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domenica 10 settembre 2017

Primo Levi. «Non comprendo, non sopporto che si giudichi un uomo non per quello che è, ma per il gruppo a cui gli accade di appartenere»

I tedeschi e la colpa
Mario Porro

Quando nel ’46 il filosofo Karl Jaspers riprese l’insegnamento in Germania, che era stato costretto ad abbandonare per aver sposato un’ebrea, dedicò il suo corso alla questione della colpa, soffermandosi sulla colpa ‘metafisica’, quella che investe chi non fa nulla per impedire il male inflitto a un proprio simile. 

È questa la dimensione a cui si pone il confronto che Levi aspira ad avere con i tedeschi. 
«La mancata diffusione della verità sui lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto» (SeS). Le pagine del suo primo libro Levi le aveva scritte senza pensare a un destinatario specifico, come chi sente il bisogno di gridarle sui tetti, ma quando Se questo è un uomo viene tradotto in lingua tedesca nella Germania Federale, dice nella prefazione che ha trovato compimento lo scopo della sua vita, «di portare testimonianza, di fare udire la mia voce al popolo tedesco, di ‘rispondere’ al kapo che si è pulito la mano sulla mia spalla, al dottor Pannwitz, a quelli che impiccarono l’Ultimo, ed ai loro eredi».

In I sommersi e i salvati, dice che, all’annuncio del contratto, gli era diventato chiaro che il libro era sì rivolto a tutti, ma «i suoi destinatari veri, quelli contro cui il libro si puntava come un’arma, erano loro, i tedeschi. Ora l’arma era carica». 

In risposta alla sua domanda se sia possibile capire i tedeschi, Levi riceve tra il 1961 e il 1964 una quarantina di lettere dai suoi lettori, che commenta nell’ultimo capitolo di I sommersi e i salvati. In molte si scorge il desiderio di assoluzione, il goffo tentativo di scaricare le colpe su Hitler e la sua demoniaca virtù di persuasione, cancellando o fingendo di ignorare le responsabilità degli industriali di ditte ancora fiorenti che assumevano schiavi affamati, di quanti entravano volontari nelle SS, di quanti utilizzavano i beni strappati agli ebrei. 

L’interlocutrice con cui si avvia lo scambio di lettere più duraturo e un solido rapporto di amicizia è una coetanea di Levi, Hety Schmitt-Maass, di famiglia anti-nazista, amica di Hermann Langbein, che mette Levi in contatto con Jean Améry. Hety muore all’improvviso nell’83, una scomparsa che rattrista molto Levi; l’esistenza di simili persone, ha scritto Ian Thompson, gli pareva garanzia che un quarto Reich non sarebbe mai nato. È proprio Hety a recuperare l’indirizzo di Ferdinand Meyer, un chimico che aveva lavorato nel laboratorio della Buna, di cui Levi ricorda il comportamento gentile con i colleghi ma anche con i prigionieri. Avrà così inizio una corrispondenza fra i due chimici, che Levi ricostruisce, ‘arrotondandola’ un po’, nel capitolo Vanadio di Il sistema periodico; s’inventa un contenzioso con una ditta tedesca, e dalla corrispondenza emerge un indizio, un lapsus di scrittura che induce Levi a supporre che il suo interlocutore sia proprio il Meyer incontrato in lager. Müller (così lo chiama in Vanadio) era un borghese che, a differenza degli altri, si era rivolto a Levi in modo cortese, lo aveva aiutato e in un’occasione gli aveva chiesto: «Perché ha l’aria così inquieta?», al che Levi aveva pensato fra sé e sé: «costui non si rende conto».

Nella lettera a Levi, Müller sostiene che la IG-Farben aveva assunto prigionieri solo per proteggerli, che ad Auschwitz nulla lo aveva indotto a pensare all’uccisione di ebrei, il che era anche possibile, commenta Levi, bastava non porre domande, né cercare spiegazioni alle fiamme che uscivano dal crematorio, visibili nei giorni chiari anche dalla Buna. A distanza di più vent’anni, valeva ancora quanto Levi aveva pensato allora, «costui non si rende conto». 
Il personaggio Müller rimaneva «un esemplare umano tipicamente grigio, uno dei non pochi monocoli nel regno dei ciechi»; cercava di far tornare i conti col passato barando un poco. Lo scrittore prepara la minuta della risposta, in cui cita casi di tedeschi che avevano dato prova di coraggio; certo, non tutti nascono eroi, «un mondo in cui tutti fossero come lui, cioè onesti e inermi, sarebbe tollerabile, ma questo è un mondo irreale. Nel mondo reale gli armati esistono, costruiscono Auschwitz, e gli onesti e inermi spianano loro la strada; perciò di Auschwitz deve rispondere ogni tedesco, anzi, ogni uomo, e dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi». 

L’incontro che Müller auspicava non avrà luogo, il chimico tedesco muore all’improvviso a sessant’anni. Levi ne ebbe sollievo: «Mi conosco: non posseggo prontezza polemica, l’avversario mi distrae, mi interessa più come uomo che come avversario, lo sto a sentire e rischio di credergli; lo sdegno e il giusto giudizio mi tornano dopo, sulle scale, quando non servono più» (SP). 

«Non comprendo, non sopporto che si giudichi un uomo non per quello che è, ma per il gruppo a cui gli accade di appartenere» (Ses); non è forse questo che hanno fatto i nazisti nei confronti degli ebrei e degli altri popoli inferiori? 
D’altra parte, Levi osserva in più occasioni come alcuni tratti appaiano specifici della mentalità tedesca. A partire dal tatuaggio, invenzione auschwitziana autoctona, equivalente al marchio che si imprime agli schiavi e al bestiame, in cui si manifestava il tipico talento tedesco per le classificazioni. E lo stesso vale per l’appello-conteggio, cerimonia vuota e rituale, che poteva durare ore, l’emblema stesso del lager, erede della tradizione del Drill, la feroce pratica militaresca prussiana, violenza insulsa che Hitler aveva condotto al parossismo. Retaggio di caserma, simbolo dell’ossessione per l’ordine e la disciplina, era anche il rito di rifare il letto, Bettenbauen, operazione sacrale, da eseguirsi secondo regole ferree. La «grande follia della terza Germania» era una «follia geometrica»: l’efficientismo fine a sé stesso, la mania dell’ordine, il fanatico attaccamento alla legge da applicare rigidamente, il burocratico ordinamento … Il lager è agli occhi di Levi un microcosmo che rispecchia fedelmente il tessuto sociale dello Stato totalitario: vi è instaurato un sistema d’autorità tipicamente fascista, una gerarchia rigida, un sistema d’investiture decise dall’alto, al di fuori di meriti e competenze. L’Ordine deve regnare sovrano, «non c’era luogo più ordinato del lager», un ordine ovviamente senza diritto, scrive Levi in Così fu Auschwitz (1975).


IL MALE.
Il convitato di pietra nella interrogazione sul lager è il Male. 
Nonostante l’accusa si sforzasse di presentare Eichmann come un essere demoniaco, una belva feroce, il pianificatore dello sterminio di sei milioni di ebrei appare ad Arendt un essere mediocre e ordinario, non un perverso o un sadico: il male in lui è banale, estremo ma non inumano, proprio per questo tanto più pericoloso. 

Nell’esaminare gli ‘stereotipi’ diffusi sul tema del lager, Levi osserva che il termine ‘aguzzini’ appare improprio perché fa pensare a individui distorti, affetti da un vizio d’origine; invece «erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso» (SeS). 

Proprio il carattere ordinario di crimini compiuti da gente normale dovrebbe indurci a rimettere in discussione il ricorso stesso alla categoria di Male, come ha proposto il filosofo francese François Jullien, meditando anche sull’insegnamento di Levi. [...]

La categoria patologica del mostruoso, l’ipotesi metafisica di un desiderio del male, l’emergere del demoniaco in termini religiosi (lettura che il laico Levi rifiuta nella conversazione con Camon) non sembrano darci contributi esplicativi di fronte alla disumanizzazione dei campi. Neppure appare sufficiente la spiegazione che fa appello al fanatismo, perché pochi erano i fanatici, i più erano conformisti, pronti a servire il potere per interesse. L’universo degli assassini si compone di ‘onesti’ impiegati che aspirano a fare carriera, i complici del crimine compongono l’immensa massa della mediocrità umana. Ne abbiamo conferma da indagini storiche apparse negli anni Novanta, che si sono soffermate sulle azioni del battaglione 101o di polizia di Amburgo, composto da impiegati, operai, commercianti, non fanatici nazisti antisemiti, ma soldati della Riserva, chiamati per le necessità belliche. Questi ‘uomini comuni’ (come recita il titolo del libro di Christopher Browning) compiono massacri fra gli ebrei dei villaggi di Polonia e Ucraina, ne selezionano altri per i campi di sterminio; sono I volonterosi carnefici di Hitler (titolo del libro di Daniel Jonah Goldhagen), diventati efficienti assassini non per fede nell’autorità o paura di punizioni, ma per spirito di emulazione, per conformismo al gruppo, per non sentirsi esclusi dai commilitoni. Alla normalità degli assassini corrisponde quella dell’amministrazione; è l’ordinario apparato burocratico della Germania ad aver gestito il genocidio, ma la barriera della coscienza cade nel momento in cui l’atto è inserito nell’ambito rassicurante del lavoro organizzato e pianificato; quando il crimine è collettivo, la colpa degli altri lava la propria, ha osservato Todorov.
Più che i richiami alla malvagità personale, in termini psicologici, Primo Levi invita a una lettura sociale e politica, senza per questo annullare la responsabilità giuridica e morale, di cui solo gli individui sono imputabili: «la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario» (SeS).

Lo stato totalitario ha bisogno di funzionari più che di adepti, chiede pragmatica efficienza e il cinismo di chi non si rivolge più alla coscienza per valutare la correttezza morale delle proprie azioni: il funzionario ideale del regime è giunto all’apatia (in senso letterale, assenza di pathos, di empatia verso l’altro), i suoi comportamenti diventano rigidi, la sua personalità è ripartita in compartimenti stagni che distinguono l’ambito del privato dalla sfera pubblica del ‘lavoro’. Un tratto comune ai guardiani è la rottura schizofrenica fra comportamento e coscienza: «pietà e brutalità possono coesistere, nello stesso individuo e nello stesso momento, contro ogni logica» (SeS). Un’azione malvagia può scaturire da un uomo giudicato buono e convinto seguace di dottrine religiose: Langbein racconta di un kapo particolarmente pio che, dopo aver pregato, bastonava i prigionieri. I membri di un Einsatzgruppe in Russia eseguono in fretta l’ordine di sterminare tremila ebrei e tzigani perché devono recarsi alla messa di Natale.
Il meccanismo della depersonalizzazione agisce nei confronti di sé come dell’altro.

