martedì 30 agosto 2016

Ito Ogawa. Ci sono cose che non possono assolutamente tornare. Ma che al tempo stesso, pur non potendo tornare, restano eternamente presenti. E ci sono poi moltissime cose, dormienti da qualche parte in questo mondo, che basta cercarle pazientemente per trovarle.

«Ci sono cose che non possono assolutamente tornare. Ma che al tempo stesso, pur non potendo tornare, restano eternamente presenti. E ci sono poi moltissime cose, dormienti da qualche parte in questo mondo, che basta cercarle pazientemente per trovarle.»
Ito Ogawa, Il ristorante dell’amore ritrovato, traduzione di Gianluca Coci, Neri Pozza Editore, 2010.

lunedì 29 agosto 2016

Edward Banfield, Le basi morali di una società arretrata.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il familismo amorale (dall'inglese amoral familism) è un concetto sociologico introdotto da Edward C. Banfield nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958 (trad. it.: Le basi morali di una società arretrata, 1976), scritto in collaborazione con la moglie Laura Fasano. 


Le tesi di Banfield sono state e sono oggetto di controversia e hanno stimolato un notevole dibattito sulla natura del familismo e sul ruolo della cultura nello sviluppo o nell'arretramento sociale ed economico.

Chiaromonte (alias Montegrano), centro degli studi sul campo che portarono Banfield a enucleare il paradigma del familismo amorale.

La realtà di Montegrano venne analizzata da Banfield durante nove mesi di permanenza sul campo nel biennio 1954/1955, utilizzando strumenti metodologici diversi: osservazione diretta, interviste e test psicologici a campioni rappresentativi della popolazione, dati provenienti da archivi pubblici e privati[5]. Alcuni dei dati raccolti furono poi comparati con quelli provenienti da studi condotti su altre comunità rurali sia della provincia di Rovigo che del Kansas.

Il paradigma del familismo amorale nacque dallo sforzo di Banfield di capire perché alcune comunità siano socialmente ed economicamente arretrate.


Partendo dalla convinzione di Tocqueville che nei paesi democratici la scienza dell'associarsi sia madre di tutti gli altri progressi, e attraverso lo studio di Montegrano, l'autore arrivò a ipotizzare che certe comunità sarebbero arretrate soprattutto per ragioni culturali. La loro cultura presenterebbe una concezione estremizzata dei legami familiari che va a danno della capacità di associarsi e dell'interesse collettivo. Gli individui sembrerebbero agire come a seguire la regola:

"massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo".[8]

Sarebbe dunque questa particolare etica dei rapporti familiari la causa dell'arretratezza.[9]

L'autore la denominò familismo amorale. 
Familismo perché l'individuo perseguirebbe solo l'interesse della propria famiglia nucleare, e mai quello della comunità che richiede cooperazione tra non consanguinei. A-morale perché seguendo la regola si applicano le categorie di bene e di male solo tra familiari, e non verso gli altri individui della comunità[8].

L'amoralità non sarebbe quindi relativa ai comportamenti interni alla famiglia, ma all'assenza di ethos comunitario, all'assenza di relazioni sociali morali tra famiglie e tra individui all'esterno della famiglia.


https://it.wikipedia.org/wiki/Familismo_amorale



Edward Banfield 
Le basi morali di una società arretrata

Le tesi elaborate in questo libro ormai classico non hanno mai smesso di suscitare un'eco estesa ben oltre il mondo degli studiosi. L'espressione "familismo amorale", coniata da Banfield per spiegare l'arretratezza, o meglio la mancanza di reazione all'arretratezza, di Montegrano (dietro cui si nasconde Chiaromonte, in Basilicata, alla metà degli anni '50), è diventata di uso corrente per etichettare una molteplicità di fenomeni, ma soprattutto per individuare un presunto "difetto" fondamentale della società italiana. Avverso allo spirito di comunità, disposto a cooperare solo in vista di un proprio tornaconto, il familista amorale si comporta secondo la seguente "regola aurea": massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare, nel presupposto che tutti gli altri agiscano allo stesso modo. Una interpretazione discussa ma di indubbia efficacia nell'indicare i guasti provocati dalla cronica carenza di senso civico.

Edward C. Banfield (1916-1999), consigliere di diversi presidenti americani, ha insegnato nelle Università di Chicago e Harvard. Tra le sue opere ricordiamo "Political Influence" (1961) e "The Unheavenly City Revisited" (1974).

https://www.mulino.it/isbn/9788815134165



Il particulare italiano da Guicciardini a Banfield 
Tra l’auto- e l’etero-riconoscimento Pierluca Birindelli In 1958 [...]

Ahi serva Italia, di dolore ostello, 
nave sanza nocchiere in gran tempesta, 
non donna di province, ma bordello! 
Dante Alighieri


L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, / 
ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. / 
Onestà tedesca ovunque cercherai invano, / 
c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;/ 
ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida, / 
e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé 
Johann Wolfgang von Goethe. 

L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. 
I fessi lavorano, pagano, crepano. 
Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, 
che non fanno nulla, spendono e se la godono 
Giuseppe Prezzolini


L’Italia conta oltre 50 milioni di attori. 
I peggiori stanno sul palcoscenico 
Orson Welles 


[...] Nel 1768 Giuseppe Baretti scrive An Account of the Manners and Customs of Italy; with Observations on the Mistakes of Some Travelers, with Regard to that Country: è la risposta seccata2 alla descrizione di terribile arretratezza delle condizioni economiche, morali e civili dell’Italia (soprattutto meridionale) date dal chirurgo Samuel Sharp, in Letters from Italy (1767)
L’incipit completo afferma: 

1 L’apertura alla letteratura e alla narrativa è indispensabile per comprendere l’immaginario collettivo degli italiani: opere come la Divina Commedia, I promessi sposi, e Pinocchio, per limitarsi agli esempi più significativi, sono essenziali per la comprensione dei tratti connotativi profondi della società e cultura italiana, e non soltanto. 

