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mercoledì 5 luglio 2017

Angoscia, dolore e lutto secondo Freud Quand'è che parliamo di angoscia, quando di dolore, e quando di lutto? Si tratta di tre sentimenti legati alla perdita di qualcosa a cui teniamo: la risposta di Sigmund Freud

Angoscia, dolore e lutto secondo Freud
Quand'è che parliamo di angoscia, quando di dolore, e quando di lutto? Si tratta di tre sentimenti legati alla perdita di qualcosa a cui teniamo: la risposta di Sigmund Freud

A cura di Antonella Marchisella
Sigmund Freud inizia con l'affermare che l'angoscia è la reazione al pericolo, ma dal momento che i pericoli sono fatti che fanno normalmente parte dell'umanità - "per tutti gli individui gli stessi" - cerca di comprendere in che modo riescano alcuni individui a sottomettere l'affetto d'angoscia alla normale attività psichica, oppure di cogliere quel fattore che determini chi debba fallire in tale compito. Discorre così di due tentativi di scoprire questo fattore: il primo è quello di Alfred Adler, che espone una teoria secondo cui coloro che "falliscono nell'eseguire il compito posto dal pericolo sono quelli che si trovano in grandi difficoltà a causa dell'inferiorità dei loro organi"; il secondo tentativo risale al 1923 ed appartiene ad Otto Rank, il quale enuncia che la nascita è la prima situazione di pericolo per una persona e a questa primissima situazione di pericolo (nonchè prima condizione d'angoscia) collega tutte le seguenti. Riportiamo testualmente una frase importantissima: "Il trauma della nascita colpisce i singoli individui con diversa intensità, al variare della forza del trauma varia anche la violenza della reazione d'angoscia e dall'intensità di questo inizio dello sviluppo dell'angoscia dipenderebbe se l'individuo possa mai raggiungere il controllo dell'angoscia, ossia se diventerà un nevrotico o un individuo normale".
angoscia_1La teoria di Rank è indubbiamente interessante, Sigmund Freud tuttavia precisa che si tratta di una teoria che non considera in alcun modo i fattori costituzionali o filogenetici e che peraltro lascia supporre che gli individui che non sono riusciti a far fronte ai pericoli iniziali, falliranno anche nelle future situazioni di pericolo sessuale; da qui la nevrosi. Freud disapprova chiaramente questa teoria e riprende alcuni punti psicoanalitici:
- l' Io, tramite la rimozione, può riuscire a difendersi da un moto pulsionale pericoloso, a scapito dell'Es ;
- Se la situazione di pericolo cambia e l'Io non ha più bisogno di difendersi da un nuovo moto pulsionale analogo a quello rimosso, il nuovo decorso della pulsione si compie sotto l'influsso dell'automatismo.
A volte l'Io può riacquistare il proprio influsso sul moto pulsionale abbattendo la rimozione che esso stesso ha generato, ma ciò avviene raramente, in quanto le rimozioni generate dall'Io sono nella maggior parte dei casi irreversibili. Possiamo pertanto elencare tre dei fattori che causano la nevrosi:
- il fattore biologico ("stato di impotenza e di dipendenza a lungo protratto del bambino piccolo... Questo fattore biologico produce le prime situazioni di pericolo e crea il bisogno di essere amati che non abbandonerà più l'uomo");
- il fattore filogenetico (sviluppo della libido);
- il fattore psicologico (questo fattore risiederebbe nella differenziazione in Io e in Es, che sarebbe un'imperfezione del nostro apparato psichico).
Avendo appurato che l'angoscia nasce come reazione al pericolo della perdita dell'oggetto, come possiamo stabilire in quali casi separarsi dall'oggetto porta all'angoscia, quando porta al dolore e quando al lutto? Ripartiamo dalla situazione della nascita e supponiamo che il neonato venga a trovarsi davanti un estraneo anzichè sua madre. Ecco gli elementi che vengono a manifestarsi: l'angoscia come reazione al pericolo della perdita d'oggetto (tenendo presente che un neonato non fa distinzione tra una mancanza temporanea della madre ed un'assenza permanente, all'angoscia si accompagna dunque anche dolore. Non essendoci questa distinzione, la mancanza della madre,seppure temporanea, è un trauma per il piccolo e più precisamente, volendo riportare le parole di Freud "è una situazione traumatica se il neonato in quel momento prova un bisogno che la madre dovrebbe soddisfare"). Dobbiamo comunque porre l'attenzione sul fatto che la situazione traumatica della mancanza della madre è differente dalla situazione traumatica della nascita. Possiamo sintetizzare in questo modo:
- l'angoscia è la reazione al pericolo della perdita dell'oggetto;
- il dolore è la vera reazione alla perdita dell'oggetto;
- il lutto è un'altra delle reazioni emotive alla perdita dell'oggetto: si forma dalla consapevolezza di doversi separare effettivamente dall'oggetto perchè di fatto non c'è più.


Fonte: "L'Io e l'Es Inibizione,sintomo e angoscia" di Sigmund Freud - Newton Compton Editori.
http://www.girlpower.it/sos/psicologia/angoscia_dolore_lutto_secondo_freud.php

domenica 20 aprile 2014

Melanie Klein. Invidia e gratitudine. Un atteggiamento troppo ansioso da parte della madre che offre subito il cibo al bambino non appena questi piange non gli giova in alcun modo. Egli percepisce l'angoscia della madre e questa accresce la sua. Ho riscontrato talvolta negli adulti un senso di risentimento per il fatto di non aver avuto la possibilità di piangere a sufficienza e di non aver potuto quindi esprimere la loro angoscia e la loro afflizione (ottenendo così un sollievo)




Sebbene la psicologia e la pedagogia ci abbiano fatto credere che il bambino è un essere felice e senza conflitti, e che le sofferenze degli adulti siano causate dal peso e dalle difficoltà della vita reale, è vero esattamente il contrario. Ciò che abbiamo imparato sul bambino e l'adulto, grazie alla psicoanalisi, ci mostra come tutte le sofferenze della vita, successive a questa fase, siano in larga parte ripetizioni di sofferenze precedenti e che ogni bambino, nei primi anni di vita, passa attraverso un incommensurabile grado di sofferenza.
Mélanie Klein , Amore, odio e riparazione



