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Studiare tanto e imparare poco: il gap digitale della Scuola italiana
Una recente ricerca OCSE afferma che gli studenti italiani studiano tanto (a casa) ma imparano poco al contrario dei loro colleghi del Nord Europa: il responsabile è il digital divide della scuola italiana
di Paolo Ferri, università Bicocca di Milano
Una recente indagine dell’OCSE rileva come gli studenti italiani siano, nel mondo, tra i più “afflitti” dai compiti a casa. I nostri studenti delle medie superiori trascorrono, infatti, quasi nove ore la settimana a fare i “compiti” contro una media Ocse di 4,9 ore. E' il dato più elevato tra i paesi dell'area.
Fig. 1 Tempo dedicato ai compiti a casa dagli studenti dell’Area OCSE
Altro dato interessante: l'Italia si distingue anche per il maggior divario, nei risultati, tra gli studenti socio-economicamente avvantaggiati che dedicano ai compiti a casa circa undici ore per settimana - e quelli con una famiglia meno abbiente che non vanno oltre le sei ore. E' la differenza maggiore dell'intera Ocse. In questo modo anche la disparità di performance tra “ricchi” e "poveri" è tra le più elevate del mondo. In Italia, genitori e famiglie che hanno il tempo, la preparazione o le disponibilità ed economiche per fare studiare di più i ragazzi a casa hanno perciò figli più preparati e con più opportunità rispetto alle famiglie più svantaggiate, cosa che accade di meno in altri paesi OCSE.
Ma perché gli studenti italiani che studiano il doppio a casa di quelli finlandesi, e coreani non hanno gli stessi risultati scolastici ad esempio in matematica?Finlandesi e coreani che svettano nelle classifiche sulle competenze scolastiche, dedicano, infatti, allo studio in media meno di tre ore la settimana, meno della metà degli italiani. Anche Inglesi, Francesi e tedeschi hanno risultati migliori in matematica e studiano a casa molto meno dei nostri studenti!
Fig. 2 Prestazioni degli studenti di quindici anni nell’area OCSE in Matematica (punteggio di riferimento 500 punti). Rapporto OCSE PISA 2012.
L’OCSE stessa fornisce la risposta a questo mistero della scuola italiana.
Dopo circa quattro ore la settimana di “compiti” a casa, il tempo in più investito sui libri ha effetti trascurabili sulla performance; nel caso dei nostri studenti cinque ore di compiti a casa sono inutili!
Altre caratteristiche del sistema scolastico di un paese, come la qualità dell'istruzione, l’infrastrutturazione tecnologica e l'organizzazione delle scuole hanno un'importanza maggiore. Ora è proprio su questo che vogliamo porre l’accento. In Finlandia, ad esempio, viene investito in istruzione, formazione e ricerca il 7,1 del PIL in Italia, un risibile 0,8 per cento. Ma è a livello metodologico e tecnologico che il gap tra la scuola italiana e quelle più avanzate è davvero elevato. I nostri insegnati sono molto preparati ma lavorano all’interno di un sistema che presenta elementi di radicale inefficienza, rispetto a quelli dei nostri cugini OCSE. Io credo che molte di queste difficoltà potrebbero essere superate elevando drasticamente il tasso di digitalizzazione dell’infrastruttura scolastica: vediamo perché.
L’assenza di infrastruttura tecnologica impedisce di cambiare la didattica
Come abbiamo più volte rilevato in questa sede, infatti, e secondo i dati forniti anche dal documento governativo La buona scuola in Italia solo il 9%, secondo le stime più ottimistiche, delle classi è connesso ad internet. Nei paesi con i migliori risultati nei test OCSE-PISA, questa percentuale supera sempre l’80%. Noi crediamo che essere “connessi” in classe offra agli insegnati e agli studenti un insieme di opportunità molto maggiore più rispetto a insegnati e studenti che si trovano a operare in classi “non connesse”. Analizziamo più in dettaglio le differenze:
a) Accesso diretto a contenuti disciplinari che possono fare la differenza
Il semplice accesso a Internet in classe offre la possibilità di accedere a una quantità di contenuti on-line e di ambienti di apprendimento disciplinari free disponibile on-line che evidentemente non posso che migliorare il tasso di preparazione e di motivazione degli studenti. Nel caso della matematica, oggetto dell’indagine OCSE-PISA cui ci riferiamo, la differenza è lampante. Ad esempio chi ha accesso a Internet in classe può usufruire e utilizzare le “classi virtuali” i video, e i contenuti del progetto Khan Accademy. Si tratta di un'organizzazione educativa no profit creata nel 2006 da Salman Khan, un ingegnere statunitense originario del Bangladesh. L'obiettivo dichiarato, di questo progetto è quello di "fornire un'educazione di alta qualità a chiunque, dovunque", il sito dell'organizzazione raccoglie (a metà del 2013, oltre 4000 video-lezioni, caricate attraverso You Tube),che toccano un'ampia gamma di discipline; in particolare la matematica ma anche la fisica, la chimica, la biologia, l’astronomia, l’economia. Ciascuna lezione dura all'incirca dieci minuti ed è corredata di esercizi e di tracce di lavoro da svolgere nella classe virtuale che ciascun docente può crearsi gratuitamente. I contenuti di Khan Accademy sono disponibili anche in versione italiana a questo indirizzo https://it.khanacademy.org
b) Risparmio di circa il 60% sui contenuti per l’apprendimento
Nei paesi più sviluppati gli studenti non devo più portare a scuola pensanti cartelle piene di libri cartacei che nella maggior parte dei casi vengono utilizzati sono in minima parte. Gli studenti vanno a scuola solo con un notebook o un tablet che garantisce loro l’accesso sia all’ambiente virtuale/registro elettronico della scuola che ai contenuti digitali per l’apprendimento creati e prodotti dagli editori specificamente per i supporti digitali. Negli USA e nel Regno Unito il risparmio per le scuole e le famiglie si aggira, appunto, intorno al 60%, ove scelgano la versione digitale degli Handbook per la scuola. Questo perché gli editori anglosassoni e del Nord Europa hanno deciso autonomamente al contrario di quelli di casa nostra di farsi sul serio concorrenza sul nuovo supporto digitale come dimostra il market place on-line Course Smart. E’ ovvio ed evidente a tutti il vantaggio e non solo quello per le schiene degli studenti, ma soprattutto quello per il budget delle istituzioni formative e delle famiglie;
c) Gestione diretta dei compiti da parte degli insegnanti: meno ore di lavoro a casa per genitori e studenti
E’ veniamo al punto che ci interessa di più in questo contesto e cioè il problema dei “compiti a casa” da cui siamo partiti. E’ chiaro che nei paesi dove Internet e le metodologie didattiche attive legate all’utilizzo delle tecnologie in classe sono più diffuse (Ferri, P. Come sarà la scuola dei veri Nativi Digitali? Il futuro nella flipped classroom) minore è il numero di ore che vengono dedicate ai “cosiddetti” compiti a casa. Come accade appunto in Finlandia e Corea e negli altri paesi ad alta integrazione delle tecnologie nei sistemi di apprendimento. L’adozione, infatti, di metodologie didattiche attive, riduce drasticamente la quota di apprendimento nozionistico necessario agli studenti. Il “lavoro dello studente” si trasforma in lavoro di ricerca e approfondimento, guidato, in classe o a casa, dall’insegnate. La barriera tra casa e scuola viene abbattuta attraverso l’adozione di Ambienti virtuali per l’apprendimento che permettono all’insegnate di gestire direttamente il lavoro a casa degli allievi. In questo modo gli studenti “attivati” e attivi sulla rete e in classe non debbono più passare ore a casa a studiare, per lo più a memoria, i contenuti spiegati in classe dall’insegnate. A scuola e con la guida dell’insegnate lavorano concretamente a risolvere problemi, applicando i principi del learning by doing di Dewey.
