venerdì 28 luglio 2017

Le guerre persiane. CAPIRE IL PUNTO CULMINANTE. Il tedesco Karl von Clausevitz, generale dell'impero prussiano durante le guerre napoleoniche ed autore del trattato "Della guerra", sostenne che esiste un modello ricorrente nella storia dei grandi imperi: dopo una serie di guerre produttive, arriva un momento in cui si deve capire che andare oltre significherebbe la fine. È questo il punto culminante, che per la storia delle guerre persiane arrivò con la battaglia di Salamina, dopo la quale i persiani trattarono con la Grecia per vie diplomatiche. Il disastro si sarebbe potuto evitare se Serse avesse dato ascolto ad Artabano, suo zio, che aveva previsto il momento culminante, ma così non fu e la Persia ne uscì enormemente indebolita. Al punto che, un secolo e mezzo dopo, venne spazzata via da Alessandro Magno.

LE GUERRE PERSIANE.

IL QUADRO STORICO.
Le guerre persiane hanno come prologo l'espansione della Persia nella regione della Lidia, dove sorgevano numerose colonie greche, e la rivolta di una di queste, Mileto. Il tiranno della città, Aristagora, recatosi di persona in Grecia per avere rinforzi militari, ottenne da Atene venti navi, a cui poi se ne aggiunsero altre cinque da Eretria.

La rivolta si concluse con la sconfitta navale di Lade (494 a.C.) e la distruzione di Mileto, mentre le altre città greche della Ionia rinnovarono la loro sottomissione alla Persia.
Per punire Atene ed Eretria, Dario, sovrano persiano, organizzò una prima spedizione, capeggiata da Dati e Artaferne: Eretria fu espugnata e i suoi abitanti vennero deportati in Persia, ma gli ateniesi, comandati da Milziade, vinsero nella battaglia di Maratona (490 a.C.).

Morto Dario (485 a.C.), fu suo figlio Serse a portare avanti il progetto di sottomettere la Grecia: un potente esercito di terra e di mare fu fatto avanzare verso il territorio greco, dove fu momentaneamente rallentato alle Termopili (questo diede tempo agli ateniesi di evacuare la città, poi bruciata) e poi battuto nella battaglia navale di Salamina (480 a.C.), cui seguì la sconfitta a Platea, sulla terraferma (479 a.C.).

GUERRE PRODUTTIVE E PACE PERSIANA.
Ci sono vari tre tipi di guerra in relazione all'impatto che esse hanno sulla società:
- produttiva, quando crea una situazione più stabile, meno violenta;
- improduttiva, se non ha un vero e proprio impatto sulla società;
- controproduttiva, quando determina realtà più pericolose e conflittuali (come nel primo Medioevo).
La Persia, prima del conflitto con la Grecia, aveva combattuto una serie di guerre produttive, che avevano creato all'interno del suo territorio un ambiente stabile e sicuro per le popolazioni che lì vivevano (pace persiana).

PERSIA E GRECIA A CONFRONTO.
Come fosse la Persia anticamente è descritto nell'Anabasi di Senofonte, opera di un secolo successiva ai fatti delle guerre persiane. Lì si legge di numerose tribù che vivevano in villaggi, ciascuna delle quali aveva una propria lingua e costumi differenti. Si tratta quindi di un impero non omogeneo dal punto di vista culturale, una struttura premoderna, governata da una élite aristrocratica, che viaggiava e si incontrava, fungendo un po' come da collante, anche perché in possesso di una stessa lingua.
In Grecia, invece, aristocrazia e masse erano meno separate (parlavano, infatti, la stessa lingua), né erano enormi le diversità tra città e città. Stando così le cose, se era facile per le popolazioni che vivevano nelle terre dell'impero persiano passare da un dominio all'altro (cambiava soltanto a chi si versavano i tributi), meno semplice era per i greci assimilarsi.

PRESSIONI PERSIANE.
I persiani tentarono di convincere gli spartani a non sostenere la causa greca. Certamente fecero promesse allettanti, quale quella di lasciare a Sparta, una volta sottomessa la Grecia, l'egemonia su tutte le città. Gli aristocratici delle varie città, poi, potevano facilmente essere stati indotti a pensare che, sotto la Persia, sarebbero potuti diventare tiranni, governando da soli. 
Perché Sparta non accettò le offerte persiane? 
È difficile dirlo perché mancano del tutto fonti spartane scritte. 
C'è solo un aneddoto, che quindi non ha valore storico: si racconta che un aristocratico persiano e due messaggeri spartani si incontrarono sulle coste della Ionia e che, quando il persiano prospettò agli spartani una vita sicura sotto il suo impero, questi risposero che preferivano la libertà.

I NUMERI DELL'ARMATA PERSIANA.
La fonte storica principale per la ricostruzione delle guerre persiane è Erodoto, il quale, a proposito dell'armata persiana parla di un numero esorbitante di uomini: cinque milioni. Il conto veniva fatto in questo modo: i soldati venivano fatti entrare a gruppi in una sorta di recinto, che poteva contenere diecimila uomini; quando questo si riempiva, gli uomini uscivano e ne entravano altri. Che però se ne fossero contati cinque milioni appare assai improbabile. Un simile esercito, infatti, richiede enormi quantità di cibo e acqua (i fiumi greci in estate sono asciutti, quindi occorreva pensare anche al rifornimento idrico), da trasportare per lunghe distanze e da conservare per un certo tempo. Probabilmente non superava il mezzo milione di soldati, un'armata comunque considerevole, forse la più grande mai radunata nel mondo antico. Il dato tramandato dallo storico greco sottolinea l'impressione lasciata nei greci, il loro sgomento di fronte a una forza soverchiante.

LA POTENZA GRECA.
Gli studi demografici sulla Grecia dell'inizio del V secolo a.C. ci parlano di una certa vitalità: la densità di popolazione era molto alta (200 abitanti per kmq nel territorio intorno ad Atene), anche forse per il miglioramento climatico iniziato dopo il VII secolo, e l'economia era florida. La Grecia, infatti, nonostante il territorio montuoso, che lascia poco spazio alla coltivazione della terra, ha una buona posizione nel Mediterraneo e ciò consentiva alle sue città di commerciare con altri popoli. Da questi importava cibo, essenziale per far fronte alle necessità della popolazione in crescita, ed esportava prodotti finiti. Quando i greci, quindi, si scontrarono con la Persia, stavano vivendo un periodo di boom economico e demografico. A questo si aggiunga il fatto che la Grecia era dotata di tecnologie militari più moderne (una flotta più agile, per esempio), dovute a uno stato di continua conflittualità tra le città.

UNA DEMOCRAZIA IN GUERRA.
Kant sosteneva che è difficile che in una democrazia, dove la gente vota, i votanti si esprimano a favore della guerra, perché poi molti di loro dovranno prendere le armi, combattere e rischiare la vita (è la teoria della pace democratica). Quando però Atene votò l'invio delle navi per aiutare Mileto, era già una democrazia. E lo era anche quando, qualche decennio dopo, entrò in guerra contro Sparta. Che cosa, dunque, fece propendere per l'intervento? 
Il governo della città, che, come accade ancora oggi, fece di tutto per persuadere la popolazione, creando una sorta di "guerra del popolo" e giocando sul tema della sopravvivenza. In questi casi si ha una guerra totale, capace di arrivare a livelli di ferocia che generalmente non si riscontrano in un conflitto gestito da un sovrano distante.

IL RUOLO DELLA GEOGRAFIA NELLA STORIA.
Le coste della Turchia, dove Mileto sorgeva, erano già state al centro di uno scontro tra Ittiti e Micenei e, nel Medioevo, videro il passaggio delle Crociate.
Si tratta di un punto caldo geopoliticamente parlando? 
Non c'è dubbio che la geografia abbia un ruolo importante nella storia: 
se l'Inghilterra non avesse avuto importanti giacimenti di carbone, la rivoluzione industriale non vi avrebbe avuto origine; allo stesso tempo, però, lo sviluppo di una società dà significato alla geografia (che cosa ci avrebbero fatto col carbone, se non fosse stata disponibile la macchina a vapore?).
Questo ragionamento vale anche per Mileto, città sulla costa turca, ultima frontiera dell'impero persiano. Era collocata tra le immense ricchezze dell'est e le enormi potenzialità dell'ovest e questa posizione geografica le aveva consentito una certa fioritura. Quando i persiani decisero di espandersi a ovest, Mileto si trovò nel mezzo e fu distrutta.

