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sabato 14 marzo 2015

Davide Capelli. Di notte non dormo perché devo lottare col mio cervello, di giorno non dormo perché devo lottare contro i cervelli degli altri

Di notte non dormo perché devo lottare col mio cervello, di giorno non dormo perché devo lottare contro i cervelli degli altri.
Davide Capelli

lunedì 19 gennaio 2015

Trauma. Lo sapeva che la parola trauma viene dal greco, vuol dire ferita. E qual è la parola tedesca per sogno? Traum, ein traum. Le ferite possono creare mostri, e lei, lei ha tante ferite....

Lo sapeva che la parola trauma viene dal greco, vuol dire ferita. E qual è la parola tedesca per sogno? Traum, ein traum. Le ferite possono creare mostri, e lei, lei ha tante ferite....
Shutter Island, regia di Martin Scorsese 2010



mercoledì 30 aprile 2014

I DUE SOGNATORI di Attar di Nishapur Un povero contadino viveva presso la città di Ispahan. Davanti alla sua dimora si estendeva un piccolo campo e all'estremità del campo c'erano una sorgente e un fico: era tutto ciò che possedeva.


I DUE SOGNATORI di Attar di Nishapur

Un povero contadino viveva presso la città di Ispahan. Davanti alla sua dimora si estendeva un piccolo campo e all'estremità del campo c'erano una sorgente e un fico: era tutto ciò che possedeva.
Lavorava sodo, ma il raccolto era scarso. Quando il caldo diventava insopportabile, si stendeva sotto il fico per fare una siesta. Un giorno, mentre riposava, fece un sogno. Si trovava in una grande città, i negozi esponevano frutta e verdura, spezie aromatiche, tappeti multicolore e rami lucidi. Sopra i tetti si vedevano volte dorate o piccoli minareti. Percorse le strade e le piazze affascinato dall'animazione della folla e dalla ricchezza. Infine giunse alla sponda di un grosso fiume, che scorreva sotto un ponte di pietra. Avanzò verso il ponte e lì, con stupore, vide un gran baule colmo di monete d'oro e di pietre preziose. Allora sentì risuonare una voce: "Sei nella città del Cairo, in Egitto; questo tesoro è tuo!". Il contadino spalancò gli occhi e si ritrovò disteso sotto il fico, a Ispahan. "Dio ha ispirato il mio sogno! - esclamò contento. Fece fagotto e si mise in cammino per l'Egitto. Il viaggio fu duro e pericoloso; infine, dopo tre settimane, il pover'uomo giunse presso i sobborghi del Cairo. Si mescolò alla folla, percorse le strade, ammirò i negozi che esponevano frutta e verdura, spezie, tappeti, rami lucidi. In alcuni punti, sopra i tetti, volte dorate e esili minareti si stagliavano nel cielo blu. Giunse sulle rive del Nilo; vide un ponte di pietra che si elevava sopra il fiume. Riviveva tutti i dettagli della sua visione. Corse dunque verso il ponte; nel luogo in cui, nel sogno, si trovava il baule con il tesoro, e trovò un mendicante che gli chiese l'elemosina. "La vita è solo un'illusione! - esclamò deluso - A cosa serve vivere? Non potrà accadermi più niente di buono in questo squallido mondo!". Scavalcato il parapetto del ponte, stava per saltare, ma il mendicante lo trattenne. "Perché vuoi morire? Cosa ti è capitato per farti stancare del cielo blu e delle risa dei bambini?". Il contadino si sedette accanto al mendicante e gli raccontò tutto. "E ti lamenti per così poco! - esclamò il mendicante ridendo - Intraprendere un viaggio così pericoloso confidando in un sogno! Dovresti fare come me: accontentarti di ciò che Dio ti dà ogni giorno e non inseguire le illusioni dei tuoi sogni! Anch'io, da anni, faccio ogni notte un sogno simile al tuo...". "Qual è il tuo sogno?" domandò il contadino. "Mi ritrovo alla periferia della città di Ispahan. Vedo una casetta bassa di terracotta. Davanti alla casa, vedo un piccolo campo e, in fondo, un fico e una sorgente. Vado verso il fico, scavo una profonda buca e, tra le radici, scopro un baule pieno di monete d'oro e di pietre preziose". "Adoro rifare ogni notte il mio bel sogno, ma non per questo parto all'avventura. Vivo dove Dio ha voluto sistemarmi; resto seduto accanto al fiume e mi accontento di quello che mi danno i passanti". Il contadino balzò in piedi, ringraziò il mendicante per i suoi consigli e in fretta ritornò a Ispahan. Non appena giunto alla sua povera dimora, prese una zappa e corse presso il fico. Scavò e trovò un vecchio baule pieno di monete d'oro e di pietre preziose. Il contadino si gettò con la faccia a terra: "Dio è grande! - gridò - Ed io sono uno dei suoi figli!.