Nel sistema totalitario nazista, essere classificato come nemico equivale a vedersi escluso dall’umanità; se le vittime non sono più uomini, viene a cadere il ritegno verso la loro eliminazione e il genocidio equivale a una gigantesca opera di derattizzazione del mondo: non sono forse topi gli ebrei nel graphic novel Maus di Art Spiegelman? Nel capitolo di I sommersi e i salvati dedicato alla Violenza inutile, Levi si sofferma sulla «inutile crudeltà del pudore violato», sulla costrizione della nudità; in lager si entrava nudi, si era costretti di continuo a spogliarsi pubblicamente, per il controllo dei pidocchi, per le selezioni periodiche. Un uomo nudo e scalzo è una preda inerme, «non percepisce più sé stesso come un essere umano, bensì come un lombrico: nudo, lento, ignobile, prono al suolo. Sa che potrà essere schiacciato a ogni momento». Di fronte a esseri senza più nome, battezzati con numeri, privati d’identità, il guardiano si sente legittimato a trattarli come animali; e tali appaiono, nudi, sporchi e malati, in cerca di cibo, gregge che si lascia condurre al macello. La colpa ricade sulle vittime disumanizzate, sono loro i mostri perché costringono a ucciderli. Di fronte alla vittima degradata, l’uccisore sente meno il peso della colpa, è questa l’unica utilità della violenza inutile.


M. Porro, Primo Levi, il Mulino, Bologna 2017.

L’OBBEDIENZA

La formula cara a ogni fascismo, ammissione di castrazione intellettuale, era scritta sui muri delle case nel ventennio del regime mussoliniano: «credere, obbedire, combattere». Dietro la responsabilità dei capi sta quella della grande maggioranza dei tedeschi (e degli italiani) che, per pigrizia mentale, calcolo miope, orgoglio nazionale, hanno assunto l’atteggiamento di docile sottomissione caratteristico degli Stati totalitari. Il leader diviene il detentore dei fini ultimi del cammino a cui conduce quella che Hitler chiamava la ‘dea della storia’. È lo Stato a stabilire cosa siano il bene e il male, l’individuo viene dispensato dal pesante fardello della responsabilità; la condotta dei sudditi diviene strumentale, si limita ad attuare i mezzi per realizzare fini già stabiliti, si riduce ad assolvere gli atti che competono all’ambito ristretto della propria specialità. Grazie a educazione e propaganda, il suddito ‘ideale’ è un passivo, ma efficiente, esecutore di ordini: di qui la ‘tragica fatalità’ per cui brave persone possono diventare carnefici, senza avvertire responsabilità per i misfatti commessi. Uccidendo e torturando, i guardiani si conformano alle leggi del loro paese e agli ordini dei capi; dai crimini nazisti, rileva Todorov, s’impara che coloro che applicano la legge sono più pericolosi di coloro che la trasgrediscono. Il male più che nell’aggressività sta nell’obbedienza, nella remissività, nella disponibilità a eseguire gli ordini: «è una questione di eccessivo ossequio all’autorità, non di esercizio dell’autorità, il male principale», dice Levi (1982, CI). Anche per il Lorenz di Il cosiddetto male le radici del male stanno nel processo di addomesticamento: l’uomo addestrato diventa capace di violenza perché i meccanismi d’inibizione dell’aggressività intraspecifica sono annullati. 

Nel Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme, un albero è piantato per ogni gentile che abbia salvato almeno un ebreo dalla persecuzione nazista. Non si tratta di eroi o santi, spesso sono figure ‘ambigue’ come l’imprenditore tedesco Oskar Schindler, che aveva sfruttato la manodopera della Polonia occupata. Anche il bene abita una zona grigia, in cui l’altruismo può mescolarsi all’opportunismo, il coraggio alla fede in ideologie antidemocratiche; ma in ogni caso sta dal lato della disobbedienza o, quantomeno, dell’aggiramento, dell’elusione della legge. Esemplare in tal senso la vicenda di Paul Grüninger, capo della polizia di frontiera del cantone di san Gallo: la Svizzera, a partire dall’agosto del 1939, decise di chiudere le frontiere ai profughi ebrei, ma Grüninger finse di non vedere il loro transito, in qualche caso retrodatò i visti d’ingresso. Già nel ’39 venne licenziato, poi condannato e privato della pensione, subì il discredito dei concittadini e morì in povertà. 

In una conferenza del ’79, Levi affronta il tema del pregiudizio razziale e propone una valutazione differente da quella prospettata dal relatore che lo aveva preceduto, Norberto Bobbio. Per il filosofo del Diritto, il razzismo è da interpretare in termini eminentemente culturali e quindi da affrontare con la terapia dell’educazione. Levi, richiamandosi anche agli studi etologici, ritiene che l’intolleranza razziale sia qualcosa di ferino, abbia origini preumane, «addirittura è incorporata in certi istinti primordiali» che ci accomunano ad altri mammiferi o ad altri animali gregari, sociali, come le api e le formiche, con la loro divisione in caste (PS, I). È dal bisogno animale di difendere il proprio territorio che si origina l’avversione verso l’ebreo: il bersaglio naturale, il capro espiatorio ottimale di tutti coloro che si impegnano nella demarcazione dei confini, per il suo essere figura di frontiera, non riconducibile a classi, nazioni o stati. Ma non è sufficiente la spiegazione che interpreta l’esercizio del male come regressione alla bestialità, a istinti primordiali, perché né la tortura né lo sterminio hanno equivalenti fra le bestie. Se è vero che «Hitler ha bestializzato la Germania» (CI), l’animalità non si esprime solo in termini di violenza aggressiva, di ferocia imposta dalla lotta per la sopravvivenza: in La banalità del male, Hannah Arendt scrive che il problema più difficile per gli esecutori della soluzione finale fu di «soffocare […] la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri». 
Il campo di annientamento è reso possibile dalla macchina organizzativa che riduce le vittime a bestie, una macchina funzionante secondo i criteri della razionalità ‘strumentale’ di una normale azienda che valuta in base a esigenze di bilancio. Zygmunt Bauman, in Modernità e Olocausto, ha sostenuto che lo sterminio è stato possibile perché rispondeva ai criteri dell’efficienza (minimo dei costi e massimo dei ‘benefici’) e dell’efficacia (scelta di mezzi adeguati al fine).

Auschwitz porta all’estremo le caratteristiche del moderno sistema di fabbrica: invece di produrre merci, utilizza gli esseri umani come materia prima e sforna la morte come prodotto finale, con le quantità giornaliere riportate sul rendiconto dei dirigenti. Auschwitz sarebbe in tal senso «un enorme progetto di ingegneria sociale», figlio dell’Occidente tanto quanto le fabbriche di Detroit: precisione, disciplina e insensibilità militaresca convivono con i criteri produttivi del risparmio esasperato e del recupero dei ‘materiali’, in questo caso le spoglie delle vittime. 
Al pari della divisione del lavoro di fabbrica, anche la pratica dello sterminio richiede la compartimentazione degli atti. Come altri prima di lui, Eichmann cercherà di difendersi nel processo a Gerusalemme dicendo di non aver mai ucciso nessuno con le proprie mani; in effetti, nei tanti anelli di cui si compone la catena dello sterminio, le responsabilità sfumano fin quasi a scomparire. Al vertice della catena c’è Reinhard Heydrich, collaboratore di Himmler alla guida delle SS, poi Eichmann che si occupa di organizzare i trasporti verso i campi, i cui comandanti controllano che i treni siano in orario e coordinano le selezioni alla rampa. Gli anelli mediani della catena, incaricati dell’arresto di ebrei e oppositori, spesso sono soldati e poliziotti dei paesi collaboranti.

Al termine della catena, un gruppo di detenuti del Sonderkommando convince i prigionieri a farsi una doccia e disinfestarsi; gli esecutori finali, gli unici a uccidere, sono scelti tra le vittime stesse, rese compartecipi del male. Nel romanzo Le benevole, Jonathan Littell affida alle memorie del protagonista, responsabile di un Einsatzgruppe nell’Europa dell’Est, la ricerca di giustificazioni ai crimini cui ha partecipato: chi spara alla nuca di un uomo non è forse solo l’ultimo anello di una lunghissima catena? La vittima gli è stata portata da altri, altri hanno deciso la sua sorte. Chi è colpevole? Tutti o nessuno? «Chi manovra gli scambi della ferrovia, per esempio, è forse colpevole della morte degli ebrei che ha avviato verso un campo di concentramento?». Non fa che il suo lavoro di sempre, non è tenuto a sapere cosa trasporta il treno che conduce. E cosa dire del tipografo che stampa gli avvisi di deportazione, del fornitore di filo spinato o di benzina, e di «Dio, lassù, che permette tutto questo»?

In M. Porro, Primo Levi, il Mulino, Bologna 2017.


http://www.doppiozero.com/materiali/i-tedeschi-e-la-colpa

giovedì 15 giugno 2017

Primo Levi. I sommersi e i salvati. La zona grigia (capitolo secondo): "L’ingresso in lager era un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il noi perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno.[...].Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata di un’aggressione concentrica da parte di coloro in cui si ravvisava di trovare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere."

Primo Levi. 
I sommersi e i salvati

L’opera pubblicata nel 1986, un anno prima del suicidio dello scrittore, è divisa in otto capitoli, preceduti da una Prefazione e seguiti da una Conclusione.

La zona grigia (capitolo secondo):
"L’ingresso in lager era un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il noi perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno.[...].Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata di un’aggressione concentrica da parte di coloro in cui si ravvisava di trovare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere." 

Comunicare (capitolo quarto):
[...] gli ordini venivano dati tranquillamente, poi ripetuti identici in tono rabbioso, infine urlati a squarciagola, accompagnati da calci e pugni "come si farebbe a un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto." Il sapere o no il tedesco era uno spartiacque. 
Sul piano dell'immediato, non è possibile comprendere gli ordini, nè decifrare le prescrizioni: 
a riprova di ciò i primi giorni di prigionia non possono essere che ricordati come "un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di furia e privo di significato: un tramestio di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la parola umana non affiorava". In ultima analisi non si può sopravvivere, perché nel Lager senza informazione non si vive. Chi non capisce il tedesco, intendendo con tedesco quella sorta di lingua parallela propria dei lager e solo vagamente somigliante a quello originario, rischia di "annegare nel mare tempestoso del non-capire". Ed il non-parlare ha effetti devastanti sull'individuo, perché "con la lingua ti si secca il pensiero" e si realizza la crudele volontà di rendere l'uomo una bestia. [...]

Violenza inutile (capitolo quinto):
[...] L'autore apre così il capitolo relativo alle inutili ingiustizie subite dagli internati nei campi di concentramento.

La sequenza di umiliazioni e offese gratuite inizia già dal metodo di deportazione: enormi carri merci, tuttavia non abbastanza grandi per il numero di persone stipate in essi per numerosi giorni senza cibo, acqua o un minimo di latrina.

Una delle più vane costrizioni con cui il prigioniero doveva fare i conti, una volta entrato nelle fredde stanze dove avvenivano la privazione degli abiti, delle scarpe e di tutti gli oggetti personali, era il taglio dei capelli e di tutti i peli. Al di là della necessità di maggiore pulizia, dato il proliferare dei pidocchi, questa violenza risultava offensiva per la sua inutile ridondanza. Un uomo nudo e scalzo è una preda inerme. La stessa sensazione debilitante di impotenza era provocata, nei primi giorni di prigionia, dalla mancanza di un cucchiaio, un dettaglio apparentemente inutile, ma che marginale non era per un uomo che si nutriva ogni giorno di una sola e misera razione di zuppa. Non era una questione di risparmio, per i tedeschi, ma un preciso intento di umiliazione. 

