giovedì 22 giugno 2017

Snorri Sturluson. Edda. [...] ha come cornice di narrazione il viaggio compiuto dal leggendario re svedese Gylfi, il quale travestitosi da vecchio si diresse verso il paese degli Æsir (degli dei) al fine di comprendere quale fosse la fonte della loro sapienza e del loro potere.

SNORRI STURLUSON: 
L’ISLANDESE CHE SALVÒ LA MITOLOGIA NORDICA DALL’OBLIO.
Ci sono individui che tramite le proprie opere riescono ad ispirare e a far sognare miliardi di persone nei secoli seguenti. Snorri Sturluson è proprio uno di quelli. Se la sua opera fosse andata persa probabilmente personaggi come Tolkien, G. R. R. Martin, M. Goodman avrebbero avuto maggiori difficoltà a costruire i propri mondi fantastici. [...]

Snorri nacque alla fine del XII secolo in un'isola che corrispondeva all'ultimo avamposto pagano del mondo occidentale. Allontanatosi dalla famiglia di origine intraprese la carriera politica fino a diventare “lögsögumenn” dell’antico parlamento islandese. Questa figura giuridica all'epoca era estremamente importante poiché aveva il compito di recitare l’insieme di norme e consuetudini che regolavano la piccola comunità.

Durante l’intensa attività politica, Snorri scrisse l’Edda in prosa. 
Concepito originariamente come un manuale composto in quattro parti rivolto solamente a coloro che aspiravano a diventare Scaldi (i poeti operanti presso le corti scandinave), esso divenne in seguito uno dei testi base della mitologia nordica poiché al suo interno è presente un’enorme quantità di materiale relativo alla creazione del mondo, sull'origine e la fisionomia degli dei, sulla struttura dell’universo.

La sezione che raccoglie tutte queste preziosissime informazioni è la seconda, che ha come cornice di narrazione il viaggio compiuto dal leggendario re svedese Gylfi, il quale travestitosi da vecchio si diresse verso il paese degli Æsir (degli dei) al fine di comprendere quale fosse la fonte della loro sapienza e del loro potere

Il racconto si sviluppa seguendo lo schema classico di domanda e risposta tra il sovrano e tre misteriosi personaggi probabilmente riconducibili alla figura di Odino
Alla fine di questo colloquio la dimora degli dei si dissolse nel nulla.

Molti anni dopo la stesura del testo Snorri fu uno dei principali promotori della ribellione senza successo contro il re norvegese Håkon. Questo atto lo pagò con la vita poiché fu ucciso dai sicari del sovrano nella sua abitazione nel 1241.



Guantanamera. Io sono un uomo sincero di dove cresce la palma, e voglio, prima di morire, dall'anima far uscire i miei versi. Io vengo da qualsiasi parte, e in qualsiasi parte vado. Arte sono fra le arti, nelle selve, selva sono. Conosco gli strani nomi delle erbe e dei fiori, e di mortali inganni, e di sublimi dolori.

Guantanamera.
IO SONO UN UOMO SINCERO
Io sono un uomo sincero
di dove cresce la palma,
e voglio, prima di morire,
dall'anima far uscire i miei versi.
Io vengo da qualsiasi parte,
e in qualsiasi parte vado.
Arte sono fra le arti,
nelle selve, selva sono.
Conosco gli strani nomi
delle erbe e dei fiori,
e di mortali inganni,
e di sublimi dolori.
Ho visto nella notte oscura
piover sopra la mia testa
i raggi di luce pura
della divina bellezza.
Sulle spalle delle donne più belle
ho visto spuntare le ali,
e dai frantumi del bozzolo
volar fuori le farfalle.
Ho visto un uomo vivere
con un pugnale nel petto,
senza mai pronunciare il nome
di colei che l'aveva ucciso.
Fugace, come un riflesso,
l'anima ho visto due volte:
quando morì il povero vecchio,
e quando lei mi disse addio.
Ho tremato una volta, - al cancello
che si apre sulla vigna -
quando la barbara ape
punse in fronte la mia bambina.
Una volta ho gioito, come
non avevo gioito mai:
quando la mia condanna a morte
lesse il giudice piangendo.
Sento un sospiro che viene
di là dalle terre e dal mare,
e non è un sospiro, è mio figlio
che si sta per risvegliare.
Se mi dicono: dallo scrigno
scegli il gioiello migliore,
scelgo un amico sincero
e lascio da parte l'amore.
Ho visto l'aquila ferita
volare nel cielo sereno,
e morire nella tana
la vipera del suo veleno.
So bene che quando il mondo
cede, livido, al riposo
sopra il silenzio profondo
mormora quieto il ruscello.
Ho posato la mano intrepida,
rigida d'orrore e di gioia,
sopra la stella spenta
caduta davanti alla mia porta.
Nascondo nel petto indomito
la pena che lo attanaglia:
il figlio di un popolo schiavo
vive per esso, tace e muore.
Tutto è bello e costante,
tutto è musica e ragione,
e tutto, come il diamante,
prima che luce è carbone.
So che lo sciocco si sotterra
con grande sfarzo e gran pianto,
e che non c'è frutto sulla terra
come quello del camposanto.
Taccio, e comprendo, e mi tolgo
la pompa del rimatore:
appendo a una pianta avvizzita
il mio tocco da dottore.
( trad. in Versione originale)

