giovedì 19 luglio 2018

Clarissa Pinkola Estès, Donne che corrono coi lupi. Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano, e lavorate queste storie della vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete.


Clarissa Pinkola Estés


Le lacrime sono un fiume che vi conduce da qualche parte. 
Il pianto crea attorno alla barca un fiume che porta la vostra vita-anima. 
Le lacrime sollevano la vostra barca al di sopra degli scogli, delle secche, 
conducendovi in un posto nuovo, migliore
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi,  
le prime righe di introduzione al capitolo: "cicatrici di guerra: il clan delle cicatrici". 


Amare significa stare con
Significa emergere da un mondo di fantasia in un modo in cui è possibile un amore sostenibile a faccia a faccia, un amore fatto di devozioneAmore significa restare quando ogni cellula dice: scappa! Poi si ritroveranno entrambi rafforzati , chiamati a una più profonda comprensione dei due mondi in cui vivono, uno terreno, l’altro dello spirito.
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi 


Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete.
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi 


Ci siamo lasciate crescere i capelli 
e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti.
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi 


Ringrazio, infine, l’odore dello sporco buono, il suono dell’acqua libera, gli spiriti della natura che accorrono sulla strada per vedere chi passa. Tutte le donne che sono vissute prima di me e hanno reso il sentiero un po’ più aperto e un po’ più facile.
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi 


Riparare l’istinto ferito, bandire l’ingenuità, apprendere gli aspetti più profondi della psiche e dell’anima, trattenere quel che abbiamo appreso, non volgerci altrove, proclamare a gran voce che cosa vogliamo… tutto ciò richiede una resistenza sconfinata e mistica.
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi 


Ovunque e sempre l’ombra che ci trotterella dietro va a quattro zampe.
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi 


Quando si lotta per qualcosa di importante bisogna circondarsi di persone che sostengono il nostro lavoro. È una trappola e un veleno avere intorno persone che hanno le nostre stesse ferite ma non il desiderio vero di guarirle.
Clarissa Pinkola Estés 



Clarissa Pinkola Estés 
Indiana (Stati Uniti) 1943 - vivente

«Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano, e lavorate queste storie della vostra vita – la vostra, non quella di qualcun’altro, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete
Clarissa Pinkola Estés


Nasce il 27 gennaio da Cepción Ixtiz ed Emilio Maria Reyes, 
messicani di origine spagnola e indiana, in una cittadina rurale di 600 anime. 
Al momento della sua nascita i genitori, operai, lavoravano presso il confine tra Michigan e Indiana. 
Da loro impara a parlare spagnolo, ma per ragioni che non ha mai spiegato, viene data in adozione all’età di quattro anni e affidata a Maruska Hornyak e Joszef Pinkola, immigrati ungheresi che, come i genitori biologici, non sapevano né leggere né scrivere. 

Clarissa è circondata da persone provenienti da molte tradizioni diverse, in prevalenza americani cattolici di prima generazione e immigrati, da poco arrivati dall’Europa, depositari di molta conoscenza, passata attraverso le storie che avevano imparato. Clarissa è la prima della sua famiglia a finire le scuole elementari e già dalla prima infanzia viene formalmente consacrata a Lei, la Madre Benedetta «la più selvaggia tra le selvagge, la più forte tra le forti», attraverso La Sociedad de Guadalupe. 

Nella sua casa, in cui la televisione compare quando Clarissa aveva 12 o 13 anni, le tradizioni orali dei cantastorie europei sono parte della vita quotidiana, insieme alle urla, pugni e alterchi tra adulti in una famiglia segnata da alcolismo e violenza

Negli anni Sessanta, ancora giovanissima, emigra a occidente, verso le Montagne Rocciose. 
Qui vive tra gentili stranieri ebrei, italiani, irlandesi e molti altri che diventano amici e affini. 
Spinta dalle ricerche etnografiche continua la migrazione verso sud, attraversando la Panamericana, e ha la fortuna di conoscere alcune delle rare e antiche comunità di origine latinoamericana e di trascorrere del tempo anche con i nativi americani. 

Ha la possibilità di raccogliere storie «…ai tavoli delle cucine, sotto pergolati d’uva, nei pollai e nelle stalle, mentre impastavo tortillas, inseguivo animali selvaggi, ricamavo il millionesimo punto croce… Ovunque andassi, bambini, matrone, donne rugose, gli artisti dell’anima, spuntavano dai boschi, dalla giungla, dalle praterie per deliziarmi con gracchiamenti e versi…». 

Si forma come analista junghiana presso lo Union Institute di Cincinnati (OH), dove consegue un dottorato in etnopsicologia clinica, lo studio di modelli sociali e psicologici in gruppi culturali e tribali. 

Nel 1984 consegue un post dottorato presso The Inter-Regional Society of Jungian Analysts di Zurigo, Svizzera.

In quanto specialista in eventi traumatici lavora in molte carceri e istituti per la cura di bambini e madri feriti e traumatizzati, integrando l’uso delle storie e delle favole nella terapia
Perché «…i racconti sono, in uno dei sensi più antichi, un’arte curativa». 

Presta servizio durante il terremoto in Armenia del 1988, sviluppando un protocollo di recupero post-trauma, e successivamente ai tragici eventi della Columbine High School in Colorado. 
Continua a seguire le famiglie dei sopravvissuti dopo l’11/9. 

Già Marie-Louise von Franz, allieva e collaboratrice di C.G. Jung, esplorò l’espressione degli archetipi della fiaba

Clarissa va oltre, unendo l’arte alla conoscenza e alle tradizioni, la propria esperienza di vita alla passione latina e ai valori cattolici, raccogliendo una notevole mole di materiale attinto dal mondo delle fiabe e dei racconti popolari. Su tale base ha costruito una interpretazione psicoanalitica, enucleando una serie di archetipi di tipologie femminili utili per descrivere la psiche

È autrice di numerosi libri sulla vita dell’anima e del 1992 è quello che diventerà il suo libro più famoso, Donne che corrono coi lupi, tradotto in più di 40 lingue e best seller per oltre 145 settimane. 

In questo saggio raccoglie due decenni di esperienza, storie e riflessioni per indicare alle donne la via del viaggio interiore, attraverso il ricongiungimento con la Donna Selvaggia perché «le questioni dell’anima femminile non possono essere trattate modellando la donna in una forma femminile più accettabile per una cultura inconsapevole, né l’anima può essere piegata in una forma intellettualmente più accettabile per coloro che pretendono di essere gli unici portatori della consapevolezza… Piuttosto l’obiettivo deve essere riparazione e soccorso nei confronti della forma psichica naturale e mirabile delle donne. …Le tracce che noi tutte seguiamo sono quelle del sé innato e selvaggio». 

Cresce nel dopoguerra, in un’epoca in cui la donna veniva trattata come una bambina e come una proprietà, in cui non era tollerato un corpo felice o alcuna espressione artistica femminile

L’archetipo della Donna Selvaggia diventa un lavoro di ricerca quasi archeologica durato decenni, «nato con lo studio dei lupi, che con le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso e grande devozione». 

Della sua vita privata si sa poco, a parte quello che lei stessa scrive. 
Se tanto si spende per gli altri su di sé è molto riservata. 

Non si sa se sia stata sposata e non ha mai citato nei suoi scritti amanti o compagni. 
È noto che ha tre figli e che in giovanissima età perse il suo primogenito «costretta a darlo in adozione… come altre madri che come me si erano arrese… perché povere, ignoranti, non supportate nella loro gravidanza…».

Non ha mai avuto esperienza di aborto, ma questa perdita l’ha segnata profondamente e continua a prendersi cura delle persone ferite dal post-aborto «nel tentativo di medicare chi è vittima di tale trauma».

Molti anni fa, durante un volo, conobbe Gwendolyn Brooks, poetessa contemporanea che già ammirava; da sempre citava la sua poesia, La Madre (1945).

«Parlammo per due ore….e fu chiaro che per un cuore saggio la perdita di una vita è comunque la perdita di una vita». 

Da sempre attivista nel sociale, è stata ammessa nel 2006 alla Colorado Women’s Hall of Fame ed è membro del consiglio del Maya Angelou Research Centre of Minority Health alla Wake Forest University School of Medicine. 

Si occupa di giustizia sociale anche attraverso il ruolo di giornalista e caporedattore di «The Moderated Voice», un blog che tratta di politica e informazione; tiene una rubrica sul «National Catholic Reporter». 

È fondatrice e direttrice della Guadalupe Foundation, una organizzazione per i diritti umani che tra le altre cose si impegna a diffondere via radio e stampa brevi storie per educare ed istruire su tematiche di igiene e salute le popolazioni africane. 

Insegna in tutto il mondo performance e narrazione, per insegnanti, assistenti e terapisti che vogliono imparare a comunicare usando strumenti antichi nelle società e istituzioni moderne. 

Nelle università insegna mitologia, psicologia archetipica delle donne e degli uomini, teatro e scrittura.


