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giovedì 6 settembre 2012

Zygmunt Bauman. “Essere connessi” è meno costoso che “essere sentimentalmente impegnati”, ma anche considerevolmente meno produttivo in termini di costruzione e preservazione di legami.

Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione
Zygmunt Bauman

Più siamo indipendenti, meno siamo in grado di fermare la nostra indipendenza e sostituirla da una piacevolissima interdipendenza
Zygmunt Bauman


Sembra che la conseguenza più feconda della prossimità virtuale sia la separazione tra comunicazione e relazione. Diversamente dalla prossimità topografica vecchio stile, essa non richiede che i legami siano già stabiliti, né ha come conseguenza necessaria di stabilirli. “Essere connessi” è meno costoso che “essere sentimentalmente impegnati”, ma anche considerevolmente meno produttivo in termini di costruzione e preservazione di legami. 
Zygmunt Bauman

I nuovi rapporti vivono di un monologo e non di dialogo che si creano e si cancellano con un clic del mouse, accolti come un momento di libertà rispetto a tutte le occasioni che offre la vita e il mondo. In realtà, tanta mancanza di impegno e la selezione delle persone come merci in un negozio è solo la ricetta per l'infelicità reciproca. 
Zygmunt Bauman, Festival Filosofia 14 settembre 2012


La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia. Finché dura, l'amore è in bilico sull'orlo della sconfitta. Man mano che avanza dissolve il proprio passato; non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di guai.E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro.Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l'ansia.L'amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile.
Zygmunt Bauman, L'amore liquido


L'identità nazionale è una costruzione storica e il caso italiano ne è una lampante dimostrazione: la globalizzazione la rende precaria. Ma precarie sono tutte le identità del mondo di oggi. Un tempo si parlava poco di questo tema, perché l'identità era garantita alla nascita. La società ne forniva una da cui era difficile uscire. Oggi invece è il luogo dell'ambivalenza. Anche quella politica è tutta da ridiscutere: cosa vuol dire oggi essere di destra o di sinistra? Il nostro pragmatismo ha espunto Dio dalla vita quotidiana: neanche a lui sappiamo più rivolgerci per dare senso alle cose che facciamo. 
Zygmunt Bauman, "Intervista sull'identità"


Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell'azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell'ingiusto, e così via. Nell'idea dell'armonia e del consenso universale, c'è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un'idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani.
 Zygmunt Bauman


"Paura" è il nome che diamo alla nostra incertezza
alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare - che possiamo o non possiamo fare - per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla.
Zygmunt Bauman; Paura liquida


Chi è insicuro tende a cercare febbrilmente un bersaglio su cui scaricare l'ansia accumulata e a ristabilire la perduta fiducia in se stesso cercando di placare quel senso di impotenza che è offensivo, spaventoso e umiliante. 
Zygmunt Bauman, Paura liquida







E difatti il più delle volte si è connessi, ci si relaziona a distanza ma non si comunica. E come potrebbe essere diversamente? Manca tutto il mondo della prosodia e della prossemica, mancano gli odori, i sapori, i colori. Mancano il gioco di sguardi, i cenni d'intesa, tutto ciò che si dice col corpo. Manca la realtà. Forse questo è conveniente, non si è sentimentalmente coinvoliti, ci si sente liberi. La virtualità apparentemente riduce le distanze ma in realtà le amplifica, esalta la connessione e annienta la comunicazione...e tutto si spegne in un click




E se in questo ci fosse anche una conquista? Non solo un tornaconto, ma una vera liberazione. 
La liberazione dalle deviazioni del corpo. Non sempre, certamente non nella maggior parte dei casi, per carità, ma potrebbe esserci. Se si perde tutto ciò che Federica descrive così meravigliosamente, si può recuperare, forse, il contenuto?
Le parole, solo le parole. Non c'è sguardo, non c'è prossemica o odori, ma ci sono le parole. E le parole sono contenuto, che può dividere o unire. Ad esempio, se parlassi con Federica di persona, la sua avvenenza potrebbe turbarmi (il che non è male ehh :-)))), potrebbe costringermi a fingere. Condividere delle parole, o meglio un'idea, non potrebbe essere addirittura più alto di condividere uno sguardo?


Ciao Massimo, quello che scrivi è molto vero. Ma la comunicazione non è semplice interazione, è scambio, è mettere in comune ciò che si è. Non siamo solo idee, non siamo solo pensieri e parole, siamo corpo, siamo sensazioni, passioni, desid
eri. Tutto questo è ciò che dà colore alle nostre idee, le nutre, le rende uniche e diverse dalle altre. Leggere un "Ti voglio bene" o sentirlo pronunciare con voce tremula, con occhi accesi di passione o di timidezza o d'imbarazzo non è la stessa forma di comunicazione. E se anche la mia presenza ti turbasse e tu non fossi te stesso in quel momento, saresti sempre tu in una particolare circostanza, quella dell'imbarazzo o dell'agitazione. Nella comunicazione si applicano sempre dei filtri con l'altro, non si è mai completamente se stessi, serve a proteggere ciò che di più intimo abbiamo. Se a questo aggiungiamo l'ulteriore filtro rappresentato da uno schermo, quella comunicazione diviene una pura e semplice connessione
La comunicazione virtuale dà spazio al pensiero, alla riflessività che nelle relazioni quotidiane a volte non trovano modi o occasioni di espressione. Entrambi i mezzi di comunicazione, il virtuale e il reale offrono possibilità diverse, entrambe interessanti.



