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giovedì 7 agosto 2014

Platone. La seconda Navigazione. In particolare si pone in primo piano un passo del Fedone , in cui Platone descrive quella che, con un'immagine emblematica, ha chiamato la sua "seconda navigazione" che lo ha portato alla scoperta della vera causa delle cose. La seconda navigazione é una metafora desunta dal linguaggio marinaresco e indica quella navigazione che si intraprende quando cadono i venti e la nave rimane ferma: in tale circostanza si deve por mano ai remi, e in tal modo, con la forza delle braccia, si esce dalla situazione prodotta dall'incombere della bonaccia.


Platone, La seconda Navigazione. 
In ogni grande autore ci sono passi che contengono i cardini del suo pensiero . 
Così avviene anche in Platone , malgrado i limiti da lui imposti alla scrittura . 
In particolare si pone in primo piano un passo del Fedone , in cui Platone descrive quella che, con un'immagine emblematica, ha chiamato la sua "seconda navigazione" che lo ha portato alla scoperta della vera causa delle cose. La seconda navigazione é una metafora desunta dal linguaggio marinaresco e indica quella navigazione che si intraprende quando cadono i venti e la nave rimane ferma: in tale circostanza si deve por mano ai remi, e in tal modo, con la forza delle braccia, si esce dalla situazione prodotta dall'incombere della bonaccia
La "prima navigazione" fatta con le vele al vento corrisponde al tragitto compiuto da Platone sulla scia dei naturalisti e con il loro metodo, che lo ha lasciato in posizione di stallo. La "seconda navigazione", assai più faticosa ed impegnativa, é quella condotta con il nuovo metodo dei ragionamenti che portano al trascendimento della sfera del sensibile e alla conquista del soprasensibile. Questo passo é per molti "una pietra miliare nella storia del pensiero occidentale", in quanto ne segna una svolta decisiva, perchè costituisce "la prima dimostrazione razionale dell'esistenza di un essere oltre quello sensibile, ossia di una realtà soprasensibile e trascendente". 
I problemi più importanti della filosofia (ci dice Platone) risultano strettamente legati al problema della generazione, della corruzione e dell'essere delle cose, e in particolare al problema di fondo del perchè esse nascono, perchè si corrompono, e perchè sono. Ebbene Platone dice, per bocca di Socrate, di essere partito da giovane proprio da questi problemi di fondo e di aver cercato di risolverli sulla scia delle indagini condotte dai filosofi naturalisti. Ma, rimanendo nell'ambito dell'indagine della natura propria di questi filosofi, le risposte a questi problemi risultavano di carattere puramente fisico-naturalistico. La vita deriverebbe dai processi del caldo e del freddo . Il pensiero deriverebbe dal sangue, o dall'aria, o dal fuoco o dal cervello come organo fisico. E in modo analogo si spiegherebbero tutte le altre cose. Ma in realtà questi tipi di spiegazione risultano essere inconsistenti e contradditori e creano difficoltà dalle quali non si può uscire (portano nella posizione di stallo della bonaccia). Fra i filosofi naturalisti, uno poteva sembrare, di primo acchito, in grado di far uscire dalle difficoltà, ossia Anassagora, con la sua dottrina dell' Intelligenza, che dovrebbe essere la vera causa delle cose. Ma a questa affermazione, di per sè eccellente, Anassagora non seppe dare adeguato fondamento. Il metodo di ricerca di carattere naturalistico che egli seguiva, non poteva permetterlo. In effetti, affermare che l'Intelligenza é la causa che ordina e fa essere tutte le cose, significa dire che essa dispone tutte le cose nella migliore maniera possibile. Ma questo implica che l'Intelligenza e il Bene siano connessi in modo strutturale e che la prima si possa ben comprendere solamente in relazione con il secondo. In particolare Anassagora sostenendo la tesi dell'Intelligenza come causa delle cose, avrebbe dovuto spiegare il criterio del meglio in funzione del quale essa opera, con tutto ciò che da questo consegue. Insomma, avrebbe dovuto spiegare come tutti i fenomeni siano strutturati in funzione del meglio, e quindi presupponendo una precisa conoscenza del meglio e del peggio, ossia del Bene e del Male. Ma Anassagora non ha saputo far questo, e non ha collegato l'Intelligenza con il meglio, ossia con il Bene e ha continuato ad assegnare agli elementi fisici un ruolo di causa determinante. Mentre gli elementi fisici sono solo "una causa ausiliare , non la vera causa". E per far ben capire questo suo pensiero, Platone mette in bocca a Socrate un esempio esplicativo divenuto assai noto. Se vogliamo spiegare la vera causa per cui Socrate é venuto in carcere e vi é rimasto, noi non possiamo riferirci a cause fisiche, come ad esempio i suoi organi di locomozione, le sue ossa, i suoi nervi e così via. Dobbiamo invece ricorrere alla scelta da lui fatta con l'Intelligenza del giusto e del meglio. E' evidente che , se non avesse gli organi fisici del suo corpo, Socrate non potrebbe fare le cose che vuole fare; ma egli non agisce a causa di questi organi, ma solo mediante questi organi, in funzione di una causa superiore. La vera causa, ossia la causa reale, é appunto l'Intelligenza di Socrate, che opera in funzione del meglio. Dunque per legare e tenere insieme le cose, occorre guadagnare quel meglio, ossia quel Bene in funzione del quale opera l'Intelligenza, il quale sta al di là del fisico e del sensibile; occorre quindi guadagnare il piano dell'essere intellegibile, o, come si dirà con un termine posteriore, l'essere metafisico. Bisognerà insomma superare il metodo fondato sulle sensazioni e guadagnare il metodo fondato sui "logoi", e mediante esso cercare di cogliere la verità delle cose. E la verità delle cose sta appunto nelle realtà intellegibili, che Platone ha chiamato Idee, pure forme, eterni modelli delle cose, rispetto alle quali le cose sensibili sono un mezzo o strumento di realizzazione, non quindi l'essenza delle cose, ma ciò mediante cui l'essenza si realizza nella sfera del sensibile. Platone fa esempi molto chiari. Se vogliamo spiegare le cose belle, noi non possiamo fare riferimento agli elementi fisici da cui sono costituite, come ad esempio il materiale di cui sono fatte, il colore, la figura fisica e simili; dobbiamo invece ricorrere all'idea del bello, ossia la bellezza in sè .

