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Vista la mia passione per la letteratura classica greca e latina, vorrei parlarvi e consigliarvi 11 testi latini che, a mio modesto parere, andrebbero assolutamente letti, perché da loro parte la grandiosa tradizione poetica italiana e, tutt’ora la influenzano.
Prima di iniziare a presentarvi questi autori, vorrei sottolineare un fatto importante, per quanto riguarda la letteratura latina. Per i Romani e per il mos maiorum (le tradizioni degli antichi) la letteratura era una perdita di tempo, non era un’attività concretamente produttiva. La letteratura doveva essere utile allo Stato in forma di legislatura, orazioni o trattati di qualunque argomento (navigazione, agricoltura, medicina, tattiche militari).
La massima espressione lirica concessa e accettata dai costumi latini era il poema epico a scopo celebrativo oppure gli Annales, trattazioni con l’obbiettivo di raccontare fatti o celebrare vittorie e virtù dei condottieri in esse coinvolte.
La poesia e l’elegia, quindi, diventano un extra, uno strappo alla regola che, con l’aumento dell’influenza greca sulla civiltà romana, porta personalità come Cicerone ad indicarne i cultori come effeminati, vires che hanno perso il rispetto per i propri avi.
Gli autori lirici che vi presenterò ora sono tra i più affascinanti della letteratura latina.
1. Gneo Nevio e il Bellum Poenicum (275-201 a. C., circa)
Gneo Nevio fu una personalità importante perché fu il primo scrittore di origini latine documentato. La sua opera più importante è il Bellum Poenicum (La guerra punica, tra Roma e Cartagine), a cui aveva partecipato e dalla quale trae i maggiori esempi di virtus, per spronare i giovani ad emulare le gesta degli antenati. La sua opera diventerà modello di riferimento per i due grandi scrittori epici successivi Ennio, autore degli Annales, e Virgilio, autore dell’Eneide.
Oltre al Bellum Poenicum, Nevio fu autore di varie commedie di grande successo. La lettura consigliata è una delle sue commedie la Tarentilla di cui vi riporto uno stralcio. (ricordo che per la maggior parte dei primi autori latini sono rintracciabili solo raccolte con gli stralci rinvenuti).
“Come una palla che rimbalza in un cerchio (di giocatori) a turno si dà, e a tutti appartiene; ad uno fa cenno con il capo, all’altro ammicca; ne carezza uno, ne abbraccia un altro; mentre da una parte è occupata la sua mano, ad un altro stuzzica dolcemente il piede; ad un altro dà l’anello da guardare, a un altro fa un invito con le labbra, con uno canta, e intanto a un altro manda un messaggio con le dita.”
Catullo vive a Verona fino al 61 a.C., quando si trasferisce a Roma. Nella capitale entra in contatto con i poeti neòteroi (“poeti nuovi” che rifiutano il lungo poema epico a favore di componimenti più brevi e più semplici da elaborare stilisticamente). Con loro si diletta a scrivere poesie, discutere di arte e letteratura, e appagare ogni sorta di piacere. Probabilmente già nel 60 a.C. l’uomo rivede la terribile e amatissima Clodia (che nei suoi componimenti prenderà il nome di Lesbia). Questa donna sarà gioia e dolore per l’autore che la renderà musa ispiratrice schizofrenica delle sue opere liriche. Per mostrare cosa intendo con “schizofrenica”, vi riporto una lirica catulliana molto interessante.
Iucundum mea vita (Carme 109)
“Mi prometti, vita mia, che questo nostro amore
Sarà felice ed eterno.
Dei grandi, fate che possa promettere il vero,
e che dica ciò sinceramente e di cuore,
così che per tutta la vita ci sia consentito far durare
questo eterno patto di inviolabile amore.”
Interessante anche il Carme 48, che racconta l’amore per i giovinetti.
“Se quei tu occhi di miele, Giovenzio,
fosse dato baciarli sempre sempre
trecentomila volte, neanche allora
penserei di saziarmene in futuro,
fosse messe di baci fitta fitta
come mai fu messe di spighe asciutte.
3. Tito Lucrezio (ipoteticamente 98-55 a.C.)
Si hanno notizie troppo contraddittorie per avere delle certezze. È probabile che sia stata emanata una “congiura del silenzio” nei suoi confronti). Lucrezio fu di fede epicurea, quindi dedito al piacere e lontano dal mos maiorum. Tra i suoi oppositori troviamo in prima linea Cicerone che, però, non nega l’abilità letteraria dell’autore come si legge da una sua lettera al fratello Quinto.
(Ad Quintum fratrem, II, 10, 3.): “I versi di Lucrezio, come tu scrivi, possiedono molti bagliori di intelligenza, ma anche molta ricercatezza.”
L’opera più celebre di Lucrezio è il De rerum natura (Sulla natura), poema epico-didascalico, con l’obbiettivo di diffondere temi filosofici e medici, ma con uno stile dolce e allettante. Ne ritengo interessante la lettura non tanto per gli argomenti trattati, quanto per la tecnica elegante con cui vengono narrati.
Stralcio tratto dal primo libro de De rerum natura:
“Infatti questo non sembra privo di una valida ragione, ma come quando i medici vogliono dare ai ragazzi il ributtante succo dell’assenzio e prima cospargono gli orli della tazza con il biondo e dolce miele per ingannare fino alle labbra l’ingenua età dei bambini […], così io ora, poiché questa dottrina sembra per lo più troppo sgradevole a coloro che non l’hanno studiata e il popolo fugge via, ho voluto esporti la mia teoria con il dolce canto delle Muse[…].”
Unica miniatura del primo artista della prima egloga della Bucoliche
4. Publio Virgilio Marone, Bucoliche (15 ottobre 70 a.C, Cremona- 21 settembre 19 a.C., Napoli)
Studiò grammatica a Cremona, poi retorica a Milano e, infine, si trasferì a Roma alla scuola di Epidio. Fu autore del celeberrimo poema epico Eneide e di altre due raccolte le Bucoliche (Bucolica), ossia “componimenti scelti” (egloghe), dieci poesie pastorali, ispirate ai carmi bucolici del poeta greco Teocrito di Siracusa, e le Georgiche (oGeorgica) un poema epico didascalico che ha come soggetto dei canti agresti, o canti di contadini.
Ci sarebbe molto da dire e da raccontare di questo importante autore. Per ora mi limito a suggerire come lettura poetica le Bucoliche, di cui vi riporto uno stralcio.
Bucoliche, Egloga prima.
“Titiro, tu riposi al riparo di un gran faggio
E intoni un’aria silvestre sulla sottile canna;
noi, la patria terra lasciamo e i dolci campi.
Partiamo esuli, noi, via dal paese; tu giaci all’ombra,
Titiro, e insegni al bosco a risonare il nome di Amrìlli.”
5. Publio Virgilio Marone, Georgiche
(Georgiche, Incipit, Libro I, 1-5)
“Cosa fecondi le messi, sotto quale stella
convenga arare la terra, O Mecenate, unire agli olmi le viti,
come si accudisca ai buoi e si curi l’allevamento delle greggi,
quanta esperienza si debba dedicare alle frugali api,
di qui l’inizio del canto.”
