lunedì 13 novembre 2017

Gentrification. Le transumanze notturne verso i luoghi della movida, le feste di strada, i mercati all’aperto itineranti, tutto quell’insieme di effervescenze che fanno sembrare una città vivace e dinamica sono ormai parte della cultura urbana. Ma quello che fa di un quartiere una meta turistica glamour è spesso frutto di una «artificiosa» riqualificazione che consiste nel risanamento, il più delle volte con interventi di speculazione immobiliare, di aree popolari e nell’espulsione degli abitanti originari, a favore di classi più agiate (la gentry per l’appunto). Vasti tessuti sociali vengono così lacerati per far posto ad un fiorire di negozi vintage, birrerie artigianali, pasticcerie siciliane a fianco di marchi transnazionali, in un panorama eclettico ma senza memoria.

“Gentrification. Tutte le città come Disneyland”
di Giovanni Semi




Recensione a: Giovanni Semi, Gentrification, Tutte le città come Disneyland?,
Il Mulino, Bologna 2015, pp. 240, 22 euro

Scheda libro:
GIOVANNI SEMI, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?
Le transumanze notturne verso i luoghi della movida, le feste di strada, i mercati all’aperto itineranti, tutto quell’insieme di effervescenze che fanno sembrare una città vivace e dinamica sono ormai parte della cultura urbana. Ma quello che fa di un quartiere una meta turistica glamour è spesso frutto di una «artificiosa» riqualificazione che consiste nel risanamento, il più delle volte con interventi di speculazione immobiliare, di aree popolari e nell’espulsione degli abitanti originari, a favore di classi più agiate (la gentry per l’appunto). Vasti tessuti sociali vengono così lacerati per far posto ad un fiorire di negozi vintage, birrerie artigianali, pasticcerie siciliane a fianco di marchi transnazionali, in un panorama eclettico ma senza memoria.

Giovanni Semi insegna Sociologia delle culture urbane e Sociologia generale presso l’Università di Torino. Per il Mulino ha già pubblicato «Osservazione partecipante. Una guida pratica» (2010).

Posted by Alberto Bortolotti:
Il saggio “Gentrification” rappresenta una sorta di manuale del cosiddetto fenomeno della gentrificazione, ovvero “la conquista di un territorio urbano da parte di un gruppo di persone differenti per posizione di classe rispetto agli abitanti precedenti”[1]. 

Questo tema, affrontato da molti anni su riviste di settore, quotidiani e saggi, non è, tuttavia, mai stato veramente discusso dal mondo politico e mediatico, sebbene il fenomeno in oggetto si verificò per la prima volta già nell’Ottocento, attraverso il consolidamento della urban gentry, ossia la piccola borghesia.

Giovanni Semi spiega che la gentrificazione nasce con la modernità, periodo in cui la città diviene il centro delle società occidentali, come scrive David Harvey in Giustizia Sociale e Città: 
“la città è simultaneamente il meccanismo e l’eroe della della modernità”[2]. 

La piccola borghesia, una volta appropriatasi del proprio status sociale, iniziò a riconoscere delle qualità e delle opportunità economiche in alcune zone della città, decidendo di investirvi dei capitali per riqualificarle. Celebri esempi di questo fenomeno sono il Greenwhich Village di New York, o Notting Hill a Londra, episodi non sporadici che, successivamente, si verificarono anche in tutta Europa e nel resto del mondo, tanto da essere tuttora in fase di sviluppo.

La gentrificazione è un fenomeno che è stato esportato nel resto del mondo in modo direttamente proporzionale all’accentuazione del liberalismo, inteso nella sua forma economica pura: il liberismo. Non a caso la gentrification nasce e si sviluppa prevalentemente nei paesi anglosassoni. 

Il fatto che le parti di città “gentrificate” abbiano costi della vita più alti di altre ne è la prova, poiché non concede a chiunque il diritto di scegliere dove abitare. Ovviamente, in termini di teoria politica, quest’ultimo concetto fa parte del dibattito tra individuo e società tuttavia, meglio precisare che, nella configurazione neoliberista, come disse Margaret Thatcher, “non esiste la società”.

Inoltre, il fatto che la gentrificazione abbia assunto un carattere globale fa sì che le città mondiali si uniformino sempre più tra loro, perdendo la propria identità culturale e tipologica. Sparisce ciò che Aldo Rossi chiamava “l’architettura della città”. Ed è su questo punto che entrano in gioco gli architetti. Se la gentrificazione rappresenta uno degli elementi fondanti dei processi di urbanizzazione e controurbanizzazione, qual è la responsabilità politica degli architetti rispetto alla propagazione di questo fenomeno socio-economico?

Il disegno della città è pensato come qualcosa di fisso, statico, poiché la riprogettazione di importanti aree della città ha sempre previsto la tabula rasa delle preesistenze, come fu nelle dispute tra poteri che hanno permesso lo sventramento e il rifacimento dell’Ile de la Cité a Parigi. 

Ma la città è un essere dinamico, nasce, cresce, vive e può persino morire

Nella sua fase di crescita può espandersi, inglobare, fagocitare altri agglomerati, ritrarsi, in sostanza sottoporsi a una serie di rimodellamenti che passano dalla gentrificazione.

Comunque, in generale la gentrificazione s’innesta a seguito della cosiddetta suburbanizzazione ovvero l’ampiamento di porzioni di città legate alla crescita demografica. Infatti, è la suburbanizzazione ad aver sotteso il fenomeno delle città-giardino londinesi, realtà urbane appena fuori la città (teorizzate da Ebenezer Howard), e quello dell’urban shrinking, ossia la destrutturazione di parti intere di città, come fu per le grandi aree dismesse di Detroit.

Gentrification: mattoni, capitali e politica.
Lo sviluppo delle città, sin dalla loro prima fondazione, è sempre stato legato a una concatenazione di fratture e scontri socio-economici, oltre che geopolitici. Infatti, come scrive Giovanni Semi, 
il controllo politico ed economico dello spazio è dunque un processo costante, segnato da rotture, conflitti, trasformazioni”.

Saper leggere i fenomeni intrinseci di trasformazione dell’urbanizzato, come la gentrificazione, consente quindi di comprendere alcuni dei cambiamenti più complessi della realtà.
Come è stato spiegato nel saggio, “la produzione dello spazio urbano si compie attraverso continui e progressivi spostamenti di investimenti di capitale che, a loro volta, generano massicci disinvestimenti nei luoghi dai quali prendono il largo”. In sintesi, questa “altalena del capitale”, è ciò che lo studioso Neil Smith chiava uneven development ovvero lo sviluppo diseguale. All’interno di questo meccanismo, la gentrification non è altro che un “reinvestimento di capitale” nella città.
Come fanno gli operatori a sapere quando è arrivato il momento di reinvestire? 
Neil Smith lo spiega attraverso la “teoria del rent gap”, un processo intuitivo che, tuttavia, non è sempre rappresentativo di tutte le gentrification, poiché queste rimangono sempre intrinsecamente legate al contesto e ai periodi storici.

La teoria del rent gap si fonda sulla constatazione che imprenditori edili e immobiliari, proprietari, finanziatori e agenti immobiliari si muovono in modo simbiotico poiché ciascuno di essi è alla ricerca di profitto. Questi sono definiti da Smith come “produttori di gentrification”[3]. 

Secondo Neil Smith, i “produttori della gentrification si attivano in maniera congiunta quando si accorgono che si sta ampliando il differenziale di rendita, il rent gap”3. 

Perciò, maggiore è l’interesse potenziale per un quartiere degradato in un dato periodo, più si dovrebbero attivare questi “produttori” per trasformarlo e renderlo appetibile al mercato.

Giovanni Semi aggiunge un’interessante considerazione al rent gap sostenendo che, “gli abitanti si spostano a vivere in un quartiere piuttosto che in un altro, su un terreno che era già stato pensato e prodotto per loro”.

Se questa tendenza fosse verificata, potremmo dire che il ruolo degli architetti, (intesi come teorici e progettisti della città), e quello degli amministratori (ossia i rappresentanti della cittadinanza), consiste nella prassi, in una consulenza al mercato edilizio

Tuttavia, questo schema potrebbe cambiare se sindaci e assessori non avessero interessi verso i “produttori di gentrification”, in questo modo si spezzerebbe il meccanismo di innesto del rent gap che potrebbe anche essere prodotto per mezzo di iniziative governative o municipali.

Nel caso della lotta al turismo internazionale nel centro di San Francisco, ad esempio, l’elezione degli attivisti all’interno delle istituzioni e l’intesa tra municipalità e piccoli albergatori ha permesso di allontanare le multinazionali Hilton e Ramada che stavano sistematicamente edificando grandi complessi edilizi nel cuore della città.

Negli ultimi decenni, una delle battaglie più importanti nella governance pubblica, ovvero i meccanismi politici di contrattazione locale, è quella che ha coinvolto le politiche di rigenerazione urbana. Sono comparse per la prima volta verso la fine degli anni Settanta, parallelamente allo sviluppo dei processi d’interdipendenza economica, gli stessi che hanno dato vita alla “teoria delle città globali” di Saskia Sassen.

Il gioco di scale differenti, composto da attori e politiche mobili è ben rappresentato dalla rigenerazione urbana, la quale consiste, sostanzialmente, nel risolvere i vuoti della città soggetti a deindustrializzazioni, per trasformarli in altrettanti occasioni di crescita urbana e sviluppo locale

Le politiche di rigenerazione urbana sono il luogo del confronto tra attori privati (banche d’investimento, fondi d’investimento, compagnie assicurative e imprese, organismi internazionali (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale), governi centrali, regioni e municipalità. In base al posizionamento della città nella gerarchia urbana globale, gli attori che definiscono queste politiche sono differenti.

