martedì 7 marzo 2017

La Matematica dell'infinito

La Matematica dell'infinito


L'inquietante storia dell'infinito.
Da Aristotele, Gauss e la rigida opposizione di Kronecker fino al paradiso di Cantor e all'ospitale albergo di Hilbert. Poi venne Gödel. Con i suoi teoremi di incompletezza, i matematici riescono a dimostrare l'esistenza sia di Dio che del diavolo: Dio esiste perché la Matematica esiste, il diavolo esiste perché non se ne riesce a provare la coerenza.

Introduzione
Accostare Infinito e Matematica può sembrare collegamento azzardato.
L'Infinito, come pure il suo corrispondente temporale, l'Eterno, è tema adeguato per Religione, Filosofia o Letteratura, ma forse non per la scienza positiva. Meno che mai per la più positiva delle scienze e cioè la Matematica.

Del resto, l'Infinito (in-definito, in-determinato) è, per sua stessa etimologia e natura, ed anche per la comune opinione, ciò che sfugge ad ogni possibile classificazione e misura, mentre la Matematica tende a (e pretende di) classificare e misurare ogni oggetto che esamina.
Dunque, l'Infinito non è argomento da Matematica.

In effetti, secondo una visione che risale ai tempi dell'antica Grecia e che si è mantenuta radicata nei secoli fin quasi ai nostri giorni, la Matematica è la scienza dei numeri naturali 0, 1, 2, ..., semmai allargata a quegli insiemi numerici - gli interi, i razionali - che ai naturali sono direttamente collegati.

Pitagora sosteneva che il numero (naturale) è la base di tutto.

Oltre due millenni dopo, Kronecker (1832-1891) ribadiva che gli interi positivi sono i soli numeri creati da Dio a voler significare che trattare altri contesti non standard, come quello dei reali, era quasi sacrilego.

Dunque la Matematica va a combaciare, in questa prospettiva, con l'Aritmetica dei numeri 0, 1, 2, ...: tutti rigorosamente finiti per natura e rappresentazione (a differenza dei reali, che scomodano allineamenti decimali senza limiti e confini). Si conferma così che non c'è spazio comune per Matematica e Infinito.

Eppure, a smentire tutte queste pur ragionevoli premesse, va detto che la Matematica è stata capace nella sua storia più recente di intuire, accarezzare ed anche misurare l'Infinito, fin quasi a sognare di dominarlo completamente. Questo è il tema che vogliamo trattare.

Contare o confrontare?
Dobbiamo subito parzialmente correggere quanto detto nell'introduzione.
In effetti, se riflettiamo un attimo con maggiore profondità, dobbiamo riconoscere che l'Infinito non è tema completamente e costituzionalmente estraneo alla Matematica.

Gli stessi numeri naturali 0, 1, 2, ... sono sì ciascuno singolarmente finito, ma costituiscono complessivamente un insieme infinito. La loro successione si snocciola senza limitazioni in una strada senza fine.

Tuttavia, come già Aristotele osservava, bisogna esercitare un po' di finezza quando si parla di infinito e distinguere la sua forma potenziale da quella attuale: la prima è umanamente accessibile, la seconda no. In altre parole, possiamo certamente convenire che ci sono successioni senza termine di oggetti matematici, quali i numeri naturali, ed abbracciarne con la nostra percezione porzioni comunque grandi (l'infinito potenziale di cui sopra); ma, quanto ad afferrarne la totalità ed ad identificarla completamente come singolo ente (l'infinito attuale), ebbene, questo è un altro discorso, inaccessibile ai limiti della nostra mente umana.
Per dirla in latino e dare così maggiore autorità alla citazione: infinitum actu non datur.
Questo era il pensiero di Aristotele e, come tutti sappiamo, si trattava di opinione autorevole, non solo ai tempi dell'antica Grecia ma nei lunghi secoli successivi.

Del resto, ancora nel 1831 (di nuovo, due millenni dopo Aristotele), colui che è comunemente riconosciuto il più grande matematico, e cioè Gauss, si esprimeva quasi negli stessi termini del suo illustre predecessore. In una lettera al suo allievo Schumacher, scriveva: “IO DEVO PROTESTARE VEEMENTEMENTE CONTRO L'USO DELL'INFINITO COME QUALCOSA DI DEFINITO: QUESTO NON È PERMESSO IN MATEMATICA. L'infinito è solo un modo di dire, ed intende un limite cui certi rapporti possono approssimarsi vicino quanto vogliono.

Del resto, nei secoli da Aristotele a Gauss, vari spunti avevano introdotto in Matematica l'esigenza di studiare e definire l'infinito e, se è per questo, anche il suo inverso matematico (l'infinitesimo) nelle loro forme potenziali.

Ad esempio, la necessità di garantire adeguate basi teoriche allo studio delle grandezze fisiche (come la velocità, la accelerazione e così via) aveva indotto già nel secolo diciassettesimo (e forse anche prima) Newton, Leibniz ed altri a fondare - con qualche imprecisione, qualche vaghezza e molte polemiche - il calcolo differenziale, il relativo studio delle derivate e, appunto, l'uso degli infinitesimi.

L'obiettivo era quello di descrivere in termini matematici rigorosi il comportamento di una funzione quando il suo argomento si avvicina indefinitamente ad un punto, o supera ogni barriera verso l'infinito.

Proprio all'epoca di Gauss, l'opera di Cauchy e Weierstrass aveva prodotto (neanche due secoli dopo Newton) una adeguata risposta al problema e una rigorosa introduzione teorica a questo argomento così delicato, tramite il famigerato armamentario di epsilon e di delta che consente la definizione del concetto di limite e che, sgombrata la mente dai ricordi, dalla noia e dai terrori del primo anno di Analisi, si rivela un approccio elegante e profondo all'infinito potenziale in Matematica.

Ma che si può dire del tabù degli infiniti attuali?
Negli stessi secoli, menti autorevoli avevano tentato di avventurarsi in questa zona proibita, avvertendone però le anomalie e concludendo che forse era il caso di lasciar perdere:
è questo il caso di Galileo Galilei e di alcune sue riflessioni contenute nell'opera [1] del 1638 e note con il nome di Paradosso di Galileo.
Galileo considera i numeri naturali 0, 1, 2, 3 ... ed osserva che l'insieme (infinito) dei loro quadrati 0, 1, 4, 9, ... è certamente più piccolo e, pur tuttavia, contiene tanti elementi quanti erano i numeri di partenza, perché ad ogni numero corrisponde in modo biunivoco il suo quadrato.

Galileo conclude: “io non veggo che ad altra decisione si possa venire che a dire infiniti essere tutti i numeri, infiniti i quadrati, ... né la moltitudine de' quadrati essere minore di quella di tutti numeri, né questa essere maggiore di quella, ed, in ultima conclusione, gli attributi di eguale, maggiore e minore non aver luogo negl'infiniti ma solo nelle quantità terminate”, ed aggiunge: “queste son di quelle difficoltà che derivano dal discorrer che noi facciamo col nostro intelletto finito intorno all'infinito, dandogli quegli attributi che noi diamo alle cose finite e terminate; il che penso che sia inconveniente”.

Al di là di questa conclusione, le riflessioni di Galileo contengono, magari solo in germe, suggerimenti stimolanti su come potremmo pretendere di misurare l'infinito.
In effetti, non possiamo contare né i numeri naturali, né i loro quadrati (infiniti sono gli uni, infiniti sono gli altri); pur tuttavia, possiamo confrontarli e stabilire rigorosamente che gli uni sono tanti quanti gli altri, perché c'è una corrispondenza biunivoca tra i loro insiemi.

Per spiegarci con un esempio più semplice, facciamo il caso di un impresario che vuole verificare il successo del suo spettacolo misurandone il pubblico. Può svolgere l'indagine facendosi riferire la capienza del teatro, poi contando il numero dei biglietti venduti e, accertatosi che sono uguali, dichiarare compiaciuto il tutto esaurito. Più rapidamente, può invece sbirciare la sala da dietro il sipario e controllare che ogni spettatore ha la sua poltrona e ogni poltrona il suo spettatore, che non ci sono né posti vuoti né spettatori in piedi e di nuovo rallegrarsene. Per dirla in termini matematici, c'è una biiezione tra l'insieme delle poltrone e quello degli spettatori. Nei teatri del mondo, che sono tutti finiti, l'una e l'altra delle due strategie sono possibili. Se però passiamo ad un contesto infinito, non possiamo pretendere di contare posti e (forse) spettatori né, per riferirci all'esempio di Galileo, numeri e quadrati.

Possiamo tuttavia ancora confrontare i due insiemi coinvolti, stabilire ove possibile una corrispondenza biunivoca tra di loro e dedurre in tal caso che hanno lo "stesso numero" di elementi. È esattamente quel che Galileo fa nella trattazione del suo paradosso.

Dunque, all'infinito possiamo, se non contare, confrontare e decidere se due insiemi sono o no ugualmente numerosi. L'idea è brillante e sottile ed induce alla tentazione di approfondire. Pur tuttavia, c'è una obiezione che sorge abbastanza spontaneamente: ne vale realmente la pena? In effetti, si potrebbe sostenere che gli insiemi infiniti sono tutti, appunto, infiniti, e come tali hanno forzatamente lo stesso numero (infinito) di elementi. È dunque inutile soffermarsi in questo genere di confronti, l'infinito appiattisce tutto. L'esempio dei numeri e dei quadrati (i secondi apparentemente molto minori dei primi) sembra confermarlo.

C'è un altro famoso argomento che corrobora questa impressione e va sotto il nome di Albergo di Hilbert. Si tratta, infatti, di un esempio che David Hilbert (1862-1943) adoperava per divulgare presso i non addetti ai lavori le sottigliezze di questa analisi dell'infinito. Lo ricordiamo brevemente.