Forse noi abbiamo una considerazione distorta della virtualità. La virtualità a mio parere permea il reale: la fantasia è virtualità, la creatività è virtualità, l'astrazione è virtualità. Noi siamo al contempo realtà e virtualità, forse l'errore sta nel voler separare ciò che è inscindibile



Credo che la comunicazione virtuale come fenomeno sociale e individuale non possa essere liquidata come giusta o ingiusta, utile o dannosa, reale o effimera. Ci sono modi e livelli diversi di comunicazione virtuale, come diversi sono i motivi che inducono le persone a cercarsi sul web. Quanto alla solitudine e alla superficialità suppongo che il web non sia altro che un'immagine speculare della realtà che lo anima. 
E' il mondo reale ad essere un luogo difficile e per molti solitario, il web e' uno dei suoi teatri.
Emiliano Silvestri




Zygmunt Bauman: “Il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”. 
Il sociologo e filosofo polacco denuncia che le reti sociali non sono una comunità, ma solo un sostituto.
In un’intervista rilasciata a gennaio di quest’anno a Ricardo De Querol per Babelia, su El País, ha spiegato come le reti sociali, pur avendo cambiato in buona misura le forme tradizionali dell’attivismo sociale, non siano se non un sostituto della formazione di comunità autentiche.

Nell’intervista, De Querol ha citato lo stesso Bauman, per il quale l’attivismo online è un “attivismo da sofà” e Internet la maggior parte delle volte non fa che “addormentare con intrattenimento a basso costo”. 

Il giornalista gli ha quindi chiesto se le reti sociali, parafrasando Marx, non siano il nuovo “oppio dei popoli”. Bauman non ha esitato a rispondere che l’identità, come le comunità, non è qualcosa che si debba creare, ma qualcosa che “si ha o non si ha”.

“Quello che le reti sociali possono creare”, ha segnalato il sociologo, “è un sostituto. 
La differenza tra la comunità e la rete è che tu appartieni alla comunità ma la rete appartiene a te. Puoi aggiungere amici e puoi cancellarli, controlli la gente con cui ti relazioni. La gente si sente un po’ meglio perché la solitudine è la grande minaccia in quest’epoca di individualizzazione. Ma nelle reti aggiungere amici o cancellarli è così facile che non c’è bisogno di capacità sociali”.

Queste ultime, ha segnalato Bauman nell’intervista, si sviluppano nel contatto quotidiano umano diretto, in spazi condivisi, sia pubblici che privati: per strada o nell’ambiente di lavoro, in cui è necessaria un’interazione “ragionevole” con la gente; insomma, in interazioni che esigono dialogo, negoziato e apertura.

A questo proposito, Bauman non esita a ricordare che papa Francesco ha concesso la sua prima intervista dopo essere stato eletto Sommo Pontefice a un giornalista apertamente e militantemente ateo, Eugenio Scalfari.
“È stato un segno”, ha indicato Bauman: “il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”.

Il dialogo, ha specificato il sociologo in un’intervista rilasciata di recente ad Avvenire, è “insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore”.

Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori”.

“È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine”.

“E questo”, ha concluso Bauman, “è il pensiero di papa Francesco. Il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen”.

Zygmunt Bauman, nato a Poznań (Polonia) nel 1925, dovette emigrare con la sua famiglia in quella che all’epoca era l’Unione Sovietica quando era appena un bambino per sfuggire alla persecuzione nazista. Nel 1968 dovette nuovamente fuggire per evitare la purga antisemita seguita al conflitto arabo-israeliano. Si stabilì temporaneamente a Tel Aviv, per poi trasferirsi in Inghilterra, dove fece carriera all’Università di Leeds.
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]
lucandrea massaro
http://it.aleteia.org/2016/09/26/zygmunt-bauman-dialogo-non-essere-parlare-con-chi-pensa-come-te/


Intervista a Zygmunt Bauman: Bush ha ucciso l’attrazione del modello democratico occidentale

29-11-2010
Il sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman noto anche in Italia (tra i suoi ultimi lavori,”Vite di corsaCome salvarsi dalla tirannia dell’effimero”, Il Mulino; “L’arte della vita”, Laterza), sostiene che occorre affrontare le sfide difficili, cercando di dare una forma a quel che è indefinito. Ed essere consapevoli che lo sforzo è sempre enorme. Recentemente Bauman ha tenuto una conferenza a Piacenza, ed è lì che Emiliano Silvestri lo ha intervistato.
Perché ha parlato di libero flusso di capitali, nel mondo, senza controllo politico?
“Ne ho parlato perché succede; 50 anni fa c’era una mutua dipendenza tra capitale e lavoratori; avevano bisogno l’uno dell’altro. Gli impiegati, i lavoratori, avevano bisogno del capitale per sopravvivere, il capitale aveva bisogno dei lavoratori per tenere in piedi l’impresa e renderla autonoma e più remunerativa. Ora questo contratto è letteralmente rotto; perché i lavoratori sono ancora legati come prima, ai loro territori, non possono trasferirsi facilmente mentre, d’altra parte, i capitali, il commercio, le finanze si muovono abbastanza liberamente intorno al mondo, attraversano i confini nazionali e non sono controllati; sono liberi di muoversi dovunque ci siano le migliori condizioni e, perciò, i lavoratori sono in costante timore di quel che può succedere: se il mio capo decidesse che è più profittevole investire a Kualampour piuttosto che a Piacenza o Milano, sarebbe un guaio. La dipendenza che prima era reciproca resta di una sola parte. L’uno dipende ancora dall’altro ma quello non dipende più dal primo”.

Ha chiamato G. W. Bush, assassino della democrazia. Perché?
“Perché…no…non ho detto che ha ucciso la democrazia ma che ha ucciso la dignità e l’attrazione del modello occidentale di democrazia agli occhi del resto del mondo perché, dopo tutto, la sua avventura di tipo bellico è stata condotta nel nome della democrazia. Ne è risultata distruzione, smantellamento dell’ordine sociale, dozzine se non centinaia, migliaia di vittime. Ed è anche costata agli Stati Uniti d’America, secondo gli ultimi calcoli, 715 miliardi di dollari. Sprecati senza nessun risultato in termini di democrazia, idea che è nel cuore di molte persone in Asia o in Africa, che sognano la democrazia occidentale e aspettano il momento di ribellarsi contro i loro tiranni per instaurarla. E adesso hanno perso la fiducia. “Se quella è democrazia, tante grazie, ne facciamo a meno”.