2 Probabilmente, molti critici di Banfield sottoscriverebbero questo passaggio del Baretti (dalla traduzione Dei modi e costumi d’Italia): 
«Pochi libri sono così ben accetti alla maggior parte dell’umanità come quelli che abbondano di calunnie e invettive. […] Gli uomini s’invaghiscono di ciò che è meraviglioso nei modi e nei costumi come negli eventi; e uno scrittore di viaggi che aspiri alla celebrità nel proprio paese è generalmente quanto basta per portare in patria da oltre i confini di quei materiali in abbondanza per gratificare in un sol colpo la malignità e l’amore della novità predominanti in tanti dei suoi lettori .[…] Così si spaccia agli sprovveduti il falso per il vero, e così si mantengono gli uomini in quella ristrettezza di pensiero e in quei pregiudizi campanilistici che dovrebbe essere il nobile fine del viaggiare e dei libri di viaggi di curare» (2003: 11-12).

[...] L’immagine dell’italiano primitivo viene delineata, pertanto, anche dai viaggiatori del Grand Tour. [...] L’ideale romantico di un’Italia passionaria, ribelle e decadente alimenterà gli scritti di Stendhal nelle Chroniques italiennes e di M.me de Staël in Corinne ou l’Italie; ed è proprio quest’ultimo romanzo-saggio che lancia in Europa il mito dell’Italia e degli Italiani 6 . Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di Leopardi (1824, le citazioni da un’edizione del 1991) ha come interlocutore implicito proprio Corinne: con questo dialogo a distanza inizia a penetrare per la prima volta in Italia la locuzione “carattere nazionale” – coniata nell’ambito della pubblicistica francese che va da Montesquieu a Voltaire a M.me de Staël. [...] La variabile chiave per comprendere gli attributi morali, oggi culturali, era l’elemento geografico-climatico: uomo del Nord e del Sud. Secondo Leopardi, il clima mite avrebbe indotto gli italiani a condurre una vita prevalentemente sociale (nella piazza, nel corso, etc.) e, quindi, a concentrarsi sugli aspetti visibili dell’identità 7 . 
Lo sbilanciamento sul versante esteriore, sempre secondo Leopardi, avrebbe sminuito il culto della vita interiore: l’uomo italiano del tempo avrebbe avuto, pertanto, difficoltà nella costruzione di un “Io profondo”, slegato dalle interazioni e coltivato nella solitudine domestica – e la problematicità nell’attivare una conversazione interiore avrebbe determinato una difficoltà di conversazione con l’Altro tout court. È sempre Leopardi ad anticipare in maniera sorprendente la principale chiave di interpretazione sociologica della società italiana, ovvero l’assenza di una “società stretta”: una ruling class, una borghesia consapevole del proprio ruolo storico. 6 


[...] È interessante, a questo riguardo, un altro libro cult che ho visto in mano a molti studenti americani in Italia: La bella figura di Beppe Severgnini, che si cimenta nella costruzione di un motto nazionale italiano: «Mangiar bene, comprar qualcosa, mostrarsi molto ed eccitarsi un po’». 

Il poeta di Recanati osservava, già allora, l’assenza in Italia di un ceto motore del processo di modernizzazione, cioè una borghesia illuminata che imponesse l’ethos all’intero corpo sociale e che si assumesse la responsabilità di scandire le regole non scritte, ma socialmente stringenti e condivise, le moral basis che costituissero il “tono” di un’intera nazione. Sempre seguendo Leopardi, la base morale rappresenta l’humus culturale per la formazione di un controllo e autocontrollo sociale, indispensabile alla strutturazione di una società moderna. Questi fondamenti promuoverebbero una sorta di universalismo, atto al contenimento dell’atteggiamento opposto, ovvero il particolarismo, che – e questo è il primo punto essenziale di questo saggio – era già stato ben individuato e così nominato verso la fine del Rinascimento, molto prima dell’indagine di Banfield e delle note di viaggio del Grand Tour.

Secondo la prospettiva sviluppata in queste riflessioni, declinare il “familismo amorale” nell’espressione più sobria e di maggior generalità “particolarismo”, permette – assieme ad altri passaggi analitici e rispettive conclusioni – di uscire dalle secche di un dibattito sociologico che dura oramai da un lustro. 

L’invettiva leopardiana contro chi faceva «tuono e maniera da se», seguendo «l’uso e il costume proprio» – massimizzando, cioè, l’interesse privato (proprio, del proprio nucleo familiare, della propria corporazione) a dispetto di quello collettivo – si lega in maniera sorprendente alle interpretazioni di Banfield. Quindi, da una parte l’interpretazione socio-culturale italiana, efficacemente sintetizzata dal guicciardiano particulare, affonda nei secoli, dall’altra – il secondo punto essenziale di questo contributo – è un’attribuzione indigena, in altre parole “ce la siamo detta-data da noi stessi”. 

L’idea di una mancanza strutturale di senso civico, pertanto, appartiene innanzitutto al momento dell’auto-riconoscimento identitario. [...]

Il resoconto narrativo è, infatti, il primo e più potente strumento interpretativo e conoscitivo di cui gli esseri umani – come soggetti socio-culturalmente situati – fanno uso per conferire senso alle proprie esperienze di vita (Bruner 1990, 1991) 9. L’essere umano è stato tradizionalmente definito zoon logikon, animale dotato di ragione; oggi può essere definito, più concretamente, come animale simbolico: prima di quello che potrebbe essere chiamato il logos posteriore della comprensione scientifica e della relativa produzione scritta, c’è il logos anteriore del discorso narrativo. La gente racconta storie dalla creazione del mondo, molto prima di cominciare a costruire la fisica matematica. Il discorso, l’articolazione delle parole (logos) è ciò che distingue l’uomo da tutte le altre specie animali. Nella misura in cui il logos del racconto precede il logos del discorso teoretico, lo zoon logikon della filosofia greca potrebbe essere tradotto come “animale narrante”. Se queste osservazioni venissero condivise, la comunità sociologica italiana non dovrebbe attendere ancora a lungo – un lustro è un lasso di tempo più che sufficiente – come tanti Vladimiri ed Estragoni: l’auspicio è che Godot si rechi nel meridione d’Italia e faccia uno studio di comunità à là Thomas & Znaniecki, o à là coniugi Lynd – perché se è chiaro che si può far meglio di Banfield, è pure chiaro che bisogna provarci. [...]