A tutto ciò c’è da aggiungere l’assurdità dell’adattamento della vita concentrazionaria a una versione militare tedesca con regole ferree quanto insulse (dalla divisa con i suoi 5 bottoni obbligatori alla marcia cadenzata da musiche di banda, all’ordine del rifare i letti in un certo modo) e da segnalare è anche l’uso dei prigionieri come cavie umane per esperimenti scientificamente inutili in un’epoca in cui ci si chiedeva se sia giusto condurre esperimenti dolorosi su animali. 

Il discorso da farsi sul tatuaggio è leggermente differente, poiché questo fu invenzione auschwitziana autoctona. L'operazione, in sé, era poco dolorosa, ma lo era il suo significato simbolico: "Questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome." La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa. Era anche un ritorno barbarico: il tatuaggio, infatti, è vietato dalla legge mosaica. Violenza inutile era poi il lavoro non retribuito ed afflittivo. Non bisogna poi dimenticare quello che fu l'esempio estremo di una violenza ad un tempo stupida e simbolica: l'empio uso del corpo umano, gli esperimenti medici. E tale crudeltà si estendeva anche al cadavere, alle spoglie umane dopo la morte.

http://ospitiweb.indire.it/~copc0001/ebraismo/sommersi.htm

  • il primo capitolo (La memoria dell’offesa) indaga lo strumento della memoria, che per Levi è “meraviglioso ma fallace”, perché viene implicitamente condizionata da ciò che avviene in seguito: gli aguzzini del campo possono così tentare di giustificare i loro comportamenti come frutto di un disegno più grande, di cui loro erano semplici ingranaggi incolpevoli. Una distorsione speculare della memoria è anche quella delle vittime del Nazismo: spesso, per nascondere un dolore troppo grande, i sopravvissuti al Lager (i “salvati”) si sono costruiti una sorta di memoria fittizia. 

  • Nel secondo capitolo (La zona grigia) Levi allora approfondisce la natura del disegno di sterminio hitleriano, soprattutto negli ultimi drammatici mesi di guerra: l’obiettivo è quello della distruzione non solo fisica ma anche psicologica degli internati. Da qui la serie di violenze insensate e di umiliazioni disumane di cui sono vittime i prigionieri ebrei. La peggiore di tutte per Levi è quella che confina l’essere umano in una condizione di complicità con i suoi stessi carnefici: è il caso dei Sonderkommandos (i gruppi di prigionieri ebrei che si devono occupare della gestione delle camere a gas) e, più in generale, di tutti quei prigionieri privilegiati che, proprio grazie al rapporto con le autorità naziste, hanno avuto salva la vita. 
  • La vergogna (capitolo terzo) tratta allora il problema morale della “minoranza anomala” che si è salvata dai campi di sterminio: Levi descrive il tormento morale e il senso di colpa dei “salvati” che, poiché “mancava il tempo, lo spazio, la pazienza, la forza”, non hanno saputo o potuto aiutare tutti gli altri prigionieri. La pena di questi “salvati” non sarà però minore nel resto della loro esistenza, tanto che in molti sceglieranno la via del suicidio.
  • Il capitolo quarto (Comunicare) affronta una questione solo apparentemente secondaria: quella della lingua. La gran parte dei prigionieri del campo vive infatti nella condizione assurda di non comprendere gli ordini delle guardie, non conoscendo il tedesco. Questa condizione umilia ulteriormente i prigionieri, privandoli della facoltà di relazionarsi con il mondo, venendo privati del loro stesso pensiero. Levi analizza poi la particolare lingua del campo di concentramento, che è una sorta di degenerato dialetto tedesco. 
  • Nel quinto capitolo (Violenza inutile) lo scrittore affronta il fondamentale tema della violenza nei confronti dei detenuti: essa appare agli occhi di Levi tanto inutile quanto umiliante, e finalizzata solo alla completa distruzione psicofisica dell’internato attraverso le leggi del campo (il taglio dei capelli, la sottrazione degli oggetti personali, l’obbligo delle marce e il rispetto meticoloso degli orari). A ciò s’aggiunge la pratica degli esperimenti medici sui detenuti, che rappresentano l’esempio più estremo di alienazione e disumanizzazione. L’intellettuale ad Auschwitz (capitolo sesto), prendendo spunto dalla figura di Jean Amery (pseudonimo di Hans Mayer), affronta invece la questione della dura vita di un intellettuale all’interno di un campo di concentramento, dove egli vede miseramente crollare tutti i valori in cui aveva sempre creduto.

Gli ultimi due capitoli (Stereotipi e Lettere di tedeschi) affrontano rispettivamente alcuni falsi miti sul mondo di Auschwitz (come la possibilità di fuga dal campo) e la questione della valutazione a posteriori di quello che è successo in Germania durante gli anni del Nazismo. Per Levi il rischio è sempre quello che la distanza temporale che si frappone tra noi e gli eventi descritti nei suoi libri offuschi la percezione di ciò che è successo e quindi ci porti a dimenticare con troppa leggerezza. Completa il quadro la corrispondenza dell’autore con alcuni cittadini tedeschi dopo la pubblicazione in tedesco di Se questo è un uomo (1961).
 
Nelle pagine de I sommersi e i salvati Levi decide di farci udire la voce anche di chi non è sopravvissuto al nazismo, quella dei "sommersi". Questi ultimi sono coloro che non hanno trovato un modo per restare in vita perché hanno seguito passo per passo le regole della vita del campo; a loro si contrappongono i (pochi) "salvati" che, pur ad un prezzo altissimo, sono tornati vivi alla loro esistenza normale e quotidiana. 

Levi, annoverandosi tra questi, spiega al lettore come la maggior parte dei "salvati" siano riusciti a vivere perché hanno accettato di abbandonare parte della propria moralità e integrità, riuscendo a divenire "utili" al funzionamento del campo. 

Da ciò capiamo l’angoscia provata da Levi al momento della liberazione da parte degli alleati, che non viene vissuto con totale gioia, perché porta con sé la vergogna per essere sopravvissuti, e insieme l’onere delle testimonianza di ciò che i sopravvissuti hanno visto.

La forza di questo libro è il coraggio di raccontare l’animo umano in una situazione inedita nella Storia come quella del campo di sterminio. Levi non descrive la spinta alla solidarietà e all’aiuto reciproco da parte degli internati, ma piuttosto presenta la vita del campo secondo la massima mors tua vita mea - "la tua morte è la mia vita", e cioè il cinico principio per cui alla morte di un compagno corrisponde una speranza di salvezza in più per se stessi: la quotidianità dell'incubo, l'assurdità delle leggi del campo in una situazione esistenziale in cui nulla pare avere più norma o valore, la perversità di un microcosmo che pare non avere orizzonti di uscita.

Levi ci spiega quali limiti disumani possa raggiungere una condizione come quella dei prigionieri di un lager, non riferendosi tanto alla ferocia nazista, bensì descrivendo lo stato di degradazione morale e fisica in cui versano i prigionieri: una disumanizzazione tale da togliere significato anche alla morte.

1 Si pensi in particolare al ruolo della poesia proemiale Shemà.
2 Samuel Taylor Coleridge, The Rime of the Ancient Mariner, vv. 582-585.

http://www.oilproject.org/lezione/primo-levi-sommersi-e-salvati-riassunto-e-spiegazione-dell-opera-2880.html

Scritto nel 1986, ultimo lavoro dell'autore, è un'analisi dell'universo concentrazionario che l'autore compie partendo dalla personale esperienza di prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz ed allargando il confronto ad esperienze analoghe della storia recente, tra i cui i gulag sovietici.

La narrazione descrive con lucidità e distacco - nonostante l'averne vissuto l'esperienza diretta - i meccanismi che portano alla creazione di "zone grigie" di potere tra oppressori e oppressi, la corruzione economica e morale delle persone che vivono nei sistemi concentrazionari, gli scopi e gli utilizzi politici e sociali di tali sistemi, la replicazione di analoghe dinamiche comportamentali nelle realtà quotidiane odierne.

Già dalla prefazione, Levi pone l'attenzione sulla tendenza del pubblico a rifiutare l'esistenza dei lager, a sminuire l'orrore che i diretti testimoni avrebbero riportato. Tale rifiuto già era stato previsto dai colpevoli, tant'è che erano soliti ammonire i prigionieri dei lager che nessuno gli avrebbe creduto, e che comunque tutte le prove sarebbero andate distrutte, cosa che però non avvenne. 

I militi delle SS cercarono difatti fino all'ultimo di distruggere documenti e interi campi di sterminio - e in alcuni casi vi riuscirono anche - ma buona parte del materiale rimase fino alla fine della guerra. 

Gli stessi comandanti delle SS furono inviati in zone poco sicure, con il preciso intento, secondo l'autore italiano, di rimanere uccisi e non poter quindi confermare quanto i nazisti avevano fatto. 

Inoltre Levi pone attenzione al fatto che l'intera Germania fosse a conoscenza di quanto accadeva nei lager: troppi erano gli indizi, come l'acquisto di veleni e di forni crematori, da non poter insospettire. Tuttavia, molti preferirono non indagare.

Nel primo capitolo, La memoria dell'offesa, Levi inizia a trattare dell'argomento principale del libro: la memoria. Parte dal presupposto che la memoria umana è fallace, condizionata da ciò che si sente successivamente e da ciò che si legge. E se per gli oppressori la memoria può essere facilmente cancellata, è per gli oppressi che il ricordo delle torture subite non riesce a scomparire. 

Inoltre la fallacità della memoria può essere usata a proprio favore: 
molti sono gli oppressori che si sono, volutamente, inventati un'altra memoria, cancellando quanto avevano fatto e riducendolo in semplici azioni senza alcuna colpa. Questo è il modo con cui Levi afferma che molti complici dello sterminio si siano salvati dai loro stessi sensi di colpa. 

Tornando alla memoria, anche coloro che hanno subito tendono a ricrearsene una nuova: 
non per sfuggire a ciò che hanno fatto - poiché, come si è detto, sono loro che hanno subito - ma per sfuggire a quel ricordo, per dimenticare quanto hanno subito, i dolori e le ingiustizie.

Nel secondo capitolo, La zona grigia, l'autore tratta dei privilegiati all'interno dei lager, quella che lui definisce appunto "la zona grigia". Fra queste, nota è la squadra addetta alla gestione dei crematori, di cui Levi parlerà approfonditamente. 

In chiusura del capitolo, si parlerà anche della figura di Mordechai Chaim Rumkowski, il decano di Lòdz, ebreo affezionato al potere e che, appoggiato dalle SS, aveva imposto il suo comando all'interno del ghetto della sua cittadina.

Nel terzo capitolo, La vergogna, Levi inizia a parlare dell'angoscia della liberazione. 
Non vi è stata infatti, secondo il suo parere, la felicità nell'essere liberati, poiché i mesi passati all'interno del lager hanno modificato profondamente tutti i superstiti. Tanto da farli vergognare della loro posizione, da farli sentire in colpa per quanto era successo e per quanto le SS avevano fatto.

Nel quarto capitolo, Comunicare, l'autore tratta delle difficoltà linguistiche, in particolare di quelle degli italiani che, giunti nei lager, non riuscivano a comprendere il tedesco. Inoltre si parla della lingua tedesca e della sua mutazione all'interno dei lager, un imbastardimento tale da creare un dialetto proprio per ogni lager.

