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lunedì 24 febbraio 2014

Edward Mordake (o Edward Mordrake ) era il nome dato ad un apocrifo erede del 19 ° secolo a un imprecisato inglese nobile che è stato detto di aver sofferto di una forma di Diprosopus. Secondo le fonti, aveva un volto aggiuntivo sulla parte posteriore della sua testa, che non poteva né mangiare né parlare ad alta voce, anche se è stato descritto in grado di ridere e piangere. Edward ha implorato i medici di rimuovere il secondo volto, sostenendo che gli sussurrava di notte, ma nessun medico avrebbe tentato l'intervento. Si suicidò quando aveva soltanto 22 anni.

Edward Mordake (o Edward Mordrake ) era il nome dato ad un apocrifo erede del 19 ° secolo a un imprecisato inglese nobile che è stato detto di aver sofferto di una forma di Diprosopus. Secondo le fonti, aveva un volto aggiuntivo sulla parte posteriore della sua testa, che non poteva né mangiare né parlare ad alta voce, anche se è stato descritto in grado di ridere e piangere. Edward ha implorato i medici di rimuovere il secondo volto, sostenendo che gli sussurrava di notte, ma nessun medico avrebbe tentato l'intervento. Si suicidò quando aveva soltanto 22 anni.

La storia è stata contestata in passato e probabilmente è stata arricchito con elementi di fantasia. 
La descrizione delle condizioni di Edward Mordake è in qualche modo simili a quelle di Chang Tzu Ping e Pasqual Pinon . Sia Mordake e Pinon sono presenti i due casi molto particolari su un elenco di 10 persone con arti extra in The Book of Lists edizione del 1976.

Il testo del 1896 Anomalie e curiosità della medicina cita una versione della storia, ed Edward ora è stato descritto in molti testi, giochi e canzoni.

Fonte:http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Mordake



Chang Tzu Ping : l’homme chinois à deux visages
Le contenu de cet article peut heurter la sensiblité de certaines personnes.
Ce vieux document vidéo présente Chang Tzu Ping, un agriculteur chinois qui possède deux visages suite à une malformation. Sa seconde face se compose d'une petite bouche comportant une langue et plusieurs dents, un crâne avec le cuir chevelu, de petits yeux, un nez et des oreilles. Dans son petit village, il était craint par les enfants qui pensaient qu'il était un monstre. À l'âge de 40 ans, il subira une opération chirurgicale pour se faire retirer cette seconde tête, avant de retourner dans son village.

Le document vidéo original et rare de Chang Tzu Ping, l’homme chinois à deux visages.

http://www.spi0n.com/chang-tzu-ping-lhomme-chinois-a-deux-visages/



Foto: (Visita la nostra pagina - ► Pianeta blu◄ - per ulteriori foto e notizie)
Edward Mordake (o Edward Mordrake ) era il nome dato ad un apocrifo erede del 19 ° secolo a un imprecisato inglese nobilte che è stato detto di aver sofferto di una forma di Diprosopus . Secondo le fonti, aveva un volto aggiuntivo sulla parte posteriore della sua testa, che non poteva né mangiare né parlare ad alta voce, anche se è stato descritto in grado di ridere e piangere. Edward ha implorato i medici di rimuovere il secondo volto, sostenendo che gli sussurrava di notte, ma nessun medico avrebbe tentato l'intervento. Si suicidò quando aveva soltanto 22 anni.
La storia è stata contestata in passato e probabilmente è stata arricchito con elementi di fantasia. La descrizione delle condizioni di Edward Mordake è in qualche modo simili a quelle di Chang Tzu Ping e Pasqual Pinon . Sia Mordake e Pinon sono presenti i due casi molto particolari su un elenco di 10 persone con arti extra  in The Book of Lists edizione del 1976.
Il testo del 1896 Anomalie e curiosità della medicina cita una versione della storia,  ed Edward ora è stato descritto in molti testi, giochi e canzoni. 
Fonte:http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Mordake