Cosa c'entra la posizione depressiva introdotta da Mélanie Klein con la depressione?
E perché si chiama così?
Premesso che per posizione depressiva s'intende la capacità di riconoscere che madre buona e madre cattiva, e più in generale oggetto buono e oggetto cattivo, sono in realtà la stessa persona, a me pare che il termine depressiva possa creare confusione, perché posizione depressiva e depressione non sono certo la stessa cosa.
Altri autori, prima di Mélanie Klein, hanno usato lo stesso termine, in particolare Abraham ha parlato di stati maniaco-depressivi, oggi perlopiù descritti come depressioni bipolari.
Probabilmente M. Klein ha chiamato depressiva questa posizione che in genere comincia a presentarsi nell'infante tra i sei mesi e un anno (è stata lei la prima a proporre quest'idea) perché somiglia allo stato d'animo prevalente nella depressione, cioè uno stato d'animo di malinconia.
L'infante comincia a capire che la madre odiata (odiata perché non sempre presente quando lui/lei la vorrebbe) e la madre amata (amata quando c'è e l* nutr* e l* ama e l* cura) sono la stessa persona. La madre presente fra un po' sarà assente, e la madre assente fra un po' tornerà. E' sempre lei. Allora comincia a sentirsi in colpa per averla morsa, odiata e aggredita, e ha paura di averla distrutta o di poterla distruggere, dunque cerca di contenere la propria aggressività e comincia a fare i conti con la realtà, ossia con l'altra persona che non esiste soltanto per rispondere e per soddisfare lui/lei.
Questo è il processo più o meno sano ed è abbastanza doloroso anche perché fa cadere le precedenti illusioni di onnipotenza. Ma se l'infante non è in grado di reggere questo dolore, dovuto sia al senso di colpa sia appunto alla perdita dell'onnipotenza illusoria, se non è in grado di riparare i danni recati alla madre e all'immagine della madre dentro di sé, allora in genere torna alla posizione precedente, detta schizoparanoide, e di nuovo scinde gli aspetti buoni e gli aspetti cattivi della madre in due diverse figure, la madre buona e la madre cattiva.
Anche questo ha un suo prezzo però; infatti si evita l'angoscia depressiva ma si cade nell'angoscia persecutoria. La madre cattiva si fissa sempre di più come figura persecutoria interiore, la qual cosa porterà a sentirsi perseguitat* ora da quest* ora da quell* nella realtà esteriore; la diffidenza e il sospetto si radicheranno dentro di noi.
Negli anni seguenti, e anche nell'età adulta, il problema continuamente si ripresenterà, e ancora la persona si troverà difronte alla scelta fra i due tipi di angoscia. E in depressione si cade proprio quando le consuete difese, spesso forme più evolute e sofisticate dell'originaria scissione, non funzionano più. Allora si viene sommers* dalla colpa, si perde ogni aggressività, e tutto il dolore del mondo cade addosso a noi , anzi è dentro di noi, è noi, siamo noi.
Così la depressione si ha proprio in quanto la posizione depressiva non è stata raggiunta in modo abbastanza sicuro a suo tempo, e il lavoro ci tocca farlo ora, magari in vecchiaia.
Ma se, come pare, la posizione depressiva è l'antidoto contro la depressione, bisogna ammettere che la scelta dei termini non aiuta a capire, anzi mi sembra che possa creare confusione.
Donatella Donati






Dove l'invidia vede la matrigna, la gratitudine riconosce la madre.
Ma perlopiù è tutto un miscuglio, oppure peggio, è un'altalena.

Mélanie Klein, (1882 - 1960), ha proseguito il lavoro di Freud, spingendosi nella sua ricerca al di là dei due-tre anni o anche quattro, cioè l'età dell'Edipo su cui Freud ha basato la sua costruzione. Mélanie Klein ha studiato per prima i processi psichici dei primi anni e dei primi mesi di vita e ha ipotizzato che in essi prevalgano i sentimenti di gratitudine e di invidia verso la madre che nutre. Le sue teorie, secondo cui il rapporto tra questi due sentimenti rimane alla base anche della vita psichica adulta, hanno avuto col tempo un larghissimo seguito ma sul momento sono state alquanto osteggiate.


"Le persone che sono riuscite a costituire il loro oggetto buono primario con relativa sicurezza sono in grado di conservare l'amore per l'oggetto pur riconoscendone i difetti; quando questo non avviene, invece, i rapporti di amore e di amicizia sono caratterizzati dalla idealizzazione. Questa però tende a crollare, ed allora l'oggetto amato deve essere sostituito spesso, perché nessun oggetto può soddisfare pienamente l'aspettativa. La persona che è stata in precedenza idealizzata viene spesso sentita come un persecutore ((...))"
Mélanie Klein (1882-1960), Invidia e gratitudine, 1957, ed.it.1969 Martinelli pag.40.


Un atteggiamento troppo ansioso da parte della madre che offre subito il cibo al bambino non appena questi piange non gli giova in alcun modo. Egli percepisce l'angoscia della madre e questa accresce la sua. Ho riscontrato talvolta negli adulti un senso di risentimento per il fatto di non aver avuto la possibilità di piangere a sufficienza e di non aver potuto quindi esprimere la loro angoscia e la loro afflizione (ottenendo così un sollievo)
Melanie Klein, (1882 - 1960), Invidia e gratitudine, 1957, ed. italiana 1969 Martinelli, Firenze, cap. 2, 2, pag. 26.