Nel quinto capitolo, Violenza inutile, Levi tratta della violenza senza un apparente scopo, ma usata solamente per provocare il piacere in chi la esegue. In questo capitolo viene portato ad esempio il viaggio nei carri merci, la nudità imposta ai prigionieri, il tatuaggio sul braccio, i lavori inutili e gli esperimenti effettuati sulle persone.

Nel sesto capitolo, L'intellettuale ad Auschwitz, l'autore tratta e commenta un saggio di Jean Amery, un sopravvissuto ai lager. Qui Levi critica la definizione che Amery dà dell'intellettuale in quanto conoscitore della cultura umanistica e filosofica, e dedito al pensiero astratto (escludendo quindi scienziati e tecnici), proponendo la figura di un intellettuale la cui cultura è viva e che non prova sdegno davanti a nessun ramo del sapere, sempre pronto a rinnovarsi e accrescersi. In ultima analisi, però, concorda con Amery per la considerazione finale per cui il lavoro manuale, affrontare la routine della baracca e assistere all'imbastardimento della lingua, è più duro e debilitante per l'uomo colto che non per l'incolto.

Nel settimo capitolo, Stereotipi, Levi risponde a tre delle domande più frequenti verso i reduci. 
La prima riguarda la fuga dai lager, la seconda la ribellione verso i carcerieri e la terza riguardo alla fuga dalla patria per evitare la deportazione.

Nell'ottavo capitolo, Lettere di tedeschi, Levi commenta alcune lettere inviategli negli anni al seguito della pubblicazione di Se questo è un uomo in Germania.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
https://it.wikipedia.org/wiki/I_sommersi_e_i_salvati



il fulcro del libro è costituito dai capitoli II e III, intitolati rispettivamente La zona grigia e La vergogna. Argomenta Levi che lo spazio tra la categoria delle vittime e degli aguzzini non è vuoto, bensì «costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo) che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana». 

È un tema ingrato, questo delle forme di collusione o di acquiescenza tra vittime e oppressori: i Kapos, i Prominenten, e tutte le altre grottesche figure del privilegio nel Lager e nei ghetti ebraici, ma anche i rari gesti di spaventata pietà da parte della popolazione civile tedesca. 

Levi indaga e descrive lasciando in sospeso il giudizio, ma scavando col suo bisturi verbale dentro la carne viva dei fatti. La sua indagine porta alla luce un sentimento paradossale: la «vergogna del sopravvivente», il senso di colpa del «salvato», il quale è portato a credere di essere rimasto vivo al posto di un altro, più debole, più sfortunato e più onesto di lui, al quale egli ha dunque sottratto qualcosa.

[...] è il libro di un antropologo che include se stesso nel campo dell’indagine; [...].

 
«"È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire".
 [...] Le domande cui Levi risponde [...] 
Quali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario, e quali le tecniche per annientare la personalità di un individuo? Quali rapporti si creano tra oppressori e oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la "zona grigia" della collaborazione? Come si costruisce un mostro? Era possibile capire dall'interno la logica della macchina dello sterminio? Era possibile ribellarsi ad essa? E ancora: come funziona la memoria di un'esperienza estrema? Che cosa sapevano, o volevano sapere, i tedeschi? [...] 


http://www.primolevi.it/Web/Italiano/Contenuti/Opera/110_Edizioni_italiane/I_sommersi_e_i_salvati



Secondo Primo Levi, per comprendere meglio il mondo e affrontare più facilmente gli ostacoli della vita, gli uomini operano moltissime semplificazioni, procedura che è indispensabile per farsi un’idea di come funziona il mondo.  

Una di queste semplificazioni porta gli uomini a dar credito ad una visione manichea del mondo: esistono solo i puramente buoni e i puramente cattivi. Non ci sono, non ci possono e non ci devono essere contatti tra queste due realtà. 

Un esempio molto significativo che riporta l’autore è il successo esagerato degli sport come il calcio o il baseball: durante una partita esistono solo due squadre o due individui che si fronteggiano; naturalmente, lo spettatore è portato a considerare, secondo sui giudizi personali, una delle due realtà come buona e l’altra come cattiva, anelando alla vittoria della prima e alla sconfitta della seconda.

Tuttavia, molto raramente (praticamente mai) le situazioni della vita sono così semplici e poco articolate: molto spesso queste due realtà entrano in contatto, unendosi così indissolubilmente e profondamente, tanto  da rendere impossibile qualsiasi tentativo di giudizio.

Riportando questa definizione di “zona grigia”  alla realtà del lager, Levi ci offre un nuovo modo di vedere i campi di concentramento: la loro caratteristica più odiosa, oltre alle terrificanti umiliazioni e alla tortura fisica, era il fatto che chiunque entrava in un lager non aveva punti di riferimento di alcun genere, era completamente solo di fronte ad una realtà completamente ostile.

Non esistevano due “fazioni”opposte che si fronteggiavano, non esisteva un solo nemico su cui concentrare tutta la propria rabbia e il proprio odio perchè  i mostri da cui guardarsi non erano solo i soldati, ma anche quelli che fino a poco tempo fa erano i propri amici, parenti, concittadini, ormai asserviti in misura maggiore o minore ad un sistema disumano nel tentativo di sopravvivere.

Questo brusco cambiamento rispetto alla vita quotidiana era riscontrabile fin dalle prime ore di detenzione nel campo e, molto spesso, bastava per sgretolare ogni traccia di speranza e coraggio nei prigionieri.  Questo era  l’intenzione  dei dirigenti del campo rispetto a chiunque giungesse per la prima volta nel campo: agli occhi dei “vecchi” detenuti,  il “nuovo” doveva essere  un avversario per definizione, qualunque fosse il motivo per cui era lì e la sua personalità andava attaccata e distrutta il prima possibile e con i metodi più violenti.

Levi è molto chiaro su come questo scopo fosse importante per le SS: 
non appena giunti al campo, i “nuovi” venivano  picchiati violentemente, intontiti con una sequela di ordini urlati con furia (in qualche caso anche simulata)e in una lingua che alcuni non comprendevano, denudati, rasati e vestiti di stracci. Ogni singolo aspetto di questo macabro e insensato rituale andava a contribuire all’annichilimento della personalità del prigioniero.

Oltre all’impegno delle guardie nel raggiungere questo proposito, molto spesso anche i prigionieri già presenti nel campo facevano la loro parte: chi era lì da più tempo degli altri era considerato una figura importante e da tenere in considerazione, figura che molto spesso non apprezzava l’arrivo dei “nuovi”, nei quali vedevano riflessa la loro vita precedente che pareva loro dolorosamente lontana.

Molto interessante, curiosa, patetica e triste è la condizione dei cosiddetti prigionieri “privilegiati”: erano questi una percentuale ristretta all’interno del campo, percentuale che diventa significativa nel conteggio dei sopravvissuti; infatti, essi (in un modo o in un altro), erano quelli che aveva trovato la possibilità di mantenersi più in forze degli altri.

Questi “privilegiati”, il cui privilegio scaturiva molto spesso da contatti (di qualunque tipo) con le alte sfere del campo, erano incaricati di incrementare maggiormente la dose di soprusi e angherie ai danni dei “nuovi”, in  modo che l’ordine del campo non venisse nemmeno lontanamente intaccato.

Questi personaggi tristi e complicati costituivano l’ossatura del controllo del campo da parte dei nazisti: essi non ne potevano fare a meno, a causa della mancanza di personale, impegnato a mantenere il controllo nell’Europa sottomessa e sui molteplici fronti di guerra. I nazisti, tuttavia, non potevano pensare che i “privilegiati” obbedissero ai loro ordini e non tradissero mai e in nessun caso: l’avevano fatto con i loro compagni e amici e nulla avrebbe loro impedito di farlo ancora. Per ovviare a questo fatto, i “privilegiati”  venivano immediatamente costretti a compiere azioni terribili ai danni degli altri prigionieri, in modo che rimanessero come marchiati e non potessero più tornare sui loro passi.

Nell’insieme dei “privilegiati”, Levi distingue due categorie: 
una composta da coloro che, pur di ricevere una razione extra di cibo, si davano da fare per svolgere compiti di relativa importanza (oppure assolutamente inventati dal nulla!); l’altra categoria delineata rappresenta coloro che, a differenza di quelli appena citati, disponevano all’interno del campo di un vero e proprio potere.

Erano questi i Kapos (i capi delle squadre di lavoro), i capibaracca, gli scritturali, uomini che avevano incarichi  di rilievo all’interno dell’amministrazione del lager.

Essi potevano accedere ad informazioni rilevanti sulla struttura del campo e sui membri delle guardie (magari le più corruttibili): per questo erano tenuti sotto osservazione continua dai dirigenti del campo; comunque, rispetto ai prigionieri, il potere di questi particolari “privilegiati”, non aveva alcun limite: non era raro (fino al 1943) che un Kapos ammazzasse di botte un prigioniero e non accorresse in alcuna sanzione (dal 1943 in avanti, quando la domanda di manodopera divenne più impellente, si introdussero alcune “norme”, come il fatto che le punizioni dei Kapos non dovessero ridurre permanentemente la capacità lavorativa del prigioniero).

Di fatto, quindi, all’interno del campo andava a delinearsi una struttura che in tutto e per tutto riprendeva quella dello stato totalitario: il potere proveniva tutto dall’alto e coloro che erano alla base di questa struttura non aveva alcun controllo su di esso.

Diventa quindi chiaro che questa struttura appariva allettante per chi, di natura, era attratto dal potere: infatti, in molti casi diventava Kapos chi risultava essere sadico, frustrato e chi, incredibilmente, dopo molta sofferenza, andava a riconoscersi nei suoi propri carnefici; secondo primo Levi, anche questo fatto delineava la somiglianza tra lo stato totalitario e la vita nel campo.

Successivamente Levi propone un esempio limite di questa aberrante collaborazione “vittima-carnefice”: i Sonderkommandos presenti nei campi di sterminio.

I Sonderkommandos (letteralmente “squadra speciale”), rappresentavano la squadra di prigionieri del campo incaricata del controllo e della gestione dei crematori e delle camere a gas. Essi, in quanto squadra speciale, erano sovvenzionati con razioni extra di cibo per la durata del servizio (qualche mese). Venivano scelti al momento dell’arrivo alla stazione e solo in un secondo momento realizzavano quale fosse il loro compito (chi rifiutò di obbedire venne ucciso).

Il loro  incarico  consisteva nel controllare i nuovi arrivati che dovevano essere introdotti nelle camere a gas, estrarre i loro cadaveri dalle camere, estrarre i denti d’oro dalle mascelle, rasare i capelli femminili, dividere e mettere da parte i vestiti, le scarpe, i bagagli, trasportare i corpi ai crematori, sovrintendere al funzionamento dei forni e quindi ripulirli dalle ceneri.

Questo compito orribile era affidato ad un gruppo di uomini che contava dai 700 ai 1000 effettivi, che comunque non durava per più di qualche mese: infatti, allo scadere del mandato, i componenti del Sonderkommandos venivano eliminati (sempre con metodi diversi per non destare sospetti) perché non potessero riportare ciò che avevano visto.