Ma, sin dai tempi di Orazio, sappiamo quanto siano poca cosa le leggi non supportate dal costume. [...] Ancora sul peso storico del concetto di particolarismo Parafrasando un’efficace proposizione contenuta in un saggio di Alfio Mastropaolo (2009), In principio non era Banfield 12: infatti, l’inizio di questa storia non può essere contrassegnata dalla venuta dello studioso nordamericano in Italia. [...] la locuzione più appropriata è: “In principio era Guicciardini”, oppure “In principio era Leon Battista Alberti”. Leon Battista Alberti, tra il 1433 e il 1441, scrive un trattato: I libri della famiglia (1972). L’architetto fiorentino, considerato espressione sublime e completa dell’umanesimo rinascimentale, intende con “masserizia” l’arte di organizzare la famiglia – luogo strumentale e affettivo al tempo stesso – come un’azienda. Secondo Alberti le famiglie – che si reggono con la “roba”, gli amici e le buone relazioni con l’autorità – non formano mai una civitas; per quanto riguarda la politica, essa serve a portare via qualche licenza, altrimenti è considerata un problema da aggirare: «Non si scorge mai, assolutamente mai, nell’opera di Leon Battista Alberti, un ‘grappolo’ di famiglie, che giungano a formare una civitas, una società» (Tullio-Altan 1986: 23). 

Il “Discorso” leopardiano dà corpo e peso alla cultura, ai costumi, alla contrapposizione Nord-Sud, ma soprattutto alla famiglia tratteggiata da Leon Battista Alberti e al “paese del tornaconto personale” che Francesco Guiccciardini (1576) chiama il particulare. È, infatti, Guicciardini a estendere per primo l’ombrello semantico del termine “particolare”14 in questa direzione: una 13 L’altra separazione, inopportuna per un’interpretazione sociologica proficua, è l’annosa divisione in due grandi “bande”: strutturalisti e culturalisti. Con una metafora contemporanea, è come tentare di capire l’agire sociale dividendo il software dall’hardware. Questi due grandi gruppi si dividono in ulteriori sottogruppi: chi conta (quantitativi) e chi narra (qualitativi); chi “macro”, chi “micro”, chi (addirittura) “meso”; chi “lavoro” e chi “consumo”; e via dicendo, su piani diversi: cattolici versus marxisti; locale, globale e glocale; chi sta per il capitale sociale e chi per quello economico, in una sorta di regressione infinita che talvolta pare allontanarsi, nei libri come nelle aule, dai maestri della sociologia che si sono dati da fare sia per riunire (Bourdieu che, oltre a quello sociale ed economico, mette in campo il capitale culturale e simbolico), sia per tenere distinte pratiche che dovrebbero appartenere a sfere diverse (Max Weber sulla scienza e sulla politica). Forse il sociologo del 2011 dovrebbe smettere di sentirsi così a suo agio nei panni di Guelfo o di Ghibellino. 14 

Per Aristotele il termine particolare aveva a che fare con la conoscenza umana: «A noi risultano dapprima chiare ed evidenti le cose nel loro insieme; e solo in un secondo momento l’analisi ci consente di individuarne gli elementi e i princìpi. Perciò bisogna procedere dall’universale al particolare» (Fisica I, 1: 20-25). 

È la medesima contrapposizione partitiva ‘tutto/parte’ che ritroviamo in Cicerone
«Non mi sono infatti riproposto una trattazione rigorosa e metodica, e neppure mi riprometto di parlare di tutto, senza omettere alcun particolare» (De re publica, I: XXIV). In generale i romani davano al termine ‘particolare’ un’accezione di residualità rispetto al “tutto”. 

In Dante è presente la contrapposizione particolare/universale: 
«Sì come la natura particulare è obediente a la universale, quando fa trentadue denti a l’uomo, e non più né meno, e quando fa cinque dita ne la mano, e non più né meno» (Convivio, I: 7,9). 

È, quindi, il Guicciardini a introdurre i significati legati a comportamenti ‘particolaristici’ intesi nell’accezione moderna. [...] Gli esseri umani tratteggiati dal Guicciardini – che adotta un approccio weberiano ante litteram – sono inclini al particulare nei due sensi: sia economico, sia di “fama e reputazione” (classe e ceto). Lo storico fiorentino considera proprio questo “spirito del tempo” – e non altre forme di “idealismo” o di “universalismo” – il vero pilastro per la costruzione di una vita sociale e civile tesa verso la modernità. L’analisi guicciardiana si concentra sui comportamenti “adeguati”, spesso legati a una “strategia dell’apparenza”, necessari per vivere in una realtà sociale e politica percepita come mutevole e instabile. La ricchezza e la “reputazione” sono indicatori basilari di status per la famiglia, e l’amicizia (oggigiorno: il capitale sociale) è intesa in maniera strettamente utilitaristica, cioè in funzione delle esigenze di posizionamento sociale. Avverso al pronunciarsi sulle “regole” del comportamento umano, il Guicciardini suggerisce la “discrezione” (capacità di discernere) come unica bussola per orientarsi in una realtà sociale precaria, frammentata, variabile. La discrezione sarebbe l’arma che consente agli esseri umani di adeguarsi alla “fortuna”: il Guicciardini è, quindi, pure un fatalista. L’autore dei Ricordi riconosce – al pari di Machiavelli – il valore della dissimulazione per l’uomo politico, ma non per una progettazione politica che evada il qui ed ora del particolare: Guicciardini non crede nel valore superiore dello Stato. In un mondo antesignanamente post-moderno, cioè frammentato e imprevedibile – oggi diremmo “liquido” – per Guicciardini bisogna limitarsi a difendere il proprio particolare. La morale guicciardiana consiste nella ricerca dell’utilità universale solamente attraverso quella particolare. Leopardi loda il “pragmatismo” guicciardiano e la sua capacità di muoversi “al di qua” di una scienza della politica separata dall’uomo. Ma il poeta di Recanati, alla fine, se ne discosta profondamente con un j’accuse: «Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli sia» (1824/1991: 67). 