Gli alberghi di questo mondo sono tutti finiti (come del resto i teatri). Supponiamo allora di avere un albergo completo, in cui ogni stanza N ha già il suo ospite N. Se ad un'ora della notte arriva un nuovo cliente in cerca di sistemazione, il portiere dovrà dichiarargli con rammarico di non poterlo ospitare ed indirizzarlo ad altro ricovero. Ma ammettiamo per un attimo di volare nell'albergo del Paradiso (magari non a titolo definitivo, ma solo per prenderci un caffè): l'albergo è ovviamente infinito, come si addice a tutto quel che è trascendente. Gli ospiti che lo popolano sono anch'essi infiniti (come San Giovanni stesso assicura con la sua autorità nell'Apocalisse, Capitolo 7, versetto 9) e lo riempiono completamente. Abbiamo dunque il problema di trovare un posto. "Non preoccupatevi" ci direbbe San Pietro "sistemiamo: l'ospite 0 nella camera 1, l'ospite 1 nella camera 2, ... l'ospite N nella camera N+1, ... e vi liberiamo la camera 0". Il tutto è lecito perché l'albergo è infinito. Di più, tra i requisiti della santità c'è anche quello della pazienza e i vari trasferimenti di camera dovrebbero essere accettati con serenità e senza polemiche. Dunque, ogni nuovo ospite trova il suo posto.

Per uscir dalla metafora ed usare termini matematici, quanto l'argomento di Hilbert sottolinea è che un insieme infinito, come quello dei naturali, possa avere tanti elementi quanti un suo sottoinsieme proprio, come quello che se ne ottiene dimenticando 0. La funzione successore, quella che trasforma ogni naturale N in N+1 è una corrispondenza biunivoca tra i naturali e i naturali maggiori di 0; togliere l'elemento 0 non diminuisce il numero complessivo dei punti rimanenti.

Altri esempi storici sostengono il nostro assunto sulla apparente piattezza dell'infinito.
Ad esempio, nella sua opera postuma Paradossi dell'infinito, Bolzano (1781-1848) osservava come il segmento chiuso [0, 5] della retta reale ha tanti punti quanto l'evidentemente più grande intervallo [0, 12], la corrispondenza biunivoca tra i due essendo stabilita dalla funzione che trasforma ogni x nei suoi dodici quinti.

Ma chi diede la svolta fondamentale e decisiva all'intera questione fu Georg Cantor (1845-1918).

Lo spunto che lo condusse ad approfondire il tema fu lo sviluppo in serie di Fourier delle funzioni e l'unicità dei relativi coefficienti. La sua analisi lo portò ad individuare e classificare alcuni insiemi di reali che non soddisfacevano questo risultato di unicità e, conseguentemente, a valutare quanto "piccoli" e trascurabili fossero questi controesempi a confronto dell'intera collezione dei reali.

Prendendo spunto da questa problematica, Cantor considerò varie coppie di sottoinsiemi infiniti della retta reale R (e non solo) cercando possibili biiezioni. Ad esempio, osservò che ci sono tanti punti nell'intera retta quanti nel segmento aperto ]0, 1[ (che pure è per altri aspetti enormemente più piccolo). La precedente osservazione di Bolzano ed un minimo di trigonometria ci aiutano infatti a definire una biiezione: ]0, 1[ è in corrispondenza biunivoca con l'intervallo aperto ]-π/2, π/2[ tramite la funzione che trasforma ogni reale x tra 0 e 1 in πx-π/2 e dunque prima allarga, al modo di Bolzano, ]0, 1[ a ]0, π [, e poi trasla quest'ultimo segmento di - π/2 portandolo come richiesto su ]- π/2, π/2[. A questo punto, ci ricordiamo che la funzione tangente, ristretta all'intervallo ]- π/2, π/2[, ne determina una biiezione con l'intero R. Opportune manipolazioni provano poi che il segmento aperto ]0, 1[ è in corrispondenza con il segmento chiuso [0, 1], o anche con [0, 1[, ]0, 1] e, in definitiva, con ogni intervallo chiuso, aperto o semiaperto dell'intera retta. Altrettanto vale per l'intero insieme R.

Altri casi furono esplorati da Cantor.
Ne elenchiamo alcuni particolarmente significativi.
L'insieme N dei naturali 0, 1, 2, ... si potrebbe valutare ad occhio come la metà dell'insieme Z di tutti gli interi ...-2, -1, 0, 1, 2, ...; ma sono infiniti entrambi, ed in effetti è possibile determinare una corrispondenza biunivoca f che li collega. Basta osservare che i naturali, a loro volta, si suddividono a metà tra pari 0, 2, 4, ... e dispari 1, 3, 5, ... e dunque trasformare gli interi non negativi nei primi e quelli negativi nei secondi: in termini rigorosi, porre per ogni x naturale: f(x) = 2x se x ≠ 0, f(x) = -2x -1 altrimenti.

Lo stesso può dirsi di naturali N e razionali Q: tra i due insiemi c'è una corrispondenza biunivoca. La cosa può sembrare a prima vista strana e sorprendente; si potrebbe osservare che l'usuale ordine dei naturali ha un primo elemento 0 ed è discreto (ogni elemento ha un suo immediato successore, ogni elemento escluso 0 ammette un immediato predecessore) mentre quello dei razionali non ha estremi ed è denso (tra due elementi a


http://matematica-old.unibocconi.it/infinito/lettera48.pdf

giovedì 2 marzo 2017

Parigi val bene una messa. – La guerra di religione francese e l’ascesa dei Borboni.

Parigi val bene una messa. – La guerra di religione francese e l’ascesa dei Borboni.
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Di tutti i conflitti politico-religiosi conseguenti alla fine dell’unità cristiana nell’Europa del cinquecento, la guerra di religione francese fu, dopo la guerra dei trent’anni, le più importanti e gravide di conseguenze. Non solo perché la Francia fu a un passo dal perdere la sua unità come stato, ma anche perché alla fine una nuova dinastia, che avrebbe regnato fino al 1830, salì al trono e l’autorità regia ne uscì a tal punto rafforzata da iniziare quel percorso che, passando per l’opera di Richelieu e Mazzarino, avrebbe condotto all’assolutismo di Luigi XIV.

Il diffondersi della riforma in Francia fu facilitato dal particolare assetto della chiesa gallicana che, sin dal Medioevo, vanta un forte spirito autonomo verso Roma e si è fatta porta bandiera dei movimenti conciliari che puntano a una riduzione del potere dei Papi a favore di quello dei Concili ecumenici. L’umanesimo e il clima di tolleranza della corte di Margherita di Navarra, sorella del re Francesco I, favoriscono la libera discussione nel regno delle tesi di Lutero le cui opere, sebbene condannate dalla Sorbona, non sono censurate. Dagli ambienti accademici si invoca una riforma della chiesa, pur non spingendosi sino a un esplicito appoggio a Lutero, e un giovane Giovanni Calvino inizia la sua riflessione sulla fede mentre nel 1523 Jacques Lefevre traduce in francese il Nuovo Testamento. Ben presto nel paese iniziano a formarsi comunità se non propriamente protestanti comunque in antitesi diretta con Roma. 

La Francia è però anche governata da un re che, per antica tradizione, si fregia del titolo di cristianissimo e l’unità religiosa del regno è da molti vista andare di pari passo con quella politica; da più parti si inizia così a temere che questa avanzata dei movimenti proto-protestanti oltre che una minaccia per la fede possa esserlo anche per l’istituzione monarchica. 

Il punto di rottura si ha nell’Ottobre 1534 con il così detto scandalo dei placards; una serie di manifesti che attaccando violentemente la dottrina cattolica e in particolare il rito della messa (pomposa e orgogliosa che ha distrutto e rovinato il mondo) si diffondono in tutto il paese sino alle stanze private del re nel castello di Amboise. Il re guida una processione espiatoria, ma intanto l’unità religiosa della Francia va rapidamente perdendosi; il pensiero di Calvino sta avendo rapida fortuna tanto tra i ceti borghesi quanto in certi ambienti della nobiltà, mentre rimane minoritario presso i contadini, e diviene maggioranza in molte città e province come La Rochelle, il Delfinato, la bassa Linguadoca nonché Lione e la valle della Garonna. Nel regno di Navarra, governato dai Borboni ramo cadetto della dinastia dei Valois, diviene religione di stato nel 1561. 

Se Francesco primo, nonostante il caso dei manifesti, preferì mantenere un atteggiamento di neutralità in materia religiosa, anche per ottenere le simpatie dei protestanti tedeschi nella sua eterna lotta contro il campione del cattolicesimo Carlo V, il suo successore Enrico II adottò invece sin da subito la linea della repressione. Il nuovo sovrano infatti si affretterà a concludere la lunga guerra con la Spagna firmando, a condizioni molto umilianti, la pace di Cateau-Cambresis così da poter dedicare tutte le sue forze all’estirpazione dell’eresia dal regno e istituisce la così detta Camera ardente cioè la corte di giustizia che giudica gli eretici potendo comminare anche la condanna a morte. Anche importanti esponenti del Parlamento di Parigi, che svolgeva il ruolo di suprema corte di giustizia e ratificava le leggi del sovrano, saranno incarcerati. Calvino nega ai riformati francesi il suo assenso a un’opposizione armata alla repressione in quanto, sulla scorta di San Paolo, è illecito ribellarsi al legittimo sovrano anche quando questi diviene un tiranno, bisogna affidarsi alla fede accettando il martirio per testimoniare la verità del proprio credo

I giorni di regno di Enrico II sono però contati infatti il 30 Giugno 1559, solo pochi mesi dopo la firma della pace con la Spagna, durante un torneo per celebrare le nozze di sua sorella e di sua figlia il re rimane gravemente ferito morendo dopo dieci giorni d’agonia

Moglie di Enrico II era quella Caterina de Medici cui la storia si occuperà di creare una leggenda nera che ancora oggi ha molta fortuna; dal loro matrimonio erano nati sei figli di cui il primogenito, Francesco II, salì al trono coi pieni poteri nonostante fosse appena quindicenne (la maggiore età per un re di Francia era i quattordici anni). Il giovane  era però di salute cagionevole e decise dunque di affidarsi a dei consiglieri scegliendo, al contrario di ciò che prescriveva la tradizione, non il principe del sangue Antonio di Borbone, calvinista e inviso alla regina madre, bensì il Duca Francesco di Guisa e il fratello di questi cardinale Carlo di Lorena zii della moglie del sovrano Maria Stuart regina di Scozia. Quello dei Guisa era un ramo cadetto dei duchi di Lorena, dunque tecnicamente non erano francesi visto che la Lorena all’epoca era parte dell’Impero, che la storia ci ha consegnato col severo giudizio di fanatici cattolici responsabili dell’esplodere del conflitto religioso. 