Condiviso da: Weird Facts



http://youtu.be/pwfdTndbNfA




Pasqual Pinon, era conosciuto come il messicano con due teste ed era un grande attrazione del Sells Floto Circus nei primi anni del 1900. La storia dice che Pinon, fuggito dal Messico dopo aver perso il ranch di famiglia, a causa della sua unica deformità è stato in grado di mostrare se stesso per una notevole quantità di denaro e sostenere la sua famiglia di sette personeLa seconda testa era costantemente immobile, la sua bocca chiusa e gli occhi vuoti e inespressivi. La mancanza di movimento è dovuta a un ictus che Pinon ha subito a 20 anni di età. 
Pinon non dava spettacolo, la maggior parte delle sue prestazioni consisteva semplicemente nel sedersi e, occasionalmente, sollevare il suo mento in aria per mostrare meglio la connessione tra la naturale e la piccola testa secondaria. 

L'intera storia della sua origine è, ovviamente, falsa. Mentre è del tutto possibile avere due teste complete, una condizione nota come craniopagus parasiticus, la testa "di troppo" è sempre situata al rovescio sulla sommità del capo principale - come nel caso di un ragazzo del Bengala vissuto nel 1700. Il secondo capo di Pinon era un falso. 

La vera storia di Pasqual Pinon è in realtà più interessante nella sua stranezza. Pinon era effettivamente una ferroviere del Texas, a cui è cresciuto un grande tumore benigno sulla parte superiore della sua testa. Egli è stato scoperto da un promotore nel 1917, mentre lavorava sulle rotaie. Per qualche ragione il promotore ha pensato che l'enorme tumore sporgente di Pinon non era abbastanza strano e ha deciso di creare una falsa faccia con una maschera di cera. Maschera che ha fatto nascere il mito del messicano con due teste. Alcune voci sostengono che la maschera fosse fatta d'argento e impiantata chirurgicamente sotto la pelle, tuttavia, è altamente improbabile. Altre voci sostengono che questo manufatto d'argento rese Pinon matto. Anche in questo caso, è più probabile che si tratti di invenzioni del promotore. Ciò che è accaduto a Pinon dopo questa storia è sconosciuto. Si presume che si sia ritirato e abbia ripreso la sua vita come operaio, con un po' meno cose per la mente.
http://thepolloweb.blogspot.it/2010/03/pasqual-pinon-l-con-due-teste.html







martedì 27 novembre 2012

Tahar Ben Jelloun. Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste sono cose relative. Ciascun volto è simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. E' trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi

Non si ritorna mai 
da così lontano 
come da se stessi.
Tahar Ben Jelloun 


Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste sono cose relative. Ciascun volto è simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. E' trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi. 
Tahar Ben Jelloun


Alla scuola coranica non c'era tempo per farsi degli amici. 
Ci depositavano al mattino nella piccola moschea del quartiere. Toglievamo le scarpe, ci sedevamo sulle stuoie dure e ripetevamo all'infinito i versetti del giorno. Dovevamo imparare il Corano a memoria. Il maestro - “fqih” - enunciava la prima frase e noi la ripetevamo dopo di lui in coro. Che piacere può provare un bambino di cinque anni a imparare a memoria versetti di cui non comprende il senso? Inoltre non avevamo ricreazione. Si andava avanti tutta la mattina. A mezzogiorno lasciavamo la scuola augurandoci di non tornarci più. Al pomeriggio ci tornavamo, approfittando della sonnolenza del fqih per dire qualsiasi cosa.
Il mio vicino avrebbe potuto diventare mio amico. Mi teneva un posto accanto a lui e, come me, smaniava d'impazienza all'avvicinarsi del mezzogiorno. Provavamo lo stesso senso di costrizione, ma non osavamo dirlo ai mostri genitori.
Lo fqih aveva un bastone abbastanza lungo per svegliare i bambini che si addormentavano in fondo all'aula. Non lo amavamo. Era un brutto vecchio. Aveva una barba chiazzata e sporca. Aveva lo sguardo cattivo. Ci domandavamo perché. In ogni caso a lui non piaceva il mio amico, Hafid, che aveva la testa grossa in modo anormale. Gli rimproverava di non essere come gli altri ragazzi. Non capivo quel suo modo di fare.
Avremmo potuto, Hafid e io, diventare buoni amici se la morte non l'avesse portato via durante l'anno.
Tahar Ben Jelloun, L’amicizia, Einaudi 
(collana Tascabili; traduzione di Egi Volterrani), 1999⁹; pp. 4-5.
[Edizione originale: La soudure fraternelle, Arléa, Paris, 1994]