In generale comunque, gli interventi di rigenerazione urbana sono sempre più localizzati perché fondati sull’“effetto domino”. Infatti, agendo su una singola area strategica, si presuppone che questa innesti un processo di sviluppo di tutte le aree limitrofe, come è stato per l’intervento di Bilbao che ha visto in gioco attori politici e imprenditoriali di livello internazionale.

Un importante episodio di rigenerazione urbana: porta nuova a Milano.
Uno dei casi di rigenerazione urbana più importanti in Italia è quello che ha coinvolto il centro direzionale di Porta Nuova a Milano, un’area compresa tra Porta Garibaldi, Porta Varesine e il quartiere Isola. L’operazione in oggetto, realizzata dagli imprenditori immobiliari Gerald Hines e Manfredi Catella tra 2005 e 2015, ha permesso la trasformazione di una porzione di città pari a circa 290.000 mq.

L’intervento di Porta Nuova è, dal punto di vista dei meccanismi di governance, un prototipo di come una zona della città possa rinnovarsi anche a seguito di decennali conflitti sulle destinazioni d’uso e sulla ridefinizione delle aree abbandonate.

L’importanza di questo intervento, è dimostrata dal fatto che la spirale d’investimenti innestata sull’area ha portato all’ingresso, nel 2013, del fondo Qatar Investment Authority (QIA) controllato dall’emiro al Thani che acquisisce il 40% delle quote di progetto per passare, nel febbraio 2015, al 100%.

Sebbene l’arrivo del fondo QIA sia stato interpretato dalla maggioranza dei media come un grande successo immobiliare e finanziario, simbolo di salto di livello del territorio milanese nei meccanismi di uneven development, rimane il fatto che l’ascesa di fondi sovrani nazionali, come quello del Qatar, all’interno di una città strategica europea, come Milano, può produrre trasformazioni geopolitiche importanti con effetti immediati sia sulla vita dei cittadini sia sulla capacità di azione della politica nei processi di rigenerazione urbana.

In uno scenario fortemente globalizzato, dove le operazioni di rigenerazione vengono attivate solo grazie alla partnership con importanti operatori internazionali, quale sarà, in futuro, il ruolo delle amministrazioni pubbliche rispetto all’espansione della città?


[1] Giovanni Semi, Gentrification, Tutte le città come disneyland, Il Mulino, Bologna 2015.
[2] David Harvey, Giustizia Sociale e Città, Feltrinelli, Milano 1978.
[3] Neil Smith, New Globalism, New Urbanism: Gentrification as global urban strategy, Antipode 2002.



https://www.pandorarivista.it/articoli/gentrification-le-citta-come-disneyland/

venerdì 10 novembre 2017

LA DISASTROSA POLITICA DELL’EQUILIBRIO E LE GUERRE D’ITALIA DEL XVI SECOLO. Francesco Guicciardini, Storia d’Italia. “… e accostatosi a Fivizano, castello de’ fiorentini, dove gli condusse Gabriello Malaspina marchese di Fosdinuovo loro raccomandato, lo presono per forza e saccheggiorno, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose”

LA DISASTROSA POLITICA DELL’EQUILIBRIO 
E LE GUERRE D’ITALIA DEL XVI SECOLO
25 novembre 2016

L’Italia non era stata più unita sotto un unico dominio dal 568 d.C., anno in cui i romani d’oriente non erano stati capaci di resistere all’invasione di quel popolo che avrebbe dato il nome alla Lombardia, i longobardi.

Da quel momento in poi la penisola non trovò mai più un’unità, incentivata dalla ricchezza, dalla litigiosità e dall’individualismo delle sue città, dalla politica papalina che puntava al classico divide et impera, ben consapevole che il suo potere sarebbe rimasto pesantemente intaccato dall’affermazione di un potente Regno d’Italia o peggio ancora, dopo la nascita del Sacro Romano Impero, da un sovrano germanico dotato di forza ed energia.

Per questo i pontefici soffiarono sempre sul fuoco della rivolta dei comuni italiani, in modo da ostacolare i disegni di Federico Barbarossa prima e del nipote Federico II Hohenstaufen, detto stupor mundi, che avevano in animo di unificare Germania e Italia in un formidabile dominio dove il Papa sarebbe tornato ad esercitare un ruolo meramente spirituale, come già avveniva a Bisanzio nei rapporti tra l’Imperatore e il Patriarca di Costantinopoli.

Tra il 1300 e il 1400, però, nuovi cambiamenti arrivarono in Europa e nella Penisola. 
Mentre il Sacro Romano Impero Germanico sprofondava nell’anarchia e nella debolezza dell’autorità centrale, altri Stati si rafforzavano, temprandosi con la guerra. Francia e Inghilterra avevano ingaggiato un conflitto che venne definito in seguito dei Cent’Anni (1337-1453), mentre i potentati cristiani di Spagna, come i regni di Castiglia-Leon e Aragona, stavano concludendo la reconquista, puntando ad espellere per sempre i signori musulmani dalla penisola iberica.

In Italia, invece, i processi di rafforzamento e unificazione statuali vennero ferocemente osteggiati. Per primi ci provarono i milanesi, che con la dinastia dei Visconti guidata dal duca Gian Galeazzo controllavano tutta la Lombardia, parte del Piemonte, del Veneto, dell’Emilia, Liguria, Svizzera, Umbria e Toscana. Alla morte di questi il suo dominio fu frammentato e divenne oggetto delle mire di espansione veneziane, che occuparono la cosiddetta Terra Firma in una serie di guerre costosissime che spesso non compensavano le acquisizioni fatte.

Milan

Nella prima metà del XV secolo la penisola divenne teatro di un gioco delle parti dove Venezia, Milano, Firenze, il Papa e Napoli combattevano e si alleavano tra loro, coinvolgendo gli altri piccoli e medi potentati del centro-nord in un valzer di tradimenti, trattati e colpi di mano che si concluse solo nel 1454, attraverso la Pace di Lodi.

Questo vertice, capolavoro diplomatico di Lorenzo de Medici, detto il Magnifico, mise fine alla conflittualità per la supremazia tra Milano e Venezia, garantendo la pace nell’Italia per circa quarant’anni, permettendo la piena fioritura del Rinascimento. Dall’altro lato della medaglia la “Politica dell’Equilibrio” orchestrata da questo grande personaggio sancì la fine di ogni possibilità che un potentato della penisola riuscisse ad unificare tutti gli altri, certo con guerra e le distruzioni in principio, ma garantendo poi una forza maggiore nel difendersi dalle invasioni straniere.

Da quel momento in Italia rimasero 5 medie potenze: 
la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano, lo Stato della Chiesa, la Repubblica di Firenze e il Regno di Napoli, tutte abbastanza forti da garantire se coalizzate la loro esistenza, ma più deboli di fronte ad un risoluto invasore capace di modificare questa precaria situazione alleandosi anche con solo uno di questi Stati, come puntualmente avvenne con Carlo VIII nel 1494.

Carlo VIII.
Quest’ultimo aveva ereditato un paese unificato, ricco e all’apogeo del suo potere militare. 
Negli ultimi cinquant’anni i sovrani di Francia avevano ricacciato in mare gli inglesi dopo una sanguinosissima e brutale guerra, avevano messo in riga nobili e signori feudali, accentrato il potere a Parigi e annesso la Borgogna, che aveva approfittato del conflitto anglo-francese per ritagliarsi un piccolo impero che andava dall’Olanda fino alla Svizzera.

Carlo VII e Luigi XI, i monarchi che avevano preceduto Carlo VIII, per raggiungere questi obiettivi avevano creato l’embrione di uno Stato accentrato e nazionale, con tasse, leggi, amministrazione ed esercito che dipendeva dal re e non più dai nobili come un tempo. Il feudalesimo stava cedendo il passo alla monarchia assoluta e gli effetti furono dirompenti in tutto il continente.

Carlo salì al trono del padre a soli 13 anni e come tutti i giovani cercava onori, prestigio e gloria. 
Solo che, al contrario di tanti altri ragazzi della sua età, lui aveva alle spalle un esercito numeroso e un paese forte e unito. In più vantava, per parte materna, dei diritti sul trono di Napoli, uno degli Stati più ricchi della penisola italiana.

Infarcito di letture cavalleresche e non dotato di grande pragmatismo politico, il giovane monarca si vedeva come un novello cavaliere crociato e aveva in progetto di annettere quel regno italiano per utilizzarlo come base per una campagna di ampio respiro contro i turchi che appena qualche decennio prima avevano conquistato Costantinopoli, ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente. 

Nei suoi disegni – permettetemi il termine – “napoleonici”, Carlo pensava di poter avere facilmente ragione dei musulmani, conquistare l’esotica e prestigiosa capitale orientale e farsi incoronare Imperatore Romano dal Papa.

Per ottenere tutto questo doveva calare in Italia e decise di farlo in grande stile, in modo da mettere bene in chiaro che la potenza francese non aveva rivali su tutto il continente ed era l’unica degna di guidare i popoli cristiani, coalizzati contro il nemico turco.

La sua campagna militare fu un successo e un insuccesso allo stesso tempo. 
Dimostrò infatti le divisioni politiche che indebolivano i ricchi Stati italiani, dotati potenzialmente di eserciti, denaro e fortezze per resistere alle invasioni, ma indecisi e poco risoluti di fronte a nemici determinati e con molti peli sullo stomaco.

Carlo fu in principio avvantaggiato proprio dalle ambizioni del più grande signore della penisola, il duca di Milano Ludovico il Moro, e della Repubblica di Venezia, che volevano rovesciare il re di Napoli Ferrante, a cui si unirono le forze nemiche dei Medici a Firenze e dei Borgia a Roma, che speravano nella calata francese per indebolire la loro leadership in vista di cambi di regime.