http://www.filosofico.net/navigaz.html





lunedì 14 luglio 2014

Lou Marinoff. Platone é meglio del Prozac. I farmaci non forniscono risposte, mentre secoli di riflessione filosofica rappresentano un tesoro prezioso. I più importanti pensatori della storia si sono posti i nostri stessi interrogativi e hanno lasciato idee e linee di condotta a nostro beneficio. Perché se i farmaci non possono cambiare la nostra vita, la filosofia può farlo.

I farmaci non forniscono risposte, mentre secoli di riflessione filosofica rappresentano un tesoro prezioso.
I più importanti pensatori della storia si sono posti i nostri stessi interrogativi e hanno lasciato idee e linee di condotta a nostro beneficio. Perché se i farmaci non possono cambiare la nostra vita, la filosofia può farlo.
Lou Marinoff,  "Platone é meglio del Prozac"



lunedì 24 giugno 2013

mercoledì 5 giugno 2013

Jung e Platone. PLATONE RITIENE CHE LE IDEE RISIEDANO OLTRE IL CIELO CONVENZIONALE (IPERURANIO) e che l'anima prima di entrare in un corpo le contempli e, pertanto, SECONDO QUESTA CONCEZIONE, L'ESSERE UMANO, IN VITA ACQUISISCE LA CONOSCENZA ATTRAVERSO IL RICORDO DI QUELLA STRABILIANTE VISIONE. TRADUCIAMO IN TERMINI ARCHETIPICI JUNGHIANI: L'ANIMA/PSICHE È DEPOSITARIA DI UN PATRIMONIO CONOSCITIVO CHE DERIVA DAL SUO RAPPORTO CON GLI ARCHETIPI OSSIA CON "LE IMMAGINI PRIMORDIALI"


Per Platone (Timeo) i quattro elementi non sono il fondamento della realtà materiale, ma sono a loro volta composti di qualcosa di più basilare: I TRIANGOLI. La matematica assume importanza fondamentale, e I TRIANGOLI VANNO A COSTITUIRE DEI SOLIDI COSÌ PICCOLI DA RISULTARE INVISIBILI, ma che in grandi quantità appaiono come, appunto, i quattro elementi: la terra corrisponde al cubo, l'aria all'ottaedro, l'acqua all'icosaedro e il fuoco al tetraedro. Inoltre viene teorizzato un quinto solido, il dodecaedro, che funge da elemento decorativo del cosmo e la cui funzione non è ben precisata; in epoche successive (già lo scolaro Aristotele) questo elemento sarà identificato con L'ETERE O QUINTESSENZA.