Cinzia Lodi sintesi de L'Alchimista...

sintesi de L'Alchimista...



Coelo é simpatico perché ha preso da destra a sinistra e dice sempre cose buone.



martedì 18 febbraio 2014

Non ce la faccio. Vietato dire "non ce la faccio". Un'espressione banale come "non ce la faccio" ha il potere di impedire alle persone di realizzare i propri sogni. In realtà, con l'impegno e e la costanza le cose che non si riescono a fare sono pochissime. "Non ce la faccio" è il blocco mentale che usiamo per convincerci ad arrenderci.

Non ce la faccio.
Vietato dire "non ce la faccio".
Un'espressione banale come "non ce la faccio" ha il potere di impedire alle persone di realizzare i propri sogni. In realtà, con l'impegno e e la costanza le cose che non si riescono a fare sono pochissime. "Non ce la faccio" è il blocco mentale che usiamo per convincerci ad arrenderci.




Sono d'accordo ma, chi come me, soffre di un disturbo da conversione, come fa a raggiungere gli scopi a me cari con l'attacco di panico in agguato?




Esatto " Le parole hanno un potere! I CAN!"




Dietro i sogni, ci sono sacrifici che la gente non vede.

Dietro i sogni, ci sono sacrifici che la gente non vede.


giovedì 13 febbraio 2014

Incubi o Inui. Nella Roma antica con il termine di Incubo veniva chiamata quell’entità che custodiva e nascondeva tesori di inestimabile valore. Chiamati incautamente Folletti della notte, a questa grande famiglia appartengono...

Incubi o Inui.
Nella Roma antica con il termine di Incubo veniva chiamata quell’entità che custodiva e nascondeva tesori di inestimabile valore. Chiamati incautamente Folletti della notte, a questa grande famiglia appartengono...




venerdì 31 gennaio 2014

Evitate di parlare dei vostri problemi. Non andate in cerca di comprensione, perché il bisogno di autocommiserarsi provoca ancora più infelicità. Vincete l'impulso di esagerare le difficoltà, perché non fareste altro che peggiorare la situazione. Alcuni sostengono che parlare di una sofferenza guarisce : non credeteci. Se viene piantato il seme di un problema, diventerà un albero. Se parlate di malattia o di scarsità di denaro, oppure di amicizia e di libertà, quello che dite è proprio ciò che otterrete. Sradicate tutti questi discorsi. I discorsi negativi sono come trappole per orsi che scattano a qualunque cosa si avvicini. Il dolore che provereste sarebbe insopportabile, perciò tenetevi lontani. Parlate invece di ricchezza e di cose buone e tutto ciò sarà vostro

Le ferite bisogna nasconderle, attirano gli squali.
Vjollca Lika


Evitate di parlare dei vostri problemi. Non andate in cerca di comprensione, perché il bisogno di autocommiserarsi provoca ancora più infelicità. Vincete l'impulso di esagerare le difficoltà, perché non fareste altro che peggiorare la situazione. Alcuni sostengono che parlare di una sofferenza guarisce : non credeteci. Se viene piantato il seme di un problema, diventerà un albero. Se parlate di malattia o di scarsità di denaro, oppure di amicizia e di libertà, quello che dite è proprio ciò che otterrete. Sradicate tutti questi discorsi. I discorsi negativi sono come trappole per orsi che scattano a qualunque cosa si avvicini. Il dolore che provereste sarebbe insopportabile, perciò tenetevi lontani. Parlate invece di ricchezza e di cose buone e tutto ciò sarà vostro. 
Joyce Sequichie Hifler Cherokee 



sono d'accordo...però c'è anche lo sfogo di un momento, cioè se ipotesi purtroppo accade qualcosa di brutto è normale parlarne subito con le persone care..altro è il lamento continuo, il fossilizzarsi sui problemi.