In pratica il monarca francese fu quasi invitato ad invadere l’Italia, con promesse di contribuzioni finanziarie per sostenere le spese della campagna. Carlo radunò una forza mai vista prima di circa 30.000 uomini tra fanti e cavalieri, oltre che il primo treno d’artiglierie da campagna, con cannoni mobili da utilizzare anche in battaglia e non solo per gli assedi.

La sua marcia risultò inarrestabile, con i duchi di Savoia – notoriamente filofrancesi – che lo accolsero positivamente fornendo basi d’appoggio, il cardinale Giuliano della Rovere – nemico del Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, e futuro Papa col nome di Giulio II – e Ludovico il Moro che lo aizzarono contro Roma e Napoli e Firenze che, sotto la debole guida dell’inetto figlio di Lorenzo il Magnifico, si squagliò come neve al sole appena Carlo sbriciolò le mura di Fivizzano con la sua artiglieria, saccheggiando la città senza pietà.

… e accostatosi a Fivizano, castello de’ fiorentini, dove gli condusse Gabriello Malaspina marchese di Fosdinuovo loro raccomandato, lo presono per forza e saccheggiorno, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose
Francesco Guicciardini, Storia d’Italia.

Terrorizzato dal brutale fato di Fivizzano, Piero de Medici capitolò senza resistere, cedendo a Carlo le fortezze di Sarzanello, Sarzana e Pietrasanta, le città di Pisa e di Livorno e via libera per Firenze. 
A causa di questo atteggiamento vile, unito alle infuocate prediche anti-medicee del predicatore Girolamo Savonarola, Piero venne cacciato dai cittadini di Firenze che accolsero il monarca francese con un misto di timore e di indifferenza, visto che consideravano l’indipendenza di Napoli un affare non più di loro pertinenza.

A questo punto rimaneva Roma, ma Alessandro VI comprese che non poteva resistere da solo alla formidabile macchina da guerra francese, che predominava sul campo con la sua cavalleria pesante e la fanteria mercenaria svizzera – considerate le migliori in Europa – e nell’assedio con i potenti cannoni di bronzo, perciò capitolò a sua volta senza opporre resistenza, anzi accogliendo le truppe di Carlo nella Città Eterna e autorizzandolo a proseguire verso Napoli sotto la guida del figlio Cesare Borgia, al tempo cardinale.

Dopo un paio di altri massacri a Monte San Giovanni e a Tuscania, dove trucidò 1.500 abitanti che avevano osato sbarrargli le porte, il re francese occupò Napoli nel febbraio 1495
La velocità e la violenza della campagna lasciarono attoniti gli italiani. Specialmente i veneziani e Ludovico il Moro, che lo avevano sostenuto in odio al regno partenopeo, capirono che se Carlo non fosse stato fermato la penisola sarebbe presto diventata un’altra provincia della Francia.

Per questo Ludovico, Venezia, il Papa Alessandro VI Borgia, Ferdinando II d’Aragona (anche lui con pretese dinastiche su Napoli), Massimiliano I di Germania ed Enrico VIII di Inghilterra si unirono in una potente – perlomeno sulla carta – alleanza antifrancese, detta Lega Santa.

La lega ingaggiò un condottiero veterano, Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, per raccogliere un esercito ed espellere i francesi dalla penisola. Questa armata fu adunata principalmente da Venezia, a cui si unirono contingenti milanesi e di altre città del nord. Allo stesso tempo la flotta francese fu distrutta a Rapallo dalle navi genovesi – legate a Milano, ora nemica e non più alleata dei transalpini, costringendo Carlo ad un rientro in patria via terra e non via mare.

Il re di Francia era scioccato da come quella che era sembrata una passeggiata trionfale si fosse tramutata in un incubo politico di dimensioni continentali. Con l’esercito flagellato da un epidemia di sifilide – detta all’epoca mal francese – contratta a Napoli e il rischio di un’invasione da più parti del suo paese, Carlo mosse a nord e si trovò la strada sbarrata a Fornovo.

Qui si svolse, sotto una pioggia torrenziale, una caotica battaglia il cui esito incerto sul campo aprì una diatriba tra gli storici dall’una e dall’altra parte delle Alpi su chi avesse trionfato. 
In verità la questione è più sfaccettata.

Fornovo fu uno scontro che si può leggere a più strati. 
Sul piano tattico i francesi avevano ottenuto una vittoria di misura, perché erano sopravvissuti senza andare in rotta, infliggendo dolorose perdite agli alleati – anche perché le loro truppe, al contrario della consuetudine italiana del tempo, non facevano prigionieri e trucidavano gli uomini d’arme che si arrendevano – e riuscendo infine a sganciarsi portandosi dietro perfino i cannoni.

A livello di grande strategia, invece, la vittoria andrebbe assegnata agli italiani, che ottennero con successo di cacciare gli invasori fuori dalle loro terre, facendogli riparare nella sempre amica Savoia flagellati dalle malattie e a corto di denaro per pagare i mercenari, che rischiarono di ammutinarsi.

Purtroppo il danno operò al terzo e più importante livello, quello politico
L’iniziale facilità della campagna, che aveva fatto capitolare ben tre dei cinque Stati italiani che reggevano la politica dell’equilibrio, oltre che il mancato successo – dovuto alla politica irresoluta, attendista e fondamentalmente poco coesa – delle forze congiunte di Milano e Venezia, rese palese le divisioni intestine e la reciproca poco fiducia che regnava tra i ricchi Stati italiani.

I più audaci e astuti capi stranieri – non certo Carlo VIII, che in questo si era dimostrato poco accorto – compresero che potevano sfruttare queste debolezze per conquistare nuove terre e utilizzare gli eserciti professionali che un tempo erano serviti per unificare i loro paesi e che ora rischiavano di diventare solo un costo.

Tra il 1494 e il 1495 si gettarono le basi per i successivi sessant’anni di guerre che insanguinarono la penisola e videro la scomparsa di Milano e Napoli come Stati indipendenti, la supremazia straniera sull’Italia – tranne che a Venezia e, in parte, nel ducato di Savoia, a Firenze e a Roma – oltre che l’ascesa della Spagna e della dinastia asburgica come superpotenza continentale e mondiale, sotto i regni di Carlo V e Filippo II.

Alberto Massaiu

https://www.albertomassaiu.it/la-disastrosa-politica-dellequilibrio-e-le-guerre-ditalia-del-xvi-secolo/

Fiabe dei Grimm. “Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi.” Lei si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall’acqua la grossa testa deforme.“Ah, sei tu, vecchio sciaguattone!” disse, “piango per la mia palla d’oro, che m’è caduta nella fonte.”

Bellezza e bruttezza nella fiaba
Giovanna Zoboli

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c’era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c’era una fontana. Nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente. E quando si annoiava, prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.

Ora avvenne un giorno che la palla d’oro della principessa non ricadde nella manina ch’essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell’acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d’occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: “Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi.” Lei si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall’acqua la grossa testa deforme.“Ah, sei tu, vecchio sciaguattone!” disse, “piango per la mia palla d’oro, che m’è caduta nella fonte.”

Con questa folgorante apertura ha inizio non solo Il principe ranocchio o Enrico di ferro, ma l’intera raccolta delle Fiabe dei Grimm. Una ventina di righe nelle quali l’armamentario più sontuoso, ambiguo, scintillante e torbido della fiaba si dispiega agli occhi del lettore con lo scopo poco nascosto di una seduzione immediata e irresistibile. Presi nelle maglie splendenti del racconto non possiamo che cedere. Un po’ come se le parole fossero strumenti di precisione, aghi capaci di centrare i punti nevralgici del nostro immaginario, per metterne in moto le linfe stagnanti, gli organi passivi, le funzioni impigrite, gli arti irrigiditi, restituendo agilità ai movimenti del desiderio e del pensiero. 
C’è una bella e c’è una bestia. C’è un castello e un bosco nero. C’è un tiglio antico e una fonte. 
C’è la noia e una palla d’oro. C’è un pianto inconsolabile e una grossa testa deforme
poli di meraviglia che costringono l’attenzione a oscillare fra presenze contrastanti, disorientandoci nel gioco facile dell’identificazione. Siamo chiamati a deporre più che l’incredulità, la vacuità di opinioni fondate quasi esclusivamemente sull’abitudine, per farci, a un tempo, selva e palazzo, bestia e candore, luce e buio, superficie e abisso, spocchia e umiltà, privilegio e malaugurio. Diventiamo lettori anfibi capaci di rimanere in vita nell’ambiente irrespirabile di mondi contrapposti e apparentemente inconciliabili. 

Capiamo subito quel che ci viene offerto: 
più che l’evasione in un mondo di sogno, la verità resa leggibile dalla nitida visione della finzione. Sappiamo subito, per una istantanea e un po’ misteriosa forma di intuizione, di che fonti, di che alberi, di che animali qui si tratti. Sappiamo di che bellezza si parli. A indicarne la natura è, fra le altre cose, la contiguità col sole che ci richiama alla mente con immediatezza parole celebri: 
Chi è costei che si leva come l’aurora, bella come la luna fulgida come il sole.” 

In una vertiginosa stratificazione di significati, simboli, tradizioni, culture, epoche, in questa esaltazione della luminosità come principale attributo della bellezza della principessa, troviamo accanto al Cantico del cantici, antichissimi culti del sole e della luna, in cui alla luce era associata l’idea stessa di bene; ci imbattiamo nel concetto di claritas, elaborato da Tommaso d’Aquino che identificava la bellezza con proporzione, integrità e chiarezza; ricordiamo le fronti, le chiome, gli sguardi lucenti delle donne lontane dei trovatori e della madonne oneste degli stilnovisti, fino alla Dulcinea di Cervantes, di “bellezza sovrumana, perché in essa si realizzano tutti gli impossibili e chimerici attributi che i poeti danno alla loro dame”: capelli d’oro, occhi come soli, guance di rose, pelle di neve.