CAPIRE IL PUNTO CULMINANTE.
Il tedesco Karl von Clausevitz, generale dell'impero prussiano durante le guerre napoleoniche ed autore del trattato "Della guerra", sostenne che esiste un modello ricorrente nella storia dei grandi imperi: dopo una serie di guerre produttive, arriva un momento in cui si deve capire che andare oltre significherebbe la fine.
È questo il punto culminante, che per la storia delle guerre persiane arrivò con la battaglia di Salamina, dopo la quale i persiani trattarono con la Grecia per vie diplomatiche. Il disastro si sarebbe potuto evitare se Serse avesse dato ascolto ad Artabano, suo zio, che aveva previsto il momento culminante, ma così non fu e la Persia ne uscì enormemente indebolita. Al punto che, un secolo e mezzo dopo, venne spazzata via da Alessandro Magno.




giovedì 27 luglio 2017

Omero. Odissea. Spregevole è l'uomo che una cosa cela nel profondo del cuore e un'altra dice.


Spregevole è l'uomo che una cosa cela nel profondo del cuore e un'altra dice
Omero



No, non c'è nulla più degno di pianto dell'uomo,
fra tutto ciò che respira e cammina sopra la terra.
Omero

«Tra tutte le creature che respirano e si muovono sulla terra,
niente la terra nutre più debole dell'uomo.»
Omero, Odissea. v.130 ,131.

"Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini;
le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva
fiorente le nutre al tempo di primavera;
così le stirpe degli uomini: nasce una, l'altra dilegua"
Omero, Iliade



«Tre volte tentai e mi spinse ad abbracciarla il mio animo,
e tre volte mi volò dalle mani simile a un’ ombra o a un sogno».
Omero, “Odissea” ( 11,206-208)


"(...) Omero - che fu il più profondo degli psicologi - dice che Zeus manda agli uomini sogni veri e sogni falsi. Intendo dire che non si debbono prendere alla lettera i sogni, gli archetipi, i miti. Dovremmo però essere coscienti della loro influenza su di noi. Prendere sul serio la loro potenza anche se sono irrazionali. Meglio, proprio perché sono irrazionali e sfuggono al nostro controllo, sarebbe bene conoscerli ".(...)"
Luigi Zoja



Ma parla ora, e dimmi sinceramente dove sei andato errando e in quali paesi sei giunto, e narrami gli uomini e le belle città e se erano malvagi ingiusti e crudeli oppure ospitali e timorati di dio.
Odissea - VIII


Ma la tua mente resiste agli incanti. 
Certo tu sei Odisseo, l'eroe del lungo viaggio.
Odissea - X


E intanto Atena dagli occhi lucenti meditò un'altra cosa. Quando le parve che il cuore di Odisseo fosse sazio d'amore e di sonno, da Oceano fece salire l'Aurora dall'aureo trono perché portasse agli umani la luce del giorno.
Odissea, XXIII



A loro un vento propizio mandava Pallade Atena,
lo Zefiro impetuoso, che sul mare color del vino soffia sonoro.
Odissea - II

Sì levò il Sole, lasciando il mare bellissimo, salì verso il cielo color del bronzo per dare luce agli Dei e agli uomini sulla terra feconda.
Odissea - III


Ma lasciate che io ceni, pur così afflitto; niente è più cane del ventre odioso, 
che costringe per forza a ricordarsi di lui anche chi è molto oppresso e ha strazio nell’anima.
Omero

Ulisse pianse nel sentire cantare le gesta sue e degli altri Greci, a Troia.
Ma non voleva farsi scoprire. Col lembo del mantello, si coprì il volto e asciugò le lacrime.
Solo Alcinoo, re dei Feaci, se ne accorse ma non disse nulla.
Omero, "Odissea"



ULISSE E ARGO
Allevato come cane da caccia da Ulisse, prima di partire per Troia. 
Omero narra di Argo che il suo vecchio cuore non resiste alla emozione quando rivede il suo padrone: Ormai vecchio, disteso su cumuli di letame di muli e buoi, dinanzi alla soglia, tormentato dalle zecche; riconosce subito Ulisse, dopo averlo lungamente atteso, nonostante la prolungata assenza, agita la coda, abbassa le orecchie, non avendo la forza di avvicinarsi a lui. Argo allora viene preso dalla nera morte per sempre, dopo essere riuscito a rivedere Ulisse dopo vent'anni, Ulisse si asciuga di nascosto una lacrima, l'unica che versa in tutto il suo ritorno.
Odissea, XVII, 290-397




COSÌ INIZIA L'ODISSEA.
Un uomo astuto che molto patì, dei compagni "indisciplinati" puniti dagli dei, lunghi viaggi per mare a conoscere genti e città: c'è quanto basta per scrivere un intero poema, con l'aiuto dell'ispirazione divina ovviamente!

"Dell'uomo astuto narrami, o Musa, che tanto/ 
vagò, poi che la rocca sacra di Troia ebbe distrutto:/ 
di molti uomini vide le città e conobbe la mente,/ 
e molti dolori per mare provò nel suo cuore/ 
per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni./ 
Ma nemmeno così i compagni salvò, pur volendo:/ 
con la loro empietà si perdettero,/ 
sciocchi, che i buoi del Sole Iperione/ 
mangiarono: così a loro egli tolse il giorno del ritorno./ 
Racconta qualcosa anche a noi, o dea, figlia di Zeus".
Odissea I, vv. 1-10.



Musa, quell'uom di multiforme ingegno/
dimmi, che molto errò poich'ebbe a terra/
gittate di Ilion le sacre torri;/
che città vide molte, e delle genti/
l'Indol conobbe; che sovresso il mare/
molti dentro del cor sofferse affanni,/
mentre a guardare la cara vita intende,/
e i suoi compagni a ricondur:ma indarno/
ricondur desiava i suoi compagni,/
delle colpe lor tutti periro./
Stolti! Che osaro vïolare i sacri/
al Sole Iperione candidi buoi/
con empio dente, ed irritaro il nume/
che de il ritorno il dì loro non addusse./
eh parte almen di sì ammirande cose/
narra anco a noi, di Giove figlia, e diva./
Già tutti i Greci, che la nera parca/
rapiti non avea, nè loro alberghi/
fuor dell'arme sedeano, e fuor dell'onde./
Sol dal suo regno e dalla casta donna/
rimanea lungi Ulisse: il ritenea/
nel cavo sen di solitarie grotte/
la bella venerabile Calipso/
che unirsi a lui di maritali nodi/
bramava pur, ninfa quantunque, e diva./
e poiché giunse al fin, volvendo gli anni,/
la destinata degli dei stagione/
del suo ritorno a Itaca, novelle/
tra i fidi amici ancor pene durava./
tutti pietà ne risentian gli eterni,/
salvo Nettuno, in cui l'antico sdegno/
prima non si stancò, che alla sua terra/
venuto fosse il pellegrino illustre.