6. Quinto Orazio Flacco (8 dicembre 65 a.C. – 27 novembre 8 a.C.)
Studiò a Roma presso la scuola del plagosus Orbilius (il manesco Orbilio) e completò i suoi studi filosofici e letterari in Grecia, dove incontrò Bruto e Cassio e si unì a loro nella battaglia di Filippi contro Ottaviano. Rientrato a Roma subì la confisca dei beni e, spinto dalle difficoltà economiche, decise di pubblicare la prima raccolta dei suoi versi. Grazie a questa fortunata decisione ottenne la stima e l’amicizia di Virgilio, che lo presentò a Mecenate, affezionato amico di Agusto.
Il princeps Augusto propose un incarico a Orazio come proprio segretario personale ma l’autore rifiutò per tenersi lontano dalla politica. Tuttavia il poeta colse al volo la seconda offerta dell’uomo che gli affidò la composizione del celebre Carmen saeculare (celebrazione del destino di Roma e della pax Romana). La produzione di Orazio conta l’Epodon Liber, una raccolta di diciassette componimenti contro i vizi e la corruzione; le Saturae o Sermones, due libri che contano 18 componimenti satirici. Di grande interesse, sono anche le Odi (o Carmina), 103 poesie raccolte in quattro libri, sul modello della grande poesie greca arcaica. Riporto le prime tre strofe del Carmina 7, del secondo libro.
(Una rievocazione del passato, II, 7.)
“O tu che spesso con me fosti spinto
all’ora estrema sotto il comando di Bruto,
chi ti ha restituito cittadino romano
agli dei patri e al cielo italico,
o Pompeo, il più caro dei miei compagni,
con cui spezzai il giorno che indugiava,
con una corona sui capelli lucenti
di unguento siriaco?”
7. Quinto Orazio Flacco, Le satire
(Libro secondo, Satira prima, Incipit)
“C’è gente cui sembra ch’io sia troppo aggressivo nella mia satira e che tenda l’arco dell’opera mia oltre quel che la legge consente; altri, invece, pensano che tutto ciò che ho composto sia privo di nerbo e che versi come i miei mille al giorno se ne posson filare. Trebazio, prescrivimi tu cosa fare.”
8. Albio Tibullo (54 a.C.- 21 settembre 19 a.C.)
Proveniente da una ricca famiglia equestre caduta in disgrazia riuscì ugualmente ad entrare nel circolo culturale di Messalla Corvino e strinse amicizia con esponenti di spicco come Ovidio, Suplicia, Ligdamo. Nelle sue odi le donne da lui cantate sono tre: Delia (vero nome Plania), Glìcera, ricordata da Orazio come donna inmitis (crudele), e Nemesi (la vendicatrice). Le opere di Tibullo sono raccolte nel Corpus Tibullianum, formato da tre libri: i primi due sono sicuramente attribuiti all’autore, il terzo ha dubbia attribuzione. Vi propongo un estratto dal secondo libro, nel quale si parla di Nemesi e della schiavitù d’amore per lei.
(II, 4, 1-4)
“Così vedo per me pronte una schiavitù e una padrona:
o libertà dei miei antenati, ormai ti dico addio;
invece a me viene imposta una gravosa schiavitù,
e sono incatenato, e Amore non allenta
mai i ceppi a me infelice”
9. Fedro (20 a.C.- 50 d.C.)
Fedro era originario della Macedonia, ma venne portato a Roma in qualità di schiavo. Entrato nelle simpatie di Augusto, fu liberato sia per i suoi meriti sia per la sua grande cultura. Attraverso le sue favole, l’autore attacca i potenti dell’epoca finendo per essere processato e condannato, anche se senza alcuna ritorsione concreta. Importantissime le sue favole non solo per il fondo satirico, ma anche per la forte allegoria della vita umana. Le favole di Fedro sono adatte sia ai bambini che agli adulti perché in grado di mostrare una morale semplice e complessa allo stesso tempo. Ne riporto il Prologo.
(Prologus, Phedri Augusti liberti fabulae Aesopiae)
“Io ho levigato in versi senari le storie che Esopo ha inventato. Duplice è il pregio del libro: muove il riso e consiglia saggiamente per la vita. Se qualcuno volesse criticare il fatto che qui parlano gli alberi, e non solo gli animali, si ricordi che noi scherziamo, con favole inventate!”
10. Publio Ovidio Nasone (43 a.C.- 18 d.C.)
Publio Ovidio frequenta a Roma la scuola dei retori Procio Latrone e Arellio Fusco, distinguendosi per l’ottima abilità retorica. Tuttavia il suo cuore è rapito dalla poesia elegiaca. Entra poi a far parte del circolo di Messalla Corvino, dove incontra Albio Tibullo. La personalità frivola e superficiale, lontana dagli ideali politici e morali spiega i tre matrimoni. Divorziò due volte fino al matrimonio con Fabia, fedele e affettuosa compagna. Probabilmente a causa di uno scandalo di corte tra Ovidio e la nipote di Augusto, l’autore fu costretto ad un “soggiorno obbligato”, senza moglie ne figli, a Tomi sul Mar Nero. Di particolare interessa è opera Ars amatoria o Ars amandi, trattato in tre libri in versi su come conquistare l’amore di una donna, un vero e proprio codice e galateo dell’amore, con tanto di illustrazioni delle diverse tattiche di corteggiamento. Ne riporto l’incipit del primo libro:
(Ars amatoria, Libro I, 1-7)
“Se c’è tra voi chi non conosca ancora
l’arte d’amare, legga il mio poema
e fatto esperto colga nuovi amori!
Solcano l’onde con le vele o i remi,
sospinte ad arte, l’aglili carene;
con arte noi guidiamo il live cocchio:
con arte dunque è da guidarsi Amore!”
Favola dell’asino d’oro di Apuleio in un mosaico bizantino
11. Apuleio (125 d.C.-150 d.C.)
Apuleio fu brillante oratore, filosofo ed esperto di magia, imparando soprattutto l’eloquenza latina. Affascinato dal misticismo e dalla magia si fece introdurre ai vari culti misterici come quello di Mitra e di Eleusi. Di piacevole lettura sia per l’ironia che per lo stile elegante è L’Apologia o De magiae conta 103 capitoli, frutto della rielaborazione del discorso da lui realmente tenuto in tribunale, per difendersi dall’accusa di stregoneria nei confronti di una nobile vedova che aveva acconsentito a sposarlo.
Il vero capolavoro della produzione di Apuleio sono i Metamorphoseon libri XI, (Undici libri sulle metamorfosi), perché l’unico romanzo della letteratura latina in nostro possesso. Sant’Agostino lo definisce Asinus aureus, da qui prese poi il nome di Asino d’oro.
Riporto qui di seguito un estratto dal De magia.
(De magia, Dentifricio o veleno?, 6)
“Calpurniano, ti saluto con versi improvvisati.