L’amicizia è una religione senza Dio né Giudizio finale.
E non c’è neppure il diavolo.
Una religione che non è estranea all’amore.
Ma un amore dove la guerra e l’odio sono proscritti, dove il silenzio è possibile.
Potrebbe essere lo stato ideale dell’esistenza.
Uno stato tranquillo. Un legame necessario e raro.
Non sopporta impurità alcune.
L’altro, di fronte, la persona che si ama, non è solamente uno specchio che riflette, è anche l’altro se stesso sognato.
L’amicizia perfetta dovrebbe essere una sorta di solitudine felice, spurgata dai sentimenti d’angoscia, di rifiuto e di isolamento.
Non si tratta di una semplice storia di sdoppiamento nella quale l’immagine di sé sarebbe passata attraverso un filtro, un esame che dovrebbe ingrandire i difetti e le carenze e ridurre le qualità.
Lo sguardo dell’amico dovrebbe riconsegnarci la nostra immagine considerata in modo esigente.
L’amicizia allora consisterebbe in questa reciprocità senza sfasature, guidata dallo stesso principio di amore: il rispetto che ciascuno deve a se stesso se vuole che gli altri glielo ricambino, naturalmente.
Tahar Ben Jelloun, L'amicizia.





Tahar Ben Jelloun

(Premi Global Tollerance Award, Goncourt, Grinzane Cavour)
LO SPECCHIO DELLE FALENE
(La nuit de l'herreur)

Capitolo primo

Bisogna che io racconti questa storia. Devo svuotarmene, come un sacco pieno di grano. 
Riversero' il suo contenuto in un mulino e aspetterò l'alba per fare pane della sua farina. 
La storia che porto dentro mi pesa; se non me ne sbarazzo divento matta, perderò la ragione e il senso delle cose. Non ho chiesto di esserne depositaria, ne' di vivere con i suoi fantasmi. Ciascuno di noi ha un segreto. Lo custodisce gelosamente dentro di se'. A volte e' un segreto da poco, parole sussurrate da un vagabondo all'orecchio di un passante; a volte qualcosa che non si puo' dire, che non si deve svelare, una promessa fatta a primavera, un amore impossibile, un errore o semplicemente un tesoro nascosto in fondo al giardino. Il segreto e' il mio destino.
Ricordo di aver stretto un patto con una donna, l'ombra di una donna bella e inquieta, giovane e conturbante. Quando mi guardo allo specchio, la mia immagine svanisce. E' l'altra quella che vedo. Non ci assomigliamo. Lei ha gli occhi neri. I miei sono chiari, almeno a quanto mi dicono. Da quel giorno vado errando, abbandonata da coloro che amavo, dimenticata da quelli che frequentavo, separata da me stessa come se mi fossi sdoppiata. Vado girando intorno ai luoghi della mia infanzia, i tetti a terrazza delle mie fantasie. Sono stata concepita nella Notte dell' Errore, la notte senza amore. ................................................