È interessante notare che qui il parallelo fra la bellezza della principessa e il sole non è diretto, come accade per esempio in Richetto dal ciuffo di Perrault, dove si dice che “la primogenita era più bella del sole”, o in La sposa bianca e la sposa nera, dei Grimm, in cui la protagonista alla richiesta divina di esprimere tre desideri risponde: “Vorrei diventare bella e chiara come il sole.” E subito fu bianca e bella come la luce del giorno.” 

Nel Principe ranocchio, la relazione fra luce e bellezza si fa più sottile. 
Il sole, esperto conoscitore di ogni meraviglia terrestre, alla vista della principessa continua a soprendersi per qualcosa che sopravanza la misura del visibile: il segno di una bellezza sovrannaturale. Si annuncia in questo punto un aspetto cruciale della presenza della bellezza nelle fiabe, il suo esistere in una zona incerta, labile, ambigua, soggetta a metamorfosi, pericoloso e scivoloso luogo di confine fra visibile e invisibile. 
  
La contrapposizione fra bellezza e mostruosità, fra le quali si stende una zona di oscurità cieca e gravida di segreti, è un tema cardine in alcune tipologie di fiaba. Nella capostipite delle fiabe letterarie – Amore e Psiche di Apuleio – il sembiante del protagonista maschile tocca tutti e tre i gradi della trasformazione: dapprima annunciato come mostruoso, poi sfuggente e invisibile, quindi divinamente bello. Nelle fiabe sullo sposo misterioso accade spesso che il principe sia un mostro, come per esempio nelle innumerevoli versioni di La Bella e la Bestia. Nelle fiabe sullo sposo animale, invece, il principe, per un maleficio, vive nel corpo di una bestia, secondo le versioni: rana, porcospino, orso, serpente, uccello… In queste fiabe, la protagonista, spesso presentata come la minore e più bella di tre principesse sorelle, riscatta la mostruosità o bestialità del futuro sposo sottoponendosi con umiltà e pazienza a diverse prove che supera con successo, la più celebre delle quali consiste nel bacio alla forma orrenda sotto cui si presenta l’identità maschile. 

Anche nel Principe ranocchio, è la principessina a operare la trasformazione del principe da animale a uomo, ma la metamorfosi avviene sotto il segno della rabbia: dopo aver accettato con malcelato disgusto, sotto ingiunzione paterna, che il ranocchio sieda alla sua tavolina e mangi dal suo piattino d’oro, di fronte alla richiesta dell’animale di dormire con lei nel suo lettino, la protagonista perde il controllo: “Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: - Adesso starai zitto, brutto ranocchio! - Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti.”In questo caso, la bellezza della protagonista non sembra affatto coincidere con una virtù salvifica. Il lettore, benché informato che nelle fiabe una eccezionale beltà femminile possa essere lo specchio di una perfezione interiore, ne aveva già qualche sospetto. Fin dall’inizio ha intuito l’eccentrica personalità della protagonista. Uno degli elementi di maggior fascino di questa ragazzina meravigliosa sta nel frequentare d’abitudine uno dei meandri più tenebrosi del regno, la selva, nell’annoiarcisi e, nei pressi di una profondità d’abisso, nel giocare, solitaria, con una palla d’oro. Nientemeno. Disposta, pur di riavere la palla smarrita nella fonte nera, a cedere al ranocchio i suoi vestiti, le sue perle e i suoi gioielli, magari la sua corona d'oro, ma non il suo tavolo, il suo piatto, il suo bicchiere e il suo letto (dimostrando una scala di priorità magari non saggia, ma di ogogliosa consapevolezza), fa promesse con disinvoltura per poi, con altrettanta disinvoltura, disattenderle. Non ci soprende dunque che costei, infuriata, scagli contro il muro il ranocchio testone, determinato a ottenere quanto gli spetta. Un gesto di inaudita violenza, ma, forse, per questo, anche più coraggioso di un bacio. Non per nulla, a proposito di questa fiaba ne Il mondo incantato Bettelheim commenta: “La fiaba ammettendo che la rana (o quale che sia l’animale in questione) è ripugnante, ottiene la fiducia del bambino, e quindi può ingenerare in lui la ferma certezza che, come essa racconta, a tempo debito questa repellente rana si rivelerà come il più affascinate compagno per la vita.” Che il principe, in questa versione dello sposo animale, abbia più bisogno di un brutale rifiuto che di una benevola accettazione, lo dimostrano i “begli occhi ridenti” che sfoggia alla sua prima apparizione: quel che meno ci aspetteremmo, a questo punto della storia. E quello che, disorientandoci per l’ennesima volta, fa zampillare l’incanto di una prospettiva di pensiero del tutto nuova.

La profonda ironia di cui è imbevuto l’immaginario fiabesco si mostra in altre storie in cui bellezza e bruttezza vanno in coppia. È il caso di Richetto dal ciuffo di Charles Perrault dove una splendida principessa così sciocca da far cadere le braccia a chiunque le parli è contrapposta sia a una sorella brutta ma di rara brillantezza d’ingegno, sia a un protagonista maschile di sopraffina intelligenza ma “così brutto e deforme da far dubitare che avesse sembianze umane”. Avendo ricevuto al momento della nascita, dalla medesima provvidenziale fata, lei il dono di far diventare bello colui che sceglierà, lui il potere di dare ingegno alla ragazza amata, i due dopo varie vicissitudini, disguidi e promesse mancate, finiscono per fronteggiarsi esponendosi le reciproche ragioni: “Se avessi a che fare con uno scostumato, con un uomo privo di ingegno,” dice la bella, “certo mi troverei in difficoltà. Mi direbbe che una principessa ha una parola sola e che devo sposarlo perché ho promesso di farlo, ma dato che l’uomo a cui sto parlando è la persona più arguta del mondo, sono certa che ascolterà le mie ragioni. Sapete bene che, quando ero solo una sciocca non riuscivo a decidermi a sposarvi; ora come volete che, possedendo l’ingegno offertomi da voi, che mi rende ancora più esigente con gli uomini di quanto non lo fossi prima, io prenda una decisione che non ho saputo prendere allora? Se pensavate davvero di sposarmi avete fatto molto male a privarmi della mia stupidità, e a permettermi di vederci più chiaro.”

La vicenda, dopo uno scambio di argutissime battute, si conclude felicemente: i due convolano a giuste nozze, mentre Perrault si chiede se, più che l’incantesimo di una fata, non sia stato l’amore, “attrattiva invisibile”, a mutare gli occhi strabici, la gobba, la zoppìa, e il naso grosso e rubizzo dello sposo in seducenti qualità fisiche. Il che dimostrerebbe che nemmeno l’ingegno più fine può nulla contro la cecità procurata dall’innamoramento: ennesimo, brusco rovesciamento di prospettiva, tenuto conto che solo qualche riga prima la principessa affermava “di vedere più chiaro” grazie alla sua intelligenza nuova di zecca.
Oppure, e questo la fiaba, saggiamente ambigua, non lo chiarisce, lasciandoci nel dubbio, siamo in presenza di una principessa di scuola platonica, capace di vedere con gli occhi della mente? Così dotta da ricordare le parole del Fedro di Platone: “Perché la vista è il più acuto dei sensi permessi al nostro corpo, essa però non vede il pensiero. Quali straordinari amori ci procurerebbe se il pensiero potesse assicurarci una qualche mai chiara immagine di sé da contemplare!”
  
La compresenza di bellezza e bruttezza nella fiaba, come sistema simmetrico che ordina per opposizione tutto ciò che entra nel racconto, che siano figure di primo piano o elementi di sfondo - fratelli, sorelle, sposi, genitori, figli, regni, selve, palazzi, montagne, animali, fiori, alberi, laghi fiumi, gioielli, oggetti – sembra suggerire anche una parentela con quella visione tipicamente medievale del cosmo in cui bene e male, bello e brutto sono elementi convenienti l’uno all’altro, necessari all’armonia del tutto, secondo quanto afferma Giovanni Scoto Eriugena in un passo del De divisione Naturae: “Infatti ciò che viene considerato deforme per se stesso in una parte del tutto, nella totalità non solo si fa bello, perché è bene ordinato, ma è anche causa della generale Bellezza; così la sapienza si illumina dalla relazione con l’insipienza…” 
Vale anche la pena di sottolineare come spesso nelle fiabe la bruttezza sia indicata come deformità: ritroviamo in questa definizione del brutto come “privo di forma”, emblema del disordine e del caos, - in oppozione alla bellezza come ordine, proporzione esatta, misura perfetta che dà testimonianza dell’opera divina – una concezione della bellezza del corpo che attraversa le epoche, secondo diverse e a volte contrapposte formulazioni, dalla Grecia antica al Medioevo al Rinascimento fino alle astrazioni algide del Novecento. 