Ti ho mandato (come mi hai chiesto) nettezza di denti,
splendore di bocca composto di arabiche erbe,
una polverina fine, candeggiante, nobile,
che appiana la gengivetta gonfia,
che spazza via i resti del cibo del giorno prima,
perché non si veda alcuna scura traccia di sporco
se per caso riderai con le labbrucce aperte.”
Come avrete visto dai testi che vi ho riportato, i latini erano uomini pratici, che avevano a cuore le tradizioni romane; tuttavia nella serietà degli Annales, dei poemi epici celebrativi e della pura elegia amorosa c’è sempre spazio per una risata, una satira o una battuta sagace.
In realtà, quei tormenti che si attribuiscono al più oscuro inferno,
sono tutti qui nella vita.
Lucrezio
Nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis
in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus
inter dum, nihilo quae sunt metuenda magis quam
quae pueri in tenebris pavitant.
A volte, come i bambini che hanno timore del buio,
così noi temiamo, alla luce del giorno,
cose altrettanto inconsistenti
di quelle di cui al buio ha paura il bambino.
Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, 3, 87-90.
in questo modo ognuno cerca di sfuggire a se stesso e si odia per questo,
poiché, malato, non coglie la causa della malattia.
hoc se quisque modo fugit et odit propterea,
morbi quia causam non tenet ager
Lucrezio, De Rerum Natura (3, vv. 1053-1075)
Come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli
il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt'attorno al bicchiere,
cospargono col dolce e biondo liquore del miele,
perché nell'imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,
non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l'amara
bevanda dell'assenzio e dall'inganno non ricevano danno,
ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore;
così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare
troppo ostica a coloro che non l'hanno coltivata,
e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti
la nostra dottrina col canto delle Pieridi che suona soave,
e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,
per provare se per caso potessi in tal modo tenere
avvinto il tuo animo ai miei versi, finché comprendi tutta
la natura e senti a fondo il vantaggio.
Lucrezio, De Rerum Natura
Dunque ogni cosa visibile non perisce del tutto,
poiché una cosa dall'altra la natura ricrea,
e non lascia che alcuna ne nasca se non dalla morte di un'altra.
Haud igitur penitus pereunt quaecumque videntur,
quando alit ex alio reficit natura nec ullam
rem gigni patitur nisi morte adiuta aliena.
Lucrezio, De Rerum Natura
Ma del volto d'una persona, d'un bel sembiante, nulla è lecito portarsi dentro il corpo, se non esili simulacri: e li spinge nel vento, spesso, misera attesa. […] Così dentro l'amore Venere illude gli amanti, e non riescono a saziare il corpo guardando quel corpo da presso, nè con le mani possono raschiar via cosa alcuna dalle tenere membra, mentre vagano indeterminati […] Allora bramosamente schiacciano il corpo, mischiano le salive della bocca, respirano premendo coi denti le bocche, inutilmente, perchè nulla da lì potranno raschiare, nè penetrare e sparire, tutto il corpo nel corpo: perchè questo a volte sembrano volere, e lottare. […] E allora si chiedono che mai sia ciò che vogliono ottenere, e non riescono a scoprire un rimedio che vinca quel male: così dunque indecisi si disfanno per cieca ferita.
Lucrezio, De rerum natura, libro quarto, vv.1094-1120, traduzione di Guido Milanese
La tua vita è già come morta, ora che vivi e vedi le cose
Tu che nel sonno sprechi la parte più grande del tempo di vita,
E dormi da sveglio e non smetti di avere sogni,
E hai la testa piena di inutili paure,
Ne tante volte riesci a capire quale sia il tuo male,
Quando come un triste ubriaco sei schiacciato da ogni parte dall'ansia
E cammini a caso,
Ondeggiando alla deriva
Nella tua mente senza certezze.
Lucrezio.
La goccia scava la pietra - Gutta Cavat Lapidem
Lucrezio
Cadendo, la goccia scava la pietra, non per la sua forza, ma per la sua costanza.
Lucrezio
Amore è l'unica cosa nella quale più è grande il possesso,
più il cuore arde d'un desiderio feroce
Lucrezio
se infatti è lontano chi ami,
ti è accanto l'immagine del suo volto,
ti aleggia alle orecchie il suo nome soave.
Lucrezio
Tu sola, infatti, puoi giovare con una tranquilla pace ai mortali, poiché Marte potente nelle armi, spesso nel tuo grembo rovescia il capo, vinto da un'eterna ferita d'amore e, alzando gli occhi su di te, col collo rovesciato all'indietro, sazia d'amore lo sguardo fissandoti intensamente, e dalla tua bocca pende il suo respiro.
Lucrezio, De Rerum Natura
Ma, finché è lontano,
ciò che desideriamo ci sembra superare ogni altra cosa:
poi, quando quello ci è dato,
aneliamo ad altro ancora,
e un’eguale sete di vita perennemente ci affanna.
Lucrezio, De Rerum Natura
Se chi amiamo ci manca,
il suo simulacro ci insegue
ed il suo nome ritorna incessante all'orecchio.
Lucrezio, De Rerum Natura
Evitare di cadere nelle reti dell'amore non è così difficile
quanto invece lo è uscirne una volta che si è stati presi nelle stesse reti.
Lucrezio, De Rerum Natura
è più facile evitare di cadere nelle reti dell'amore
che uscirne, una volta presi, e rompere le reti,
in cui Venere rinchiude saldamente la sua preda.
nam vitare, plagas in amoris ne iaciamur,
non ita difficile est quam captum retibus ipsis
exire et validos Veneris perrumpere nodos.
Lucrezio, De Rerum Natura, IV vv. 1144-1148
[Passione infida:]
“Nel cuore stesso della gioia nasce un non so che di amaro capace di angosciarti anche tra i fiori”
Quoniam medio de fonte leporum
surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat.
Lucrezio, De rerum natura, IV, 1133-1134
Comprimono avidamente i petti,
confondono la saliva nelle bocche
e ansimano mordendosi a vicenda le labbra;
invano perché nulla possono distaccare dalla persona amata,
né penetrarla e perdersi con tutte le membra nell’altro corpo.
Lucrezio
Solo una nuova ferita può cancellare la vecchia.
Lucrezio, De Rerum Natura
"La piaga infatti prende vita e nutrendosi diventa incurabile
e di giorno in giorno aumenta la follia e si aggrava l’affanno,
se non scacci con nuovi colpi le prime ferite
e, girovagando, prima le curi, ancor fresche, con una Venere errante
o altrove tu possa rivolgere i moti dell’animo".
Ulcus enim vivescit et inveterascit alendo
inque dies gliscit furor atque aerumna gravescit,
si non prima novis conturbes vulnera plagis
vulgivagaque vagus Venere ante recentia cures
aut alio possis animi traducere motus.
Lucrezio, De Rerum Natura, IV, 1068 segg.
E' dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare,
guardare da terra il grande travaglio di altri;
non perché l'altrui tormento procuri giocoso diletto,
bensì perché t'allieta vedere da quali affanni sei immune.
T. Lucrezio Caro, De Rerum Natura, libro II, 1-4
Spesso lascia il suo grande palazzo chi si annoia a restare a casa;
ma subito vi torna perché non si trova affatto meglio fuori.