I problemi si affrontano parlandone. Le ingiustizie sociali se le neghi si moltiplicano. Nascondersi le cose brutte, anzichè cercare il modo di cambiarle, non mi è mai piaciuto. E' la tecniche dello struzzo, che usi solo quando non hai abbastanza forza per modificare ciò che non ti piace.




Parlare dei propri incubi, a volte, è liberatorio, per me è l'unico sistema per tenerli a distanza ed esorcizzarli...e non sempre si può accettare un problema senza prima lottare in modo disperato per far sì che non diventi troppo insopportabile





Ma se parlando dei problemi , dolori, x me è un modo di liberarli, di vederli "meglio", di viverli "meglio". Non per questo rompo le scatole agli altri sempre e a chiunque. Ci mancherebbe. So perfettamente gestirmi.



si, parlarne con qualcuno (non con chi capita) ti da la sensazione, nel momento stesso che ne parli, che sia una sciocchezza che la soluzione sia proprio a portata di mano e spesso parlare di un grande dispiacere o dolore fa si che non si radichi dentro di noi crescendo fino a divenire inestirpabile





Parlare di un malessere a volte veramente può evocarlo e diventare una profezia che si autodetermina.





Io so solo che certe volte la sofferenza interiore è tanto forte da uccidere.
Come si fa a non chiedere aiuto, magari solo piangendo (senza far scenate, piangendo compostamente) per far uscire quella disperazione che ti artiglia la gola? Beati i forti, quelli che sanno tenere a bada tutto quello che scrivono nei loro commenti qui sopra, beati gli stoici razionali e i filosofi maestri di vita. Io prendo coscienza del mio dolore e quando è troppo forte ,posso solo annullarmi nel dolore stesso, per arrivare a un vuoto liberatorio e salvifico.


La "via del dolore annientante" é proprio quella proposta da Castaneda: "la via del guerriero".
Pare sia la migliore. Non si tratta di masochismo in quanto il "guerriero" sa che la sofferenza é finalizzata alla totale liberazione (da tutti gli schemi mentali appresi o "tonal o "ego"). Non a caso don Juan ricorda all'allievo Carlos che noi diamo il meglio di noi stessi quando abbiamo le spalle al muro e di andarsi a cercare i peggiori rompicoglioni (pinches tiranos). Chi arriva liberarsi dalla falsa identità si é fatto un mazzo tanto. Bisogna stare attenti a non farsi il mazzo per nulla. Purtroppo capita spesso, a chi segue certe direttrici psicologiche e spirituali. Consigliamo, a tal proposito, di andarsi a leggere qualcosa di Abraham Maslow e sulla psicologia transpersonale.





Don Juan rimproverava sempre a Castaneda questo atteggiamento piagnucoloso che chiamava "indulgere". Assai poco adatto al guerriero. [...]
Il guerriero, castanedianamente inteso, é un socialmente impresentabile.
Un asociale impegnato in un combattimento perpetuo contro il proprio "senso di importanza personale".

 L'unico, e definitivo, modo di eliminare i problemi é quello di liberarsi dell'ego, quello che la dottoressa J. B. Taylor chiama il "narratore malevolo", che si "annida" fra i neuroni dell'area del linguaggio. Castaneda chiama questa, tonificante, estirpazione egoica "perdita della forma umana" o "cancellazione della storia personale". Il buddista parlerebbe di uscita dal samsara, il cristiano di entrata nel Regno dei Cieli, lo gnostico di ritorno al Pleroma.di Noi lo definiamo "Fuga da Flatland".


L'importanza personale non è qualcosa di semplice e ingenuo" spiegò. "Da un lato, è il nucleo di tutto ciò che in noi ha valore, dall'altro il nucleo di tutto il nostro marciume. Disfarsi dell'importanza personale richiede un capolavoro di strategia. I veggenti di tutte le epoche hanno espresso i più alti apprezzamenti per coloro che ci sono riusciti.
Castaneda. Il fuoco dal profondo


"Non c'è nulla di sbagliato nel sentirsi impotenti" disse don Juan, "ma indulgere nel piangere e nel lagnarsi è un'altra faccenda".
Castaneda. L'isola del tonal