mercoledì 21 giugno 2017

Maturità... col trucco! :) Il presidente ed i commissari esercitano una vigilanza rigida. I candidati sono composti e non danno adito ad alcun rilievo. Tutti con gli occhi fissi a leggere e rileggere il testo. Nessuno accenna a scrivere per una buona mezz'ora. All'improvviso tutti riprendono la penna e si mettono a scrivere. Allo scadere del tempo, tutti i candidati consegnano il compito. La traduzione è perfetta. Gli esami proseguono e si concludono correttamente. Al presidente rimane il dubbio dell'imbroglio ma non si rende conto di quello che può essere capitato.

Il professore era stato mandato a presiedere una commissione di esami di maturità classica in Calabria, in una zona dove di parla l'albanese.
La scuola era ubicata in una zona confinante con un uliveto. Le prove scritte si svolgevano in luglio. Di aria condizionata non si parlava nemmeno e le finestre delle aule ubicate nel piano alto erano spalancate. Viene dettato e trascritto alla lavagna il testo greco da tradurre. Di fotocopie non se ne parla nemmeno (siamo negli anni Cinquanta del Secolo scorso).
Il presidente ed i commissari esercitano una vigilanza rigida. I candidati sono composti e non danno adito ad alcun rilievo. Tutti con gli occhi fissi a leggere e rileggere il testo. Nessuno accenna a scrivere per una buona mezz'ora.
All'improvviso tutti riprendono la penna e si mettono a scrivere.
Allo scadere del tempo, tutti i candidati consegnano il compito. La traduzione è perfetta.
Gli esami proseguono e si concludono correttamente.
Al presidente rimane il dubbio dell'imbroglio ma non si rende conto di quello che può essere capitato.
Passano gli anni. A Roma, alla Stazione Termini, il presidente riconosce il commissario interno di quell'esame. Lo saluta e ricordando l'episodio gli chiede di svelargli la verità.
In quel caldo luglio e in quella idillica situazione, una raccoglitrice di ulive aveva cantato la traduzione nella lingua locale del testo che era stato lanciato fuori dalla finestra da un candidato. La nenia aveva incantato il presidente e gli altri commissari esterni.
di Adolfo Valguarnera

http://www.tecnicadellascuola.it/item/30789-esami-di-maturita-col-trucco.html

Harper Lee. Il buio oltre la siepe. È il pregiudizio verso la “razza”, in questo caso afroamericana, che fa colpevole il “negro” Tom Robinson al di là degli esiti del processo per l’accusa di violenza carnale ai danni della “bianca” Mayella Ewell e della ferrea e coraggiosa difesa di Atticus Finch, profondo uomo, avvocato, padre che segue e cerca di affermare e far trionfare la giustizia umana e sociale prima ancora della legge scritta, in aula e in famiglia, contro l’ignoranza, contro i benpensanti della sua piccola spietata comunità, della sua cieca e povera giuria.

Harper Lee. Il buio oltre la siepe.
[...] Ambientato nel profondo sud dell'Alabama degli anni trenta, non ha tempo né coordinate geografiche. È di tutti i tempi, è di tutti noi. 
È il pregiudizio verso la “razza”, in questo caso afroamericana, che fa colpevole il “negro” Tom Robinson al di là degli esiti del processo per l’accusa di violenza carnale ai danni della “bianca” Mayella Ewell e della ferrea e coraggiosa difesa di Atticus Finch, profondo uomo, avvocato, padre che segue e cerca di affermare e far trionfare la giustizia umana e sociale prima ancora della legge scritta, in aula e in famiglia, contro l’ignoranza, contro i benpensanti della sua piccola spietata comunità, della sua cieca e povera giuria. 