Lucrezio
L'AMORE PER LUCREZIO: UN DELIRIO DEI SENSI DA EVITARE.
Per Lucrezio la conoscenza avviene attraverso i sensi: i "simulacra", colpendo i nostri organi di senso, producono le sensazioni. L'amore è la più grande e la più tragica delle illusioni dei sensi e non permette di godere dell'atarassia. La soluzione? Prima che diventi amore-follia conviene dare appagamento al desiderio con una qualsiasi "vulgivaga Venus".
Mi piace molto Lucrezio. Ho una venerazione per la sua poesia intrisa di pensiero.
Lui ama e ci fa amare ogni manifestazione della natura.
A tratti è però tanto didascalico da risultare un po' noioso. Non l'ho letto e tradotto tutto ma quell'Inno a Venere è una festa di primavera per chi lo legge. Magari ci saranno altri passi altrettanto poetici che io non conosco....
Lucrezio grandissimo ma, come il suo maestro Epicuro ed anche gli Stoici, quando si tratta di passioni diventano eccessivamente razionali. L'atarassia o l'apatia andrà bene per i loro dei ma noi uomini siamo intrisi di passioni. È la sua poesia che lo dimostra....come quella di Leopardi che deve tanto a Lucrezio. Grandissimi entrambi proprio perché smentiscono sé stessi
E quando, alfine, congiunte le membra, si godono il fiore
di giovinezza, quando il corpo già presagisce il piacere,
e Venere è sul punto di effondere il seme nel femmineo campo, s'avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra; ma invano; perché non possono strapparne nulla, né penetrare e perdersi nell'altro corpo con tutto il corpo;
infatti sembra talora che vogliano farlo e che per questo lottino:
tanto ardentemente si tengono avvinti nelle strette di Venere,
finché le membra si sciolgono, sfinite dalla forza del piacere.
Infine, quando il desiderio costretto nei nervi ha trovato sfogo,
segue una piccola pausa dell'ardore violento, per poco.
Quindi torna la stessa rabbia, e di nuovo li invade quel furore,
quando essi stessi non sanno ciò che bramano ottenere,
né sono in grado di trovare che mezzo possa vincere quel male:
in tanta incertezza si consumano per una piaga nascosta.
Aggiungi che sciupano le forze e si struggono nel
travaglio; aggiungi che si trascorre la vita al cenno di un'altra
persona. Son trascurati i doveri, e ne soffre il buon nome e vacilla.
De Rerum Natura 1,IV
Eppure mostrarsi col capo velato vicino a una statua,
andare visitando gli altari non è religione:
non è religione cadere distesi per terra;
alzare verso i marmi le palme aperte delle mani,
sporcare col sangue di forti animali le are
o intrecciare senza sosta voti su voti.
E' religione, semmai, poter guardare
con la mente tranquilla l'immenso
della materia.
Tito Lucrezio Caro, De rerum natura
Lucrezio. De Rerum Natura.
La Natura delle Cose. V, 416-448: La nascita dell’universo.
Ma in ordine ora dirò in che modo quell’agglomerato
di materia abbia dato origine alla terra, al cielo
e alle profondità del mare, alle orbite del sole
e della luna. Certamente gli atomi non si disposero
ciascuno al suo luogo con mente sagace,
né stabilirono i moti che ognuno dovesse produrre.
In molti modi invece i primi elementi, da infinito
tempo sollecitati dagli urti e accelerati dal peso,
si muovono e sono spinti ad aggregarsi in molteplici
modi, sperimentando tutto ciò che dalla loro coesione
possa nascere. Ne deriva che disseminati nell’immensità del tempo, provando senza sosta ogni genere di coesione e di movimento, si radunano infine quegli atomi che, aggregandosi in un attimo, divengono spesso origine di grandi cose, della terra, del mare, del cielo e di tutti i viventi.
Dalla terra non si poteva allora scorgere il disco
del sole volare lassù, immerso nella luce, né le stelle
nel firmamento, né il mare, né la terra e neppure l’aria
o alcuna cosa simile alle nostre. C’era, invece, una sconosciuta
tempesta, un’immensa mole, sorta all’improvviso
da atomi di ogni specie, il cui movimento
continuo, moltiplicando gli scontri, mescolava
intervalli, orbite, pesi, urti, movimenti: a causa infatti
delle forme diverse e delle molteplici figure
tutti quegli atomi non potevano restare uniti
né dare luogo a movimenti tra loro concordi.
Così, come in fuga, le parti di quella mole cominciarono a separarsi e a congiungersi per somiglianza, a schiudere il mondo, a dividerne le membra, a porre in ordine le sue grandi componenti , cioè a separare il cielo dalla terra, poi il mare più lontano,
affinché, distese le acque, potesse espandersi,
infine, anch’esso in disparte, i fuochi
dello spazio infinito, limpido e inaccessibile.
Nel seguito del libro, oltre al principio statistico che determina la formazione delle cose, verrà introdotto il principio di Inclinazione. Concetto affascinante che ci fa penetrare a fondo non solo nel cuore della filosofia di Lucrezio ma anche in certe pieghe della filosofia contemporanea e di sempre.
Tito Lucrezio Caro.
IL CAOTICO AMMASSO DI MATERIA.
Ma ora spiegherò con ordine come il caotico ammasso
di materia abbia stabilmente formato la terra, il cielo,
le profondità marine, il corso del sole e della luna.
Infatti di certo gli elementi germinali delle cose
NON SI DISPOSERO OGNUNO AL SUO POSTO PER IL CRITERIO D’UNA MENTE SAGACE, né pattuirono i moti che ognuno avrebbe dovuto imprimere,
ma poiché i numerosi germi della natura in molteplici modi
ormai DA TEMPO INFINITO SOSPINTI DAGLI URTI
e dal loro stesso peso sogliono spostarsi velocemente,
AGGREGARSI IN OGNI GUISA E PRODURRE TUTTE LE COMBINAZIONI
cui possono dar luogo con la loro reciproca coesione,
da ciò deriva il fatto che disseminati per interminabili ere,
SPERIMENTANDO OGNI GENERE DI UNIONE E DI MOTI, infine
finiscono per addensarsi quelli che, collegati di colpo,
divengono spesso i principî delle immense sostanze,
la terra, il mare, il cielo e le creature viventi.
Qui non si poteva scorgere allora il disco del sole
che alto volava pieno di splendore, né le stelle del vasto
firmamento, né il mare, né il cielo, né infine la terra,
né l’aria, né alcun’altra cosa simile alle nostre,
ma quasi un’improvvisa tempesta, un’insorta congerie
di elementi seminali d’ogni specie, il cui discorde tumulto
sconvolgeva gli intervalli, le vie, le connessioni, i pesi, gli urti,
gli incontri, i moti, producendo confuse battaglie,
poiché, per le forme dissimili e le varie figure,
non potevano in tal modo restare congiunti,
e neanche produrre fra loro movimenti concordi.
Da quell’immenso grumo di particelle cominciarono a fuggire in ogni senso.