 
Junghiani si nasce... a cominciare da Platone...


modestamente Platone "lo nacque"  ma OGNUNO ALLA FINE PUÒ DIVENTARE SOLO SE STESSO...."Fortunatamente non sono junghiano" diceva il maestro di Zurigo...ma non smentì mai se rimase alla fine "solo" platonico... o attraversò completamente il PONTE CHE CONDUCE DAL NEOPLATONISMO ALL'ERMETISMO (anche se le due realtà filosofiche e conoscitive non sono in realtà in opposizione,ma si integrano complementariamente)...

FACEVA BENE JUNG A DIRE CHE NON ERA JUNGHIANO, basta vedere come è finita a Cristo con i cristiani, ecc....Anche qui c'è una venatura di puro scherzo...
[…] a mio avviso la sincronicità è nel tempo e fuori dal fluire ordinario del tempo


credo che lasciò aperto e in divenire questo attraversamento verso il paradigma ermetico-sapienziale...Alcuni di noi ci stanno lavorando!!

Che Platone sia junghiano è solo un paradosso ma CHE GLI ARCHETIPI DI JUNG DERIVINO DALLE IDEE DI PLATONE È SOLO APPROPRIATA GENEALOGIA.

Salve Vincenzo, potresti spiegarmi, per favore, A COSA RICONDUCI LA PARENTELA FRA ARCHETIPO JUNGHIANO E IDEA PLATONICA?

Rispondo a Nicolò Palazzo. Certamente ricorderai che PLATONE RITIENE CHE LE IDEE RISIEDANO OLTRE IL CIELO CONVENZIONALE (IPERURANIO) e che l'anima prima di entrare in un corpo le contempli e, pertanto, SECONDO QUESTA CONCEZIONE, L'ESSERE UMANO, IN VITA ACQUISISCE LA CONOSCENZA ATTRAVERSO IL RICORDO DI QUELLA STRABILIANTE VISIONE. TRADUCIAMO IN TERMINI ARCHETIPICI JUNGHIANI: L'ANIMA/PSICHE È DEPOSITARIA DI UN PATRIMONIO CONOSCITIVO CHE DERIVA DAL SUO RAPPORTO CON GLI ARCHETIPI OSSIA CON "LE IMMAGINI PRIMORDIALI" (così li chiama Jung in: Tipi psicologici, ecc,) a cui si informa la nostra psiche. Il parallelismo è evidente e lo diviene ancora di più se ricordiamo che Platone elenca tre tipi di relazione tra le Idee e la realtà:
Ÿ         quella MIMETICA, secondo cui vi sono oggetti/soggetti la cui forma è un riflesso di quella originaria esistente nella corrispondente Idea iperuranica;
Ÿ         quella della "METESSI" per cui l'oggetto/soggetto partecipa alle peculiarità fondamentali che risiedono in originale (diremmo noi) nell'iperuranio;
Ÿ         quella della PARUSÌA per cui sono le Idee ad abitare dentro gli oggetti/soggetti e ne rappresentano, in qualche modo, l'intima essenza, l'anima.
Ti ricordo che LA PAROLA IDEA DERIVA DALLA RADICE "ID" DEL VERBO GRECO "ORÀO" CHE VUOL DIRE VEDERE. ECCO PERCHÈ JUNG PARLA DI "IMMAGINI" PRIMORDIALI RIFERENDOSI AGLI ARCHETIPI, ossia ad una filiazione psicologica di una visione, quella platonica che è molto più vasta in quanto riguarda l'intera sfera delle cose esistenti e il loro rapporto con il mondo (Iperuranio) delle Idee.


Ti ringrazio. Credevo che il parallelismo fosse solo in termini di "immagine primordiale" senza tenere conto del gap eventualmente ontologico-epistemologico, ma vedo che non è così Preziosissimo intervento.

venerdì 17 maggio 2013

Paul Auster. La musica del caso. Ho avuto a che fare con i numeri per tutta la vita, certo, e dopo un po' cominci a sentire che ogni numero ha la sua personalità. Un dodici è molto diverso da un tredici, per esempio. Il dodici è retto, coscienzioso, intelligente, mentre il tredici è un solitario, un losco personaggio che non ci pensa due volte a infrangere la legge per ottenere ciò che vuole. L'undici è un duro che ama la vita all'aria aperta, gli piace vagare nei boschi, scalare montagne; il dieci è un semplicione, una figura mite che fa sempre quello che gli si dice; il nove è mistico e profondo, un Buddha contemplativo." […] "I numeri hanno un'anima, e se si entra in contatto con loro non si può fare a meno di avere un rapporto personale."

