sabato 5 novembre 2016

Thomas Mann. Giuseppe e i suoi fratelli. “Profondo è il pozzo del passato. O non dovremmo dirlo imperscrutabile? Imperscrutabile anche, e forse allora più che mai, quando si discute e ci si interroga sul passato dell’uomo, e di lui solo: di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura orientata al piacere ma oltre natura misera e dolorosa, e il cui mistero, come è comprensibile, forma l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dà fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema”. “Perché appunto in questo caso avviene che quanto più si scavi nel sotterraneo mondo del passato, quanto più profondamente si penetri e cerchi, tanto più i primordi dell’umano, della sua storia, della sua civiltà, si rivelano del tutto insondabili e, pur facendo discendere a profondità favolose lo scandaglio, via via e sempre più retrocedono verso abissi senza fondo. Giustamente abbiamo usato l'espressione "via via, sempre più" perchè l’insondabile si diverte a farsi gioco della nostra passione indagatrice, le offre mete e punti d’arrivo illusori, dietro cui, appena raggiunti, si aprono nuove vie del passato, come succede a chi, camminando lungo le rive del mare, non trova mai termine al suo cammino, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, a cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune” .


Le storie di Giacobbe, Il giovane Giuseppe, Giuseppe in Egitto e Giuseppe il Nutritore

Profondo è il pozzo del passato. O non dovremmo dirlo imperscrutabile?
Imperscrutabile anche, e forse allora più che mai, quando si discute e ci si interroga sul passato dell’uomo, e di lui solo: di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura orientata al piacere ma oltre natura misera e dolorosa, e il cui mistero, come è comprensibile, forma l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dà fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema”. “Perché appunto in questo caso avviene che quanto più si scavi nel sotterraneo mondo del passato, quanto più profondamente si penetri e cerchi, tanto più i primordi dell’umano, della sua storia, della sua civiltà, si rivelano del tutto insondabili e, pur facendo discendere a profondità favolose lo scandaglio, via via e sempre più retrocedono verso abissi senza fondo. Giustamente abbiamo usato l'espressione "via via, sempre più" perchè l’insondabile si diverte a farsi gioco della nostra passione indagatrice, le offre mete e punti d’arrivo illusori, dietro cui, appena raggiunti, si aprono nuove vie del passato, come succede a chi, camminando lungo le rive del mare, non trova mai termine al suo cammino, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, a cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune” .
Thomas Mann Le storie di Giacobbe,Milano 2001, p. 23




Thomas Mann (6 giugno 1875), Giuseppe e i suoi fratelli - Il giovane Giuseppe, Bruno Arzeni (trad. it.), Milano 2015, Mondadori

[...] nella valle di Shekem, ricca di sorgenti, [...] pascolavano il gregge per lo più i figli di Lia, da Ruben a Zebulon, mentre solo i quattro di Bilha e di Zilpa insieme con i due rampolli di Rachele abitavano presso il padre, di modo che avveniva con loro come con le costellazioni dello zodiaco, che se ne vedono solo sei per volta, ma le altre sei rimangono sottratte alla vista, e a questo Giuseppe non mancava mai di alludere come a simbolo e a rispecchiamento. (9)

«Dio creò l'uomo per ultimo in base a tre ragioni: perché nessuno potesse dire di averlo aiutato nella creazione; perché l'uomo conoscesse l'umiltà e dicesse a se stesso: "Il moscone mi ha preceduto"; e infine perché l'uomo potesse subito sedersi a tavola come l'ospite per cui tutti quei preparativi erano stati fatti.» (12)

Ma nefasto era anche il tredici, e perché? 
Perché i dodici mesi lunari avevano soltanto trecentocinquantaquattro giorni e di tanto in tanto negli anni dovevano inserirsi mesi intercalari, che corrispondevano alla tredicesima costellazione dello zodiaco, al Corvo. Questa eccedenza conferiva al tredici uno stigma infausto, come anche il corvo era un animale di malaugurio. (16-17)


[...] le cause prime e ultime di tutto erano due, l'invidia e la presunzione;
e chi ama la giustizia troverà difficile decidere a quale di questi due mali o, per scendere nel personale, se al singolo Giuseppe o alla schiera dei fratelli [...] debba attribuirsi l'origine della disgrazia che ne seguì. Ma appunto amore di giustizia, leale desiderio di tenersi lontano da ogni parzialità [...] lo indurranno forse a riconoscere nella presunzione il male primo, l'origine vera di quella sventura; d'altro lato, sempre per amore di giustizia si dovrà ammettere che poche volte al mondo come nel caso di Giuseppe la presunzione ebbe più motivo di essere e, con la presunzione, l'invidia. (23-24)