TITO LUCREZIO CARO (90-98 a.C. – 50-55 a.C.), “La natura delle cose” (62 – 60 a.C.), trad. di Luca Canali, note di Ivano Dionigi, prefazione di Edoardo Boncinelli, RCS libri, Milano, 2012, Libro V, vv. 416 – 443, pp. 33 e 35.
"Madre degli Eneadi, voluttà degli uomini e degli dèi,alma Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo popoli il mare solcato da navi e la terra feconda di frutti, poiché per tuo mezzo ogni specie vivente si forma,e una volta sbocciata può vedere la luce del sole:te, o dea, te fuggono i venti, te e il tuo primo apparirele nubi del cielo, per te la terra industriosa suscita i fiori soavi, per te ridono le distese del mare,e il cielo placato risplende di luce diffusa. Non appena si svela il volto primaverile dei giorni,e libero prende vigore il soffio del fecondo zefiro,per primi gli uccelli dell’aria annunziano te, nostra dea,e il tuo arrivo, turbati i cuori dalla tua forza vitale.
Poi anche le fiere e gli armenti balzano per i prati in rigoglio,e guadano i rapidi fiumi: così, prigioniero al tuo incanto,ognuno ti segue ansioso dovunque tu voglia condurlo.E infine pei mari e sui monti e nei corsi impetuosi dei fiumi,nelle frondose dimore degli uccelli, nelle verdi pianure,a tutti infondendo in petto la dolcezza dell’amore,fai sì che nel desiderio propaghino le generazioni secondo le stirpi.
Poiché tu solamente governi la natura delle cose,e nulla senza di te può sorgere alle divine regioni della luce,nulla senza te prodursi di lieto e di amabile,desideroso di averti compagna nello scrivere i versi che intendo comporre sulla natura di tutte le cose,per la prole di Memmio diletta, che sempre tu, o dea,volesti eccellesse di tutti i pregi adornata.
Tanto più concedi, o dea, eterna grazia ai miei detti. E fa’ che intanto le feroci opere della guerra per tutti i mari e le terre riposino sopite.Infatti tu sola puoi gratificare i mortali con una tranquilla pace,poiché le crudeli azioni guerresche governa Marte possente in armi, che spesso rovescia il capo nel tuo grembo,vinto dall’eterna ferita d’amore,e così mirandoti con il tornito collo reclino,in te, o dea, sazia anelante d’amore gli avidi occhi,e alla tua bocca è sospeso il respiro del dio supino. Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo, rivesandoti su di lui effondi dalle labbra soavi parole....."
Tito Lucrezio Caro, De rerum natura
Inno a Venere
Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas,alma Venus, caeli subter labentia signaquae mare navigerum, quae terras frugiferentisconcelebras, per te quoniam genus omne animantumconcipitur visitque exortum lumina solis:te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli adventumque tuum, tibi suavis daedala tellussummittit flores, tibi rident aequora pontiplacatumque nitet diffuso lumine caelum.Nam simul ac species patefactast verna dieiet reserata viget genitabilis aura favoni,aëriae primum volucris te, diva, tuumquesignificant initum perculsae corda tua vi.Inde ferae pecudes persultant pabula laetaet rapidos tranant amnis: ita capta leporete sequitur cupide quo quamque inducere pergis.Denique per maria ac montis fluviosque rapacisfrondiferasque domos avium camposque virentisomnibus incutiens blandum per pectora amoremefficis ut cupide generatim saecla propagent.Quae quoniam rerum naturam sola gubernasnec sine te quicquam dias in luminis orasexoritur neque fit laetum neque amabile quicquam,te sociam studeo scribendis versibus esse,quos ego de rerum natura pangere conorMemmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omniomnibus ornatum voluisti excellere rebus.quo magis aeternum da dictis, diva, leporem.Effice ut interea fera moenera militiaiper maria ac terras omnis sopita quiescant;nam tu sola potes tranquilla pace iuvaremortalis, quoniam belli fera moenera Mavorsarmipotens regit, in gremium qui saepe tuum sereiicit aeterno devictus vulnere amoris,atque ita suspiciens tereti cervice repostapascit amore avidos inhians in te, dea, visuseque tuo pendet resupini spiritus ore.
Tito Lucrezio Caro, De rerum natura
traduzione, voce, e video: monica mainikka mainardi
http://mainikka.altervista.org/
http://youtu.be/0gF908y0QNw
Nato a Samo nel 341 a. C., aprì la sua prima scuola a Mitilene, quindi nel 306 un’altra, chiamata “il giardino”, ad Atene. Tale scuola divenne un centro di ricerca etica, frequentato da chiunque avesse interesse a vivere “da uomo”, in rapporti di amicizia e accettando certe regole. Epicuro morì nel 270 a. C.
Delle opere di Epicuro, tra cui 37 libri “Sulla natura”, sono giunti solo frammenti ricavati da papiri. Alcune notizie provengono da Diogene Laerzio (III secolo d.C.); altre informazioni si ricavano da alcune opere di Cicerone, Plutarco e Seneca. Una delle più originali esposizioni del pensiero di Epicuro è quella data da Lucrezio nel De Rerum Natura.
Lucrezio, una scoperta che aprì il Rinascimento
Il suo poema fu ritrovato da Bracciolini nel 1417
Lucrezio, una scoperta che aprì il Rinascimento. Il suo poema fu ritrovato da Bracciolini nel 1417.
Il 28 ottobre del 1958, quando fu eletto Papa, Angelo Roncalli scelse un nome che per il suo mondo da 500 anni era tabù: Giovanni XXIII. Tabù perché la Chiesa aveva già avuto, all'inizio del Quattrocento, un Giovanni XXIII e il suo non era stato un pontificato felice, al punto che si concluse con la deposizione del Papa stesso. In un anno, come vedremo, molto particolare: il 1417.
Quel Giovanni XXIII si chiamava Baldassarre Cossa, era nato nell'isola di Procida e apparteneva a una famiglia di pirati (due suoi fratelli furono catturati e condannati a morte, anche se poi, grazie agli intrighi di Baldassarre, la pena fu commutata in detenzione). Ma non fu per l'attività corsara che quel pontefice mise in imbarazzo i suoi contemporanei. Cossa si era già distinto, nelle vesti di camerlengo del papa napoletano Bonifacio IX, mettendo su un fruttuoso mercato di cariche ecclesiastiche e di indulgenze. Poi, quando morì papa Alessandro V, si mormorò che fosse stato lo stesso Baldassarre ad avvelenarlo. Ciò nonostante il Cossa fu scelto nel 1410 come suo erede e prese, appunto, il nome di Giovanni XXIII.