Cosa pensa di questo termine: “comunità globale”?
“Penso che non esista. Le comunità sono gruppi di persone che si piacciono vicendevolmente, che collaborano, che condividono gli stessi interessi, gli stessi valori ecc. Tutti sanno: le famiglie, il vicinato; quelli che abitando da sempre nella stessa zona cooperano e si aiutano quotidianamente a vicenda. Queste sono le comunità. Non è come la “comunità internazionale”…vengono firmati accordi internazionalmente, in realtà non internazionali ma intergovernativi. Non sono le nazioni ma i primi ministri o i ministri che si incontrano. Tutto dipende, i membri dell’umanità, dalla volontà o meno di una nazione. Se uno Stato-nazione vuole aggregarsi, si aggrega; se non vuole aggregarsi non si aggrega. Niente a che vedere con una comunità. Si tratta quindi di una temporanea aggregazione di interessi che potrebbe sciogliersi l’indomani, se qualcuno decide che può benissimo farne a meno”.

Un’ultima domanda. In questa situazione, cosa possiamo sperare?
“Non nascondo che la situazione è molto complessa. Non è compito mio consigliare i capi di Stato ecc. Non è la mia professione. Quello che posso fare, quello che sto cercando di fare, è solo mostrare quali sono i reali, genuini problemi che dobbiamo affrontare se vogliamo sopravvivere. Dico “noi” perché, che ci piaccia o meno, facciamo tutti parte di un’umanità interdipendente. Qualunque cosa succeda a Piacenza si ripercuote a Pechino e viceversa; potresti perdere oggi il tuo lavoro semplicemente per qualcosa che è successo in Bangladesh; siamo dipendenti, siamo dipendenti ma quello che tu ne fai di questa interdipendenza. Non ho idea di cosa succederà ma l’unica cosa che posso dire è che finché non affrontiamo questa totale, assoluta, planetaria, reciproca dipendenza e non cerchiamo di trovare agenzie di azione collettiva, attraverso le quali poter controllare e influire su quello che accade nel globo…non giungeremo a quello che chiamate “comunità globale” questa è la sfida - e lo so che è una sfida – ma dopo tutto, se noi guardiamo alla storia dell’umanità dall’era paleolitica ai giorni nostri, ce ne sono tante di sfide e alleanze per riuscire a trovare soluzioni”.

http://notizie.radicali.it/articolo/2010-11-29/intervento/intervista-zygmunt-bauman-bush-ha-ucciso-l-attrazione-del-modello-dem



Bauman: consumo dunque sono. La promessa di una felicità irraggiungibile


9 dicembre 2008

Nella sinistra ci sono due anime che da sempre si confrontano.

Una è la tendenza al produttivismo, l’idea che quanto più si sviluppano le forze produttive tanto più il futuro dell’umanità tende al meglio. L’altra è la cultura della sobrietà e della critica al consumismo. Lo slogan della decrescita, coniato dall’economista Serge Latouche, ha avuto negli ultimi anni una certa fortuna politica perché è apparsa l’unica alternativa possibile al dramma dell’inquinamento ambientalePer i sostenitori della decrescita la società sarà costretta in futuro a consumare di meno se non vorrà distruggere le basi materiali e ambientali della propria riproduzione.

La sobrietà è di sinistra? Al di là delle suggestioni, l’appello all’austerità non ha scalfito gli stili di vita e di consumo dominanti. C’è da chiedersi perché. Colpa della società del nostro tempo troppo impregnata di utilitarismo individuale, troppo propensa agli egoismi particolari e poco disposta verso l’interesse generale? Può essere, il berlusconismo ci ha costruito sopra la sua fortuna politica. Però l’appello alla sobrietà, a volte, rischia d’apparire un messaggio ipocrita. La crisi economica ha dimostrato che per gli strati sociali bassi – e, ormai, anche per il ceto medio – lo slogan del consumare meno è già una dura realtà. C’è già chi fa fatica ad arrivare alla quarta settimana e a soddisfare i cosiddetti bisogni elementari (fra questi oggi dobbiamo metterci anche lo studio e la cultura). Ai consumi si accede in maniera ineguale a seconda del reddito e della posizione sociale. Ma il richiamo all’austerity è inefficace soprattutto su un altro versante. Quello che fa letteralmente andare fuori dei gangheri i sostenitori della vita sobria è come mai anche individui delle classi popolari, magari in difficoltà nel soddisfare le esigenze fondamentali (la casa, il cibo, la salute), corrano dietro alle chimere del consumismo, fino al punto d’indebitarsi pur di accaparrarsi l’oggetto di desideri instabili, fosse la macchina nuova o l’ultimo modello di telefoninoE se la forza del consumismo stesse proprio in questa promessa di felicità in cambio dell’usa-e-getta? E se la ragione dell’egemonia consumistica stesse proprio in questo scambio, cioè nel far ritenere a portata di mano la gratificazione di tutti i desideri, non importa a quale prezzo e con quale impatto ambientale?
Questo è il punctum dolens contro cui sbattono il capo cultori della sobrietà, ambientalisti, fautori della decrescita ed ecologisti. Come a dire: lo scoglio non si aggira finché non capiamo davvero cos’è il consumismo. Ci prova con un’indagine molto suggestiva Zygmunt Bauman nel nuovo libro da poco uscito in Italia, Consumo, dunque sono (Laterza, pp. 200, euro 15). L’economia di mercato – sostiene il sociologo – prospera perché il consumismo è entrato nei nostri desideriCi ha indotti a desiderare esattamente quel che è necessario affinché questo sistema funzioni. Il capitalismo morirebbe di sovrapproduzione senza il ricambio continuo di merci. «Ogni volta che il denaro passa di mano alcuni beni di consumo sono inviati alla discarica». In una società di consumatori la “ricerca della felicità” sposta l’attenzione «dal fare le cose, o appropriarsene, o accumularle, al disfarsene».
I consumatori della società consumistica, dice Bauman, devono seguire le curiose abitudini degli abitanti di Leoniauna delle città invisibili di CalvinoQuella città, tutti i giorni, rifaceva se stessa. «Ogni mattina – parole di Calvino – la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi». Però «sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio», tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana. «Più che dalle cose di ogni giorno che vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità». Le cataste di rifiuti «s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto (…). E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne».