Come ho già detto nel mio articolo sulle crociate europee diffido delle letture storiche che attribuiscono interamente alla fede o alla politica l’agire dei protagonisti della grande storia. I Guisa sicuramente erano dei cattolici intransigenti convinti che l’eresia andasse estirpata anche mezzo la forza, ma è riduttivo ricondurre a ciò l’intero loro agire escludendo l’ambizione e l’opportunità di approfittare di un re debole per elevare il loro casato ai ranghi più alte dell’aristocrazia di Francia; in tal senso mettersi alla testa del partito dei cattolici “estremisti” sicuramente consentiva loro di coagulare intorno a loro un grosso centro di potere mentre in tal senso gli Ugonotti non erano solo nemici per fede, ma anche un’aggregazione di nemici politici. 

L’ascesa al trono di Francesco II finì per incoraggiare vieppiù la rivolta in quanto adesso si poteva affermare che questa non era diretta contro il sovrano bensì contro i suoi consiglieri stranieri che facevano il male della Francia. Possiamo vedere allora come, sin da subito, la materia religiosa andò a intersecarsi con la politica, cioè col desiderio di ridurre il potere dei Guisa, e con le influenze internazionali infatti da Londra Elisabetta I fornì appoggio economico ai cospiratori in modo da indebolire gli zii della sua intrigante cugina scozzese. 

L’evento che  fa cadere gli ultimi dubbi sulla necessità di eliminare l’influenza dei Guisa sul giovane sovrano si ha nel 1559 quando le riunioni protestanti sono messe fuori legge e si ordina l’abbattimento degli edifici in cui vengono tenute. I capi del movimento riformato, cioè i Antonio e Luigi di Borbone oltre che l’ammiraglio di Francia Gaspard de Coligny, sono ancora esitanti di fronte alla possibilità di un atto di forza così il comando dell’azione passa in capo ai ranghi medi e in particolare a Jean du Barry un gentiluomo che odia i Guisa sia per ragioni religiose che personali. Il complotto che prende corpo e che passerà alla storia come congiura di Amboise prevede che i riformati in gran numero si presentino al castello di Blois, dove risiedeva la corte reale, per domandare una maggiore tolleranza religiosa e, a seguito del prevedibile rifiuto, dar luogo a una rivolta nella quale i Guisa sarebbero rimasti uccisi. Il piano giunse a un passo dall’essere messo in esecuzione senza che nessuno sospettasse di nulla, il che è incredibile data la quantità di persone coinvolte, ma infine giunse il delatore che mise sul chi vive Francesco di Guisa e ciò, unito con il dilatarsi dei tempi a causa dell’assenza da palazzo del re, diede spazio per una reazione preventiva della corte. La repressione è ferocissima al punto da sconvolgere anche alcuni cattolici moderati che si chiedono se effettivamente i Guisa non stiano andando troppo oltre, ma la loro reazione non è complottistica bensì legalitaria chiedendo la convocazione degli Stati generali com’è tradizione del regno in caso di sovrani giovani non pienamente in grado di esercitare il potere. 

Si iniziano così a delineare i tre schieramenti che saranno protagonisti della guerra: 
la Lega Cattolica al comando dei Guisa, i riformati, che iniziano a essere chiamati Ugonotti probabile deformazione della parola tedesca per cospiratori, guidati dai principi di Borbone e dal Coligny e infine i cattolici moderati, che saranno anche chiamati politiques, favorevoli a una trattativa coi riformati in nome della stabilità del regno e della difesa delle prerogative della monarchia i cui maggiori rappresentanti saranno il cancelliere del regno Michel de l’Hospital e il giurista Jean Bodin.

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Anche dopo la convocazione degli Stati Generali la tensione resta altissima e sembra giungersi al punto di rottura quando, nell’Ottobre 1560, Francesco II, nel timore di nuove congiure, ordina l’arresto di Luigi di Condè-Borbone. L’esecuzione del principe del sangue potrebbe portare alla guerra civile, ma il 5 Dicembre il re muore a causa di un’otite purulenta lasciando il trono al fratello decenne Carlo IX la cui reggenza viene assunta dalla regina madre Caterina de Medici. 

Gli Stati Generali si aprono ad Orleans il 13 Dicembre con all’ordine del giorno le questioni economiche e religiosa; la strada è in salita anche per problemi di natura procedurale, che faranno capolino di nuovo nel 1789, in tema di mandato elettorale e metodo di voto. Nonostante la richiesta che il re si impegni a convocare l’assemblea con regolarità, richiesta che porterebbe di fatto a una proto-monarchia costituzionale, i tre ordini ragionano ancora in modo corporativo giocando ognuno la sua partita. Faticosamente si riesce a far passare la parola d’ordine di concordia religiosa della Chiesa gallicana, che alle orecchie del papa suonerà tanto come autonomia della chiesa gallicana, e a ottenere la convocazione di un colloquio religioso tra le parti che si tiene a Poissy alla presenza del re. Dopo giorni di schermaglie teologiche risulta evidente che non vi è modo di conciliare le confessioni di fede dei riformati con i dogmi del cattolicesimo così la corte, cioè Caterina de Medici, per salvare la pace interna del regno decide per l’emanazione di un editto di tolleranza che ammette il culto riformato fuori dalle mura cittadine o privatamente all’interno di esse. L’editto però non placa gli animi e i tafferugli si susseguono in tutto il Regno finché non avviene il fatto che infine dà fuoco alla polveri: il 1 Marzo 1562 il Duca di Guisa, mentre si sta recando a Parigi, attraversa la cittadina di Vassy dove seicento ugonotti stanno celebrando la funzione dentro le mura, dunque in opposizione all’editto; all’ordine degli uomini del Duca di smetterla ne nasce uno scontro che si trasforma in un massacro dei riformati. 

Il 27 Marzo il Duca di Guisa, con l’appoggio del conestabile di Francia Montmorency  e di Antonio di Borbone che intanto ha abiurato il calvinismo, convince i reali a rientrare a Parigi; per tutta risposta Luigi di Condé-Borbone occupa Orleans accusando i Guisa di tenere prigioniero il re. Inizia così la guerra di religione francese. 

In realtà la storia tende a dividere questo conflitto in otto guerre, ma personalmente ritengo ciò una forzatura assurda perché la guerra fu una e una sola intervallata da tregue che però non risolsero alla radice le cause del contendere legate alla frammentazione politico-religiosa del paese e alla debolezza dell’istituzione monarchica. In caso contrario sarebbe come dire che la Guerra del Peloponneso non fu una bensì due perché in mezzo vi fu la pace di Nicia; affronterò quindi la trattazione da qui in avanti sulla base di questa mia idea di unità del conflitto sebbene, per correttezza, indicherò sempre tra parentesi il numero del conflitto secondo la storia vigente al momento del suo inizio. Inoltre va fatta una considerazione anche sulla natura del conflitto perché guerra di religione confonde i confini di quella che fu a tutti gli effetti una guerra civile, lo scontro tra cattolici e riformati ne fu solo la causa scatenante per poi divenire conflitto anche politico e, negli ultimi anni, toccare la questione della successione al trono.

E’ importante osservare come l’appello di Luigi di Condè-Borbone al Regno per giustificare la sua condotta non si fondi su ragioni religiose, ma sul rispetto della persona del monarca, ostaggio dei cattolici intransigenti, e della legalità infranta dal Duca di Guisa a Vassy. L’appello si conclude con un invito a tutti “i buoni e fedeli sudditi di Sua Maestà” dando dunque all’azione un’impronta non insurrezionale bensì di difesa delle istituzioni e tradizioni del regno. Rapidamente la rivolta degli ugonotti si diffonde e molte altre città cadono in mano loro come Lione, Cean e Rouen mentre già scendono in campo gli interventi stranieri con Elisabetta I che offre denaro e mercenari agli ugonotti e Filippo II di Spagna che fa lo stesso in favore dei Guisa. La guerra non è altro che una serie di scontri e di assedi con centri che passano continuamente di mano finché non si giunge alla prima vera battaglia campale presso Dreux; le perdite sono pesanti da entrambi i lati e tanto il Condé che il Montmorency cadono prigionieri dello schieramento avverso. 

I cattolici comunque alla fine della giornata hanno tenuto il campo potendo rivendicare la vittoria e così il Duca di Guisa procede verso Orleans mettendo sotto assedio la città sulla Loira nel Febbraio 1563; lo stesso Duca però morirà poco dopo colpito da un archibugiere nascosto dietro un cespuglio che, catturato, indicherà l’Ammiraglio de Coligny come mandante. La morte del Duca e la prigionia del Condé favorisce l’opera di mediazione della corte che porta all’editto di pacificazione di Amboise del 13 Marzo 1563; si sancisce nuovamente la tolleranza nei confronti della fede riformata, ma sulla base di regole più restrittive ammettendo che le funzioni si possano tenere solo in una città per provincia e nei castelli dei nobili. L’editto però invece di favorire il ritorno della pace nel paese sembra favorirne solo lo sgretolamento: si mette in discussione il ruolo di reggente della regina madre, che inizia ad essere additata dispregiativamente come la “fiorentina” sinonimo di “machiavellica”, per aver patteggiato per i Guisa, alcuni parlamenti locali contestano il dualismo religioso affermando di aver giurato fedeltà al re cristianissimo mentre nel parlamento di Parigi si inizia a discutere apertamente di condivisione del potere legislativo col monarca. Insomma non è solo l’unità religiosa che in Francia si va perdendo, ma anche l’unità politica del regno e il suo assetto istituzionale. Proprio in ragione di ciò i politiques agiscono per riaffermare l’autorità regia sulla base del motto “un roi, une loi, une foi”; il re è l’unico depositario del potere legislativo, che transita automaticamente al successore al momento della morte del predecessore (“il re è morto, evviva il re!”), e garantisce unità del regno anche imponendo la concordanza religiosa

A tale scopo Michel de l’Hospital fa in modo che il giovane Carlo IX, appena divenuto maggiorenne, entri immediatamente nella pienezza dei suoi poteri e inizi un giro per il paese così da farsi conoscere rinsaldando il legame di fedeltà con le comunità locali. Il momento internazionale non è però favorevole a uno sforzo per la pace  perché al confine nord della Francia è esplosa la rivolta dei pezzenti nei paesi bassi spagnoli contro il governo di Filippo II. 