Da sempre, è la forma del corpo a fornire, nei racconti di epoche più o meno passate, - visivi nel caso dell’arte, verbali in quello della letteratura, - la rappresentazione più immediata e diretta di attitudini spirituali e morali, negative o positive, altrimenti difficilmente descrivibili e soprattutto comunicabili (è l’equivoco a cui allude la frase appena citata del Fedro). Del resto non sono i volti e i corpi che nella vita di tutti i giorni si offrono alla nostra lettura, e dai quali traiamo notizie sui caratteri e l’identità di chi ci sta intorno? In questo coincidere di “dentro” e “fuori”, risuona immediatamente il concetto greco di Kalokagathìa: la bellezza delle forme coincide con la bontà d’animo. 
Che bellezza e bruttezza abbiano a che fare con una dimensione più nascosta e invisibile dell’essere, insomma, è un dato di fatto. Ma nella fiaba la rappresentazione della bellezza non è poi tanto scontata, al contrario di quanto voglia l’opinione corrente, supportata da innumerevoli versioni di celebri fiabe semplificate a beneficio della loro spettacolarizzazione e comercializzazione. 
Se la bellezza di innumerevoli principesse – da Cenerentola in avanti – coincide con la loro mitezza, la bruttezza dei principi mostri o animali sta a segnalare una bellezza nascosta rivelata solo a chi possiede una vista migliore, oppure accetta di farsi cieco per vedere con altri organi (cuore? intelletto?). Vi sono poi principesse eccentriche, belle e insofferenti, che facendo il male fanno il bene. Vi sono principesse belle e stupide. E allora? Bisogna credere alla bellezza? E alla bruttezza? Biancaneve, si fida della bruttezza della strega, scambiandola per quella, accettabile, di una decrepita vecchina, e non si accorge che quel che vede è il volto vero e turpe della sua malvagia, ma splendida, matrigna. Insomma il gioco è dinamico, la bellezza e la bruttezza nella fiaba non rispondono a una regola unica, ma cambiano continuamente le carte in tavole, così come nell’esistenza umana soggetti a mutamento sono i volti e i corpi, che dalla nascita alla morte cambiano di continuo, e di noi danno agli altri immagini sempre diverse, e ambigue, di quel che siamo.


In origine, tuttavia, per i greci bellezza e bontà d’animo sono separate. E quello di bello non è un concetto assoluto. Kalòn è, semplicemente, “ciò che piace”,. 
La “cosa bella” prima di coincidere con “la cosa buona”, è quella “amata”, che suscita ammirazione, attrae lo sguardo: materializzazione di un desiderio soggettivo, movimento della psiche quanto mai sfuggente. La fiaba, nella sua forma sorgiva legata all’oralità, nel suo stesso farsi, è profondamente legata a questa dimensione effimera della bellezza come seduzione, in quanto vincolata alle attitudini personali, alla soggettività del narratore, alla sua capacità di catturare l’attenzione degli ascoltatori attraverso un equilibrato gioco fra attesa e sorpresa, costruito con l’ausilio di uno scintillante armamentario di scena che nutre il repertorio del meraviglioso di continue invenzioni. Dunque la fiaba si fa interprete anche di questa bellezza fugace e volubile, di cui dà mobile e raffinata rappresentazione. Lo suggerisce Beatrice Solinas Donghi in Fiaba come racconto quando scrive: “Le fiabe, che furono inventate apposta per essere ricordate senza dover necessariamente esser messe per iscritto, alla memoria distratta di noi non-analfabeti, risultano abbastanza difficili da ricordare in tutti i dettagli: è una traccia scolorita e generica quella che per lo più rimane nella memoria. Su questa traccia stranamente uguale per tutti, una specie di denominatore comune, lavora il moderno rimaneggiatore del mito; ignorando, o trascurando come inutilizzabile, gran parte della fiaba. Parallelamente allo sfruttamento del mito di Cenerentola, continua, un po’ in disparte, l’esistenza della fiaba salvata da un saccheggio grazie alla facilità di sorvolarla. A nessuna Cenerentola teatrale o cinematografica, nemmeno a quella di Walt Disney (carina, del resto), è ancora accaduto di essere rivestita d’oro e d’argento da un uccellino bianco tra i rami di un nocciolo, o da un ramo di dattero in un vaso prezioso zappettato con zappetta d’oro, annaffiato con secchiello d’oro, asciugato (immagine di una cura spinta fino alla squisitezza) con un tovagliolo di seta. Simili delizie sono riservate ad altra sede.”

Bellezza e bruttezza, infine, anche come terribili segnali indicatori di quanto di più imprendibile e nascosto si dia: il destino, concetto tanto labile quanto opinabile. Bellezza e bruttezza come indizi di cambiamenti ineluttabili e bufere all’orizzonte, sintomi di esistenze in cui il buio si appresta a divorare la luce e poi la luce a disperdere il buio, avvisi di metamorfosi e rinascite, spie di alterità che infrangono l’ordine e la misura delle cose, alterazioni necessarie perché prenda avvio il movimento conturbante di una storia: catena di eventi o, meglio, macchina del racconto che ci terrà incollati ad ascoltare di fatti e personaggi che ci vengono descritti: orrori e meraviglie di cui, come Pische, possiamo ascoltare, ma non vedere. Solo immaginare, con gli occhi della mente.
Nella fiaba la dimensione estetica, la bellezza – non solo quella che riguarda l’aspetto di principesse e principi, ma quella che tocca ogni ambito della narrazione, a cominciare dalla parola stessa - agisce come un fluido sistema di riferimenti e significati in cui ogni dettaglio del racconto è implicato, e che a ogni riga sorprende per l’accavallarsi e il confondersi di spunti, linguaggi, suggestioni, concetti, idee. Un sistema difficile da decifrare e approfondire per la ricchezza inesauribile di senso. Come se le fiabe fossero grandi spiagge ai bordi dell’immaginario umano su cui le diverse epoche storiche hanno abbandonato strati di affascinanti relitti: pensieri, credi, costumi, opere, abitudini, riti – a volte tanto più splendidi, quanto più incomprensibili, esotici, lontani.
Viene da chiedersi quanto di questo fulgore faccia ancora parte del patrimonio genetico di quell’orda minacciosa di principesse che si affaccia dagli scaffali dei centri commerciali sotto forma di film, lungometraggi e cortometraggi animati, giochi, bambole fumetti, libri, riviste, e merchandising di ogni genere. Un gineceo blasonato e conformista di cui l’immaginario mediatico sembra non poter fare a meno, oggi più che mai.

Articolo uscito sul numero 23 della rivista «Hamelin. Storie, figure, pedagogia».

http://www.doppiozero.com/rubriche/1543/201703/bellezza-e-bruttezza-nella-fiaba

mercoledì 8 novembre 2017

Riccardo I Cuor di Leone. anche se la volontà e il desiderio di combattere di Riccardo erano inesauribili nonostante gli anni di lotta, i forzieri del suo regno non lo erano, anzi: ormai erano in gran parte vuoti. Perciò, Riccardo s’impegnò immediatamente a raccogliere i fondi necessari a organizzare il suo esercito. Prima di tutto, si accordò con Filippo II di Francia per intraprendere la crociata insieme – essendo entrambi spaventati dal pericolo che, se uno avesse lasciato l’Europa, l’altro avrebbe invaso il suo regno – quindi alzò le tasse in Inghilterra, liberò Guglielmo I di Scozia dal suo giuramento di sottomissione in cambio di 10mila marchi e vendette molte terre e proprietà: i proventi vennero incanalati per raccogliere un esercito di 4mila cavalieri, 4mila fanti e un’imponente flotta. Si dice che a un certo punto Riccardo abbia affermato “Avrei venduto Londra, se avessi trovato un compratore”, a dimostrazione di quanto fosse determinato a procedere con la Terza Crociata.


Quando Isacco fu rilasciato nel 1184, era chiaro che era stanco del servizio imperiale. 
Usò tutto il denaro che gli rimaneva, per assoldare un esercito privato di mercenari e traghettare fino a Cipro. Egli presentò delle lettere imperiali, falsificate, che ordinavano all'amministrazione locale di obbedire a Isacco e che egli sarebbe stato il nuovo governante dell'isola.
Costantino Macroducas e Andronico Ducas dovettero farsi garanti della fedeltà di Isacco all'imperatore: quando Isacco non fece ritorno, Andronico I li fece arrestare per tradimento, sebbene Costantino fosse stato sino ad allora un suo leale sostenitore. Andronico I temeva che Isacco tentasse di usurpargli il trono, dato che un oracolo interpellato dal cortigiano Stefano Hagiochristophorites aveva dato come responso che la I (iota) fosse l'iniziale del prossimo imperatore. Quando i prigionieri furono condotti fuori dalla prigione per affrontare i capi d'accusa, Hagiochristophorites iniziò a lanciare sassi contro di loro, e costrinse altri ad unirsi a lui. Entrambi i prigionieri vennero impalati di fronte al palazzo di Mangana. Durante questo periodo, a Costantinopoli furono catturati e uccisi tutti gli amici di Isacco.
Un altro oracolo previde la data in cui il prossimo imperatore avrebbe incominciato a governare, Andronico fu molto sollevato, essendo l'intervallo di tempo troppo breve per Isacco, per potergli permettere di arrivare a Costantinopoli da Cipro.
Intanto Isacco aveva arruolato molti altri soldati bizantini al suo servizio. 
Egli creò un patriarca di Cipro, che lo incoronò basileus autocratore dei romei (imperatore bizantino), nel 1185. Fece anche coniare delle monete, con la sua effigie e il suo nome. Secondo Niceta Coniata, Isacco dopo poco tempo che fu incoronato imperatore, cominciò a saccheggiare Cipro rapendo le donne, violentando le vergini, imponendo eccessive e crudeli punizioni per i crimini commessi e rubando i beni dei cittadini. Ciprioti molto stimati e venerabili come Giobbe, e un tempo benestanti, si ridussero a mendicare in strada, nudi ed affamati, e molti di essi furono passati a fil di spada da questo irascibile tiranno. Inoltre Isacco fece amputare il piede del suo vecchio maestro Basilo Pentaceno, azione che per Niceta era ancora più spregevole. [...]