[...] essa (scil.: la bellezza) non solo non ha bisogno di saper leggere e scrivere, non solo può fare a meno di spirito e sapienza, ma correrebbe perfino il pericolo di venire da queste doti deformata o distrutta. Ma quando spirito e bellezza, superando l'abisso che abitualmente li divide, si uniscono in maniera esemplare, quando si danno insieme nella stessa persona, allora la tensione esistente tra i due, che si suole considerare come insita nella natura umana, sembra annullarsi, e si pensa involontariamente al divino.
[...] Abbiamo detto che il superamento della loro naturale polarità doveva sembrare qualcosa di divino. Ma bisogna intendere ciò rettamente. Questo superamento non si elevava fino ad attingere il divino [...], ma sfiorava tuttavia la sfera del divino, vale a dire della Luna.
[...] Ma per il giovane la natura della luna si connetteva ben più che con il pensiero dell'incanto della bellezza: essa si congiungeva anche, e non meno intimamente, con l'idea della sapienza e delle lettere, poiché la luna era il simbolo di Thot, del bianco babbuino inventore dei segni, portavoce e scriba degli dèi, che annotava le loro parole e proteggeva coloro che coltivano la scrittura. Fascino della bellezza e fascino della scrittura a un tempo, indissolubilmente uniti, ecco quanto aveva esaltato allora il giovinetto e dato l'impronta al suo culto solitario.
(24-25)


Ciò in cui credeva era che lo spirito di Dio, chiamato "Mummu" dalle genti di Sinear, avesse aleggiato meditando sopra le acque del caos e per mezzo della parola avesse creato il mondo.
Egli pensava: quale prodigio! Il mondo è stato creato per mezzo della parola, parola libera, venuta da fuori, e ancora oggi... una cosa, per quanto già sussista, non esiste forse realmente solo quando l'uomo le conferisce esistenza nella parola e la nomina?
(26-27)


Prima di tutto bisogna notare una cosa: sia per quelli più vicini d'età a Giuseppe sia per gli altri [...] non si poteva nemmeno lontanamente parlare di bellezza, sebbene fossero tutti giovanotti robusti, [...]; tutti però senza eccezione reputavano addirittura un onore non fare alcun conto e non capire nulla di quanto avesse a che fare con il sapere e la parola. [...] Erano, tutti quanti, ciò che anche Giuseppe sarebbe dovuto essere per ritrovarsi a suo agio in loro compagnia: pastori e all'occasione, in subordine, anche contadini che coltivavano il campo; affatto stimabili in queste due qualità e pieni di odio per colui che si piccava, con il permesso del padre, di saper fare quello che facevano loro ma senza troppo applicarvisi, con la mano sinistra, per così dire, mentre nello stesso tempo si dilettava nella scrittura e nella lettura. Prima che venisse escogitato per lui il nomignolo, con il quale manifestarono tutta la loro avversione, "sognatore di sogni", lo chiamavano beffardamente Noah-Utnapishtim, l'oltremodo sapiente, il lettore delle pietre di prima del diluvio.
(27-28)


(31)
Egli conosceva la predisposizione di Giuseppe verso brevi stati estatici, gli erano note le sue convulsioni profetiche, poco pronunciate, è vero, e in parte simulate, ma spesso genuine e non sapeva come comportarsi nella sua qualità di padre, reso incerto dall'ambiguità di quelle manifestazioni, sacre e nello stesso tempo inquietanti.

(45)
Probabilmente la causa prima del suo dispetto e della sua spinta a emigrare era stato l'amore per la Luna, la divinità di Uru e di Charran, amore offeso dagli onori esagerati che Nimrod di Babele rendeva ufficialmente al principio del Sole, a Shamash-Bel-Mardug, a detrimento di Sin, la Luna, il pastore delle stelle. Anzi, questa poteva essere un'astuzia di Dio: volendo divenire glorioso in Abiram e farsi un nome per opera sua, aveva suscitato in lui con l'amore per la Luna il primo moto di ribellione e di irrequietezza, che aveva poi sfruttato ai suoi fini, facendone il segreto avviamento del suo futuro destino.