Va fatta una distinzione tra invidia, gelosia ed avidità.
L'invidia è un sentimento di rabbia perché un'altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode - l'impulso invidioso mira a portarla via o a danneggiarla. Inoltre l'invidia implica un rapporto con una sola persona ed è riconducibile al primo rapporto esclusivo con la madre. La gelosia deriva dall'invidia e coinvolge perlomeno altre due persone; infatti si riferisce ad un amore che il soggetto sente come suo e che gli è stato portato via o è in pericolo di essergli portato via da un rivale. Nel significato corrente di gelosia, un uomo o una donna si sentono privati della persona amata da una terza persona.
L'avidità è un desiderio imperioso ed insaziabile che va al di là dei bisogni del soggetto e di ciò che l'oggetto vuole e può dare. Ad un livello inconscio, l'avidità ha soprattutto lo scopo di svuotare completamente, di prosciugare succhiandolo e di divorare il seno: in altre parole il suo scopo è l'introiezione distruttiva; l'invidia invece cerca non solo di derubare in questo modo la madre, ma anche di mettere ciò che è cattivo e soprattutto i cattivi escrementi e le parti cattive del Sé nella madre, e in primo luogo nel seno allo scopo di danneggiarla e di distruggerla. Nel senso più profondo ciò significa distruggere la sua creatività. [...] Una differenza essenziale tra avidità ed invidia (anche se non è possibile fare una netta distinzione dato il loro stretto rapporto) potrebbe di conseguenza essere questa: che per lo più l'avidità è connessa con l'introiezione e l'invidia con la proiezione.
Melanie Klein (1957). Invidia e gratitudine, pp. 17-18. Tr.it. 1969, Martinelli, Firenze.


Mélanie Klein, (1882 - 1960), ha proseguito il lavoro di Freud, spingendosi nella sua ricerca al dilà dei due-tre anni o anche quattro, cioè l'età dell'Edipo su cui Freud ha basato la sua costruzione.
Mélanie Klein ha studiato per prima i processi psichici dei primi anni e dei primi mesi di vita e ha ipotizzato che in essi prevalgano i sentimenti di gratitudine e di invidia verso la madre che nutre.
Le sue teorie, secondo cui il rapporto tra questi due sentimenti rimane alla base anche della vita psichica adulta, hanno avuto col tempo un larghissimo seguito ma sul momento sono state alquanto osteggiate. [...] lo stile di Mélanie Klein non è accattivante, comunque in questo testo c'è una sintesi delle sue idee principali. Mi sembra necessario leggerlo altrimenti diventa davvero arduo capire molt* psicoanalist* dopo di lei, a partire da W. Bion.




Cristina Galante

Ricordo la sua intuizione di "fantasia inconscia" nel bambino che relazionandosi con la realtà circostante, ne determina il carattere. Anzi, visto che tale fantasia mira alla soddisfazione degli impulsi istintuali, la gratificazione che ne deriva può essere considerata una difesa contro la realtà che li circonda Ricordo bene, Donatella? L'avevo letta da giovane neomamma



Forse vuoi dire che fantasticare di avere il seno a disposizione quando il seno non c'è può valere come difesa dalla frustrazione dell'assenza del seno? [...] Non ricordo in che misura Mélanie Klein ponesse l'accento sulla funzione difensiva della fantasia inconscia, ma è vero che nella scuola kleiniana l'interpretazione di tali fantasie primitive nelle persone adulte è frequente ed è in chiave di difese. Questo tipo d'interpretazione viene considerato inefficace da altri studiosi. Ragionare in questi termini è poco congeniale anche a me. Le scoperte di M. Klein, come ogni scoperta, vanno viste nel contesto in cui sono nate, naturalmente; altra cosa è come vengono in seguito applicate.



Cosa vuol dire "costituire l'oggetto buono primario con relativa sicurezza" come scrive Mélanie Klein?
L'oggetto primario è la prima persona con cui nei primi tempi della vita abbiamo a che fare, dunque la madre o comunque chi si prende cura di noi. Da questa figura dipendiamo completamente e all'inizio non ci rendiamo conto che la madre che ci nutre e ha cura di noi con amore è la stessa persona che a volte ci frustra perché non è sempre immediatamente presente a capire e a soddisfare tutti i nostri bisogni: questa mancanza di risposta, questa frustrazione che ci provoca rabbia e dolore diventa per noi un'immagine di madre cattiva. "Costituire l'oggetto primario con relativa sicurezza" vuol dire arrivare gradualmente a riconoscere e ad accettare che la madre che ci soddisfa e che dunque amiamo è la stessa che ci frusta e che odiamo: questo riconoscimento è una conquista perché implica l'accettazione dei limiti e l'abbandono dell'onnipotenza, insomma veniamo a patto con la vita e col fatto che l'altra persona, in questo caso la madre, non è sempre a nostra disposizione, non è identica a noi, non è noi, e questa conquista è chiamata da Mélanie Klein posizione depressiva. Invece la posizione per cui vediamo la madre buona e la madre cattiva come due figure distinte è chiamata posizione schizoparanoide: la parola indica sia la scissione sia il sentirsi perseguitati dall'oggetto cattivo.

Mélanie Klein (1882-1960), psicoanalista inglese.
Il suo libro più conosciuto è Invidia e gratitudine 1957, ed.it.1969 Martinelli.




[...] mi entusiasmò tantissimo aver incontrato un terapeuta che riusciva in qualche modo a far confluire in tre grandi famiglie (in un continuum nevrosi-psicosi) tutti i tipi di disagio e assetti personologici: prodighi, avari e avidi. e anzi, come l'ho detto non è corretto. siamo tutti, tutte e tre le cose, ma diversamente agenti nelle modalità comportamentali, nei diversi contesti, nelle diverse fasi della vita, nelle relazioni e nel rapporto con gli oggetti interni, a seconda di come vengono evocate le tre istanze in intensità. mi piacque perché mi fece proprio pensare a M.K



Sì, in tutti noi sono presenti tutte le istanze. Forse hai studiato che la posizione schizoparanoide e quella depressiva, legate appunto rispettivamente all'invidia e alla gratitudine, non sono soltanto fasi dei primi tempi di vita, ma sono POSIZIONI presenti in noi anche quando siamo adulti, naturalmente con alterne vicende e in diverse gradazioni, da cui dipendono la nostra salute, le nostre angosce e le nostre difese.




cercavo giusto qualcosa sulle cadute (la mia con rottura di polso) apparentemente casuali, ma sappiamo che così non è …il male fisico come male minore? si dice anche "cadere in depressione" ….