Telemaco a sua madre Penelope:
"su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue,
telaio e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; all'arco penseran gli uomini
tutti, e io sopra tutti, mio qui in casa è il comando [...] "
(Odissea, VI, vv. 25-30)



«Detto così, sotto l’eterne piante
Si strinse i bei talar, d’oro, immortali,
Che lei sul mar, lei su l’immensa terra,
Col soffio trasportavano del vento.
Poi la grande afferrò lancia pesante,
Forte, massiccia, di appuntato rame
Guernita in cima, onde le intere doma
Falangi degli eroi, con cui si sdegna,
E a cui sentir fa di qual padre è nata.
Dagli alti gioghi del beato Olimpo
Rapidamente in Itaca discese»
Homerus (Omero) Odissea.
Libro primo


E fra di loro il padre degli Dei e degli uomini prese a parlare...
«Ahimè, sempre gli uomini accusano gli dei:
dicono che da noi provengono le sventure,
mentre è per i loro errori che patiscono e soffrono oltre misura».
Omero. “Odissea” (Libro I)


Senofane e gli Dei. 
Omero ed Esiodo hanno ascritto agli dei tutto ciò che costituisce fra i mortali una vergogna ed una disgrazia; ruberie, adulteri, reciproci inganni... I mortali ritengono che gli dei siano stati generati come loro, abbiano vestiti come i loro e voce e forma... sì, e se i buoi ed i cavalli e i leoni avessero le mani e dipingessero ed eseguissero opere d’arte come gli uomini, i cavalli dipingerebbero gli deì come cavalli ed i buoi come buoi, rappresenterebbero i loro corpi secondo i loro vari aspetti... Gli Etiopi fanno i loro dei neri e con il naso schiacciato; i Traci dicono che i loro hanno occhi azzurri e capelli rossi». Senofane crede in un Dio, diverso dagli uomini come forma e pensiero, che «senza sforzo dirige tutte le cose con la sola intelligenza. 
Senofane e gli Dei. 
Tratto da: Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Vol. I, Pag. 122 - 123


Massimiliano Zardi 
L'Iliade non idealizza la guerra, ma è il ritratto tragico del dove porta l'avidità e l'orgoglio. 
Ritratto che coinvolge non solo gli umani ma anche gli dei che nel poema si schierano in opposte fazioni. Non c'è solo l'eroismo. Tu dici poi che l'Odissea è anche una storia d'amore? Non lo so. So che nell'opera Omero descrive a meraviglia le avventure di letto di Odisseo con Calipso e Circe. Non è che piangeva sempre per Penelope. Poi non è solo eroico il nostro Odisseo: acceca il figlio di Poseidone e se ne vanta; coinvolge i compagni nella sua follia portandoli alla morte; quando torna a Itaca si finge mendicante anche dopo che si è vendicato, per vedere se la moglie gli è rimasta fedele (infatti Penelope lo rimprovera piangendo). I greci e Omero più di tutti, avevano una capacità descrittiva straordinaria del meglio e del peggio che c'è in ogni uomo. Io penso che chi legge ancor oggi questi capolavori non lo fa per trovarvi solo il meglio ma anche il peggio.



di Et in Arcadia Ego.
Il proemio è la parte iniziale di ogni poema epico, caratterizzata dalla presenza di un’invocazione alla divinità (la musa Menmosine) e del contenuto trattato per sommi capi. Nei tre poemi classici, la prima parola è sempre un sostantivo in accusativo (è l’oggetto del cantare): Μῆνιν (l’ira) per l’Iliade; Ἄνδρα (l’uomo, cioè Odisseo) per l’Odissea, Arma virumque (le armi e l’eroe) per l’Eneide. C’è però una differenza sostanziale: mentre nel proemio dell’Iliade il poeta non appare ed è la musa ad entrare subito in scena per cantare, in quello dell’Odissea, il poeta è presente con quel pronome μοι (a me) a cui è diretta la materia della narrazione; nell’Eneide, poi, è il poeta stesso a cantare (cano) e l’invocazione alla divinità, pur essendoci, è solo all’ottavo verso.




Il più antico poeta a cui noi diamo un nome, il leggendario Omero, è, contemporaneamente, uno, nessuno e centomila. È centomila perché dietro alla sua leggenda si nasconde una storia vera: quella dei cantori ciechi, che durò per molti secoli e che riguardò, oltre alla Grecia, anche altre civiltà del mondo antichissimo. Forse anche l'Egitto e la terra dei due fiumi, il Tigri e l'Eufrate. Certamente, in Italia, il paese degli Etruschi.
Gli antichi attribuivano ai ciechi una capacità di inventare, di elaborare e di raccontare le storie degli uomini, superiore a quella delle persone normali. Avendo meno percezioni, i ciechi avevano più vita interiore. Erano dei «veggenti», che sapevano riempire il buio in cui vivevano di figure apparentemente reali; che sapevano creare dal nulla una melodia e poi, anche, sapevano adattare quella melodia alla storia che stavano raccontando. I cantori ciechi del mondo antico: gli «aedi», erano in grado di dire ciò che succede al di sopra dell'uomo, dagli spazi abitati dagli Dei dell'Olimpo; conoscevano gli abissi del mare popolati di mostri, e si avventuravano perfino nella terra dei morti, per riferire ai vivi ciò che avevano visto.

"Per Omero (ottavo secolo a.C.) la 'psiche' assomigliava piuttosto ad un "sosia", a un alter ego, e l'uomo omerico non poteva guardarsi dentro. Non c'era una interiorità
Perciò Socrate ingiungeva di conoscere se stesso. In Omero infatti, non si trova alcun termine che stia per le parole "individuo" o "se stesso", le cause del comportamento umano e l'attività psichica, sia "normale" che "anormale", è dovuta all'intervento di forze esterne. Gli uomini erano letteralmente indotti e coatti alla pazzia, proprio come venivano indotti ad atti di valore, eroismo e viltà. 
In quei tempi remoti la parola intesa ad esprimere malia, incantesimo e persino poesia, aveva parte preminente anche nella prevenzione e nel trattamento di infermità e della pazzia. 
Fu Ippocrate, un millennio dopo, (129-200 d.C.) a mettere a punto la nuova concezione moderna: 
"Gli uomini dovrebbero sapere che nel cervello, e solo nel cervello, si generano il piacere, la gioia, il riso e l'arguzia, così come le afflizioni, i dolori e le lacrime. Mediante il cervello noi distinguiamo il buono dal cattivo, il bello dal brutto, il piacevole dallo spiacevole, basandoci ora sulle convenzioni, ora su criteri utilitaristici." 

Flora Bozza
e già da qui si vede la differenza con l'Iliade, dove gli Dei spadroneggiavano su tutto

Eppure Shakespeare poteva ancora chiedersi:
"Dimmi dove ha sede amore? 
Nella testa ovver nel cuore? 
Come nasce ed ha vigore? 
Il mercante di Venezia, III, iii
Luciano Peccarisi
 Ida Bertoni.
26 aprile 2014 22:38







A PROPOSITO DI ILIADE: MORIRE PER L'IMMORTALITÀ.
È all'origine delle letterature europee, un'opera ancora oggi letta, studiata e amata da persone di ogni età: stiamo parlando dell'Iliade di cui Andrew Ford, esperto di Omero e insegnante a Princeton, ci aiuta a capire qualcosa nel podcast allegato, qui sotto sintetizzato.

LA GENESI DELL'OPERA.
Metti una guerra cruenta, la cui eco non si è spenta nei secoli successivi; metti una lunga serie di cantori che, di generazione in generazione, hanno portato in giro per la Grecia le storie di quel conflitto, memorizzandole e contribuendo ad aumentare le materia narrata; metti, dopo più di tre secoli di racconti orali, l'intervento di un cantore che ha preso quel vasto "database" narrativo e ha dato vita a un unico racconto, cucendo insieme i numerosi episodi sulla base di un disegno complessivo (c'è - è vero - qualche contraddizione, che però non scalfisce l'organicità dell'opera): avrai ottenuto l'Iliade!

OMERO: CHI ERA?
Di Omero, attestato come autore dell'opera, sappiamo solo ciò che i greci antichi ci hanno tramandato, quattro secoli dopo di lui, e cioè che era cieco, particolare forse desunto più che dalla sua vita dal cantore Demodoco, cieco anche lui, che appare nell'Odissea. Chiunque fosse, è poco probabile che, dopo la "fatica" di comporre l'Iliade, si sia occupato anche della stesura dell'Odissea, opera che appare diversa per lingua e materia (il mondo dell'Odissea e le sue tradizioni appartengono a un'epoca nuova).