Ma troneggia e fa gelare, con altrettanto forte richiamo all'attualità, anche il pregiudizio e il consequenziale isolamento di chi ha problemi psichici e relazionali e di chi sceglie di vivere in modo diverso secondo il proprio codice interiore comportamentale, contravvenendo ai canoni prestabiliti e sanciti dal "fare comune", che legittima ciò che è giusto e sbagliato senza appello, senza alcun riferimento reale alla personalità e all'identità dell'individuo.

È la signora ignoranza che mi figuro con una falce che recide vite e legami e un drappo che oscura la vista e la mente. 

Forse, alzandosi in punta di piedi, sporgendosi con discrezione oltre la linea di demarcazione morale si potrebbe vedere come quel diverso che è altro da noi ... è umanità ... Che nella similitudine, nelle affinità, nelle diversità può arricchire... e che il bene o il male son figli dello spirito, dell'agire, del reagire, dell’interagire… di quel codice morale che scriviamo dentro di noi, quella soggettività che, seppur inconsapevolmente, va a influire sugli sforzi o sulla ricerca di oggettività.

L'immagine può contenere: uccello

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10212322815258460&set=gm.1243427902432187&type=3&theater

Dunning Kruger. Sindrome dell’impostore. Il paradosso dell’ignoranza da Socrate a Google. I più competenti tendono a sottovalutare le proprie competenze. Arrivano facilmente alle risposte giuste e credono che anche gli altri siano in grado di giungere con altrettanta facilità allo stesse conclusioni. Di conseguenza, quando si tratta di dare una valutazione su di sé, non si collocano nella fascia alta. È colpa dell’effetto del falso consenso (la tendenza a pensare che gli altri agiscano in modo simile al proprio), ed è coerente con gli studi sull’attribuzione della conoscenza, i quali mostrano che le persone sovrastimano la quantità di persone in possesso della loro stessa conoscenza.

Effetto Dunning-Kruger sull'ignoranza.

Arthur Wheeler non poteva passare inosservato. 
Quarantacinque anni, alto poco meno di un metro e sessanta e pesante poco più di 120 chili, venne riconosciuto senza difficoltà dai testimoni come il responsabile di ben due colpi in pieno giorno a Pittsburgh. 
Le telecamere di sorveglianza lo mostravano a volto scoperto, la pistola in mano. Quando venne arrestato non ci poteva credere: 
“Ma io ero ricoperto di succo!” disse ai poliziotti. Succo di limone. 
Wheeler si era ricoperto il volto di succo di limone, convinto che questo potesse garantirgli l’invisibilità. 

Gli investigatori riferirono che il rapinatore non aveva improvvisato, ma si era preparato accuratamente. “Il succo di limone mi bruciava la faccia e gli occhi, facevo fatica a vedere” avrebbe detto poi ai poliziotti. Nel corso dei  preparativi si era persino scattato un selfie con una polaroid, per verificare che il metodo fosse davvero efficace. E nella foto lui effettivamente non c’era – probabilmente l’acidità  gli aveva impedito di prendere bene la mira. McArthur aveva ottenuto la prova che cercava. Il succo di limone funzionava: era diventato completamente invisibile.

David Dunning, professore di psicologia sociale alla Cornell University, lesse la notizia sul World Almanac del 1996, sezione Offbeat News Stories. Lo psicologo pensò: se Wheeler era troppo stupido per essere un rapinatore, forse era anche troppo stupido per sapere di essere troppo stupido per essere un rapinatore. 

“La sua stupidità gli nascondeva la sua stessa stupidità” pensò lo psicologo. Dunning si chiese poi se fosse possibile misurare il livello di competenza che ciascuno crede di avere confrontandolo con la reale competenza. 

Nelle settimane successive organizzò un progetto di ricerca con un suo laureando, Justin Kruger. Il loro paper Unskilled and Unaware of It: How Difficulties of Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-assessments venne pubblicato nel 1999 e da allora è un piccolo classico degli studi sull’ignoranza di sé. Il risultato delle ricerche dei due studiosi è conosciuto come “effetto Dunning-Kruger”.

Di che cosa si tratta? 
“Quando le persone sono incompetenti nelle strategie che adottano per ottenere successo e soddisfazione, sono schiacciate da un doppio peso: non solo giungono a conclusioni errate e fanno scelte sciagurate, ma la loro stessa incompetenza gli impedisce di rendersene conto. 
Al contrario, come nel caso di Wheeler loro hanno l’impressione di cavarsela egregiamente”, spiega Dunning.

Le persone pochissimo esperte hanno una scarsa consapevolezza della loro incompetenza. È l’effetto Dunning Kruger: 
fanno errori su errori ma tendono a credere di cavarsela.
Il più delle volte gli ignoranti non sanno di essere ignoranti, suggeriscono Dunning e Kruger. 