(52-55)
Molte altre cose sapeva insegnare il lontano patriarca a proposito di Dio ma non sapeva raccontare nulla di Dio; nulla almeno nel senso in cui altri sapevano raccontare dei loro dèi. Non c'erano storie riguardanti Dio. [...] Egli era solo, e questo era un segno della sua grandezza. Ma il fatto che era solo, senza consorte né figli, se da un lato contribuiva a spiegare la sua grande gelosia per il patto con l'uomo, dall'altro era in connessione con l'assenza di storie che lo riguardassero e con il fatto che non ci fosse da raccontare nulla di lui.
E tuttavia proprio questa mancanza di storie non deve intendersi in senso assoluto, se ne poteva parlare solo per il passato, non per il futuro [...]. Dio, dunque, aveva anche lui una storia, ma essa riguardava il futuro [...].


(117)
Ma proprio questa condotta era colpevole! Indifferenza e ignoranza della vita intima degli altri esseri umani finiscono per creare un rapporto affatto falso con la realtà, una specie di abbagliamento. Dai tempi di Adamo ed Eva, da quando uno divenne due, chiunque per vivere ha dovuto mettersi nei panni altrui, per conoscere veramente se stesso ha dovuto guardarsi con gli occhi di un estraneo. L'immaginazione e l'arte di indovinare i sentimenti degli altri, cioè l'empatia, il con-sentire con gli altri, è non solo lodevole ma, in quanto infrange le barriere dell'io, è anche un mezzo indispensabile di autopreservazione.


(124)
Nove giorni dopo erano tutti là, con il messo, il giorno esatto della luna piena [...].

(168)
Egli metteva in conto che la missione di Giuseppe potesse fallire, allorché considerava la possibilità di un suo ritorno senza fratelli. Ma la terribile possibilità che si avverasse il caso opposto non si affacciò neppure alla sua mente; il destino, per assicurarsi di poter esercitare il proprio dominio, gli impediva di immaginare un tale caso. Poiché tutto avviene altrimenti da quello che si pensa, i pensieri degli uomini, quando precorrono ansiosamente il futuro, assomigliano un po' agli esorcismi e sono un ostacolo all'attuarsi del destino. Ma questo, per difendersi, paralizza la nostra immaginazione, così che essa tutto configura fuorché la fatalità che incombe, e quest'ultima, non scongiurata dai nostri pensieri, conserva in tal modo tutta la sua originaria natura e la sua annichilente potenza.


(225)
[...] Mio Dio! I fratelli! A che punto li aveva portati?


(237)
Ciò che per lo spirito vigile di Giuseppe traluceva attraverso l'accaduto era l'immagine archetipica della morte dell'astro, della luna morta che non si vedeva per tre giorni prima della sua tenera resurrezione, soprattutto l'immagine archetipica della morte degli dèi della luce, che per qualche tempo soccombono al mondo infero; e quando il proposito orribile divenne realtà e i fratelli lo sollevarono sulla bocca della cisterna, sull'orlo della fossa ed egli dovette sprofondare scomparendo alla vista e aiutandosi con tutta la sua abilità, allora il suo spirito desto aveva compreso chiaramente l'allusione alla stella che la sera è donna e la mattina uomo, e che precipita nel pozzo dell'abisso come astro vespertino.

(249)
Quando il vecchio (scil.: ismaelita) [...] gli domandò per quanto tempo fosse restato nella cisterna, egli stese tre dita, per indicare che erano stati tre giorni, e ciò colpì non poco l'immaginazione dei Minei che trovarono il fatto altamente significativo ed evocativo e lo misero in rapporto con i tre giorni in cui la luna nuova dimora nel mondo infero.


(307)
«Sai tu, hai tu compreso che Giuseppe se n'è andato per sempre, che a me non ritornerà mai più, mai più? Solo quando rifletti su questo puoi parlare con la voce stessa della mia anima e schivare il vuoto chiacchiericcio.»