Da Banfield ai giorni nostri: oltre mezzo secolo di dibattito Nel 1958 Edward Banfield, dopo aver studiato a lungo Chiaromonte, un paese della Basilicata, pubblica The Moral Basis of a Backward Society. Secondo lo studioso americano, la cultura politica dell’Italia postbellica favoriva la perpetuazione di pratiche tradizionalistiche anziché promuovere la stabilità e l’efficienza di istituzioni democratiche moderne. Si trattava di una cultura particolarista che sosteneva interessi locali e personali; una cultura nella quale il sentimento di fiducia era ristretto al solo ambito familiare. Banfield, a tal riguardo, coniò l’ultracitata espressione “familismo amorale”, che é entrata a far parte del vocabolario delle scienze sociali e umane. Le persone che possiedono questo tratto mentale-culturale si comportano secondo la regola: «Massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare, supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo» (1958/1976: 105). Il familista amorale, pertanto, non coltiva né sviluppa condotte community oriented; il familista amorale nutre una profonda sfiducia per la collettività, non coopera con gli altri – a meno che ci sia in ballo un tornaconto personale. La civicness (senso civico) sarebbe, pertanto, l’atteggiamento antitetico al familismo amorale. 

In estrema sintesi16, le tre principali obiezioni al lavoro di Banfield sono: 
metodologiche – le domande per rilevare i valori sono una trappola procedurale (Colombis 1976), la scelta è solo tra familismo e non familismo, non c’è una posizione intermedia; non possiamo prendere il lavoro di Banfield come rappresentativo del Mezzogiorno (Geertz ci direbbe che la questione è mal posta o, più precisamente, inutile, almeno dal punto di vista dell’antropologia culturale17); storiche – alla luce della situazione strutturale, economica e istituzionale, era perfettamente razionale per gli abitanti di Chiaromonte comportarsi così (Pizzorno 1967); politiche – non c’è niente di amorale nell’essere familista, anzi la famiglia poteva essere una buona forma di mediazione tra Stato e cittadino (Miller 1974). 

Quando ero uno studente universitario, le analisi di Banfield non mi parevano così avulse dalla realtà degli anni Novanta (meno che mai da quella attuale). I sociologi italiani, tuttavia, le avevano criticate, e continuavano (continuano) a farlo. Ragioniamo assieme a Pizzorno. Egli diceva che in condizioni di povertà, di marginalità storica e sociale, è razionale cercare vantaggi certi e immediati piuttosto che investire i propri sforzi verso la costruzione di un bene collettivo di là da venire: l’impegno pubblico sarebbe destinato a un sicuro fallimento. Lo studioso italiano, segnalando i limiti di un’impostazione rigida e funzionalistica nello studio dei processi di modernizzazione, considerava il familismo come una variabile dipendente dai rapporti di classe. Pizzorno, 16  [...]

Dopo il familismo e il parrochialismo, viene, sempre seguendo la precisa ricostruzione di Mastropaolo, il clientelismo. Joseph La Palombara nel 1964 pubblica Interests Groups in Italian Politics, uno studio sulle relazioni tra Azione Cattolica, Confindustria e lavoratori della Pubblica Amministrazione. Il titolo nella traduzione italiana del 1967 si trasforma in un più negativo Clientela e parentela. E così, il termine “clientelismo” entra a far parte del linguaggio della sociologia politica: una new entry di un certo peso semantico, potenza retorica, pregnanza e attualità. 

Negli stessi anni, Sidney Tarrow in Peasant Communism in Southern Italy (1967) accosta al termine clientelismo un’altra parola evocativa, che diverrà comune nel vocabolario sociologico per descrivere i rapporti tra famiglia, politica e potere: patronage. Nell’ambito di questo contributo, interessa sottolineare che Tarrow si discosta dalla rappresentazione di un sud arretrato in maniera omogenea e con poche speranze di cambiare nel futuro. La DC secondo Tarrow era riuscita a sviluppare una strategia di raccolta del consenso nei confronti delle classi medie e basse: Tarrow chiama questa strategia new patronage o horizontal clienteles, che vengono tradotti nell’espressione italiana “clientelismo organizzativo” (Mastropaolo 2009: 324). Tarrow non interpreta il new patronage come sintomo di arretratezza culturale e politica, ma – al pari di Pizzorno – come la via meridionale (pure fioren- 19 

Questa, come commenta, fra gli altri, Mastropaolo, è la cultura politica tipica del mondo anglosassone. Per altre critiche ad Almond e Verba vedi Rokkan (1964). L’Italia secondo il politologo norvegese sarebbe stata ridotta a una monocultura, perdendo la varietà delle sfaccettature regionali. [...] Questo nuovo clientelismo è considerato una forma di arricchimento e mobilità sociale per pochi, che ha scarse ricadute sulla prosperità e sullo sviluppo locale: in pratica, sembra che la ridistribuzione delle risorse statali non possa seguire altro canale al di fuori di quello clientelare

È lo stesso Tarrow che, tuttavia, in un articolo del 1977, The Italian Party System Between Crisis and Transition, si chiede perché in Italia è mancata – manca, direi – una costituency for universalism. La risposta, secondo Tarrow, risiede nella debolezza della borghesia nazionale, quindi del Nord, del Centro e del Sud. [...]

Arriviamo finalmente alle più recenti (1993) analisi di Putnam, che tendono a ricuperare la ‘bontà’ del concetto di familismo amorale e della spaccatura Nord/Sud: nel meridione, in estrema sintesi, manca spirito civico. Putnam, con una vastissima base empirica e con un metodo piuttosto originale 20, segnala quanto la diversa produttività delle amministrazioni regionali italiane sia influenzata dalle diverse tradizioni civiche. [...] Pertanto, la rete di relazioni familiari presenti in una backward society non può essere pensata solamente come ostacolo al processo di sviluppo. [...] 

Anche secondo Tocqueville «Apparteniamo alla nostra classe prima che alle nostre opinioni», che poi aggiunge: «In Italia ciò non è meno vero se sostituiamo alla parola ‘classe’, ‘famiglia’». 22 [...] 