In effetti, se cerchiamo di capire che cosa non sappiamo attraverso l’introspezione potremmo non ottenere nulla. Possiamo continuare a chiederci “Che cosa non so?” fino allo sfinimento, e darci delle risposte, ma non esauriremmo mai il campo infinito della nostra ignoranza. Guardarsi dentro non sempre porta risultati soddisfacenti, l’unico modo per uscire dalla propria metaignoranza è chiedere agli altri.

Dunning spiega così il fenomeno: 
per ogni competenza, esistono persone molto esperte, esperte così così, poco esperte e pochissimo esperte. L’effetto Dunning Kruger consiste in questo: le persone pochissimo esperte hanno una scarsa consapevolezza della loro incompetenza. Fanno errori su errori ma tendono comunque a credere di cavarsela.

I risultati sono stati raggiunti attraverso una serie di  studi su senso dell’umorismo, abilità grammaticali e logiche, studi in seguito estesi anche ad altri campi. Prendendo in considerazione il 25 per cento del campione che aveva ottenuto i risultati peggiori in ogni prova, si osservava che in media, in una scala da 1 a 100, i soggetti si davano un punteggio di 62, nonostante la loro valutazione effettiva non superasse i 12 punti. 
Questo accade perché in molti campi l’atto di valutare la correttezza della risposta di qualcuno richiede la stessa competenza necessaria a scegliere la risposta esatta. Sembrerebbe dunque che la tendenza alla sopravvalutazione di sé sia inevitabile.

Questo dovrebbe farci riflettere quando parliamo dell’ignoranza nei termini di una malattia dalla quale si può guarire: se tutti siamo malati, nessuno lo è. “La gente vive all’ombra della propria inevitabile ignoranza. 

Semplicemente non sappiamo tutto di tutto. 
Ci sono buchi nella nostra conoscenza, 
lacune nelle nostre competenze” 
scrive Dunning all’inizio del suo ultimo saggio. 

[…] I peggiori si credono i migliori, abbiamo detto. 
Ma dagli studi di Dunning emerge un dato speculare: 
anche i migliori sbagliano, in senso opposto. 

I più competenti tendono a sottovalutare le proprie competenze. 
Arrivano facilmente alle risposte giuste e credono che anche gli altri siano in grado di giungere con altrettanta facilità allo stesse conclusioni. 
Di conseguenza, quando si tratta di dare una valutazione su di sé, non si collocano nella fascia alta. È colpa dell’effetto del falso consenso (la tendenza a pensare che gli altri agiscano in modo simile al proprio), ed è coerente con gli studi sull’attribuzione della conoscenza, i quali mostrano che le persone sovrastimano la quantità di persone in possesso della loro stessa conoscenza.

Dagli studi di Dunning emerge un dato speculare: 
anche i migliori sbagliano, in senso opposto. I più competenti tendono a sottovalutare le proprie competenze.
Il fenomeno è anche conosciuto con il nome di “sindrome dell’impostore”. Chi soffre di questa sindrome – detta anche “impostorismo” – non direbbe mai esplicitamente “mi sento un impostore”, eppure si sente esattamente così. Anche nei casi in cui consegue successi e riconoscimenti, questa persona avverte che il suo successo è dovuto a qualche colpo di fortuna, a una misteriosa combinazione, oppure a un grande sforzo irripetibile; crede che i suoi risultati siano dovuti solo a un caso e non siano piuttosto il risultato delle sue abilità o delle sue competenze. La prossima volta fallirò di sicuro, pensa.

L’espressione “sindrome dell’impostore” fu coniata da Suzanne Imes e Pauline Rose Clance alla fine degli anni Settanta, quando le due psicoterapeute della Georgia State University analizzarono il comportamento di un gruppo di donne in ruoli di responsabilità. Riscontrarono una sensazione diffusa: le intervistate ritenevano di non essere così capaci come gli altri credevano. 

Confessa Clance:
“Provavo i sentimenti tipici della sindrome dell’impostore all’università. Dovevo fare un esame importante e temevo sarebbe andato male. Ricordavo solo le cose che non sapevo e non quelle su cui ero preparata. I miei amici incominciarono a preoccuparsi, così io tenevo i miei dubbi per me stessa. Credevo che le mie insicurezze fossero dovute alla mia istruzione. Quando poi ho incominciato a insegnare ho ascoltato timori simili negli studenti che venivano a chiedere consigli. Avevano note di merito e curriculum eccellenti. Uno di loro mi disse: ‘Mi sento un impostore qui, in mezzo a tutta questa gente così brillante’.”