Non faremmo fatica a riconoscere in questo reportage fantastico lo scenario inquietante delle nostre città brulicanti di centri commerciali e di pubblicità seducenti che incitano al consumomentre ai margini delle periferie prolificano discariche traboccanti rifiuti d’ogni genereE’ un inferno quotidiano che abitiamo ogni giorno, ma che non notiamo quasi più tanto fa da sfondo alle strade che percorriamo come d’abitudine. Appena ai margini delle cinte suburbane, lambiti dagli avamposti delle campagne, sorgono le tante Malagrotta delle metropoli italiane. Quelle montagne di spazzatura, generate dall’iperconsumismo, non le vediamo più, lo sguardo le sorvola con indifferenza. Anzi, su quei cumuli prospera l’orgoglio del capitalismo contemporaneo che fa vanto d’aver ormai archiviato in un passato lontano le economie primitive che non riuscivano neppure a soddisfare i bisogni elementari dell’umanitàIl consumismo garantisce di averci emancipato dalla dittatura dell’oggetto – che sia o meno un’illusione poco importa. Le cose valgono soltanto come segno imperfetto di un godimento impossibile. Nella stragrande maggioranza dei casi non sono beni essenziali, sono oggetti che devono suscitare l’ipertrofia dei desideri ben oltre la linea di per sé fluttuante dei bisogni fondamentali. Alla dittatura dell’oggetto il consumismo ha sostituito la dittatura del desiderio: desiderio di ogni consumatore d’essere, per tramite dell’oggetto di consumo, sempre altro da quel che èMa essendo i desideri instabili, gli oggetti che ne rappresentano il segno, sono destinati a una rapida obsolescenza e a finire in discarica.
Eccola, la dittatura soft, la sottile forza di persuasione: quel desiderio blandito dalla pubblicità grazie al quale può nonostante tutto prosperare un sistema economico che manda montagne di rifiuti al macero, che giorno dopo giorno avvelena il pianeta – e la vita degli esseri umani – con scorie, materiali inorganici, anidride carbonica e sostanze radioattiveNessuno è costretto con la forza a consumare, a comprare, a rincorrere le ultime mode, ad accaparrarsi i marchi che fanno “tendenza”, a stare un passo davanti agli altri, buttando tutto ciò che è d’impaccio in questa corsa verso la felicità. «Il segreto di qualsiasi socializzazione efficace – scrive Bauman – è far sì che gli individui desiderino fare ciò che occorre affinché il sistema sia in grado di riprodurre se stesso». Il consumismo è la forma di «vita liquida» (dopo quella «solida» della società dei produttori) che ha trasformato tutte le relazioni, anche quelle tra le persone, a modello e somiglianza delle relazioni tra i consumatori e gli oggetti di consumoComperiamo per rincorrere il nostro desiderio di diventare altro, di apparire alla moda, di stare avanti alla massa grigia e impersonale. Questo è quel che le merci ci promettono, a condizione però di essere disposti di volta in volta a disfarci dei “vecchi” modelli. «L’economia dei consumi e il consumismo sono mantenuti in vita in quanto i bisogni di ieri sono sminuiti e valutati, e i loro oggetti ridicolizzati e sfigurati come ormai obsoleti, e ancor più è l’idea stessa che la vita di consumo debba essere guidata dalla soddisfazione dei bisogni a essere screditata». Gli oggetti non servono più soltanto a soddisfare un bisogno – questa per la filosofia consumistica è una concezione primitiva – gli oggetti sono uno status symbol, promettono una felicità riservata ai pochi che si piazzeranno primi nella corsa verso l’ultimo i-phone. Ma la corsa non finirà maiL’oggetto che prima faceva tendenza presto diventerà un marchio di disonore, di inferiorità, un oggetto fuori moda destinato al bidone dell’immondizia. Il consumatore non smetterà mai di desiderare di essere qualcun altro. I mercati «alimentano l’insoddisfazione dei confronti dei prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l’identità acquisita (…). Cambiare identità, liberarsi del passato e ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere camuffato da privilegio».
Ma davvero la felicità è nell’imperativo compra-e-getta? Possiamo immaginare un’alternativa a questo modo dissennato di consumare e inquinare? Non si tratta di predicare il ritorno all’età della pietra. Il consumismo ha vinto, almeno finora, perché ci ha liberato dall’assillo che avevano le società del passato di non riuscire a soddisfare i bisogni fondamentali dell’uomo. Ma può essere contestato nel punto più alto della sua scommessa. Là, dove ha promesso il paradiso in terra sapendo di non poter mantenere la parola. Il consumismo è la filosofia dell’adesso e dell’ora, la polverizzazione della nostra vita in una serie di istanti eterni senza continuità (“tempo puntinista”, dice Bauman)Una filosofia che promette la felicità qui e ora, senza rinvii e differimenti. Il paradiso in terra. Ma qui casca l’asino perché se un consumatore raggiungesse per davvero la felicità non sarebbe più un buon consumatore. Potrebbe anche diventare contento della sua vita. Il grande equivoco è che la promessa di felicità fatta dal consumismo può continuare a sedurre proprio perché allude a un godimento impossibile, a un paradiso evocato di acquisto in acquisto, ma mai realizzabile. Il cliente non sarà mai completamente soddisfatto. Gli uomini dovranno continuare a lavorare e a vivere per rincorrere desideri di altre vite, altre identità, altri mondi che non si avvereranno mai. Non c’è strada maestra verso la felicità. Ricordiamocelo durante le spese natalizie.
http://ainostriposti.wordpress.com/2008/12/09/bauman-consumo-dunque-sono-la-promessa-di-una-felicita-irraggiungibile/