Melanie Klein. Sublimazione femminile: recettività e comprensione.
“L’instaurarsi di tutte le inibizioni che attengono all’apprendimento e ad ogni suo ulteriore sviluppo va fatto quindi risalire all’epoca del primo sboccio della sessualità infantile che, con l’inizio della fase edipica, porta al culmine l’importanza della paura dell’evirazione, e cioè all’inizio del periodo fra i tre e i quattro [cfr. qui sotto l’originale, dove compare «in das frühe Alter zwischen dem dritten und fünften (quinto) Jahre »] anni di età. È la conseguente rimozione delle componenti mascoline attive – sia nei bambini che nelle bambine – che costituisce la base principale delle inibizioni nei confronti dell’apprendimento.
Cionondimeno probabilmente si rileverà sempre che l’apporto della componente femminile alla sublimazione è costituito dalla recettività e dalla capacità di comprendere, che sono elementi importanti di ogni attività, anche se l’elemento dell'impulso operativo, che è ciò che caratterizza l’essenza di ogni attività, ha la sua origine nella sublimazione della potenza maschile. L’atteggiamento femminile verso il padre, legato all’ammirazione e al riconoscimento del pene paterno e delle sue capacità operative, diventa, con la sublimazione, la base della capacità di comprensione dell’arte e in generale di ogni altra impresa umana di alto valore. Ho potuto osservare spesso in analisi sia di maschietti che di bambine quale importanza possa avere la rimozione dell’atteggiamento femminile prodotta dal complesso di evirazione. La rimozione di questo atteggiamento contribuisce in grande misura all’inibizione di qualsiasi attività, poiché ne è sempre una parte integrante. Mi è stato anche possibile osservare, nell’analizzare pazienti di entrambi i sessi, come spesso si verifichi uno sboccio rigoglioso dell’interesse artistico e di altri tipi di interesse allorché una parte del complesso di evirazione diventa conscio e l’atteggiamento femminile si estrinseca di nuovo liberamente.”
MELANIE KLEIN (1882 – 1960), “La scuola nello sviluppo Iibidico del bambino” (1923), in Id., “Scritti 1921 • 1958”, Boringhieri, Torino 1978 (I ed.), trad. di Armando Guglielmi, presentazione di Ernest Jones, 2 (pp. 74 – 93), pp. 90 – 91.


“ In die Zeit der ersten Blüte der kindlichen Sexualität, die mit dem Einsetzen des Ödipuskomplexes den großen Schub an Kastrationsangst auslöst, also in das frühe Alter zwischen dem dritten und fünften Jahre, müssen wir die Grundlagen aller Hemmungen verlegen, die auch das Lernen und die ganze weitere Entwicklung bestimmen. Die dabei erfolgende Verdrängung der aktiven männlichen Komponente ist es, die auch — bei Knaben und Mädchen — die hauptsächlichste Grundlage für die Lern- hemmung abgibt.
Als der Beitrag, den die weibliche Komponente zu den Sublimierungen stellt, wird sich wohl immer wieder das Aufnehmen und Verstehen, also auch ein wichtiger Anteil aller Tätigkeiten erweisen; der treibende, ausführende Teil aber, der eigentlich überhaupt den Charakter der Tätigkeit ausmacht, rührt von der Sublimierung der männlichen Potenz her. Diese feminine Einstellung dem Vater gegenüber, mit der die Bewunderung und Anerkennung des väterlichen Penis und seiner Leistungen verbunden ist, wird in der Sublimierung zur Grundlage des Verständnisses der künstlerischen und jeder Leistung überhaupt. Wie bedeutsam sich die Verdrängung dieser femininen Einstellung vom Kastrationskomplex her erweist, konnte ich in Knaben- und Mädchenanalysen wiederholt feststellen. Ihre Verdrängung als die eines grundlegenden Anteils jeder Tätigkeit muß auch sehr zur Hemmung der Tätigkeit beitragen. In weiblichen und männlichen Analysen zeigte sich auch, als ein Teil des Kastrationskomplexes bewußt wurde und die feminine Einstellung
freier herauskam, wiederholt ein starkes Einsetzen künstlerischer und anderer Interessen.ˮ
MELANIE KLEIN, “Die Rolle der Schule in der libidinösen Entwicklung des Kindesˮ, in <Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse>, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig-Wien-Zürich, Herausgeber und Redaktion: Sandor Ferenczi, IX 1923, Heft 3 (S. 324 – 344), S. 341 – 342.



lunedì 29 ottobre 2012

Guénon. Allo stato attuale del mondo occidentale quasi nessuno si trova nel posto che normalmente gli spetterebbe in base alla sua natura propria. Ciò si vuole esprimere dicendo che le caste non esistono più, poiché la casta, intesa nel suo senso vero e tradizionale, altro non è che la stessa natura individuale con l'insieme delle attitudini speciali che essa implica e che predispongono ogni uomo all'adempimento di una data funzione e non di un'altra. Quando l'accesso a qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui egli è meno dotato. La funzione che egli avrà nella società sarà determinata, se non dal caso, giacché il caso in realtà non esiste, da qualcosa che può sembrare il caso, cioè da un intreccio di circostanze accidentali di ogni specie. L'ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che dovrebbe contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli uomini

Vi sono certi ignoranti i quali si immaginano che ci "si inizi" da sé, il ché è in qualche modo una contraddizione dei termini; dimenticando, seppur l'hanno mai saputo, che la parola "initium" significa "entrata" o "principio" ; essi confondono il fatto stesso dell'iniziazione, intesa nel senso strettamente etimologico, col lavoro da compiersi ulteriormente affinché questa iniziazione, da virtuale nel primo momento, divenga più o meno completamente effettiva.
L'iniziazione, compresa in tal modo, è ciò che tutte le tradizioni si accordano nel designare come "seconda nascita"; come un essere potrebbe agire da se stesso prima ancora di essere nato? Non siamo più in un'Epoca Primordiale, quando tutti gli uomini possedevano normalmente e spontaneamente uno stato spirituale che oggi può dipendere solo da un alto grado di iniziazione. Stato spirituale e sviluppo spirituale che si compiva in essi tanto naturalmente quanto lo sviluppo corporeo.
René Guénon "Considerazioni sulla via iniziatica"