Nel 1192 la fidanzata e la sorella del re inglese Riccardo I Cuor di Leone, naufragarono a Cipro e furono catturate da Isacco. Per ritorsione Riccardo (che Niceta chiama "re dei Inglines") conquistò l'isola, mentre era in rotta per Tiro. Isacco fu fatto prigioniero vicino a Capo Sant'Andrea sulla penisola di Karpas, la punta più settentrionale dell'isola. Secondo la tradizione, Riccardo promise ad Isacco che non l'avrebbe imprigionato duramente e a lungo, e così fu messo in prigionia onoraria da Riccardo. Ma la situazione sì capovolse, Riccardo vendette Cipro ai cavalieri di San Giovanni, Isacco fu deportato a Margat vicino a Tripoli, dove fu imprigionato, fino a che non fu rilasciato nel 1194 circa.
https://it.wikipedia.org/wiki/Isacco_Comneno_di_Cipro



Riccardo poté dedicarsi a quello che era il suo obiettivo primario dal 1187, quando aveva preso la croce cristiana come conte di Poitou (un’azione compiuta per rinunciare ai suoi peccati di un tempo) e Saladino aveva conquistato Gerusalemme. Sottrarre la Terra Santa agli infedeli musulmani. 
Il problema era che, anche se la volontà e il desiderio di combattere di Riccardo erano inesauribili nonostante gli anni di lotta, i forzieri del suo regno non lo erano, anzi: ormai erano in gran parte vuoti. Perciò, Riccardo s’impegnò immediatamente a raccogliere i fondi necessari a organizzare il suo esercito. 

Prima di tutto, si accordò con Filippo II di Francia per intraprendere la crociata insieme – essendo entrambi spaventati dal pericolo che, se uno avesse lasciato l’Europa, l’altro avrebbe invaso il suo regno – quindi alzò le tasse in Inghilterra, liberò Guglielmo I di Scozia dal suo giuramento di sottomissione in cambio di 10mila marchi e vendette molte terre e proprietà: i proventi vennero incanalati per raccogliere un esercito di 4mila cavalieri, 4mila fanti e un’imponente flotta.

Si dice che a un certo punto Riccardo abbia affermato “Avrei venduto Londra, se avessi trovato un compratore”, a dimostrazione di quanto fosse determinato a procedere con la Terza Crociata.

conquistò l’intera Cipro, rovesciando il despota Isacco Comneno e insediando come governatori Richard de Camville e Robert di Thornham.

Curiosamente, in seguito Riccardo vendette l’isola ai Templari, dai quali la acquistò poi Guido di Lusignano, uno dei compagni crociati dello stesso Cuor di Leone.

Anche se Riccardo compì molte conquiste, la presa di Cipro in particolare non solo aumentò molto la sua fama, ma fu anche strategicamente importantissima, poiché consentiva ai cristiani di controllare le acque che permettevano di giungere in Palestina. [...]

La storia della Crociata di Riccardo, tuttavia, non si era del tutto conclusa con la sua partenza dalla Palestina.

La sua nave fece naufragio nei pressi di Aquileia e lui fu costretto a tornare via terra attraverso l’Europa centrale.

Fu durante questo viaggio che, mentre superava Vienna poco prima del Natale del 1192, fu catturato dagli uomini di Leopoldo V, duca d’Austria, che accusò Riccardo di aver organizzato l’omicidio di suo cugino Corrado del Monferrato in Terra Santa.

Riccardo si proclamò innocente, ma fu ignorato e imprigionato nel castello di Dürnstein, un’azione che valse al duca la scomunica papale. Malgrado ciò, Leopoldo V consegnò Riccardo a Enrico VI, sacro romano imperatore, che lo tenne in ostaggio, esigendo 150mila marchi per il suo rilascio.

Fu la madre del Cuor di Leone, Eleonora d’Aquitania, a occuparsi di raccogliere la grossa somma, anche se ci vollero quasi due anni: Riccardo fu finalmente liberato il 4 febbraio 1194.

Al ritorno in Inghilterra e Francia, egli scoprì che suo fratello aveva cercato d’impadronirsi del trono, con l’aiuto del re francese Filippo, e che buona parte del suo territorio in Normandia era stato preso.

Cominciò immediatamente una campagna di riconquista, stringendo un’alleanza contro re Filippo e poi sconfiggendolo in molte battaglie nel corso del 1190: la più famosa fu quella di Gisors, uno scontro durante il quale Riccardo coniò il famoso motto della monarchia britannica, Dieu et mon Droit, ovvero “Dio e il mio Diritto”, per indicare che la monarchia risponde solo a Dio.

Questa nuova campagna di conquista si sarebbe tuttavia conclusa con la morte dello stesso Riccardo, per un dardo scagliato da un giovane balestriere. Gli successe il fratello Giovanni, che avrebbe perso quasi tutti i territori di Riccardo nell’Europa continentale e poi anche molto del suo potere, con la sconfitta nella Prima guerra dei baroni, nel 1217, che avrebbe portato alla compilazione della Magna Charta.

In effetti, alla morte di Riccardo, il 6 aprile 1199, nessun sovrano d’Inghilterra aveva mai detenuto tanto potere e terre quanto lui. 

Riccardo Cuor di Leone spirò tra le braccia della madre nel marzo del 1199, molto tempo dopo la fine della Terza Crociata, Riccardo tornò nel Limosino per sopprimere una rivolta del visconte Aimar V di Limoges. Incendiando le terre del conte e sconfiggendo le sue truppe, alla fine Riccardo giunse al castello di Châlus-Chabrol, piccolo e scarsamente difeso, e si dispose ad assediarlo.

La sera del 25 marzo, stava camminando lungo il perimetro del castello e verificava i progressi dei suoi genieri intorno alle mura. Non aveva armatura e non prestò particolare attenzione all’occasionale lancio di proiettili da parte degli assediati. Riccardo era addirittura divertito dall’organizzazione dilettantesca dei difensori e applaudiva quando miravano su di lui.

Tuttavia, questo sarebbe stato l’inizio della sua fine: un balestriere, non visto, colpì Riccardo sulla spalla sinistra, vicino al collo. Nonostante la ferita, Riccardo raggiunse la tenda e tentò di rimuovere il dardo, ma non ci riuscì: solo con l’intervento di un chirurgo fu possibile farlo.

La ferita andò rapidamente in cancrena e, comprendendo che la sua vita sarebbe terminata presto, Riccardo ordinò che il balestriere, che era stato catturato, venisse portato al suo cospetto. Non si trattava di un uomo, ma solo di un ragazzo, che disse a Riccardo di aver agito per vendicare il padre e due fratelli, uccisi dai soldati del re. Aspettandosi di venire giustiziato, il ragazzo fu sorpreso quando Riccardo, debole e morente, lo perdonò e gli concesse la grazia, con il suo ultimo atto di pietà sulla Terra, pronunciando una famosa frase: 
“Vivi, e per la mia generosità vedrai la luce del giorno”.

Meno di due settimane dopo, re Riccardo Cuor di Leone morì a 42 anni, mentre la madre – l’anziana Eleonora d’Aquitania – lo sorreggeva tra le braccia. Le sue viscere furono sepolte a Châlus, il corpo ai piedi del padre presso l’abbazia di Fontevraud nell’Angiò e il cuore a Rouen, in Normandia.

Qual è dunque l’eredità di Riccardo? 
Fu uno dei più potenti sovrani nella lunga storia inglese e visse in un impero solidamente costituito, anche se in guerra, nel quale la posizione di governo della monarchia era indiscussa. Come disse lui stesso, non rispondeva ad altri che a Dio, e aveva la potenza militare e il privilegio di poter fare sulla Terra ciò che desiderava.

Nonostante la fama romanzesca che circonda la sua famosa Crociata, così come gli scandali politici di famiglia, che colorirono la sua vita e il suo regno, e nonostante il fatto che il suo fu un buon governo se paragonato a quello del fratello Giovanni, si può facilmente sostenere che l’eredità di Riccardo non sia positiva: spese enormi somme del denaro dei suoi sudditi in una serie di guerre o per vantaggio personale o per fanatismo religioso. [...]


Messina (4 ottobre 1190).
Arrivando in Sicilia per liberare dalla prigionia la sorella, la regina Giovanna, cominciò attaccando e conquistando l’antica città di Messina. 
Dopo averla saccheggiata fino all’ultima moneta e bruciata completamente, Riccardo vi stabilì la propria base e alla fine costrinse il carceriere di Giovanna, Tancredi, a firmare un trattato che garantiva la liberazione della donna, 20mila once d’oro e la nomina del nipote di Riccardo, Arturo di Bretagna, come erede di Tancredi. Riccardo quindi passò gran parte di quell’anno in Sicilia.

Cipro (primo maggio 1191)
Mentre si dirigevano ad Acri, una tempesta disturbò il viaggio e molte navi giunsero alla costa meridionale di Cipro. Il despota dell’isola, Isacco Comneno, prese prigioniera la sorella di Riccardo. Dopo aver finalmente rintracciato le navi attaccate, Riccardo giunse al porto di Limissol e pretese che i soldati e la sorella fossero liberati. Comneno rifiutò, così Riccardo fece sbarcare l’esercito, prese il porto e poi l’intera isola, catturando Isacco e mettendolo in catene d’argento 
(dato che aveva promesso di non metterlo ai ferri).


http://best5.it/post/re-riccardo-cuor-leone-uno-dei-sovrani-piu-astuti-saggi-della-storia/


Conquista di Cipro.
L'oriente nel 1190, prima della conquista di Cipro (in porpora) da parte di Riccardo.
Nell'aprile 1191 Riccardo lasciò Messina per Acri, ma una tempesta disperse la sua grande flotta. Approdato a Creta iniziò le ricerche della nave in cui a bordo vi erano la sorella Giovanna e la sua nuova promessa sposa Berengaria di Navarra scoprendo che era ancorata sulla costa meridionale di Cipro, insieme ai relitti degli altri vascelli tra cui quello che trasportava il tesoro. 
I sopravvissuti della flotta erano stati fatti prigionieri dal governatore dell'isola, Isacco Comneno.

Il 1º maggio 1191 la rimanente flotta di Riccardo giunse nel porto di Limassol dell'isola di Cipro dove intimò ad Isacco di liberare i prigionieri e restituirli il tesoro. Al rifiuto di Isacco, Riccardo sbarcò con le sue truppe. Vari principi della Terra Santa, in particolare Guido di Lusignano, si recarono a Limassol dichiarando il loro sostegno a Riccardo purché egli sostenesse Guido contro il suo rivale, Corrado di Monferrato.