«Quando sei perso, guardati intorno. Dubita di tutto e cancellalo. Hai una sola certezza: tu sei li. Lo sei perché c’è il tuo corpo e tu sei il tuo corpo. Il tuo corpo è spazio che hai attraversato, ma anche tempo che ti ha reso ciò che sei. Il tempo te lo porti scritto addosso: le cicatrici sono parole e le parole sono cicatrici».
Paul Auster, “Diario d’inverno”


«La sua vita non sembrava più svolgersi nel presente.
Ogni volta che vedeva un bambino, cercava di immaginarsi che aspetto avrebbe avuto da adulto.
Ogni volta che vedeva un vecchio, provava a immaginarsi che aspetto avesse avuto da bambino.
Con le donne era peggio, specie quando erano giovani e belle. Non poteva fare a meno di guardare attraverso la pelle del loro volto, immaginando il teschio anonimo che celava. E piú bello era il viso, piú strenuo lo sforzo di cercarvi le tracce invasive dei futuro: rughe incipienti, preannunci di lassità del collo, un lampo d'amarezza negli occhi. Sovrapponeva l'uno all'altro viso: una donna a quarant'anni, la stessa a sessanta, la stessa a ottanta; come se, proprio mentre viveva nel presente, si sentisse obbligato a porsi sulle tracce del domani, a stanare la morte che abita in ognuno di noi».
Paul Auster, “L’invenzione della solitudine”



«Credo malgrado tutto che ogni persona sia sola, tutto il tempo. Si vive soli. Gli altri ci stanno intorno, ma si vive soli. Ognuno è come imprigionato nella sua testa, e tuttavia noi siamo quello che siamo solo grazie agli altri. Gli altri ci “abitano”. Per “altri” si deve intendere la cultura, la famiglia, gli amici. A volte possiamo cogliere il mistero dell’altro, penetrarlo, ma è talmente raro! È soprattutto l’amore a permettere un incontro di questo genere. Circa un anno fa, ho ritrovato un vecchio quaderno dei tempi in cui ero studente. Lì prendevo appunti, fermavo delle idee. Una citazione mi ha particolarmente impressionato: «Il mondo è nella mia testa. Il mio corpo è nel mondo». Avevo diciannove anni, e questa continua a essere la mia filosofia. I miei libri non sono nient’altro che lo sviluppo di questa constatazione».
Paul Auster, da un’intervista a Paris Review



Ho avuto a che fare con i numeri per tutta la vita, certo, e dopo un po' cominci a sentire che ogni numero ha la sua personalità. Un dodici è molto diverso da un tredici, per esempio. Il dodici è retto, coscienzioso, intelligente, mentre il tredici è un solitario, un losco personaggio che non ci pensa due volte a infrangere la legge per ottenere ciò che vuole. L'undici è un duro che ama la vita all'aria aperta, gli piace vagare nei boschi, scalare montagne; il dieci è un semplicione, una figura mite che fa sempre quello che gli si dice; il nove è mistico e profondo, un Buddha contemplativo." […] "I numeri hanno un'anima, e se si entra in contatto con loro non si può fare a meno di avere un rapporto personale."
Paul Auster, La musica del caso, traduzione di Massimo Birattari, Einaudi, 2009.




Conrad l'ha detto con meno parole. "Si vive come si sogna, soli" Cuore di tenebra.




...è una consapevolezza che quando si libera del senso della solitudine può esplodere nella gioia del libero amore del sè nell creato circondati dagli altri sè






è insito nella natura umana, bisogna accettarlo e costruirci sopra dei rapporti realistici e sani



Condivido il parallelismo fra Conrad e Auster


mercoledì 7 novembre 2012

Benedetto Croce. La maggior parte dei professori hanno definitivamente corredato il loro cervello come una casa nella quale si conti di passare comodamente tutto il resto della vita. Da ogni minimo accenno di dubbio vi diventano nemici velenosissimi, presi da una folle paura di dover ripensare il già pensato e doversi rimettere al lavoro. Per salvare dalla morte le loro idee preferiscono consacrarsi, essi, alla morte dell’intelletto

La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruttrice. 
Benedetto Croce


La maggior parte dei professori hanno definitivamente corredato il loro cervello come una casa nella quale si conti di passare comodamente tutto il resto della vita. Da ogni minimo accenno di dubbio vi diventano nemici velenosissimi, presi da una folle paura di dover ripensare il già pensato e doversi rimettere al lavoro. Per salvare dalla morte le loro idee preferiscono consacrarsi, essi, alla morte dell’intelletto.
Benedetto Croce