Allo stato attuale del mondo occidentale quasi nessuno si trova nel posto che normalmente gli spetterebbe in base alla sua natura propria. Ciò si vuole esprimere dicendo che le caste non esistono più, poiché la casta, intesa nel suo senso vero e tradizionale, altro non è che la stessa natura individuale con l'insieme delle attitudini speciali che essa implica e che predispongono ogni uomo all'adempimento di una data funzione e non di un'altra. Quando l'accesso a qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui egli è meno dotato. La funzione che egli avrà nella società sarà determinata, se non dal caso, giacché il caso in realtà non esiste, da qualcosa che può sembrare il caso, cioè da un intreccio di circostanze accidentali di ogni specie. L'ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che dovrebbe contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli uomini.
René Guénon, "La crisi del mondo moderno" - 1927



La civiltà occidentale moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia; fra tutte quelle che sono più o meno completamente conosciute, questa civiltà è la sola a essersi sviluppata in un senso puramente materiale, e questo sviluppo mostruoso, il cui inizio coincide con quello che si è convenuto chiamare Rinascimento, è stato accompagnato, come fatalmente doveva, da una regressione intellettuale corrispondente; se non diciamo equivalente, è perché si tratta di due ordini di cose tra i quali non può esistere nessuna misura comune.
René Guénon

La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresì che non si fondi su alcun principio d'ordine superiore. Tale sviluppo materiale, che prosegue ormai da parecchi secoli e va accelerandosi sempre più, è stato accompagnato da un regresso intellettuale che esso è del tutto incapace di compensare. Intendiamo qui, beninteso, parlare della vera e pura intellettualità, che si potrebbe anche chiamare spiritualità. La decadenza non s'è prodotta d'un sol colpo; se ne potrebbero seguire le tappe attraverso tutta la filosofia moderna. È stata la perdita o l'oblio della vera intellettualità a rendere possibili quei due errori che solo in apparenza si oppongono, ma sono in realtà correlativi e complementari: razionalismo e sentimentalismo. La nozione di verità, dopo essere stata abbassata ormai a una semplice rappresentazione della realtà sensibile, è infine identificata dal pragmatismo con l'utilità, il che equivale alla sua soppressione pura e semplice; che importa infatti la verità in un mondo le cui aspirazioni sono unicamente materiali e sentimentali?"
Renè Guènon, Simboli della Scienza Sacra


Contrariamente a quel che pensano i moderni, un lavoro qualsiasi, compiuto indistintamente da chiunque, e unicamente per il piacere d’agire o per la necessità di “guadagnarsi la vita”, non merita per niente d’essere esaltato, e pure non può essere considerato che come una cosa anormale, opposta all’ordine che dovrebbe reggere le istituzioni umane, al punto che, nelle condizioni della nostra epoca, arriva troppo sovente ad assumere un carattere che si potrebbe, senza esagerazione alcuna, qualificare come “infra-umano”. Quel che i nostri contemporanei sembrano ignorare completamente, è che un lavoro non ha reale valore se non quando è conforme alla natura stessa dell’essere che lo compie, se ne risulta in modo diciamo spontaneo e necessario, sì da essere per tale natura il mezzo per realizzarsi il più perfettamente possibile.
René Guenon



L'età oscura
La dottrina indù insegna che la durata di un ciclo dell'umanità terrestre, al quale essa dà il nome di "Manvantara", si divide in quattro età, che segnano altrettante fasi di un oscuramento progressivo della spiritualità primordiale. Si tratta degli stessi periodi che, da parte loro, le tradizioni dell'antichità occidentale designarono come le età dell'oro, dell'argento, del bronzo e del ferro. 
René Guenon, La crisi del mondo moderno, Ed. Mediterranee


Di tutti i problemi che costantemente hanno preoccupato gli uomini, ve ne è uno, quello dell’origine del male, che pare esser sempre stato il più difficile da risolvere, tanto da rivelarsi un ostacolo insormontabile per la maggior parte dei filosofi e soprattutto dei teologi: 
Si Deus est, unde Malum? Si non est, unde Bonum? Il dilemma è effettivamente insolubile per coloro che considerano la Creazione come l’opera diretta di Dio e che, di conseguenza, sono obbligati a ritenerlo responsabile sia del Bene che del Male. 
Si dirà senza dubbio che questa responsabilità è in una certa misura attenuata dalla libertà delle creature; ma se le creature possono scegliere tra il Bene ed il Male, è segno che entrambi esistono già, almeno in principio, e se esse talvolta sono piuttosto propense a decidersi per il Male invece di essere sempre portate al Bene, ciò è dovuto al fatto che sono imperfette; ma come ha potuto Dio, se è perfetto, creare esseri imperfetti?
René Guénon, Il Demiurgo


“Per la verità, l’origine dell’espressione è assai più remota dei tre filosofi qui nominati (Pitagora, Socrate e Platone). Anzi, essa è più antica della storia della filosofia e oltrepassa anche l’ambito della filosofia. Si dice che quelle parole fossero scritte sopra la porta del Tempio di Apollo a Delfi. […] Essa significa innanzitutto che nessun insegnamento essoterico è in grado di donare la conoscenza reale che l’uomo deve trovare solo in se stesso, poiché in realtà qualsiasi conoscenza può essere acquisita unicamente tramite una comprensione personale. […] Quando l’uomo conosce se stesso nella sua essenza profonda, ossia nel centro del proprio essere, allora conosce il suo Signore. E conoscendo il suo Signore, conosce al tempo stesso tutte le cose, che vengono da Lui e a Lui ritornano.”
René Guénon, Il Demiurgo e altri saggi.


Daniele Nogarin
Beh per intendere il motto delfico, senza ricorrere a Guenon, il cui esoterismo mi trova molto diffidente, mi rifarei più semplicemente all' "Edipo re" di Sofocle.