"O MUSA", UN RICHIAMO RELIGIOSO
Il primo verso del proemio contiene l'invocazione a una musa: è Mnemosine, il cui nome richiama la tradizione orale da dove il poema ha avuto origine. Averla chiamata in causa non è solo un'espediente letterario, ma ha soprattutto una funzione religiosa. Bisogna considerare, infatti, che l'Iliade non fu scritta per la lettura individuale, ma per la recitazione in un contesto sociale. Chi ne ascoltava i versi, lasciava la taverna o il palazzo in cui si trovava e andava con la mente in un altrove accessibile solo grazie al canto del poeta, che quindi ha in sé qualcosa di magico, di religioso appunto. Il pubblico, quando sentiva "o musa", insomma, restava rapito dall'invocazione.

IL CATALOGO DELLE NAVI: UN PEZZO DI STORIOGRAFIA ANTE LITTERAM?
Una delle parti più note è il catalogo delle navi (secondo libro), dove Omero elenca i capi greci che partono per Trioia e il numero delle navi inviate da varie regioni della Grecia. È, in fondo, uno spaccato geopolitico di un mondo lontano, quello della fine dell'età del bronzo, che l'autore vuole preservare. Lo fa però senza la capacità analitica attribuibile a Erodoto o, ancor più, a Tucidide.

L'IRA COME TEMA E MOTORE DEL POEMA.
La prima parola dell'opera è "menin", ira, come complemento oggetto del verbo cantare. Questo è possibile perché nella lingua greca le parole possono occupare qualsiasi posizione indipendentemente dalla loro funzione logica. Omero poteva scegliere qualsiasi termine, ma preferisce optare per questo: perché? In una dimensione orale, la prima parola funge da titolo e dà immediatamente il senso del contenuto: infatti, la vicenda narrata è esclusivamente quella che deriva dall'ira di Achille e non l'intera guerra di Troia (il titolo di Iliade è stato dato solo successivamente ed è fuorviante).

E IL LIBERO ARBITRIO?
Il proemio, che inizia con il termine "ira", si conclude con l'espressione "la volontà di Zeus"; poco più avanti, sempre nel primo libro, Atena frena Achille per i capelli, impedendogli di uccidere Agamennone. C'è spazio, in una realtà dominata dagli dei, per il libero arbitrio? In realtà, quando leggiamo che gli eroi accettano di assecondare gli dei, dovremmo pensare, più che a una sottomissione, a una coalizione di due forze e vedere nell'intervento divino un'esaltazione della scelta dell'eroe, perché ha alle sue spalle il sostegno della divinità.

GLI DEI IN OMERO.
Quando Omero diede vita all'Iliade, la storia da lui narrata era già un lontano passato. Come poteva reagire il suo pubblico di fronte all'intervento divino? È molto probabile che percepisse il periodo della guerra di Troia come un momento grandioso ma concluso, un'età dell'oro popolata da uomini fortissimi, in grado di sollevare pietre enormi. In quell'epoca il divino e l'umano potevano ancora incontrarsi: non c'era niente di strano in ciò. Più tardi, in epoca classica e successivamente, le divinità ritratte da Omero apparvero quasi scandalose con le loro passioni umane, talvolta per giunta meschine quanto e più degli uomini (si pensi al banchetto degli dei, alla fine del primo libro, quando Efesto viene schernito dai suoi simili perché zoppo). Omero stesso appariva sacrilego nel modo in cui le metteva in scena. Bisognerebbe ricordare, però, che nell'Iliade, anche gli dei sono personaggi: pertanto, appartengono più alla mitologia che alla sfera religiosa. 

MANTENERE GLI EQUILIBRI

La contesa tra Agamennone e Achille, che dà origine all'ira di quest'ultimo, si inserisce in un contesto di guerra: l'esercito greco, per vivere lontano da casa, ha bisogno di compiere continue scorrerie nei territori intorno a Troia. Da queste ottiene cibo e schiavi; il bottino viene poi diviso tra i capi, sulla base del loro status sociale. Questa situazione, finché rispettata da tutti, crea equilibrio nell'esercito. Poi, però, Apollo pretende la restituzione di Criseide, figlia del suo sacerdote Crise e schiava di Agamennone. Lo fa nel più duro dei modi: mandando un'epidemia nel campo greco perché Agamennone non vuole restituire il suo bottino e vedere così sminuita la sua figura. Quando il "sire d'eroi" si trova costretto a rimandare la donna dal padre, si viene a creare una situazione di crisi istituzionale: la perdita, se non ricompensata, rischia di mettere in gioco la leadership stessa del capo. È ancora una questione d'onore per Agamennone, come l'aver deciso di combattere a fianco del fratello Menelao, a cui è stata portata via la sposa.

OMERO E LA TRAGEDIA.
Nella contesa per la schiava Briseide, chiesta come compensazione, entra in scena Nestore, vecchio guerriero e voce dell'esperienza. È lui a consigliare ad Agamennone di non pretenderla da Achille sulla base di valutazioni a lungo termine, che però due guerrieri più giovani, impegnati a proteggere il proprio onore, non possono considerare. Questa scena è fortemente dialogica e densa di pathos. Si pensi al momento in cui Nestore interiviene, alzando la voce per farsi sentire dai due contendenti: non è forse una scena da rappresentazione teatrale? Proprio perciò Omero è stato considerato da Platone padre della tragedia.

L'ONORE A COSTO DELLA MORTE.
Achille non ha nessun obbligo nei confronti di Agamennone. Non ha deciso di prendere parte alla guerra per salvare l'onore di Menelao; l'ha fatto, se mai, per accrescere il proprio status, per cogliere un'opportunità sociale (può incontrare altri giovani importanti come lui) e per acquistare gloria eterna. Sa che morirà perché così gli è stato profetizzato, ma meglio una vita breve e degna di rispetto che una lunga vecchiaia passata nell'oscurità.

LA NOBILTÀ DEL NEMICO.
Non c'è nessun "cattivo" tra i nemici greci, né il conflitto è lo scontro tra bene e male. Anche i troiani sono dipinti positivamente e vantano tratti di nobiltà. Del resto, se la guerra contro la loro città dura da dieci anni, ciò significa che sono avversari degni della controparte greca. Ma se manca la parte "cattiva", qual è la causa di ciò che accade nel poema? Alla base di tutto c'è l'ira, quella per il gesto di Paride, che porta via Elena, e quella legata alla pretesa di Agamennone di avere Briseide, schiava di Achille. Le conseguenze di questo sentimento, in fondo alimentato da piccole cose (mantenere il proprio status), sono terribili ed è questo ciò che Omero vuole rappresentare.

IL FINALE.
Nel ventiquattresimo libro, l'ultimo, Priamo si reca alla tenda di Achille per avere indietro il corpo di Ettore, per il quale desidera una degna sepoltura. Ma il Pelide è ancora accecato dall'ira e non vuole cedere: il cadavere deve restare insepolto, pasto per cani e uccelli. Sono le parole di Priamo, alla fine, a persuaderlo: egli fa leva sul rapporto padre-figlio e, sottolineando come ormai sia rimasto solo, senza più difesa alcuna, porta il suo avversario a volgere la mente al proprio padre, che, lontano, soffrirà la stessa sorte (Achille, infatti, è destinato a morire). È così che la collera si trasforma in compassione e rispetto, tanto che, invece di restituire direttamente Ettore, il cui corpo straziato aumenterebbe la sofferenza del padre, lo fa portare in un altro luogo dalle schiave, che poi lo lavano, lo ungono con l'olio e lo rivestono di una bella tunica. 

FINISCE DAVVERO COSÌ?
L'Iliade, dunque, iniziata con un tentativo fallito di riscatto (Crise che chiede indietro la figlia Criseide), si chiude con un tentativo di riscatto andato a buon fine. Sembrerebbe una struttura ad anello (riscatto riuscito-riscatto fallito; inizio dell'ira-fine dell'ira), assolutamente conclusa. Alcuni manoscritti, però, presentano, dopo l'ultimo verso, un altro, nel quale si annuncia l'arrivo delle Amazzoni, che porterebbero un nuovo equilibrio, sostenendo i troiani dopo la morte di Ettore. Se è vero che la saga continua, con altra materia ed altri eventi, è altrettanto vero che in una tale mole di storie il poeta doveva operare una scelta e decidere dove iniziare a dove fermarsi: è più verosimile pensare che abbia concluso con il compianto funebre anche per dare un forte significato alla sua narrazione: il lamento della famiglia di Ettore e della città di Troia insegnano qual è la perdita per una comunità quando un eroe viene ucciso.