(307-308)
«[...] Il mio bambino, il mio Damu! Il Signore l'ha dato, il Signore se l'è ripreso! Meglio sarebbe stato se non me l'avesse dato e se non mi avesse fatto uscire dal ventre di mia madre e se nulla di nulla fosse stato! Che cosa si deve pensare, o Eliezer, e dove volgersi e contorcersi nella propria pena? Se io non fossi, nulla saprei, nulla sarebbe. Ma poiché sono, è sempre meglio che Giuseppe sia morto piuttosto che non fosse mai stato, così ho almeno qualche cosa che mi rimane, il mio dolore per lui


(314-315)
«Giacobbe, Giacobbe, che fai? Tu distruggi il mondo nella protervia del tuo dolore, lo riduci in frantumi, e ne getti i pezzi sulla testa di colui che ti ammonisce. [...] »
«Taci, Eliezer! Ti prego, non parlare in modo così sbagliato di me, io sono sensibile al dolore e non lo reggo! Chi ha dovuto dare il suo unico figlio perché venisse dato in pasto ai cinghiali e ai piccoli nel covile, io o Dio? Perché dunque consoli lui e ti schieri con lui invece che al mio fianco? Comprendi veramente quello che io intendo dire? No, tu non comprendi nulla e vuoi parlare in difesa di Dio. [...]»


(322-323)
«[...] Sai tu che cos'è un cuore dilaniato
No, ma quando dici di saperlo, ti limiti a un vano cicaleccio e pensi tutt'al più:
"È molto triste". Ma il mio cuore è stato letteralmente dilaniato,
così che io sono costretto a pensare contro la razione e debbo fare progetti impossibili.»
«Io scuoto la testa per pietà, mio signore, [...].
Ma dopo questo sarebbe meglio per te che cominciassi a poco a poco
a rassegnarti alla volontà di Dio e riprendessi padronanza del tuo cuore [...]»
«[...] Cercami una donna, Eliezer, che assomigli a Rachele [...].
Io voglio generare con lei tenendo gli occhi scientemente fissi sull'immagine di Giuseppe,
che io ben conosco. Così ella me lo partorirà di nuovo dal regno dei morti!»
«Quel che tu dici» rispose Eliezer [...] «mi desta raccapriccio e ripugnanza e non voglio averlo udito! Perché non mi sembra che venisse soltanto dalle profondità della tua pena, ma da abissi ancora più profondi.»

(333)
Ma se ne partirono? Niente affatto, restarono, e se uno di loro qualche volta se ne andava per la sua strada, faceva ben presto ritorno. La loro cattiva coscienza aveva bisogno del sospetto del padre, e viceversa. Essi erano legati tra loro in Dio e in Giuseppe, e se in principio vivere insieme fu un grande tormento, Giacobbe e i suoi figli l'accettarono come una penitenza.
I figli sapevano quello che avevano fatto e, se erano colpevoli, anche il padre sapeva di esserlo.
Ma il tempo passava, e creava assuefazione.

(340)
Poiché qui si tratta di soprannomi, bisogna dire che Giuseppe, da solo, in segreto e nel gioco se ne dava uno [...]. Si chiamava: Henoch.

(340)
[...] Henoch o Hanok, il figlio di Jared e l'avo di Noè che Dio aveva amato per la sua straordinaria pietà e per la sua intelligenza e aveva rapito alla terra.

(342)
[...] solo quattro generazioni dopo Adamo

(342- 343)
Certo era che per la sua straordinaria sapienza egli aveva avuto per lungo tempo sulla terra il rango di un re universale e di un filosofo civilizzatore, e aveva esercitato un dominio di benedizioni dando agli uomini benefiche leggi [...]. Perché allora si chiamava "il fanciullo"? [...] Per tutta la vita sembra che fosse chiamato così, per lo meno dal momento in cui Dio aveva trovato che il mondo non lo meritava e lo aveva portato via su un carro di fuoco; [...].
Sembrava del resto che il regale fanciullo Hanok avesse già da solo trovato che la terra non lo meritava: nel corso dei suoi trecentosessantacinque anni, infatti, si era sempre più ritirato dal consorzio degli uomini [...]. E i motivi di questo [...] isolarsi [...]? Si fondavano prima di tutto su una compiacenza verso Dio che avrebbe fatto di lui [...] una mosca bianca, una eccezione che lo straniava ed era per lui stesso straniante, chiusa su se stessa, e sembrava avesse più un significato passivo che un senso attivo, il che vuol dire ancora di più il significato di una violenta predilezione da parte di Dio [...].
Il secondo motivo dell'isolamento era la sua inaudita erudizione e la sua abilità nella scrittura che si accordava ampiamente col timor di Dio e col suo compiacere Dio, e quindi si era fusa in sapienza.