Conclusioni
Siamo partiti da un problema molto sentito dai genitori italiani quello dell’eccesso di compiti a casa rispetto al risultato scolastico segnalato dall’OCSE. Ricordiamoci che secondo le stime delle associazioni dei consumatori le “ripetizioni” costano ai genitori italiani tra i 150 e 200 milioni di euro all’anno (tutti in nero!) e siamo pervenuti ad una conclusione interessante. Anche in questo caso un uso “sensato” e metodologicamente corretto delle tecnologie digitali per l’apprendimento può risolvere sia il problema dei week end di genitori e studenti che quello dei budget familiari investito in libri cartacei e in ripetizioni. Con i 150 milioni risparmiate in “ripetizioni” forse anche gli stipendi dei docenti italiani - i più bassi d’Europa - potrebbero essere aumentati e resi più dignitosi, migliorando in questo modo anche la preparazione dei nostri studenti che studiano tanto e apprendono poco o comunque molto meno di quanto potrebbero.
E' impossibile cercare ciò che non si sa di non sapere.
Pertanto non esiste un modo razionale di fare scoperte.
Le scoperte si verificano quando non le si cerca o quando siamo alla ricerca di qualcosa d'altro.
Le scoperte ci arrivano trasportate dalle correnti del caso e si tratta "solo" di stare all'erta per avvertire la loro fugace presenza.
J. A. Rivera, "Tutto quello che Socrate direbbe a Woody Allen"
Dante fa anche capire di essere stato provvidenzialmente condotto, mettendosi allo studio degli autori e dei testi della tradizione della Sapienza, a scoprire tesori di verità, che andavano al di là delle sue aspettative, come "uomo che va cercando argento e fuori de la 'ntenzione trova oro".
Christopher Hitchens. Socrate. Filosofia e religione.
“La collisione fra le nostre facoltà razionali e la fede organizzata, per quanto dovesse già essersi verificata nell’intimo di molti, ha la sua probabile scena originaria nel processo di Socrate del 399 a.C. non ha alcuna importanza, a mio parere, che neppure si sappia con certezza se Socrate sia esistito davvero. Le testimonianza circa la sua vita e le sue parole sono di seconda mano, quasi (ma non esattamente) come i libri della Bibbia ebraica e cristiana e i hadith dell’islam. La filosofia, in ogni caso, non ha bisogno di tali prove, dato che il suo terreno non è quello della sapienza «rivelata». Tuttavia, qualche plausibile elemento della vita di Socrate lo conosciamo (era un soldato coraggioso che può ricordare nell’aspetto Švejk; aveva una moglie megera; era afflitto da attacchi di catalessi) e tanto basta. Dalle parole di Platone, il quale se non altro fu un testimone oculare, sappiamo che in un periodo di paranoia e tirannia ad Atene Socrate venne accusato di empietà, con la pena che ne conseguiva. Come emerge dalle nobili parole dell’<Apologia>, egli non cercò di salvarsi la vita dichiarando cose in cui non credeva, come faranno piú tardi altri uomini di fronte all’Inquisizione. Sebbene non fosse un ateo in senso stretto, lo si reputava piuttosto appropriatamente un folle per la sua vocazione al libero pensiero e perché non accettava limiti alla ricerca rifiutando ogni dogma. Egli affermava che tutto ciò che «sapeva» era l’ampiezza della sua ignoranza (e questo, per me, è tuttora il crisma di una persona istruita). Secondo Platone, il grande ateniese amava osservare riti e consuetudini della città, affermava che era stato l’oracolo di Delfi a ordinargli di diventare filosofo, e sul letto di morte, condannato a bere la cicuta, parlò di una possibile vita nell’aldilà, nella quale coloro che si erano disfatti del mondo attraverso l’esercizio della mente potevano continuare a condurre una vita puramente intellettuale. Ma anche in quel momento egli non mancò di distinguersi aggiungendo che poteva non essere cosí. La questione, come sempre, merita di essere indagata. La ricerca filosofica comincia là dove finisce la religione, proprio come, per similitudine, la chimica e l’astronomia iniziano quando vengono meno l’alchimia e l’astrologia.”
CHRISTOPHER HITCHENS (1949 – 2011), “Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa”, trad. di Mario Marchetti, Einaudi, Torino 2007, Capitolo diciottesimo ‘Una tradizione piú bella: la resistenza della razionalità’, pp. 244 – 245.
“ The original collision between our reasoning faculties and any form of organized faith, though it must have occurred before in the minds of many, is probably exemplified in the trial of Socrates in 399 BC. It does not matter at all to me that we have no absolute certainty that Socrates even existed. The records of his life and his words are secondhand, almost but not quite as much as are the books of the Jewish and Christian Bible and the hadiths of Islam. Philosophy, however, has no need of such demonstrations, because it does not deal in «revealed» wisdom. As it happens, we have some plausible accounts of the life in question (a stoic soldier somewhat resembling Schweik in appearance; a shrewish wife; a tendency to attacks of catalepsy), and these will do. On the word of Plato, who was perhaps an eyewitness, we may accept that during a time of paranoia and tyranny in Athens, Socrates was indicted for godlessness and knew his life to be forfeit. The noble words of the Apology also make it plain that he did not care to save himself by affirming, like a later man faced with an inquisition, anything that he did not believe. Even though he was not in fact an atheist, he was quite correctly considered unsound for his advocacy of free thought and unrestricted inquiry, and his refusal to give assent to any dogma. All he really «knew,» he said, was the extent of his own ignorance. (This to me is still the definition of an educated person.) According to Plato, this great Athenian was quite content to observe the customary rites of the city, testified that the Delphic oracle had instructed him to become a philosopher, and on his deathbed, condemned to swallow the hemlock, spoke of a possible afterlife in which those who had thrown off the world by mental exercise might yet continue to lead an existence of pure mind. But even then, he remembered as always to qualify himself by adding that this might well not be the case. The question, as always, was worth pursuing. Philosophy begins where religion ends, just as by analogy chemistry begins where alchemy runs out, and astronomy takes the place of astrology.” CHRISTOPHER HITCHENS, “God is not Great. How Religion Poisons Everything”, Twelve, New York 2007, Chapter Eighteen ‘A Finer Tradition: The Resistance of the Rational’, pp. 255 – 256.
Tutto quello che l’uomo è, è per la sua saggezza. Tutto quello che sarà, sarà il risultato del suo scopo. Ascolta ora la mia voce e diventa più grande dell’uomo comune. Alza gli occhi in alto, lascia che la Luce riempia il tuo essere, sii sempre un Figlio della Luce. SOLO CON FATICA POTRAI ELEVARTI AL PIANO DOVE LA LUCE E' IL TUTTO DEL TUTTO. Sii un maestro di tutto quello che ti circonda. NON ESSERE MAI SOTTOMESSO AGLI EFFETTI DELLA TUA VITA. Crea dunque cause sempre più perfette e con il tempo sarai un Sole della Luce. Sia libera la tua Anima di elevarsi sempre in alto, sia libera dalla schiavitù e dalle catene della notte. Alza i tuoi occhi al Sole nel cielo. PER TE LASCIA CHE SIA IL SIMBOLO DELLA VITA. Sappi che sei la Grande Luce, perfetto nella tua stessa sfera, quando sarai libero. Non guardare mai l’Oscurità. Alza gli occhi allo spazio al di sopra. Lascia che la tua Luce risplenda libera in alto e sarai un Figlio della Luce.
THOTH L' ATLANTIDEO
Quanto più già si sa, tanto più bisogna ancora imparare.