Non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini. 
Abbiamo solo bisogno di più gente onesta.
Benedetto Croce


Strani questi italiani: sono così pignoli che in ogni problema cercano il pelo nell'uovo. E quando l'hanno trovato, gettano l'uovo e si mangiano il pelo.
Benedetto Croce



BORGES. «La poesia è sempre misteriosa, io credo».
SCIASCIA. «Lei, cosa pensa del saggio di Benedetto Croce su Dante?».
BORGES. «Non mi piace. È fra le cose più povere che abbia scritto Croce. A Croce non piaceva Dante, credo, gli piaceva Ariosto. Quando dice, per esempio, che quell'episodio sul ponticello doveva essere soppresso, credo commetta un errore. Mi sono sentito defraudato da quel saggio».
SCIASCIA. «È un saggio piuttosto sciocco, direi. Riduce la "Divina Commedia" a una specie di colabrodo, tutta buchi di non poesia. L'idea di Croce di poesia e non poesia non è un'idea molto sottile».
BORGES. «Questo vuol dire che Croce non capiva molte cose; era una persona molto intelligente, però c'erano cose che non capiva, anzi che non sentiva».
SCIASCIA. «Era un grand'uomo ottuso».
BORGES. «Non so, forse lui come italiano del sud sentiva meno...».
SCIASCIA. «Anch'io sono un italiano del sud però... Croce, come critico, non so cosa abbia capito; non ha capito Pirandello, non ha capito De Roberto, Dante lo ha ridotto a un colabrodo, Manzoni non andava; di Mallarmé pure non ha capito un gran che».
BORGES. «Però è simpatico Croce come persona, un grande...».
SCIASCIA. «Sì, è un grand'uomo. Per me era un grande storico locale, soprattutto come storico di Napoli è straordinario. Ma nella critica letteraria ha fatto più danni che la grandine».
BORGES. «Io però salvo lo stile di Croce. L’accento di Croce, la lezione di Croce, l’intonazione di Croce, la cadenza. Personalmente com’era? Lo ha conosciuto?».
SCIASCIA. «No, mai».
Leonardo Sciascia e Jorge Luis Borges all'Excelsior.






 

lunedì 3 settembre 2012

James Hillman. Fuochi blu. La scritta "Cucina casalinga" potrà forse servire ad attirare clienti in trattoria, ma per molti il desco familiare é stato il luogo del trauma. Studi condotti su famiglie con problemi individuano nel pasto comune il più importante punto di concentrazione delle tensioni familiari. E' a tavola che tendono a scoppiare le liti su questioni di danaro, di politica o di morale.

"Invece la mia visione del mondo si fonda sull' "attaccamento": viviamo in una "Gemeinschaft", non siamo monadi. Coloro che scelgono l'altra via, la via del distacco, che se ne vadano sul Monte Athos o in Tibet, dove non c'é bisogno di essere coinvolti nelle miserie della vita quotidiana. L'attaccamento al mondo, la continuità con il mondo sono invece molto importanti e, secondo me, le discipline spirituali sono parte del dissesto del mondo. Lo abbandonano al suo inquinamento, ai suoi veleni, alla sua corruzione e se ne stanno al sicuro nelle loro posizioni, protette dalla loro filosofia difensiva."
James Hillman, Fuochi blu


James Hillman si mette a conversare con i mitografi della Grecia arcaica, con il presocratico Eraclito, con il magus rinascimentale Marsilio Ficino, con i filosofi moderni Karl Jasper e A. N. Withehead e, incessantemente, con Freud e Jung e, in questa comunità di sapienti scomparsi, scopre una continua e vitale re-visione della psicologia. Per questa ragione gli psicologi lo trovano più difficile che non i letterati, gli artisti o chi si occupa di teatro, cinema e danza; costoro possiedono l'orecchio metaforico e la sensibilità per la forma necessari ad intenderlo.
Thomas Moore in "Fuochi blu"


"Come mai stiamo diventando una nazione di analfabeti? Diamo la colpa alla televisione e al computer, ma essi non sono cause, bensì effetti di una condizione preesistente che li ha sollecitati. Televisione e computer sono arrivati per colmare un vuoto. Il leggere non dipende soltanto dal saper disporre in ordine le parole o le lettere all'interno delle parole. Il leggere dipende dalla capacità della psiche di entrare nell'immaginario".
James Hillman, Fuochi blu