(343-344)
Si pretendeva di sapere che fosse stato in possesso del rotolo scritto che Adamo aveva ricevuto dalla mano dell'angelo Raziel. Settantadue modi della scienza, suddivisi in seicentosettanta segni dei più segreti, come le millecinquecento chiavi, non affidate ai santi del mondo superno, erano nascosti nel libro, così che la sua conoscenza non significava soltanto una completa iniziazione nel segreto silenzio della creazione, ma garantiva il personale, pieno gradimento davanti a Dio e agli uomini e assicurava contro tutti gli attacchi malvagi. Per il furto dell'albero Adamo aveva però perduto il libro. Poiché la golosità non solo non aveva aumentato la sua sapienza, ma l'aveva anzi diminuita fino alla stupidità e l'espressione di questo istupidimento era stata appunto la perdita del libro. In precedenza, infatti, Adamo li aveva posseduti entrambi: i sogni e lo spirito che, insieme, fanno la sapienza. Dopo aver però mangiato della mela possedeva soltanto lo spirito, anche se in misura maggiore; dei sogni invece più nessuno, e il suo sapere era scomparso. Ma lo consolò il messo Raziel: il libro era in un'arca d'oro insieme alle spezie, chiuso e conservato in una caverna, e chi tra i figli di Adamo fosse stato di carne pura e di animo mite lo avrebbe ritrovato e posseduto di nuovo sia i sogni sia lo spirito, ossia la sapienza.


(346)
Come era accaduto che egli si fosse del tutto "distaccato", Giuseppe non lo raccontava con precisione. L'umanità, dopo un lungo attendere e desiderare, era stata convocata a una riunione universale alla vista di Hanok, che l'ultima volta l'aveva confortata con i suoi ammaestramenti, sia riguardo alle calzature sia riguardo alle prescrizioni alimentari e alle regole per la salute, a seconda delle caratteristiche e del clima. Poi era stato portato via... Di più Giuseppe non disse. ◊""

P. Thomas Mann (6 giugno 1875), Giuseppe e i suoi fratelli - Il giovane Giuseppe, Bruno Arzeni (trad. it.), Milano 2015, Mondadori




Thomas Mann. Giuseppe e i suoi fratelli.
La tetralogia, composta dai libri .

“Si può ben essere in una storia e tuttavia non capirla”, 
Thomas Mann. Giuseppe e i suoi fratelli.


Un Mann – alle prese con questi patriarchi che si tradiscono, scappano, si fregano l'un l'altro con o senza l'appoggio di Dio, ammazzano, trombano come cammelli in calore – che fa uso di comicità e ironia a badilate con qualche cucchiaio di sarcasmo, proprio non me lo aspettavo. Un lungo romanzo comico con qualche sprazzo di commozione, imbastito intorno allo scarno racconto biblico, in cui Mann mostra, ma non sarà né la prima né l'ultima volta, una straordinaria capacità di analisi dell'animo umano e una preparazione da capogiro. Lo scrittore onnisciente. Grandissimo!
 Serenus ha scritto il  16 ott 2016 11:51




La luna e il mito nell’opera di Thomas Mann

A Gustave Flaubert

I pozzi in cui la luna si lascia rimirare sono pozzi particolari. 
Quello di Thomas Mann è il profondo “pozzo del passato”
l’insondabile pozzo in cui lo scandaglio della sua inquietudine e della sua ambizione intellettuale ha incontrato la superficie oscura della narrazione della Bibbia e ha ritrovato le figure dei patriarchi che con le loro storie hanno dato nomi, leggi, ordine e sogni alla vita degli uomini. Il riflesso della loro esistenza ricopre come un’ombra il contorno delle vite che ripetono lontani modelli cui è affidata l’invenzione di essere i primi avi raccontati dalla memoria della Tradizione
A conoscere e a imparare le loro vicende, l’avventuroso primo differenziarsi delle loro generazioni, si dubita dell’inizio, di quel fondo che dovrebbe essere principio. 
Lo smarrimento esistenziale che il moderno narratore di alcuni capitoli della Genesi esorcizza, fissandolo al realismo della precisione geografica ed etnologica è soltanto la condizione per ricreare il naturale legame umano con la divinità nelle sue forme di confortante pietà o di barbarico terrore.