***

...come nelle Mille e una notte, la storia di una donna e di una citta' diventa mille altre storie, narrate da tante voci diverse, in un romanzo in cui il mondo arabo si svela poco a poco raccontando le proprie paure e superstizioni, proprio come per le strade di Tangeri si racconta, a mezza voce e a testa bassa, la terribile leggenda di Zina. (Dal risvolto)






martedì 13 novembre 2012

Dario Talarico. Non so come siano fatte le Strade, né il Cielo, né il Mare o le Stelle, conosco solo le espressioni delle persone



"(...) Non so come siano fatte le Strade,
né il Cielo, né il Mare o le Stelle,
conosco solo le espressioni delle persone.
Di quelle persone che pagano per ridere,
Ridere di quello che dice la mia voce d'inchiostro,
ridere di quel filo legato sotto al gomito
che mi disarticola il braccio:
Tiralo un po' più su: vedi? Saluto!
Testa, braccia, gambe:
e un ultimo filo, il più invisibile,
il più profondo, è appeso alla mia anima,
al mio cuore di burattino.
Ma questa è l'ora in cui gli alberi dormono.
Di là la tramontana rincorre aquiloni
leggeri che ricopiano fedeli le sognanti acrobazie
dei bambini che da terra li inseguono.
In fondo non siamo poi così dissimili,
eppure quanto darei per stare appeso
alla parte in aria del filo!
Dalla parte verso il Cielo. (...)"

DARIO TALARICO, La voce delle ore (Liberi pensatori)








 veramente bella...anch'io vorrei essere un aquilone, a volte, e armarmi di forbici per tagliare il filo, molto spesso...








Sai Anna, ci ho pensato molto spesso, il tema dell'aquilone mi è molto caro, ma ancora non ho capito se la Vita è proprio in questo filo che collega reale a ideale, che ingabbia e al tempo stesso "protegge", oppure è nel vento che permette il movimento.








 http://youtu.be/yWgXRsQH5f4
Renato Zero - Icaro (1981) - Manichini



















martedì 22 novembre 2011

Giovenale. Nessun colpevole può essere assolto dal tribunale della propria coscienza



« [...] [il popolo] due sole cose ansiosamente desidera: pane e giochi»
« [...] [populus] duas tantum res anxius optat panem et circenses »
Decimo Giunio Giovenale, Satira X

Panem et circenses.
"Da quando non si vendono più voti, (questa gentaglia di Roma), ha perso ogni interesse; 
un tempo attribuiva tutto essa: poteri, fasci, legioni; adesso lascia fare, 
spasima solo per due cose: pane e giochi”.
Giovenale

Cos’era diventata Roma nel II secolo d.C.
tanto da far arrabbiare così Giovenale?
Le parole del poeta sono molto dure, con chi ce l’ha?
Pare che l’interesse dei Romani fosse mutato da un po’ di tempo solo verso due cose:
la distribuzione gratuita di pane e i giochi dei gladiatori al circo.



«Mens sana in corpore sano»
«In un corpo sano vive uno spirito sano»
Giovenale


«Orandum est ut sit mens sana in corpore sano» 
«Sarebbe auspicabile che in un corpo sano albergasse uno spirito sano». 
Giovenale

Queste parole del poeta latino Giovenale vengono abitualmente tradotte cosi: 
«In un corpo sano vive uno spirito sano». Ciò ha permesso a generazioni di insegnanti di ginnastica simili a sergenti dell'esercito di maltrattare i loro allievi in palestra.
In realtà Giovenale aveva inteso tutt'altro. 

Nelle Satire, da cui la frase citata è stata estrapolata in maniera incompleta, si legge: 
«Orandum est ut sit mens sana in corpore sano». 
Vale a dire: «Sarebbe auspicabile che in un corpo sano albergasse uno spirito sano». 
Giovenale non voleva affatto comporre uno slogan salutista, ma piuttosto ironizzare sul culto allora imperante della forma fisica. Se avesse potuto esprimere in modo più diretto la sua opinione sui muscolosi gladiatori spalmati d'unguento, leggeremmo quanto segue: 
«Come sarebbe bello se questi nerboruti scimmioni sapessero anche pensare!»
Fonte: Buchnunn, Georg, Geflugelte Worte, Ausgabe Ex Libris, 6a ed. Francoforte 1991





Nessun colpevole può essere assolto dal tribunale della propria coscienza
Giovenale

L'onestà è lodata da tutti, ma muore di freddo
Giovenale

L’avarizia è un vizio che può trarre in inganno perché all’inizio assume l’aspetto di una virtù
Giovenale