Ti ho sentito dire che i tuoi genitori hanno ferito il tuo spirito. Io penso che lo spirito dell'uomo possa essere ferito molto facilmente, sebbene non dagli stessi atti che tu definisci lesivi. Credo che i tuoi genitori ti abbiano ferito facendo di te una persona che si lascia andare, molle e propensa ad indulgere.
Castaneda. Una realtà separata





Fuga da Flatland Dopo l'approccio sciamanico alla crisi, adesso quello quantistico.
"Una intelligenza globale, e per globale potremmo persino intendere qualcosa che riguardi l'intero pianeta, scaturisce dal basso verso lalto, prendendo cioè spunto da interazioni meramente locali. E' un po come dire che la vera intelligenza, quella che guida l'economia americana, non è nelle mani, (o nelle teste) dei politicanti di Washington, ma è invece sparpagliata nelle conversazioni notturne dei camionisti che si incontrano agli autogrill, nelle domande dei clienti ai negozianti e nelle loro pronte risposte, nelle chiacchierate amichevoli dei vicini che discutono di affitti e mutui."
Jeffrey Satinover - "Il cervello quantico"







martedì 14 gennaio 2014

Adriano Olivetti. Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande

Io penso la fabbrica per l'uomo, non l'uomo per la fabbrica.
Adriano Olivetti

Il potere di dirigere il lavoro altrui deve essere conseguenza di meriti o legato a eminenti capacità superiori; per altro verso, la non eliminabile disuguaglianza fra gli uomini conduce a una gerarchia di competenze e di valori che costituiscono un ordine naturale e umano nella società. Lavoratori, specialisti, tecnici, dirigenti costituiscono nell’industria questa gerarchia. Essi insorgono contro l’ingiustizia di un sistema dove le grandi e le piccole decisioni che interferiscono continuamente sulla loro vita individuale non provengono da una tale gerarchia di valori, ma da una potenza ormai dissociata dai reali meriti dai quali essa trasse una remota origine.
Le fabbriche di bene, Adriano Olivetti


C'è una crisi di civiltà, c'è una crisi sociale, c'è una crisi politica. L'ingranaggio della società che è stato rotto nell'agosto 1914 non ha mai più funzionato, e in dietro non si torna. Come possiamo contribuire a costruire quel mondo migliore che anni terribili di desolazione, di tormenti, di disastri, di distruzione, di massacri, chiedono all'intelletto e al cuore di tutti?
Adriano Olivetti


Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande.
Adriano Olivetti
11 Aprile 1901 - 27 febbraio 1960