Erano anni di scisma, Cossa fu considerato un antipapa, e gli si contrapposero lo spagnolo Pedro de Luna (Benedetto XIII) e il veneziano Angelo Correr con il nome di Gregorio XII. Contro di lui - come nei confronti dei suoi predecessori, ma stavolta in maniera più decisa - si mosse il re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo, che nel 1413 invase Roma, costringendolo a rifugiarsi a Firenze e a chiedere aiuto all'imperatore Sigismondo di Lussemburgo. Questi lo aiutò, obbligandolo, però, a convocare, nel 1414, un concilio a Costanza sui monti tra la Svizzera e la Germania. Lì avrebbero affrontato anche le questioni poste dal riformatore ceco Jan Hus, erede per molti versi dell'eretico inglese John Wycliffe e precursore, con cento anni d'anticipo, di Martin Lutero. Sulle rive del Lago di Costanza si radunarono decine di migliaia di persone (principi elettori, duchi, ambasciatori di varie potenze, il margravio di Brandeburgo, oltreché trenta cardinali, trentatré vescovi, tre patriarchi, cento abati, cinquanta prevosti, cinquemila monaci e frati, diciottomila sacerdoti). Come prima cosa, il Papa e l'imperatore tesero la mano a Hus, invitandolo - con la garanzia dell'immunità - a Costanza per esporre le ragioni della sua protesta contro la vendita delle indulgenze. Era una trappola. Hus si fidò, si presentò, ma fu tratto in arresto senza neanche poter prendere la parola. E però Giovanni XXIII, che credeva di aver stretto con Sigismondo un patto indistruttibile in ragione di quel clamoroso voltafaccia, sbagliò ed ebbe, di lì a breve, una sorte in parte analoga a quella di Hus.
Che le cose per lui si stessero mettendo male, Baldassarre Cossa lo capì l'11 marzo del 1415 quando, dopo che l'arcivescovo di Magonza aveva dichiarato che non avrebbe obbedito a nessuno se non a lui, prese la parola il patriarca di Costantinopoli e, rivolto all'arcivescovo di cui si è appena detto, disse: «Chi è quel tipo? Merita di essere bruciato!». Baldassarre Cossa presagì il pericolo che si celava dietro quell'invettiva contro l'arcivescovo di Magonza, fuggì da Costanza e si rifugiò da un amico nel castello di Sciaffusa. L'amico, però, non era tale da resistere alle lusinghe dell'imperatore, al quale riconsegnò Giovanni XXIII, così che questi immediatamente poté farlo arrestare. Per un breve periodo (prima di essere segregato nel carcere imperiale di Heidelberg) il Papa fu rinchiuso nel castello di Gottlieben, sul Reno, dove era imprigionato Hus, che di lì a breve sarebbe stato arso sul rogo. Ma a differenza di quello per Hus, il procedimento giudiziario contro Giovanni XXIII andò più per le lunghe: venne istruito un processo nel corso del quale gli furono contestati reati di simonia, sodomia, stupro, incesto, tortura e omicidio. Un suo «devoto», Teodorico di Niem, depose contro di lui riferendo che in un solo anno aveva sedotto duecento donne: vedove, ma anche spose e suore. Il processo si concluse nel 1417, come si è detto, con la sua deposizione.
Ed è qui che comincia la nostra vera storia. Non tutti i collaboratori di Cossa lo tradirono come Teodorico di Niem: uno in particolare, Poggio Bracciolini, segretario personale del Papa, si limitò ad allontanarsi da Costanza e decise di dedicarsi alla sua passione, la ricerca di testi dell'antichità. Poggio Bracciolini - sul quale Eugenio Garin ha scritto pagine mirabili in Ritratti di umanisti (Bompiani) e in un saggio che accompagna l'edizione Bur di Facezie - era nato a Terranuova in Toscana e aveva all'epoca 37 anni. Nella sua lunga vita (morì quasi ottantenne) «servì» otto Papi. Nei giorni della disgrazia di Giovanni XXIII andò a cercare soddisfazione nei monasteri, dove giacevano sepolti piccoli e grandi capolavori dell'antichità copiati, nei secoli, dai monaci. E a Fulda - un'abbazia fondata nell'VIII secolo da un discepolo di san Bonifacio, l'apostolo della Germania - proprio in quell'anno, il 1417, Poggio trovò il De rerum natura: un meraviglioso poema di 7.400 versi in esametri composto da Tito Lucrezio Caro a metà del I secolo a. C.
A questo ritrovamento, che ha cambiato il corso della Storia molto di più di quanto si immagini, è dedicato lo straordinario libro di Stephen Greenblatt Il manoscritto che, nell'impeccabile traduzione di Roberta Zuppet, sta per essere pubblicato da Rizzoli. Con ogni probabilità, scrive Greenblatt, quando trovò il De rerum natura e lo fece copiare da uno scrivano, Poggio «conosceva già il nome di Lucrezio tramite Ovidio, Cicerone e altre fonti antiche che aveva studiato con cura insieme ai suoi amici umanisti». Ma «né lui né gli altri avevano letto più di uno o due scampoli della sua scrittura che, a quanto si sapeva, era andata perduta per sempre». E pensare che 1.450 anni prima il De rerum natura era ben conosciuto e molto apprezzato. «L'opera poetica di Lucrezio», aveva scritto Cicerone al fratello Quinto l'11 febbraio del 54 a. C., «è proprio come mi scrivi, rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica». Virgilio lo aveva lodato (pur senza nominarlo) nelle Georgiche. E Ovidio aveva scritto estasiato: «I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta».
L'unico profilo biografico di Lucrezio era stato scritto alla fine del IV secolo d. C. - cioè centinaia di anni, quasi 500, dopo la morte del poeta - da un grande Padre della Chiesa, san Girolamo, il quale aveva parlato del poeta riferendo «che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto negli intervalli della follia alcuni libri, che Cicerone emendò, si suicidò all'età di 44 anni». Qui Greenblatt fa sua la tesi già argomentata da Luciano Canfora nella Vita di Lucrezio (Sellerio), secondo cui Girolamo elaborò un racconto maligno di pura fantasia, scritto in funzione delle guerre filosofico-religiose della Chiesa del suo tempo. Racconto che nulla aveva a che fare con i termini reali dell'esistenza dell'autore del De rerum natura.
Perché questa ostilità nei confronti di Lucrezio?Alla Chiesa del IV secolo interessava colpire il filosofo che aveva ispirato l'opera di Lucrezio: Epicuro. Epicuro era nato verso la fine del 342 a. C. nell'isola egea di Samo, dove suo padre, un povero maestro ateniese, era emigrato come colono. Aveva raccolto l'eredità di Leucippo di Abdera e del suo allievo Democrito (V secolo a. C.), sostenendo che ogni cosa esistita e che esisterà si compone di minuscoli atomi indistruttibili. Affermava anche che gli dei sono indifferenti alle sorti degli esseri umani. L'altra sua tesi filosofica secondo cui lo scopo supremo della vita è il piacere - seppur definito in termini assai sobri e responsabili - «fu uno scandalo sia per i pagani sia per i loro avversari, gli ebrei prima e i cristiani poi». Tra i primi cristiani, però, ce n'erano stati alcuni, tra cui Tertulliano, che avevano giudicato ammirevoli alcuni elementi dell'epicureismo. Ma quando, dopo Costantino, la religione cristiana si affermò definitivamente, la Chiesa stabilì che le tesi di Epicuro e Lucrezio sulla mortalità dell'anima andassero combattute in ogni modo.