Da un punto di vista archetipico ciò che conta non é tanto il fatto di sentirsi colpevoli, quanto, piuttosto, "verso chi" ci sentiamo colpevoli: a quale persona della psiche appartiene la mia afflizione, entro quale mito si colloca, e rivela forse un obbligo? Quali figure, e in quali complessi, avanzano in quel momento le loro rivendicazioni?
James Hillman, Fuochi blu


Si é anche al servizio di un'altra, invisibile, famiglia una sorta di forza archetipica. Col passare del tempo cresce dentro la nostra psiche il senso del suo potere, come se avvertissimo muoversi nella nostra carne la sua struttura ossificata, un potere che ci mantiene asserviti a schemi rinchiusi nei nostri atteggiamenti e abitudini più intimi. Da questa famiglia interiore non siamo mai liberi.
James Hillman, Fuochi blu


L'orizzonte della psiche, oggigiorno, si é contratto, si é ridotto al personale e la nuova psicologia dell'umanesimo incoraggia l'omuncolo presuntuoso in riva al grande oceano, che si rivolge a se stesso per domandarsi come si sente oggi e riempie il suo questionario, calcola il suo test della personalità. Egli ha abbandonato l'intelletto e ha interpretato l'immaginazione per potersi identificare tutto con le sue "esperienze viscerali" e i suoi "problemi emotivi"; la sua anima ha finito per assimilarsi ad essi.
James Hillman, Fuochi blu

Mentre ammettiamo che l'illuminazione, la segnaletica e la manutenzione stradali possano riguardare la vita della collettività e vadano finanziati con le tasse, opponiamo resistenza all'idea di pagare per essere trasportati lungo quelle medesime strade pubbliche. Il trasporto pubblico sembra violare la nostra identità di individui semoventi, al punto che, mentre per la "fantasia automobilistica", paghiamo senza protestare ogni sorta di imposta, siamo riluttanti a promuovere e spendere per il trasporto pubblico perché questo ci toglierebbe di mano il volante, la ruota del destino.
James Hillman, Fuochi blu


Gli psicopatici sono bravissimi nel valutare le situazioni e nell'accattivarsi il prossimo. Percepiscono, valutano, connettono, sfruttando tutte le occasioni.
Di qui il loro successo nel manipolare gli altri.
Dove lo psicopatico é molto meno versato é nell'immaginare l'altro al di fuori di una fantasia di utilità: nell'immaginare l'altro come autentica interiorità, con bisogni, intenzioni e sentimenti propri.
Una educazione che, in qualunque modo, trascuri l'immaginazione é una educazione alla psicopatia.
E' una educazione che dà come risultato una società sociopatica di sfruttamento dell'altro.
Impariamo come gestire gli altri e diventiamo una società di manipolatori.
James Hillman, Fuochi blu


La scritta "Cucina casalinga" potrà forse servire ad attirare clienti in trattoria, ma per molti il desco familiare é stato il luogo del trauma. Studi condotti su famiglie con problemi individuano nel pasto comune il più importante punto di concentrazione delle tensioni familiari. E' a tavola che tendono a scoppiare le liti su questioni di danaro, di politica o di morale.
James Hillman, Fuochi blu

Le grandi riunioni di famiglia, più che assomigliare a un raduno, sono in realtà uno spettacolo di una comicità irresistibile, che servono anche a far uscire allo scoperto le nostre personali bizzarrie. Anche noi, dopotutto, sembriamo, e siamo, piuttosto strani agli occhi dei parenti.
James Hillman, Fuochi blu


Ermes-Mercurio oggi è dovunque. Vola per l'etere, viaggia, telefona, è nei mercati, e gioca in borsa, va in banca, commercia, vende, acquista, e naviga in Rete. Seduto davanti al computer, te ne puoi stare nudo, mangiare pizza tutto il giorno, non lavarti mai, non spazzare per terra, non incontrare mai nessuno, e tutto questo continuando a essere connesso via Internet. Questa è Intossicazione Ermetica.
James Hillman



"Se il problema contiene un terzo elemento misterioso, irresistibile, affascinante, questo non può che essere un oggetto d'amore o un punto dove si nasconde l'amore stesso: proprio lì in quel problema. Ciò significa che i problemi sono, contro ogni apparenza, una cosa buona, o, si potrebbe dire, più che problemi sono emblemi, come gli emblemata rinascimentali...I problemi ci tengono in vita, forse per questo non se ne vanno mai. Che cosa sarebbe la vita senza di essi? Totalmente sedata e senza amore. Dentro ciascun problema è nascosto un amore segreto".
James Hillman