Carlo Saviani
sul quel portale vi era scritto anche 'udèn àgan'.
Nella tradizione occidentale il primo detto è stato per lo più frainteso, il secondo ignorato.

Adele Porcaro
kài mè lìan...


La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresì che non si fondi su alcun principio d'ordine superiore.
 Renè Guenon

La civiltà occidentale moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia; fra tutte quelle che sono più o meno completamente conosciute, questa civiltà è la sola a essersi sviluppata in un senso puramente materiale, e questo sviluppo mostruoso, il cui inizio coincide con quello che si è convenuto chiamare Rinascimento, è stato accompagnato, come fatalmente doveva, da una regressione intellettuale corrispondente; se non diciamo equivalente, è perché si tratta di due ordini di cose tra i quali non può esistere nessuna misura comune.
René Guénon

Il mondo occidentale privo di aspirazioni intellettuali, e ridotto alle sole aspirazioni materiali e sentimentali, senza 'principi', e senza 'stabilità, va sprofondando alla deriva trascinato dalla smania di cambiare, di progredire, travolto verso qualche oscuro e pauroso abisso o cataclisma.
Rene Guenon

Invece di cercare di innalzarsi fino alla verità, l'uomo moderno pretende di farla scendere fino al proprio livello.
Renè Guenon. La Crisi del Mondo Moderno

Nell'iniziazione è di fondamentale importanza un collegamento ad una Organizzazione Tradizionale, che non può, beninteso, dispensare in alcun modo dal lavoro interiore che ognuno deve compiere da se stesso, ma che è richiesto come condizione preliminare perché questo lavoro stesso possa effettivamente dare i suoi frutti.
René Guénon (1886-1951)


È il processo della manifestazione universale: tutto ha origine dall'unità e all'unità ritorna; nell'intervallo si produce la dualità, divisione o differenziazione da cui risulta la fase dell'esistenza manifesta. L'ordine appare solo se ci si eleva al di sopra della molteplicità, si smette di considerare ogni cosa isolatamente e "distintamente", per contemplare tutte le cose nell'unità. La "grande guerra santa" è la lotta dell'uomo contro i nemici che egli ha in se stesso, vale a dire contro tutti gli elementi che, in lui, si oppongono all'ordine e all'unità.
Renè Guenon





Carmen Barone:
[...] sono molto contenta del fatto che tu conosca il grande René Guénon,
sconosciuto alla maggioranza delle persone.
Gli stralci del Demiurgo che tu hai pubblicato sono stupendi e commentano da sé il pensiero di Guénon. Per Guénon l'origine del male è dovuta ad una scissione, frattura dell'uomo con il Principio divino, causa prima del Tutto. Il male è un "prodotto" dell'uomo che con la libertà, riconosciutagli dal Creatore, può, a suo piacere, propendere per il bene o per il male.
Alle origini dei tempi, l'uomo domenicale era l'uomo signore del cosmo, perché manteneva in sé l'immagine di Dio sulla terra : era l'uomo perfetto che partecipava della forza divina. Insomma era un piccolo Dio sulla Terra, era una PORZIONE DI DIO. Secondo me se noi non comprendiamo la genesi della vita, dell'uomo, del tempo e dello spazio, non possiamo farci una ragione del nostro esistere, né della realtà metafisica che governa il mondo.
Riallacciandomi a quanto detto prima, alle origini, anche l'ambiente esterno era il riflesso della condizione interiore dell'uomo. Infatti, all'origine, poiché esisteva l'uomo primordiale o adamico che era incontaminato, puro e manifestazione diretta ed essenziale di Dio, anche l'ambiente primordiale era perfetto, incontaminato, rassicurante, privo di pericoli e anche i climi erano perfetti, perché tutto epifania di Dio perfetto.

Oggi che l'uomo è interiormente devastato, contaminato, corrotto, perché lontano anni siderali da Dio, produce ambienti esterni squassati, corrotti, inquinati, pericolosi dove , di frequente, si manifesta la catastrofe, l'apocalisse e l'attualità ce ne dà continue testimonianze, basti ricordare al cataclisma dell'India che causò migliaia di morti.

Queste terribili manifestazioni sono, a detta anche di molti studiosi, la conseguenza dell'azione egoistica e distruttiva dell'uomo. Ora è quantomeno da sprovveduti, ritenere che tutte le disgrazie dell'uomo siano opera Di Dio, attribuendogli una caratteristica puramente sentimentale e antropomorfica. Mi sento continuamente chiedere, scioccamente :

"Perché Dio ha permesso questo? 
Perché non aiuta i più deboli? 
Perché non mi aiuta e non mi ascolta?".

A queste stolide e sciocche domande rispondo sempre che
Dio non è un uomo, 
non è un'assistente sociale, 
non è custode badante, 
così come lo vorremmo noi uomini.

Va da sé che una concezione di Dio di questo tipo è alquanto ridicola e grottesca.
Dio è l'essere, forza generatrice del Tutto visibile e invisibile, mentre noi siamo enti e quindi destinati, dopo una determinata evoluzione, all'estensione, alla morte; al contrario di Dio che è moto perpetuo e infinito.

L'umanità primordiale, quella che ha vissuto all'inizio di questo ciclo della Terra, o l'uomo adamico aveva ricevuto la luogotenenza sul mondo, ossia era il garante dell'equilibrio cosmico; equilibrio che s'infrange irreversibilmente nel momento in cui l'uomo perde l'immagine divina che ha dentro di sé. Cosa non abbiamo perso con la nostra fede incrollabile in noi stessi, nella nostra, ragione, nel nostro megalomane desiderio di sostituirci a Dio!

Ad esempio all'inizio della "creazione" il tempo scorreva molto lentamente perché era un tempo qualitativo e non quantitativo, ossia era un riflesso di Dio e di un uomo divino e quindi era un tempo perfetto. Poi mano a mano che l'uomo decade e si corrompe, il tempo si fa progressivamente accelerato e diventa un tempo quantitativo, difatti ad un certo punto della storia l'uomo comincia a misurare il tempo.