In Francia molti vedono nella Spagna ancora l’avversario principale e a corte ci si domanda se non si debba provare ad approfittare delle sue difficoltà; per questo motivo il re spagnolo è interessato a sostenere la Lega Cattolica in modo da avere in Francia un governo che non ostacoli la sua azione repressiva nelle Fiandre. La messa in pratica dell’editto di pacificazione è poi estremamente difficile in quanto incontra l’ostilità di molti parlamenti locali e in tutto il paese si moltiplicano le leghe cattoliche, nate sul modello di quella dei Guisa e ora guidata da Enrico figlio di Francesco; inoltre la chiusura del Concilio di Trento fa scomparire le ultime speranze di una possibile ricomposizione con gli eretici portando anzi a un reciproco irrigidimento dottrinario delle parti

Le notizie delle violenze perpetrate oltre confine dal Duca d’Alba porta gli ugonotti a temere una nuova ondata repressiva anche in Francia e dunque predispone per una ripresa delle ostilità. Tra il 26 e il 27 Settembre 1567 Luigi di Condé-Borbone e de Coligny tentano di rapire il re a Meaux, ma visto il fallimento dell’operazione (seconda guerra di religione) decidono di porre sotto assedio Parigi. Il 10 Novembre il conestabile di Momtmorency dà battaglia alla porta di Saint-Denis per rompere il blocco; l’esito dello scontro è incerto e lo stesso conestabile muore mentre gli ugonotti si impadroniscono nuovamente di Orleans. Stando a Corrado Viviani, autore de “Le guerre di religione del cinquecento”, se dal punto di vista umano i due schieramenti non hanno difficoltà a mettere in campo forze anche molto consistenti difettando però sia di denaro che di equipaggiamento e la conquista di alcune città avrebbe più che uno scopo simbolico o strategico quello di svuotare le armerie locali. Comunque quest’assenza di mezzi  e l’incapacità di ambo gli schieramenti di ottenere risultati concreti determina una rapida apertura di negoziati di pace che porterà al trattato di Longjumeau del 23 Marzo 1568, sulla base della conferma dell’editto di pacificazione. L’accordo però genera profondo malcontento presso i cattolici intransigenti che iniziano ad estendere i loro anatemi ai politiques in quanto cattolici che sono a favore della libertà di coscienza per gli eretici; a farne le spese sarà Michel de l’Hospital che viene licenziato dal suo ufficio di cancelliere mentre aumenta a corte l’influenza del Cardinale di Lorena e del fratello del re Enrico d’Anjou schieratosi con le leghe. 

In una situazione del genere gli ugonotti, nonostante il trattato appena firmato, si sentono tutt’altro che tranquilli e temono un’alleanza segreta tra la corte, Filippo II e il Papa per procedere a uno sterminio dei riformati in Francia; timori eccitati anche dall’Inghilterra avendo Elisabetta il bisogno di tenere il re spagnolo occupato sul continente. Si crea ben presto un rapporto di solidarietà tra gli ugonotti francesi e i pezzenti fiamminghi fatto di aiuti reciproci e di condivisione dei motivi della lotta cioè la difesa del diritto inviolabile a professare la vera fede osteggiato dal potere del re che è divenuto tirannico. Nell’Agosto 1568, dopo che l’esercito regio ha fermato con la forza un contingente ugonotto che si stava recando a dare man forte ai pezzenti oltre confine, Carlo IX, nel tentativo di governare il fenomeno, riunisce tutte le leghe cattoliche in un’unica Santa Lega di cui assume la direzione; a fronte di ciò il Condé-Borbone e De Coligny, temendo di poter essere arrestati, si rinchiudono dentro La Rochelle principale piazzaforte ugonotta nel paese (terza guerra di religione). 

Il Vivanti fa notare come sempre di più anche da parte ugonotta si inizia a mettere in discussione i confini dell’istituzione monarchica facendo costantemente appello ad antiche tradizioni del regno, vere o presunte tali, che poi nella maggior parte dei casi vogliono dire il recupero di antichi diritti e privilegi ad opera delle comunità locali da contrapporre al potere centrale della monarchia. Sembra quasi che l’intera opera dei re di Francia da Filippo Augusto in poi per riunire il paese sotto la loro guida stia rapidamente andando in pezzi mentre vengono pubblicate opere che discutono sulla figura stessa del monarca uomo e sulla legittimità del tirannicidio quando l’uomo re va contro la regalità intesa come la comunità del popolo (Frncois Hotman in Franco-Gallia) oppure quando questi rfiuta di sottomettersi alle supreme leggi temporali (Juan de Mariana in De rege e regis institutione). 

La risposta di Carlo IX, o meglio dei suoi consiglieri, alla sfida da parte del Borbone-Condé e del Coligny è la revoca dell’editto di pacificazione e il divieto in tutto il regno di celebrare il culto riformato. La guerra vede un sempre maggiore intervento esterno perché a Novembre Guglielmo d’Orange, stathoulder d’Olanda, passa in Francia per aiutare gli ugonotti mentre Elisabetta d’Inghilterra assolda dei mercenari tedeschi perché penetrino in Borgogna; da par suo l’esercito regio, guidato da Enrico d’Anjou, riceve aiuti da Spagna, papato e granducato di Toscana. 

Se fino a questo momento entrambe le parti avevano esitato ad accettare battaglia, cercando di farlo solo quando lo scontro poteva essere decisivo, stavolta nessuno dei due schieramenti si risparmia. Quasi sempre gli ugonotti hanno la peggio e nel Marzo 1569 a Jarnac muore Luigi di Concé-Borbone uccise in modo considerato all’epoca contrario alle norme della cavalleria essendo decapitato dopo essere stato disarcionato con la gamba rotta. 

Le stragi si susseguono da entrambi i lati ad esempio dopoché gli ugonotti hanno trucidato cinquecento realisti in un’imboscata questi, dopo la Moncontour, passano a fil di spada tutti i loro prigionieri. La resistenza ugonotta, nonostante le sconfitte, è però intensa e Caterina de Medici, che ha ancora una forte influenza sul figlio, temendo tanto il caos quando l’eccessivo potere della Lega cattolica ancora fortemente dominata dai Guisa agisce perché si giunga a una nuova composizione. 

L’Agosto 1570 la pace è fatta sulla base del nuovo editto di Saint Germain che riammette il culto riformato e, per la prima volta a dimostrazione del clima di perdurante sfiducia, concede agli ugonotti di tenere in armi quattro piazzeforti di “garanzia” nel regno. La pace è anche favorita dal fatto che la potenza di Filippo II, cui la vittoria di Lepanto ha galvanizzato il morale, pare in vertiginosa ascesa e dunque necessaria d’un contenimento che può giungere però solo da una Francia in cui viga la concordia interna. Lo stesso Carlo IX sta cercando di iniziare a governare da solo liberandosi dei condizionamenti delle fazioni e si torna a parlare di un’alleanza tra la Francia e la casa d’Orange in Olanda contro gli spagnoli. 

Nel paese però l’odio continua a serpeggiare sotto le ceneri, con estemporanee esplosioni di violenza pubblica, e il centro di tutto diviene Parigi dove tutte le parti Ugonotti e cattolici, Guisa e de Coligny convergono il 18 Agosto 1572 per celebrare le nozze tra Enrico di Borbone, re di Navarra e calvinista, e Margherita di Valois, sorella di Carlo IX. Dovrebbe essere la celebrazione della ritrovata unità del regno invece sarà la strage della Notte di San Bartolomeo
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Di questo drammatico evento ho già ampiamente parlato in un mio precedente articolo per cui rinvio a questo per una trattazione specifica del come e del perché limitandomi qui a riassumere brevemente quella che è la mia opinione: la strage fu ordinata dalla corte e quindi dal re e da Caterina de Medici, ma la prima idea non fu loro bensì, a mio parare, di Enrico di Guisa che terrorizzò i reali con un fantomatico complotto ugonotto per ottenere l’assenso all’eliminazione degli altri ranghi avversari e in particolare dell’ammiraglio de Coligny a suo tempo mandante dell’omicidio del precedente Duca di Guisa. Nessuno aveva in progetto un massacro generalizzato degli ugonotti che fu la conseguenza del clima di eccitazione generale che viveva Parigi in quei giorni, ma fu un’enorme ingenuità tanto del Duca quanto della corte pensare che si potessero mettere in atto “solo” gli omicidi mirati di nove capi degli ugonotti senza che ciò potesse scatenare la piazza. La notte fu un’autentica iattura per il paese perché produsse solo conseguenze negative; a nulla servì infatti che il re tentasse di attestarsi la cosa davanti al Parlamento di Parigi avallando la favola del complotto ugonotto perché per i riformati Carlo IX si è comportato da tiranno a parricida delle leggi e quindi ogni vincolo di fedeltà nei suoi confronti è da ritenersi sciolto mentre in campo cattolico Enrico di Guisa emerge come leader indiscusso anche in opposizione alla debole monarchia

Tra gli ugonotti si parla apertamente di nuove forme di governo a partecipazione popolare (ad esempio una proto-democrazia piramidale di magistrati localmente eletti) o anche di secessione per creare una Repubblica protestante sull’esempio degli olandesi. A neanche due mesi dalla strage Carlo IX tenta di imporre un proprio governatore a La Rochelle, fortemente legata alle sue libertà e in maggioranza protestante, che non solo rifiuta di riconoscerlo, ma chiude anche le porte ribellandosi all’autorità del sovrano (quarta guerra di religione). L’assedio non è facile in quanto la popolazione si difende con zelo religioso e la città è dotata sia di solide fortificazioni sia di un grande porto atlantico da cui viene rifornita sia dagli inglesi che dai pezzenti del mare fiamminghi. 