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Orazio (Odi, IV, 9, vv 1-12).
Orazio ci dice che sia la poesia greca che quella latina sono capaci di sfidare il fluire del tempo e la distruzione della morte. Accanto a Omero c’è posto per Pindaro, e anche questa poesia sarà eterna.

Non credere che moriranno le parole che io,
nato sull’Ofanto risonante, pronuncio,
in modi mai prima uditi,
accompagnate alla cetra:
anche se Omero tiene il primo posto
non per questo è oscura la musa di Pindaro,
di Simonide, o quella minacciosa di Alceo,
o quella austera di Stesicoro; e gli scherzi antichi
di Anacreonte, il tempo non li ha distrutti;
palpita ancora l’amore,
vivono le passioni affidate
alla lira dalla giovane eolia.

Ne forte credas interitura quae 
longe sonantem natus ad Aufidium 
non ante volgatas per artis
verba loquor socianda chordis: 
non, si priores Maeonius tenet 
sedes Homerus, Pindaricae latent 
Ceaeque et Alcaei minaces 
Stesichorive graves Camenae; 
nec siquid olim lusit Anacreon, 
delevit aetas; spirat adhuc amor 
vivuntque commissi calores 
Aeoliae fidibus puellae.
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Ludovico il Moro.



LUDOVICO IL MORO (nasce probabilmente il 27 luglio 1452).

Ludovico il Moro (o Mauro, il suo secondo nome) è un personaggio ambiguo, nel panorama della Storia: per Milano, anzi, per l’Italia intera fu una benedizione e una maledizione. Una benedizione, perché portò il Ducato all’apice del suo splendore economico, politico e culturale; e una maledizione, perché aprì le porte d’Italia allo straniero (anche se forse la responsabilità principale sarebbe da ascrivere ad Isabella d’Aragona) mostrando quant’era facile la conquista di un Paese ricco e diviso in tanti Stati che si guardavano in cagnesco ed erano sempre disposti a danneggiarsi l’un l’altro.

Quarto figlio di Francesco Sforza, capostipite della gloriosa famiglia di Signori di Milano, e di Bianca Maria Visconti, Ludovico Maria Sforza «da puto era detto il Moro per essere alquanto nigro, per il che faceva depingere in le insegne teste de Moro con un ligamento al fronte; e in onor suo li populi cridavano Moro Moro, quando giva per città e loci del Stato». Questa, per «voce» di un cronista di cinque secoli fa, è la spiegazione del curioso nomignolo di Ludovico. Sembra invece oggi più probabile che fosse chiamato così perché diede un forte incremento alla coltivazione del gelso, che in Lombardia ha, appunto, il nome di «moro»; oltre a ciò, mise in voga a Milano il color della mora e fornì il tema e il motivo di alcune delle decorazioni di Leonardo da Vinci nelle sale del Castello Sforzesco.

Questo interessante personaggio nacque probabilmente il 27 luglio 1452 nel castello di Vigevano, a trentasei chilometri da Milano. Fisicamente era piuttosto brutto, sebbene fosse robusto e di statura superiore alla media; aveva una carnagione marcatamente olivastra, occhi e capelli neri, lineamenti aspri e irregolari: il naso era lungo e bitorzoluto, il mento prominente, le labbra sottili e tese, la grinta volitiva e imperiosa. Ma nel profilo attribuito al Boltraffio, e nei busti di Lione e del Louvre, si notano una fisionomia dalla calma possanza, un’intelligenza sensibile e una distinzione quasi soave. S’era subito compiaciuto del nomignolo di Moro che gli era stato imposto e per renderlo più pertinente aveva adottato fogge e simboli moreschi e riempito la Corte di schiavi negri.

Il giovane Ludovico trascorse i primi sedici anni presso i genitori, alla sfarzosa Corte Sforzesca, e fu educato dalla madre, Bianca Maria Visconti, e dall’umanista Filelfo, forse il miglior precettore dell’epoca. Crebbe dotato di una solida cultura e di buone maniere, anche se alle attività intellettuali preferiva gli sport, dalla caccia alla pesca, al tiro con l’arco, all’equitazione. Sollecitava e temeva gli oroscopi di maghi e astrologi, amava le donne e la buona tavola, ma detestava gli eccessi.

Nel 1466 Francesco Sforza morì e il Ducato di Milano passò al figlio maggiore Galeazzo Maria. Costui instaurò una tirannia crudele, per cui, dieci anni dopo, fu assassinato sulla scalinata della chiesa di Santo Stefano. Salì al potere l’unico suo figlio, Gian Galeazzo, che aveva solo sette anni e perciò era tenuto sotto la guida di un abilissimo ministro, Cicco Simonetta, della madre, la Duchessa Bona di Savoia, e di un consiglio di reggenza del quale faceva parte lo stesso zio Ludovico.
Gian Galeazzo era un bambino malaticcio e abulico; Ludovico, al contrario, era intelligentissimo, ambizioso, si sentiva capace di grandi cose. Perciò il Simonetta ebbe quasi subito la vita difficile. Dopo molti raggiri, cadde in disgrazia; fu accusato di colpe quasi tutte inesistenti, condannato a morte e decapitato. Era il 1480.

Ora Ludovico aveva via libera, tanto più che Gian Galeazzo aveva un comportamento timido e riservato, timoroso delle responsabilità del comando e incapace di governare. Era malato (anche immaginario) e passava la sua vita fra i medici e i divertimenti. Lo zio, astutissimo, gli lasciava volentieri l’apparenza e la pompa del comando, mentre muoveva senza troppo clamore le leve dello Stato, riceveva gli ambasciatori e dirigeva la politica. Si dimostrava un uomo affabile, generoso e alla mano, dolce e cortese, sensibile a tutte le bellezze e a tutte le arti, il diplomatico più astuto del suo tempo, un personaggio anche scettico e superstizioso ma che aveva a cuore il buon funzionamento dello Stato e della sua economia, e i Milanesi riconobbero in lui il Signore ideale. Pochi principi del Rinascimento lo eguagliarono nella magnanimità e nella munificenza. Diede impulso all’agricoltura, incrementò l’allevamento del bestiame (ventottomila capi fra buoi, mucche, bufali, pecore e capre; nelle stalle spaziose erano ricoverati i destrieri e le cavalle che davano le razze migliori d’Europa), fece scavare canali d’irrigazione, favorì la coltivazione del riso, della vite e del gelso (legato alla produzione di tessuti di seta); le malghe diedero burro e formaggio di una qualità eccellente come non se ne era mai vista prima; inoltre incoraggiò l’industria di trasformazione, specialmente quella casearia, e incentivò quella serica, che era la principale risorsa del Ducato, dava lavoro a ventimila operai e i suoi prodotti avevano conquistato i mercati italiani e internazionali. Intorno alla sua villa estiva di Vigevano, Ludovico diede sviluppo ad una grande fattoria sperimentale e ad un allevamento di bestiame. Milano conobbe un periodo di grande prosperità e diventò più bella: furono costruiti nuovi palazzi, tracciati nuovi viali, allargate le strade principali per offrire ai cittadini più aria e più luce, i viali che conducevano al Castello vennero fiancheggiati di palazzi e di giardini per l’aristocrazia, il Duomo – che prendeva allora la sua forma definitiva – sorse come un secondo centro della vita pulsante della città, una fungaia di nuove botteghe spuntò; fabbri ferrai, orafi, intarsiatori, smaltatori, vasai, mosaicisti, artigiani del vetro colorato, profumieri, ricamatrici, tessitori di arazzi, fabbricanti di strumenti musicali adornavano personaggi della Corte e palazzi ed esportavano a sufficienza per permettersi d’importare oggetti raffinati dall’Oriente. Felici operazioni militari e politiche (tra cui la «guerra di Ferrara», che mise fine all’espansionismo veneziano in Lombardia) accrebbero grandemente il suo prestigio e la sua fama: sotto di lui era quasi tutta la Lombardia, fino all’Adda, Novara e Alessandria in Piemonte, e a Sud i suoi domini giungevano fino a Parma e Piacenza; nel 1487 anche Genova passò sotto il Ducato.