La mentalità moderna ha la tendenza, come afferma René Guénon, radicata del tutto nelle concezioni e spiegazioni  "scientifiche", per cui la nostra epoca può definirsi il "regno della quantità".

Guénon continua
" ... le scienze profane , di cui il mondo moderno è così orgoglioso, altro non siano se non "residui" degenerati di antiche scienze tradizionali, così come la stessa quantità, a cui esse si sforzano di tutto ricondurre, non è, nella loro visione delle cose, se non il "residuo" di un'esistenza svuotata di tutto ciò che costituiva la sua essenza; è così che queste scienze, o pretese tali. .. eliminando di proposito tutto ciò che è veramente essenziale, si rivelano in definitiva incapaci di fornire la spiegazione reale di qualsiasi cosa".

Guénon, nel libro "Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, dimostra in maniera radicale, limpida e coerente, quale sia la vera natura delle scienze tradizionali, e per conseguenza "quale abisso le separi dalle scienze profane che ne sono una caricatura ed una parodia".

Per concludere riporto qui di seguito la considerazione di Guénon,
riguardo la sua convinta posizione mentale:
"Se nonostante tutto qualcuno troverà certe mie considerazioni forse un po ' oscure, è soltanto perché queste sono troppo lontane dalle sue abitudini mentali, troppo estranee a tutto ciò che gli è stato inculcato dell'educazione ricevuta e dall'ambiente in cui vive; in tal caso non possiamo farci niente, in quanto vi sono cose per le quali il solo modo possibile d'espressione è quello simbolico, e che, per conseguenza, resteranno incomprensibili a coloro per cui il simbolismo è lettera morta".
[...]


Lucia Porcelli
anche io penso Ivano che le tue sono parole sante, penso che non si possa mai risolvere un problema con gli stessi strumenti che ne furono la causa ....troppa testa e troppe parole vanno risolte con una rivoluzione copernicana partendo per esempio dall'equilibrio del corpo come del resto lo stesso Lowen psicologo bioenergetico sostiene.
L'occidente è malato di parole come icone da adorare e la parola è un potente seduttore




Grazie Ivano Paolo, sempre interessante quello che pubblichi.
Carmen offre molti eccellenti spunti.
Lucia individua, a mio avviso giustamente, un limite nella psicoterapia della parola che non tiene conto del corpo. Un argomento davvero ampio... Provo a sintetizzare alcune cose che leggervi mi ha suscitato.

Il lavoro su di sé non solo serve, ma è necessario e la psicoterapia, nella mia esperienza, è uno strumento valido in tal senso. 

Per coltivare nella propria interiorità i semi positivi e non annaffiare quelli negativi
(ultima citazione, ed è questo uno dei temi cari al maestro zen Thich Nhat Hanh, come anche al maestro vedantino Arnaud Desjardins, per citarne solo alcuni) è necessaria una trasformazione interiore, è necessario conoscere di più se stessi, essersi pacificati con il proprio passato, avere una certa disidentificazione dalle emozioni e da vari condizionamenti , ecc.

La psicologia si è molta evoluta dopo Freud e Jung,
vari approcci sono molto più integrali, 
coinvolgono il corpo, il respiro e i blocchi emotivi, 
pratiche di consapevolezza (mindfulness), il transpersonale/spirituale.

La concezione della psiche si è ampliata, ciò che è propriamente attinente alla propria biografia non esaurisce il lavoro, ma si considera che ci sono potenzialità positive da sviluppare, parliamo di "livelli evolutivi della coscienza". E qui la conoscenza occidentale si apre alla saggezza orientale (buddhista in particolare). L'evoluzione della coscienza oltre il nostro livello medio egoico non solo è possibile, ma è urgente. La spiritualità ha bisogno della psicologia e la psicologia della spiritualità.

Concordo con te sull'importanza della relazione, chi diceva che solo il 30% è tecnica e il 70% è la persona del terapeuta? Molti sono quelli che ci ricordano che se cura è possibile, essa avviene grazie a ciò che si è non a ciò che si sa e fa.

E qui introduco Irvin Yalom, 
stupendo psicoterapeuta umanistico-esistenziale e gestaltico, filosofo e romanziere statunitense, i cui libri (molti tradotti in italiano) sono una fonte di conoscenze, commozione, piacere e sono molto utili per chi si occupa di "relazioni d'aiuto".

Yalom nei vari libri in cui riporta i casi di pazienti e lo svolgimento delle sedute ci fa capire cosa siano veramente l'ascolto, l'empatia, il rispetto, l'accettazione dell'altro, la profonda comprensione umana. E come possano avvenire delle vere rivoluzioni interiori grazie a un incontro autentico.

"Esiste in tutti gli individui un'inclinazione innata alla crescita e all'autorealizzazione.
Il terapeuta non deve fornire queste qualità ai pazienti (come se potessimo farlo!);
deve invece rimuovere gli ostacoli che bloccano il processo di crescita, e uno dei modi in cui operiamo in tal senso è cercando di creare un'atmosfera terapeutica ideale."
IY "La storia della psicoterapia abbonda di guaritori che furono efficaci, 
ma non per le ragioni da loro supposte." IY








sabato 8 settembre 2012

Francis Bacon. L' amicizia raddoppia le gioie e divide le angosce a metà

L'amicizia raddoppia le gioie e divide le angosce a metà.
Francis Bacon

L'uomo crede più facilmente vero ciò che preferisce sia vero
Francesco Bacone


Ho sempre aspirato a esprimermi nel modo più diretto e più crudo possibile, e forse, se una cosa viene trasmessa direttamente, la gente la trova orripilante.
Perché, se dici qualcosa in modo molto diretto a una persona, questa a volte si offende, anche se quello che hai detto è un fatto. Perché la gente tende a essere offesa dai fatti, o da quella che una volta veniva chiamata verità.
Francis Bacon


Il dominio dell'uomo consiste solo nella conoscenza: l'uomo tanto può quanto sa; nessuna forza può spezzare la catena delle cause naturali; la natura infatti non si vince se non ubbidendole.
Francis Bacon, Da Pensieri e conclusioni sull'interpretazione della natura o sulla scienza operativa, in Scritti filosofici