In un tentativo di mostrare una nuova unità del regno Carlo IX invia con l’esercito reale anche i principi del sangue di Borbone, scampati al massacro dietro l’obbligo di abiurare il calvinismo, e molti notabili riformati che cercano di convincere la città ad arrendersi insieme agli altri grandi nomi della nobiltà francese: i Guisa, i Montmorency ecc. L’ecatombe di questa nobiltà spingerà le menti moderate di entrambe le fedi a iniziare a discutere e a valutare la situazione del paese: molti cattolici sono rimasti a loro volta sconvolti dalla strage e si inizia a sospettare che il re, influenzato dalla “fiorentina” o dai Guisa, miri a sfoltire i ranghi dell’aristocrazia del regno per ridurre la forza di quest’ordine

Nel Maggio 1573 La Rochelle è ormai allo stremo delle forze quando la salvezza giunge da Oriente e precisamente dalla Polonia dov’è morto l’ultimo degli Jagelloni; la Dieta polacca elegge così al trono Enrico d’Anjou, fratello di Carlo IX, il quale però deve fare solenne professione di tolleranza religiosa in quanto in Polonia è presente una grossa comunità protestante che non accetterà mai per re un uomo che applauda alla notte di San Bartolomeo

Per fare bella figura coi delegati polacchi in arrivo l’assedio a La Rochelle è tolto e si tenta di giungere a un nuovo accordo sulla base dell’editto di Boulogne, invero molto limitativo verso i riformati, che però viene respinto da molte province a maggioranza ugonotta come la Guienna e la Linguadoca. Questi fanno sapere che accetteranno l’editto solo se verrà inserita una clausola che impegni i vicini protestanti come gli stati tedeschi o l’Inghilterra ad intervenire per farlo applicare; ovviamente la corte non può controfirmare una tale ingerenza straniera negli affari interni del regno e così la lotta riprende (quinta guerra di religione). 

Come detto però nelle file della nobiltà francese si sta coagulando una nuova forza interreligiosa che assumerà il nome di “malcontenti”, capeggiati dal fratello minore del re Francesco d’Alencon, convinti che vi sia un complotto ad opera dei Guisa e della regina madre che manovrano il debole re al fine di sterminare la nobiltà francese e istituire un “dispotismo turco”; per impedire ciò bisogna lottare contro questi consiglieri malfidati anche con l’aiuto degli ugonotti. I malcontenti tenteranno in almeno due occasioni di far evadere da Parigi, senza successo, Enrico di Borbone e Francesco d’Alencon mentre nel sud della Francia gli ugonotti ottengono successi e danno prova di cercare un modus vivendi con i cattolici moderati. 

Il 30 Maggio 1574 Carlo IX muore di tubercolosi polmonare e il trono passa al neo re di Polonia Enrico d’Anjou come Enrico III che dopo un avventuroso viaggio attraverso l’Italia rientra in Francia. All’atto di farsi incoronare a Reims il nuovo re fa solenne giramento di combattere l’eresia e, a maggior prova di ciò, stringe un legame dinastico con la casa di Guisa sposando Luisa di Lorena loro parente. La guerra però va male per i cattolici: in Normandia sono sbarcate truppe inglesi mentre Enrico di Condè-Borbone raduna nel Palatinato 25.000 uomini coi quali invade la Francia e si presenta alla porte di Parigi dove viene raggiunto da rinforzi dei malcontenti e dal fratello Enrico di Borbone, riuscito finalmente ad evadere dalla sua prigionia, che subito riabbraccia il calvinismo. Con le casse dello stato vuote Enrico III è costretto a sedere al tavolo delle trattative firmando l’editto di Beaulieu del 6 Maggio 1576. Ai riformati sono concesse le migliori condizioni sino a quel momento: libertà di culto in tutto il regno, otto piazzeforti di sicurezza e magistrati di entrambe le confessioni. Stavolta però sono i cattolici che non ci stanno ritenendo il nuovo editto una inaccettabile resa nei confronti degli eretici e a Parigi il popolo e il clero impediscono al re di entrare a Notre Dame per assistere al Te Deum mentre in tutto il paese si moltiplicano le leghe create per impedire l’applicazione delle disposizioni. 

L’attenzione di tutti si rivolge allora ai nuovi Stati Generali convocati a Blois in dicembre in gran maggioranza composti da cattolici estremisti  che si presentano al re chiedendo un completo stravolgimento delle istituzioni del regno: le leggi votate all’unanimità dall’assemblea non potranno essere respinte dal sovrano e il consiglio di questi dovrà avere la loro fiducia. Praticamente si domanda la monarchia costituzionale con gli Stati Generali nel ruolo di custodi dell’unità religiosa cattolica del regno nel caso in cui il re abdichi al suo dovere di combattere l’eresia. Enrico III rigetta la proposta e così l’assemblea rifiuta di concedere al re le nuove imposte per sanare il bilancio dello stato (in linea generale lo stesso schema di eventi che avrebbe condotto alla guerra civile inglese appena un secolo dopo). Va comunque detto che tra i rappresentanti agli Stati Generali ve ne è una minoranza di politiques terrorizzati di fronte alla proposta della maggioranza che considerano un attentato alle prerogative del sovrano; tra questi Jean Bodin che ribadisce quanto già affermato nelle sue opere e cioè che il principio della sovranità reale è nel potere legislativo che non può essere diviso o sminuito. Alla fine la montagna partorì il topolino e gli Stati Generali si sciolgono con un nulla di fatto non avendo questi il coraggio che avranno i loro eredi nel 1789 di passare dalle parole ai fatti. Un effetto però gli Stati Generali lo hanno: far sentire nuovamente gli Ugonotti sotto assedio che così tornano alla linea della resistenza armata tra il dicembre 1576 e il settembre 1577 (sesta guerra di religione) al termine della quale con l’editto di Poitiers si riducono le garanzie di quello di Beaulieu permettendo la libertà di culto solo nei sobborghi di una città per provincia, ma confermando le otto piazzeforti di sicurezza aggiungendo poi una serie di norme in tema di vita civile come matrimoni e sepolture

Una nuova fiammata di violenza si avrà tra il novembre 1579 e il novembre 1580 (settima guerra di religione), ma il tutto si concluderà con la conferma delle disposizioni dell’editto di Poitiers. Sono gli anni in cui i politiques cercano di restaurare l’autorità della monarchia sia attraverso il pensiero di Jean Bodin in materia di primato del re per diritto divino come detentore del potere legislativo rispetto agli Stati Generali custodi della tradizione, sia attraverso la critica del modo di governare all'”italiana”, e cioè machiavellico, affermatosi, si ritiene, durante gli anni della reggenza di Caterina de Medici che hanno determinato la guerra civile e la discordia religiosa. La figura di Enrico III non fu però probabilmente la più adatta a svolgere questo ruolo di rafforzamento della monarchia perché se fu con lui che nacque il rigido cerimoniale di corte, il suo circondarsi di giovani cortigiani ambigui e dissoluti ne ridusse molto il prestigio rispetto a un Duca di Guisa visto da molti cattolici come una sorta di re in seconda. 

Il pressoché contemporaneo formarsi nei Paesi Bassi delle Province Unite a maggioranza calvinista e la morte di Francesco d’Alencon riaccende gli animi della Lega Cattolica; la dinastia dei Valois si sta estinguendo e se anche Enrico III dovesse morire senza figli la corona passerebbe di diritto all’ugonotto Enrico di Borbone. Unica alternativa legittima sarebbe lo zio di questi cardinale Carlo di Borbone che però è già sessantenne; mancando però alternative i Guisa siglano un accordo, alla presenza di delegati di Filippo II, con cui si impegnano nel caso di necessità a impedire un’ascesa al trono di Enrico di Borbone invocando una nuova convocazione degli Stati Generali che ne sancisca l’esclusione dalla linea di successione. Questa nuova lega di nobili si unisce ben presto con la lega parigina dell’alta e bassa borghesia detta dei “Sedici” dal numero dei quartieri di Parigi di cui i rappresentanti della lega assumono di fatto il governo. Nasce così la “Santa Lega” con a capo Enrico di Guisa e appoggiata ufficialmente tanto da Filippo II che dal Duca di Savoia; incapace di resistere alle pressione di questa nuova forza Enrico III non ha altra scelta che accettare la revoca di tutti gli editti a favore dei riformati ingiungendo loro la conversione o l’esilio entro sei mesi

La situazione precipita il 9 Settembre 1585 quando Papa Sisto V scomunica Enrico di Borbone e il principe di Condé dichiarandoli decaduti dai loro titoli e privilegi; molti cattolici moderati insorgono attraverso il parlamento di Parigi contro questo atto visto come un attacco alle autonomie della chiesa gallicana e un’intromissione negli affari interni del paese. 

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La Francia di fatto è spaccata in due: il nord e l’est dominato dalla Santa Lega insieme con la Provenza e Tolone mentre il sud controllato da Enrico di Borbone che lavora per ottenere il supporto dei cattolici moderati ricevendo endorsement importanti come quello di Montaigne o di Enrico di Montmorency che accusa la Lega Santa di essere al soldo della Spagna. Ben presto dalle parole si ritorna alle armi (ottava guerra di religione o guerra dei tre Enrichi) e Enrico di Borbone si trova ben presto in difficoltà data la disparità delle forze in campo, ma il 20 Settembre 1587 l’esercito regio, dopo aver apparentemente intrappolato il nemico tra due  fiumi a Coutras, viene sonoramente sconfitto. Il Borbone non sfrutta però il successo per una rapida campagna di conquista volendo dare prova di moderazione e in lotta non contro la corona, bensì contro i suoi consiglieri marionette di Filippo II; nel Nord però quasi contemporaneamente il Duca di Guisa coglie importanti successi contro i mercenari inviati da Elisabetta I in aiuto degli ugonotti. Queste vittorie fanno volare alle stelle il prestigio del Duca e le manifestazione di giubilo in suo onore a Parigi destano l’invidia di Enrico III che, per impedire nuovi successi del Guisa, paga i mercenari perché si ritirino spontaneamente. Parigi è una polveriera pronta ad esplodere: innamorata di Enrico di Guisa, angustiata dalle imposte reali e a un passo dalla carestia per la devastazione delle campagne a seguito della guerra. La rottura tra il re e il Duca di Guisa è ormai imminente; questi infatti necessitando degli aiuti spagnoli contro Enrico di Borbone inizia a impegnare le sue forze, che sono in parte anche quelle della monarchia, nei Paesi Bassi e nella preparazione dell’invasione spagnola dell’Inghilterra. Quando il 9 Maggio 1588 Enrico di Guisa, sfidando il divieto del re, entra trionfalmente a Parigi, Enrico III per tutta risposta fa affluire in città la sua guardia privata e i mercenari svizzeri al suo soldo. Temendo un prossimo attentato contro il Guisa il 12 Maggio i Sedici danno il segnale dell’insurrezione che passerà alla storia come il giorno delle barricate; il re è costretto a fuggire a Chartres lasciando la capitale nelle mani della Lega santa. Sentendosi accerchiato il re accetta di firmare l’Editto d’Unione con il quale rinnova il suo giuramento di estirpare l’eresia dal regno e nomina il Duca luogotenente generale del regno. 