Fonti, risorse bibliografiche, siti
C.P. Estés, Donne che Corrono coi Lupi, Frassinelli 1993

C.P. Estés, Storie di Donne Selvagge, Frassinelli 2008

C.P. Estés, Forte è la Donna, dalla Grande Madre Benedetta insegnamenti per i nostri tempi, Frassinelli 2011

Il suo sito su Internet
AfterMidnight Writer.....Underground Writings of Dr. Clarissa Pinkola Estés

Elisa Cecchi
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/clarissa-pinkola-estes/





Donne che corrono coi lupi -- Clarissa Pinkola Estés
L'incapacità di affrontare e sbrogliare la donna scheletro fa sì che molte relazioni falliscano. 
Per amare bisogna essere non solo forti, ma anche saggi. La forza viene dallo spirito. La saggezza viene dalla Donna Scheletro. La Donna Scheletro dimostra che vivere insieme accrescimenti e decrescimenti, conclusioni e inizi, crea un amore impareggiabile fatto di devozione. 
Il ritrovamento accidentale del tesoro.
In questo racconto il pescatore trova molto più di quello che si sarebbe aspettato.
Non si rende conto di sollevare il tesoro più allarmante che gli sarà dato di conoscere, più di quanto egli possa governare. Non sa di dover venire a patti, che tutti i suoi poteri saranno messi alla prova.
E' lo stato di tutti gli innamorati all'inizio: sono ciechi come pipistrelli
Restare inerti e limitarsi a sognare l'amore perfetto è facile.
E' una sorta di anestesia dalla quale potremo non risvegliarci mai.
E' compito dell'anima riconoscere il tesoro in quanto tale, indipendentemente dalla sua forma insolita, e riflettere sul da farsi. Talvolta anche gli innamorati all'inizio di una relazione cercano soltanto un po' di eccitazione, un pizzico di sedativo. Senza rendersene conto, entrano in una parte della psiche, propria o dell'altro, dove risiede la Donna Scheletro. Il pescatore pensa di cercare semplicemente di che nutrirsi, mentre in realtà fa risalire la natura femminile essenziale nella sua completezza, la natura Vita/Morte/Vita.
Una parte di ogni uomo e di ogni donna oppone resistenza al sapere che in tutte le relazioni amorose la Morte deve avere la sua parteFingiamo di poter amare senza che muoiano le nostre illusioni sull'amore, fingiamo di poter andare avanti senza che muoiano le nostre aspettative superficiali, fingiamo che le nostre ebrezze e i nostri impeti preferiti non moriranno mai. Ma in amore tutto, ma proprio tutto, viene accantonato e la persona dalla natura profonda e selvaggia è irrefutabilmente attirata dal compito. Che cosa muore? Muore l'illusione, muoiono le aspettative, la bramosia di avere tutto, il desiderio di prendere solo il bello, tutto questo muore.
Il pescatore della storia è lento nel rendersi conto della natura di quel che ha preso.
E' difficile rendersi conto di quel che si fa, quando si pesca nell'inconscio.
Laggiù vive la natura Morte.
Non appena scoprite con chi avete a che fare,
il vostro primo impulso è gettarla via.
Diventiamo come i padri che gettano le figlie in mare.
Le relazioni spesso vacillano quando passano dalla fase dell'anticipazione
a quella in cui bisogna affrontare quello che in realtà è preso all'amo.
Se gli amanti si ostinano in una vita di gaiezza forzata,
di perpetue piacevolezze o in altre forme di intensità micidiale,
se insistono con il lampo e il fulmine sessuale,
o nella corrente del dilettevole senza conflitti,
la natura Vita/Morte/Vita
torna dalla scogliera da cui viene gettata in mare.
Gli amanti che si ostinano a tenere tutto su una cima scintillante
vivranno una relazione sempre più ossificata.
Il desiderio di vivere l'amore nella sua forma positiva soltanto lo porta a un punto morto.
La sfida per il pescatore è affrontare Signora Morte,
il suo abbraccio, i suoi cicli di vita e di morte.
Senza di lei non può darsi una vera conoscenza della vita,
e senza questa conoscenza non può darsi né amore vero né devozione.
L'amore costa coraggio e resistenza a percorrere un lungo cammino.
Due persone iniziano la danza per vedere se va bene loro amarsi.
La Donna Scheletro viene accidentalmente presa all'amo.
Si iniziano a vedere le parti fragili e lese dell'altro,
o la sua inadeguatezza come trofeo.
Quando emerge la donna scheletro
si offre una vera opportunità di mostrare coraggio e conoscere l'amore.
Amare significa stare con.
Significa emergere da un mondo di fantasia 
in un mondo in cui è possibile un amore faccia a faccia.
Amore significa restare quando ogni cellula dice: "Scappa".
Al primo confronto con la Donna Scheletro
quasi tutti provano l'impulso di volare via come il vento.
Anche la corsa rientra nel processo,
ma la corsa non può durare a lungo, o per sempre....
Poi si ritroveranno entrambi rafforzati,
chiamati a una più profonda comprensione dei due mondi in cui vivono,
uno terreno, l’altro dello spirito.
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi


La Donna Scheletro.
Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato,
sebbene nessuno più rammentasse cosa.
Il padre l'aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare.
I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi.

Sul fondo del mare,
il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.
Un giorno arrivò in quella baia,
dove un tempo andavano in tanti, un pescatore.
L'amo del pescatore scese nell'acqua
e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro.

Pensò il pescatore:
"Ne ho preso uno proprio grosso!"
Intanto pensava a quanta gente
quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire,
a quanto sarebbe durato,
quanto tempo avrebbe potuto
restarsene a casa tranquillo.

E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all'amo,
il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi.
Ma più lottava e più restava impigliata.

Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie,
con le costole agganciate all'amo.
Il pescatore si era girato per raccogliere la rete
e non vide la testa calva affiorare dalle onde,
non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite

non vide i crostacei
sui vecchi denti d'avorio.

Quando si volse, l'intero corpo
era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak.
"Ah!", urlò l'uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia,
gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa,
e le orecchie diventarono rosso fuoco.

La gettò giù dalla prua con il remo,
e prese a remare come un demonio verso la riva.
Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza,
era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva.

Per quanto andasse a zig zag
restava li dietro ritta in piedi
e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore,
e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo.

Alla fine l'uomo raggiunse il suo igloo,
si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all'interno.
Ansimando e singhiozzando giacque nell'oscurità,
con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro.

Ma quando accese la lampada all'olio di balena,
eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve
con un tallone sulla sua spalla, un piede sul suo gomito.

Non seppe poi dire come fu,
forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti,
o forse perché era un uomo solo.

Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza,
e lentamente allungò le mani sudicie e prese a liberarla dalla lenza.

"Ecco, ecco", prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie.
E continuò nella notte, e la coprì di pellicce per tenerla al caldo.
Cercò la pietra focaia e accese il fuoco.
Lei non diceva una parola - non osava -
perché altrimenti quel cacciatore l'avrebbe presa e gettata agli scogli.

All'uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare.
Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall'occhio di chi sogna,
quando c'è un sogno di tristezza o di struggimento.

E questo accadde all'uomo.
La Donna Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco,
e d'improvviso sentì un'immensa sete.

Si trascinò accanto all'uomo addormentato
e posò la bocca su quella lacrima.
Quell'unica lacrima era come un fiume,
e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.

Frugò nell'uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente.
Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore.
 Mentre suonava si mise a cantare: "Carne, carne, carne!".
E più cantava più si ricopriva di carne.
Cantò per i capelli e per buoni occhi e per mani piene.
Cantò la linea tra le gambe, e il seno,
abbastanza grande da trovarvi calore,
e tutte le cose di cui una donna ha bisogno.

E poi cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente,
e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle.

Rimise il suo cuore nel suo corpo,
e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell'altra,
aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.



https://youtu.be/FCn22OxaAQA



mercoledì 18 luglio 2018

Robert Frost. Il modo migliore per venirne fuori è sempre buttarsi dentro.

La poesia comincia quando un emozione ha trovato il pensiero
e un pensiero ha trovato le sue parole.
Robert Frost


Essere poeta è una condizione, non una professione.
Robert Frost


In un saggio del 1931, Educazione attraverso la poesia, Frost afferma:
«L’educazione attraverso la poesia è educazione attraverso la metafora […] 
La poesia comincia con metafore superficiali, graziose, decorative, e giunge al pensiero più profondo che conosciamo. La poesia offre il solo modo ammissibile di dire una cosa e intenderne un’altra. Chiedono: “Perché non dici quel che pensi?” Non lo facciamo mai, d’accordo, perché siamo tutti troppo poeti. Ci piace parlare in parabole e accenni indiretti, vuoi per diffidenza vuoi per qualche altro istinto […] Scrivere è tutta questione di avere idee. Imparare a scrivere è imparare a avere idee».


Quand'ero giovane erano i vecchi i miei maestri.
[...] Andavo a scuola dai vecchi per imparare il passato.
Ora che sono vecchio ho per maestri i giovani.
Quel che non può modellarsi dev'essere infranto o piegato.
Lezioni mi torturano che riaprono antiche suture.
Vado a scuola dai giovani per imparare il futuro.
Robert Frost
Citato in Vladimiro Cajoli, Imparare il futuro,
La Fiera Letteraria, 23 febbraio 1967,
traduzione di Giovanni Giudici.