Una Roma Ellenizzata non posso soffrirla, Quiriti; ma quanto vi sia di acheo in questa feccia bisogna chiederselo. Ormai da tempo l’Oronte di Siria sfocia nel Tevere e con sé rovescia idiomi, costumi, flautisti, arpe oblique, tamburelli esotici e le sue ragazze costrette a battere nel circo.
non possum ferre, Quirites, Graecam urbem. quamuis quota portio faecis Achaei? iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes et linguam et mores et cum tibicine chordas obliquas nec non gentilia tympana secum uexit et ad circum iussas prostare puellas.
Giovenale, Satire III – 60

Un amico di Giovenale, di nome Umbricio, si lamenta che per lui a Roma non c’è più futuro, non c’è lavoro, mal sopporta i porporati con i loro vizi e l’invasione di stili di vita aliene alle tradizioni latine, così decide di lasciare Roma per stabilirsi in Campania. Roma, ormai, diventata corrotta, pericolosa, lasciva, Umbricio, a questa vita nell’Urbe preferisce la modesta ma sana vita nei piccoli municipi italici.
http://www.cvltvsdeorvm.it/ius-soli/




Tra i romani vecchio stampo la cosmesi era mal vista:
di fatto il termine "lenocinium" indicava sia il maquillage sia la prostituzione.
Le cose non cambiarono con l'avvento dell'Impero, anzi.
Seneca considerava il trucco un sintomo di decadenza morale, mentre il poeta ‪Giovenale‬ nella Satira IV scrive:
"Ma la faccia trattata con tanti diversi trucchi, con il fango cotto e bagnato, si chiamerà ancora faccia o è una piaga?"
Giovenale. Satira IV




... mentre Ovidio scrisse il "Medicamina faciei femineae" con i consigli per i trucchi...




 […] iam pridem, ex quo suffragia nulli / 
uendimus, effudit curas; nam sie dabat olim / 
imperium, fascio littorio, legiones, omnia, nunc se / 
continet atque duas tantum res anxius optat, / 
Panem et circenses . […]   
Giovenale, Satire 10,77-81   

 Panem et circenses.
"Da quando non si vendono più voti, (questa gentaglia di Roma), 
ha perso ogni interesse; un tempo attribuiva tutto essa: 
poteri, fasci, legioni; adesso lascia fare, 
spasima solo per due cose: 
pane e giochi”.
Giovenale
       

Cos’era diventata Roma nel II secolo d.C. tanto da far arrabbiare così Giovenale? 
Le parole del poeta sono molto dure, con chi ce l’ha? 

“Ormai, da quando non si vendono più voti, (questa gentaglia di Remo), 
ha perso ogni interesse; un tempo attribuiva tutto lui, poteri, fasci,legioni; 
adesso lascia fare, spasima solo per due cose: pane e giochi”.

Pare che l’interesse dei Romani fosse mutato da un po’ di tempo solo verso due cose: 
la distribuzione gratuita di pane e i giochi dei gladiatori al circo.

Ebbene, uno dei problemi di un grande impero era quello di avere a disposizione il grano, e cura dell’amministrazione era quello di provvedere all’approvvigionamento dell’annona, cioè il grano raccolto e immagazzinato nei granai, che se inizialmente era fonte per sfamare il popolo, col passare del tempo divenne strumento da parte dei vari imperatori per imbonirsi la plebe e gli eserciti, scongiurando così eventuali rivolte. 

Se ai tempi della res publica il raccolto di cerali era “made in Italy”, con l’aumentato numero degli abitanti, già sotto Augusto Roma superava 1 milione, si dovette provvedere ad importarlo dalle province come la Sicilia e l’Africa. 

Nel 123 a.C. Gaio Sempronio Gracco fece votare la lex Sempronia frumentaria con la quale lo Stato stabiliva un calmiere per il prezzo del frumento a 6 assi; sicuramente uno strumento per regolarizzare il mercato e per limitare le speculazioni durante i periodi di carestia. 