Il primo compito della squadra successiva, era quello di eliminare  i cadaveri della squadra precedente, una sorta di “rito di iniziazione”, ma non era chiaro che quel destino sarebbe toccato anche a loro.

Per quanto mi riguarda, questo è il miglior capitolo di tutto il libro.

L’idea della “zona grigia”, in cui nessuno è completamente innocente o colpevole, è qualcosa di assolutamente affascinante, che ci porta ad evitare quelle semplificazioni possono farci travisare la realtà dei fatti.

Levi riesce, incredibilmente, a superare le emozioni che lo colpiscono quando ripensa al campo e ad osservare la sua realtà in modo scientifico e obiettivo: solamente in questo modo, riesce ad indicare con chiarezza le situazioni del campo e, soprattutto, i suoi effetti sui prigionieri.

Con parole semplici ma dure, Levi descrive come il compito primario dei lager non fosse semplicemente distruggere fisicamente i prigionieri, ma umiliarli, spingerli al limite, alienarli da tutto ciò che è umano, perché se anche fossero sopravvissuti non avrebbero potuto ritornare alle loro vite precedenti.

In questo terrificante rituale, entravano a far parte anche gli stessi prigionieri, devastati dalla sofferenza e dalla rabbia e pronti a tutto pur di compensare in qualche modo il vuoto che sentivano dentro.

In questo modo, il lager acquista una concezione “fantascientifica”: 
è una sorta di dimensione parallela, in cui i valori normali della quotidianità vengono stravolti e ribaltati, i prigionieri vengono ridotti a bestie e costretti a perdere ogni connotato di umanità, ogni persona è completamente sola e immersa in un mondo che non può completamente comprendere.

Attraverso vari esempi, Levi delinea un filo conduttore per spiegare i comportamenti di collaborazione tra prigionieri e guardie: il potere.

In un sistema come quello del lager, il potere è un attraente miraggio cui molti anelano, ma che solamente alcuni, i più spietati e i più furbi, riescono a raggiungere: nei campi di sterminio, il potere e la sopraffazione risultano essere causa della sofferenza, ma anche unica apparente via d’uscita.

È la logica distorta del lager, la logica distorta del totalitarismo e dell’estremismo…la logica assurda, terribile, patetica e inconcepibile della violenza. [...]


La vergogna 1
PRIMO LEVI  –  LA VERGOGNA
La vergogna. Questo sentimento emerge, a parer nostro, in modo evidente in questa frase tratta dal libro “La tregua”:
” la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.”.

[...] 

La vergogna2 (Valentina Vorgnano).
Nel terzo capitolo, La vergogna, Levi inizia a parlare della vergogna provata dal “salvato” nel momento in cui ripensa all’esperienza del lager, oppure quando deve rispondere alle domande di chi non ha vissuto direttamente quell’esperienza eppure pretende di giudicarla.

Primo Levi afferma che molti (ed anche egli stesso) hanno provato vergogna, cioè un senso di colpa, durante la prigionia e dopo; questo è un fatto accertato e confermato da molte testimonianze. [...]

1) I “salvati” soffrivano perché si erano sentiti colpevoli per non aver fatto niente o non abbastanza  contro il sistema in cui erano assorbiti. Secondo Primo Levi sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente. [...]

2) Nei campi di concentramento tutti avevano vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco: avevano sopportato la sporcizia, le loro giornate erano state ingombrate dalla fame, dalla fatica, dal freddo… Inoltre  tutti avevano rubato: alle cucine, alla fabbrica, al campo…Tutti avevano dimenticato il proprio paese, la propria cultura, la famiglia, il passato, il futuro che si erano rappresentati, perché, erano ristretti al momento del presente. [...]

3) Primo Levi racconta che nel momento in cui si sentivano ridiventare uomini, ritornavano le pene degli uomini  [...].


Levi, infatti, racconta che nel maggio del 1944 arrivò un nuovo kapo per la sua squadra. Questi picchiava in modo convulso, maligno e perverso sul naso, sugli stinchi e sui genitali. Un collega, un ebreo comunista croato, aveva detto a Levi che questo Kapo non sarebbe durato molto. Infatti dopo una settimana il picchiatore sparì. Solo anni dopo, in un convegno di reduci, Levi venne a conoscenza del fatto che alcuni prigionieri politici addetti all’ufficio del lavoro del campo, avevano il potere di sostituire i numeri di matricola sugli elenchi dei prigionieri destinati alla camera a gas.) [...]

“Mancava il tempo, lo spazio, la pazienza, la forza”, afferma Levi. [...]
la regola principale del Lager era quella di badare prima di tutto a se stessi.

5) Levi ricorda, che nell’agosto del 1944, faceva molto caldo. La sua squadra era stata mandata in una cantina a sgomberare i calcinacci, e tutti soffrivano per la sete. A Levi era stato affidato un angolo della cantina, attiguo ad un locale occupato da impianti chimici in corso di installazione ma già danneggiati dalle bombe. Lungo il muro c’era un tubo che terminava con un rubinetto poco sopra il pavimento. Levi lo aprì a si accorse che usciva dell’acqua a gocce. Scelse di dividere l’acqua con il suo compagno Alberto, amico fin dall’infanzia. Di nascosto in due bevettero, alternandosi sotto il rubinetto.

Ma nella marcia di ritorno al campo Levi si trovò accanto a Daniele, tutto grigio di polvere di calcinacci con le labbra spaccate e gli occhi lucidi e si sentì colpevole.

Daniele li aveva visti e glielo disse alcuni mesi dopo la liberazione avvenuta. 
Chiese perchè non avesse potuto bere anche lui. Era il codice morale “civile” che riemergeva.

Inoltre il fatto di essere sopravvissuti fa sempre pensare che forse “sei vivo al posto di un altro”, sicuramente migliore di te.

6) Levi racconta di quando, al ritorno dalla prigionia, andò a trovarlo un amico più anziano di lui il quale era contento di ritrovarlo vivo e indenne dicendo che il fatto che Levi fosse sopravvissuto non fu opera del caso ma bensì opera della provvidenza. Levi iniziò così ad interrogarsi sul perché proprio lui, non credente, si fosse salvato. Un suo amico religioso gli disse che era sopravvissuto affinchè portasse testimonianza di quanto era accaduto, ma lui rifiutò completamente questa spiegazione, perchè acuiva il suo senso di colpa.

Primo Levi si domanda perché sia morto Chajim, orologiaio di Cracovia, ebreo pio, che si era sforzato di capirlo e di farsi capire e di spiegare le regole essenziali di sopravvivenza nei primi giorni di cattività; è morto Robert, professore alla Sorbona, che emanava fiducia e coraggio intorno a sé e registrava tutto nella sua memoria…Queste persone sono morte non malgrado il loro valore, ma per il loro valore.

7) Infine i sopravvissuti sentivano la “vergogna del mondo”, cioè il dolore per le colpe che altri hanno commesso: soffrivano perché si rendevano conto che il genere umano, di cui fanno parte, era capace di costruire una mole infinita di dolore.
Vorgnano Valentina

 

Gli stereotipi
Nel settimo capitolo, Stereotipi, Levi risponde a tre delle domande più frequenti verso i reduci. [...]

Primo Levi dice che coloro che hanno sperimentato la prigionia si dividono in due categorie ben distinte: quelli che tacciono e quelli che raccontano. 

Tacciono coloro che  provano quel disagio (coloro che ha chiamato “vergogna”), coloro che non si sentono in pace con se stessi, o le cui ferite bruciano ancora. 

Parlano quelli che obbediscono a spinte diverse; parlano perché ravvisano nella loro prigionia il centro della loro vita, l’evento che ha segnato la loro esistenza. Parlano perché sanno di essere testimoni di un processo secolare, parlano perché “è bello raccontare i guai passati”, parlano descrivendo paura e coraggio, astuzie, offese, sconfitte…ma parlano anche perché vengono invitati a farlo. Gli ascoltatori, gli amici, i figli, i lettori, capiscono l’unicità della loro esperienza e li sollecitano a raccontare, ponendo domande e talvolta mettendoli in imbarazzo.

Primo Levi dice che fra le domande che gli vengono poste ce n’è una “famiglia” che non manca mai: “Perché non siete fuggiti?”, “Perché non vi siete ribellati?”, “Perché non vi siete sottratti alla cattura ‘prima’?”. Secondo Levi queste domande, per la loro immancabilità e crescere nel tempo, meritano attenzione.

“Perché non siete fuggiti?”

Vi sono paesi in cui la libertà non è mai stata conosciuta perché il bisogno che l’uomo ne prova viene dopo altri bisogni: resistere al freddo, alla fame, alle malattie..

[...]

Per i paria dell’universo nazista l’evasione era difficile e pericolosa:erano demoralizzati, indeboliti dalla fame e dai maltrattamenti, avevano i capelli rasati, abiti lerci e scarpe di legno.

Se gli ebrei fossero riusciti a superare lo sbarramento di filo spinato e la griglia elettrificata, a sfuggire dalle pattuglie, alla sorveglianza delle sentinelle armate di mitragliatrice nelle torrette di guardia, ai cani addestrati alla caccia all’uomo: 
verso dove avrebbero potuto dirigersi? 
a chi avrebbero chiesto ospitalità?
erano fuori dal mondo, non avevano più una patria né una casa. 
Chi ospitava o aiutava un ebreo rischiava punizioni terrificanti. 
Inoltre la fuga di un solo prigioniero era considerata un evento intollerabile. 
Di conseguenza, quando un ebreo mancava all’appello l’intero campo veniva messo in stato d’allarme; i connazionali o gli amici notori erano interrogati sotto tortura e poi uccisi. I suoi compagni di baracca venivano fatti stare in piedi , nella piazza dell’appello, sotto la neve, la pioggia o il sole, finchè l’evaso non fosse stato ritrovato, vivo o morto.

Primo Levi racconta poi l’evasione di Mala dal Lager femminile di Birkenau. 
Mala era un’ebrea polacca che era stata catturata in Belgio e parlava molte lingue, perciò fungeva da interprete e da portaordini, godendo di una certa libertà di spostamento. Nell’estate del 1944 decise di evadere con Edek, un prigioniero politico polacco. Corruppero una SS e si procurarono due uniformi. Giunsero al confine slovacco, vennero fermati da due doganieri e consegnati alla polizia  e furono riportati a Birkenau. Edek venne impiccato subito. Mala era riuscita a nascondersi una lametta da rasoio addosso; mentre era nella cella si recise l’arteria di un polso ai piedi della forca. L’SS cercò di strapparle la lama  ma Mala gli sbattè sul viso la mano insanguinata. Accorsero subito altri militi che la calpestarono a morte e poi fu portata al crematorio.