Con il sapere cresce nello stesso grado il non sapere, o meglio il sapere di non sapere.
Friedrich Schiller
Quando sai di sapere di non sapere più del necessario, è giunto il momento in cui non devi sapere più nulla, perchè il sapere della coscienza è una forza che si espande tanto piú che la coscienza sa di sapere quanto basta.
ALESSANDRO MAGNO
Aveva una maledetta fretta, Alessandro il macedone, di arrivare lontano, più lontano che si poteva. Come se fosse in qualche modo consapevole che il tempo a sua disposizione era poco, molto poco. Ed infatti fece tutto in una decina d’anni: organizzò la falange macedone, che già suo padre Filippo II aveva strutturato ed usato con profitto contro i greci, la rese uno strumento militare irresistibile, e partì alla conquista del mondo. E nulla gli resistette, e nessuno, e solo la stanchezza dei suoi soldati lo costrinse a fermarsi. Era arrivato sulle rive del fiume Indo, ma lì ci fu un mezzo ammutinamento delle truppe, e dovette lasciar stare. Arrivato nella regione che oggi chiamiamo Afganistan, dovette affrontare i problemi che hanno molti secoli dopo inguaiato prima i russi e poi gli americani. Lui pensò di risolvere la questione, sposando la principessa locale Rossane, e costringendo un certo numero di suoi ufficiali a darsi una moglie afgana: la soluzione era la fusione dei due popoli. Ma lungo il suo cammino forsennato aveva seminato mogli figli e città, chiamate Alessandria (era un modesto il nostro) la più famosa delle quali è Alessandria d’Egitto. Nell’opera di fondazione si avvalse dei principi architettonici ed urbanistici adottati da Ippodamo di Mileto, quando un secolo e mezzo prima ricostruì la sua città, che era stata distrutta dai persiani all’inizio delle guerre persiane (499 a.C.). e l’aveva fatto per la prima volta nella storia servendosi di un piano regolatore, studiato a tavolino e disegnato su carta: l’urbanistica diveniva quasi una scienza.
Suo padre, Filippo II, era re della Macedonia, una regione greca che i greci non sentivano nemmeno tanto greca, lassù nel nord alla periferia del mondo che contava. Ma i greci dovettero subire la conquista di Filippo, nonostante la sorda e tenace opposizione dell’oratore ateniese Demostene. Aveva una tibia più corta dell’altra, e questo ha consentito pochi anni fa di attribuirgli una tomba ritrovata a Vergina, nel nord della Grecia: nel ricco corredo funebre c’erano anche due schinieri (nel calcio si chiamerebbero parastinchi), ed uno è più corto dell’altro. Filippo aveva sposato Olimpiade, una principessa dei molossi (Epiro, Albania), sorella maggiore del re dei molossi Alessandro I. Questi sposò Cleopatra, sorella del giovane Alessandro futuro Magno, così che Alessandro il molosso era nello stesso tempo zio e cognato del futuro Magno. [...]
Ma da dove nasce l’idea nella testa di Alessandro di conquistare il mondo? Schematicamente:
1. La sua ambizione sfrenata. Si dice che dormisse con la testa appoggiata all’Iliade, il poema di Omero, che cantava la gloria di Achille, di cui Alessandro voleva apparire emulo. Nel suo folle volo si fece accompagnare da storiografi, pittori (Apelle) e scultori (Lisippo), destinati a magnificare le sue epiche gesta. [...]
2. L’oratore Isocrate. In occasione dei giochi atletici di Olimpia si svolgevano anche veri e propri festival di oratoria, con premi e gloria. In una tale circostanza Isocrate presentò il suo Panegirico, orazione di elogio di Sparta (milizia) e di Atene (cultura e civiltà). Vi si sosteneva la superiorità della civiltà greca rispetto alle altre, specie quella persiana. Da ciò derivava ai greci il diritto di conquistare ed assimilare i popoli inferiori, ed il dovere di innalzarli ai loro livelli di civiltà. Insomma allora per la prima volta trovò sistemazione ideologica il pensiero dei diversi livelli tra le civiltà, che ha messo radici profonde in Europa, e spesso è stato un fasullo argomento del diritto/dovere degli europei e degli occidentali a portare civiltà e democrazia altrove. Poi magari s’è rubacchiato un po’, ma insomma ci devono sempre ringraziare! Così Alessandro “portò” la civiltà in Persia, con corredo di morti distruzione e delizie varie, tipiche di tutte le guerre. Ed Isocrate nella circostanza fu solo il brillante interprete di un sentimento diffuso in Grecia.
3. All’inizio del IV secolo a.C. la Persia fu travagliata da una grave crisi dinastica. Il legittimo re, Artaserse, dovette fronteggiare per un paio di volte delle trame eversive ad opera di suo fratello minore, Ciro il giovane, chissà perché preferito dalla loro madre. Scoprì la prima ed arrestò il fratello, che si salvò ottenendo il perdono grazie alla madre. Per tutto ringraziamento ci riprovò, organizzando un contingente armato, in cui erano arruolati anche diecimila mercenari greci. Ci fu la battaglia (Cunassa), nella quale il giovane Ciro morì. Che fare con questi diecimila greci armati? Artaserse convocò i capi del contingente, per venire ad un accordo, e li ammazzò tutti. I greci, rimasti senza capi ed in un territorio nemico ostile e sconosciuto, scelsero come loro guida lo storiografo Senofonte, anch’egli della partita: nei momenti difficili gli intellettuali e la cultura non fanno più storcere il nasino, ma se ne riconosce il ruolo di guida. In tempi normali o ritenuti tali, ma di profonda crisi, ci si affida a Maria De Filippi, tanto per fare un nome, o all’Uomo Della Provvidenza, che affossa ancor più gli incauti cittadini. E Senofonte con un’epica marcia, descritta nel suo libro intitolato “Anabasi” (=Ritorno), li riportò in patria. Cosa c’entra questo fatto? C’entra, perché i mercenari greci poterono muoversi con relativa libertà nel territorio del (presunto) potente impero persiano, dimostrandone l’intima fragilità. Qualche tempo dopo, un re spartano, Agesilao, si mosse da padrone nel territorio persiano, confermando nei greci la convinzione che la Persia fosse ormai un frutto maturo, e bastasse solo coglierlo. Ed Alessandro lo colse. Gli ci vollero tre battaglie condotte alla grande (Granico, Gaugamela, Isso), eliminò il re nemico Dario III e ne catturò l’intera famiglia, trattandola però in modo principesco. In ogni territorio appena conquistato Alessandro insediò un suo luogotenente, ed andava avanti, con il disegno di riprenderseli tutti, una volta finita l’azione di conquista. Ma nel 323 morì molto giovane (malaria?), ed i suoi luogotenenti (detti Diadochi) si tennero i territori di competenza, fondando delle vere e proprie dinastie (regni ellenistici), in continua guerra tra loro per sopraffarsi, ottenendo solo un effetto di indebolimento, che consentì ai romani di papparseli tutti con relativa facilità
Divenne un esercizio di scuola, quasi, per i romani dibattere se in un ipotetico scontro tra romani ed Alessandro avrebbe vinto lui o i romani stessi. Ed arrivarono a definire l’ipotesi secondo me giusta: Alessandro era indispensabile per la sua creatura, mentre il popolo romano poteva prescindere dai suoi grandi condottieri, perché la sua forza stava nelle istituzioni ed in un popolo che condivideva nel profondo il progetto di ingrandimento della città nel mondo. Cosa restò di Alessandro? Intanto il progetto di impero universale, ripreso e reso reale dai romani. E poi la diffusione della cultura greca in tutto il bacino mediterraneo, civiltà che noi denominiamo ellenistica, primo esempio di globalizzazione economica e culturale della Storia; e la città di Alessandria, autentico centro motore della cultura mediterranea. Ad Alessandria si seguì il piano regolatore per la sua fondazione; ad Alessandria si costituì la prima biblioteca pubblica della nostra storia, intesa non come polveroso deposito di libri, ma cuore pulsante per la conservazione valorizzazione delle opere antiche e la creazione di nuove; ad Alessandria la cultura prese la via delle specializzazioni e dello sviluppo scientifico; ad Alessandria si costruì il primo odeon, edificio per la musica; ad Alessandria la cultura da orale, che era sempre stata, divenne scritta, nel senso che la diffusione avviene attraverso uno strumento non nuovo, il libro, ma concepito in modo nuovo, come oggetto di cui appropriarsi, leggere e gustare a casa (ma era roba da ricchi: però il principio, ogni principio, una volta affermato, può avere sviluppi impensati), con nascita e sviluppo di un altro genere di attività economica, l’editoria. All’imboccatura del porto di Alessandria c’è un’isoletta, e su quell’isoletta costruirono la prima lanterna marittima della storia, che fece da modello in seguito a tutti i porti, per l’aiuto alla navigazione notturna. Dimenticavo: quell’isola si chiama FARO.