Tutto sembra andare in direzione di un prossimo trionfo del Guisa quando all’improvviso giunge una notizia che cambia drasticamente l’orizzonte della situazione: l’Invincibile Armata è stata sconfitta! La progettata invasione dell’Inghilterra protestante si è risolta in una drammatico fallimento ed Elisabetta I, più forte che mai, è libera di sostenere le Province Unite e gli ugonotti francesi mentre la Spagna di Filippo II deve leccarsi le ferite. 

Enrico III tenta di cogliere il momento per riaffermare la sua autorità licenziando tutti i suoi ministri e annunciando che intende d’ora in poi governare da solo. Per il Vivani è allo scopo di ottenere un’investitura di questo suo rinnovato potere che il re ha accettato una nuova convocazione degli Stati Generali, ma questi, dominati da esponenti della Lega, tornano alla carica con le loro istanze per una riduzione dei poteri del re a favore dell’assemblea. Messo in minoranza Enrico III è costretto a dichiarare che l’Editto d’Unione sarà legge del regno per comune volontà del re e dei tre ordini; non solo, ma si dichiara la decadenza dalla successione di Enrico di Borbone aprendo così alla successione per via femminile violando così la legge salica una delle più antiche e sacre nome del regno. Per Enrico III la misura è colma; si sente ormai umiliato dal Duca di Guisa che lo ha cacciato dalla sua capitale, agisce come se fosse il vero sovrano gestendo gli Stati Generali a suo piacimento e resta immobile quando il Duca di Savoia, suo alleato, occupa il marchesato di Saluzzo ultimo possedimento francese in Italia. Da qui a sospettare che Enrico di Guisa progetti un attentato contro di lui per impadronirsi della corona il passo è breve e in questo clima matura l’idea dell’omicidio di Stato del Duca. Enrico III ha a disposizione una torma di giovani cortigiani guasconi, detti i “Quarantacinque”, a lui fedelissimi; il 23 Dicembre 1588 il re convocò il Duca nell’anticamera del suo appartamento presso il castello di Blois (ancora oggi visitabile) dove non sono ammesse scorte armate. Qui il Duca di Guisa venne assalito da otto uomini del re che lo uccidono a pugnalate, il Cardinale di Lorena suo fratello venne arrestato e assassinato il giorno dopo. Enrico III afferma trionfante “Ora regnerò da solo.” anche perché il 5 Gennaio muore per cause naturali Caterina da Medici.

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Voglio a questo punto spezzare una lancia in favore della regina madre vista come la causa prima dei mali e passata alla storia come un’intrigante eminenza nera; personalmente non condivido questi giudizi perché le ragioni della lotta civile in Francia avevano radici molto più profonde dell’opera della de Medici che si trovò improvvisamente a dover far da reggente ai figli in un paese straniero già nel pieno di disordini politico-religiosi.  Le sue azioni, seppur non sempre positive, secondo me ebbero come unico scopo quello di garantire l’istituzione monarchica per il figli cercando di restaurare la stabilità del regno e di disarmare le opposte fazioni entrambe da lei viste come un pericolo per la corona. Non odiava gli ugonotti più di quanto odiasse i Guisa, ma tentò di mantenere la nave a galla appoggiandosi di volta in volta all’una e all’altra parte  cercando sempre di giungere a una mediazione sulla base della tolleranza come con il matrimonio da lei fortemente voluto tra Enrico di Borbone e sua figlia Margherita. Fallì sul breve periodo su questo non ci sono dubbi, ma se la Francia riuscì ad arrivare ad Enrico IV senza prima sbriciolarsi ritengo fu anche merito delle scelte pragmatiche che fece, un merito che ancora non gli è stato pienamente riconosciuto.

La morte del Duca di Guisa scatena la rabbia di Parigi contro il re e la Sorbona proclama che i sudditi sono sciolti dal vincolo di fedeltà nei confronti del tiranno assassino. La città passa di fatto sotto il governo dei Sedici che esautorano sia il Parlamento che le corti mentre Carlo di Guisa, fratello di Enrico, si fa nominare da questi nuovo luogotenente generale del regno. 

Nel sud intanto Enrico di Borbone diffonde un proclama rivolto ai tre ordini del regno in cui invoca la pace nel regno, il rispetto delle tradizioni e la tolleranza reciproca in nome del superiore interesse della Francia; allo stesso tempo avvia negoziati con Enrico III per unire le forze contro la Lega. Il 30 Aprile i due Enrico si incontrano a Tours e il Borbone si dichiara ufficialmente per il re impegnandosi a mettere a disposizione le sue forze per farlo rientrare a Parigi. Gli eserciti uniti di Enrico III, ora scomunicato a sua volta, e di Enrico di Borbone mettono rapidamente sotto pressione la Lega avanzando verso Nord e mettendo il 30 Luglio sotto assedio Parigi. In città l’odio verso il re viene esacerbato dai pulpiti delle chiese da cui i prelati invocano la vendetta divina, anche per mano dei buoni fedeli, contro il tiranno che si è alleato con gli eretici; infervorato da questi discorsi un frate domenicano, Jacques Clement, riesce ad avvicinarsi al re pugnalandolo il 1 Agosto 1589 prima di essere a sua volta colpito da uno dei gentiluomini di corte. Enrico III non muore subito, ma sopravvive per tre ore riuscendo così a designare come suo erede Enrico di Borbone. Si estingue così la sfortunata discendenza di Enrico II, che in trentaquattro anni ha dato tre re alla Francia, e con essa anche la casata dei Valois

La gioia con cui viene accolta la notizia a Parigi non fa che aumentare la distanza tra la città dei Sedici e la Francia che vuole uscire dalla guerra; l’affermazione che il tirannicidio è giustificato sulla base della superiorità delle leggi religiose a quelle civili trova l’ostilità dei politiques mentre il riferimento che viene fatto alle disposizioni del Concilio tridentino spaventa i settori autonomisti della Chiesa gallicana che temono una futura sottomissione a Roma. 

La Lega però si trova a fare i conti con un  problema molto serio: l’incapacità di trovare un candidato credibile alla successione da opporre a Enrico di Borbone adesso Enrico IV di Francia. Certo c’è suo zio cardinale Carlo che viene acclamato re Carlo X, ma come già detto è un sessantenne che muore nel Maggio 1590. Si discutono varie soluzione e in particolare se ne cerca una sulla scorta delle richieste degli Stati Generali di un maggior potere; nel 1591 si arriva a proporre di rendere elettiva l’istituzione monarchica con la clausola della deposizione ex lege in caso di alleanza del re con degli eretici. Queste soluzioni rivoluzionarie non hanno però seguito sia perché chi le propone non ha il peso politico sufficiente per darle forza sia perché la loro natura di stortura completa con le tradizioni del regno non viene ben accolta nel resto della Francia che si allontana sempre più da Parigi convergendo su Enrico IV. 

Il nuovo monarca evita l’errore politico di un assalto alla capitale scegliendo di tenerla sotto assedio e lasciare che al suo interno i Sedici si consumino da soli; per questo muove verso Nord per prendere i porti sulla Manica da cui possono giungere gli aiuti inglesi. Fatto ciò volge la sua attenzione su Luigi di Guisa che, dopo essere stato costretto a ritirarsi ad Arques, viene clamorosamente sconfitto a Ivry il 14 Maggio 1590 nonostante la superiorità numerica dovuta anche alla presenza di un contingente spagnolo. Questi successi spingono molti nobili e funzionari borghesi ancora indecisi a schierarsi con Enrico IV un re che sembra finalmente in grado di reggere con autorevolezza lo scettro e in grado di riportare l’ordine civile nel paese. Tornato sotto Parigi il re mette a segno un altro colpo propagandistico di grande effetto inviando un messaggio alla cittadinanza dichiarando il suo amore per la capitale e affermando che sarà dato libero passaggio a qualsiasi parigino che voglia abbandonare disarmato la città. Filippo II per evitare la resa della capitale da ordine ad Alessandro Farnese, governatore di ciò che resta dei Paesi Bassi spagnoli, di portare le sue truppe in Francia; questi unitosi a Luigi di Guisa avanza verso Parigi costringendo Enrico a togliere l’assedio per dare battaglia. Il Farnese, che sta ottenendo buoni successi nelle Fiandre e non vuole perdere inutilmente uomini, ritiene però a questo punto compiuto il suo dovere e si ritira lasciando al Guisa solo qualche contingente di spagnoli che entrano a Parigi mentre altre truppe spagnole Sbarcano in Bretagna. La sempre maggior invadenza spagnola unita con le azioni del loro alleato Duca di Savoia che sta occupando il Delfinato porta alcuni membri della Lega a iniziare a chiedersi se per salvare l’unità della Francia non convenga trattare con il Borbone tanto più che ancora non gli si è riuscito a opporre un altro candidato alla successione. Mentre la guerra si tira avanti con Alessandro Farnese che fa avanti e indietro dalle Fiandre e Enrico IV che non riesce a chiudere la partita il 26 Gennaio 1593 si aprono a Parigi gli Stati Generali, o una loro parvenza, per discutere proprio della materia della successione. Nonostante la diffidenza reciproca l’assemblea vota per inviare una delegazione a Enrico IV che, dopo aver concesso una tregua per la durata degli Stati, il 26 Aprile cala l’asso facendo annunciare all’arcivescovo di Bourges che ha deciso di convertirsi al cattolicesimo