La sindrome colpisce soprattutto le donne. 
La tendenza è confermata anche dagli studi più recenti. 
Due sociologhe americane, Jessica Collett e Jade Avelis, si sono chieste per esempio come mai così tante donne che intraprendono la carriera universitaria a un certo punto optano per il cosiddetto downshifting, ovvero perché rinunciano a un posto di alto livello e alle proprie ambizioni. 
Non accade perché vogliono “mettere su famiglia”, come spesso si pensa. La ricerca, svolta su 460 studentesse di dottorato, ha rivelato che la causa in realtà è proprio la sindrome dell’impostore. Se rinunciano alla carriera è perché credono di non essere all’altezza e di essere arrivate nella loro posizione per una qualche coincidenza, non per merito.

La sindrome dell’impostore è frequente soprattutto in contesti in cui la competizione è alta e in cui ci sono poche figure di ‘mentori’ in grado di dare una valutazione realistica.

L’impostorismo però non è un’esclusiva del genere femminile. 
Due psicologhe della Purdue University, Shamala Kumar e Carolyn M. Jagacinski, hanno misurato le reazioni differenti in uomini e donne. 
Il risultato è che le donne che si considerano impostori spesso manifestano anche la volontà di dimostrare che possono impegnarsi e fare meglio degli altri, e quindi competono di più. 

Gli uomini, invece, mostrano il desiderio di evitare competizioni nelle aree in cui si sentono più vulnerabili. «Temono di fare una brutta figura, di apparire deboli» dice Jagacinski.

[...] Estratto e adattato dal capitolo 10 di ? – Il paradosso dell’ignoranza da Socrate a Google, il nuovo libro di Antonio Sgobba edito da Il Saggiatore.

http://www.iltascabile.com/societa/il-paradosso-ignoranza/

cover-ignoranza

martedì 20 giugno 2017

La dimenticanza selettiva è essenziale per sottrarre impatto emotivo agli eventi accaduti durante il giorno

Essere saggi significa anche ignorare tutto ciò che non vale la pena. [...] 
Quando dormiamo il cervello fa una sorta di tabula rasa

[...] alcuni neuroscienziati dell’Università di Wisconsin-Madison scoprirono che le sinapsi crescono in maniera "esuberante" durante il giorno, e vengono "potate" durante la notte. Il nostro cervello fa automaticamente una selezione delle informazioni che deve memorizzare e scarta il resto

Il dato curioso è che, eliminando tutte le informazioni inutili, i ricordi che valgono la pena vengono memorizzati meglio. 

Gli psicologi della Johns Hopkins University videro che quando questo processo non avviene, i nostri ricordi diventano più confusi. Inoltre, la dimenticanza selettiva è essenziale per sottrarre impatto emotivo agli eventi accaduti durante il giorno.

Questo processo che avviene naturalmente ci offre una grande lezione: 
mantenere i vecchi rancori, alimentare le frustrazioni, rivivere i drammi e dare eccessiva importanza a cose che non lo meritano, crea solo caos e insoddisfazione. La cosa più saggia da fare è quella di imparare a ignorare tutto ciò che non vale la pena e che può influenzare la nostra pace interiore. [...]

Una frase buddista afferma che "ci può danneggiare solo ciò a cui diamo importanza". 
Non sono le situazioni, ma il significato che gli diamo e come reagiamo, ciò che determina il loro impatto su di noi. 

Quindi, se vogliamo proteggere il nostro equilibrio emotivo, 
dobbiamo imparare ad ignorare alcune cose. [...]

Non significa ignorare o nascondere i problemi, ma liberare la mente da tutto ciò che occupa spazio inutilmente per fare spazio per ciò che conta veramente.

1. Le offese e le critiche distruttive. 
Ricorda che una critica malsana dice di più della persona che critica che di chi viene criticato. Non lasciare che le critiche e il disprezzo intacchino la tua autostima. Ricorda che quando passi troppo tempo preoccupandoti dell’opinione che gli altri hanno di te, o di ciò che vogliono che tu sia, dimentichi chi sei veramente.

2. Le persone che vogliono scaricare la loro miseria emotiva su di te. Ci sono persone che si comportano come veri e propri camion della spazzatura, che vogliono scaricare su di te le loro paure, le frustrazioni, la rabbia o l’ansia. Non permetterglielo. Impara a individuarle e crea uno scudo protettivo.