Levi si ricorda di quando era stato invitato a parlare in una quinta elementare per commentare i suoi libri. Un ragazzino gli chiese di tracciare uno schizzo alla lavagna del campo di concentramento; dopo aver studiato il disegno gli espose il piano che aveva escogitato: 
di notte, bisognava per prima cosa sgozzare la sentinella; poi, indossare i suoi abiti, subito dopo correre alla centrale e interrompere la corrente elettrica così si sarebbero spenti i fari e si sarebbe disattivato il reticolato ad alta tensione. Questo illustra la spaccatura che esiste fra le cose com’erano “laggiù” e le cose come vengono rappresentate dalla immaginazione corrente, alimentata da libri, film e miti. [...]



https://codolini.wordpress.com/letteratura-italiana/autori-e-argomenti-di-lettetatura-italiana-ordine-cronologico/4il-novecento/il-romanzo-italiano-del-novecento/primo-levi/i-sommersi-e-i-salvati-sintesi-di-alcuni-capitoli/


FEDIZ_L00017.jpg
[Quarta di copertina della prima edizione Einaudi 1986, collana «Gli struzzi»]

http://www.primolevi.it/Web/Italiano/Strumenti/Immagini/Prime_edizioni?img=FEDIZ_L00017.jpg



mercoledì 26 agosto 2015

I ragni, meravigliosi artisti della tela condannati a morire d’amore. Un animale destinato a suscitare ripugnanza, per la forma, le zampe, la natura di carnivoro. Eppure il filo di seta che tesse è un capolavoro fisicochimico. I maschi si accoppiano solo una volta nella vita, salvo poi farsi divorare dalle femmine Gli aracnidi risalgono a 400 milioni di anni fa, al periodo Devoniano, tre volte più vecchi dei dinosauri, per altro scomparsi

I ragni, meravigliosi artisti della tela condannati a morire d’amore.
Un animale destinato a suscitare ripugnanza, per la forma, le zampe, la natura di carnivoro. Eppure il filo di seta che tesse è un capolavoro fisicochimico. I maschi si accoppiano solo una volta nella vita, salvo poi farsi divorare dalle femmine
Gli aracnidi risalgono a 400 milioni di anni fa, al periodo Devoniano, tre volte più vecchi dei dinosauri, per altro scomparsi
MARCO BELPOLITI

Primo Levi racconta di una delle sue notti più angosciose. 
Non è nel Lager, bensì in campagna e ha nove anni. Sente un ticchettio e accende la luce: un ragno nero sta scendendo dal comodino da notte. Chiama aiuto terrorizzato, arriva la domestica e lo schiaccia. Ne scrive in Paura dei ragni, dove s’interroga sul perché della sua reazione. Per molte persone il primo impulso di fronte a un ragno è la ripugnanza. La sua forma, le zampe, la natura di carnivoro, sono tante le ragioni. Eppure i ragni sono uno degli animali più affascinanti che esistono sulla faccia della Terra.
Non sono insetti 
Intanto non sono degli insetti. Appartengono agli Artropodi, classe Aracnidi, imparentati con gli insetti; sono degli invertebrati, e hanno il corpo composto di due parti, non di tre come gli insetti; non possiedono le ali. Anzi si suppone che il volo degli insetti sia stata una strategia difensiva proprio dai ragni che li predavano. Di certo i ragni sono arrivati prima di loro sulla terraferma: i fossili di aracnidi risalgono a 400 milioni di anni fa, al periodo Devoniano, tre volte più vecchi dei dinosauri, per altro scomparsi.
Gli Aracnidi invece sono ancora qui, e hanno sviluppato lo strumento che li ha aiutati e che li rende così affascinanti: la tela. Con il baco condividono il privilegio di produrre la seta; probabile che abbiano inventato il filo di seta solo successivamente, quale strumento di caccia. Le tele le tessono le femmine, perché i maschi sono erranti e le fabbricano solo al momento della riproduzione, piccole tele, per posare il seme e quindi per poi indurselo negli organi copulatori. La tela serve anche per la muta: il ragno cambia varie volte la cuticola che lo avvolge e per farlo usa appendersi al filo o creare un piccolo materasso su cui stendersi per il cambio d’abito. Lo usa anche per fingersi morto quando è in pericolo. Tuttavia lo scopo principale è la cattura delle prede.
Il filo di seta 
Il filo di seta è un capolavoro fisicochimico, come sapeva bene Primo Levi. Costituito da un assemblaggio di vari fili, a volte migliaia, intrecciati a formare un unico filo; i fili elementari sono composti di una parte esterna e una interna, entrambe di diversa qualità chimica e differenti proprietà. Le «fibrille», come si chiamano questi singoli fili, hanno le dimensioni di un milionesimo di millimetro, e il filo che le include varia tra i 25 e i 70 micron, ovvero un milionesimo di millimetro. Resistenza incredibile: reggono 149 chili per millimetro quadrato, superiore all’acciaio. Quando esce dalla ghiandole sericigene – sono nove diverse, a seconda del tipo di seta prodotta – il filo è liquido; si solidifica attraverso la trazione esercitata dal ragno. Un ragno crociato ne produce 20 metri per ogni tela e la costruisce tutti i giorni. Dato che gli costa molto in termini energetici, ingurgita quella vecchia, così che la nuova è composta dell’80-90 per cento della precedente. Poi c’è il «cribellum», con cui produce, mediante un organo particolare, un pettine di peli corti, spessi e duri, la seta «calamistrata».
È appiccicosa e trattiene le prede. Non tutti i ragni la producono, sebbene in tutte le tele vi sia una parte di fili ricoperti di un’altra sostanza collosa, per cui il ragno sta pazientemente fermo al centro della sua tela e aspetta che la vittima resti intrappolata nei fili. Nel caso della seta calimistrata, rischia di restare preso anche lui, ma come scrive Yves Sciama, autore di un libro sui ragni, tra qualche milione di anni gli Aracnidi troveranno di sicuro la soluzione per ovviare a questo difetto. Le tele sono di vari colori, dal bianco all’azzurrino, e sono uno spettacolo meraviglioso; la loro costruzione segue un metodo del tutto istintivo: non esiste nessuna scuola di tessitura. I giovani sono persino più bravi degli anziani. I ragni ci vedono poco nonostante alcuni abbiano otto occhi. Si regolano dunque con il senso del tatto; seguono, dice Karl von Fisch, le sensazioni sulla punta delle loro dita. Percepiscono le prede così; sentono le vibrazioni della ragnatela e sanno subito se sarà un boccone grasso o magro. Se è pericoloso, il visitatore viene però liberato dal ragno stesso.
La «ragna» 
Levi ha dedicato a questo animale, alla «ragna», la femmina, una poesia, un dialogo e l’articolo «Paura dei ragni», oltre a varie citazioni sparse nelle sue opere. Lo scrittore e chimico torinese è rimasto affascinato dalla loro attività riproduttiva, in cui aleggia il tema del cannibalismo. Sciama spiega che è difficile per un ragno trovare il partner, dato che è un animale solitario. Tutta la ricerca per la riproduzione è sulle spalle dei maschi, che si accoppiano solo una volta nella loro vita, salvo poi farsi divorare dalle femmine. Hanno inventato perciò un organo copulatore che introduce lo sperma nella femmina: una siringa che si trova su ciascun palpo, organo in origine destinato alla locomozione, delle zampe, insomma.
Le femmine hanno l’orifizio nella parte addominale, dove si trovano le aperture per la respirazione, la cosiddetta plica epigastrica. Il maschio carica di sperma i bulbi genitali, che non sono collegati con l’apparato genitale. Per fecondare la femmina può compiere solo due mosse: davanti, sollevandola; oppure prendendola nella posizione dorsale. Meglio per lui la seconda: lo mette fuori dalla portata dei cheliceri della femmina. Levi racconta che la sua fobia per i ragni gli è nata da un’incisione di Dorè, dove appare Aracne, nel canto XII del Purgatorio. La fanciulla si trasforma in ragna: sei braccia pelose e due braccia umane. Un ibrido, di cui Dante, nel lavoro dell’artista francese, sembra contemplare gli inguini: mezzo disgustato e mezzo voyeur. Come dargli torto?



domenica 11 novembre 2012

Primo Levi. Cercavo te nelle stelle quando le interrogavo bambino. Ho chiesto te alle montagne, ma non mi diedero che poche volte solitudine e breve pace

Non sopporto che si giudichi un uomo non per quello che è ma per il gruppo a cui gli accade di appartenere.
Primo Levi, La tregua


Salvo casi di incapacità patologica, comunicare si può e si deve: è un modo utile e facile di contribuire alla pace altrui e propria, perché il silenzio, l'assenza di segnali, è a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l'ambiguità genera inquietudine e sospetto.
Primo Levi, I sommersi e i salvati


La storia è fatta dei passi dell’uomo. ricordarne le cadute serve a rimanere in piedi.
Primo Levi

La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.
Primo Levi



Il 31 luglio del 1919 nasceva Primo Levi.
Di questo grande scrittore italiano, testimone di una delle più tragiche pagine della storia del '900, si è già detto e scritto moltissimo.

Vorrei quindi parlarvi di una delle sue opere meno celebri ma al tempo stesso più belle e originali, “Il sistema periodico”, una serie di racconti più o meno autobiografici in cui Levi rievoca episodi e personaggi della propria esistenza collegando ognuno di essi ad un elemento della tavola periodica.

Con questo espediente il chimico Levi riesce a superare la tradizionale divisione tra letteratura e scienza, tra cultura umanistica e scientifica, una divisione della quale lui stesso aveva fatto notare l’arbitrarietà e l’assurdità:

«Una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della controriforma, quando non risalga addirittura a una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto.
Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile.»

Ho trovato particolarmente toccante il capitolo “Ferro” nel quale viene narrata l’amicizia giovanile tra Primo e il suo compagno di università Sandro Delmastro, un’amicizia curiosa, nata tra le provette del laboratorio di chimica, tra due persone che non avevano apparentemente nulla in comune, nulla se non il fatto di essere entrambi degli emarginati, degli outsider, all’interno della classe, Sandro per il carattere introverso e per le origini umili in una classe di studenti borghesi, Primo perché ebreo nell’Italia fascista:

«In mezzo a noi, Sandro era un isolato. Era un ragazzo di statura media, magro ma muscoloso, che neanche nei giorni più freddi portava mai il cappotto. Veniva a lezione con logori calzoni di velluto alla zuava, calzettoni di lana greggia, e talvolta una mantellina nera.
Aveva grandi mani callose, un profilo ossuto e scabro, il viso cotto dal sole, la fronte bassa sotto la linea dei capelli, che portava cortissimi e tagliati a spazzola: camminava col passo lungo e lento del contadino.

Da pochi mesi erano state proclamate le leggi razziali, e stavo diventando un isolato anch’io. I compagni cristiani erano gente civile, nessuno fra loro né fra i professori mi aveva indirizzato una parola o un gesto nemico, ma li sentivo allontanarsi, e, seguendo un comportamento antico, anch’io me ne allontanavo: ogni sguardo scambiato fra me e loro era accompagnato da un lampo minuscolo, ma percettibile, di diffidenza e di sospetto.
Che pensi tu di me?
Che cosa sono io per te?
Lo stesso di sei mesi addietro, un tuo pari che non va a messa, o il giudeo che “di voi tra voi non rida”?»

Sandro sembra invece del tutto estraneo a questi pregiudizi, probabilmente perché è una persona concreta che crede solo in ciò che vede, nella propria esperienza personale, non in ciò che gli è stato detto da altri; l’amicizia tra lui e Primo nasce paradossalmente proprio dalle loro differenze:

«Non era affatto l’amicizia fra due affini: al contrario, la diversità delle origini ci rendeva ricchi di “merci” da scambiare, come due mercanti che si incontrino provenendo da contrade remote e mutuamente sconosciute.
Avevamo molto da cederci a vicenda. Gli dissi che eravamo come un catione e un anione, ma Sandro non mostrò di recepire la similitudine» confermando di essere un tipo pratico che fatica a seguire le astruse metafore scientifiche dell’amico.