È il curioso, ammirato e incerto stupore del “giovane Giuseppe” che «provava un senso di vertìgine, come noi quando sporgiamo sull’orlo di un pozzo». Un antico pozzo il suo, «al di là delle colline a nord di Hebron, un po’ a oriente dalla strada che veniva da Urusalim, nel mese di Adar, in una sera di primavera. La luna era così chiara che si potevano leggere cose scritte».

Se si vuol prestar fede alla esatta realtà della leggenda raccontata da Thomas Mann, la luna si sarà certamente rispecchiata nell’acqua fredda di quel pozzo ai confini del tempo,  [...]
Il vecchio Goethe, nel quarto libro di Poesia e verità, aveva ricordato ancóra i meriti e gli onori giustamente spettati a chi aveva saputo riconoscere la propria fortuna.
Lo scrittore borghese che si accinge a descrivere con l’erudita acribìa di uno specialista in antichità orientali la devozione del giovane Giuseppe per la luna, una divinità sospetta al padre, vuole, con il miraggio della precisione, annullare la distanza storica cedendo allo spirito della narrazione che lo tenta con tutto il potere della suggestione scientifica del suo tempo; non rinuncia però al nascosto gioco delle parodistiche correzioni, delle divertite modificazioni anacronistiche anche se vogliono soltanto apparire ubbidienti rettifiche suggerite dalle nuove scoperte della scienza e dell’archeologia.
A un lettore di romanzi che facesse attenzione a quella luna che la letteratura riesce quasi sempre a “mostrare altrui nel pozzo”, tornerebbe alla mente un’altra figura a lui devota, immersa in quella luce d’Oriente e di epoche lontane che rendeva mitico per la fantasia borghese il fascino dell’esotismo, la figura di una figlia amata da un padre diversamente preoccupato della divinità, una figlia inventata dall’immaginazione di Gustave Flaubert: Salammbô, cantilenante i nomi della luna sulle colline di Cartagine.
I gomiti sui fianchi, le mani aperte come Giuseppe, Salammbô invoca Baalet, Tanit, la luna, regina delle cose umide e della fecondità eterna, l’incontrastato principio femminile che lotta e si oppone alla crudeltà e alla impietosa signorìa di Moloch, il sole. Il dualismo, che la storia della cultura e delle religioni prima della letteratura hanno insegnato e tramandato, presiede al destino dei protagonisti, ne determina i comportamenti e le azioni, così come nel romanzo di Thomas Mann il culto di Baal e di re Toro è contrapposto alla esaltazione lunare; rappresenta il segreto timore di Giacobbe, preoccupato che i suoi figli possano venir distratti dal buon solido lavoro a danno di quell’ordine e di quella riverenza per il nuovo dio che lui stesso aveva aiutato a scoprire liberandolo dalle primitive imprecise forme di una collettività che, come raccontano i primi volumi della tetralogia, aveva appena imparato a distinguerlo dal proprio “io”. Sole e luna si contendono il dominio e il governo sugli uomini e sulla terra; questa binarietà era principio strutturale nel romanzo di Flaubert, contrapponeva i personaggi non solo nella parabola delle loro avventure ma ne scopriva, nel segno della differenza tra maschile e femminile, la tensione risolvibile solo nella caduta o nel superamento dell’uno con la vittoria dell’altro.
A Sainte-Beuve che l’aveva accusato di non aver saputo far resuscitare – per familiarità o per affinità – la civiltà del mondo antico, Gustave Flaubert aveva risposto definendo l’attrazione esercitata su di lui: «La curiosité et l’amour qui m’a poussé vers des religions et des peuples disparues, a quelque chose de morale en soi et de sympathique, il me semble».
Thomas Mann, nel novembre 1928, prima di leggere, a Vienna, alcuni capitoli delle Storie di Giuseppe, pur volendo affermare la sua distanza da Flaubert, parlava anche lui di simpatia per i tempi di civiltà scomparse: «Prima di cominciare a scrivere ho riletto Salammbô, per vedere come oggi non si deve costruire un romanzo. Soprattutto niente broccato archeologico, niente di erudito artistico-artificioso, nessun culto volutamente antiborghese di pesante erotismo! Quella archeologia è un’attrazione, è un fascino, tra gli altri, decisamente quello che ha minore effetto, quello che ha minore importanza… L’antico Oriente mi attrae e nutro per l’antico Egitto e la sua cultura, già dai miei