Tu ti puoi spingere indietro per un ruscello di luce al cielo.
E indietro nella storia sul corso del tempo.
E questa rapidità ti fu data non per affrettarti
né soprattutto per andartene dove vuoi.
Ma perché nella smania di spandersi del tutto
a te spetti invece il potere di fermarti.
Robert Frost
Citato in Elémire Zolla, La nube del telaio,
Ragione e irrazionalità tra Oriente e Occidente,
Mondadori, Milano, Oscar saggi 19981, p. 115.
ISBN 88-04-44242-5




Metà della popolazione è fatta di persone che hanno qualcosa da dire, ma non possono .
L'altra metà, di persone che non hanno nulla da dire, ma continuano a parlare .
Robert Frost


Buone recinzioni fanno buoni vicini.
Robert Frost da Mending a wall

[...] Non cercare mai di abbattere uno steccato
fino a quando non conosci la ragione per cui è stato eretto.
Robert Frost


Noi ci sediamo in cerchio e supponiamo,
ma il Segreto si siede in mezzo e sa.
Robert Frost


Il cervello è un organo favoloso.
Comincia a lavorare dal momento in cui ti svegli la mattina
e non smette fino a quando entri in ufficio.
Robert Frost


Non mi fanno paura coi loro spazi aperti
E vuoti fra le stelle dove non è stirpe umana,
Quando io posso da me così vicino a casa
Far paura a me stesso con i miei luoghi deserti.
Robert Frost, versi tratti dalla poesia Luoghi deserti


Dicono alcuni che finirà nel fuoco
il mondo; altri nel ghiaccio.
Del desiderio ho gustato quel poco
Che mi fa scegliere il fuoco,
Ma se dovesse due volte finire,
So pure che cosa è odiare,
E per la distruzione posso dire
Che anche il ghiaccio è terribile
E può bastare.
Robert Frost, Fuoco e ghiaccio



«Non si sentiva oltre al bosco altro suono che uno,
la mia lunga falce che frusciava al suolo. 
Che cosa sussurrava? Non lo sapevo io stesso;
era forse qualcosa sul calore del sole,
qualcosa, forse, sull’assenza di suono –
Per questo sussurrava e non parlava.
Non era sogno del dono d’ore vuote,
o facile oro profuso da fata o da elfo:
qualunque cosa in più della verità sarebbe apparsa
debole al fermo amore che ordinò il prato in solchi,
non senza delicate lanceole di fiori
(orchidee pallide), e un fulgido verde serpente fugò.
Il fatto è il sogno più dolce che la fatica conosca.
La mia lunga falce frusciava, lasciava il fieno ammucchiarsi».
Robert Frost, Mietitura



Di chi sia il bosco credo di sapere.
Ma la sua casa è in paese: così
Egli non vede che mi fermo qui
A guardare il suo bosco riempirsi di neve.
Troverà strano il mio cavallino
Fermarsi senza una casa vicino
Tra il bosco e il lago gelato
La sera più buia dell'anno.
Dà una scrollata al suo sonaglio
Per domandare se c'è uno sbaglio:
Il solo altro suono è il fruscio
Del vento lieve, dei soffici fiocchi.
Bello è il bosco, buio e profondo,
Ma io ho promesse da non tradire,
E miglia da fare prima di dormire,
E miglia da fare prima di dormire.
Robert Frost - "Fermandosi accanto a un bosco in una sera di neve", 1923


Robert Frost, "Una domanda".
Disse una voce: guardatemi attraverso le stelle
e ditemi veramente, uomini terreni,
se tutte le ferite dell'anima e del corpo
non siano state troppo per pagare la sola nascita.
Robert Frost, "Una domanda"
Da: 'A Witness Tree'


Il modo migliore per venirne fuori è sempre buttarsi dentro
Robert Frost


La miglior via di fuga è sempre attraverso
Robert Frost

In tre parole posso riassumere tutto quello che ho imparato sulla vita: si va avanti.
Robert Lee Frost


Due strade divergevano in un bosco d'autunno
e dispiaciuto di non poterle percorrere entrambe,
essendo un solo viaggiatore, a lungo indugiai
fissandone una, più lontano che potevo
fin dove si perdeva tra i cespugli.
Poi presi l'altra, che era buona ugualmente
e aveva forse l'aspetto migliore
perché era erbosa e meno calpestata
sebbene il passaggio le avesse rese quasi uguali.
Ed entrambe quella mattina erano ricoperte di foglie
che nessun passo aveva annerito
oh, mi riservai la prima per un altro giorno
anche se, sapendo che una strada conduce verso un'altra,
dubitavo che sarei mai tornato indietro.
Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra molti anni:
due strade divergevano in un bosco ed io -
io presi la meno battuta,
e questo ha fatto tutta la differenza.
Robert Frost, La strada non presa
- The road not taken
in Poetry for young people


La cosa divertente è che questa poesia era stata concepita come uno scherzo, ma ha finito per essere presa estremamente sul serio e interpretata come un inno all’anticonformismo, un’esortazione a seguire la via meno percorsa, a condurre la nostra vita lungo i sentieri non battuti dell’individualismo e dell’autoaffermazione.

Tutto questo sulla base degli ultimi due versi: 
l’autore dice di aver scelto, tra due strade, quella meno percorsa. 
In realtà poche righe sopra dice che né l’una né l’altra mostravano segni di orme umane ed erano più o meno trafficate allo stesso modo. È probabile che, a volerla leggere in modo allegorico, questa poesia voglia parlare piuttosto della difficoltà di compiere una scelta quando non si hanno elementi per valutare e della forma di pensiero – in cui qualsiasi indeciso si riconoscerà – secondo cui, una volta presa una decisione, ci si dice ‘massì, ci sarà sempre tempo di tornare indietro’: 
magari non ci crediamo neanche noi, ma ripetercelo ci dà un certo conforto.

In più, non è detto da nessuna parte che la scelta di quella strada abbia portato ad una conclusione positiva: chi scrive sa che si tratta di una scelta importante, che quello sarà un momento a cui in futuro ripenserà come a una svolta cruciale, che ha fatto tutta la differenza, ma non sa – né lo sappiamo noi – se ci ripenserà con un sospiro di tristezza oppure di soddisfazione.

Quindi, se la vogliamo prendere sul serio, probabilmente questa poesia parla della difficoltà di compiere una scelta che a priori si sa essere fondamentale, e se vogliamo anche del fatto che la strada non presa può essere qualcosa che ci tormenta per sempre, un fantasma a cui ripenseremo tra tanti anni chiedendoci dove ci avrebbe portati.

Le poesie possano assumere significati diversi a seconda di cosa ci vede chi le legge e questo è un sacrosanto diritto dei lettori, ma in questo caso quello che l’autore voleva dire è stato pesantemente frainteso. 

Robert Frost, infatti, ha scritto questa poesia con un tono molto leggero: si tratta sostanzialmente di una scherzosa parodia dell’indecisione dell’amico Edward Thomas, col quale pare fosse solito passeggiare nei boschi e che spesso, una volta scelta una direzione ad un bivio, si pentiva della scelta fatta e rimpiangeva la strada non presa, che avrebbe potuto condurli a qualcosa di meglio.

Edward Thomas era a sua volta poeta e il titolo di una sua bellissima poesia è proprio “Strade”: 
di seguito ne riporto le ultime tre strofe.

Ora tutte le strade portano
in Francia e pesante è il passo
dei vivi; ma danzano leggeri
i morti che ritornano:
 –
qualsiasi cosa la strada porti
a me o da me si prenda,
loro mi tengono compagnia
con il calpestio dei loro passi,
 –
affollando la solitudine
dei sentieri sulle colline,
zittendo il boato delle città
e la loro breve moltitudine.

Thomas ha scritto queste parole poco prima di arruolarsi per combattere nella Prima guerra mondiale: non a caso si parla delle voci dei morti e del fatto che tutte le strade portano in Francia. Il richiamo verso il fronte è forte, così come forte è per lui la voce dei fantasmi di quelli che sono partiti e mai rientrati in patria, che tornano a calpestare le strade amate solo sotto forma di fantasmi leggeri – leggeri, nonostante la morte, forse perché almeno sono ritornati a casa, in contrapposizione alla pesantezza di chi invece deve partire, a malincuore, perché ci sia ancora una casa presso cui ritornare.

Thomas, come moltissimi altri giovani, non è più tornato a percorrere le strade della sua Inghilterra: è morto, trentanovenne, combattendo in Francia nel 1917, esattamente cento anni fa.

Non voglio stare qui a rimarcare quanto è stata orribile la guerra, lo sappiamo tutti e non avete bisogno che ve lo dica io. Edward Thomas – e con lui milioni di altri – ha perso la vita durante uno dei periodi più tragici della nostra storia, ma oggi mi piacerebbe onorare la sua memoria ricordando quello per cui si è sacrificato con questi versi, che parlano di serenità e di amore per la propria patria e la propria casa:

Spesso avevo percorso questa strada:
Ma ora mi sembrava di non poter essere
E di non essere mai stato altrove;
Era casa; una nazionalità sola
Avevamo, io e gli uccelli canori,
Una sola memoria.


https://lasottilelineadombra.com/2017/11/16/strada-non-presa-robert-frost/




“E se un epitaffio dovesse esser la mia storia, ne avrei uno breve pronto per me.
Avrei voluto scrivere di me sulla mia lapide: ebbi una lite d'innamorato col mondo.”
(ROBERT FROST - da The Lesson for Today, citato in A.a. V.v., Antologia della critica americana del Novecento, a cura di Morton Dauwen Zabel, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, 1962, p. 79)




Accumulare sapienza è male quanto accumulare denaro. Una volta o l'altra bisogna cominciare a far partecipi gli altri di ciò che si sa.
Robert Lee Frost
(San Francisco, 26 marzo 1874 – Boston, 29 gennaio 1963) è stato un poeta statunitense.