Un suggerimento: leggersi la poesia di Pascoli ALEXANDROS.
Est contro Ovest.
Due eserciti si ritrovarono per decidere le sorti del mondo allora conosciuto: da una parte i macedoni di Alessandro, dall'altra un orda sconfinata capeggiata dal Re dei re Dario di Persia.
Con un capolavoro tattico il condottiero macedone riuscì ad ovviare la soverchiante superiorità numerica persiana: lasciata la sinistra dello schieramento a Parmenione con il compito di trattenere la destra persiana, Alessandro con la sua destra allungò la sinistra nemica per evitare l'accerchiamento.
A un segnale convenuto si sganciò dallo schieramento per sfruttare il buco che si era creato tra il centro e la sinistra persiana. Il suo obbiettivo era Dario in persona. Formò quindi una freccia, del quale lui stesso era la punta e si lanciò coraggiosamente verso la retroguardia persiana, dove stava il re. Fu un successo totale.
Dario fuggì intimorito, e presto tutte le altre truppe fecero altrettanto.
L'inseguimento fu impedito solamente dalla difficile situazione di Parmenione, al quale Alessandro dovette dare il suo aiuto. Nulla toglieva comunque a una battaglia che decise le sorti del mondo.
Alessandro, a soli 25 anni, divenne così il signore del 90% delle terre allora conosciute. #renovatioimperii
Nato a Pella nel 356 a.C. da Filippo II, re macedone, e Olimpiade, fu educato dal filosofo Aristotele, che gli insegnò la medicina, la scienza, l'arte e il greco. Salì al trono nel 336 a.C. e durante il suo regno, conquistò l'intero impero persiano, giungendo fino all'India e ai confini della Cina. Tra le battaglie che combatté le più famose furono Granico, Isso, Gaugamela. Il suo successo militare fu reso possibile dalla falange macedone, dalla sua straordinaria intelligenza militare e dal forte ascendente che aveva sui soldati, a fianco dei quali combatteva, senza sottrarsi alle asprezze della guerra. Morì nel 323 a.C. (tre anni dopo l'amato cavallo Bucefalo) a Babilonia, forse per una pancreatite acuta dovuta alle eccessive libagioni di quel giorno, ma fu sepolto ad Alessandria, città fatta costruire da lui stesso. La sua tomba fu visitata da Augusto, che, dopo aver posto una corona d'oro e dei fiori sopra il corpo del macedone, si rifiutò di vedere anche la salma di Tolomeo, dicendo che desiderava vedere un re, non dei cadaveri. D'aspetto era tarchiato, aveva una voce aspra, capelli crespi e occhi di colore diverso. Inoltre aveva poca barba, segno di virilità a quei tempi: perciò introdusse l'usanza di radersi, a cui costrinse i suoi dignitari per non sfigurare tra loro. Il suo mito, alimentato anche dalla capacità di Alessandro di farsi propaganda, viaggiò attraverso i secoli fino a noi: è l'unico personaggio antico che Warhol abbia ritratto e
persino gli Iron Maiden, nel 1986, gli dedicarono la canzone Alexander the Great, che inizia con le leggendarie parole del padre Filippo II: "My son, ask for thyself another kingdom,
for that which I leave is too small for thee". Potenza del mito!
https://youtu.be/fd5T2xX95Os
Straordinaria sequenza tratta dal capolavoro di Oliver Stone,
in cui Alessandro Magno viene colpito e cade dal suo cavallo Bucefalo.
https://youtu.be/OGL_L0fok10
Alessandro nacque nel 356 a.C.
Figlio di re Filippo di Macedonia, famoso per essere un grande stratega, bevitore, festaiolo e donnaiolo tutto contemporaneamente e di Olimpia, una madre che era tutto un programma, crebbe felice e libero di fare sempre quello che voleva cercando di non sfidare troppo le ossessioni della mamma che lo tormentarono sin da piccolo.
Olimpia era bellissima, intelligente, ovviamente principessa, un’invasata con i riti Dionisiaci, danze, preghiere e oracoli dalla mattina alla sera fino a portarsi a letto serpenti ammaestrati. Pure lei sempre tutto contemporaneamente.
In pratica il piccolo Alessandro aveva due genitori che erano tranquilli solo quando dormivano.
Anzi no.
La bella mamma, un giorno, andò dicendo che durante una notte fu colpita da un fulmine mandato da Ammone trasformatosi poi in serpente, tanto per rimanere in tema di animali domestici preferiti, e con lei concepì proprio Alessandro.
Dopo quella storia, Filippo si guardò bene dal frequentare ancora la moglie e se ne cercò un’altra meno pericolosa e un po’ più normale. Quando Alessandro iniziò a diventare grandino e ogni tanto si comportava da invasato, si convinse che suo figlio qualcosa di divino forse ce lo aveva sul serio.
Due genitori che non erano proprio un modello di normalità e di equilibrio, miracolosamente, non si capisce come, gli diedero come maestro nientepopodimeno che Aristotele.
Diciamocelo pure, senza dubbio Alessandro aveva del talento tutto suo, riuscire ad emergere in una famiglia del genere bisognava essere bravi per forza.
Aristotele avrà fatto il resto.
A complicare una giovane personalità in crescita e che non fece che rafforzare le manie del ragazzino, ci fu la lontana discendenza bis-bis centenaria di Olimpia, che si diceva nipote di Achille.
Già a 15 anni dichiarava che alle Olimpiadi, lui che era velocissimo a correre, non ci sarebbe andato a meno che gli altri concorrenti non fossero stati tutti dei re.
Era tanto sicuro delle sue capacità che iniziò a lamentarsi che il padre non faceva altro che conquistare popoli e terre a destra e a manca senza così lasciare a lui niente da fare quando avrebbe ereditato il regno.
Ma alla fine lo ereditò.
Aveva 20 anni.
E adesso che si fa? pensò aggrottando le sopracciglia.
Sellò Bucefalo.
Dopo aver sistemato i territori della Grecia con alle spalle un regno piuttosto stabile si dedicò anima e corpo al suo sogno e alla sua cavalcata ventre a terra verso deserti sconosciuti.
Spinto da oracoli che lo favorivano e che lo volevano il conquistatore del mondo si fermò a Troia sulla tomba di Achille e tutto nudo le corse intorno osannando le sue gesta.
L’esercito lo guardò dall’alto della collina, pensando certamente che la testa non ce l’avesse proprio a posto, ma fino ad allora le sue vittorie lampo e la fuga di Dario davanti al loro esercito dovevano essere un segno che gli dei lo amavano nonostante fosse così strampalato.