Vista la situazione, i notabili del luogo abbandonarono Isacco considerando di stipulare una pace con Riccardo e prendere parte anche loro alla crociata. Isacco, quindi, rinunciò alla guerra e tentò la fuga. Tuttavia, il 1º giugno, le truppe di Riccardo, guidate da Guido di Lusignano, conquistarono l'intera isola e Isacco fu catturato e messo in catene fatte realizzare in argento poiché gli venne promesso che non lo avrebbero posto in ferri. Riccardo nominò Riccardo di Camville e Roberto di Turnham come governatori dell'isola che più tardi vendette al maestro dei cavalieri Templari, Robert de Sablé. Infine, Cipro venne acquistata nel 1192 da Guido di Lusignano e divenne un regno feudale stabile.

La rapida conquista di Cipro da parte di Riccardo è stato un evento più importante di quanto possa sembrare. Infatti, l'isola occupa una posizione strategica sulle rotte marittime verso la Terra Santa, la cui permanenza dei cristiani non poteva continuare senza un efficace sostegno proveniente dal mare. Cipro rimase una roccaforte cristiana fino alla famosa battaglia di Lepanto.

Il successo di Riccardo venne accuratamente pubblicizzato contribuendo favorevolmente alla sua reputazione e beneficiando, allo stesso tempo, notevoli benefici finanziari. Il 5 giugno seguente, Riccardo con i suoi alleati lasciò Cipro alla volta di Acri.

https://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_I_d%27Inghilterra


Acquisizione di Cipro.
Alla fine del 1191, re Riccardo I accettò di vendere Cipro ai Templari per 25.000 pezzi d'argento. Qualche mese prima Riccardo I aveva ottenuto l'isola sbaragliando le forze bizantine di un imperatore rivale a quello ufficiale, ma in seguito non si interessò mai molto di questo possedimento. Mentre i cavalieri Ospitalieri furono capaci di costituirsi solide basi a Rodi, i Templari non fecero lo stesso, infatti Robert de Sablé non riuscì a mantenere Cipro. Dopo esserne stato signore per due anni donò (o più probabilmente vendette) l'isola a Guido di Lusignano, Re di Gerusalemme.

Robert de Sablé, a volte chiamato anche Robert IV de Sablé (... – 23 settembre 1193), è stato Gran Maestro dei Cavalieri templari dal 1191 al 1193 e signore di Cipro dal 1191 al 1192. [...]

Elezione a Gran Maestro.
Robert de Sablé fu fortunato nelle circostanze che gli permisero di ottenere la carica di Gran Maestro dei Templari, infatti alla morte del suo predecessore, Gerard de Ridefort, egli non era ancora neppure diventato un membro dei Cavalieri del Tempio.
La cattura e la decapitazione del Gran Maestro de Ridefort avevano però comportato un certo ritardo nel decidere l'elezione del nuovo Gran Maestro, infatti i cavalieri anziani, visto quanto successo, erano presi dal dibattito sul permettere la presenza o meno dei loro capi sul fronte di guerra. Essi ci impiegarono più di un anno prima di riuscire a rivedere le regole riguardanti il servizio attivo dei Grandi Maestri e quindi procedere alla nuova elezione. Durante questo periodo Robert de Sablé divenne membro dell'ordine e quindi un eleggibile, e quando fu effettivamente eletto con l'appoggio di re Riccardo I, era stato un Templare per meno di un anno.
https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_de_Sabl%C3%A9


sabato 4 novembre 2017

James e Katherine Maxwell. A un certo punto non fu più la biologia a dominare il destino dell'uomo, ma il prodotto del suo cervello: la cultura. L'Universo ha elargito un grande dono all'uomo: con i suoi migliori atomi ha creato una parte di sé stesso dentro la sua mente per studiare il resto di sé. Cosicché: "Le uniche leggi della materia sono quelle che la nostra mente deve architettare e le uniche leggi della mente sono architettate per essa dalla materia".

A un certo punto non fu più la biologia a dominare il destino dell'uomo, ma il prodotto del suo cervello: la cultura. L'Universo ha elargito un grande dono all'uomo: con i suoi migliori atomi ha creato una parte di sé stesso dentro la sua mente per studiare il resto di sé. Cosicché: 
"Le uniche leggi della materia sono quelle che la nostra mente deve architettare e le uniche leggi della mente sono architettate per essa dalla materia". 
James Clerk Maxwell (Edimburgo, 13 giugno 1831 – Cambridge, 5 novembre 1879) 
è stato un matematico e fisico scozzese.

Elaborò la prima teoria moderna dell'elettromagnetismo, raggruppando in un'unica teoria tutte le precedenti osservazioni, esperimenti ed equazioni non correlate di questa branca della fisica unificandole con le note equazioni di Maxwell, oltre a dare un importante contributo alla teoria cinetica dei gas come fisico-statistico e alla termodinamica statistica con le relazioni di Maxwell.
James e Katherine Maxwell nel 1869

martedì 31 ottobre 2017

Daniel Hill, Teoria della regolazione affettiva. Quando incontra una figura di attaccamento spaventante o spaventata, il bambino è posto di fronte a un dramma irresolubile: la fonte di sicurezza è la fonte della paura. Il piccolo è intrappolato. I bambini con attaccamento insicuro hanno carataker che spesso ne intensificano, più che attenuare, la diisregolazione. L'insensibilità e la irresponsività delle madri distanzianti e le frequenti intrusioni emozionali di quelle sottoregolate, preoccupate, peggiorano la disregolazione del bambino. E tuttavia la sopravvivenza del bambino dipende ancora dallo stare attaccato. Il problema è come stare attaccato senza diventare catastroficamente sregolato.


"Quando incontra una figura di attaccamento spaventante o spaventata, il bambino è posto di fronte a un dramma irresolubile: la fonte di sicurezza è la fonte della paura. Il piccolo è intrappolato.
I bambini con attaccamento insicuro hanno carataker che spesso ne intensificano, più che attenuare, la disregolazione. L'insensibilità e la irresponsività delle madri distanzianti e le frequenti intrusioni emozionali di quelle sottoregolate, preoccupate, peggiorano la disregolazione del bambino. E tuttavia la sopravvivenza del bambino dipende ancora dallo stare attaccato. Il problema è come stare attaccato senza diventare catastroficamente sregolato."
Daniel Hill, Teoria della regolazione affettiva.



Grazie Ivano, frammento molto interessante, ma viste le mie scarse basi di psicologia, temo che qualche concetto mi è sfuggito... Ad esempio, cosa significa "carataker"?
E poi, altra curiosità: in linea generale, l'atteggiamento di attaccamento di un bambino alla propria madre è un elemento positivo, negativo o neutro? E l'attaccamento cambia o dovrebbe cambiare in relazione all'età del bambino? E ancora, la circostanza che un bambino di un anno e mezzo è molto attaccato alla madre, può essere preso come indice di una genitorialità carente? Cioè, è da intendere come una disfunzione grave o è del tutto naturale che un bimbo di un anno e mezzo, allontanato dalla madre, inizia a piangere per il distacco?
E a cosa si riferisce Daniel Hill quando scrive "e tuttavia la sopravvivenza del bambino dipende ancora dallo stare attaccato"? Cioè, è una percezione del bambino o è un elemento "oggettivo" dimostrato o dimostrabile?



Daniel Hill, Teoria della regolazione affettiva.
Il libro è organizzato intorno ai quattro ambiti di un modello clinico: 
  • una teoria del corpo-mente; 
  • una teoria dello sviluppo ottimale della regolazione affettiva in una relazione di attaccamento sicuro; 
  • una teoria della patogenesi, che riconduce la regolazione affettiva disturbata a un trauma relazionale e a relazioni di attaccamento insicuro; 
  • una teoria delle azioni terapeutiche mirate a riparare i sistemi di regolazione affettiva. 
Hill descrive con efficacia e concretezza di riferimenti come si sviluppano i differenti pattern di attaccamento; come i pattern di regolazione si trasmettono dai caregiver ai bambini; che forma assumono, in termini neurobiologici, psicologici e relazionali, i pattern adattivi e disadattivi; in che modo i deficit di regolazione si manifestano come sintomi psichiatrici e disturbi di personalità; infine, i mezzi con cui i deficit di regolazione possono essere riparati.
http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/daniel-hill/teoria-della-regolazione-affettiva-9788860309303-2632.html



di Sabina Marianelli

Dissociazione, attaccamento e basi neurobiologiche nella regolazione affettiva personale.

Un modello mente-corpo è fondamentale per la formulazione di una teoria clinica della regolazione affettiva: già Freud postulava che la regolazione del corpo in termini pulsionali fosse fondamentale per lo sviluppo della vita mentale.
L’affetto può essere inteso come rappresentante dello stato del corpo, che viene monitorato dal sistema di regolazione affettiva: se l’affetto è regolato, l’organismo risponde in maniera flessibile all’ambiente, sia interno che esterno; mentre, se è disregolato, diventiamo dissociati, ridotti a processi automatici e a compartimenti di memoria slegati tra loro.
Quello che pensiamo come un unitario consiste, in realtà, in una serie di stati del sé e ogni stato comprende i diversi modi che si ha di pensare, sentire e agire: siamo sempre versioni differenti di noi stessi, quando siamo stressati e quando siamo rilassati, quando siamo in diverse relazioni, ruoli, contesti. 
Gli stati del sé guidano i processi cognitivi, come l’attenzione e la memoria; è per questo che ricordi e valutazioni di sé intollerabili ci disregolano e si manifestano in stati del sé dissociati: nella personalità narcisista, ad esempio, la vergogna è intollerabile e gli stati del sé associati a questo sentire devono essere isolati da quelli che hanno a che fare con un senso del sé positivo, benché grandioso.
Lo stato del sé dissociato si attiva involontariamente e in modo automatico: in quei momenti continuiamo a essere noi stessi, ma non in accordo con il senso complessivo di  noi stessi. Il senso di padronanza di sé e autocontrollo si deve alla capacità di passare in modo flessibile da uno stato all’altro, a seconda delle richieste ambientali. Solitamente questo è frutto di una modalità di attaccamento sicuro, differentemente, quindi, dagli altri stili di attaccamento, che manifesteranno problemi diversi nei passaggi di stato del sé.