Articolo tratto dalla tesi di Soili Milan, Zygmunt Bauman: modificazioni dello spazio-tempo e nuove polarizzazioni. Una lettura dei processi di globalizzazione, nella quale affronta i cambiamenti portati dai processi storici della globalizzazione nelle modalità di vita dell'uomo moderno.  
Zygmunt Bauman: dall'etica del lavoro all'estetica del consumo

Bauman ritiene che il principio del "ritardo della gratificazione (del soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio, del momento di un'esperienza piacevole, del godimento)" abbia rappresentato il precetto attitudinale/comportamentale da cui prese avvio la società moderna e che rese il modo moderno di essere-nel-mondo contemporaneamente possibile e inevadibile. La procrastinazione, quale forma di ritardo della gratificazione, è stata infatti alla base di innovazioni moderne quali l'accumulazione del capitale e il diffondersi di un'etica del lavoro. Il desiderio di migliorare e il rimandare la gratificazione produssero l'effetto inatteso dello sviluppo, della crescita, in definitiva della stessa società moderna. 
Bauman sottolinea come la procrastinazione anteponesse il seminare al raccogliere, l'investimento alla distribuzione dei guadagni, il risparmiare allo spendere, l'autonegazione all'autoindulgenza e il lavoro al consumo. Ma la procrastinazione era un principio ambivalente, poiché non negava (e tantomeno sottovalutava) il valore e i meriti di ciò che subordinava, piuttosto lo nobilitava. "Paradossalmente, la negazione dell'immediatezza, l'evidente svilimento degli obiettivi si tradusse nella loro elevazione e nobilitazione". Ovvero, l'attesa finì per ingigantire i seducenti e allettanti poteri del premio e dall'ambivalenza, insita nella procrastinazione, si originarono due tendenze opposte: 


Una portò all'etica del lavoro, che stimolò l'inversione di ruolo tra mezzi e fini e proclamò la virtù del lavoro fine a se stesso, […]; l'etica del lavoro fece sì che il ritardo venisse esteso all'infinito. L'altra condusse all'estetica del consumo – riducendo il lavoro a un ruolo meramente subordinato, strumentale, un'attività che trae tutto il proprio valore non da ciò che è, ma da ciò per cui prepara il terreno - e a una visione dell'astensione e della rinuncia in quanto sacrifici forse necessari, ma onerosi e fortemente avversati, se possibile da ridurre al minimo indispensabile

In questo senso, la procrastinazione poté servire sia la società del produttori sia la società del consumo, "pur oberando ciascuna fase di tensioni e irrisolti conflitti attitudinali e assiologici". Tuttavia, la nostra società dei consumi ha forzato il principio della procrastinazione fino al punto di rottura. Oggi il principio del "ritardo della gratificazione" è stato spogliato di ogni valenza morale, non ha più lo scudo "dell'imposizione etica", esso appare piuttosto come un peso, il sintomo di un'inadeguatezza personale o di ordinamenti sociali imperfetti. 

Si è visto che la società dei consumi stimola e valorizza la gratificazione immediata, continua, "sul posto"; in ciò va contro ogni principio di procrastinazione, è contraria ad ogni dilazione. Piuttosto, la cultura del consumatore è servita dalla procrastinazione attraverso la sua autonegazione: ridurre il ritardo o abolirlo del tutto. Ma, avverte Bauman, "la cultura che muove guerra alla procrastinazione è una novità assoluta nella storia moderna. In essa non c'è spazio per la presa di distanza, la riflessione, la continuità, la tradizione […]". Il mutamento, quindi, è radicale. 

Una società guidata dall'estetica del consumo è una società dell'"adesso", una società che non è in grado di aspettare. "Ora" diviene la parola chiave nelle strategie di vita, indipendentemente dall'ambito a cui si deve far fronte. Bauman sostiene che non c'è bisogno di alcuna "regolamentazione normativa" da applicare per essere certi che le necessità umane corrispondano agli interessi degli operatori di mercato, e che quindi i consumatori svolgano il loro "dovere". 
Lo spirito dei consumatori, al pari delle industrie che prosperano su di esso, si ribella naturalmente ad ogni regolamentazione, è insofferente a ogni restrizione normativa che limiti la libertà di scelta. La conferma di questo atteggiamento la si può riscontrare nell'ampio favore con cui è stata accolta la maggior parte delle misure di liberalizzazione, così come nel consenso, finora senza precedenti, ottenuto in America e altrove, per la riduzione dei servizi sociali - "ovvero per l'assistenza pubblica" - purché seguiti da un alleggerimento del peso fiscale, cioè sotto la promessa di avere più denaro da spendere. I consumatori vanno sedotti, non regolamentati. 

Se il fattore di integrazione della società dei produttori era l'etica del lavoro, che attribuiva valore supremo a un compito ben fatto, oggi ciò che salva la società da crisi ricorrenti e ciò che la tiene in corsa è l'estetica, che premia e incoraggia un'esperienza sublime. Ancora una volta, è la prospettiva temporale che segna la differenza tra i due modelli di società. Infatti, mentre l'esecuzione di un lavoro ben fatto ha una sua logica interna che si protrae nel tempo, dandogli così struttura e direzione, e definendo il senso di nozioni quali accumulazione graduale e ritardo della realizzazione, nel caso della ricerca di esperienza, invece, non vi è alcun motivo di rinvio. 
Ogni occasione è ugualmente valida, ogni momento rappresenta il momento giusto, e quindi, un ritardo o un rinvio rappresenta né più né meno che un'occasione mancata. Già si è detto che l'unica scelta non tollerabile per una società dei consumi è quella di non scegliere, ma anche il momento per compiere la scelta non è alla portata del consumatore; non spetta a lui stabilire quando possa presentarsi l'occasione per vivere un'esperienza emozionante, perciò egli deve essere sempre pronto, sempre all'erta per accogliere la possibilità di scelta nel momento in cui gli si presenta e per viverla nel migliore dei modi. 