Finita la sceneggiata galoppò verso sud, arrivò in Egitto, pregò il suo papà divino Ammone, gli costruì un tempio più grande, fondò Alessandria e ripartì.
Ogni tanto cambiava cavallo perché Bucefalo invecchiava più velocemente di lui perciò preferiva usarlo solo in battaglia.
Una volta gli fu rubato.
Con una divinità per capello minacciò l’ambasciatore che era venuto a chiedergli il riscatto, che se non glielo riportava nel giro di due minuti, avrebbe sellato un altro cavallo, sarebbe andato a casa sua, avrebbe ucciso tutta quanta la sua famiglia, nonne e nonni compresi e già che c’era avrebbe raso al suolo tutto il villaggio.
Bucefalo gli fu restituito in un nanosecondo insieme alle chiavi del villaggio
Arrivarono fino in Pakistan. In dieci anni conquistò tutto quello che ebbe davanti. Fondò una decina di altre Alessandrie e anche una Bucefalia quando il suo amato destriero decise di lasciarlo a piedi.
Si svegliava la mattina, guardava l’orizzonte e diceva:
Voglio andare là.
Là dove?
Non lo sapeva neanche lui.
Lui partiva per seguire il suo sogno, non l’impresa.
E tutti quanti dietro.
Vinceva sempre.
Non mandava neanche degli esploratori a controllare cosa celasse quell’orizzonte. Ci andava lui direttamente. Perché se incontrava da solo qualcuno con cui menar le mani o farsi una corsetta per vedere chi era più veloce, si divertiva di più.
Le ricchezze di quei popoli lo resero un Creso, l’esercito era sempre più rimpinzato di bottini e lui era visto come un dio.
Un giorno però si stufò di sentirselo dire, che la smettessero di ripeterlo accidenti!! Lui era un uomo non un dio!! Si ferì pure il braccio per far vedere che nelle vene aveva sangue e non linfa divina.
Barlume di senno? non si sa…
Massacrò con ferocia chi osava oltraggiare la sua Grecia. Distrusse e rase al suolo Persepoli perché i suoi regnanti avevano torturato e ucciso dieci prigionieri greci. Il suo popolo non si toccava. Non c’erano processi, ma sentenze immediate.
E se qualcuno dei suoi amici si azzardava a dirgli che così non si faceva, lui di tutta risposta si rinchiudeva nella sua tenda, da solo, per tre giorni senza mangiare e senza parlare con nessuno tenendo il muso.
Vi ricorda qualcuno?
(Achille e il suo broncio sotto le mura di Troia).
Onestamente affascinato dai popoli orientali comunque cercò sempre di integrarsi e di fare in modo che il suo esercito e la sua gente facesse lo stesso. Era convinto che la grecità fosse superiore ma non disdegnava l’idea che si mescolasse con quella orientale. Sposò una donna persiana per dimostrarlo e rimase affascinato da come alcuni sacerdoti con la sola forza del pensiero si suicidarono sedendosi su una pira in fiamme senza proferire un suono.
Si può immaginare la sua espressione nell’osservare una tale scena. Quale dio che lui non conosceva e con cui non aveva mai parlato poteva mai dar loro una tale forza?
Andava incontro alla morte senza farsene una preoccupazione, si riteneva invincibile.
Non solo in battaglia dove era sempre in prima fila, ma anche nella sua tenda non se ne curò affatto, quando malato da giorni e quasi in fin di vita, nessun medico osò curarlo perché la paura di essere poi messi a morte se non sopravviveva era troppo grande.
Lui era sicuro che non sarebbe morto, ma alla fine il suo medico personale e amico, osò farsi avanti perché in fondo gli voleva bene, nonostante il giorno prima ad Alessandro fu recapitata una lettera che diceva che il medico era in realtà un traditore e che lo avrebbe avvelenato.
Arrivato il medico, Alessandro gli diede la lettera e mentre quello la leggeva a voce alta, lui beveva dalla coppa che gli aveva appena dato. Una scena da teatro.
“Tu leggi pure, io bevo” gli disse.
Ma un giorno l’esercitò si stancò.
Arrivati in India quando Alessandro si alzò, guardò fuori dalla tenda, puntò il dito all’orizzonte e disse:
Andiamo là!
Gli risposero:
Vacci da solo.
Un esercito che fu ammaliato per un decennio da quel ragazzino con un carisma inarrestabile, che nelle battaglie si inventava stratagemmi incredibili per ingannare il nemico molto superiore a lui, era arrivato alla frutta.
Una notte in riva all’Eufrate fece sbattere a tutti quanti e per tutta la notte pentole, padelle e spade così da far credere all’esercito nemico, che era sull’altra sponda, che li avrebbero attaccati proprio con il favore del buio. Quelli ci cascarono e scapparono.
Nonostante questo genio militare quell’esercito decise di abbandonarlo al suo sogno.
Loro erano stufi. Iniziarono i complotti per eliminarlo. Tornati a Babilonia, Alessandro morì dopo alcuni giorni di agonia, forse avvelenato, forse malato, forse per i troppi bagordi dell’ultima festa. Non si sa.
Ma fino all’ultimo il suo fascino catturò le persone intorno al suo letto, che avidi di sapere a chi lasciava tutto quel ben di dio lui rispose:
“Al migliore” e subito dopo morì, a 32 anni, senza dire chi fosse.
Alessandro il Grande incontra Diogene il Cinico.
E' un episodio che oggi viene ricordato da tutti i greci per la particolarità che ebbe al tempo in cui si verificò. Non è necessario studiare la storia per conoscere questo evento, viene tramandato nei racconti in famiglia. Alessandro rappresenta l'apice del potere e della ricchezza, Diogene il rifiuto di tutto ciò e la scelta di vivere una vita di stenti.
Era il 336 a.C, Alessandro viene inviato dal Padre Filippo a Korinto per chiedere il sostegno delle altre città greche contro la minaccia persiana. Viene a sapere che in città si trova Diogene, il massimo rappresentate della Filosofia Cinica, che vive nella massima povertà dormendo dentro una botte. Alessandro pensava si al potere, ma era anche affascinato dalla Storia e dalla Filosofia.
Si diceva che dormisse con l'Iliade sotto il cuscino e ogni volta che incontrava un personaggio particolare voleva conoscerlo (del resto ebbe Aristotele come maestro).
Diogene si trovava a Korinto perchè era stato pedagogo presso una famiglia aristocratica e quando il padrone gli diede la libertà rimase a Korinto insegnando per le strade.
La fama di Diogene era giunta ad Alessandro in Macedonia, durante la sua formazione scolastica, e appena arrivò a Korinto la prima cosa che fece (anteponendole agli impegni politici) fu chiedere di incontrare Diogene. Mandò quindi un soldato:
"O Vasilià" Alessandro chiede di vederti."
la risposta di Diogene fu:
"Io non voglio vederlo. Se è lui a volerlo che venga qui."
Alessandro non fece una piega e si recò da lui:
«Είμαι ο Άρχων Αλέξανδρος» (Ime o Archoon Alècsandros)
«Και ΄γώ είμαι ο Διογένης ο Κύων» (Ke Egò ime o Dioghènis o Kìoon) (Io sono Diogene il Cane - così venivano detti i cinici per il loro modo di vivere)
Alessandro fu infastidito dalle parole del Filosofo:
«Δεν με φοβάσαι;» (Den me fovàse?) (Non hai paura di me?)
Diogene rispose:
«Και τί είσαι; Καλό ή κακό;» (Ke ti ise? kalò ì Kakò) (Cosa sei? Buono o Cattivo?)