"Esse est percipi"
Noi siamo fenomeni offerti alla vista. Essere è in primo luogo essere visibili. Il lasciarsi passivamente vedere apre una possibilità di benedizione. Perciò noi cerchiamo amanti e mentori e amici, affinchè possiamo essere visti, ed essere benedetti.
James Hillman


«La parola “idea” trae, probabilmente, origine dalla parola greca eidos, che significa qualcosa visto come una forma, ma anche un modo di vedere, come un punto di vista, una prospettiva. Dunque le idee non sono soltanto delle cose che puoi prendere e ponderare; ti danno anche dei punti di vista, dei nuovi modi di vedere le cose. Le idee sono già operanti nelle nostre prospettive, nel modo in cui guardiamo le cose. Noi diamo per scontate le nostre idee consuete, e quindi non siamo noi ad avere le idee ma le idee hanno noi»
James Hillman, 1992/1998


"La moderna visione del mondo limita l’idea della soggettività alle persone umane. Essa poggia sull’idea cristiana della persona umana come vero centro focale del divino e sola portatrice d’anima. Un altro fondamento dell’idea moderna di persona è la psicologia di Descartes che immagina un universo suddiviso in soggetti viventi e oggetti morti, senza uno spazio per alcunché di intermedio, di ambiguo e di metaforico. L’uomo è in primo luogo un artefice di immagini e la nostra sostanza psichica è formata di (da) immagini; il nostro essere è un essere immaginale, un’esistenza nell’immaginazione. Siamo davvero fatti della sostanza di cui son fatti i sogni". 
James Hillman


".... considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è un’idea utile. I traduttori del greco antico rendono a volte con “trama” la parola mythos.
Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti."
James Hillman, La forza del carattere


"La più gran conquista in assoluto è la padronanza della metafora. Si tratta di qualcosa che non può essere appresa dagli altri ed è anche un segno di genialità, giacché una buona metafora implica la percezione intuitiva delle somiglianze tra oggetti dissimili."
Aristotele
(citato in "Il cervello quantico" di Jeffrey Satinover)


In quel giardino io ero nella Psiche, mi accorgevo che tutto era psicologia intorno a me, tutto parlava psicologicamente. Il mondo è come un giardino in quanto si manifesta; è un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti; è anche un mondo di intuizioni, di metafore, di insegnamenti - a disposizione di ogni anima che passa - dati con la facilità dei riflessi sul lago: il giardino rende più intellegibile e più bella l'interiorità dell'anima."
James Hillman


“Chi ho avuto come insegnante? Parigi o Dublino! Sono convinto, veramente, assolutamente, che ciascuno di noi sia plasmato dai luoghi, dalla cultura, dalle atmosfere, dall’Anima del Mondo in cui mangia e dorme, dalle conversazioni, dagli amori: tutti sono collocati, appartengono a un luogo. Parigi nel 1947-48, Dublino nel 1949-50. Grandi insegnanti. Quando ripenso a quel periodo dopo la guerra e a quelle città e a quelle persone sono portato a credere che sia stato allora che per la prima volta ho sentito i piaceri del pensiero. Nelle scuole e nelle università in cui ero stato prima, c’era apprendimento, ma non c’era molto piacere e non c’era neppure pensiero”.
James Hillman


“[…] quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato,si presentavano a Lachesi. A ciascuno ella dava come compagno il genio (daimon) che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino da lei scelto. E il daimon guidava l'anima anzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino prescelto è ratificato. Dopo il contatto con Cloto, il daimon conduceva l'anima alla filatura di Atropo per rendere irreversibile la trama del suo destino. Di li', senza voltarsi, l'anima passava ai piedi del trono di Necessità”.
James Hillman



