mercoledì 16 novembre 2016

Aldo Carotenuto, Identità e ipseità. Il principium individuationis. Carl Gustav Jung - Principio di Individuazione.

Aldo Carotenuto, Identità e ipseità. Il principium individuationis
BY GABRIELLA

Aldo Carotenuto, Trattato di psicologia della personalità, 
Milano, Raffaello Cortina Editore, 1991, pp. 242-251.

[O]gni lavoro psico­logico [è] un compito interminabile. 
In questo secondo me si cela il fascino della psicologia del profondo: la psiche non è mai statica ma è un elemento continuamente cangiante, come la vita stessa, del resto. Infatti, solo la rigidità, psichica e fisica, è morte. È per questo moti­vo che utilizziamo la felice espressione di psicologia dinamica, una definizione assai più pregnante rispetto al termine psicoanalisi o psicologia analitica, perché corrisponde alla realtà della psiche, che è dynamis, movimento. Rimanda quindi a una concezione del­l’uomo come essere in continua evoluzione: il che rappresenta la nostra più grande libertà al confronto di un’esistenza legata al destino, il passato o a un’immodificabile eredità genetica.
[…]

Principium individuationis: una teleologia dell’esistenza


Carl Gustav Jung
È spontaneo a questo punto chiedersi quale possa essere la via per conquistare un certo margine di libero arbitrio rispetto ai condi­zionamenti interni ed esterni

Il tema costituisce il punto cardine della teoria di Jung
nel suo concetto di inconscio è insita l’idea di una pulsione alla realizzazione della personalità individuale, per cui l’uomo è naturalmente proteso a emanciparsi dai valori collettivi e quindi a conquistare una sua soggettività. A tale processo Jung dà il nome di individuazione

Sono parte integrante di questo modello tutti gli altri concetti junghiani che abbiamo già avuto modo di trat­tate, anzi possiamo affermare che l’individuazione è il contenitore teorico che racchiude, organizza, e dirige in una dinamica finalistica le dìverse parti del sistema junghiano.

Il termine risale a Gerard Dorn, un alchimista del sedicesimo secolo. 
Ma Jung lo mutuò da Schopenhauer, che parlava appunto di un principium individuationis

Nella prima definizione che Jung ne diede in Tipi psicologici (1921) 
sono evidenziati i seguenti aspetti: 
l’individuazione ha come meta lo sviluppo della personalità; 
comporta un certo grado, di opposizione alle norme sociali ma non im­plica per questo l’isolamento sociale o il disadattamento rispetto ai valori collettivi. 

Scrive Jung a tale proposito:
Per evitare equivoci bisogna distinguere tra individualismo e indivi­duazione

L’individualismo è un mettere intenzionalmente in rilievo le proprie presunte caratteristiche in contrasto coi riguardi e gli obblighi collettivi. 

L’individuazione, invece, è un migliore e più completo adempimento delle finalità collettive dell’uomo, in quanto il tener sufficientemente conto delle caratteristiche dell’individuo lascia sperare una funzione sociale migliore che se le caratteristiche vengono trascurate o represse […]. 

"Ogni volto umano ha un naso, due oc­chi ecc. ma questi fattori universali sono variabili, ed è questa varia­bilità che rende possibili le caratteristiche individuali. Il termine individuazione può quindi indicare soltanto un processo psicologico che adempie finalità individuali date
ossia che fa  dell’uomo quel determinato essere singolo che è. Individuandosi, l’uomo non diventa “egoista” nel senso usuale della parola, ma si conforma unicamen­te a una sua peculiarità: il che, come ho detto, è ben diverso dall’egoismo o dall’individualismo" 
[Jung, 1928, p. 173].


La personalità si modella sulla base di un patrimonio genetico ereditato e attraverso l’influenza di potenti condizionamenti am­bientali. Per Jung la realizzazione della personalità non è solo un processo di sviluppo, ma anche un processo di decondizionamento da tutto ciò che rende ben adattati e integrati in una collettivi, è un tendere all’unicità dell’essere.

La sua petizione di principio è che l’uomo conserva in sé una ma­trice originaria di forza, di originalità e creatività, ed è proprio il di­spiegamento di questo nucleo originario à realizzare la nostra indivi­dualità. 

L’individuazione è pertanto un lavoro psicologico di recu­pero e di sviluppo della propria matrice individuale. Se non esistes­se questa tendenza la vita non sarebbe altro che un’esistenza brutale, indifferenziata, del tutto animale, come lo è purtroppo per la maggior parte delle persone, che non sospettano neppure che dietro a loro maschera evoluta si compie il tradimento di un autentico Sé, soffocato dagli atteggiamenti e dai valori della coscienza collettiva.

Come scrive Jung:
"L’individuazione non ha altro scopo che di liberare il Sé, per un lato dai falsi involucri della Persona, per l’altro dal potere suggestivo delle immagini inconsce [Jung, 1928, p. 174].

Il termine individuo significa “non diviso, pertanto l’individuazione indica il processo per cui la persona diventa se stessa, un essere umano intero, inscindibile e differenziato dalla psiche collettiva conscia e inconscia.

La psichiatria dinamica del Settecento e dell’Ottocento, alle prese ton la vasta e straordinaria fenomenologia di personalità multiple e alternanti, aveva rilevato il carattere conflittuale della personalità umana, attraversata da una fondamentale scissione, quella appunto tra coscienza e inconscio. 