Bauman sostiene che la natura della società guidata dall'etica del lavoro - la società dei produttori - sia essenzialmente platonica, per la sua ricerca di modelli e regole a cui ricondurre ogni cosa; mentre la natura di quella guidata dall'estetica del consumo - la società dei consumatori - sia fondamentalmente aristotelica, cioè "pragmatica, flessibile, fondata sul principio che non ci si deve preoccupare troppo presto". In tal senso, l'unica iniziativa lasciata ad un consumatore consapevole è quella di trovarsi nel luogo e nel momento giusti, ovvero dove e quando le occasioni sono più frequenti, aspetto che richiede la fiducia, derivata dall'esperienza, nei confronti di tutte le numerose istituzioni "dell'educazione continua del consumatore". 


Non meraviglia afferma Bauman, che una società dei consumi sia anche un paradiso di consigli e di pubblicità, come anche un terreno fertile per profeti, indovini, venditori ambulanti di pozioni magiche e distillatori di pietre filosofali

Si è già accennato al fatto che il consumatore è oggi più un collezionista di sensazioni che di cose, ora Bauman approfondisce questo aspetto legandolo al prevalere dell'estetica del consumo sull'etica del lavoro


[…] per gli adepti di questa nuova tendenza il mondo è un immenso campo di possibilità, di sensazioni sempre più intense (nel senso del concetto di Erlebnis, distinto da quello di Erfahrung: due termini tedeschi che significano "esperienza", il primo nell'accezione di "esperienza vissuta", il secondo "in quello di evento che ci accade"). Il mondo, sotto tutti i suoi profili, viene giudicato in base alla sua capacità di provocare sensazioni ed Erlebnisse, ovvero di suscitare il desiderio, l'aspetto più piacevole della vita del consumatore, più soddisfacente della soddisfazione stessa. Oggetti, eventi e persone vengono classificati in base al grado in cui posseggono questa capacità, e la nostra percezione della realtà è molto più spesso di tipo estetico che non cognitivo o morale

Questo diverso criterio valutativo, che permea ogni aspetto della vita del consumatore, influenza anche "lo status occupato dal lavoro". Se si è già esaminato in che senso il posto occupato dall'attività lavorativa nella società abbia perduto quella centralità riconosciutagli in passato (con tutte le differenze che ne conseguono), a ciò va aggiunto che essa è oggi, come altre attività della vita, sempre più oggetto di una valutazione estetica. Il significato di questo giudizio a cui viene sottoposto il lavoro è profondo. 
Bauman, infatti, mette in luce soprattutto gli aspetti discriminanti tra il condurre attività che superano l'esame estetico e attività che invece non reggono il confronto. Ciò che stabilisce il valore del lavoro non è più la sua innata (perché dotata di una valenza etica) capacità di nobilitare l'uomo e di condurlo verso la strada del miglioramento e del completamento di sé, bensì la sua capacità di "generare un'esperienza piacevole"Da questo diverso punto di vista, lavori che non offrono una "gratificazione immediata" diventano semplicemente lavori "privi di valore"


L'etica del lavoro trasmetteva un messaggio di eguaglianza, riduceva le ovvie differenze fra le varie attività in termini di gratificazione e di prestigio, come pure dal punto di vista dei benefici materiali che ne derivavano. 
Ben diversa è la luce sotto la quale il lavoro appare dal punto di vista estetico, che accentua le distinzioni, […] ed eleva alcune professioni al rango di raffinate forme di esperienza artistica […], negando invece qualsiasi valore ad altre che servono soltanto a garantirsi la sopravvivenza. […]. Le attività del primo tipo sono "interessanti", quelle del secondo sono "noiose" […]


Interessante e noioso sono i due criteri estetici che danno oggi sostanza al lavoro. Si vede come, al pari di qualsiasi altra cosa che possa diventare oggetto del desiderio di un consumatore, le attività devono essere del primo tipo. Bauman osserva come il valore estetico  del lavoro sia diventato un "potente fattore di stratificazione sociale", come già la libertà di scelta e la mobilità. Per tale ragione, occorre ricorrere al trucco di innalzare il lavoro stesso al rango di divertimento supremo e gratificante, confondendo la linea di demarcazione tra "professione" e "occupazione secondaria", tra occupazione e "hobby", tra lavoro e "ricreazione". Dall'altra parte della scala sociale, la società odierna non ha cancellato le occupazioni noiose, monotone e faticose, le ha solo spogliate della loro maschera etica, rendendole così ancora più opprimenti. Solo persone non integrate nella società dei consumatori possono abbracciare spontaneamente attività di questo tipo, ed essere soddisfatte di vendere il proprio lavoro in cambio della pura sopravvivenza (Bauman fa l'esempio della situazione in cui oggi versano molti immigrati di prima generazione, o i lavoratori di paesi poveri, dove il capitale straniero si sposta in cerca di manodopera a basso  costo). Altrimenti, per individui integrati nella società dei consumi, vengono ricreate condizioni di non scelta, di costrizione e di lotta per la pura sopravvivenza, ma senza la copertura salvifica di una nobilitazione morale (la sofferenza appare in tutta la sua brutalità). 