Come hanno accertato decine di ricerche, fra i popoli mediterranei, la famiglia (non l’individuo) è la vera unità decisionale [...] orienta i comportamenti in direzioni precise: trarre vantaggi per sé, per la propria famiglia (o corporazione) a discapito degli interessi collettivi. [...]

Inoltre, è proprio nella premessa teorica implicita o esplicita di queste critiche a Banfield – la profezia che si auto adempie di Merton (1949) – che sta l’altra forza della categoria familismo-particolarismo. Il teorema di Thomas (1923), da cui prende spunto Merton, recita: «If men define things as real, they are real in their consequences». Ed è proprio questo il nodo centrale dell’interpretazione di Banfield che merita riportare nuovamente in inglese: «maximize the material, short-run advantage of the nuclear family; assume that all others will do likewise». [...]

BIRINDELLI, Pierluca. Il particulare italiano da Guicciardini a Banfield Tra l’auto- e l’etero-riconoscimento. SocietàMutamentoPolitica, [S.l.], p. 67-94, nov. 2011. ISSN 2038-3150. Disponibile all'indirizzo: <http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/10319/9548>. Data di accesso: 29 ago. 2016 doi:10.13128/SMP-10319.

http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/10319/9548

Il mio regno per una fiaba. Scrive la Szymborska: I bambini amano essere spaventati dalle favole. Hanno un naturale bisogno di sperimentare emozioni forti. Andersen atterriva i bambini, ma nessuno di loro, una volta diventato grande, gliene ha mai voluto. ... Andersen aveva il coraggio di scrivere favole con un finale triste. Riteneva che non si debba cercare di essere buoni per un tornaconto ..., ma perché la cattiveria è frutto di un limite intellettuale ed emotivo, l'unica forma di miseria da cui tenersi alla larga. Ed è ridicola...

Il mio regno per una fiaba.
Scrive la Szymborska: I bambini amano essere spaventati dalle favole. Hanno un naturale bisogno di sperimentare emozioni forti. Andersen atterriva i bambini, ma nessuno di loro, una volta diventato grande, gliene ha mai voluto. ... Andersen aveva il coraggio di scrivere favole con un finale triste. Riteneva che non si debba cercare di essere buoni per un tornaconto ..., ma perché la cattiveria è frutto di un limite intellettuale ed emotivo, l'unica forma di miseria da cui tenersi alla larga. Ed è ridicola...


Prendete i bambini sul serio

Il mio regno per una fiaba

Tempo fa, mi trovai nella condizione di dover convincere una colta e raffinata scrittrice in merito all'opportunità di leggere le fiabe di Andersen ai nipotini. Lei dubitava: i bambini sono spensierati, lontani dai dolori e dalle vicissitudini della vita, perché far loro una lettura che può turbarli? E, pur essendo stata da bambina una appassionata lettrice di fiabe, concludeva che le fiabe di Andersen non sono adatte ai bambini di oggi. Per convincerla, le spedii in omaggio Letture facoltative (Adelphi 2006), la magnifica raccolta di recensioni che Wisława Szymborska ha dedicato ai “libri inutili” in cui le capitava di imbattersi – manuali, compendi, raccolte di consigli, libri divulgativi sugli argomenti più strani – fra i quali è annoverata la raccolta di fiabe di Hans Christian Andersen. Scrive la Szymborska:


La principessa sul pisello, illustrazione di Tom Seidmann-Freud, 1921

I bambini amano essere spaventati dalle favole. Hanno un naturale bisogno di sperimentare emozioni forti. Andersen atterriva i bambini, ma nessuno di loro, una volta diventato grande, gliene ha mai voluto. Le sue splendide favole sono piene di creature soprannaturali, senza contare gli animali parlanti e i secchi dal pronto eloquio. Non tutti i membri di questa confraternita sono cordiali e innocui. Il personaggio che ricorre con maggiore frequenza è la morte, figura implacabile che irrompe all'improvviso nel cuore della felicità, portandosi via i migliori, i più amati. Andersen prendeva i bambini sul serio. Non parlava loro soltanto della radiosa avventura della vita, ma anche di disgrazie, sventure e sconfitte non sempre meritate. Le sue favole, popolate di creature immaginarie, sono più realistiche di quintali di odierna letteratura per l'infanzia, così ansiosa di risultare verosimile da sfuggire gli incantesimi come la peste. Andersen aveva il coraggio di scrivere favole con un finale triste. Riteneva che non si debba cercare di essere buoni per un tornaconto (proprio quello che i raccontini moralistici di oggi si ostinano a divulgare, e che non sempre, in questo mondo, corrisponde a verità), ma perché la cattiveria è frutto di un limite intellettuale ed emotivo, l'unica forma di miseria da cui tenersi alla larga. Ed è ridicola, quant'è ridicola!

Se vi interessa, trovate qui l'intero brano.


Pollicina, illustrazione di Eleanor Vere Boyle 1872


L'usignolo, illustrazione di Kay Nielsen, 1924


I vestiti nuovi dell'imperatore, illustrazione di Harry Clarke, 1916

Come editore e autrice di libri per ragazzi, a questo atteggiamento degli adulti nei confronti delle fiabe sono abituata, e non da oggi. Figlia di genitori illuminati, negli anni Sessanta crebbi con i personaggi della Lindgren, della Anguissola e di Marcello Argilli, oltre che con le Favole al telefono di Rodari e la divulgazione di Laura Conti. I miei ritenevano le fiabe classiche e popolari inadeguate ai tempi: troppo cariche di sciagure, superstizioni e pregiudizi per educare delle bambine libere. I miei erano colti, avevano sicuri gusti culturali e letterari. Ma di fiabe capivano poco. L'unico libro di fiabe che a quei tempi ho avuto per le mani, a parte il bellissimo volume n. 2, Racconti e fiabe, di I quindici libri (collana che mia madre acquistò per sbaglio, suscitando il disappunto di mio padre) e alcune delle Fiabe sonoredi Fratelli Fabbri Editori, che ci facevano smaniare di delizia e terrore, fu un librone di fiabe nordiche che apparteneva a figli di amici ormai diventati grandi e che ci fu devoluto insieme a giocattoli e a qualche maglione. Era, per me, che pure vivevo in una casa piena di libri, di una bellezza inconcepibile. Una bellezza che lasciava interdetti e non trovava paragoni per formato, legatura, illustrazioni, storie. Non so che fine abbia fatto quel libro ed è strano che non lo sappia, perché gran parte dei libri che amavamo di più sono stati conservati e li ho tuttora con me. Per descrivere quel libro come mi apparve allora, riporto due brani. Il primo è tratto da I cigni selvatici (Topipittori 2008) di Andersen, questo:




La diligenza da dodici posti, illustrazione di Laura Barrett, 2013.