3. Le piccoli frustrazioni della vita di tutti i giorni. 
Una brutta giornata è solo una brutta giornata. Viene e va. 
Non c'è ragione di rimanere bloccati nelle piccole frustrazioni. 
Se impari ad ignorare quei contrattempi immediatamente, ti renderai conto che potrai riprendere la tua routine con più serenità. Se li accumuli terminerai portando un fardello molto pesante. Si tratta solo di metterli in prospettiva e renderti conto che non vale la pena di rovinare la tua giornata per questi contrattempi.

4. Il tuo dialogo interno negativo. 
Spesso la tua mente diventa il tuo peggior nemico. 
Pertanto, in molti casi, devi imparare a silenziare il rumore che hai dentro, i pensieri ossessivi del fallimento, le paure e l'ansia. Nella maggior parte dei casi questo dialogo interiore viene dalle aspettative che gli altri hanno posto su di te. Infatti, probabilmente scoprirari che ti ripeti frasi che ti hanno detto i tuoi genitori, gli insegnanti o il partner. Se quelle frasi non ti consentono di andare avanti e non ti fanno sentire bene, ignorale, col passare del tempo scompariranno lentamente.

5. Le situazioni che non puoi controllare. 
Il taoismo ci incoraggia a fluire, a non forzare le situazioni. 
Ciò non significa essere passivi, ma imparare a identificare le opportunità per agire e sapere quando qualcosa è controproducente. Ci sono molte cose che sono al di là delle tue possibilità, cercare di controllarle crea inutili tensioni. Pertanto, ci sono momenti in cui devi dimenticare tutto ciò che potrebbe andare storto e iniziare a fidarti nel flusso della vita.

Non è facile ignorare certe cose, certe persone, certe situazioni... 
non sempre percepiamo ciò che può farci del male e terminiamo afferrandoci ad esso. Altre volte, significa rompere i legami, cambiare il nostro modo di pensare e le nostre attitudini, qualcosa di non facile che richiede una enorme dose di coraggio.

In ogni caso, vi incoraggio a fare questo semplice esercizio:

Prendi una matita o qualsiasi piccolo oggetto che non si possa rompere. Tienilo in mano e stringilo forte. Immagina che questo oggetto è una delle emozioni, dei sentimenti, o persone che ti danno fastidio e la tua mano rappresenta la tua mente o la coscienza.

All'inizio, tutto ti sembrerà un po’ strano, ma poco a poco ti sentirai meno a disagio e l'oggetto ti sembrerà più familiare. 
Ma se continui a stringere, l’oggetto finirà per farti male.

Ora, apri la mano e lascia che l'oggetto cada a terra. 
Renditi conto che eri tu quello che si afferrava all'oggetto, non era attaccato alla tua mano. Lo stesso vale per le tue emozioni, i sentimenti e le persone che possono farti del male.

Il problema è che ci afferriamo così tanto a queste situazioni che ci dimentichiamo di lasciarle andare quando dovremmo. Infatti, quando proviamo rabbia o tristezza diciamo "sono triste" o "sono arrabbiato", che rappresenta un'identificazione con questi stati e implica afferrarsi ad essi. Invece, dovremmo dire "mi sento triste" o "mi sento arrabbiato" e imparare a lasciare andare.



Come applicare questa idea di ignorare tutto ciò che ci fa male:

- Non portare le cose ad un livello personale. 
Molte delle cose che ci accadono non sono personali. 
Portarle su questo piano significherà che le stai dando troppa importanza e stai permettendo che affettino il tuo equilibrio emotivo. Pertanto, è essenziale proteggere quello spazio e permettere che entrino solo le cose realmente significative per te.

- Non perdere la prospettiva. 
Immersi nei piccoli problemi della vita quotidiana, è facile venire sopraffatti da queste piccole insoddisfazioni e battute d'arresto, così si finisce per perdere la bussola. Ricorda sempre di mantenere la prospettiva, concentrati in ciò che ti definisce, nei tuoi obiettivi e in ciò che realmente ti emoziona. Non lasciare che le banalità ti tolgano la possibilità di essere felice oggi stesso.

- Fai un passo indietro. 
Quando senti che le emozioni prendono il controllo, fa un passo indietro. Fermati, prenditi un paio di minuti e recupera il controllo. Rifletti sul motivo per cui questa situazione sta generando queste emozioni. Probabilmente stai esagerando o le stai dando più importanza di quanta ne abbia. Respira e lasciati andare.

- Ancorati al presente. 
Se ti senti male è probabilmente per qualcosa che è già accaduto, che appartiene al passato. Pertanto, non ha molto senso continuare a nutrire questi sentimenti. Per lasciarli andare, basta che ti afferri al presente. Concentrati su tutte le cose positive che hai adesso. La chiave sta nell’imparare ad uscire dal passato.