Alessandro non poteva dire di essere cattivo, ma neanche di essere buono perchè un Vasilià deve essere temuto. Fuggì la domanda e rispose:
«Τί χάρη θές να σου κάνω;» (Ti chàri thès na su kàno) (Che favore vuoi che ti faccia?)
Diogene rispose:
«Αποσκότησων με» (Aposkòtison me) (Smettila di farmi ombra)
ovvero
«Σταμάτα να μου κρύβεις τον ήλιο» (Stamatà na mu krìvis ton Ilio)
(Smettila di nascondermi il Sole) La base della filosofia cinica sta infatti nel pensare che tutto ciò di cui ha bisogno l'uomo è la visione e il calore del Sole, nessuna ricchezza è necessaria.
Alessandro che non era uno sprovveduto capì cosa volesse dire Diogene e ne fu ancora più impressionato.
Si intrattenne con lui in una lunga conversazione chiedendo consigli su come avesse potuto regnare rettamente sulla Grecia.
Tra i vari consigli Diogene gli disse:
<<ένας βασιλέας είναι ωφέλιμος στο λαό>>
Un Vasilià (re) deve giovare al popolo.
Se anche conquistassi il mondo intero ma il popolo non ne trarrebbe giovamenti, non saresti un buon re.
Alla fine della conversazione Alessandro disse:
«Αν δεν ήμουν Αλέξανδρος θα ήθελα να ήμουν Διογένης»
(An den ìmun Alècsandros tha ìthela na ìmun Dioghènis) Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene
Da allora il legame tra i due fu talmente forte che il giorno in cui Alessandro all'età di 33 anni lasciava questo mondo a Babilonia, morì anche Diogene a Korintho.
La folla è madre dei tiranni
Diogene di Sinope.
Non si ha idea di quanto un uomo debba perdere per avere il coraggio di sfidare tutte le convenzioni, non si ha idea di quanto abbia perduto Diogene per diventare l'uomo che si è permesso tutto, che ha tradotto in azione i suoi pensieri più intimi con un'insolenza soprannaturale, come potrebbe fare un dio della conoscenza libidinoso e puro allo stesso tempo. Nessuno è stato più franco; caso limite di sincerità e lucidità, come pure esempio di quello che potremmo essere noi se l'educazione e l'ipocrisia non raffrenassero i nostri desideri e i nostri gesti. "Un giorno un uomo lo fece entrare in una casa riccamente arredata e gli disse: - mi raccomando non sputare per terra -. Diogene, che aveva voglia di sputare, gli lanciò uno sputo in faccia, gridandogli che quello era l'unico posto sporco che avesse trovato e dove potesse farlo".
Emil Cioran. Sommario di decomposizione
Un giorno mentre Diogene stava mangiando un piatto di lenticchie, si avvicinò Aristippe, di cui l'esistenza era più che confortevole perché adorava il re, e le disse : "Se tu avessi imparato a prosternarti davanti al re non saresti costretto a mangiare quelle orrende lenticchie". "Ma, rispose Diogene, se tu avessi imparato a mangiare queste orrende lenticchie non saresti costretto ad adorare il re"
Alessandro Magno incontrò Diogene, che era un mendicante nudo, possedeva solo una lampada – quella era la sua unica proprietà – che teneva accesa perfino di giorno. Ovviamente si comportava in modo strano e anche Alessandro dovette chiedergli: “Perchè tieni accesa questa lampada durante il giorno?” Lui alzò la lampada, guardò Alessandro in viso e disse: “Giorno e notte, cerco un vero uomo…e non lo trovo.” Alessandro rimase sconvolto: un mendicante nudo osava dire a lui, il conquistatore del mondo, una cosa simile. Ma poté vedere che Diogene era avvolto in una rara munificenza, pur nella sua nudità. I suoi occhi erano così silenziosi, il suo volto era così in pace, le sue parole avevano una tale autorità, la sua presenza era così quieta e calma e rilassante che, sebbene Alessandro si sentisse insultato, non poté reagire. La presenza di quell’uomo era così travolgente, che perfino Alessandro sembrava un mendicante al suo fianco. E nel suo diario scrisse: “Per la prima volta ho sentito che la ricchezza è qualcos’altro, del tutto diverso dall’avere denaro. Ho incontrato un uomo ricco.”
A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena essere vissuta.
Alessandro Magno
la Scuola di Atene di Raffaello. (1509-1511)
<<Cinquantotto personaggi variamente raggruppati animano uno degli spettacoli più belli prodotti dall’arte rinascimentale, la Scuola di Atene di Raffaello.
La scena, simmetrica e fluttuante allo stesso tempo, prende vita con un andamento corale da tragedia greca. E il tutto all’insegna del doppio. Due sono i protagonisti, Platone e Aristotele, cui sono regalati l’onore della posizione centrale, del convergere delle linee di fuga. Due i gruppi che sigillano, a destra e a sinistra, la base dell’affresco. Due i personaggi che, in primo piano ostentano tutto il loro imbronciato isolamento. Due le ali di filosofi che sciamano ondeggiando attorno alle figure centrali. Infine due i numi tutelari che, dalla loro fissità marmorea, legittimano quanto ai loro piedi sta avvenendo: il brulicare del pensiero nel suo farsi.>>
(A.Fiegna)
<<La lettura dovrebbe avvenire da sinistra a destra. La direzione non è casuale ma suggerita da Raffaello stesso attraverso una serie di indizi. Per esempio, gli unici personaggi sicuramente identificabili si presentano in ordine cronologico da sinistra a destra. Diogene, semisdraiato sui gradini e figura isolata, indica il rifiuto di salire i “gradini della conoscenza”. Diogene (V-IV sec.) infatti, fu definito da Platone un “Socrate impazzito”. E' un “anarchico”. : segue la legge di natura piuttosto che il percorso teorico indicato da Platone e Aristotele. Tante sono le interpretazioni dell'opera, ma su una cosa tutti convengono e cioè il soggetto: la filosofia. L’affresco “resiste con successo ai nostri più energici sforzi di interpretarlo una volta per tutte: in fondo tutto ciò che possiamo leggervi è la sua stessa impenetrabilità. Ed è proprio questa la ragione per cui non smette mai di affascinarci” (G.W.Most)
(Glenn W. Most, Leggere Raffaello – La Scuola di Atene e il suo pre-testo– Einaudi 2001
Reinhard Brandt, Filosofia nella pittura– Mondadori 2003
Giovanni Reale, La Scuola di Atene di Raffaello– Bompiani 2005)
Gimnosofistao ginnosofista, termine con cui gli scrittori greci designavano gli asceti indiani che vivevano nudi nei boschi, cibandosi solo di erbe e di frutti
¶ Dal gr. ghymnosophistái pl., comp. di ghymno- ‘gimno-’ e sophist ¢s ‘sapiente’; propr. ‘sapiente nudo’.
http://www.sapere.it/sapere/dizionari/dizionari/Italiano/G/GI/gimnosofista.html
Gimnosofista (o ginnosofista) s. m. [dal gr. Γυνμνοσοϕισταί (plur.), lat. Gymnosophistae] (pl. -i). – Denominazione usata dagli antichi Greci per indicare, con allusione sia all’unione di sapienza e dottrina sia all’esercizio di pratiche ascetiche che comportavano una nudità totale o parziale, gli asceti e i mistici indiani di cui vennero a conoscenza dall’epoca della spedizione di Alessandro Magno (sec. 4° a. C.).
www.treccani.it/vocabolario/gimnosofista/
Il colloquio fra Alessandro Magno e i Gimnosofisti: analisi e prospettive
di Cristiano Dognini
"Il noto colloquio fra Alessandro Magno e i dieci gimnosofisti indiani, incontrati durante la campagna militare in Oriente, ha suscitato numerose riprese e citazioni nelle letterature di tutto il mondo1, senza però consentire agli studiosi moderni di sciogliere alcune perplessità che il colloquio genera. Il termine gimnosofisti con cui vengono normalmente designati i filosofi indiani, è molto significativo: LA NUDITÀ IN INDIA È SPESSO CONGIUNTA CON L'ASCETISMO E CON L'IDENTIFICAZIONE DELL'UOMO COL DIVINO. [...] La nostra ricerca non pretende certo di risolvere tutti i problemi legati ai gimnosofìsti, ma soltanto analizzare le più antiche testimonianze del loro colloquio col Macedone, per verificare la presenza di autentiche dottrine indiane nelle risposte dei dieci asceti.