Il futuro che non abbiamo vissuto


olivetti


La storia di Adriano Olivetti e delle sue idee

Questa è la storia di un uomo democratico ed innovatore. La storia di una mente lungimirante e di un cuore saggio. Questa è la storia di Adriano Olivetti e delle sue idee.
Figura snobbata e annebbiata, volontariamente e involontariamente.
Tra i suoi noti propositi quello di creare nel dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova e unica al mondo, in un periodo in cui capitalismo e comunismo si fronteggiavano.
Oggi, dopo vari decenni, capito che le ideologie le hanno ingoiate gli individualismi e il capitalismo è ad un punto di svolta (tranne che per qualche miope), resta valida e cocente la necessità di nuove forme d’imprenditoria, nuovi capitani d’azienda, coscienti delle proprie responsabilità e in grado di farne fronte.
Adriano Olivetti
Adriano Olivetti
Adriano Olivetti nasce a Ivrea nel 1901, secondogenito di Camillo Olivetti e Luisa Olivetti Revel. Negli anni della formazione è molto attento al dibattito sociale e politico; frequenta ambienti liberali e riformisti, collabora alle riviste L’azione riformista Tempi nuovi. Dopo la laurea in chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 inizia l’apprendistato, come operaio, nella fabbrica di macchine per scrivere fondata dal padre Camillo nel 1908 a Ivrea. L’anno seguente compie un viaggio di studi negli Stati Uniti dove, tra l’altro, visita più di cento grandi fabbriche in pochi mesi, con lo sguardo rivolto a cogliere il segreto dei moderni metodi di produzione e di organizzazione del lavoro. Al ritorno a Ivrea, propone al padre un ambizioso e innovativo programma per modernizzare l’attività della Olivetti, in particolare: organizzazione decentrata del personale, direzione per funzioni, razionalizzazione dei tempi e metodi di montaggio, sviluppo della rete commerciale in Italia e all’estero.
Nel 1946 Olivetti fonda le “Edizioni di Comunità”, in un momento di grande cambiamento, per contribuire alla ripresa culturale dell’Italia. Il suo progetto di società unita nella consapevolezza della centralità dei valori dello spirito e di quelli della cultura ancora oggi risulta incompiuto ed oggi come allora si mostra urgente la necessità che le opportunità date dal progresso siano indirizzate alla formazione di un mondo materialmente più realizzato e spiritualmente più elevato.
In questa epoca certi argomenti risultano essere utopia. A questa sensazione, che a volte limita le menti, rispondo con una delle più significative citazioni di Olivetti Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande.”
fabbrica Pozzuoli
La fabbrica di Pozzuoli
Accanto all’impegno per creare occupazione (“La disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”), altri propositi furono progettati e portati a termine, come l’attenzione verso l’architettura: la fabbrica di Pozzuoli (così come quella di Ivrea; nel 1955, vince il prestigioso Compasso d’Oro per meriti conseguiti nel campo dell’estetica industriale, e per il miglioramento delle condizioni di vita dei dipendenti) venne progettata come un edificio di alto pregio residenziale, con i reparti pieni di luce, giardini e fontane e il tutto senza dimenticare i servizi sociali, colonie, mense, biblioteche. Ovviamente a tutto questo si affiancava una particolare attenzione verso gli investimenti in ricerca e sviluppo e verso l’organizzazione della rete commerciale composta da giovani e formati venditori.
Durante la dirigenza di Adriano Olivetti la gamma dei prodotti Olivetti viene continuamente ampliata e la capacità produttiva della fabbrica si espande per far fronte a sempre nuove esigenze del mercato nazionale e internazionale.  Il suo successo imprenditoriale ottiene il riconoscimento della National Management Association di New York che nel 1957 gli assegna un premio per “l’azione di avanguardia nel campo della direzione aziendale internazionale”.
Aveva compreso che il segreto per il futuro doveva fondarsi sul dinamismo dell’organizzazione commerciale e sul suo rendimento economico, sulla modernità dei macchinari e dei metodi ma soprattutto sulla partecipazione operosa e consapevole di tutti ai fini dell’azienda.
Rivolgeva le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione culturale e sociale del luogo. Dal suo discorso, in occasione dell’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli il 23 aprile 1955, La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza. (…) Ora che la fabbrica è compiuta a noi dirigenti spetta quasi tutta la responsabilità di farla divenire a poco a poco una cellula operante rivolta alla giustizia di ognuno, sollecita del bene delle famiglie, pensosa dell’avvenire dei figli e partecipe infine della vita stessa del luogo …”.
Se avesse pronunciato queste parole oggi, probabilmente molti avrebbero pensato che dietro le parole c’è il nulla, che sono i fatti quelli che contano.

Adriano Olivetti era un uomo “da fatti”