L'intrepido soldatino di stagno, illustrazione di Kay Nielsen, 1924


La regina della neve, illustrazione di Katharine Beverley ed Elizabeth Ellender, 1929

Poco dopo si fece buio, scese la notte, strada e sentieri scomparvero, Elisa si era smarrita. Ma non ebbe paura: si stese sul muschio morbido, appoggiò la testa a un tronco d’albero e prima d’addormentarsi recitò le preghiere della sera. C’era un grande silenzio, l’aria era tiepida e sull’erba e sul muschio attorno a lei splendevano come un fuoco verde centinaia di lucciole. Elisa sfiorò un ramo con la mano e ne cadde una pioggia di piccoli insetti, luminosa come una cometa.
Tutta la notte sognò i fratelli che, di nuovo bambini, giocavano e scrivevano con lo stilo di diamante sulla lavagna d’oro, mentre lei sfogliava il meraviglioso libro illustrato che era costato metà del reame. Sulla lavagna d’oro però i fratelli non tracciavano aste e zeri, come quando erano bambini, ma scrivevano le avventure eroiche che avevano vissuto e ciò che in quegli anni avevano fatto e visto. E anche le figure del libro erano vive: gli uccelli cantavano e le persone uscivano dal libro e parlavano con Elisa e i fratelli. Ma se voltava pagina tutti s’affrettavano a tornare al loro posto per non fare confusione.


Pollicina, silhouette di Kathë Reine


Il brutto anatroccolo, illustrazione di Theo van Hoytema, 1893

Il secondo è un passo di Walter Benjamin, appassionato collezionista di libri illustrati per bambini, tratto dal saggio Sbirciando nel libro per bambini (contenuto in Orbis pictus, Emme edizioni, 1981, oggi in Figure dell'infanzia, Raffaello Cortina Editore 2012), che parla proprio del libro illustrato di cui scrive Andersen nel brano che avete appena letto:

In una fiaba di Andersen compare un libro illustrato di valore pari «alla metà del regno». In esso tutto aveva vita. «Gli uccelli cantavano, gli uomini uscivano dalle pagine» per parlare con la principessina, «salvo a tornar dentro in gran fretta non appena lei voltava il foglio, perché non nascesse confusione fra le figure.» Con la stessa dolcezza e indeterminatezza che animano tante pagine anderseniane, anche questa piccola trovata non fa che rovesciare completamente il meccanismo di cui trattiamo.
Infatti non sono tanto le cose a farsi incontro – fuoriuscendo dalle pagine – al bambino fantasticamente alle prese con le immagini, ma è piuttosto il bambino stesso che – guardando – penetra in esse come nube che si appaga dello splendore cromatico dell'universo figurativo. Di fronte al suo libro illustrato egli realizza la tecnica del perfetto taoista: domina la cortina illusoria della superficie, e tra tessuti colorati e quinte variopinte, calca la scena dove vive la fiaba.

Il mio libro di fiabe nordiche apparteneva a entrambe queste categorie: libri dai quali il dentro trabocca e nei quali si penetra come in una nube, per calcare la scena della fiaba.



L'acciarino, illustrazioni di Heinrich Strub, 1956

Non credo esista periodo migliore dell'anno di questo, natalizio, per regalare un libro che possieda queste caratteristiche. Il perché lo spiega bene Selma Lagerlöf, astro della letteratura scandinava, in Il libro del Natale (Iperborea 2012), quando scrive:

Vedete, devo dire che c'è una tradizione a Mårbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto, metterci sopra una candela, e poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande di tutte le gioie di Natale. Non c'è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri?

Natale è il momento giusto perché bambini e fiabe si incontrino: perché in questa notte, ogni anno, uno di loro, nudo e poverissimo, diventa il re del mondo e re di immensa ricchezza gli si inchinano, portando doni preziosi; perché in questa notte gli animali parlano, esseri alati cantano, le stelle splendono sui tuguri e nel buio della vigilia i giocattoli si animano. Se questi fatti a qualcuno possono apparire sciocchezze, oppure se riesce a considerarli solo parte di un rituale religioso o di un'iconografia legata al folklore, provi a considerarli dal punto di vista del pensiero simbolico, che al contrario di quanto si crede, è uno strumento ad alta precisione, e traduce in immagini potentissime quello che accade nella realtà nelle nostre vite, nelle nostre giornate e nelle nostre menti.



La regina della neve, illustrazione di Kay Nielsen, 1924.


La sirenetta, illustrazione di Jennie Harbour, 1932

Non credo che i bambini oggi siano diversi da quelli di cento anni fa. Certo, sono diversi i contesti e le abitudini familiari, culturali e sociali. La ragione per cui spesso i bambini preferiscono altro ai libri (oltre al fatto che è legittimo avere gusti personali) è che hanno avuto a che fare con libri orrendi, messaggeri di forme di avvilente stupidità e bruttezza. Entrambe caratteristiche che, come si legge in tutte le fiabe, i bambini detestano. Dunque abbiate fiducia in loro e, soprattutto, se volete che amino i libri, regalategli libri che li stordiscano di emozioni e scoperte inattese e profonde.

Se perciò a Natale decidete di regalare fiabe, come consiglio a tutti, fate sì che queste siano contenute in volumi folgoranti. Così smaccatamente belli, scintillanti e generosi di splendore, in tutte le loro parti, così diversi da tutti gli altri libri, da inscriversi nel loro esperienza con lo stigma dell'eccezionalità. Avrete licenza di parlare di fallimento educativo solo dopo aver fatto questo esperimento. Oltretutto quand'anche falliste, vi troverete in biblioteca libri bellissimi che vi diletteranno più di tante novità editoriali prevedibili e noiose.