Le due versioni più antiche sono quelle riportate da Plutarco Vita di Alessandro 64 e dal papiro di Berlino 13044.
Secondo Plutarco Alex. 64. 1
Alessandro aveva fatto arrestare dieci gimnosofìsti. accusati di sedizione a seguito della rivolta del re Sambhu, e aveva deciso di condannare a morte il primo di costoro che non avesse risposto correttamente alle sue domande, secondo il giudizio del più anziano tra loro.
Plutarco Alex. 64. 2-12.
continua cosi:
"Al primo fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose:
«I vivi, perché i morti non ci sono più».
Al secondo fu chiesto se dà vita ad animali più grossi il mare o la terra; rispose: «La terra, perché anche il mare è parte d'essa».
Chiese al terzo qual è l'animale più astuto. Rispose: «Quel che l'uomo non ha ancora conosciuto». Al quarto chiese per quale ragione avesse indotto Sabba alla rivolta; rispose: «Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse».
Al quinto fu chiesto se pensava che fosse stato prima il giorno o la notte: «Il giorno» disse «e precede d'un giorno». Il re rimase stupito, ed egli aggiunse: «È logico che per domande impossibili ci siano risposte impossibili».
Passato al sesto, Alessandro chiese come uno possa farsi amare in sommo grado:
«Se è potentissimo, ma non ispira timore», disse.
Tra gli ultimi tre, quello interrogato su come uno da uomo potrebbe diventare dio, rispose: «Se fa quanto non è possibile che un uomo faccia».
All'altro fu chiesto se è più forte la vita o la morte; rispose che la vita é più forte, perché sa sopportare cosi grandi mali;
l'ultimo poi, cui chiese fin quando è bene che l'uomo viva, rispose: «Fino a quando non ritiene che l'essere morto sia meglio del vivere».
Alla fine si volse al giudice e lo invitò ad emanare il verdetto.
Egli disse che avevano dato tutti una risposta che era l'una peggiore dell'altra, «Allora» disse Alessandro «tu morrai per primo, per questo giudizio». «No, o re.» ribatté l'altro «a meno che tu non avessi mentito quando dicesti che avresti messo a morte per primo colui che avesse risposto peggio»".
Alla fine Alessandro congeda i sofisti con ricchi doni e concede loro salva la vita.
Il papiro 13044 del Berliner Museum, risalente al 100 a.C. circa e diviso in sei colonne, di cui la prima è pressoché illeggibile, tramanda la più antica versione delle dieci domande ai gimnosofìsti.
Il papiro5, un pò frammentario, inizia già con l'asserzione che solo il giudice, posto che giudichi rettamente, potrà vivere, mentre gli altri saranno giustiziati. [...]
L'educatore si lascia educare dagli incontri, dai fatti, dai segni e dagli imprevisti. Non aspetta certezze, teorie e verità. Anzi le espelle, o meglio le digerisce con la stessa logica dell'insalata e delle patatine del fast - food. Non fabbrica strutture, ma tesse relazioni. L'uomo è parola dialogata, comunicazione permanente verbale e non verbale. Smonta le maschere e le difese inutili.
[Educatori senza frontiere. Diari di esperienze erranti
don Antonio Mazzi, C.Mazza, E. Frezza, G. Ballarini]
Giovane e laureato? Solo in
Italia non guadagni di più. In termini di reddito aggiuntivo per i giovani
laureati, L’ITALIA È LA
PEGGIORE FRA I PAESI OCSE.
Ancora cattive notizie per i
giovani laureati italiani. IL NOSTRO PAESE È IL FANALINO DI CODA FRA I PAESI
PER QUANTO RIGUARDA IL REDDITO AGGIUNTIVO PERCEPITO DA UN GIOVANE LAUREATO (grafico
2) NON
SORPRENDE QUINDI CHE L’ITALIA RISULTI FRA GLI ULTIMI PAESI EUROPEI PER
PERCENTUALE DI GIOVANI (30-34 ANNI) LAUREATI, APPENA IL 21,7% DEL TOTALE,
MEGLIO SOLO DELLA REPUBBLICA CECA. Non solo, rispetto al 2005, questo
numero è aumentato di soli 4,5 punti percentuali.
Grafico 1- Percentuale di giovani
(30-34 anni) laureati
Dati: 2012
Se guardiamo al grafico 2, IL POSSESSO DELLA
LAUREA DIMOSTRA DI ESSERE “GARANZIA” DI MAGGIORE REDDITO IN TUTTI I PAESI OCSE.
Tuttavia se per alcuni questo beneficio è più marcato per i lavoratori più
giovani (ad esempio è il caso della Svizzera), in altri paesi sono i lavoratori
più anziani che percepiscono maggior reddito aggiuntivo grazie alla laurea
(l’Italia rientra in questa categoria).
Tuttavia, quello che più stupisce
del caso italiano è la MARCATA
DIFFERENZA FRA IL REDDITO INCREMENTALE PERCEPITO DAI LAVORATORI PIÙ
GIOVANI RISPETTO AL QUELLO PERCEPITO DAI PIÙ ANZIANI (solo la Corea
presenta un delta più elevato). I dati quindi suggeriscono che IN ITALIA SI
PRIVILEGI L’ESPERIENZA RISPETTO ALLE QUALIFICHE IN MODO SPROPORZIONATO RISPETTO
AGLI ALTRI PAESI.
Insomma, ANCORA UNA VOLTA L’ITALIA DIMOSTRA DI NON ESSERE UN PAESE PER GIOVANI.
Grafico 2 – Reddito da lavoro
aggiuntivo dei laureati (diplomati=100)
Dati: 2010 o ultimo disponibile
Fonte dati: Oecd, Education at a
glance 2012. Eurostat, Europe
2020 headline indicators on education, April 2013
Inviato da: Faina16 April 2013 -
22:05
Molte piccole aziende hanno
questa visione (di Anonimo). NESSUNA DIFFERENZA TRA LAUREATI E DIPLOMATI, QUINDI È
GIUSTO NON PAGARLI DIVERSAMENTE. SE IL MERCATO DICE COSÌ NULLA DA OBBIETTARE,
Io sono uno tra quelli che pensano che il mercato alla fine ha sempre ragione.