È grazie a Primo se Sandro incomincia a capire il fascino ed anche la “poesia” di quella cosa apparentemente noiosa e incomprensibile che si chiama chimica:

«Incominciammo a studiare fisica insieme, e Sandro fu stupito quando cercai di spiegargli alcune delle idee che a quel tempo confusamente coltivavo.
Che la nobiltà dell’Uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia, e che io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele.
Che vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi: e che quindi il Sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo: a pensarci bene, aveva perfino le rime!»

Non solo: la chimica può essere anche un’ottima palestra politica, un isola di razionalità nell’oceano di irrazionalità che sta sommergendo l’Italia, l’Europa e il mondo:

«E infine, e fondamentalmente: lui, ragazzo onesto ed aperto, non sentiva il puzzo delle verità fasciste che ammorbava il cielo, non percepiva come un’ignominia che ad un uomo pensante venisse richiesto di credere senza pensare?
Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi?
Lo provava: ed allora, come poteva non sentire nel nostro studio una dignità e una maestà nuove, come poteva ignorare che la chimica e la fisica di cui ci nutrivamo, oltre che alimenti di per sé vitali, erano l’antidoto al fascismo che lui ed io cercavamo, perché erano chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali?»

Così il povero e “ignorante” Sandro si appassiona alla materia, diventa uno studente migliore, fa salire la sua media dal 21 al 29 e alla fine si laurea con 95 su 100; ma anche lui, rustico montanaro piemontese, diventa un maestro per il “secchione” Primo facendolo uscire dal laboratorio ed iniziandolo all’alpinismo, alla vita vera, a contatto con la natura e il pericolo; se Primo è un maestro della teoria, Sandro lo è della pratica, ed entrambe le cose sono necessarie per diventare una persona completa e per sopravvivere in questo mondo:

«Per inconscia gratitudine, e forse anche per desiderio di rivalsa, prese a sua volta ad occuparsi della mia educazione, e mi fece intendere che era mancante. Potevo anche aver ragione: poteva essere la Materia la nostra maestra, e magari anche, in mancanza di meglio, la nostra scuola politica; ma lui aveva un’altra materia a cui condurmi, un’altra educatrice: non le polverine di Qualitativa, ma quella vera, l’autentica Urtstoff [materia] senza tempo, la pietra e il ghiaccio delle montagne vicine.
Mi dimostrò senza fatica che non avevo le carte in regola per parlare di materia. Quale commercio, quale confidenza avevo io avuto, fino allora, coi quattro elementi di Empedocle?
Sapevo accendere una stufa?
Guadare un torrente?
Conoscevo la tormenta in quota?
Il germogliare dei semi?
No, e dunque anche lui aveva qualcosa di vitale da insegnarmi.»

Particolarmente eloquenti le parole con cui Levi descrive l’amore di Sandro e suo per le montagne:

«Vedere Sandro in montagna riconciliava col mondo, e faceva dimenticare l’incubo che gravava sull’Europa. Era il suo luogo, quello per cui era fatto, come le marmotte di cui imitava il fischio e il grifo: in montagna diventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda.

Suscitava in me una comunione nuova con la terra e il cielo, in cui confluivano il mio bisogno di libertà, la pienezza delle forze, e la fame di capire le cose che mi avevano spinto alla chimica.

Uscivamo all’aurora, strofinandoci gli occhi, ed ecco tutto intorno, appena toccate dal sole, le montagne candide e brune, nuove come create nella notte appena svanita, e insieme innumerabilmente antiche.
Erano un’isola, un altrove.»

Le escursioni in montagna prevedono anche esperienze estreme, come una notte passata all’addiaccio in mezzo alla neve e al vento serrati l’uno contro l’altro, quello che Sandro definisce «mangiare la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.
Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella ed in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.»

In effetti il brillante chimico Levi non sarebbe probabilmente mai tornato da Auschwitz, dall’esperienza più estrema che possa capitare a un essere umano, senza le fondamentali lezioni di vita pratica impartitegli dal suo amico.

Purtroppo tutta l'esperienza di Sandro non è bastata a salvargli la vita.
Così si chiude amaramente il racconto di Levi:

«Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione.
Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo.
Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quegli sciagurati sgherri di quindici anni che la repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori.

Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.

Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie.
Non era uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto.»

Restano le parole, sì, tra cui quelle molto toccanti che Sandro scrisse poco prima di morire alla sua fidanzata Ester Valabrega, anche lei studentessa di chimica ed ebrea, per motivare la sua scelta di unirsi alla lotta partigiana:

«Vi è qualcosa che va oltre la vita e che trascende il senso della realtà momentanea, dà un significato al dolore e al sacrificio, anche quando sembra che tutto sia perduto.
Ciò che importa è l’ideale cui si deve improntare la nostra effimera esistenza su questa terra».

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Jukebox Letterario


Incominciammo a studiare fisica insieme, e Sandro fu stupito quando cercai di spiegargli alcune idee che a quel tempo confusamente coltivavo. Che la nobiltà dell'Uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia, e che io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele. Che vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l'universo e noi stessi: e che quindi il Sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo: a pensarci bene, aveva perfino le rime! Che, se cercava il ponte, l’anello mancante, fra il mondo delle carte e il mondo delle cose, non lo doveva cercare lontano: era lì, nell’Autenrieth, in quei nostri laboratori fumosi, e nel nostro futuro mestiere.
E infine, e fondamentalmente: lui, ragazzo onesto ed aperto, non sentiva il puzzo delle verità fasciste che ammorbava il cielo, non percepiva come un’ignominia che ad un uomo pensante venisse richiesto di credere senza pensare? Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi? Lo provava: ed allora, come poteva non sentire nel nostro studio una dignità e una maestà nuove, come poteva ignorare che la chimica e la fisica di cui ci nutrivamo, oltre che alimenti di per sé vitali, erano l’antidoto al fascismo che lui ed io cercavamo, perché erano chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali?
Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, p. 44



Cercavo te nelle stelle
quando le interrogavo bambino.
Ho chiesto te alle montagne,
ma non mi diedero che poche volte
solitudine e breve pace.
Perché mancavi, nelle lunghe sere
meditai la bestemmia insensata
che il mondo era uno sbaglio di Dio,
io uno sbaglio del mondo.
E quando, davanti alla morte,
ho gridato di no da ogni fibra,
che non avevo ancora finito,
che troppo ancora dovevo fare,
era perché mi stavi davanti,
tu con me accanto, come oggi avviene,
un uomo una donna sotto il sole.
Sono tornato perché c’eri tu.
Primo Levi, l'11 febbraio 1946
Da Ad ora incerta
La poesia è dedicata a Lucia Morpurgo, che l'autore sposerà l’anno successivo.




Ciò che comunemente intendiamo per "comprendere" coincide con "semplificare". Senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e decidere le nostre azioni. Siamo insomma costretti a ridurre il conoscibile a schema. A questo scopo tendono i mirabili strumenti che ci siamo costruiti nel corso dell'evoluzione e che sono specifici del genere umano, il linguaggio ed il pensiero concettuale
Primo Levi


I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e ad obbedire senza discutere, come Eichmann, come Hòss comandante di Auschwitz, come Stangl comandante di Treblinka, come i militari francesi di vent'anni dopo, massacratori in Algeria, 
come i militari americani di trent'anni dopo, massacratori in Vietnam. 
Occorre dunque essere diffidenti con chi cerca di convincerci con strumenti diversi dalla ragione, ossia con i capi carismatici: dobbiamo essere cauti nel delegare ad altri il nostro giudizio e la nostra volontà. 
Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene avere in sospetto tutti i profeti; è meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro semplicità e il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis. 
E’ meglio accontentarsi di altre verità più modeste e meno entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, a poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione e il ragionamento, e che possono essere verificate e dimostrate.
Primo Levi - “Se questo è un uomo”



Esiste un contagio del male: chi è non-uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione al campo avverso.
Primo Levi



Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell'aria. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l'indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto o del senso morale davanti al principio d'autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un'idea.
Primo Levi



"Ognuno è ebreo di qualcuno". Oggi i Palestinesi sono gli ebrei di Israele.
Primo Levi


Ivano, lo sapevi che questa frase
"Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i Palestinesi sono gli ebrei di Israele"
attribuita sul web a Primo Levi è falsa?
Ecco la vera storia di questa frase FALSA, che gira molto sul Web.
Primo Levi NON ha mai pronunciato questa frase: “Ognuno è l’ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”. La sua, è invece questa frase generica, scritta nel suo romanzo “Se non ora, quando?”, del 1982, “Ognuno è l’ebreo di qualcuno”. Primo Levi, che pure fu sempre critico verso le azioni militari israeliane, a proposito della presunta analogia tra la condizione dei palestinesi di quel momento e quella degli ebrei durante la Shoa, rifiutò espressamente la grossolana equazione, ricordando che “non esiste un piano di sterminio del popolo palestinese”. Ma, in un articolo apparso il giorno su il Manifesto, la famosa frase “Ognuno è l’ebreo di qualcuno” fu riportata, tra virgolette, e commentata dall’articolista (correttamente, dopo la chiusura delle virgolette) con la successiva annotazione: “E oggi i palestinesi sono gli ebrei degli israeliani”. Un’aggiunta, quest’ultima, che Levi non ha mai scritto, mai detto, mai pensato. E’ semplicemente l’opinione del giornalista del Manifesto.


E ricordate un’ultima cosa: la storia è stata scritta dagli uomini, ma gli uomini non la possono omettere o cancellare perché tutto questo, ed altro ancora, è stato e, se dimentichiamo, sarà di nuovo
Primo Levi

"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.
Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo."
Primo Levi, Se questo è un uomo


Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
... Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per la via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi, numero 174.517 del campo di concentramento di Auschwitz
da " Se questo è un uomo " - Einaudi, 1947


Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti. Pochi sanno tacere, e rispettare il silenzio altrui.
Primo Levi, Se questo è un uomo


Ogni tempo ha il suo fascismo. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando e distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti sottili modi la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano “l’ordine”.
Primo Levi. Un passato che credevamo non dovesse tornare più



Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi e più deformi
Primo Levi. Se questo è un uomo


La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono, ma per noi la questione è più semplice. Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera
Primo Levi. Se questo è un uomo


Con tutte le nostre forze abbiamo lottato perchè l'inverno non venisse. Ci siamo aggrappati a tutte le ore tiepide, a ogni tramonto abbiamo cercato di trattenere il sole in cielo ancora un poco ma tutto è stato inutile. Ieri sera il sole si è coricato irrevocabilmente in un intrico di nebbia sporca, di ciminiere e di fili, e stamattina è inverno. [...] Nel corso di questi mesi, su dieci di noi, sette morranno. Chi non morrà, soffrirà minuto per minuto, per ogni giorno, per tutti i giorni: dal mattino avanti l'alba fino alla distribuzione della zuppa serale dovrà tenere costantemente i muscoli tesi, danzare da un piede all'altro per resistere al freddo... Quando abbiamo visto i primi fiocchi di neve, abbiamo pensato che, se l'anno scorso a quest'epoca ci avessero detto che avremmo visto ancora un inverno nel Lager, saremmo andati a toccare il reticolato elettrico; e che anche adesso ci andremmo, SE FOSSIMO LOGICI, se non fosse per questo INSENSATO PAZZO RESIDUO DI SPERANZA INCONFESSABILE...
Primo Levi. "Se questo è un uomo"