Rosaspina, illustrazioni di Harbert Leupin, 1948

I due libri di fiabe più belli usciti negli ultimi anni sono quelli che si devono al genio editoriale di Taschen, editore tedesco specializzato, come è noto, in magnifiche edizioni sull'immagine, che alla qualità, produttiva ed editoriale, associa prezzi contenuti: immagini di ogni genere, dall'arte, alla fotografia, all'illustrazione naturalistica e scientifica, alla moda, al design, all'architettura. Non poteva mancare in questa variegata produzione, l'illustrazione per l'infanzia. Realizzati da una curatrice d'eccezione, Noel Daniel, i volumi sono Le fiabe dei Fratelli Grimm (2012) e Le fiabe di Hans Christian Andersen (2013). Nel 2014 è uscito anche Fiabe d'inverno che propone una collettanea di albi illustrati vintage, e che ho recensito nel febbraio 2015 per Doppiozero e trovate qui.

Entrambi i volumi nascono con l'intento di offrire una selezione di fiabe accompagnata dalle immagini più belle tratte da edizioni del passato. Nel caso dei Grimm si tratta di quelle che vanno dagli anni Venti dell'Ottocento, attraverso l'epoca d'oro dell'illustrazione novecentesca, fino alla fine degli anni Quaranta. Una galleria di illustrazioni incredibili, selezionate dalla Daniel con finezza e competenza, esplorando la produzione internazionale. Le ventisette fiabe proposte, tratte dall'ultima edizione pubblicata dai Grimm nel 1857, mescolano titoli famosissimi, come Cenerentola o Biancaneve, a storie incantevoli, ma meno frequentate.


Cappuccetto rosso, silhouette di Kathë Reine


Cappuccetto rosso, illustrazioni di Divica Landrová, 1959


Il libro apre con una concisa, ma informata prefazione, che oltre a introdurre all'opera dei Grimm, spiega le ragioni e i criteri di questa edizione, dalla quale si apprende che i Grimm si resero conto del grande potenziale delle illustrazioni nella comprensione delle fiabe vedendo la prima traduzione in inglese della loro opera, edita fra il 1823 e il 1826, in due volumi, illustrata da George Cruikshank. Da quel momento decisero di editare le fiabe accompagnate da immagini. Le fiabe dei Grimm furono illustrate dai più importanti illustratori del mondo. Il miglioramento delle tecniche di stampa, nel corso del tempo, fece sì che queste edizioni diventassero visivamente sempre più ricche e smaglianti, acquisendo un'influenza determinante nel cambiamento che interessò la letteratura per ragazzi e la produzione di libri a loro destinati, nella quale le figure divennero fondamentali.

La cura grafica delle raccolte si deve all'art direction di Noel Daniel e Andy Disl che, pur sfoggiando spavaldamente tutte le caratteristiche delle edizioni di lusso – oro a bizzeffe, copertina in tela con impressioni in oro e immagine applicata, segnalibro a nastro – non cedono alla tentazione del kitsch, senza rinunciare a quella dell'incanto. Ogni fiaba è introdotta da una stringata e documentata introduzione. Tutte le immagini sono corredate da indicazioni iconografiche accurate, e alla fine del volume si trovano brevi, ma esaurienti biografie degli illustratori. Non pensiate che questi apparati tolgano alcunché alla godibilità del libro, facendone un ingombrante contenitore di informazioni inadeguate a lettori piccoli. Non è così. Le parti critiche, sapientemente distribuite fra indici, aperture di capitoli e appendici, si offrono come spazi supplementari per figure bellissime, dissimulando la loro dotta presenza, o, meglio, mostrandola solo a un lettore adulto. I bambini penseranno solo ad abbandonarsi a tanta sontuosa bellezza.


Rosaspina, illustrazioni di Harbert Leupin, 1948

Il volume dedicato ad Andersen presenta la medesima struttura e grafica, lo stesso formato e gli stessi apparati critici di quello dei Grimm. In una prefazione agile, ma esauriente e approfondita, oltre che di esemplare chiarezza ed eleganza, la Daniel traccia un ritratto dello scrittore danese, portando alla luce le ragioni che ne hanno fatto quello che probabilmente si può considerare il più grande narratore di fiabe di tutti i tempi. La biografia è ripercorsa intrecciando gli eventi della vita ai tratti salienti di quella poetica che dal patrimonio orale delle narrazioni popolari seppe distillare racconti di perfetta modernità dove le ombre dell'inconscio cominciano a tralucere. Le fiabe di Andersen, infatti, ambientate in mondi fantastici e narrate dal punto di vista di bambini e oggetti sono le antesignane dei moderni racconti per l'infanzia, da Alice in Wonderland a The Wizard of Oz fino ad arrivare a Gianni Rodari e a Roal Dahl. Anche nella vicenda letteraria ed editoriale di Andersen, come in quella dei Grimm, l'illustrazione ha un peso consistente, anche in considerazione del fatto che lo stesso scrittore fu un prolifico creatore di splendide silhouette, di cui realizzò centinaia di esemplari. Per i dettagli immaginifici di cui le sue storie erano intessute, Vincent van Gogh lo ritenne un talento rubato alle arti visive. Le edizioni da cui sono tratte le immagini proposte nel volume, frutto di una selezione impeccabile da parte della curatrice, sono in prevalenza datate ai primi vent'anni del Novecento, considerati l'età d'oro dell'illustrazione per ragazzi, ma vi sono anche illustrazioni ottocentesche e della seconda meta del Novecento, fino ad arrivare agli anni Ottanta.