«Platone e Aristotele, pagani che credevano nell'immortalità dell'anima, potevano in ultima analisi essere tollerati da un cristianesimo trionfante», scrive Greenblatt, «l'epicureismo no». Persino l'imperatore Giuliano l'Apostata (331-363 d. C. circa), che pure aveva cercato di proteggere il paganesimo dall'assalto cristiano, fece un'eccezione a danno di Epicuro: «Non dobbiamo ammettere i discorsi degli epicurei», scrisse. Epicuro non doveva più apparire quello che effettivamente era stato, vale a dire «l'apostolo della moderazione al servizio di un piacere ragionevole», bensì - secondo quelli che erano stati nel De ira Dei i dettami di Lattanzio, un nordafricano nominato precettore del figlio di Costantino - come «una figura dedita a eccessi sfrenati». La filosofia epicurea, sosteneva Lattanzio, ha numerosi seguaci «non perché proponga una qualche verità, ma perché il nome allettante del piacere invita molte persone». I cristiani, proseguiva, devono rifiutare tale invito e comprendere che «piacere è un nome in codice per vizio».
Tale condanna durerà molto a lungo:mille anni dopo, Dante nella Divina Commedia metterà Epicuro all'inferno (Canto X) in bare incandescenti con «tutti suoi seguaci che l'anima col corpo morta fanno». E Lucrezio doveva subire lo stesso trattamento. Così, tra il IV e il IX secolo, il De rerum natura sopravvisse solo per la sua preziosità stilistica, citato en passant in liste di esempi grammaticali e lessicografici, ossia come modello di un corretto uso del latino. Nel VII secolo, Isidoro di Siviglia, nel compilare una vasta enciclopedia, l'aveva utilizzato come fonte autorevole sulla meteorologia. Il libro, scrive ancora Greenblatt, era riemerso brevemente all'epoca di Carlo Magno, quando si era registrata una cruciale ondata di interesse per i volumi antichi e Dungal, un colto monaco irlandese, ne aveva meticolosamente trascritta una copia. Tuttavia «non essendo mai stato discusso o diffuso, il volume era ricaduto nell'oblio dopo ciascuna di quelle fugaci apparizioni». Accadde quasi per caso che qualche monaco nel IX secolo, del tutto ignaro delle polemiche di alcuni secoli prima e solo in omaggio allo stile e alla sintassi dell'opera, ne copiasse nuovamente il testo; certo non per diffonderlo, ma solo per tramandarlo. Tant'è che due manoscritti del De rerum natura - non quello da cui copiò Poggio Bracciolini che è andato distrutto - sono sopravvissuti, per essere infine ritrovati nella collezione di Isaac Voss, uno studioso olandese del XVII secolo e, dal 1689, si trovano all'Università di Leida. Ma nel Quattrocento di quei volumi non si sapeva ancora nulla.
Fu nel Quattrocento che Francesco Petrarca prima (a partire dal 1330) e poi Giovanni Boccaccio, Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina, iniziarono a scoprire quel genere di testi e a diffonderli. Poggio, che arrivò a Roma 25 anni dopo la morte di Petrarca (1374), fu discepolo di quei grandi umanisti. Di volumi da riportare alla luce ce ne erano moltissimi. Nell'antica Grecia si era già sviluppata una grande passione per i volumi, passione che contagiò il mondo mediterraneo. Intorno al 40 a. C., all'incirca dieci anni dopo la morte di Lucrezio, a Roma, sull'Aventino, Asinio Pollione, un amico di Virgilio, costruì la prima biblioteca pubblica. Qualche anno dopo Augusto ne fondò altre due e nel IV secolo se ne contavano 28. Anche i privati che se lo potevano permettere iniziarono ad acquistare libri. Nella distruzione di Ercolano (79 d. C.) fu coperta di lava quella che oggi chiamiamo la Villa dei Papiri, dove erano collezionati innumerevoli rotoli di cui si è salvata la parte interna. Il grammatico Tirannione possedeva 30 mila volumi. Il medico Sereno Sammonico, 60 mila: Roma antica, scrive Greenblatt, era stata contagiata «dalla febbre greca dei libri». Nel corso di quei secoli furono realizzati e venduti decine di migliaia di volumi.
Poi venne Costantino, grazie al quale nel 313 d. C. iniziò il processo che avrebbe fatto del cristianesimo la religione ufficiale. E - nel 391 d. C. - Teodosio il Grande diede il via a una campagna per la distruzione dei luoghi del paganesimo, tra cui le biblioteche. Ad Alessandria se ne occupò il patriarca Teofilo e, qualche anno dopo di lui, suo nipote Cirillo, che estese l'attacco agli ebrei. Ai due si devono la distruzione della biblioteca del Serapeo e l'uccisione della filosofa Ipazia. «La sua figura», ha scritto Silvia Ronchey in Ipazia (Rizzoli), «ha incarnato la superiorità del paganesimo, con il suo pluralismo e la sua apertura, rispetto alla dogmatica chiusura dei monoteismi». Secondo alcuni, ha aggiunto la Ronchey, «il suo fu un assassinio politico; secondo altri, fu l'espressione dell'intolleranza religiosa di antichi monaci talebani, nella cui violenza si specchiavano la vocazione estremista e gli eccessi integralisti della Chiesa alle origini della sua scalata al potere». Per quel che riguarda la distruzione dei libri, gli «eccessi integralisti» cristiani fecero una parte, guerre e crisi economica il resto.
Talché sono sopravvissuti solo 7 degli 80 o 90 drammi di Eschilo e dei circa 120 di Sofocle, mentre Euripide e Aristofane se la sono cavata un po' meglio: 18 su 92 per il primo, e 11 su 43 per il secondo. Didimo di Alessandria scrisse più di 3.500 libri, che però, a parte qualche frammento, sono svaniti nel nulla. Alla fine del V secolo d. C. il curatore letterario Stubeo compilò un'antologia di prose e poesie dei migliori autori antichi: su 1.430 citazioni, 1.115 sono tratte da opere ormai irrecuperabili. Sono stati inghiottiti nel nulla i testi dei fondatori dell'atomismo, Leucippo e Democrito, e quasi tutte le centinaia di opere del loro erede intellettuale, Epicuro, di cui sono rimaste solo tre lettere e una lista di 40 massime riportate dallo storico della filosofia Diogene Laerzio. Così come sono scomparse del tutto le opere, citate con ammirazione da Quintiliano, di Macro, Varrone Atacino, Cornelio Severo, Saleio Basso, Gaio Rabirio, Albinovano Pedone, Marco Furio Bibaculo, Lucio Accio, Marco Pacuvio. Durante le guerre gotiche, scoppiate alla metà del VI secolo, e ancor più nel periodo successivo, «gli ultimi laboratori commerciali dedicati alla produzione di volumi erano falliti». Toccò ai monaci copiare i libri già in loro possesso, non potendo neanche più ricorrere ai produttori di papiro egiziano che, in assenza di un mercato librario remunerativo, erano tutti falliti. Così accadeva spesso che «lavorando con coltelli, spazzole e stracci, i monaci avevano cancellato dalle antiche pergamene i vecchi scritti - Virgilio, Ovidio, Cicerone, Seneca, Lucrezio - per sostituirli con i testi che i superiori avevano ordinato loro di copiare».