Con un mercato del lavoro flessibile oggi è sempre più raro essere impegnati in professioni a cui dedicarsi anima e corpo, o quanto meno, per la maggioranza delle persone questa non è un'opzione fattibile, soprattutto dopo aver sperimentato che un simile atteggiamento comporta dei rischi notevoli a livello emotivo e psicologico, vista la frequenza di contratti a breve termine e "fino a nuovo avviso". Nelle odierne condizioni, il lavoro come professione è diventato un privilegio di pochi, di una ristretta élite che ha ancora la possibilità di vivere il lavoro come "significato di vita, come fonte di orgoglio, onore e deferenza o notorietà". 
Sugli effetti e le forme sotto cui si manifesta oggi la stratificazione sociale torneremo nel prossimo capitolo. Per il momento è utile aggiungere che l'unico servizio ancora prestato dall'etica del lavoro alle nostre società è, secondo Bauman: 


[…] un efficace pretesto per scaricare il senso di colpa di una società che abbandona all'inattività permanente larga parte dei suoi membri. E si lava le mani e la coscienza grazie al duplice artificio della condanna morale dei poveri e dell'assoluzione di tutti gli altri


Testi di riferimento
Z. Bauman, La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari, 2003. 
Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari, 2001. 
Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002. 
Z. Bauman, Lavoro, consumismo e nuove povertà, Città aperta, Troina, 2004. 
Z. Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione, Armando editore, Roma, 2005.

http://sociologia.tesionline.it/sociologia/articolo.jsp?id=2846


















giovedì 14 giugno 2012

Galileo Galilei. La natura è scritta in questo grandissimo libro che ci sta aperto innanzi agli occhi, ma non si può leggere se prima non s’impara la lingua e conoscere i caratteri nei quali è scritta. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.

Eppur si muove!
Galileo

«Con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie...e giuro che per l'avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o per scritto, cose tali per le quali si possa haver di me simil sospitione, ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d'heresia, lo denunziarò a questo santo Offizio...»
Galileo Galilei


"E finalmente io ti domando o uomo sciocco. Comprendi tu con l’immaginazione quella grandezza dell’universo, la quale tu giudichi esser troppo vasta? Se la comprendi vorrai tu stimar che la tua apprensione si estenda più che la potenza divina, vorrai tu dir d’immaginarti cose maggiori di quelle che Dio possa operare? Ma se non la comprendi, perchè vuoi apportare giudizio alle cose da te non capite?"
Le parole di Galileo nell’opera "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo."


Misura ciò che è misurabile, e rendi misurabile ciò che non lo è
Galileo Galilei


"La Bibbia dice che non gira, e i vecchi sapientoni ne danno mille prove. 
Domineiddio l'agguanta per gli orecchi e le dice, sta'ferma! Eppur si muove."
Bertold Brecht. Vita di Galileo


Grandissima mi par l'inezia di coloro che vorrebbero che Iddio avesse fatto l'universo più proporzionato alla piccola capacità del lor discorso, che all'immensa, anzi infinita, sua potenza.
Galileo Galilei, Dialogo Intorno Ai Due Massimi Sistemi Del Mondo




La maestra in quarta spiegò che Galileo, mentre abiurava, batté un piede in terra dicendo: "Eppur si muove". Questa storia non mi è mai andata giù e mi ha sempre turbata e ora forse capisco perché: mentre vuole giustificarlo, inconsciamente lo accusa di essere stato vile. Io però mi son sempre chiesta che cosa avrei fatto al suo posto e credo proprio che avrei abiurato anche senza battere il piede.


Galileo: Quelli che vedono il pane solo quand’è sulla tavola, non vogliono sapere come è stato cotto.  Quelle canaglie preferiscono ringraziar Dio piuttosto che il fornaio! Ma quelli che, il pane, lo fanno, quelli sapranno capire che non si muove niente che non venga messo in movimento.
B. Brecht. Vita di Galileo



Un esempio di cosa fu l'Umanesimo, di quali potenzialità fu corredato: un modello da seguire sempre. Purtroppo la divisione netta tra materie umanistiche e scientifiche dopo Galilei ha di fatto precluso questa possibilità.
Scelgo a caso un umanista poco conosciuto oggi, che allora fu un riferimento:
Verànzio, Fausto. - (Sebenico 1551 - Venezia 1617) una delle menti più eclettiche del suo secolo.
Chiamato a Praga da Rodolfo II presso la Cancelleria della corte, ebbe poi altri incarichi; quindi, divenuto sacerdote, fu nominato (1594) vescovo in partibus di Csanád, stabilendosi poco dopo a Venezia.
E' autore sia di Machine novae (1595) un trattato di meccanica, sia del Dictionarium quinque nobilissimarum Europae linguarum: Latinae, Italicae, Germanicae, Dalmaticae et Ungaricae, uno dei primi del genere (1610). Scrisse anche studî di filosofia e teologia e una storia d'Ungheria.
L'immagine tratta da Machinae nove ritrae la prima raffigurazione del paracadute sulla base delle indicazioni di Leonardo da Vinci. E Veranzio tentò pure di sperimentare l'uso del paracadute.




Assai mi duole chi ha scoperto tutto atomi...
talché ha dato manica a nemici di negar tutte le cose celesti che V. S. ci addita.
Vostra Signoria armi lo stile di perfetta matematica e lasci li atomi per da poi.
T. Campanella a Galileo, 8 marzo 1614



Il 25 Febbraio 1616, il Sant'Uffizio Vaticano decretò che la teoria eliocentrica, ovvero la centralità del sole in un sistema di pianeti che gli ruotano intorno, era "stolta ed eretica" in quanto in contrasto con la Bibbia e la Chiesa che affermano invece la centralità della Terra, piatta, immota e poggiante su pilastri; e il Cardinal Bellarmino, inquisitore al suo processo, proibì a Galileo Galilei, costretto ad abiurare, l'insegnamento della dottrina copernicana.
Lo stesso Bellarmino (giustiziere anche di Giordano Bruno arso vivo), fu canonizzato e nominato "Dottore della Chiesa".
La canonizzazione è la dichiarazione ufficiale della santità di una persona defunta. Emettendo questa dichiarazione, si proclama che quella persona si trova con certezza in Paradiso e in più, rispetto alla semplice beatificazione, ne permette la venerazione come santo nella chiesa universale.