Tutto sarebbe andato magnificamente per Ludovico, che già si vedeva sul trono di Milano, se Gian Galeazzo nel 1489 non avesse sposato Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso II Re di Napoli.
Questo matrimonio aveva lo scopo di creare un’intesa fra i due Stati; ma per Ludovico fu un guaio in quanto l’ambiziosa sposina, appena arrivata a Milano, si rese conto della situazione.
Ella informò il padre di come stavano le cose: questo fatto provocò l’inizio della progressiva ostilità fra i due Stati.

Ludovico non si sgomentò: nel 1491 sposò Beatrice d’Este, la più giovane principessa della Corte di Ferrara, non particolarmente bella ma piena di spensieratezza, vivacità e brio. Il ricevimento di nozze in suo onore si svolse nelle sontuose sale del Castello Sforzesco, finalmente terminato, e fu uno degli avvenimenti mondani più clamorosi del secolo, con interventi di principi, ambasciatori, prelati, poeti, letterati. Gian Galeazzo fu relegato a Pavia, mentre Ludovico e la moglie inauguravano una Corte che divenne la più splendida non solo d’Italia, ma di tutta Europa. Beatrice, quattordicenne, era cresciuta a Napoli e ne aveva assimilato lo spirito allegro e festaiolo: amava immensamente i divertimenti, le vesti sgargianti, i balli e il gioco, e nei saloni del Castello le feste e i trattenimenti si susseguivano senza interruzione, con la partecipazione del fior fiore dell’aristocrazia e della cultura europea e con un fasto che sbalordiva i Milanesi. A Beatrice piaceva sentirsi al centro dell’Universo; la pompa e lo sfarzo, di cui si circondò a Milano, sono stati così descritti dal cronista Bernardino Corio nella sua vivace Historia di Milano: «La Corte dei nostri principi era splendidissima, piena di nuove mode, abiti e piaceri. Nondimeno in quel tempo erano tanto coltivate le virtù che s’era desta tanta emulazione tra Minerva e Venere che ciascheduna di esse cercava di ornare quanto più poteva la propria scuola. A quella di Cupido da ogni lato accorrevano bellissimi giovani; i padri vi concedevano le figlie, i mariti le mogli, i fratelli le sorelle, ed in tal modo senza verun riguardo molti concorrevano all’amoroso ballo che da qualunque si udiva ciò era riputata stupendissima cosa. Minerva anch’essa con tutte le proprie forze cercava di ornare la sua gentile accademia per il che chiamò a propri stipendi Ludovico Sforza, principe glorioso ed illustrissimo, il quale sino quasi dall’estreme parti d’Europa avea condotti eccellentissimi uomini. Quivi eravi scuola di greco, quivi risplendevano la poesia e la prosa latina, quivi eran le muse nel rimeggiare, quivi i maestri nello scolpire, quivi i più famosi nella pittura erano accorsi da lontani Paesi; quivi eranvi soavi e dolcissime armonie d’ogni genere di canti e di suoni che sembravano fossero mandati dal cielo all’eccellente Corte». Il grande Leonardo, giunto a Milano nel 1482 (o 1483), era, diremmo noi, il «regista» di queste feste; ma nello stesso tempo dipingeva il Cenacolo, progettava il monumento equestre a Francesco Sforza, padre di Ludovico, e studiava il regolamento del corso dei Navigli con le ingegnose chiuse, che servirono più tardi da modello persino nella costruzione del canale di Panama.

Castelli, ville, abbazie ci ricordano tuttora quel periodo storico; Milano si arricchì di splendide opere d’arte come il chiostro di Sant’Ambrogio, la cupola di Santa Maria delle Grazie, il Lazzaretto. Il Castello Sforzesco raggiunse il suo massimo splendore con la maestosa torre centrale, l’intrico interminabile delle sue stanze lussuose, i soffitti dipinti da Leonardo, i pavimenti a intarsi, i vetri istoriati delle finestre, i cuscini ricamati, i tappeti persiani, le statue di Cristoforo Solari e di Cristoforo Romano, gli arazzi con le storie di Troia e di Roma, e quasi dappertutto i resti gloriosi di Grecia, di Roma e d’Italia; in questa atmosfera di splendore i dotti si mescolavano ai guerrieri, i poeti ai filosofi, gli artisti ai condottieri, e tutti costoro a delle donne la cui grazia naturale era aumentata dalla massima raffinatezza nell’uso dei cosmetici, dei gioielli e delle vesti; gli uomini – anche se soldati – erano pettinati con gran cura e riccamente vestiti, le orchestre suonavano con vari strumenti musicali e le sale si riempivano di canti e di balli in maschera. Il Moro capiva in pieno il valore dell’arte, della letteratura, delle scienze, perché era un uomo intelligentissimo, un vero mecenate.

Ancora oggi si discute se egli, in realtà, fu un gentiluomo o una canaglia. Probabilmente, fu l’uno e l’altro. Fu il classico «uomo» del Rinascimento, pieno di difetti e di pregi: faceva assassinare Cicco Simonetta e poi andava devotamente ad ascoltare la Messa; organizzava tradimenti e si commuoveva davanti agli orfani; anche dopo le nozze continuò ad intrattenere le vecchie relazioni amorose, in particolare quella con l’avvenente Cecilia Gallerani (la famosa Dama con l’ermellino ritratta da Leonardo da Vinci), che aveva alloggiato a Corte con tutti gli onori. Accolse lo straniero in Italia e nello stesso tempo fondò l’Università di Pavia, fece costruire dal Bramante Santa Maria delle Grazie, fece terminare la Certosa di Pavia, incoraggiò le arti, le scienze, l’agricoltura, la tecnica.

Tutta l’arte e la cultura del Rinascimento ebbero una mirabile espressione sotto di lui. Dei Lombardi il Papa Alessandro VI diceva che «erano il quinto elemento del mondo» e ancor oggi a Londra la via Lombard Street ricorda l’influenza che i banchieri lombardi avevano nella finanza di tutta Europa.
Nel 1494 la situazione precipitò. Alfonso d’Aragona, pressato dalla figlia Isabella, accentuò la sua ostilità contro Ludovico. Il Papa e i Medici sostenevano gli Aragona contro l’invadente e troppo fortunato Signore Milanese. Ludovico si sentì minacciato e decise perciò di ricorrere ad una mossa disperata. Già da tempo era alleato con la Francia il cui Re, Carlo VIII, aveva qualche diritto sul trono di Napoli ed era desideroso di metterci le mani sopra. Ludovico non chiamò il Re in Italia, come lo accusò la storiografia rinascimentale e successiva; acconsentì (come fece anche il Duca di Savoia) e che egli e il suo esercito passassero indisturbati attraverso l’Italia Nord-Occidentale. Così nel settembre del 1494 Carlo VIII scese in Italia attraverso il passo del Monginevro con un esercito che era il migliore d’Europa come uomini, mezzi e disciplina: 18.000 cavalieri e 22.000 fanti. Questa fu la prima invasione straniera in Italia.

Carlo fu accolto trionfalmente a Torino e ad Asti, e a Pavia si incontrò con l’ormai morente Gian Galeazzo. Il 21 ottobre, a venticinque anni, l’infelice giovane morì e Ludovico (che fu sospettato di averlo avvelenato, anche se probabilmente a torto) «s’è facto Ducha a bacchetta», come disse un cronista.
Intanto Carlo VIII, dopo avere passato Firenze e Roma, il 22 febbraio del 1495 entrava a Napoli tra le acclamazioni della popolazione e senza incontrare alcuna resistenza. Ma non vi rimase nemmeno tre mesi perché il volubile Ludovico aveva cambiato idea; si era accorto, un po’ tardi se vogliamo, che tirarsi in casa uno straniero tanto agguerrito e «famelico» era un gravissimo errore, e per riparare al malfatto si adoperava per formare con Venezia, la Spagna, il Papa Alessandro VI e l’Imperatore Massimiliano una lega per scacciare i Francesi.