Frost /Kennedy
FROST ROBERT DUE STRADE
Due strade divergevano in un bosco, ed io /
io presi quella meno battuta

(e questo ha fatto tutta la differenza)n un certo senso, la strada meno battuta è proprio quella che descrive il percorso poetico di Frost all'interno del panorama della poesia modernista inglese.

•Nel 1961 viene invitato da John F. Kennedy a leggere la poesia The Gift Outright alla cerimonia di insediamento come presidente.

Due strade a un bivio in un bosco ingiallito,
Peccato non percorrerle entrambe,
Ma un solo viaggiatore non può farlo,
Guardai dunque una di esse indeciso,
Finché non si nascose al mio sguardo;
•E presi l’altra, era buona anch’essa,
Anzi forse con qualche ragione in più,
Perché era erbosa e quindi più verde,
Benché il passaggio suppergiù
Le avesse segnate ugualmente,
•E ambedue quella mattina eran distese
Nelle foglie che nessun passo aveva marcato.
Oh, prenderò la prima un’altra volta!
Ma pur sapendo che strada porta a strada,
Non credevo che sarei mai ritornato.
•Dirò questo con un lungo sospiro
Chissà dove e fra tanti anni a venire:
Due strade a un bivio in un bosco, ed io –
Presi quella meno frequentata

giovedì 12 luglio 2018

Herbert Marcuse.

Il programma di un umanesimo. Verso la liberazione dell’uomo. 
Herbert Marcuse. Eros e civiltà

di Pietro Paolo Piredda 
(pietropaolo.piredda@istruzione.it; I di 2)


Il vero modo della libertà non è l’attività incessante della conquista, ma il suo quietarsi nella conoscenza trasparente e nella soddisfazione dell’essere 
(H. Marcuse, Eros e civiltà)

Introduzione

La specificità della teoretica filosofica permette allo studioso una lettura della realtà secondo diverse prospettive e punti di osservazione, a volte privilegiati e altre volte indirizzati ad interrogare la realtà nella sua fenomenologia per darne ragione o, con accento critico, scavare e rendere manifeste le sue contraddizioni.

Una di queste prospettive è quella dell’antropologia filosofica, il cui compito è quello di sempre: dare una definizione di uomo esaustiva al punto di poterne prospettarne un orizzonte interpretativo che ne colga l’essenza e ne programmi l’attuazione, ma spesso ci si imbatte in risposte paradossali.

Ciò dipende dalla naturale difficoltà a parlarne in maniera appropriata. 
Alcuni identificano quest’essenza nel piacere, altri nel bisogno e nel lavoro, altri ancora nella sua capacità di comunicazione, nel rapporto Io-Alterità o ancora nella capacità di fare, altri nella sua apertura alla trascendenza, e ancora, apertura ad un Assoluto. Non si può negare però che, comunque la si pensi, quest’essenza appartiene a un essere che si manifesta come storico (impregnato di spazio e di tempo e di relatività, quindi di storia) e sociale (immerso in relazioni più o meno significative, dal molteplice aspetto).

L’antropologia pone come termine ultimo delle sue domande come può l’uomo realizzare la propria definizione ed  il proprio ben-essere. Insomma pone costantemente ed ineludibilmente davanti a sé un progetto-uomo, a partire dalla ricerca della natura che lo definisce e costituisce.
Questo parlare della natura che le è propria lo si può fare in varie modalità e a diversi livelli semantici e interpretativi e spesso in modo contraddittorio .

Herbert Marcuse propone una lettura originale dell’essenza dell’uomo nel suo noto saggio Eros e civiltà, tenendo presenti queste due istanze: storicità determinata e socialità, ma avvalendosi di una lettura simbolica a partire dalle prospettazioni psico-socio-cognitive freudiane e dall’apporto del pensiero, prettamente storicistico, di Marx.
Sono le esperienze storiche del momento epocale del suo periodo che rappresentano, per Marcuse, un grosso incentivo al pensiero, lavorare sui concetti e proporre un progetto di uomo con l’intento di fargli perseguire il proprio bene assoluto: la sua libertà o dare l’input per un cammino di liberazione da una vita alienata in una società repressiva; la liberazione dell’uomo dalle catene che lui stesso si è create. Occorre la forza critica-negativa della dialettica, del pensiero, che demistifichi e decostruisca le strutture che lo ingabbiano nella sua aspirazione ad essere ciò che è.
Esperienze come il fascismo e il nazismo in Europa occidentale, lo stalinismo in Russia e soprattutto la sempre più emergente modernità della società tecnologica americana, la società industriale avanzata, sono motivo di analisi critica. Tutti questi aspetti, prettamente storici e determinati, incisero profondamente sugli orientamenti di pensiero non solo di Marcuse ma anche degli altri componenti di quella che, con definizione fortunata, è ricordata come “Scuola di Francoforte”.
I fenomeni socio-politici sopra citati costituivano ai loro occhi il segno di un fallimento dei motivi ispiratori dell’illuminismo (con il suo ottimismo sullo sviluppo lineare della civiltà) e di una crisi socio-economica di vasta portata, ma soprattutto il chiaro segnale di un crollo teoretico e filosofico del pensiero stesso, divenuto incapace di cogliere le istanze e le sfide sopravvenute, soprattutto alla luce, o alla tenebra, degli eventi e corollari del secondo conflitto mondiale.
La domanda di Marcuse nel suo saggio è volta a cogliere le strutture portanti della civiltà di quell'essere che l’antichità definì “un animale politico”, il che è lo stesso di “animale sociale”. Egli, in questa società, individua linee di profonda e continua repressione tra le insidiose maglie dell’alienazione dell’uomo e del suo fare. Vede quindi la necessità di un pensiero capace di smascherare tutto ciò che determina questo tipo di strutturazione sociale e avverte la necessità di spingere l’analisi alle estreme conseguenze per mostrarne tutta la mistificazione che la tiene in piedi; bisogna smascherare la filosofia, o pseudo tale, che sta dietro a questo tipo di società e di uomo.
Ma cerchiamo, per ora, di capire meglio quali sono le basi e gli influssi teorici che indirizzano e determinano la sua riflessione nel saggio in questione: Eros e civiltà.
L’umanesimo del nostro autore si pone in continuità con le grandi linee tracciate dall’illuminismo e mediate attraverso le analisi del pensiero marxista servendosi della teoria freudiana.
Perché partire proprio dall'illuminismo? Perché questo grande movimento di idee, di cultura, rivaluta e riporta in auge la questione uomo, il discorso antropologico è dunque sempre sotteso.
Il grande impulso dato, in questo periodo, alla ricerca scientifica, e in senso sempre ottimistico di progresso, pone l’uomo in una posizione di onnipotenza di fronte alla natura, alla realtà storica, mai raggiunta prima.
L’uomo con la rivalutazione della ragione e del suo primato sullo stesso intelletto, diviene il centro della riflessione filosofica e della sua storia. In primo luogo viene ridimensionata, se non annullata, qualsiasi forma di trascendenza, e quindi ogni approccio metafisico o religioso.
Il finito, determinato storicamente, è l’unico orizzonte interpretativo a noi concesso e il dato dell’esperienza è l’unica base dell’analisi e della verifica. Le varie interpretazioni illuministiche sulla struttura dell’umano, sulla sua azione, per autori come Kant, Hegel e infine soprattutto Marx sono sì vere, ma astratte; mancano cioè di analisi storica concreta. L’istanza dell’illuminismo è quella di porsi come una meta da raggiungere facendo uscire l’uomo da uno stato di minorità, mitologicamente sostenuta, ma la difficoltà nasce quando si vuole definire il cammino per il raggiungimento della libertà agognata.
Con Marx soprattutto la filosofia si dà questo compito; famosa è la direttiva impressa al pensiero, ricapitolando le istanze feurbachiane, nelle 11 tesi per cui è giunto il momento non di interpretare il mondo ma di trasformarlo: storicizzare quindi l’illuminismo, nel tentativo di spogliarlo da quell’essenza di cui esso stesso tenta di liberarsi: la metafisica.
L’uomo è visto come risultato di una prassi, la sua essenza è nel suo “fare”; un uomo non più idealizzato, statico, ma storicamente determinato.
Il compito della filosofia si impregna di questa emergenza: trasformare la realtà e indicare un itinerario concreto per tale trasformazione. L’influenza del pensiero di Marx sulla Scuola di Francoforte si contamina con l’apporto di varie discipline filosofiche e psico-sociologiche ma sempre mirando a promuovere “una teoria della società nel suo complesso” mediante “una comprensione immanente” al sistema e alla struttura della società industriale avanzata, eccependone i meccanismi e promuovendone un possibile mutamento.
Specifico dell’umanesimo di Marcuse, così come risulta dal suo saggio Eros e civiltà, è aver operato una sintesi tra le istanze marxiste e l’indagine freudiana, convinto che in Freud non sia contenuta solo una indagine sulla psiche e il suo funzionamento, ma un vero e proprio studio della società.
Per Freud queste due categorie, Eros e civiltà, non possono coesistere; l’Eros diverrebbe una forza che non permetterebbe il progresso della civiltà e dell’uomo stesso. La civiltà e il suo sviluppo si pongono come possibili solo sopprimendo o reprimendo l’Eros, istinto del piacere; repressione quindi degli impulsi primari nell'uomo.
Approfondendo l’analisi freudiana della psiche individuale e della specie vi si trova l’origine e lo sviluppo storico di questa repressione, che segna la storia della civiltà fin dal suo sorgere.
Naturalmente accostandosi a Marx e Freud, mediandoli, Marcuse né dà una lettura originale volta a perseguire un progetto per una nuova società ed un uomo con-sonante alla sua essenza, così difficile da determinare. Il traguardo voluto e sperato è porsi in cammino verso la liberazione dell’uomo represso che continuamente sembra fuggire dalla libertà stessa, per ignoranza e timore di essa.