primi anni di ragazzo, simpatia e predilezione… non ne so davvero poco sull’Oriente, sono diventato un po’ orientalista come ai tempi della Montagna incantata ero studioso di medicina. Fare dell’elemento archeologico – per quanto lontano sia – scopo e oggetto dell’arte è, fino a un certo grado, inevitabile, e ciò per quell’allegra esattezza che è mezzo di realizzazione. Vorrei raccontare le pie storie proprio come sono avvenute realmente, o come avrebbero potuto accadere se… Ma per non considerare più questo “se” esiste appunto l’esattezza che non può sussistere senza una certa critica unoristica della Bibbia; così come la componente della ricerca scientifica fa parte della concezione del romanzo che avrà molti più elementi saggistici di quanti non ne avesse il precedente…».
Il Flaubert stanco, amareggiato e ammalato degli anni 1875-77, che in Bouvard et Pécuchet sta intanto infierendo sulla balorda fatica di Sìsifo della ricerca d’identità dei suoi eroi e sua stessa, sembra paradossalmente volgersi nei Trois contes a una dimensione quasi religiosa di speranza e utilità della vita. L’unità delle tre storie sta in questo succedersi dialettico di alienazione, irriducibilità e via d’uscita, che in Flaubert è un fatto assolutamente nuovo, e anticipa l’atteggiamento di Thomas Mann in Giuseppe e i suoi fratelli.
In questa chiave è giusto tenere in considerazione le indicazioni di Thibaudet quando presenta ciascuno dei Trois contes quasi come contrappunto ad altrettante opere maggiori dello scrittore: Un cuore semplice a Madame Bovary; la Leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere a La tentazione di Sant’Antonio; ed Erodiade a Salammbô. Ma in ognuno di questi collegamenti l’elemento giustificativo è di tipo e valore diverso, in misura decrescente d’importanza.
Laddove in Madame Bovary il movimento dell’eroina è governato da una frenetica spinta centrifuga che tende a dilatare fino al limite della rottura tragica il cerchio in cui Emma è inscritta, in Un cuore semplice tutto si svolge nel senso contrario: di una continua autoriduzione – posta sotto il segno della luna – che approda alla beatitudine del nulla. Nel San Giuliano e nella Tentazione il dato comune può ritrovarsi in quella specie di esotismo cronologico che è la medievalità delle rappresentazioni (i bestiarî, la caccia…) e nelle partenze dell’ispirazione: immagini remote colte dal ragazzo Flaubert rispettivamente nella vetrata della cattedrale e in un baraccone da fiera della familiare Rouen, storie dentro la storia del suo fantasticare; ma nel primo caso la tragedia ha una catarsi di santità, mentre nel secondo è l’elemento diabolico a far da protagonista. E ancóra meno sostanziale sembra il legame tra Erodiade e Salammbô: esso non è da ricercarsi tanto nelle storie quanto invéce nel loro autore, in quel dèmone che lo assillava al perseguimento di un passato lontano in paesi lontani, di un altrove assoluto, spingendolo a un forsennato e minuzioso lavoro di documentazione erudita, così simile a quello di Thomas Mann nel suo Giuseppe.
L’apparente difformità dei tre argomenti e delle vicende, che indurrebbe a prima vista a considerare affatto casuale la coesistenza dei Trois contes nello stesso volume e a mettere in discussione la loro plausibilità come opera unitaria, risulta abbastanza inessenziale a quella lettura ravvicinata e approfondita che innegabilmente essi richiedono: come certi quadri rivelano soltanto a uno sguardo insistente l’importanza dei loro particolari, così i Trois contes hanno bisogno di più di una lettura perché ciascuno di essi riveli al lettore l’apparato intero del suo movimento, gli partecipi il suo ritmo. Un ritmo certo più agevole nella sussurrante successione e registrazione di eventi di Un cuore semplice; addirittura miracoloso in San Giovanni l’Ospitaliere dove (come è stato osservato) tutto corre in una dimensione di silenziosa levità lunare e onirica; più spezzato e faticoso in Erodiade, dove una folla di motivi storici, di suggestioni archeologiche ed erudite, di sollecitazioni del senso e di condizioni esistenziali si addensa in uno spazio forse troppo esiguo.


Paolo Melandri
19 agosto 2011


http://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=saggio&Id=223


Elenco blog personale