Se desideriamo cambiare la capacità di regolare l’affetto, è necessario modificare il modo di operare del sistema primario di regolazione affettiva, che ha a che vedere, come si è detto, con lo stile e la storia d’attaccamento. 

La teoria dell’attaccamento moderna è l’asse portante della Teoria della regolazione di Shore: quest’ultimo, avanza l’idea che ci sia un periodo di sviluppo bifasico nello sviluppo del sistema primario di regolazione, uno scatto di crescita neurologica dalla fase prenatale ai 16-18 mesi, quando le strutture del sistema limbico si attivano e cominciano a organizzarsi con quelle corticali, oltre che mettersi in relazione prima con il sistema simpatico, poi con quello parasimpatico, circuiti che gli permettono l’elaborazione dell’informazione corporea e socio-emozionale.

Nella diade genitore-figlio, in cui si sviluppa uno stile di attaccamento sicuro, le esperienze di transazioni riuscite di regolazione affettiva vengono internalizzate come ricordi impliciti, che diventano schemi rappresentazionali e percettivi, pattern neurobiologici di regolazione e autoregolazione, che funzionano per tutta la vita.
La capacità di autoregolazione e tolleranza emotiva del caretaker sono, dunque, fondamentali ai fini della sintonizzazione; la patogenesi, di contro, si ha quando il caretaker sottopone a traumi affettivi il bambino poiché incapace egli stesso di regolazione affettiva.

Le aree implicate nel sistema menzionate finora e coinvolte come basi neurobiologiche del sistema di regolazione affettiva sono:

  • sistema limbico: processa l’informazione fisio-emozionale proveniente dal corpo e quella socio-emozionale proveniente dalle altre persone;
  • corteccia orbito-frontale: viene indicata come la parte pensante del sistema, poiché gerarchicamente più in alto, riceve ed elabora le informazioni che provengono dal sistema limbico;
  • amigdala: normalmente allertata rispetto ai predittori di stress e minaccia, è la componente più primitiva del sistema;
  • cingolato anteriore: è implicato nel riconoscimento facciale, nell’orientamento dell’attenzione, regola aggressività e arousal affettivo;
  • insula: integra l’informazione somato-sensoriale, fornendo l’esperienza incarnata, genera consapevolezza viscerale dell’affetto, creando ciò che definiamo “il vissuto”;
  • ippocampo: media la registrazione e recupero dei ricordi, in continua comunicazione con l’amigdala per la codifica emotiva dell’esperienza
Per approfondimenti:

Teoria della regolazione affettiva: un modello clinico, Daniel Hill.
https://www.cognitivismo.com/2017/10/20/saper-regolare-affettivita-e-emozioni/


L’ATTACCAMENTO: CAREGIVER.
Postato da Petronilla Corsaro il 13 agosto, 2010
L’attaccamento può essere definito come un sistema dinamico tra persone, un legame, un vincolo, la principale figura di attaccamento è quella che si instaura tra madre e figlio, che risulta essere l’attaccamento primario.
In psicologia l’attaccamento è legato alle ricerche sullo sviluppo e sull’infanzia,in relazione ai legami che si creano tra madre e figlio o con chi si prende cura del piccolo.

Il primo a spiegare la teoria dell’attaccamento dei bambini fu Bowlby, un ricercatore britannico, psicoanalista. Secondo cui il bambino appena nato instaura già un attaccamento nei confronti della madre o di chi si apprende cura di lui (figura anche definita con il termine inglese di caregiver).

L’attaccamento risulta essere una fase fondamentale dell’essere umano fin dal primo istante della sua esistenza.

Qualsiasi essere vivente ha bisogno, sente la necessità di avere questo legame, non soltanto per soddisfare i bisogni primari durante i primissimi anni di vita, ma per tutta la vita.

L’importanza dell’attaccamento durante la prima infanzia, ma anche in seguito diventa fondamentale.

Il bambino, l’infante si lega principalmente alla persona che si prende cura di lui, che principalmente è la madre.

Il legame che si instaura tra madre e figlio nella vita è indissolubile o almeno cosi dovrebbe essere in natura.

Secondo la teoria di Bowlby l’attaccamento avviene in quattro fasi:

1) 0.3 mesi il bambino ,pur riconoscendo la figura umana quando compare nel suo campo visivo ,non riconosce specificatamente le persone.

Questa fase prende il nome di pre-attaccamento.

2) seconda fase che va da 3 a 6 mesi avviene l’attaccamento in formazione ,il bambino inizia a riconoscere le persone e riesce a distinguere le persone che lo coccolano o che si prendono cura di lui.Inizia la paura per l’estraneo.

3) terza fase:angoscia va da 7-8 mesi iniziano a percepire la lontananza della figura che si prende cura, inizia l’angoscia dell’allontanamento.

4) quarta fase:dai 3 anni in su :formazioni di legami,la figura allevante viene riconosciuta dal bambino,che oltre al riconoscimento delle caratteristiche fisiche,il bambino diviene consapevole dei suoi sentimenti ,inizia a provare emozioni,sensazioni.

Mary Ainsworth, collaboratrice di Bowlby elaborò una serie di esperimenti in laboratorio per determinare il tipo di attaccamento e, quindi, quanto esso influisce sulla vita dell’infante e sulla sua psiche.

La sequenza osservativa della Ainsworth suddivisa in quattro fasi, conosciuta come strange situation, consiste nel legame che scaturisce l’attaccamento tra madre e figlio.

  • Stile “Sicuro” 
in questa fase il bambino nel momento in cui la madre esce ed entra l’estraneo il bambino appare turbato,al ritorno della madre si tranquillizza e si lascia consolare.

  • Stile “Insicuro Evitante”
il bambino esplora l’ambiente ignorando la madre è indifferente alla sua uscita e non si lascia avvicinare al suo ritorno.

  • Stile “Insicuro Ambivalente”
il bambino ha comportamenti contraddittori a tratti ignora la madre e a tratti la cerca.

  • Stile “Disorganizzato”
il bambino mette in atto dei comportamenti stereotipici, ed è sorpreso, stupefatto quando la madre si allontana.

In queste fasi si evince il rapporto tra madre e figlio, l’instaurarsi della sicurezza, ma soprattutto nella sana consapevolezza del sentimento che la madre nutre per il lui.

Secondo Bowlby, ma soprattutto in base alle ricerche che sono state effettuate si comprende che molti disturbi psichici infantili e alcune psicopatologie dell’adulto hanno origine dallo stress provocato da queste ripetute esperienze traumatiche, che si instaurano durante la separazione tra madre, cargiver,e bambino.

Il legame istauratosi con la figura di attaccamento che principalmente è la madre, ma come abbiamo accennato in precedenza può essere chiunque non esclusivamente la madre biologica, ma adottiva o quant’altro.

Ciò scaturisce che per un bambino il genitore biologico o il genitore acquisito hanno la stessa importanza per la sua crescita.

Il legame di sangue è importantissimo, ma non fondamentale.

Genitori non si nasce ma si diventa, l’amore e il legame che si instaura è incondizionato va oltre il legame biologico.

L’importanza di una figura di attaccamento stabile per l’infante,il caregiver, è fondamentale, essa deve essere una figura stabile, l’infante deve instaurare in primo luogo la sicurezza, quindi la certezza che quella figura ci possa essere sempre, anche quando si allontana deve imparare ad avere la consapevolezza del suo ritorno.

Se questa sicurezza o questo caregiver dovesse continuare a cambiare, oppure non riuscisse a dare certezza di stabilità nel legame, quindi non ritornare, diventando imprevedibile, inizierà ad instaurarsi nell’infante l’insicurezza che comporterà la mancanza di fiducia verso il prossimo e quindi l’instabilità affettiva e psicologica dei valori primari.

Diventa fondamentale, quindi, in queste fasi garantire la stabilità dell’attaccamento, non sottovalutando mai la sua importanza, principalmente nei bambini, che si vedono strappati ai genitori, o allontanati momentaneamente da essi per svariati motivi.

Il non garantire una figura stabile comporterà nell’infante, -il più delle volte-  non poter garantire una crescita psicologica sana.

L’affidamento ad altre famiglie, istituti, soprattutto nei primissimi anni di vita sono un rischio per il bambino, se non si dovesse instaurare una figura stabile di attaccamento, che come abbiamo già visto non deve essere essenzialmente la madre biologica, seppur importantissima, o madre affidataria, in questa fase diventa fondamentale il legame affettivo, l’instaurarsi della fiducia e della sicurezza.

Quando la figura di attaccamento è instabile aumenta l’instabilità nel bambino,ma soprattutto vengono a crearsi traumi che più delle volte sono in reversibili dando origine a vere e proprie psicosi o instabilità psicologica,come può essere la schizofrenia.

Quindi non neghiamo mai all’infante la sicurezza,la possibilità di instaurare fiducia.

Diamo pieno spazio all’attaccamento sano che è fondamentale per una mente sana.

Pensiamo un po’ di più alla psiche del bambino,ai suoi bisogni e un po’ meno al nostro egoismo.

Di Petronilla Corsaro
http://humansocial.altervista.org/blog/archives/101

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