Carlo VIII, che sperava di andare a Costantinopoli per scacciarvi i Turchi e diventare il padrone del Mediterraneo, vide il suo bel sogno andare in cocci. Per non farsi intrappolare risalì la Penisola; a Fornovo sul Taro, il 6 luglio 1495, si scontrò con l’esercito della lega, superiore di numero ma poco affiatato e male armato, riuscì a fatica a farsi largo e se ne tornò in Francia con la coda tra le gambe, mentre a Napoli riprendevano il potere gli Aragona.

Ludovico era convintissimo di avere trionfato, mentre invece si avvicinava sempre più il giorno della sua rovina. Oltretutto, la morte di Lorenzo il Magnifico aveva privato la Penisola dell’uomo che più era stato fautore della concordia fra i vari Stati. Nel 1498 Carlo VIII morì e salì al Trono di Francia il duca di Orléans, che divenne il Re Luigi XII. Gli Orléans erano discendenti di Valentina Visconti, perciò, come si usava allora, Luigi XII riteneva che il Ducato di Milano gli spettasse di diritto.
Egli, invocato con cecità unica dagli Stati nemici del Ducato di Milano, e soprattutto da Venezia, cominciò col nominarsi Duca di Milano; poi nel 1499 scese in Italia. Il suo esercito era molto più forte di quello di Ludovico, perciò nel settembre 1499 le sue truppe guidate da un Italiano, Gian Giacomo Trivulzio, conquistarono Milano; Ludovico, dopo molte peripezie, riuscì a raggiungere Massimiliano a Innsbruck per chiedergli aiuto. I Francesi ben presto si fecero odiare in Lombardia per la superbia e la rapacità dei soldati, e il mantenimento delle pesanti imposizioni fiscali che s’era promesso di abolire; lo stesso Trivulzio era un uomo, a detta del Guicciardini, «di natura fazioso e di animo altiero e inquieto» il quale «favoreggiava con l’autorità del magistrato, molto più che non era conveniente, quegli della sua parte» e non era alieno da atteggiamenti brutali.

Ludovico il Moro credette che la sua stella tornasse a brillare; assoldò 8.000 mercenari svizzeri e tedeschi e, con l’aiuto degli amici che conservava a Milano, riuscì a riconquistare la città (5 febbraio 1500), puntando poi su Pavia, quindi su Vigevano e infine su Novara.
I Francesi però non si diedero per sconfitti; il Re Luigi corse ai ripari facendo affluire nuove truppe e comprando i capi delle truppe mercenarie di Ludovico, che da tempo non erano state pagate. Così, quando il 10 aprile 1500 i due eserciti si scontrarono presso Novara, le truppe di Ludovico fuggirono al primo assalto, non solo, ma consegnarono lo stesso Duca al nemico.

Egli accettò la sua sorte. Triste, stanco, con i capelli tutti bianchi si avviò verso il suo destino. Era solo, ormai; l’adorata Beatrice era morta tre anni prima; non aveva più amici. Passò con capo eretto per le vie di Lione, in mezzo ad una folla che lo insultava, e fu rinchiuso nel castello di Lys-Saint-Georges nel Berry, dove passò le giornate a leggere la Bibbia, a pregare e a giocare con uno dei suoi innumerevoli nani che l’aveva seguito fin lì. Fu trasferito successivamente nel castello di Loches, nella Francia Centrale. Cercò di fuggire travestito da contadino su un carro carico di paglia, ma si perse nei boschi, fu braccato dai cani, ripreso e relegato nei sotterranei, senza libri né materiale per scrivere. Là rimase in prigionia e là morì dimenticato, nel buio e nella solitudine, il 17 maggio del 1508, all’età di cinquantasette anni.

Per alcuni, Ludovico il Moro fu un traditore, per altri un tiranno astuto e illuminato, per altri ancora un avventuriero volubile, ambizioso e senza scrupoli: fu in realtà un miscuglio di tutto questo, come tutti i despoti del suo tempo. Girolamo Tiraboschi, uno dei più grandi storici italiani dell’Ottocento, diceva che, se si tien conto dei numerosissimi dotti che piovvero alla Corte di Ludovico da ogni parte d’Italia con la sola speranza di ricevervi onori e ricompense; se si tien conto di quanti pittori e quanti architetti egli fece chiamare a Milano e quanti nobili edifici egli fece edificare; se si ricorda come volle fondare e dotare la magnifica Università di Pavia, e tante altre scuole di ogni scienza in Milano; e se oltre a tutto questo leggiamo gli splendidi encomi e le epistole dedicatorie indirizzatigli da studiosi di ogni Paese, siamo veramente portati a considerarlo il miglior principe che mai sia esistito.
Giovanni Antonio Boltraffio, Ritratto di Ludovico il Moro, raccolta privata, Milano (Italia)



mercoledì 26 luglio 2017

Mary Shelley.




Luigi Quaglia a 

La morte di Mary Shelley
Gli ultimi anni di Mary Shelley furono pesantemente segnati dalla malattia. 

Dal 1839 soffrì di gravi emicranie e colpi apoplettici in varie parti del corpo che le impedirono di leggere e scrivere. Il 1º febbraio 1851, a Chester Square, morì all'età di cinquantaquattro anni per quello che venne definito un probabile tumore al cervello.

Mary Shelley aveva chiesto di essere sepolta con suo padre e sua madre; Percy e Jane però definirono "atroce" il cimitero di St Pancras, preferendo invece il cimitero della chiesa di St Peter a Bournemouth, vicino alla loro nuova casa di Boscombe. Nella nuova tomba furono trasferite le ceneri di William Godwin e Mary Wollstonecraft e in seguito anche quelle di Percy e Jane Shelley. 

Per il primo anniversario della morte di Mary, la coppia decise di aprire il cassetto della sua scrivania. All'interno trovarono le ciocche dei capelli dei suoi figli, un quaderno compilato assieme a Percy e una copia del suo poema Adonais con una pagina ripiegata attorno a un involto di seta contenente le ceneri del cuore di Shelley.

Abramovic. L’esperimento si dimostrava semplice: l’artista Abramovic doveva restare immobile come se fosse un oggetto inanimato, per un periodo di 6 ore. Durante questo periodo, i partecipanti e i visitatori, potevano interagire con il suo corpo ed usare su di esso, i 72 oggetti esposti su un tavolo vicino. Sul tavolo l’artista aveva collocato anche il seguente messaggio: istruzioni: – Ci sono 72 elementi sul tavolo e si possono usare liberamente su di me. – Premessa: io sono un oggetto. Durante questo periodo, mi prendo la piena responsabilità di ciò che accade. – Durata: 6 ore (20: 00-02h00) C’era oggetti di piacere, come piume, bastoncini di seta, fiori, acqua .. e altri di dolore e di morte, come coltelli, catene, una pistola carica. All’inizio il pubblico sembrava titubante. Qualcuno la decorava con i fiori, altri la legavano con una corda, altri ancora le procuravano solletico … Dopo si sono scatenati … L’uso delle catene, il corpo bagnato con dell’acqua, intensificava le reazioni e le emozioni del pubblico. Il critico d’arte Thomas McEvilley, che ha partecipato all’evento, ricorda come la violenza andasse intensificandosi. “L’esperimento è iniziato quasi con timore. Qualcuno le girava intorno. Qualcuno le alzava braccia in aria … qualcuno la toccava intimamente… Ma poi un uomo ha usato una lama di rasoio per farle un taglio sul collo e un altro ha scelto di usare le spine di una rosa per graffiarle la pancia. “Un terzo, ha iniziato a tagliare i suoi vestiti con una lama di rasoio. Verso la fine , le stesse lame hanno cominciato a ferirle la pelle. Iniziano diversi approcci sessuali, ma lei era così concentrata nella sua parte, che avrebbe resistito ad uno stupro o anche al suo assassinio “, spiega McEvilley. Estremo il momento in cui nelle mani dell’Abramovich viene messa la pistola carica, appoggiata e diretta al collo. Nelle ultime ore, la performance è diventata ancora più spaventosa.