Questo tipo di elargizione a prezzo ridotto venne effettuato con una certa frequenza, tranne durante il periodo della dittatura di Silla o in altri periodi bui della storia di Roma fino a diventare gratuito nel 58 a.C. con una legge fatta votare dal tribuno Clodio. Una mossa filo plebea? 

I sospetti ci sono tutti, ma il problema del frumento era effettivamente un serio motivo di preoccupazione per Roma. 

Seneca racconta che alla morte di Caligola nel 41 d.C. 
Roma aveva riserve di grano solo per una settimana 
e Claudio dovette affrontare nel Foro una folla inferocita che gli si era scagliata contro, 
sempre a causa di un periodo di carestia in cui tardavano ad arrivare i rifornimenti. 

Ancora più importante era garantire all’esercito di stanza a Roma una fornitura costante; 
il timore era che questo potesse cospirare contro l’imperatore.


Tuttavia, le leggi frumentarie non erano rivolte a tutte le classi sociali, chi ne poteva beneficiare erano i cittadini romani con medio/basso reddito residenti nell’Urbe e cittadini che non discendessero da schiavi. Ne erano esclusi schiavi, liberti, stranieri, nobili e ricchi vari che potevano ottenere il grano dalle proprie tenute oppure comprarlo direttamente dai mercati

Chi aveva diritto alla distribuzione era registrato su tavolette di bronzo e doveva presentarsi in un giorno stabilito nella Porticus Minucia Frumentaria, il luogo predisposto ad accogliere la massa di beneficiari, attualmente collocabile tra Largo Argentina e via delle Botteghe oscure, presentando un certificato, la tessera annonaria. 

Si aveva così diritto a ricevere 35 kg di grano, la quantità per due persone; il limite era proprio questo, non si potevano mantenere famiglie intere. L’apparato burocratico aveva a capo il prefetto all’Annona, coadiuvato dai centurioni e i procuratori all’Annona.

Mangiare a spese dello Stato però aveva favorito ogni tipo di strategie illecite per poter ottenere le distribuzioni gratuite e il numero dei beneficiari aumentava sempre più col passare del tempo. 
Spesso anche dei patrizi, che di certo potevano mantenersi grazie alle proprie rendite, riuscirono ad inserirsi nelle liste

Già  Giulio Cesare per porre fine a questo eccesso decise di ridurre gli aventi diritto da 320.000 a 150.000, stabilendo che alla morte di un beneficiario il sostituto doveva essere estratto a sorte

Augusto invece aveva addirittura pensato di abolire del tutto la distribuzione, pensando che questo favorisse l’abbandono delle terre e l’aumento di migrazioni verso Roma per vivere alle spalle dello Stato. L’unica azione che potette fare fu solo quella di limitare a 200.000 i tesserati. 

Da allora gli imperatori usarono questo strumento per garantire la pace sociale a Roma, elemento essenziale per la sopravvivenza stessa del potere. Questa captatio benevolentia spesso venne inserita dal princeps di turno nel suo programma politico, ne è esempio una raffigurazione di Traiano sui rilievi dell’arco di Benevento dove l’imperatore venne  rappresentato nell’atto di distribuzione del pane nel Foro (annona populi Romani).


Con il tempo e a causa di varie crisi che l’impero dovette affrontare, l’annona era divenuta una vera e propria ancora di salvezza per le classi meno abbienti, tramutandosi però in distribuzione non più di farina, ma di pane ben cotto in forni industriali assieme ad olio, carne di maiale e vino a prezzi ribassati.

 Accanto alle distribuzioni pubbliche, vi erano anche quelle di privati in occasioni particolari. 
Un affresco di Pompei sembra immortalare questo momento di benevolenza da parte di un illustre cittadino verso i suoi sostenitori, forse per l’elezione ad una magistratura locale

Anche a Piazza Armerina, in una recente rilettura di un mosaico ambientato nel Circo Massimo, vi si può leggere una distribuzione pubblica di pane sulle gradinate del circo, rendendo effettivamente più realistico lo sfogo di Giovenale e del suo panem et circenses!  

http://www.mediterraneoantico.it/articoli/archeologia-classica/panem-et-circenses/







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