dare una risposta che sacrifica la molteplicità ( sia essa intesa come coesistenza o come successione) alla pura luce dell'essere. L' essere di parmenide non è tuttavia trascendente, ma omeomorfo al pensiero. " La stessa cosa è il pensare e l'essere". Il modo esclusivo con cui Parmenide regola i conti col non essere è quanto di più perentorio ci si possa immaginare.In questo modo la negazione del non essere diventa la stessa formulazione del principio di non contraddizione intesa in senso ontologico. La via della verità è dunque per Parmenide la stessa via dell' identità. Tuttavia Parmenide non ha mai negato l'apparire sensibile, ciò che propriamente ha negato è che la verità sia testimoniata dal sensibile.



Francesco Lorenzoni
2 maggio 2015
METAFISICA PREPLATONICA 7

PARMENIDE 2
Il divenire.
Respinto dall’essere e dal vero, il divenire viene ridotto da Parmenide ad apparenza priva di consistenza ontologica. Ma siamo certi di siffatta assoluta negazione del divenire, come gran parte degli interpreti afferma, oppure è più corretto ritenere che ciò che Parmenide rifiuta è piuttosto l’assolutizzazione del divenire quale teorizzata da Eraclito?

Indubbiamente, scrive W. Jaeger, “l’idea fondamentale di Parmenide è che l’eternamente uno della filosofia ionica della natura, che cercava di afferrare nel divenire e nel perire l’origine incessantemente mossa di tutte le cose, non soddisfa il rigoroso concetto dell’essere”. 

Ma questo non implica necessariamente l’eliminazione di un qualsiasi divenire. 
Se è vero che Parmenide non condanna la scienza fisica ma la sua assolutizzazione, si può concludere che ciò possa valere anche per il divenire. In particolare sono le assolutizzazioni di certi contrari che Parmenide contrasta. Gli uomini hanno preteso non solo di dar nome a forme contrapposte del mondo dei fenomeni, ma anche di dar conto del reale ponendosi ora solo da un lato ora solo dall’altro, come se si trattasse di realtà sussistenti separatamente, mentre “l’essere non è divisibile perché è tutto uguale; non c’è un punto in cui meno prevalga, ma è tutto pieno di essere”. L’errore degli uomini, per Parmenide, sta semmai nell’intendere le differenze fenomenologiche come differenze ontologiche.

Limiti.
Significative sono le acquisizioni della filosofia parmenidea. 
Innanzitutto si enunciano per la prima volta, quanto meno indirettamente, i principi di identità, di non contraddizione e del terzo escluso, stabilendo così le basi della logica classica. 

In secondo luogo, Parmenide per primo pensa consapevolmente che il pensiero è l’essere e, a sua volta, l’essere è pensiero. Solo ammettendo la validità di questa identificazione è possibile, secondo Parmenide, conseguire la certezza che nel puro pensiero non si realizza soltanto una riflessione esterna sul pensato, né ci si limita ad operazioni logiche intorno a contenuti dati, ma ci si trova già con il pensiero nell’essere: il pensare, nel senso pieno del “logos”, è la vera realtà in cui si fa da sé presente la totalità dell’essere.

Peraltro, qui si evidenziano anche i limiti della speculazione metafisica parmenidea: le leggi della logica diventano le leggi della realtà. Così la metafisica di Parmenide non è più una metafisica dell’esperienza ma una metafisica inesorabilmente deduttiva, in cui l’essere viene piegato alle esigenze del logos

L’obbiettività dell’essere è davvero tale solo nel puro essere, nell’essere assoluto, eterno, perfetto, immutabile, mentre essa non è più garantita quando l’essere è contingente e caduco. In Parmenide le caratteristiche dell’essere sono considerate solo in funzione di una riflessione logica, ma senza pensare che tali caratteristiche appartengono piuttosto al logos che all’essere.

Un secondo limite attiene all’uso del verbo essere esclusivamente nel senso sostantivato di “esistere”. Parmenide ignora, cosa tipica a quell’epoca, il significato e la funzione anche copulativa del verbo essere, che serve ad attribuire un predicato al soggetto, configurandosi allora, in tal senso, numerosi modi di essere (è bello; è brutto; è giusto; è sbagliato; ecc.). 

Conservando invece l’abitudine di sostantivare il verbo essere, esso diventa “l’essere” come reificazione di un concetto, scambiando il concetto astratto con l'oggetto concreto e dimenticando, come dice Fuerbach, che “gli oggetti sono dati ma i concetti sono posti”. 

La copula si applica ad un sostantivo e non ha senso applicarla ad un verbo, in questo caso al verbo essere. Dire che un ente possiede certi attributi ha senso, ma è mera tautologia dire che l’essere è. In effetti, interrogandosi sul non essere, ovvero ponendo la domanda “che cos’è il nulla?”, Parmenide si imbatte nel “paradosso del non essere”: da un lato il non essere è niente per sua stessa definizione; dall’altro lato esso è però anche qualcosa, è appunto il non essere, è negazione logica della negazione. Affascinato dall’assoluto e dall’immutabile, sfugge a Parmenide l’alterità dell’essere la quale, accanto all’univoca totalità del reale, di per sé veritieramente contrapposta al nulla (o l’una o l’altro, il terzo escluso), consente la pluralità e il divenire degli esseri relativi, tra loro diversi (Platone), e la diveniente molteplicità predicativa dei modi di essere (Aristotele).