I parte: Psicanalisi e individuo represso

Il primo obiettivo che egli si prefigge è quello di mostrare come le stesse strutture attuali della civiltà umana presentino componenti di lotta e opposizione contro l’uomo stesso. È perciò necessario demistificare l’idea di sviluppo e progresso verso la felicità così come la presente società la prospetta.
Questa è tesa verso uno pseudo-benessere, nasconde in sé una forte componente repressiva; anzi proprio questa repressione appare sempre con maggior evidenza conditio sine qua non alla costruzione della civiltà umana. Ma, nota il nostro autore, la civilizzazione e la felicità raggiunta, o sentite come tali, sono antagoniste della stessa libertà dell’uomo:

Se l’essenza della  repressione è archetipo della  libertà, la  società  lotta contro  questa libertà (p. 62). Ogni libertà esistente nel regno della coscienza sviluppata e nel mondo che essa ha creato (…), è acquistata con la rinuncia alla completa soddisfazione dei bisogni (p. 65).

Se senza la libertà non c’è vera felicità, ogni libertà repressiva comporta la modificazione repressiva della felicità stessa. Ma oltre questa opposizione continua alla libertà e alla felicità vi è un altro aspetto inquietante: tutte le istituzioni create, il potere costituitosi, tutte le norme e regole sociali, i vari tabù impostisi e l’instaurazione della ragione (νοῦς) stessa come dominio dell’uomo e della convivenza appaiono mezzi per permettere il perpetuasi di questo “status quo”.
Attraverso l’analisi freudiana Marcuse denuncia questa società come repressiva nei suoi fondamenti e cerca di raggiungerne le radici da cui si sviluppa questa tendenza: esiste cioè una ereditarietà latente di ricordi e memorie ancestrali che hanno portato a questo status, la storia sotterranea della singolarità segue e determina di pari passo quella dello sviluppo sociale e della specie.

È la stessa civilizzazione quindi che ha creato un uomo alienato e in catene che finisce per perseguire non tanto la libertà ma la sua inevitabile spersonalizzazione e spoliazione.
La sofferenza e la fatica sono il giogo con cui si instaura il dominio sociale; esso reprime piacere, soddisfazione degli appetiti e realizzazione del regno della libertà.
Per  capire questo, vengono ripercorse le linee essenziali del pensiero freudiano: esiste un parallelismo tra ontogenesi e filogenesi sia della nascita come dello sviluppo, nella repressione, degli istinti; è ciò che permette la civiltà e il suo perpetuarsi:

Il destino della felicità e della libertà dell’uomo viene deciso nella lotta degli istinti (…) una lotta per la vita o la morte, alla quale prendono parte soma e psiche, natura e civiltà, (…) questa dinamica biologica e psicologica costituisce il centro della metapsicologia di Freud (p. 68).

Dal punto di vista ontogenetico, l’apparato psichico si presenta come una unione dinamica di opposti, di strutture consce e inconsce, di processi primari e secondari, di forze ereditate e forze acquisite.
I principi che governano l’apparato psichico in continua conflittualità sono essenzialmente due:
1) Il principio del piacere (inconscio)
2) Il principio di realtà (conscio)
Questa distinzione conflittuale determina gli istinti primari di Eros (o istinti di vita ) e Thanatos (istinti di distruzione).
Tuttavia, il

fatto saliente e terrificante è la tendenza fondamentalmente repressiva o conservatrice di tutta la vita istintuale (…) Una tendenza inerente alla vita organica a restaurare uno stato di cose precedente, che l’entità vivente è stata obbligata ad abbandonare sotto la pressione di forze perturbanti  esterne (p. 70).

Questo il contenuto degli istinti primari operanti nell’inconscio.
Nel principio del piacere vi è quindi una tendenza alla regressione in uno stato al di là della vita stessa, in cui vigeva un’assoluta assenza di bisogni e perciò di piena "soddisfazione" degli stessi: è lo stato pre-natale. Ma voler riacquistare questo stato significa una sola cosa: la morte.
Tutti gli istinti di vita (tesi alla soddisfazione del piacere) come quelli di morte (tesi all’annullamento della sofferenza) vanno a convergere nel principio del Nirvana che viene a identificarsi con lo stesso principio di piacere:

Lo sforzo per ridurre, per tenere costante o per eliminare la tensione interna dovuta a stimoli (…) trova la sua espressione nel principio di piacere (principio del Nirvana) (p. 71).

Ma il principio del Nirvana, appena posto, si dissolve, poiché la natura comune della vita istintuale si determina tra l’antagonismo di Eros e Thanatos.
Ma questa origine comune dei due istinti, per Marcuse, non può essere taciuta: ci si chiede cioè se la morte in fin dei conti non sia altro che la differenziazione del principio di piacere, in quando espressione della naturale lotta contro sofferenza e repressione. Ma, nota ancora, l’istinto di morte (Thanatos) sembra subire continuamente l’influenza dei mutamenti storici i quali modificano continuamente questo principio che Freud pensa invece al di là della storia stessa.
Per Marcuse, differentemente che per Freud, questi istinti seguono uno sviluppo storico e ciò è essenziale per la comprensione critica della società di cui ci troviamo a far parte.
Freud elaborò quello che sembrò un “nuovo concetto di persona”; la struttura psichica, nell’ultima teoria di Freud è così determinata: Es, Io, Super Io.
Es, dominato dal principio del piacere, rappresenta il regno dell’inconscio, lo stato più profondo della personalità (Adorno sarà molto critico sul concetto di profondità opposto ad una superficie, ipotizzando che nel supposto profondo di tale superficie potesse esserci assolutamente Nulla).
L’Es è libero da tutti i condizionamenti sociali, unico suo obiettivo è il soddisfacimento dei bisogni istintuali secondo il principio del piacere.
L’Io, il mediatore tra l’inconscio e il mondo esterno. L’Io è il dominio della coscienza desta che recepisce gli stimoli esterni all’Es e allo stesso tempo difende l’Es stesso da essi. L’Io appare come un selezionatore della realtà, che modifica nel verso dei suoi interessi e combatte su due fronti distinti:
1) con la realtà stessa, ostile all’Es e ne riduce quindi i conflitti;
2) con l’Es stesso, il quale soddisfacendo gli istinti che lo governano distruggerebbe la vita stessa poiché incompatibili con la realtà.
Con l’Io viene a configurarsi la preminenza del principio di realtà sul principio di piacere e sul piacere stesso. È quella che viene chiamata “repressione fondamentale”.
Nel corso dell’esistenza dell’Io nasce una terza forza: il Super-Io, la coscienza dell’uomo; questa forza è quella che più si accosta ai concetti della religione. Il Super-Io è l’introiezione di quei “valori supremi”, o così concepiti, che determinano quella che viene definita moralità.
Il Super-Io è fortemente legato al concetto di autorità, che per Freud si sviluppa sotto il dominio genitoriale, sotto le pressioni sociali e poi culturali. Tali processi si determinano in modo inconscio.
Alla fine l’individuo diventa “istintualmente” un “re-azionario”, ossia si auto-reprime per evitare conflitti con la realtà.
Lo sviluppo psichico subisce così una regressione:

L’Es, ricordando il dominio del principio primordiale, quando la libertà dai bisogni era necessità, trasporta le tracce della memoria di questo stato in ogni futuro (p. 78).

Il Super-Io impone qui la sua forza, reprimendo costantemente le richieste dell’Es sul futuro; futuro che non è più felicità e soddisfazione, ma “amaro adattamento al presente punitivo” e quindi in sé stesso frustrante.
Il principio di realtà è quindi definitivamente instaurato, non più come coincidenza di libertà e necessità ma come necessaria illibertà tesa allo sviluppo della civiltà.
Come si può dedurre, la storia umana è tutt'altro che sotto il regno delle istanze illuministe.
Ma ancora di più:

Il principio di realtà sorregge l’organismo nel mondo esterno. Nel caso dell’organismo umano, questo è il mondo storico e questo mondo che si trova davanti all’Io sta crescendo, è in ogni sua fase una specifica organizzazione storico-sociale della realtà, che influisce sulla struttura psichica per mezzo di istituzioni societarie specifiche (p. 78).