Gli utili ottenuti grazie alla sua innovativa idea di fare impresa non si trasformavano, come accade oggi nella maggior parte delle aziende, in larghi dividendi per gli azionisti, né in spericolate operazioni finanziarie, né compensi per massimi dirigenti pari a tre o quattrocento volte il salario di un operaio. Diventavano alti salarimagnifiche architetture, una buonaqualità del lavoro, una crescente occupazione, nonché servizi sociali.
Se ci fosse oggi, quest’uomo nuovo, se potesse ancora pronunciare certe parole, se potesse ancora vivere la fabbrica così come la intendeva lui, sarebbe additato come populista. Parola tornata in voga negli ultimi anni, parola con cui si vuole sotterrare qualsiasi possibilità di migliorare la vita lavorativa e produttiva ma anche sociale e culturale di questo paese.
La sua visione necessitava anche di una politica nuova, articolata tra due poli: una critica serrata ai partiti e la formulazione di obiettivi per realizzare una «democrazia integrata». Osservava come i partiti non avessero rispettato la verità, avuto tolleranza e tradito gli stessi ideali per i quali erano nati. Ne “Il cammino della Comunità” pubblicato per la prima volta nel 1959 illustrava come la nascita di una società nuova dovesse passare attraverso la formazione di nuovi organismi all’interno delle fabbriche, delle comunità e delle regioni. Organismi che fossero espressione di un cristianesimo sociale. Il suo progetto “Comunità” era un movimento che tendeva ad unire, a far collaborare, mirava a costruire, “…imperniata sulla libertà dell’uomo, sull’autonomia della persona, sulla dignità della vita umana, presuppone un mondo liberato dall’asservimento, dalla forza, dallo strapotere del denaro.” Nessuna divisione ideologica al contrario credeva nella necessità di formare delle nuove autorità decentrate, responsabili e seriamente democratiche, “per evitare una rapida involuzione, soggiacendo inespressa al dominio onnipotente dello Stato…”.
Era consapevole delle difficoltà che una nuova organizzazione del potere politico e sociale avrebbe incontrato nell’affermarsi, si trattava di una battaglia contro i partiti tradizionali, che dominavano i sindacati e le cooperative, dove i deputati erano designati da liste manipolate dalle direzioni dei partiti: “Le Comunità sono invece un ordine concreto, ben radicato nella vita, nella cultura, nel lavoro.”
Adriano Olivetti morì nel febbraio del 1960, e con lui anche la sua idea di società tecnologicamente avanzata, partecipe, solidale e giusta.
Oggi consideriamo grandi uomini d’impresa dei mercenari, aridi e minacciosi, individui votati all’out out senza amor di Patria. Ogni riferimento non è puramente casuale.


giovedì 24 ottobre 2013

Hodgkinson. L'ozio come stile di vita. È triste che fin dalla prima infanzia subiamo la tirannide del mito morale secondo cui è giusto, buono e bello balzar fuori dal letto non appena svegli per approntarci il più velocemente e gioiosamente possibile a compiere qualche attività utile. Nel mio caso, ricordo in modo molto chiaro che era mia madre a urlarmi di uscire dal letto ogni mattina. Mentre giacevo lì in uno stato di beato benessere, gli occhi chiusi, cercando di rimanere aggrappato a un sogno in dissolvimento, facendo ogni sforzo per ignorare le sue urla, mi mettevo a calcolare il tempo minimo che mi ci sarebbe voluto per alzarmi, far colazione, andare a scuola e riuscire ad arrivare qualche secondo prima dell’appello. Tutta questa creatività e fatica mentali le spendevo per godere di pochi istanti di sonno in più. È così che l’ozioso inizia ad apprendere la sua arte.



È triste che fin dalla prima infanzia subiamo la tirannide del mito morale secondo cui è giusto, buono e bello balzar fuori dal letto non appena svegli per approntarci il più velocemente e gioiosamente possibile a compiere qualche attività utile. Nel mio caso, ricordo in modo molto chiaro che era mia madre a urlarmi di uscire dal letto ogni mattina. Mentre giacevo lì in uno stato di beato benessere, gli occhi chiusi, cercando di rimanere aggrappato a un sogno in dissolvimento, facendo ogni sforzo per ignorare le sue urla, mi mettevo a calcolare il tempo minimo che mi ci sarebbe voluto per alzarmi, far colazione, andare a scuola e riuscire ad arrivare qualche secondo prima dell’appello. Tutta questa creatività e fatica mentali le spendevo per godere di pochi istanti di sonno in più. È così che l’ozioso inizia ad apprendere la sua arte.
Tom Hodgkinson. L'ozio come stile di vita

giovedì 19 settembre 2013

Distaccati da ogni pensiero e da ogni ogni emozione, distaccati da ogni cosa proprio come se fosse un sogno.


Distaccati da ogni pensiero e da ogni ogni emozione, distaccati da ogni cosa proprio come se fosse un sogno. In realtà l'universo non è altro che uno straordinario sogno in cui l'amore è il collante di ogni forma di vita. Con questo distacco tutto diventa possibile e divieni un silenzioso meditatore che osserva un fiume. Non cerchi di fermare il corso dell'acqua, rimani in osservazione poiché il flusso segue il suo corso incessantemente. Accetta tutto ciò che vive dentro di te senza giudicarlo, non reprimere, lascia che tutto scorra. Vivere godendoti il presente ti permette di collegarti immediatamente alle tue sensazioni che conoscono ogni cosa, poiché quelle sono le sensazioni dell'intero universo. Tu sei in tutte le cose esistenti.

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