C'e' però da CHIEDERSI
PERCHE I NOSTRI LAUREATI CHE VANNO ALL'ESTERO SONO APPREZZATI E PERCHÉ UN FIUME
DI LAUREATI, ANCHE IN INGEGNERIA, NEGLI ULTIMI ANNI, SE NE STANNO ANDANDO
DALL'ITALIA. Dalla mia esperienza ormai ventennale in grandi e piccole
aziende sono arrivato a una conclusione: IN REALTÀ I LAUREATI IN ITALIA SONO TROPPI (NON
POCHI COME MOLTI DICONO, e non solo in Italia, questo è un fenomeno
globale) e sono usati male, specie nelle piccole aziende (e questo aspetto è
tutto italiano). CI
DICONO CHE I LAUREATI IN ITALIA SONO POCHI RISPETTO A QUELLI NELLE ALTRE
NAZIONI SPECIE IN DISCIPLINE SCIENTIFICHE. Analisi concettualmente
errata per due ragioni: primo quando mai un’analisi di mercato si confrontano curve di
domanda o di offerta di paesi diversi, semmai si dovrebbe confrontare la
curva di domanda con quella dell'offerta della stessa area geografica in cui si
vuole fare l'analisi del segmento di mercato e correggere il tutto da una DISTORSIONE TUTTA ITALIANA: PREZZI MOLTO VICINI, TROPPO
TRA LAUREATI E DIPLOMATI, che rende difficile capire se ALLE AZIENDE CHE
OFFRONO LAVORO A LAUREATI SERVONO VERAMENTE LAUREATI, o li chiedono
giusto perché tanto il costo è simile, visto che spesso, quando si usano è per
rimpiazzare dei diplomati. IL VERO PROBLEMA, IN
MEDIA SI INTENDE, NON SONO I LAUREATI MA LE AZIENDE. E' chiaro
che CON POCA INNOVAZIONE E POCA
TECNOLOGIA,I LAUREATI NON SERVONO. E allora perché le aziende li
assumono lo stesso: semplice perché sono meno sindacalizzati, si possono
responsabilizzare di più, si possono controllare di meno (e il controllo è
sempre un costo per le aziende), e se non sono proprio degli incapaci (e ce ne
sono anche tra i laureati si intende), imparano più alla svelta di un diplomato.
In pratica SONO
PIÙ PRODUTTIVI E PER L'AZIENDA, ALLA FINE GLI COSTANO MENO DEI DIPLOMATI.
Se poi servono per fare qualcosa di più si vedrà (e quel vedrà non arriva mai).
Questo secondo me è il vero approccio, specie delle piccole aziende. Uno spreco
di opportunità per molte di loro. La seconda ragione è che gli stessi che ci
dicono che mancano laureati in Italia affermano anche che c’e’ una
evidenza empirica e teorica di una correlazione con la crescita di un paese e
il loro numero. PIÙ ISTRUZIONE
INSOMMA, PIÙ CRESCITA. I dati sembrano dare ragione a questa
impostazione. C’e’
solo un equivoco in questo ragionamento. PIÙ LAUREATI CHE SI USANO PER LE LORO
POTENZIALI CAPACITÀ (che però si devono sviluppare nell’ambiente giusto)
come tali danno
in media più crescita, ma NON BASTA
AVERLI, BISOGNA USARLI BENE. I laureati non sono delle figurine
da mettere su un album, in cui più se ne hanno e meglio è. Sono dei giocatori
in una partita reale. Se molti stanno in panchina le partite di serie A non si
giocano, dovremmo tutti guardare le partite di serie B. Peraltro se bastasse una
manciata di buoni laureati per fare crescere il paese, basterebbe importarli,
costano comunque molto poco ovunque. Ma NESSUNO
VUOLE VENIRE A LAVORARE IN ITALIA, CHISSÀ PERCHÉ? Forse perchè
PER USARLI BISOGNA CREARE STRUTTURE E PROGETTI AD
UN LIVELLO TALE CHE SI POSSANO ESPRIMERE LE LORO CAPACITÀ. Ed è
proprio quello che non facciamo noi. E PURTROPPO I LAUREATI
SONO COME LO YOGURT, HANNO UNA DATA DI SCADENZA (non visibile
pero sull'etichetta), SE NON SI USANO IN TEMPO SCADONO E ALLORA DIVENTANO TUTTI DIPLOMATI.
A a quel punto, veramente, non c’e’più alcuna differenza […}
Inviato da: Aqr19 April 2013 -
10:08
parole sante, condivido parola
per parola. Abbiamo
un laureato su 5 (contando le lauree triennale in psicologia...) e stanno nei call
center, cosa ne vogliamo 1 su 2 come in irlanda? e a fare che? le
fotocopie? Certo che un laureato quando entra in azienda non è superman ma se inserito nel
giusto contesto ha, mediamente, delle potenzialità di gran lunga più elevate di
un diplomato medio. L'UNIVERSITÀ ITALIANA
DOVREBBE ESSERE UN (BEL) PO' MENO PER I PROFESSORI E MOLTO DI PIÙ PER GLI
STUDENTI, ED ESSERE MOLTO PIÙ SELETTIVA. Dovrebbe anzitutto CREARE LAVORATORI GLOBALI, LINGUE IN TESTA, PER
PERMETTEGLI DI RICERCARE OPPORTUNITÀ WORLDWIDE, VISTO CHE QUI TI METTONO A
FOTOCOPIARE. Quando a 27 anni sono arrivato in una grande
aziende italiana, con laurea in economia e stage nella city, mi hanno messo a
spuntare a mano dei tabulati con delle signore col diploma da maestra: la
chiamavano "GAVETTA",
e se dici qualcosa sei "presuntuoso". Si anonimo è vero: non c'era
nessuna differenza tra le signore e me, anzi , io ero un po' troppo
distratto....
Inviato da: Anonimo15 April 2013
- 18:36
a un laureato, che passa anni sui
libri, di solito in maniera indipendente e non come nella scuola dell'obbligo,
non viene data la possibilita` di imparare e si pretende subito chissa` cosa
appena entrato nel mondo del lavoro, NESSUNO LO AIUTA A PASSARE DALLA TEORIA ALLA PRATICA.
da un 19enne diplomato non ci si aspetta nulla invece. dura sbilanciarsi nelle
attivita` lavorative quotidiane senza una sicurezza che deriva dall'esperienza
o dal "se anche dovesse andare male mi posso trovare un altro
lavoro". e dura ancora di piu` sapendo che NON ESISTE LA MERITOCRAZIA che
vige negli altri paesi. fanno carriera figli, parenti, raccomandati..
ogni tanto bisognerebbe provare a
mettersi dall'altra parte della barricata. UN LAUREATO E` UN INVESTIMENTO,
MERITA DI ESSERE TRATTATO COME UNA RISORSA E NON COME UNA SPESA INUTILE
Inviato da: Anonimo15 April 2013
- 18:21
Capisco cosa intende. Le Università
italiane che si fregiano tanto di essere perfette e di sfornare ogni anno gente
competente, non lo sono affatto. Ho due lauree e praticamente so di sapere ma
di non saper fare. MI TROVO IN GERMANIA IN QUESTO MOMENTO E STO FACENDO UN CORSO DI FORMAZIONE
DOVE MI STANNO FORMANDO DAVVERO, NON COME IN ITALIA. HO APPRESO PIÙ QUI IN DUE
MESI CHE NON IN DUE TRIENNALI UNIVERSITARIE IN ITALIA. Ah dimenticavo, CON PRATICA, PERCHÉ
QUI - NON SARÀ CASUALE - A SCUOLA SI
VA 1/2 GIORNI LA SETTIMANA, I RESTANTI 3/4 SI FA PRATICA SUL CAMPO.
Saluti
Inviato da: gattaccio14 April
2013 - 18:41
Non è casuale: in Italia si è
andati avanti per decenni con una politica industriale basata sulle
svalutazioni competitive ed a questa panacea si vuole ricorrere ora. IL CONCETTO DI
INNOVAZIONE È LONTANO DAL NOSTRO PAESE: meglio i vecchi esperti in sani,
affidabili, economici utensili di pietra che dei giovani pazzi che magari
pretendono di fondere i metalli.
Inviato da: alberto14 April 2013
- 17:45
ma quando capiremo che dire
"laureato" significa dire niente, nulla di nulla?
QUANDO VEDREMO QUESTI NUMERI
DISAGGREGATI PER FACOLTÀ, CORSO DI LAUREA E UNIVERSITÀ DI PROVENIENZA?
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