Intanto a Parigi la Lega ha compiuto la sua mossa introducendo agli Stati Generali l’ambasciatore spagnolo che avanza per il trono di Francia la candidatura della figlia di Filippo II Isabella Clara nata dal matrimonio tra il re spagnolo ed Elisabetta di Valois. La legge salica, che si dice risalire a Clodoveo, sarebbe in questo modo platealmente violata, ma l’assemblea sembrerebbe disposta a turarsi il naso se non che la Hyubris spagnola porta l’ambasciatore ad aggiungere che il candidato alle nozze con la futura regina sarebbe l’Arciduca Ernesto d’Asburgo fratello dell’Imperatore. Si tratta di una gaffe colossale perché non si può pretendere che gli Stati Generali accettino in una volta la violazione della legge salica e due sovrani interamente stranieri ed entrambi appartenente alla casa d’Asburgo… tanto varrebbe annettere direttamente la Francia all’Impero di Filippo II. L’ambasciatore tenta una disperata retromarcia affermando che il futuro marito sarà un non precisato nobile francese, ma ormai il dado è tratto e su suggerimento di alcuni esponenti dissidenti della Lega il Parlamento di Parigi dichiara in Giugno nulli tutti gli atti che vogliano imporre un re in violazione delle leggi e delle tradizioni del regno. Per gli Stati Generali è una campana a morto e infatti poco dopo si sciolgono miseramente mentre Enrico IV il 25 Luglio 1593 a Saint Denis assiste per la prima volta alla messa con rito cattolico e riceve la comunione secondo il rito riservato ai soli re di Francia  dopo che l’arcivescovo, andando contro le disposizioni papali, ha annullato la scomunica a lui inferta. L’evento è di grande importanza perché non solo sancisce la definitiva abiura del calvinismo da parte del re (il famoso “Parigi val bene una messa!”), ma investe Enrico del secolare potere taumaturgico proprio dei sovrani di Francia aumentando vieppiù la sua legittimazione agli occhi della popolazione. Ormai nonostante gli sforzi dei predicatori più fanatici nessuno dentro e fuori Parigi capisce perché continuare ad opporsi a un re che ha fatto atto di solenne abbandono dell’unico discrimine alla corona. Dopo che Enrico è stato consacrato solennemente a Chartres, Parigi, ormai ridotta alla fame, apre le porte al suo nuovo re che vi entra il 22 Marzo 1594. Come primo atto, a simboleggiare la sua volontà di pacificazione, Enrico IV emana un’amnistia generale “per tutte le cose passate avvenute durante i torbidi” che devono essere “dimenticate”.

Gli ultimi spazzi della guerra concernono l’azione di Enrico per restaurare l’unità della Francia muovendo prima verso sud-est contro i movimenti autonomisti della Borgogna e il Duca di Savoia nel Delfinato. Il 17 Gennaio 1595 il Borbone poi dichiara formalmente guerra alla Spagna di Filippo II muovendo verso il Nord e le Fiandre; ma la partita più importante adesso è con Roma dove il Papa non ha ancora riconosciuto la conversione. Il partito spagnolo chiede intransigenza, ma papa Clemente VIII è costretto a fare i conti con la realtà: Enrico è ormai re accettato da buona parte del paese e se si continua sulla linea degli anatemi, che hanno portato già a un nuovo tentativo di regicidio ad opera di un gesuita, si rischia uno scisma della Chiesa gallicana. Il rischio di restare con la Spagna come unica potenza Cattolica di peso è troppo grande e così la ragion di stato ha la meglio; il 17 Settembre 1595 il Papa con una solenne cerimonia di perdono davanti a San Pietro accoglie in veste di penitenti due rappresentati del re di Francia cancellando anche di fatto la scomunica. Caduti ormai tutti gli ultimi alibi, anche Luigi di Guisa tratta il perdono dei membri della Lega in cambio del giuramento di fedeltà al nuovo re; l’accordo, siglato il 22 Settembre 1595, di fatto chiude la guerra civile interna. Rimane il solo Filippo II che però dopo un altro anno di guerra, costretto a dichiarare bancarotta e con le Province Unite tornate all’offensiva nelle Fiandre, decide di piegarsi firmando la pace di Vervins che conferma i confini del trattato di Cateau-Cambresis. L’unità della Francia è salva.

Paradossalmente per gli ugonotti la fine della guerra di religione rappresenta sia il momento del trionfo che l’inizio della decadenza. Il nuovo re infatti concederà il celebre editto di Nantes (30 Aprile 1598) che garantiva libertà di culto nei luoghi dove la fede riformata era praticata prima dell’Agosto 1597, ma, soprattutto, piena parità civile per tutti gli appartenenti ad entrambe le confessioni sebbene la religione di stato del regno rimanga la cattolica. Subito però inizia una forte offensiva conversionistica ad opera sia della chiesa che delle autorità civili che garantiscono privilegi speciali a chi abiurasse il calvinismo. Già con Richelieu le clausole militari dell’editto, le famose piazzeforti di sicurezza, sono smantellate al fine di cancellare ogni altro potere militare che non sia quello regio mentre nel 1685 Luigi XIV passa alla revoca dell’editto. Il numero dei riformati rimasti è talmente esiguo che la decisione del re sole non porterà a una nuova guerra di religione, bensì a un’emigrazione di massa con effetti però altrettanto disastrosi a quella di una guerra perché la maggioranza dei fuggiaschi sono elementi del ceto medio produttivo e la loro perdita indebolirà molto l’economia francese rafforzando invece la giovane Prussia e le colonie americane che apriranno le porte a questi esuli. Solo con Luigi XVI verrà restaurata la tolleranza religiosa mentre si dovrà attendere la Rivoluzione per il reintegro della parità civile.

L’effetto più importante della guerra di religione fu però, a mio parere, sulla natura della monarchia francese uscita infine vincitrice senza aver dovuto cedere nulla dei poteri e privilegi. Come abbiamo visto infatti la causa immediata del conflitto non è tanto il dissenso religioso quanto la crisi successoria che si apre dopo l’improvvisa morte di Enrico III che lascia il trono privo di una figura con l’autorità sufficiente per imporsi tanto sugli Ugonotti quanto su cattolici intransigenti. I tentativi di affiancare un organo elettivo al re falliscono infatti miseramente e, anzi, legandosi la memoria di questi tentativi ai giorni bui del conflitto le ipotesi “costituzionali” perdono credito. Trionfa invece il principio di una monarchia unica istituzione in grado di mantenere l’unità dello Stato e la pace civile interna attraverso il monopolio del potere politico derivatogli per diritto divino. Su tale tracciato avranno opera facile a seminare Richelieu e Mazzarino, rimuovendo tutti i contropoteri interni (piazzeforti ugonotte e nobiltà frondista), e a raccogliere Luigi XIV nell’affermare l’assolutismo dell’autorità del sovrano come unica fonte della legge. L’importanza del ruolo del monarca, in primo luogo come simbolo della Nazione, si incarnerà a tal punto nel corpo della Francia che nelle prime fasi della rivoluzione le istanze repubblicane saranno minoranza fino al disastro della fuga di Varennes che romperà irreparabilmente il rapporto di fiducia tra la monarchia e il suo popolo. Nonostante però tutti gli sconquassi delle rivoluzioni ottocentesche e dei due imperi bonapartisti ancora, dopo il disastro di Sedan nel 1871, l’assemblea costituente sembrò pronta a restaurare i Borboni sul trono di una monarchia costituzionale a simbolo di quanto la corona e  la dinastia inaugurata da Enrico IV fossero venute ad identificarsi con la Francia.

https://orologiodellastoria.wordpress.com/2017/02/26/parigi-val-bene-una-messa-la-guerra-di-religione-francese-e-lascesa-dei-borboni/


mercoledì 1 marzo 2017

Flipped classroom - Classe capovolta. Oggi gli studenti sono sommersi da una quantità di informazioni da “imparare”, come se fossero anatre all’ingozzo. Ma, mentre pretende che gli studenti “imparino”, la scuola non sempre fornisce loro strumenti per “imparare".

Oggi gli studenti sono sommersi da una quantità di informazioni da “imparare”, come se fossero anatre all’ingozzo. Ma, mentre pretende che gli studenti “imparino”, la scuola non sempre fornisce loro strumenti per “imparare".
Annamaria Testa

Classe capovolta: una rivoluzione nel modo di studiare. E di pensare.

A spiegare in modo convincente alcuni dei più basilari perché della classe capovolta 
(flipped classroom) è una bionda avvenente ed energica. Tiene la scena con la sicurezza di una rockstar. La speciale canzone che canta, dopo poche battute, ha già conquistato il suo pubblico. 
E la sottoscritta, che apre l’iPad e prova a trascrivere per voi l’intero discorso.

UNA RIVOLUZIONE COPERNICANA. 
Anche il pubblico è speciale. Si tratta di centinaia di insegnanti convenuti a Roma per discutere di un nuovo modo di fare scuola: la classe capovolta è una rivoluzione copernicana della didattica. La rockstar si chiama Daniela Lucangeli. Ha una cattedra di Psicologia dello sviluppo all’università di Padova. Ha lavorato in mezza Europa.

I bambini di sei anni ridono 300 volte al giorno, esordisce. Gli adulti lo fanno da zero a 11 volte. Vuol dire che tutti noi, crescendo, perdiamo funzioni che sono vantaggiose: ridere attiva il sistema dopaminergico e migliora il sistema immunitario. È un meccanismo salutare per il cervello, e per l’intero organismo. C’è da chiedersi come mai ci evolviamo, come individui, in modo così svantaggioso.

RAGAZZINI DEPRESSI. 
Lucangeli incalza: l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un allarme: una delle grandi pandemie da fermare è la depressione infantile, che può prendere avvio da cattive condizioni di apprendimento e da relazioni umane insoddisfacenti. Questa situazione critica non riguarda solo la complessità della vita familiare, ma si sviluppa anche a scuola. Vuol dire che l’ambiente che determina lo sviluppo del potenziale umano è in realtà, nell’80 per cento dei casi, un ambiente dello star male.
Per capire come e perché a scuola succede questo, prosegue Lucangeli, dobbiamo considerare le variabili cognitive messe in gioco dai metodi d’insegnamento tradizionali. Oggi gli studenti vengono sommersi da un’enorme quantità di informazioni che loro dovrebbero “imparare”, come se fossero anatre all’ingozzo.
Ma, mentre pretende che gli studenti “imparino”, la scuola di norma non fornisce loro nessuno strumento e nessun sostegno per “imparare”, cioè per gestire in modo sano e produttivo le informazioni che elargisce in maniera intensiva e incessante.