Fonti: 
Diering, G. H. et. Al. (2017) Homer1a drives homeostatic scaling-down of excitatory synapses during sleep. Science; 355(6324): 511-515.

Vivo, L. et. Al. (2017) Ultrastructural evidence for synaptic scaling across the wake/sleep cycle. Science; 355(6324): 507-510.

http://www.angolopsicologia.com/2017/06/saggezza-significa-anche-ignorare-tutto.html

lunedì 19 giugno 2017

Marie-Monique Robin. Il veleno nel piatto. I rischi mortali nascosti in quel che mangiamo.

MARIE-MONIQUE ROBIN
Il veleno nel piatto 
I RISCHI MORTALI NASCOSTI IN QUELLO CHE MANGIAMO

Introduzione 
Sapere è potere

"Questo libro sarà il seguito di "Il mondo secondo Monsanto?"1 è una domanda che mi è stata posta costantemente dal 2008, ogni volta che nel corso di un dibattito o di una conferenza annunciavo che stavo lavorando a un nuovo progetto. 

Sì e no, questo libro è e non è il seguito di "Il mondo secondo Monsanto", anche se l'argomento ha evidentemente a che vedere con la mia inchiesta precedente. 

In effetti, per i libri e i film -per me le due forme sono legate intimamente- avviene come per le perle di una collana o le tessere di un puzzle: si succedono e si incastrano senza che io ci faccia caso. Nascono e si nutrono di rimbalzo degli interrogativi suscitati dal lavoro anteriore. E finiscono per imporsi come maglie di una stessa catena. In ogni caso, il processo che si instaura è identico: il desiderio di capire, per poi trasmettere al maggior numero possibile di persone le conoscenze accumulate.

Tre domande sul ruolo dell'industria chimica:
Il veleno nel piatto è dunque il frutto di un lungo processo, cominciato nel 2004. 
All'epoca ero preoccupata per le minacce che incombevano sulla biodiversità: 
in due documentari diffusi da Arte - uno sulla brevettabilità del vivente e l'altro sulla storia del grano2 - avevo raccontato in che modo alcune multinazionali ottengono brevetti illeciti su determinate piante e si impadroniscono del know-how dei paesi dell'emisfero Sud

Contemporaneamente giravo un reportage in Argentina, che tracciava il bilancio (disastroso) delle coltivazioni di soia transgenica, la famosa Roundup Ready della Monsanto.1 

Per questi tre documentari avevo attraversato tutto il pianeta, ponendomi domande sul modello agroindustriale messo a punto all'indomani della Seconda guerra mondiale, il cui scopo era ufficialmente quello di "nutrire il mondo". Avevo constatato che quel modello comportava un'estensione delle monoculture a scapito dell'agricoltura alimentare locale e familiare, provocando una drastica riduzione della biodiversità e costituendo, in definitiva, una minaccia per la sicurezza e la sovranità alimentare dei popoli

Osservavo inoltre che la famosa "Rivoluzione verde" si accompagna a un impoverimento delle risorse naturali (acqua, qualità dei terreni) e a un inquinamento generalizzato dell'ambiente, a causa dell'uso massiccio di prodotti chimici (pesticidi e concimi di sintesi).

In modo del tutto naturale, questa trilogia mi ha portato a interessarmi alla società americana Monsanto, uno dei grandi promotori e beneficiari della "Rivoluzione verde": innanzitutto perchè è stata (e continua a essere) uno dei principali produttori di pesticidi del Ventesimo secolo; e poi perché è diventata il primo produttore di sementi del mondo e perché si propone di mettere le mani sulla catena alimentare grazie ai semi transgenici brevettati (i famosi Ogm, gli organismi geneticamente modificati). 

Non mi stancherò mai di ripetere quanto sia rimasta sbalordita nello scoprire la quantità di menzogne, mistificazioni e tiri mancini di cui è capace l'azienda di Saint Louis (Missouri) per mantenere sul mercato prodotti chimici altamente tossici, senza preoccupaci del loro costo ambientale, sanitario e umano.

A mano a mano che mi inoltravo in questo "thriller dei tempi moderni" - per riprendere l'espressione della sociologa Louise Vandelac, che ha scritto la prefazione all'edizione canadese del Mondo secondo Monsanto - tre domande non cessavano di tormentarmi. 

La Monsanto costituisce un'eccezione nella storia industriale, oppure il suo comportamento criminale - so quel che dico - caratterizza la maggior parte dei fabbricanti di prodotti chimici? 

E mi chiedo anche: come vengono valutate e regolamentate le circa 100.000 molecole chimiche di sintesi che da mezzo secolo invadono il nostro ambiente e le nostre tavole? 