Nel principio di realtà di Freud questo aspetto non compare, e vi si scorge prorompente l’istanza storicista marxiana. Freud fa di “contingenze storiche necessità biologiche”.
Resta però vero dell’analisi freudiana il carattere repressivo alla base di tutte le fasi storiche dell’instaurarsi del principio di realtà. E Marcuse analizza questo carattere storico dell’instaurasi del principio di realtà, andando oltre Freud per cogliere il carattere repressivo alla base della società:

A questo punto introduciamo due termini:
a) Repressione addizionale: le restrizioni rese necessarie (…), dal dominio sociale.
Essa si distingue dalla repressione fondamentale (…) cioè dalle modificazioni degli istinti strettamente necessarie per il perpetuarsi della razza umana nella società.
b) Principio di prestazione: la forma storica prevalente del principio della realtà (p. 79-80).

Marcuse con la sua arguta analisi cerca di mettere a nudo l’evoluzione storica delle contraddizioni alla base della civilizzazione, con quella visione storica che in Freud mancava.
Il fatto fondamentale alla base delle contraddizioni storico-sociali è l’Ananché, o Penuria.
La lotta tra Eros e civiltà si svolge in un mondo povero, incapace di soddisfare, o non messo in condizioni per farlo,  i propri appetiti per cui occorrono sacrifici, differimenti del tempo del piacere, lavoro, fatica.
Il principio del piacere, in questo stato di cose, appare totalmente incompatibile con la realtà, con il principio di realtà; il piacere è sospeso o annullato e predomina quindi la pena necessaria per il progresso civile. Ma ciò che Freud attribuiva sic et simpliciter alla penuria, Marcuse lo attribuisce ad una determinata organizzazione sociale, una determinata organizzazione della penuria, e ad un atteggiamento esistenziale (ma per capire sarebbe meglio usare il termine esistentivo) specifico imposto da questa stessa organizzazione; la penuria viene imposta, come imposto è lo sforzo per superarla. L’imposizione è dapprima violenta poi sempre più “razionale” e questa imposizione fa, storicamente, gli interessi di una classe sociale.
Ogni modo di dominio, nei vari stadi della società, influisce sul principio della realtà e quindi vi è la continua modifica della repressione istintuale (fondamentale).
Il dominio introduce così dei controlli addizionali sopra quelli “necessari” per l’esistenza sociale; è la repressione addizionale.
Appare fondamentale, in questa azione repressiva, concentrare gli stessi impulsi sessuali verso la genitalità; ciò consente, per un verso, un piacere più intenso, e per l’altro, una soddisfazione piena dei bisogni inerenti la sessualità.
Si compie un’opera di de-sessualizzazione delle numerose zone erogene del corpo per concentrare il piacere nella genitalità; scopo di questa operazione psicologico-sociale è quello di con-formare gli impulsi alle specifiche esigenze dell’organizzazione sociale: la produzione e i processi consoni alla produttività economica.
Dominio, fatica e lavoro sono i pilastri della società repressa e dominata dal concetto di produttività. Il piacere per il piacere, nell’ambito della sessualità, è negato a favore della sola funzione riproduttiva. La soddisfazione degli “istinti parziali” viene rimossa come per-versione rispetto agli interessi della civilizzazione e della società o trasformata in elemento sussidiario della sessualità riproduttiva, negando così il principio del piacere.
La specifica forma storica del principio di realtà, Marcuse la chiama principio di prestazione, per far risaltare il fatto che il dominio della società sia strutturato essenzialmente secondo le prestazioni economiche dei suoi membri.
Il principio di prestazione, questo “nuovo” principio sociale, suppone e presuppone lo sviluppo sempre più 
“razionale” del dominio.
Per un certo periodo, analizza Marcuse, gli interessi del dominio e quelli dell’insieme, cioè la società, coincidono, ma con l’aumento della divisione del lavoro il dominio diventa sempre più estraneo all'uomo stesso, alla sua condizione e natura:

Gli uomini non vivono la loro vita, ma esegueiscono funzioni prestabilite; non soddisfano bisogni e facoltà proprie ma (…) lavorano in uno stato di alienazione (p. 88).

Le ore di lavoro sono penose, perché lavoro alienato significa assenza di soddisfazione e negazione del principio del piacere. L’energia tolta alla sessualità è deviata per avere prestazioni socialmente utili e con il passare del tempo, con processo freudiano, l’uomo introietta in sé la repressione, che diventa così vita propria: «Egli desidera solo ciò che ritiene si debba desiderare (...) egli è ragionevolmente e spesso esuberantemente felice» (p. 89).
Diventa a questo punto importante, dal punto di vista del dominio, anche la distribuzione stessa del tempo e Marcuse analizza lo svolgersi della giornata nella vita sociale, così determinatasi: tra l’andare al lavoro, il lavoro stesso e il ritorno a casa, le ore occupate sono circa dieci; per il sonno e il nutrimento vengono impiegate altre dieci ore; il tempo libero restante è di sole quattro ore: qui nasce, nei termini delle categorie assunte, il conflitto tra il principio di piacere e il principio di prestazione.
L’Es (p. del piacere), che non conosce tempo, si ribella alla repressione e al frazionamento del piacere, ma la società, governata dal p. di prestazione, impone necessariamente questa distribuzione. L’uomo viene educato all’alienazione del suo tempo, alla radice.
Da notare che il conflitto inconciliabile che si crea non è tra Eros (p. di piacere) e lavoro (p. di realtà), ma tra Eros e lavoro alienato (p. di prestazione).
Anche il tempo libero a poco a poco viene asservito al p. di prestazione; esso non è più tempo realmente libero ma tempo di rilassamento passivo, la cui funzione è quella di ri-creare energie necessarie al lavoro.
Questo meccanismo permette anche la stabilità della società; la libera intelligenza non ignorerebbe difatti le vie per liberarsi dalla repressione, l’Es si scaglierebbe contro l’Io della realtà, contro il dominio a lui sempre più estraneo.
Anche le per-versioni rappresentano un grave pericolo allo sviluppo della civiltà; le per-versioni minano i fondamenti del p. della realtà e mettono in pericolo la riproduzione ordinata della forza-lavoro e persino la stessa umanità come specie.
Qui Eros e Thanatos trovano il fatale connubio: mentre nella trasformazione sociale del p. di prestazione, Thanatos è piegato al servizio dell’Eros, nelle per-versioni vi è l’asservimento di Eros verso Thanatos.
L’aggressività è utilizzata per la modifica e il dominio della natura a vantaggio dell’umanità, e Marcuse, con lucidità e carico di profonda ironia, vede in tale tipo di organizzazione sociale l’avvalorarsi dell’utilità della guerra per un processo di civilizzazione sempre più “evoluto”:

Aggiungendo, scindendo, polverizzando oggetti e animali (e periodicamente essere umani), l’uomo estende il suo dominio sul mondo e progredisce verso civiltà sempre più ricche (p. 94).

In tutto ciò, si determina la componente mortale della società, per cui lo sforzo costruttivo verso la civiltà contiene in sé anche il principio di morte (la guerra); Thanatos nell’individuo è il Super-Io che aizza l’Io contro l’Es per neutralizzarne gli istinti pericolosi. Questo imperativo categorico del Super-Io è un imperativo di auto-distruzione di una parte della stessa personalità dal punto di vista ontologico e ontogenetico e di pari passo filogenetico per cui il progresso della civiltà repressiva libera forze sempre più distruttive (accentrate nel Super-Io inteso come principio di dominio).

***
Herbert Marcuse, Eros and civilization: A Philosophical Inquiry into Freud, The Beacon Press, Boston, 1955, tr. it. H. Marcuse, Eros e civiltà, trad. di L. Bassi, Einaudi, Torino, 1964 (le citazioni sono dell’edizione del 1964, se non indicato diversamente).


https://costruttiva-mente.blogspot.com/2015/09/il-programma-di-un-umanesimo-verso-la.html


mercoledì 11 luglio 2018

Giovanni Pascoli. Il dolore è ancora più dolore se tace.

Il dolore è ancora più dolore se tace.
Giovanni Pascoli


Oh! Come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti!
Giovanni Pascoli


Sotto l'ali dormono i nidi,
Come gli occhi sotto le ciglia.
Giovanni Pascoli, Il gelsomino notturno


Ora non ho bisogno di nulla.
Un tempo di tutto.
Ma allora non ci fu nessuno per me.
Ora mi tengo il molto male
che nessuno può togliermi
e il poco bene
che nessuno può attribuirsi.
Giovanni Pascoli


Sono al caldo; e non li scalda il fuoco, ma quel loro stare insieme.
Giovanni Pascoli


Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l'aratro in mezzo alla maggese.
Giovanni Pascoli, Lavandare


Ritornava una rondine al tetto.
L'uccisero. Cadde tra spini.
Ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra che attende,
che pigola sempre più piano
Giovanni Pascoli, X agosto


Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni.
Giovanni Pascoli, Un poeta di lingua morta (da Pensieri e discorsi)


E tu, Cielo, dall'alto dei mondi,
sereni, infinito, immortale,
oh! D'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!
Giovanni Pascoli,  X Agosto





 le più grandi scoperte scientifiche sono avvenute o per errore o per imprecisione, la perfezione, tutti la cercano nessuno la ama pochi la esigono, mai comunque in una donna




E la Terra sentii nell'Universo. Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso errare, tra le stelle, in una stella.
Giovanni Pascoli


 Sono gli splendidi versi finali della poesia di Giovanni Pascoli "IL RITORNO A SAN MAURO"



Noi esseri umani, composti da centinaia di miliardi di atomi, siamo un microcosmo attraversato dal mistero dell’infinito e dell’eterno. E da tanti neuroni quante sono le stelle della Via Lattea....



già. Un micorcosmo nel macrocosmo col macrocosmo dentro:)



 Talvolta viene da pensare che il nostro cervello, la parte più importante e sconosciuta dell'Uomo, possa essere fatto ad immagine dell'Universo. Chissà...