IMPRIMERE UN SEGNO. 
Tutto ciò appare paradossale, specie se si ricorda che insegnare viene dal latino, e significa imprimere un segno nella mente. Chi “insegna” non può, dunque, limitarsi a trasmettere informazioni. Deve cambiare la mente dei suoi allievi, migliorando il loro modo di ragionare e di confrontarsi con la realtà.
Lucangeli racconta che il cervello è un bollitore biochimico: elabora stimoli e produce onde elettriche che guidano il corpo nell’azione. Tutto questo avviene in modo istantaneo, e continuo. 
Ma le informazioni elaborate dal cervello non sono solo cognitive.

EMOZIONI DALL’AMBIENTE. 
Il cervello riceve stimoli dall’intero ambiente: percepisce non solo le cose dette, ma anche il modo in cui vengono dette, e l’intenzione che governa e determina quel modo. E poi percepisce il luogo fisico. E, a scuola, percepisce la relazione con l’insegnante, la relazione con gli altri studenti
Bisogna sapere che, quando sperimentiamo emozioni, nel nostro cervello si registrano due tipi di picchi. C’è un picco collegato a emozioni positive come la gioia: il picco è altissimo e ha una brevissima durata. Il picco tipico delle emozioni grevi, come la tristezza, l’ansia, l’angoscia e la paura è più basso e molto più permanente nel tempo. È questo il motivo per cui le emozioni negative e prolungate possono determinare patologie.

LE EMOZIONI SONO TUTTO. 
Non esiste atto della vita psichica che non sia segnato dalle emozioni. 
Il circuito neurale delle emozioni è la parte più antica e primitiva del nostro cervello
ce l’avevamo ben prima di diventare Sapiens sapiens. Ci ha aiutato a sopravvivere nella foresta. 
E ancora oggi controlla tutto quanto accade dentro di noi, fino al nostro limite estremo: la pelle. 
Ce ne accorgiamo quando arrossiamo o impallidiamo.
Torniamo alla scuola: se un bambino, mentre impara, prova paura, il circuito della memoria registrerà, collegandole, sia l’informazione trasmessa sia l’emozione. Se un bambino si sente impotente o inadeguato nei confronti di quanto impara, l’apprendere resterà connesso con il senso di inadeguatezza. E se un bambino è terrorizzato dalla scuola, fuggirà della scuola.

RIMPROVERI E GIUDIZI NEGATIVI. 
L’intelligenza sociale, continua Lucangeli, nasce con il sorriso, già quando abbiamo pochi mesi, e un sorriso d’incoraggiamento é, in termini di cambiamento, molto più potente di decine di rimproveri. Un altro grande nemico dell’apprendimento è il senso di colpa connesso con un giudizio negativo: per questo gli insegnanti dovrebbero imparare a guardare i loro allievi negli occhi e a sorridere. E dovrebbero saper incoraggiarli a sbagliare.

“DENTRO” E “FUORI”. 
In classe, il cervello degli studenti porta “dentro” quel che c’è fuori
Il cervello dell’insegnante che fa una lezione frontale, invece, porta “fuori” quello che c’è “dentro”.
Nessuno di questi due atti è propriamente creativo: il potere creativo del cervello si esprime nella sua massima potenza nel momento in cui le informazioni che ci sono “dentro” vengono selezionate, connesse tra loro, riconfigurate in nuovo sapere, più ricco e autoprodotto.

LEGGERE DENTRO. 
Anche la parola “intelligenza” viene dal latino (intus ligere, cioè leggere dentro)
E intelligenza sociale vuol dire portar dentro, riconfigurare, e solo dopo portar fuori, in una nuova forma. Questo è vero apprendimento. Ed è permanente.
Eppure quel che si fa a scuola spesso non è altro che apprendimento passivo a breve termine
Il nostro cervello non è stato creato per questo. Non è fatto per portar dentro una massa enorme di informazioni che dovrebbe poi sputar fuori tali e quali. Se si trova in questa condizione, il cervello prova malessere.
L’intelligenza è tanto più potente quanto più sa e può modificare le informazioni, facendole così davvero proprie. Ma più il cervello è sovraccaricato, meno ha risorse per elaborare informazione intelligente. È come se diventasse pigro e obeso.

GEMMAZIONI NEURALI. 
È stato lo psicologo russo Lev Vygotskij a capire per primo quanto l’ambiente, modificando il cervello stesso, può influire sullo sviluppo del potenziale umano: meccanismi universali di natura biologica si integrano con gli stimoli esterni facendo sì che ogni neurone in ogni millesimo di secondo gemmi nuove connessioni. È il connettoma.
Ma la mente gemma e si modifica e cresce, in un modo o nell’altro, tanto o poco, in base a ciò che riceve. Ora dopo ora, giorno dopo giorno e anno dopo anno, quello che un insegnante fa su un altro essere vivente dovrebbe misurarsi in termini di gemmazione.
Lucangeli conclude: in una scuola che sa educare, con insegnanti che, sorridendo, lasciano il segno, il numero delle gemmazioni potrebbe essere tendente all’infinito.
Segue ovazione.
Ho preso appunti così in fretta che i polpastrelli mi si sono indolenziti.

CLASSE CAPOVOLTA: UNA SOLUZIONE POSSIBILE. 
Se l’obiettivo è attivare i cervelli, la classe capovolta appare una soluzione possibile, efficace e naturale. L’idea di base è semplice: nella classe capovolta (flipped classroom) viene ribaltato lo schema tradizionale di insegnamento e apprendimento. In aula si discute, si lavora e si impara insieme sotto la guida dell’insegnante. Insomma, si costruisce un’esperienza condivisa, che favorisce il coinvolgimento, la comprensione e il ricordo. A casa, da soli o insieme, ci si documenta grazie a materiali didattici multimediali che oggi sono facilmente disponibili e accessibili. E si è molto più motivati a prepararsi: lo si è proprio perché a scuola si è coinvolti ogni giorno e non saltuariamente, come succede con le interrogazioni e i compiti in classe. Guardate come un’insegnante racconta ai suoi allievi l’intero processo.

MONTESSORI, DON MILANI E PIZZIGONI. 
Nella flipped classroom si pratica, insomma, il learning by doing
Se tutto ciò ci sembra molto americano, è solo perché abbiamo trascurato e osteggiato le intuizioni di alcuni nostri grandi educatori del passato e ci siamo (colpevolmente) dimenticati di Maria Montessori, che agli inizi del secolo scorso già parlava di apprendimento attraverso l’attività, o di don Milani, o di Giuseppina Pizzigoni.
Giuseppina Pizzigoni muore in un istituto dei poveri, nel 1947. 
Maria Montessori viene costretta ad abbandonare l’Italia nel 1934. R
iesce a tornare solo dopo la seconda guerra mondiale (morirà in Olanda nel 1952). 
Don Milani viene esiliato nelle microscopica frazione di Barbiana. 
Oggi esistono molte più scuole Montessori all’estero che in Italia.

LA PRIMA BUONA NOTIZIA. 
Dunque, la prima buona notizia è che una scuola dove si lavora per capire, dove si impara a imparare, è non solo possibile, ma anche praticabile. Nella classe capovolta non esistono né note sul registro, né registri. I ragazzi sono protagonisti del processo di apprendimento, organizzano la propria attività prendendo decisioni consapevoli, condividono la conoscenza. E (questo è molto più importante di quanto comunemente si creda) non si annoiano.

RISULTATI POSITIVI. 
La seconda buona notizia è che dal primo convegno sulla classe capovolta sono passati solo due anni, e un numero crescente di insegnanti ci crede, ci prova, ottiene risultati positivi, coinvolge altri insegnanti. E ha costruito una rete, che si chiama Flipnet.
Nel sito Flipnet si trovano informazioni, videoconferenze e una quantità di materiali didattici pubblicati dagli insegnanti che già hanno sperimentato la classe capovolta. Date un’occhiata, se insegnate. Se avete figli (o nipoti) che vanno a scuola, o se pensate che prima o poi ne avrete. O se (come la sottoscritta) avete pessimi ricordi della vostra esperienza scolastica, e vi va di fantasticare su come le cose sarebbero potute cambiare, capovolgendo tutto quanto.

Questo articolo esce anche su internazionale.it. 
Le immagini dettagli delle foto di Laura Williams.

http://nuovoeutile.it/classe-capovolta-flipped-classroom/



tutto molto interessante ma secondo me si sta trascurando un fattore importantissimo per l'apprendimento e l'umore e cioè la salubrità dell'ambiente. E' inutile qualunque rivoluzione copernicana finchè le classi dei bambini già in tenera età sono ammorbate da un inquinamento magnetico che produce loro mal di testa, sonnolenza e svogliatezza se non altri disturbi che non voglio neanche immaginare ...oggi le classi hanno le finestre chiuse e manca un sano ricambio d'aria e spesso c'è una vista fuori dalle finestre che induce depressione e tristezza. L'igiene spesso lascia desiderare e l'ambiente è maleodorante di scarpe da ginnastica come ho potuto constatare anche in istituti di elite a Roma . Se il cervello non è ossigenato è inutile proporre qualunque rivoluzione . Sembrerà stupido quello che ho detto ma so di molte insegnanti che mi hanno confessato di avere un mal di testa cronico ...si criticano tanto i nonni che regalano i tablet ai nipoti e ci dimentichiamo che in prima elementare se non prima nei corridoi della scuola ci sono i trasmettitori per il funzionamento di internet nelle classi a cui i bambini devono per forza appassionarsi. Infine sono dell'idea che l'apprendimento è sia un fenomeno collettivo che individuale ...senza quello sforzo tutto personale di ordinare, categorizzare , memorizzare secondo le proprie capacità che sono diverse per ciascuno di noi, non credo che vi possa essere un apprendimento duraturo nel tempo.



"Chi “insegna” non può, dunque, limitarsi a trasmettere informazioni. 
Deve cambiare la mente dei suoi allievi, migliorando il loro modo di ragionare e di confrontarsi con la realtà". Articolo interessante; come pure viene detto, le idee non sono nuove, solo che raramente applicate. Forse ora i tempi potrebbero essere più maturi. Ai pionieri citati aggiungerei, tra altri, anche il grande Krishnamurti che, in un differente contesto, molto ha messo in discussione l'educazione tradizionale che mira a creare individui passivi e adattati, con scarsa libertà di pensiero e spirito critco... Grazie.


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