Infine, esiste un legame tra l'esposizione a queste sostanze chimiche e l'enorme aumento di casi di cancro, malattie neurodegenerative, disfunzioni della fertilità, diabete e obesità che si rileva nei paesi "sviluppati", al punto che l'Oms, l'Organizzazione mondiale della sanità, parla di "epidemia"?

Per rispondere alle domande, in questa nuova inchiesta ho deciso dì dedicarmi soltanto alle sostanze chimiche che entrano in contatto con la catena alimentare, dal campo del contadino (pesticidi) al piatto del consumatore (additivi e plastiche alimentari)

Questo libro dunque non affronterà le onde elettromagnetiche, né i cellulari, né l'inquinamento nucleare, ma si occuperà esclusivamente delle molecole cii sintesi cui siamo esposti nel nostro ambiente o nella nostra alimentazione - il nostro "pane quotidiano" diventalo prevalentemente il nostro "veleno quotidiano"

Sapendo che l'argomento si presta a molte polemiche (e questo non sorprende se si considerano tutti gli aspetti economici collegati) ho scelto di procedere metodicamente, partendo dall'aspetto più "semplice" e dal meno contestabile - e cioè le intossicazioni, prima acute e poi croniche, degli agricoltori esposti direttamente ai pesticidi - per arrivare progressivamente al più complesso - gli effetti di piccole dosi di residui di prodotti chimici che noi tutti abbiamo in corpo.

[...] "Il diavolo sia nei dettagli"
Il veleno nel piatto è infine il frutto di un convincimento che vorrei tosse condiviso: 
dobbiamo riappropriarci del contenuto dei nostri piatti, riprendere in mano ciò che mangiamo perché la si smetta di propinarci piccole dosi di veleno che non presentano in cambio alcun vantaggio. Come mi ha spiegato Erik Millstone, docente universitario britannico, nel sistema attuale "i rischi pesano sui consumatori, mentre le imprese ricevono i benefici". 

Per poter criticare le (numerose) falle del "sistema" ed esigere che venga rivisto da cima a fondo bisogna però capire come funziona.

Devo ammettere che non è stato facile decifrare i meccanismi che presiedono all'elaborazione delle norme regolamentanti l'esposizione a ciò che il gergo edulcorato degli esperti chiama i "rischi chimici". 

Ricostruire l'origine della lamosa Dga - la "dose giornaliera accettabile" o "ammissibile" - dei veleni cui noi tutti siamo esposti, e stato un vero e proprio rompicapo

Ho persino il sospetto che la complessità del sistema di valutazione e normativa dei veleni chimici, che funziona sempre a porte chiuse e nella massima segretezza, sia anche un modo per assicurarne la perpetuazione. 

Chi va infatti a mettere il naso nella storia della Dga, o dei "limiti massimi di residui"? 

E se, per caso, un giornalista o un consumatore troppo curioso osano fare domande, la risposta delle agenzie per la regolamentazione generalmente è: 

"Grosso modo funziona. Sapete, è molto complicato, fidatevi di noi, sappiamo quello che facciamo...".

Il problema è che non ci può essere un grosso modo quando si tratta di dati tossicologici la cui posta in gioco e la salute dei consumatori, compresa quella delle generazioni future. Per questo motivo, convinta invece che "il diavolo stia nei dettagli", ho deciso di prendere il partito opposto. 

Spero dunque che il lettore mi perdonerà se a volte posso sembrare eccessivamente incline alla precisione o alle spiegazioni, alla molteplicità delle note e dei riferimenti. Ma il mio obiettivo è che ciascuno possa diventare, se lo desidera, l'esperto cui rivolgersi. O comunque che ciascuno disponga di argomenti rigorosi che gli permettano di agire quanto può, e addirittura di influire sulle regole del gioco che governano la nostra salute. Perché sapere è potere...

"Prima o poi. i rischi legati alla modernità colpiscono anche quelli che li determinano o ne traggono vantaggio."
ULRICH BECK, LA SOCIETÀ DEI. RISCHIO



https://books.google.it/books?id=cexQiKkbvHwC&pg=PA130&lpg=PA130&dq=societ%C3%A0+americana+1600&source=bl&ots=x3AfQ8Ur9-&sig=_tWRwcbRAPgOO9qcsC0BXmfvogY&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiJ09Tog8jUAhXsDsAKHRVYB74Q6AEIWDAJ#v=onepage&q&f=false


* Le note cui rimandino i numeri sono disponibili online sul sito 
http://www.feltri-nellieditore.it/extra/il-veleno-nel-piatto


Copertina anteriore

Elenco blog personale