James Hillman, Il gioco della guerra
“ Forse il problema non è tanto il realismo pervasivo dei videogiochi o delle playstations; più importante è l’apprendimento di abilità che essi favoriscono. Quei giochi sono dei maestri migliorano la capacità di controllare più punti contemporaneamente, affinano la coordinazione dito-occhio, ampliano la coscienza periferica e altri aspetti dell’acuità visiva. E la prontezza di riflessi è una qualità indispensabile in combattimento, tanto più quando la guerra vera, sulle corazzate, sui bombardieri, con i lanciamissili o alla guida di carri armati, è condotta con strumenti analoghi. Mettere al bando le armi giocattolo, proibire i programmi violenti non renderà i ragazzi meno preparati per fare la guerra, fintanto che essi avranno accesso alla loro attrezzatura digitale. Lo smanettone fanatico, che passa tutto il tempo libero nella sua cameretta davanti al computer, la punta delle dita guizzante come la lingua di un serpente, si trova al centro addestramento reclute e, benché non scenda mai «in strada» o non abbia mai visto una ferita sanguinante, ha un enorme vantaggio sui ragazzini dei paesi disperati che si addestrano nella loro particolare marca di terrorismo tirando pietre o appostandosi dietro i muri con un bazooka sulle gracili spalle. La guerra vera è condotta virtualmente e la Pax americana sarà garantita da smanettoni diventati adulti.
Le menti portate alla censura non prestano attenzione alla strumentalizzazione; vedono solamente il «che cosa» e non il «come». Per esempio, la tesi di coloro che si schierano contro la violenza nei videogiochi e alla televisione dice che, presentando alle anime impressionabili dei bambini gli orrori della guerra come se fossero un gioco, uno spettacolo, li prepariamo alla guerra. La guerra viene in tal modo resa familiare, eccitante, interattiva e innocua. Perfino se il programma è proposto con l’intento esplicito di scoraggiare la violenza, ciò che vedi è la violenza ed è questa che passa, e che agirai. La violenza, dicono, genera violenza.
Forse è vero che la violenza genera violenza; quello che è certo è che la violenza innocua, in cui nessuno si fa del male, genera innocenza, che letteralmente significa «inoffensività».
Il maggior danno procurato dalle immagini televisive violente consiste nel fatto che esse contribuiscono alla violenza americana ‹indirettamente›, vale a dire mantenendo intatta la nostra endemica malattia nazionale: l’ignoranza del lato d’ombra della vita, anzi il rifiuto ossessivo di conoscerlo, l’innocenza come droga. (Ben diverso è il modo in cui prendono coscienza della violenza i bambini della Palestina, della Cambogia, della Bosnia, dell’Africa o anche del South Central a Los Angeles!). È perché incoraggia l’innocenza che la violenza televisiva contribuisce alla violenza americana. L’americano innocente è l’americano violento (il che è come ci percepiscono di solito le altre nazioni).”
JAMES HILLMAN (1926 – 2011), “Un terribile amore per la guerra”, trad. di Adriana Bottini, Adelphi, Milano 2005 (I ed.), 3. ‘La guerra è sublime’, pp. 162 – 164.


Opera: "Dio Architetto dell'Universo". 
Illustrazione tratta da una Bibbia Francese del XIII secolo
 raffigurante il creatore del mondo come un Architetto 
che con il compasso definisce il cerchio della terra.






http://vimeo.com/58783215

Errata Corrige : Non è chiaramente il neuroscienziato 
Gerard Edelman che parla bensì James Hillman:









mercoledì 29 agosto 2012

La mente come l'acqua prende ogni forma, per cui vigila dove si posa, dove entra, che pensiero alberga, i tuoi pensieri ti diranno dove il tuo cuore sta mettendo radici: se pensi solo al calcio il tuo spirito diventa sportivo, se pensi solo ai soldi il tuo spirito diventa affarista, se pensi solo al sesso avrai uno spirito morboso, se pensi solo alla religione avrai uno spirito moralista o isolato


 
LA MENTE INFORME ED INFORMA TUTTO.
"La mente simile all'acqua, cede a qualsiasi cosa vi venga immersa. Giacchè si ritira sempre, non può essere danneggiata a meno che tu la congeli prigioniera del freddo dell'oblio, però quando non rifletti, è acqua stagna, potreste colpirla all'infinito con un coltello senza lasciare neppure un taglio, e non vi opporrebbe mai resistenza".
La mente come l'acqua prende ogni forma, per cui vigila dove si posa, dove entra, che pensiero alberga, i tuoi pensieri ti diranno dove il tuo cuore sta mettendo radici: se pensi solo al calcio il tuo spirito diventa sportivo, se pensi solo ai soldi il tuo spirito diventa affarista, se pensi solo al sesso avrai uno spirito morboso, se pensi solo alla religione avrai uno spirito moralista o isolato, ecc... non lasciare mai che la tua mente si fermi in un solo pensiero stagno; nella preghiera essa deve tendere alla quiete altrimenti, come l'acqua mossa, non riflette la verità che vi si rispecchia... la preghiera ti rivelerà il fluire della mente in tutte le direzioni della natura.
 

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