Ma il testo più importante - che se non fosse stato per quella missione di Poggio Bracciolini a Fulda forse avremmo perso per sempre (anche se poi se ne ritrovarono altre due copie del IX secolo, ma chissà se qualcuno sarebbe riuscito a leggerle secoli e secoli dopo) - fu quello di Lucrezio. Vediamo - con estrema semplificazione - quali sono i concetti basilari del De rerum natura anche se, avverte Greenblatt, una sintesi come quella che segue rischia di oscurare «l'incredibile vigore poetico» dell'opera che, del resto, il poeta stesso sminuisce quando paragona i propri versi al «miele spalmato intorno al bordo di una tazza contenente una medicina che altrimenti un bambino ammalato potrebbe rifiutarsi di bere».
Ogni cosa è fatta di particelle invisibili. Le particelle elementari della materia - «i semi delle cose» - sono eterni. Le particelle elementari sono infinite nel numero, ma limitate nella forma e nelle dimensioni. Le particelle si muovono in un vuoto infinito. L'universo non ha un creatore o un architetto. Ogni cosa prende origine da una «deviazione» (che Lucrezio chiama declinatio, inclinatio o clinamen). La deviazione è la fonte del libero arbitrio. La natura sperimenta senza sosta. L'universo non fu creato per o intorno agli esseri umani. Gli esseri umani non sono unici. La società umana non iniziò in un'età dell'oro in cui prevalevano la tranquillità e l'abbondanza, bensì durante una lotta primitiva per la sopravvivenza. L'anima muore. L'aldilà non esiste. La morte non è nulla per noi. Le religioni organizzate (va tenuto presente che Lucrezio scriveva alcuni decenni prima della nascita di Cristo) sono illusioni superstiziose. Le religioni sono tutte crudeli. Non esistono angeli, demoni o fantasmi. Lo scopo supremo della vita umana è l'aumento del piacere e la riduzione del dolore. Il maggiore ostacolo al piacere non è il dolore, bensì l'illusione. Comprendere la natura delle cose genera profondo stupore.
Poggio mandò il libro appena copiato a un amico, Niccolò Niccoli, perché ne facesse altre copie, senza neanche comprendere bene di chi si trattasse. Qualche anno dopo cercò di rientrarne in possesso («Voglio leggere Lucrezio ma vengo privato della sua presenza: intendi tenerlo per altri dieci anni?», protestava con Niccoli) e però non ci riuscì. Di lì a poco Johannes Gutenberg avrebbe inventato i caratteri mobili e il De rerum natura sarebbe stato finalmente stampato, diffuso e reso, per così dire, eterno. Comunque la sua fortuna fu immediata, già alla fine del Quattrocento. E con essa, quella di Epicuro. Nel 1509 allorché Raffaello dipinse la «Scuola di Atene» - una rappresentazione di omaggio alla filosofia greca - nella Stanza della Segnatura in Vaticano, diede a Platone e Aristotele «il posto d'onore nella luminosa scena», ma sotto l'ampio arco raffigurò anche Epicuro, stabilendo con ciò che la filosofia epicurea potesse «convivere in armonia con la dottrina cristiana», e fosse meritevole di un'attenta discussione da parte dei teologi raffigurati sulla parete opposta. Sbagliava.
Nel dicembre 1516, quasi un secolo dopo il ritrovamento del De rerum natura, il Sinodo fiorentino, un influente gruppo di ecclesiastici d'alto rango, proibì la lettura di Lucrezio nelle scuole. Poi, nel 1551 i teologi del Concilio di Trento misero al bando sia Epicuro che l'opera di Lucrezio. Ma era tardi. A quel libro si sarebbero ispirati Tommaso Moro, Giordano Bruno, William Shakespeare (e con lui Spencer, Donne, Bacone), Galileo Galilei. I Saggi di Montaigne, pubblicati per la prima volta in Francia nel 1580 e tradotti in inglese nel 1603, contengono quasi cento citazioni dal De rerum natura. Il filosofo, astronomo e sacerdote francese Pierre Gassendi (1592-1655) si dedicò a un ambizioso tentativo di riconciliare epicureismo e cristianesimo e uno dei suoi più celebri discepoli, Molière, si applicò a una traduzione (purtroppo perduta) del poema di Lucrezio. Ammiratore di Epicuro fu, nel XVII secolo, Isaac Newton, e così anche il presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, che collezionò ben cinque edizioni latine del De rerum natura e in una lettera a William Short del 31 ottobre 1819 scrisse: «Ritengo che le dottrine autentiche di Epicuro (non quelle attribuite) contengano tutte le cose razionali della filosofia morale che ci hanno lasciato la Grecia e Roma». A Epicuro e Lucrezio renderanno omaggio Baruch Spinoza nel Seicento e Charles Darwin nell'Ottocento.
A questo punto dobbiamo riaffermare, con Greenblatt, che non esiste un'unica spiegazione per l'inizio del Rinascimento e la liberazione delle forze che hanno modellato il nostro mondo. E certo «non si può dire che un poema sia stato responsabile di un così drastico mutamento intellettuale, morale e sociale... Nessuna opera da sola avrebbe potuto produrre un effetto così esplosivo, soprattutto un testo di cui per secoli non si era potuto parlare liberamente in pubblico senza correre rischi». Ma si può dire che questo libro antico, ricomparso all'improvviso, «fece la differenza».
E i due protagonisti di quel fondamentale 1417? Giovanni XXIII, tornato ad essere Baldassarre Cossa, dopo tre anni di carcere, pagò la propria liberazione, fu nominato cardinale a Firenze, dove morì nel 1419, e fu sepolto in una bellissima tomba realizzata da Donatello nel battistero del Duomo. Poggio Bracciolini, per sottrarsi alle tensioni di cui si è detto all'inizio, accettò il posto di segretario di Henry Beaufort, vescovo di Winchester, e rimase in Inghilterra per quattro - per lui interminabili - anni. Poi tornò a Roma, in Vaticano. Si arricchì collezionando oggetti antichi. Nei suoi ultimi anni di vita fu cancelliere di Firenze. Morì nel 1459, fu sepolto nella chiesa di Santa Croce, ebbe un ritratto di Antonio Pollaiolo e la città di Firenze gli fece fare una statua che fu collocata davanti a Santa Maria del Fiore. Statua che, però, nel 1560, allorché fu ristrutturata la facciata del Duomo, fu spostata in un'altra parte dell'edificio. Nel 1959, in occasione del cinquecentesimo anniversario della sua morte, il paese in cui nacque è stato ribattezzato Terranuova Bracciolini e la statua è stata collocata nella piazza principale della cittadina. Greenblatt è andato a vederla e ha avuto l'impressione che «pochi di coloro che vi passano davanti per raggiungere i vicini spacci aziendali di abbigliamento abbiano idea di chi commemori». Un destino non insolito per un grande umanista che pure ha cambiato la storia dell'umanità.
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