Fu il concetto di difesa introdotto da Freud 
a giustificare sul piano teorico i fenomeni della scissione

In nessun momento, nemmeno quando sembra che stia agendo un’istanza co­sciente e razionale, si può misconoscere l’influenza dell’inconscio sul nostro comportamento. Prendere coscienza di questa forza occulta è il primo passo per depotenziare l’aspetto distruttivo dell’inconscio, e in tal modo contenere quei meccanismi che ci dominano, inibendo la personalità e boicottando i nostri progetti.

Fin tanto che perdura la rimozione, la personalità è identificata in maniera unilaterale con l’Io cosciente, che arroccato in una posizione egocentrica gode di una falsa autonomia, essendo in realtà agito dalle immagini, dalle pulsioni, dai complessi della psiche inconscia

Nel momento in cui si avvia il processo di evoluzione della personalità individuale la coscienza entra in rapporto con il mondo inconscio, relativizzando quindi tutti gli orientamenti, le identificazioni, gli atteggiamenti dell’Io rispetto a una dimensione di alterità che si fa strada dalla psiche profonda. 

La personalità sposta quindi il  suo centro: 
l’Io è pur sempre il mediatore tra mondo interno e mondo esterno, ma è sostenuto da difese meno primitive della scissione e della negazione ed è ora orientato al raggiungimento della totalità psichica, ovvero all’integrazione delle varie componenti del­la psiche conscia e inconscia, ciò che in termini junghiani si definisce attivazione dell’archetipo del

Scrive Galimberti:
Occorre non confondere l’identità con l’ipseità, l’idem con l’ipse, l’Io col Sé

Per sottile che sia, la traccia linguistica, che ancora conserva la memoria della grande differenza, va approfondita. La sua debolezza non deve trarci in inganno, perché sotto l’apparente sino­nimia di due parole si cela la più grande delle differenze, quella tra l’uomo e Dio. […] 

Il termine Sé è stato impiegato di frequente nelle teorie della personalità. […] 
Il significato che gli attribuisce Jung è originale e va nettamente diversificato dal senso del termine che si può riscontrare negli autori postfreudiani. […]

Per Jung il è un concetto empirico, non una convinzione filosofìca o religiosa, il principio creativo e unificante della personalità umana, l’archetipo a cui si attribuisce il massimo potenziale espressi­vo dell’individuo e il raggiungimento della totalità psichica.

Il Sé non è soltanto il punto centrale – scrive Jung – ma anche l’estensione che comprende la coscienza e l’inconscio; è il centro di questa tota­lità come l’Io è il centro della coscienza 
[Jung, 1944].

Dal momento che il Sé è l’immagine della totalità, l’Io non potrà mai integrarlo completamente nei confini limitati della sua coscienza. È chiaro dunque che la realizzazione del Sé è un’idea utopica, si tratta co­munque di una linea di tendenza verso una meta ideale, un proces­so inesauribile che impegna l’intera esistenza umana. Pertanto, l’in­dividuazione non è altro che questa interminabile interazione tra l’Io e il Sé, all’interno della quale si esprime il significato individuale di ogni esistenza.

In quanto totalità il Sé non è soltanto portatore del bene ma an­che del male, ovvero dell’Ombra archetipica; è una forza determi­nante priva di coscienza; le decisioni etiche vengono lasciate all’uomo” [Samuels et al., 1986, p. 155].

Questa proposizione è di fondamentale importanza, perché in es­sa viene ribadito il ruolo attivo e decisionale dell’Io cosciente; quin­di non bisogna confondere una creativa adesione con la sottomissio­ne all’archetipo del Sé. 

“I simboli del Sé spesso possiedono una qua­lità numinosa e trasmettono un senso di necessità che dà loro una priorità trascendente nell’ambito della vita psichica. Essi sono porta­tori dell’autorevolezza di un’immagine di Dio” (ibidem).

[…] Le polarità di be­ne e di male, di umano e divino, di libertà e relazione, di solitudine e comunione, di femminile e maschile, e così via, sono le coppie archetipiche con cui ogni esistenza deve confrontarsi coscientemente, a meno di non aderire pienamente ai valori collettivi, il che costitui­sce per Jung il vero fallimento dell’esistenza umana, intesa come compimento dell’individualità.

Considerazioni conclusive
[…] l’i­dea di un centro della personalità è universale e ha origini antichis­sime, come si può verificare dalla sterminata fenomenologia mitolo­gica e religiosa di tutte le culture. 

[…] Non si può capire fino in fondo il significato dell’Om­bra se non si patisce la potenza della sua distruttività, come non si può accederò al concetto di Anima senza averne fatto dolorosa esperienza nelle nostre relazioni amorose. Allo stesso modo, si ri­marrà scettici e distaccati quando parliamo del rapporto Io-Sé come metafora del rapporto uomo-Dio

[…]  La storia di un rapporto con l’inconscio non inizia soltanto attra­verso l’analisi personale ma anche tenendo un semplice diario, op­pure con la sistematica trascrizione dei sogni

Le persone che si as­sumono questo impegno sono più frequenti di quanto si creda, e la loro raccolta dura spesso per moltissimi anni, dopo essere iniziata in seguito a un evento particolare. Questo può essere un primo modo di accogliere il mondo interiore: leggendo i sogni in progressione si individuano già alcuni aspetti salienti della personalità inconscia. 

Nell’ottica junghiana è, infatti, molto importante inserire i sogni nella totalità del loro libero fluire nel tempo, poiché ciò permette di ve­dere un’evoluzione nelle immagini interne dell’Ombra, dell’Anima ecc.  […].

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