Carlo Magno: dalla guerra contro i Sassoni all'incoronazione imperiale

Carlo Magno: dalla guerra contro i Sassoni all'incoronazione imperiale
 Vita Karoli Magni [VII-IX, XVII, XXV, XXVIII] di Eginardo 
Tratto da: Documenti storici, a cura di Rosario Romeo e di Giuseppe Talamo, vol. I, Il Medioevo, Torino, Loescher, 1983, pp. 34-39. 

Finita questa guerra (contro i Longobardi) fu ripresa quella contro i Sassoni, che pareva in qualche modo interrotta. Nessun'altra fu più lunga, più atroce, più penosa per il popolo franco, poiché i Sassoni, come quasi tutti i popoli stanziatisi in Germania, erano di carattere violento, dediti al culto dei demoni e ostili alla nostra religione, e non ritenevano disonorevole violare o trasgredire le leggi divine e umane

V'erano inoltre delle cause che ogni giorno potevano mettere in pericolo la pace: 
poiché i confini tra il nostro e il loro territorio erano tracciati quasi dovunque in pianura, eccettuati alcuni punti, nei quali boschi alquanto vasti o gioghi montuosi, frapponendosi, delimitavano nettamente i rispettivi territori, alle frontiere avvenivano continuamente stragi, rapine, incendi per opera degli uni e degli altri. Tali incidenti esasperarono i Franchi a tal punto, che giudicarono dignitoso non più render la pariglia, bensì affrontarli in una guerra aperta. Contro di essi, pertanto, fu intrapresa la guerra, che fu combattuta per trentatré anni consecutivi con grande accanimento da entrambe le parti, ma con danno maggiore per i Sassoni che per i Franchi. 

Essa, in verità, sarebbe potuta finire prima, se l'avesse permesso la perfidia dei Sassoni. 
È difficile dire quante volte essi, vinti e supplici, si arresero al re, promisero di eseguire gli ordini ricevuti, consegnarono senza indugio gli ostaggi richiesti, ricevettero ambasciatori; come certe volte furono ridotti a tanta soggezione e debolezza, da assicurare persino di volere abbandonare il culto dei demoni e sottomettersi alla religione cristiana. Ma, come talvolta furono inclini a rispettare tali impegni, così furono sempre pronti ad annullarli, tanto che non si riesce a stabilire a quale di queste due tendenze si possa dire fondatamente che essi si volgessero con maggiore facilità; ciò perché dall'inizio della guerra non passò un solo anno, si può dire, senza che essi facessero un voltafaccia simile. 

Ma la grandezza d'animo del re e la sua costante perseveranza nella buona e nella cattiva sorte non potevano essere vinte dalla loro volubilità né fiaccate al punto da farlo rinunziare alle sue imprese. Egli, infatti, non tollerò mai che essi restassero impuniti, quando si comportavano in siffatto modo, ché anzi fece vendetta della loro perfidia e inflisse loro la meritata punizione o guidando personalmente una spedizione militare o affidandone il comando ai suoi conti. Così, sbaragliati tutti gli abituali riottosi e ridottili in suo potere, giunse a rimuovere e a deportare, insieme alle mogli e ai figli, diecimila di quelli che abitavano le due rive del fiume Elba, e li disperse in numerosi gruppetti attraverso la Gallia e la Germania

Si sa che la guerra, trascinatasi per tanti anni, si concluse con questa condizione, imposta dal re e da loro accettata, cioè che i Sassoni, abiurato il culto dei demoni e abbandonati i patrii riti, ricevessero i sacramenti della fede e religione cristiana e, unitisi ai Franchi, formassero con questi un popolo solo. Durante questa guerra, che pure durò molto a lungo, egli scese personalmente in campo di battaglia non più di due volte, prima nei pressi del monte Osning, in un luogo chiamato Detmold, poi vicino al fiume Haase, l'una e l'altra volta nel medesimo mese, anzi a pochi giorni di distanza. In questi due combattimenti i nemici subirono una disfatta così grave, che non osarono più provocare a battaglia il re né resistere alle sue avanzate, se non quando erano protetti da qualche riparo naturale. Tuttavia in questo conflitto perdettero la vita parecchi tra i nobili sia franchi sia sassoni che ricoprivano alte cariche. 

Finalmente esso terminò dopo trentatré anni; ma nel frattempo tanto e così grandi guerre contro i Franchi scoppiarono nelle diverse parti del mondo e furono condotte dal re con tanta abilità, che a chi ci riflette può sorgere ragionevolmente il dubbio se in lui si debba ammirare di più la resistenza alla logorante attività o la buona fortuna. Questa guerra, infatti, ebbe inizio due anni prima di quella d'Italia; e sebbene fosse combattuta senza interruzione, tuttavia nessuna di quelle attività che si dovevano svolgere altrove fu abbandonata e in nessuna parte furono interrotti conflitti egualmente laboriosi. 

Il fatto è che il re, il quale, rispetto a tutti gli altri sovrani del suo tempo, era il più insigne per grandezza d'animo, quando vi era qualcosa da intraprendere o da condurre a termine, non evitò mai i disagi né ebbe mai paura dei pericoli, ma, divenuto capace di affrontare e sostenere ogni situazione secondo le circostanze, per abitudine non si lasciava abbattere dalle avversità, e nei momenti di successo non si faceva affascinare dalle false lusinghe della fortuna. 

Mentre si combatteva assiduamente e quasi in continuazione contro i Sassoni, egli, disposte delle guarnigioni nei punti strategici dei confini, attaccò la Spagna con tutte le truppe disponibili. Dopo aver valicato la catena dei Pirenei, accettò la resa di tutte le fortezze e i castelli che trovò sul suo cammino e rientrò con tutti i soldati sani e salvi, se si eccettua il fatto che, lungo la via del ritorno, proprio sulla catena dei Pirenei gli toccò di provare un po' la perfidia dei Baschi: ché, mentre l'esercito marciava snodandosi in una lunga fila, così lo permetteva la strettezza del passo, i Baschi, preparata un'imboscata sulla vetta di un monte - giacché quel luogo si presta agli agguati per i folti boschi che vi abbondano -, si precipitarono dall'alto e spinsero nella valle sottostante gli ultimi carriaggi e i soldati che, marciando in appoggio della retroguardia, proteggevano il grosso che stava avanti; poi, ingaggiata la lotta, li uccisero tutti fino all'ultimo e, saccheggiati i bagagli, si dispersero alla spicciolata con straordinaria rapidità, protetti dal favore della notte incombente. In questa circostanza i Baschi erano avvantaggiati dalla leggerezza delle loro armi e dalla conformazione del terreno su cui avveniva lo scontro, mentre i Franchi, in confronto ai Baschi, erano svantaggiati sotto tutti i rispetti dal peso delle loro armi e dal dislivello del terreno. In questa battaglia caddero il siniscalco Eggiardo, il conte del palazzo Anselmo e il duca della marca di Bretagna Orlando, insieme a parecchi altri. E questo insuccesso non poté essere vendicato immediatamente, perché i nemici, fatto il colpo, si dispersero con tale abilità da non lasciare neppure un indizio del luogo in cui li si sarebbe potuti cercare. [...]. 

Sebbene si dimostrasse tanto grande nell'ampliare il suo regno e nel sottomettere i popoli stranieri, e per quanto fosse impegnato continuamente in siffatte occupazioni, tuttavia intraprese in diversi luoghi moltissime opere di ornamento e di utilità pubblica, e alcune le portò a compimento. Le più notevoli tra esse possono essere meritatamente considerate la basilica della Santa Madre di Dio ad Aquisgrana, opera di mirabile struttura, e il ponte sul Reno a Magonza, lungo cinquecento passi, quanto è largo, appunto, il fiume in quel tratto. Esso, però, fu distrutto da un incendio un anno avanti la sua morte e non poté essere ricostruito a causa della sua fine prematura, benché egli avesse in animo di rifarlo di pietra anziché di legno. Cominciò a costruire anche due palazzi di eccellente fattura, uno non lontano dalla città di Magonza, nei pressi della tenuta denominata Ingilenheim, l'altro a Nimega, sul fiume Waal, che scorre lungo la costa meridionale dell'isola dei Batavi. Ma soprattutto, quando venne a sapere che in una parte qualsiasi di tutto il suo regno c'erano edifici sacri caduti in rovina per vetustà, ne impose il restauro ai vescovi e ai prelati competenti per giurisdizione, controllando accuratamente l'esecuzione degli ordini per mezzo dei suoi rappresentanti. [...] 