Se è vero che le fiabe sono uno dei pochi generi letterari che possono attrarre contemporaneamente adulti e bambini, le raccolte di Taschen mettono insieme i due pubblici in modo magistrale, con grazia, sapienza e senza forzature. Potrebbe, dunque, essere questa un'occasione imperdibile per leggere insieme, pratica che i bambini, e si spera anche gli adulti, amano: a voce alta, con su un ginocchio un lettore piccolo, e sull'altro un libro grande. Un libro così ammaliante da far considerare l'ipotesi di cedere la metà del proprio reame per averlo.



http://www.doppiozero.com/materiali/babau/prendete-i-bambini-sul-serio

Libero Grassi. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere... Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui

Libero Grassi (Catania, 19 luglio 1924 – Palermo, 29 agosto 1991)
"...Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere... Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui"
Libero Grassi, dal Giornale di Sicilia del 10-1-1991

Alejandro Jodorowsky gli 82 comandamenti. Non instaurare amicizie inutili


«Non instaurare amicizie inutili»

gli 82 comandamenti di Alejandro Jodorowsky

1. Focalizza la tua attenzione su te stesso. Sii cosciente in ogni momento di ciò che stai pensando, percependo, provando, desiderando e facendo.
2. Finisci sempre ciò che hai iniziato.
3. Qualunque cosa tu stia facendo, falla nel miglior modo possibile.
4. Non attaccarti a niente che possa distruggerti nel corso del tempo.
5. Sviluppa la tua generosità – ma fallo segretamente.
6. Tratta chiunque come se fosse un parente stretto.
7. Organizza quello che hai disorganizzato.
8. Impara a ricevere e ringrazia per ogni regalo ricevuto.
9. Smetti di definire te stesso.
10. Non mentire e non rubare, perché facendolo menti a te stesso e rubi a te stesso.
11. Aiuta il tuo vicino, ma non renderlo dipendente.
12. Non incoraggiare altri ad imitarti.
13. Fai piani di lavoro e portali a termine.
14. Non occupare troppo spazio.
15. Non fare movimenti o suoni inutili.
16. Se ti manca la fede, fingi di averla.
17. Non permettere a te stesso di essere impressionato da personalità forti.
18. Non considerare nessuno e niente come di tuo possesso.
19. Condividi equamente.
20. Non sedurre.
21. Dormi e mangia solo il necessario.
22. Non parlare dei tuoi problemi personali.
23. Non esprimere giudizi o critiche quando sei ignorante della maggior parte dei fattori coinvolti.
24. Non instaurare amicizie inutili.
25. Non seguire le mode.
26. Non vendere te stesso.
27. Rispetta i contratti che hai firmato.
28. Sii puntuale.
29. Non invidiare mai la fortuna o il successo di qualcuno.
30. Non dire più del necessario.
31. Non pensare ai profitti che il tuo lavoro genererà.
32. Non minacciare nessuno.
33. Mantieni le tue promesse.
34. Nelle discussioni, mettiti al posto dell’altra persona.
35. Ammetti che qualcun altro potrebbe essere superiore a te.
36. Non eliminare, trasforma.
37. Sconfiggi le tue paure, perché ognuna di loro rappresenta un desiderio camuffato.
38. Aiuta gli altri ad aiutare se stessi.
39. Sconfiggi le tue avversioni e avvicinati a coloro che ti inspirano rifiuto.
40. Non reagire a ciò che gli altri dicono di te, che siano lodi o colpe.
41. Trasforma il tuo orgoglio in dignità.
42. Trasforma la tua rabbia in creatività.
43. Trasforma la tua avidità in rispetto per la bellezza.
44. Trasforma la tua invidia in ammirazione per i valori dell’altro.
45. Trasforma il tuo odio in carità.
46. Non elogiare né insultare mai te stesso.
47. Considera ciò che non ti appartiene come se ti appartenesse.
48. Non protestare.
49. Sviluppa la tua immaginazione.
50. Non dare mai ordini per ottenere soddisfazione dall’essere ubbidito.
51. Paga per i servizi eseguiti per te.
52. Non fare proseliti del tuo lavoro o delle tue idee.
53. Non tentare di far provare agli altri nei tuoi confronti emozioni come pietà, ammirazione, compassione o complicità.
54. Non tentare di distinguerti con la tua apparenza.
55. Non contraddire; piuttosto, resta in silenzio.
56. Non contrarre debiti; acquista e paga immediatamente.
57. Se offendi qualcuno, chiedi il suo perdono; se hai offeso qualcuno pubblicamente, scusati pubblicamente.
58. Quando realizzi di aver detto qualcosa di sbagliato, non persistere nell’errore per orgoglio; piuttosto, ritratta immediatamente.
59. Non difendere le tue vecchie idee semplicemente perché sei colui che le ha espresse.
60. Non tenere oggetti inutili.
61. Non adornare te stesso con idee esotiche.
62. Non tenere le tue fotografie con persone famose.
63. Non giustificarti con nessuno e tieni per te le tue opinioni.
64. Non definire te stesso in base a ciò che possiedi.
65. Non parlare a te stesso senza considerare che potresti cambiare.
66. Accetta che niente ti appartiene.
67. Quando qualcuno chiede la tua opinione circa qualcosa o qualcuno, parla solo delle sue qualità.
68. Quando ti ammali, considera la tua malattia come il tuo maestro, non come qualcosa da odiare.
69. Osserva direttamente e non nasconderti.
70. Non dimenticare i morti cari, ma concedi loro uno spazio limitato e non permettergli di invadere la tua vita.
71. Ovunque tu viva, trova sempre uno spazio da dedicare al sacro.
72. Quando offri un servizio, rendi il tuo sforzo poco appariscente.
73. Se decidi di lavorare per aiutare gli altri, fallo con piacere.
74. Se stai esitando tra il fare e il non fare, corri il rischio del fare.
75. Non tentare di essere tutto per il tuo sposo/la tua sposa; accetta che ci siano cose che non puoi dargli/darle ma che altre persone possono.
76. Quando qualcuno sta parlando ad un pubblico interessato, non contraddire quella persona e non rubare il suo pubblico.
77. Vivi dei soldi che hai guadagnato.
78. Non vantarti mai delle avventure amorose.
79. Non glorificare mai la tua debolezza.
80. Non fare visita a qualcuno solo per passare il tempo.
81. Ottieni cose per poi condividerle.
82. Se stai meditando e il diavolo appare, fai meditare anche il diavolo.

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