Il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento volti lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. 
Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. Si immagini ora un uomo a cui vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto.
Primo Levi. Se questo è un uomo


Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di far sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Primo Levi


Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.
Primo Levi


Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile.
Primo Levi , Il sistema periodico


Siamo chimici, cioè cacciatori: nostre sono "le due esperienze della vita adulta" di cui parlava Pavese, il successo e l'insuccesso, uccidere la balena bianca o sfasciare la nave; non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile, non ci si deve sedere. Siamo qui per questo, per sbagliare e correggerci, per incassare colpi e renderli. Non ci si deve mai sentire disarmati: la natura è immensa e complessa, ma non è impermeabile all'intelligenza; devi girarle intorno, pungere sondare, cercare il varco o fartelo.
Primo Levi, Il sistema periodico


Così una nuova molecola d’anidride carbonica ritornò all’atmosfera, ed una parcella dell’energia che il sole aveva ceduta al tralcio passò dallo stato di energia chimica a quello di energia meccanica e quindi si adagiò nella ignava condizione di calore, riscaldando impercettibilmente l’aria smossa dalla corsa ed il sangue del corridore. «Così è la vita», benché raramente essa venga così descritta: un inserirsi, un derivare a suo vantaggio, un parassitare il cammino in giù dell’energia, dalla sua nobile forma solare a quella degradata di calore a bassa temperatura. Su questo cammino all’ingiù, che conduce all’equilibrio e cioè alla morte, la vita disegna un’ansa e ci si annida.
Primo Levi, Il sistema periodico


Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all’attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che corregge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze.
Primo Levi, Il sistema periodico



Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l'Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di un ordine e di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata. 
Primo Levi. Il sistema periodico


Avevo una enorme, radicata, sciocca fiducia nella benevolenza del destino, e uccidere e morire mi parevano cose estranee e letterarie. I miei giorni erano lieti e tristi, ma tutti li rimpiangevo, tutti erano densi e positivi; l'avvenire mi stava davanti come una grande ricchezza. 
Primo Levi


Primo Levi, DELEGA
Non spaventarti se il lavoro è molto:
C’è bisogno di te che sei meno stanco.
Poiché hai sensi fini, senti
Come sotto i tuoi piedi suona cavo.
Rimedita i nostri errori:
C’è stato pure chi, fra noi,
S’è messo in cerca alla cieca
Come un bendato ripeterebbe un profilo,

E chi ha salpato come fanno i corsari,
E chi ha tentato con volontà buona.
Aiuta, insicuro. Tenta, benché insicuro,
Perché insicuro. Vedi 
Se puoi reprimere il ribrezzo e la noia
Dei nostri dubbi e delle nostre certezze.
Mai siamo stati così ricchi, eppure
Viviamo in mezzo a mostri imbalsamati,
Ad altri mostri oscenamente vivi
.
Non sgomentarti delle macerie
Né del lezzo delle discariche: noi
Ne abbiamo sgomberate a mani nude
Negli anni in cui avevamo i tuoi anni.
Reggi la corsa, del tuo meglio. 
Abbiamo
Pettinato la chioma alle comete,
Decifrato i segreti della genesi,
Calpestato la sabbia della luna,
Costruito Auschwitz e distrutto Hiroshima
.
Vedi: non siamo rimasti inerti.
Sobbarcati, perplesso;
Non chiamarci maestri
.



Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso... si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni affinità umana... si comprenderà allora il duplice significato del termine "campo di annientamento" e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.
Primo Levi


"Cuore di legno":
Il mio vicino di casa è robusto.
E' un ippocastano di Corso Re Umberto;
ha la mia età ma non la dimostra.
Alberga passeri e merli, e non ha vergogna,
in aprile, di spingere gemme e foglie,
fiori fragili a maggio;
a settembre ricci dalle spine innocue
con dentro lucide castagne tànniche.
E' un impostore, ma ingenuo: vuole farsi credere
emulo del suo bravo fratello di montagna
signore di frutti dolci e di funghi preziosi.
Non vive bene.
Gli calpestano le radici
i tram numero otto e diciannove
ogni cinque minuti; ne rimane intronato
e cresce storto, come se volesse andarsene.
Anno per anno, succhia lenti veleni
dal sottosuolo saturo di metano,
è abbeverato d'orina di cani.
Le rughe del suo sughero sono intasate
dalla polvere settica dei viali;
sotto la scorza pendono crisalidi
morte, che non diventeranno mai farfalle.
Eppure, nel suo torpido cuore di legno

sente e gode il tornare delle stagioni.
Primo Levi, Cuore di Legno

Primo Levi, la chimica immagine del mondo.
Stanno per finire gli anni 50, quando l’inglese Charles Percy Snow getta il sasso nello stagno e, con un libro destinato a fare storia, denuncia un fatto a suo dire molto grave: l’avvenuta separazione tra «le due culture», quella scientifica e quella umanistica. Più che un sasso, la tesi di Snow è un macigno: se molti scienziati naturali sono disponibili a utilizzare quelle che in Italia Leonardo Sinisgalli chiama “le lime del pensiero” e a confrontarsi con le scienze umane, sempre più umanisti rifiutano il confronto. È per questo che le due culture tendono a divergere. Anzi, si sono già separate.
Molti intellettuali sono colpiti dalla provocazione, ma non tutti si lasciano sommergere dalle onde sollevate dal macigno del chimico e scrittore inglese. Alcuni reagiscono. In Italia interviene prontamente un altro chimico e scrittore: Primo Levi. Che scrive: «Sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo». E poi aggiunge: questa separazione tra cultura scientifica e cultura umanistica, se c’è, è «una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della controriforma, quando non risalga addirittura a una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto.
Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile».
Primo Levi è uno dei più grandi scrittori italiani.
È uno scrittore testimone del suo tempo. Con Se questo è un uomo, che ha iniziato a scrivere nel dicembre 1945 e pubblicato nel 1947, racconta dell’indicibile cui ha assistito: il più grande misfatto che, probabilmente, l’umanità abbia mai commesso. L’Olocausto. Levi racconta quello che ha vissuto in prima persona, all’interno del campo di Auschwitz dove è stato deportato in quanto ebreo. È uno dei pochi sopravvissuti, grazie alla chimica.
La chimica, per la verità, attraversa tutte le quattro fasi della sua vita da giovane e poi da adulto. Prima della guerra, da studente. Durante la guerra è un chimico che lavora nell’industria. Con la deportazione è un chimico in un luogo particolare: in un campo di sterminio.
Divenuto scrittore, il chimico ritorna nelle sue opere.
Tra queste Il sistema periodico che, pubblicato nel 1975, è eletto nell’ottobre 2006 “più bel libro di scienza mai scritto” dalla Royal Institution di Londra. Mentre lui, Primo Levi, viene definito il miglior scrittore di scienza di ogni tempo, battendo l’etologo Konrad Lorenz che, con L’anello di Re Salomone, giunge secondo.
Primo Levi rientra, dunque, in quel novero ristretto ma non ristrettissimo di scrittori che alimentano, per dirla con Italo Calvino, la «vocazione profonda della letteratura italiana», perché nelle sue opere – proprio come in quelle di Calvino, oltre che di Dante, di Galileo e di Leopardi – si consuma il ménage a trois tra letteratura, filosofia e scienza. Solo che mentre Calvino è uno scrittore “cosmico e lunare” (per usare una definizione che lo scrittore sanremese usa proprio a proposito di Dante, Galileo e Leopardi oltre che di Ariosto), Primo Levi è uno scrittore “chimico e molecolare”, attento più che al tutto armoniosamente ordinato dei Greci (il cosmo appunto), alle sue singole e cangianti parti materiali. D’altra parte è lui stesso a riconoscerlo: «Scrivo proprio perché sono un chimico, si può dire che il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo».
Già, ma cosa significa mettere «piede sui ponti che uniscono la cultura scientifica con quella letteraria» da chimico? In primo luogo, significa avere un rapporto speciale con la materia. Come lo stesso Levi scrive, ricordando l’iscrizione nel 1937 al corso di Chimica dell’Università di Torino: «la nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia (…) mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele (…) vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi, e che quindi il sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo» (Ferro, Il sistema periodico). La chimica, dunque, come visione del mondo. Come filosofia: «Pensavo di trovare nella chimica la risposta agli interrogativi che la filosofia lascia irrisolti. Cercavo un’immagine del mondo piuttosto che un mestiere». In realtà un mestiere Levi lo trova, appena subito dopo la laurea a Lanzo, in una cava di amianto. E poi l’anno dopo, a Milano, presso la Wander, un’industria svizzera di medicinali, dove lavora fino al 13 dicembre 1943, quando viene arrestato come partigiano e deportato nei lager tedeschi.
Primo Levi non è uno scienziato.
Come ricorda Mimma Bresciani Califano è e si definisce un chimico-tecnologo. È in questa dimensione di chimico di laboratorio industriale che Levi ritrova, come scrive Gaspare Polizzi: «la paziente lentezza del metodo» e apprende «l’“arte di separare, pesare e distinguere”, essenziale per l’esercizio della scrittura. A questo esercizio si unisce il ‘peso’ semantico di verbi come filtrare, cristallizzare, distillare e di qualità dei corpi come nero, amaro, vischioso, tenace, greve, fetido, volatile, inerte, infiammabile, che dicono poco al lettore-scrittore comune».
PIETRO GRECO

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 Mi auguro che la memoria sia anche per i nativi americani, gli indios, gli Armeni, le genti della ex-Jugoslavia...che la memoria non riguardi solo l'attenzione verso un popolo perseguitato e sterminato sistematicamente, ma anche rattenzione verso tutti, indistintamente, quelli che hanno sopportato e sopportano persecuzioni. Ho un sacco di amici semiti, come ne ho palestinesi, e di mezzo mondo, e mi fa male vedere che la giornata della memoria stia diventando una sorta di vessillo da tirar fuori a mo' di giustificazione per le ingiustizie che anche il popolo ebreo continua a perpetrare nei confronrti di quello palestinese. Il popolo ebreo, proprio perchè perseguitato e sterminato, dovrebbe insegnare al mondo la tolleranza e il rispetto, mi sembra che non lo faccia. Ciò detto, orrore infinito per quanto l'olocausto è stato. Speriamo che non si tratti di memoria selettiva, ma che si tratti di esperienza e che come tale divenga insegnamento che riguarda tutti.


[...] Primo Levi, il grande testimone dell’olocausto. Nacque a Torino il 31 luglio del 1919. Il 22 febbraio 1944 fu internato nel campo di concentramento di Auschwitz, vide l'inferno su questa terra e ne fu per sempre Testimone. In realtà non usci mai completamente da Auschwitz, visse sempre pensando a quell'inferno, che riviveva giorno dopo giorno, fino a quel tragico 11 aprile 1987, quando mori, in una situazione non del tutto chiara, cadendo dalle scale del palazzo dove abitava .

http://youtu.be/zwpZVQ1EN-8









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