L’esperimento si dimostrava semplice: l’artista Abramovic doveva restare immobile come se fosse un oggetto inanimato, per un periodo di 6 ore. Durante questo periodo, i partecipanti e i visitatori, potevano interagire con il suo corpo ed usare su di esso, i 72 oggetti esposti su un tavolo vicino.

Sul tavolo l’artista aveva collocato anche il seguente messaggio:

istruzioni:
– Ci sono 72 elementi sul tavolo e si possono usare liberamente su di me.
– Premessa: io sono un oggetto. Durante questo periodo, mi prendo la piena responsabilità di ciò che accade.
– Durata: 6 ore (20: 00-02h00)

C’era oggetti di piacere, come piume, bastoncini di seta, fiori, acqua .. e altri di dolore e di morte, come coltelli, catene, una pistola carica. All’inizio il pubblico sembrava titubante. Qualcuno la decorava con i fiori, altri la legavano con una corda, altri ancora le procuravano solletico …

Dopo si sono scatenati …
L’uso delle catene, il corpo bagnato con dell’acqua, intensificava le reazioni e le emozioni del pubblico. Il critico d’arte Thomas McEvilley, che ha partecipato all’evento, ricorda come la violenza andasse intensificandosi. “L’esperimento è iniziato quasi con timore. Qualcuno le girava intorno. Qualcuno le alzava braccia in aria … qualcuno la toccava intimamente…

Ma poi un uomo ha usato una lama di rasoio per farle un taglio sul collo e un altro ha scelto di usare le spine di una rosa per graffiarle la pancia.

“Un terzo, ha iniziato a tagliare i suoi vestiti con una lama di rasoio. Verso la fine , le stesse lame hanno cominciato a ferirle la pelle. Iniziano diversi approcci sessuali, ma lei era così concentrata nella sua parte, che avrebbe resistito ad uno stupro o anche al suo assassinio “, spiega McEvilley.

Estremo il momento in cui nelle mani dell’Abramovich viene messa la pistola carica, appoggiata e diretta al collo.

Nelle ultime ore, la performance è diventata ancora più spaventosa.

“Sono stata violentata”, ricorda l’artista Marina Abramovic. “Hanno tagliato i miei vestiti e sono stata parzialmente denudata, mi hanno frustata con le spine di una rosa sul ventre.” 

Il risultato?
Quest’opera d’arte ha dimostrato quanto rapidamente la violenza contro gli altri si intensifichi quando le circostanze sono favorevoli.

Sei ore dopo l’esperimento, l’artista girava ancora nella stanza, ma i partecipanti evitavano di guardarla in viso. Le persone si comportavano con una certa normalità, come se avessero già dimenticato la loro aggressione contro la donna.

“Questo lavoro rivela qualcosa di terribile sull’ umanità. Dimostra quanto velocemente una persona può far male in circostanze favorevoli. L’esperimento mostra come sia facile disumanizzare, abusare, di una persona che non lotta, che non si difende. Dimostra inoltre, che fornendo lo scenario adatto, la maggior parte delle persone apparentemente “normali” , puo’ diventare estremamente violenta. ”

Certamente un lavoro controverso, ma illuminante, che ci fa pensare a come gli esseri umani siano tendenzialmente violenti e come questa violenza possa essere facilmente esternata, quando si sa, di non essere giudicati. Spaventoso, non è vero?

http://www.piccolestorie.net/2017/05/22/donna-permette-al-pubblico-usare-suo-corpo-un-oggetto-6-ore-quello-accaduto-agghiacciante/




La banalità del male: basta un contesto facilitante e la nostra debole moralità crolla
Mi ha ricordato le avvilenti conclusioni di Zimbardo e Adorno nei loro esperimenti.
[...] Non c'è stata nessuna selezione. Erano le persone che entravano spontaneamente alla mostra. 
Non è un esperimento di laboratorio, è un'osservazione in contesto naturale ma direi che il pubblico era casuale.



aspetta un attimo. Direi che il "risultato" dell'esperimento dipende molto anche da chi partecipa ad esso. Chi erano le persone che hanno "usato" l'artista? Chiaro che se mi prendi padri di famiglia, o un gruppo di buddisti forse non succede niente mentre se mi vai a pescare gli elementi da un rave party BDSM bhe forse le cose cambiano un po.... [...] nessuno è immune al male ma ci sono livelli e livelli. Personalmente io sono ben lontano dall'essere un santo ma ho i miei limiti e mentre ci sono cose che in situazioni favorevoli potrei fare, non mi passerebbe per l'anticamera del cervello di stuprare una donna solo perche lei sta li immobile e mi firma un documento dove "si prende la responsabilita". 
Il mio commento non era sull'essere o meno immuni a qualcosa ma sul fatto che le reazioni estremiste dell'esperimento in questione erano già presenti in quelle persone e con un gruppo diverso forse sarebbe stato molto diverso il risultato.





Conosco questa performance della Abramovic. 
Concordo con quanto affermato nell'articolo, tuttavia non è stato scritto che si vennero a creare due "macrogruppi" di persone: il primo è quello descritto sopra, il secondo è quello formato da persone che si opposero alle violenze, e provarono a difenderla.
È vero, il male è insito in ognuno di noi e ci sono delle circostanze che "lo favoriscono". 
Ma resta comunque una scelta, a mio modestissimo avviso.




C'e da dire peró, che non è che le.condizioni erano neutre.per cui la.violenza umana emerga semplicemente perchè si può... il pubblico è stato sfidato dalla stessa performance, con la.premessa «sono un oggetto», e con i 72 elementi per.niente scelti a caso (come la.pistola carica)



dal mio punto di vista la prima responsabilità, distruttrice e masochista, è dell'artista che invita il pubblico ad esprimere il peggio di sè attraverso le sue scelte: comincia con il definirsi un oggetto e lo sottolinea; invita ad usare su di lei liberamente gli oggetti; e si prende la responsabilità di quel che accade. Le premesse, tutte, potevano far prevedere quel che sarebbe successo.



Non è arte...ne' parte...una ricerca che mi lascia molto perplessa sullo stato psico fisico della "artista"...non metto in dubbio che questo sacrificio non sia servito ad illuminarci sulla condizione disumana in cui l'uomo versi e ciò che l'occasione induca a fare anche tra gli insospettabili...ma a me convince ben poco questa istigazione a delinquere...perché? A che fine? Disistima? Oppure scendiamo più giù.... Masochismo? Una sfida pessima direi ai confini di una irrealtà assurda...vittimismo o altro...non credo ad una utilità dal punto di vista scientifico...credo più alla lucida follia di una persona in bilico tra oblio e estasi...




Piu' che un'esibizione artistica mi pare un'esperimento psicologico! 
(Tenendo conto anche delle riflessioni di Beatrice Impronta,che comunque probabilmente sono state fatte anche da altri e forse anche da chi le ha usato delle violenze...un masochista che esponga il suo corpo nudo sembra quasi sollecitare le istanze degli individui sadici presenti...con questo non li si giustifica,ma quegli oggetti da usare su di lei potevano sembrare una specie di provocazione)




L'artista ha "solo" dipinto un quadro, usando come pennelli le pulsioni e le fragilità umane. 
Il ritratto finale non è stato il suo corpo, usato ed abusato, ma il comportamento della gente durante ma soprattutto dopo le 6 ore. In fondo i veri usati ed abusati sono stati proprio loro. Oggi le cose non sono molto cambiate e l'uomo ha bisogno del consenso della massa per tirar fuori, pubblicamente, le proprie debolezze o della certezza dell'immunità. Se avessimo la certezza della inesistenza di un Dio...il mondo si distruggerebbe in pochissimo tempo.




Sembra quasi che alcuni abbiano volutamente punito la donna, della serie: Stai qui ferma e lasci fare tutto? Ora vediamo se reagisci!! Credo che in parte questo sia stato il ragionamento fatto da alcuni soggetti. Loro dei mostri, lei... al suo posto non l' avrei fatto, queste forme d' arte estreme, che mettono a rischio la vita...non le capisco.







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