Le teorie di Parmenide, per il loro carattere innovativo e poiché assolutamente contrarie all’evidenza del senso comune, provocarono enorme stupore e suscitarono vivaci polemiche. 

I discepoli di Parmenide, soprattutto Zenone e Melisso, si proposero allora, per rafforzare la tesi del loro maestro, di dimostrare con esempi concreti, ricorrendo a paradossi, che davvero la molteplicità e il divenire degli enti non sono reali ma solo apparenti, mentre il reale è solo l’essere unico e immutabile, come da Parmenide sostenuto

Senonché i paradossi addotti sono validi nel quadro delle grandezze infinite matematiche e non già nella natura fisica ove, come dirà Aristotele, “esiste solo il finito e solo distanze finite”.



Patrizia Tomba
28 gennaio 2018

SU PARMENIDE
Secondo Parmenide se di una qualsiasi cosa si dice o si pensa che "è", di ciò che è diverso ed opposto ad essa si dovrà dire o pensare che "non è": e com'è possibile riconoscere realtà alcuna a ciò che non è, se non si vogliono violare le leggi immutabili del discorso e del pensiero? 

La grandezza della filosofia di Parmenide, che costituì un fecondo punto di partenza per il pensiero successivo e anche un difficile problema la cui soluzione era tuttavia indispensabile per poter progredire, sta proprio qui: nell'aver posto in primo piano il problema della verità del linguaggio e del pensiero, il problema della "via", cioè del metodo, che linguaggio e pensiero dovevano percorrere per giungere alla realtà. Il metodo vero costruisce conoscitivamente la realtà, l'essere, perchè elimina gradualmente dal pensiero tutti i contrassegni di irrealtà, di non-essere, che vi si erano infiltrati: la molteplicità nello spazio, intesa come differenziazione di parti, la molteplicità nel tempo, intesa come differenziazione di momenti, il vuoto inteso come assenza di realtà, la generazione e la distruzione intese come limiti dell'essere. Partito dal riconoscimento logico e metodologico delle esigenze del pensiero e del discorso, Parmenide giunge al culmine della "via" a dichiarare l'impensabilità, l'inesprimibilità e l'inesistenza del non-essere, e la parimenti assoluta esistenza dell'essere, che condiziona la possibilità di pensare e di dire il vero.

All'essere non potrà venir riferito alcun attributo, che possa in qualche modo diminuirne la positività, assimilandolo al non-essere. 
Ci si dovrà limitare a dire che esso è uno, invariabile, immobile, eterno..............,.
Come possiamo conciliare la concezione parmenidea dell'essere col fatto incontrovertibile che l'esperienza ci presenta continuamente degli esseri molteplici, variabili, temporanei? 
Di fronte a questo stato di cose, risponde Parmenide, non vi è altro da fare che respingere la nostra spontanea fiducia nell'esperienza, riconoscendo che essa costituisce per l'uomo una via di conoscenza fallace e illusoria.....................
Parmenide non rinuncia tuttavia a costruire una propria spiegazione di questo mondo, di cui aveva dichiarato l'assoluta inconsistenza di fronte all'assoluto essere........................
Se ne può concludere che per lui solo la ragione è un mezzo di conoscenza veramente efficace; solo essa, rompendo la crosta delle apparenze, può farci cogliere l'unità profonda del reale. L'opposizione tra razionalismo ed empirismo, che tanti sviluppi avrà nella storia della filosofia, trova proprio qui la sua prima radice.
L'essere di Parmenide è stato interpretato da taluni in senso idealistico, da tal altri in senso materialistico. Entrambe queste interpretazioni travisano però il pensiero dell'eleata, non tenendo conto che esso antecede in realtà, ogni consapevole distinzione tra idealismo e materialismo. L'affermazione di Parmenide che più si presta ad una interpretazione materialistica è quella che ci presenta l'essere come sferico (cioè come una sfera piena); evidentemente Parmenide pensò alla sfera, perchè la superficie sferica non è limitata da alcun perimetro nè interrotta da alcuno spigolo. Non si può tuttavia negare che la sfericità vada accolta con la massima cautela; se infatti la interpretassimo alla lettera, cadremmo in contraddizione con tutto l'insegnamento di Parmenide, perchè saremmo costretti ad ammettere l'esistenza di un non-essere (o vuoto), che è al di là dell'essere sferico e lo limita. Essa va intesa invece come identità e assolutezza dell'essere lungo tutte le direzioni; ...la sfera di Parmenide è più simile allo spazio curvo einsteiniano che al solido euclideo che siamo portati a ragfigurarci. L' interpretazione idealistica è d'altra parte esclusa perchè se il pensiero scopre l'essere, certamente non lo crea; anzi è pouttosto l'esistenza dell'essere a rappresentare la possibilità e la condizione del pensiero, che in esso culmina e con esso deve identificarsi.
(Da L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol I)

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