Il più grande errore consiste nel fraintendere il vero scopo della Conoscenza, poiché alcuni sono spinti verso di essa unicamente da una curiosità naturale e da un temperamento avido di sapere; altri, dalla ricerca della varietà e di un certo piacere mentale; altri, dalla necessità di ostentazione e di essere ben considerati; altri ancora, dall’emulazione e la vittoria; molti, dall’attrazione del guadagno, e pochi soltanto dal desiderio di servirsi del dono divino della ragione nell’interesse dell’umanità.
Francis BACON (1561-1626)




Non esiste affatto alcun conflitto scienza/fede: la prima non riguarda il Bene mentre la seconda sì, pur trattando la stessa cosa (ad es. l’origine del mondo). IL SAPERE SCIENTIFICO È ADIÀFORON, INDIFFERENTE RISPETTO AL BENE, senza contare che è sempre rivedibile, relazionale e congetturale, in senso cusaniano. 



Infatti il conflitto non c'è. Si è andata sedimentando una tradizione conflittuale perchè la scienza è stata osteggiata dalle ierocrazie e la conflittualità emerge tutta da questo errore della "classe" sacerdotale, e viene tramandata come una tradizione che avvelena la scienza stessa senza che essa nemmeno se ne accorga. In realtà il motivo di questo conflitto non è nè irragionevole nè gnoseologico nè di potere: il motivo per cui la religione ha ravvisato subito nella scienza un avversario, è che la scienza è una concorrente della religione ma non perchè si situa altrove ma proprio perchè si situa sullo stesso luogo. La scienza _E'_ una religione: lo è metodologicamente, lo è nelle formae mentis che applica, lo è nelle infrastrutture che crea, e lo è nelle conclusioni. Il conflitto non originò da una dissimilitudine ma da una profonda analogia. Per questo la gerarchia ecclesiastica reagì in maniera così veemente e pazzesca, ed è per questo che ancora oggi, quando il conflitto avrebbe oramai tutti i presupposti per essere risolto e riconciliato, continua a trascinarsi stancamente come un fantasma che trascina le sue gigantesche catene.



[…] c'è la dimensione temporale che accomuna scienza e fede; infatti il tempo nella teologia medioevale era così scandito: passato (peccato), presente (redenzione), futuro (salvezza). Nella scienza abbiamo: passato (ignoranza), presente (ricerca), futuro (progresso). Quindi: il peccato è frutto dell'ignoranza che viene redenta attraverso la ricerca (lo studio) che comporta l'emancipazione per l'uomo cioè la sua salvezza attraverso il progresso. […] 
"Genesi" (1,26) c'è scritto: "Poi Iddio disse: formiamo l'uomo a nostra immagina, secondo la nostra somiglianza: domini sopra i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici; su tutte le fiere della terra e sopra tutti i rettili che strisciano sopra la superficie". Qui c'è il PROGRAMMA TEOSCIENTIFICO DELL'OCCIDENTE, rafforzato nel "Novum Organum" di Bacone, il quale scrive: "In seguito al peccato originale, l'uomo decadde dal suo stato di innocenza, e dal dominio sulle cose create. Ma entrambe le cose si possono recuperare, almeno in parte, in questa vita. La prima mediante la fede, la seconda mediante le tecniche e le scienze (...)" 
Studi condotti da Heidegger e Husserl e ripresi in "Psiche e Techne" e "Il tramonto dell'occidente" di Umberto Galimberti.
Il "Tao della fisica" di F.Capra che dimostra palesemente come i principi della meccanica quantistica combaciano con i principi metafisici delle dottrine orientali.




L'ameno e interessante dibattito, che ho riletto interamente, partiva da una affermazione circa la DIFFERENZA DI "OGGETTO" TRA SCIENZA E RELIGIONE. Si diceva che la scienza era "congetturale, rivedibile e relazionale", se non erro. Limitandosi, come prima approssimazione, alla VISIONE POPPERIANA, LA RICERCA SCIENTIFICA TENDE A METTERE CONTINUAMENTE IN DISCUSSIONE I PROPRI PRESUPPOSTI, ossia a "cogliere in fallo", con esperimenti adeguati, i principi teorici accettati. Si chiama più in generale "CONCEZIONE FALLIBILISTA" DELLA SCIENZA. Ora, già questo mette in discussione la tesi principale, poiché NESSUNO SCIENZIATO, SAPENDO DI POTER SBAGLIARE NELLE SUE CONVINZIONI, FAREBBE DEL "MALE" A UNO SCIENZIATO CHE LA PENSA DIVERSAMENTE DA LUI. Guardando alla storia delle religioni (che sono tante e diverse e non solo quelle monoteiste e tanto meno quelle della tradizione ebraico-cristiana), non mi pare questo sia avvenuto. Speriamo bene per il futuro. Ma poi, nell'intervento successivo, l'intervento d'apertura ha fornito l'opportunità di andare oltre e di parlare per così dire di una "struttura" comune. Altri hanno aggiunto che questa struttura comune appare nella cosiddetta "TEMPORALITÀ", tipica ad esempio di qualsiasi "racconto". Ora, la temporalità non va confusa con la storia e col carattere storico che sia la scienza sia le religioni hanno avuto. LA SCIENZA NON SI FERMA E NON VUOLE FERMARSI. HA MUTATO PARADIGMI, HA PRODOTTO RIVOLUZIONI INTELLETTUALI, HA SCALZATO VECCHI PREGIUDIZI. Lo stesso è avvenuto per molte religioni, ma pochi conoscono la storia delle religioni. Quella parte della ricerca scientifica che si chiama "sperimentale" non pone limiti alle possibilità delle risposte che dà la natura. La religione ha lo stesso spirito innovativo? Si può parlare di progresso allo stesso modo per la scienza e per la religione? Lo chiedo ai partecipanti al dibattito, poiché mi interessano le loro risposte. Chiedo solo di non negare l'evidenza. E' facile trovare sofisticherie circa l'esistenza di un progresso scientifici e tecnico, ma allora la perdita di contatto con la realtà assumerebbe contorni psicopatologici.










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