Era dotato di eloquio facile ed esuberante ed era capace di esprimere con la più grande chiarezza tutto ciò che voleva. Non contento di conoscere soltanto la propria lingua materna, si dedicò anche allo studio delle lingue straniere, tra le quali apprese così bene la latina, che abitualmente si esprimeva con uguale padronanza in questa lingua o nella sua lingua materna, mentre la greca era in grado di capirla più che di parlarla. E in verità aveva una tale facilità di parola, da apparire financo un po' prolisso. Coltivò le arti liberali con grande passione, e poiché nutriva una profonda venerazione per coloro che le insegnavano, tributava loro grandi onori. Per lo studio della grammatica, ascoltò le lezioni del diacono Pietro da Pisa, che allora era vecchio; per le altre discipline ebbe come maestro Albino, detto Alcuino, anche lui diacono, un Sassone venuto dalla Bretagna, l'uomo più dotto in qualsiasi campo; sotto la sua guida spese moltissimo tempo e fatica nello studio della retorica, della dialettica e particolarmente dell'astronomia. Si dedicava all'apprendimento dell'arte del calcolo e con estrema curiosità indagava il corso degli astri, applicandovisi con la sua acuta intelligenza. Tentò anche di scrivere, e a questo scopo aveva l'abitudine di spargere sotto i guanciali del suo letto tavolette e foglietti di pergamena, per abituare la mano a tracciare le lettere, quando aveva un po' di tempo libero; ma quest'applicazione intempestiva, perché iniziata troppo tardi, ebbe poco successo.

[...] L'ultimo viaggio non fu determinato soltanto da questi motivi, bensì anche dal fatto che i Romani avevano usato molte violenze al pontefice Leone - tra l'altro, gli avevano cavato gli occhi e amputato la lingua -, e l'avevano costretto a implorare la protezione del re. Venuto a Roma per ristabilire la situazione della Chiesa, che si era fatta troppo confusa, vi si trattenne per tutto l'inverno. Allora ricevette il titolo di imperatore e di augusto. 
In un primo momento ne fu tanto scontento da dichiarare che quel giorno, sebbene fosse quello di una festa importante, non sarebbe entrato in chiesa, se avesse potuto conoscere in precedenza il disegno del pontefice. Sopportò, tuttavia, con grande pazienza la gelosia degl'imperatori romani, indignati per il titolo che aveva accettato; e con la sua magnanimità, per la quale senza dubbio era di gran lunga superiore ad essi, riuscì a vincere la loro ostinazione, inviando loro frequenti ambascerie e chiamandoli fratelli nelle sue lettere.

http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/media/docs/0377.pdf


LA DEPORTAZIONE DEI SASSONI * * * IL CAPITOLARE SASSONE.

ANNO 785 d.C
*** GERMANIA - Terminate le rivolte, Carlomagno e Vitichindo giungono a una pace.
Ma alla Sassonia i Franchi applicano leggi durissime, (con il cosiddetto Capitolare Sassone)
Da quando Carlomagno -come abbiamo già accennato nelle precedenti pagine • aveva ottenuto dopo il Natale celebrato a Roma, la resa del popolo
guidata dal ribelle VITUCHINDO, seguita dalla strage di 4500 capi suoi seguaci, il re franco, dopo tre anni di guerra sanguinosa conclusa in quel cruento modo, aveva iniziato una vera e propria sistematica deportazione dei sassoni in Francia, e un rimpiazziamento di coloni francesi nelle terre dove quelli venivano strappati.

Una prima "spedizione", dal suo quartier generale fissato a Eresburg, Carlo la organizza subito quest'anno. Dopo due anni di permanenza in zona, ci furono amichevoli approcci con Viduchindo e gli altri nobili sassoni con lui schierati. Il giorno di Natale del 785 Viduchindo e i suoi uomini si presentarono ad Attigny, furono battezzati e se ne andarono via come sudditi fedeli, con molti ricchi doni. Lo stesso Viduchindo ricevette da Carlomagno un reliquiario in oro tempestato di pietre e perle che oggi si trova nel Staatliche Museeum di Berlino.

Dopo tre anni di guerra sanguinosa, la Sassonia, la cui conquista è stata condotta in maniera spietata da Carlo, è sottomessa e, col "Capitolare Sassone", è sottoposta a un regime di rigorosa disciplina, un vero e proprio stato d'assedio.

Questo fu un successo importante non solo politico ma anche religioso, a Roma il papa fece festeggiare con una processione e preghiere di ringraziamento la felice conclusione.

Viduchindo uscì cosi di scena, ma rimase sempre nella memoria del suo popolo e divenne il protagonista di numerose leggende. In seguito le più potenti famiglie si onoravano di averlo come antenato e perfino la chiesa e la letteratura ecclesiastica si servirono di lui quando gli fece comodo. Le sue ossa iniziarono a fare miracoli, fu celebrato come santo e fu onorato per i secoli a venire.

Tuttavia le guerre ai sassoni non terminarono con questa conclusione, nel 792 ci furono ancora delle sollevazioni contro Dio, il re e i cristiani; si disse che era una reazione nazionale di tribù pagane; ma in realtà forse erano le eccessive imposte della decima che subito il clero di Carlomagno obbligò i Sassoni a pagare. La testimonianza ci viene da Alcuino lo storico al servizio di Carlo che scrive "...se il facile giogo e il leggero fardello di Cristo fossero stati predicati agli ostinati sassoni con la stessa insistenza con cui venivano riscosse le imposte o si pretendevano durissime penitenze anche per peccati lievi, essi non si sarebbero probabilmente sottratti al battesimo", cosi' scrisse Alcuino, non senza ironia.

Di ribellioni ne seguirono altre: nel 797, nel 798, nel 799.
n particolare nell'804 intere zone della Sassonia, in particolare nella zona settentrionale e in quella della Nordalbingia città e paesi si videro privati della loro popolazione, poiché gli uomini venivano portati via con mogli e figli. E' certo che una percentuale non indifferente del popolo sassone in quel periodo venne strappata al suolo natio, perché ancora nei secoli posteriori se ne trovano tracce nelle regioni franche e alamanne.

La guerra, pur con delle interruzioni, durerà trentadue anni. 
Si può considerare terminata solo quando il vasto territorio germanico fino all'Elba entrava definitivamente a far parte dell'impero franco. Carlo portò così a compimento, con una costanza ammirevole, ma anche in maniera spietata, il suo proposito di sottomettere oppure annientare i sassoni.

Questi, a loro volta, non vanno visti come ostinati pagani che si opponevano alla grazia della civiltà cristiana che Carlo voleva imporre, ma piuttosto vanno ammirati come un popolo particolarmente fiero e risoluto che difendeva le proprie caratteristiche nazionali. Diciamo che i sassoni furono sacrificati al grande sviluppo centrale carolingio, che a quel tempo era il fattore dominante nella formazione politica dell'occidente.

Non riuscirono a resistere alle inevitabili esigenze del progresso che a suo modo Carlo voleva imporre in tutti i territori, ritenendoli utili alla difesa del suo impero che andava lentamente costruendo. Con la lotta ai sassoni si cautelò al massimo, chiudendo tutte le porte alle invasioni dall'est di cui ancora a quei tempi si parlava.

https://cronologia.leonardo.it/storia/anno785.htm


LA NOTTE DI VERDEN 
A Verden, i Franchi decapitarono 4500 uomini, accusati di avere combattuto per Vitichindo, ma questi non era tra loro. Ciò rese amaro il trionfo di Carlo, di Teodorico e degli altri Pari che, non usi a uccidere gli inermi, giunsero con sicuro imbarazzo al loro più malaugurato appuntamento con la storia. Non c'era però altro da fare, se non si voleva minare irrimediabilmente lo spirito dell'armata, desolato da una seconda Roncisvalle. Il Re diede l'esempio, decapitando il primo prigioniero con un colpo netto della sua spada di nome Gioiosa (Joiuse), chiamata secondo altre versioni Alfachiara (Hatóeclere) per la fama che aveva di "cantare in combattimento con voce nitida e argentina". Gli altri paladini fecero la loro parte, almeno una esecuzione a testa. Subentrarono poi i carnefici di professione, usando presumibilmente asce anziché spade. 

Tre anni dopo la notte di Verden crollava il mito di Vitichindo, che insieme al fratello Abbio chiedeva (e otteneva) di essere battezzato, aprendo così la strada all'evangelizzazione della Nazione sassone. Vitichindo chiese in questa occasione quel che non si era mai curato di chiedere per i suoi uomini, cioè «garanzie per la propria incolumità». Così riportano gli Annali del Regno franco per l'anno 785, dando la curiosa notizia che Carlo accettasse, per tranquillizzarlo, di mandargli un certo numero di ostaggi. Il che appare quanto meno sorprendente, dato che a consegnare gli ostaggi erano sempre stati fino allora gli sconfitti, non il vincitore.
http://www.alcovacreativa.org/la%20notte%20di%20verden.pdf

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