Diciamo, pronunziamo sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.
E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell’avvenire e essempio all’altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei.
Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.
E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.
Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:
F. Cardinalis de Asculo.
G. Cardinalis Bentivolus.
Fr. D. Cardinalis de Cremona.
Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii
B. Cardinalis Gipsius.
F. Cardinalis Verospius.
M. Cardinalis Ginettus.
GALILEO GALILEI – L’ENNESIMO ED IMPERDONABILE CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ, 12 giugno 1633



Non puoi insegnare qualcosa ad un uomo.
Lo puoi solo aiutare a scoprirla dentro di sé.
Galileo Galilei

Non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere...
Galileo Galilei

La mente umana è finita, dunque non può trattare con l'infinito.
Galileo Galilei

Compito della scienza non è di aprire una porta all'infinito sapere, ma porre una barriera all'infinita ignoranza
Galileo Galilei

Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? Parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? E con qual facilità? Con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta.
Galileo Galilei (1564 – 1642) - da Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1624/1630)


La natura è scritta in questo grandissimo libro che ci sta aperto innanzi agli occhi, ma non si può leggere se prima non s’impara la lingua e conoscere i caratteri nei quali è scritta. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.
Galileo Galilei (1564-1642)

La filosofia è scritta in quel grandissimo libro che continuamente sta aperto davanti ai nostri occhi (voglio dire l'universo) ma che non si intende se prima non si studia la lingua e si conoscono i caratteri in cui sta scritto. La lingua di quel libro è matematica e i caratteri sono triangoli, circoli e altre figure geometriche.
Galileo Galilei





Il libro dell'universo è scritto in lingua matematica. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara ad intender la lingua,e conoscere i caratteri, nè quali è scritto.
Egli è scritto in lingua matematica,e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola: senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. 
Galileo Galilei. tratto da il Saggiatore.



Sì Galileo , la cui "domus galileiana" sta qui davanti in Via Santa Maria, il libro è scritto in figure geometriche, come una musica infinita di Bach .


Ogni effetto ha una causa e viceversa: per ogni fenomeno esistono delle condizioni necessarie e sufficienti perchè esso si verifichi
Galileo Galilei

Non mi pare che in questo luogo sia da passar con silenzio l’invenzione di ARCHIMEDE d’alzar l’acqua con la vite: la quale non solo è maravigliosa, ma è miracolosa; poiché troveremo, che l’acqua ascende nella vite discendendo continuamente.
Galileo Galilei


Le cose sono unite da legami invisibili:
non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella.
Galileo Galilei

Rettifica segnalata da Agostino Degas:
Questa bella frase non è di Galileo Galilei, bensì di Francis Thompson, poeta e asceta inglese della fine dell' 800. D'altra parte il concetto espresso ed il linguaggio sono difficilmente inquadrabili nel periodo storico in cui visse il grande Galileo Galilei.

Dietro ogni problema c'è un'opportunità.
Galileo Galilei
Ritratti filosofici (Sonia Cosco)
Di Galileo Galilei, della luna e del solletico
 


Bertrand Russell ci ricorda [1] che Galileo Galilei nacque quando morì Michelangelo (1564) e morì quando nacque Isaac Newton (1642) e che, se qualcuno crede nella metempsicosi orfica-pitagorica-platonica, tutto ciò potrebbe avere un senso. Aggiungo una nota a piè di pagina: Galilei nacque lo stesso anno di William Shakespeare. La stessa geniale e tormentata anima che trasmigra in corpi passati alla storia per portare in ambiti diversi (arte, scienza, letteratura) la rivoluzione. La sabbia del fondale è smossa, il re è nudo e questi bambini hanno il coraggio di urlarlo, lasciando sgomenta e disorientata la folla.
Galileo Galilei è un pisano adottato dalla Repubblica di Venezia. Inizia gli studi di medicina, ma è attratto dalla matematica che insegna presso l’Università di Padova e i suoi studi di astronomia si rivelano preziosissimi per potenziare le tecnologie militari e navali della Serenissima. Galileo, padre della scienza moderna, ma anche grande uomo di fede. Amico di eminenti rappresentanti della Chiesa, come il cardinale Barberini, futuro papa Urbano VIII e di gesuiti che, in un primo momento, sostengono la ricerca di Galileo, riconoscendone l’importanza.
Galilei non è uomo dal carattere facile, è un combattente del pensiero e nel 1610 nel Sidereus Nuncius raccoglie i risultati delle scoperte astronomiche (grazie al perfezionamento delle lenti inventate dagli olandesi, Galilei migliora il cannocchiale): i satelliti di Giove, le macchie solari, Saturno, le fasi di Venere. Soprattutto dà scacco matto al pregiudizio estetico aristotelico-tolemaico che voleva il mondo lunare perfetto in contrapposizione al mondo sublunare. La superficie della luna, ahimè, è brutta: 

“aspra et ineguale (…) ripiena di eminenze et di cavità, simili, ma assai maggiori, ai monti et alle valli che nella terrestre superficie sono sparsi”[2].

È un colpo al cuore. La luna, dea perfetta, notturna, ancella di poeti e pastori erranti, è rugosa come il viso di una vecchia. Ma Galilei rielabora il lutto con grande ottimismo. Forse avremo ucciso la fanciulla virginale, l’Artemide della mitologia classica, ma abbiamo scoperto una nuova bellezza, imperfetta, corruttibile, ma sempre meravigliosa come può solo sa esserlo il creato voluto da Dio. Il cacciatore Atteone del mito greco, che nell’interpretazione di Giordano Bruno è stato ucciso dalla sua consapevolezza, ha vinto la dea e mostra al mondo il suo vero volto.

Le scoperte galvanizzano Galilei, sono sempre più fitte le corrispondenze con uomini di scienza, di fede, con illustri personaggi del tempo. È del 1612 la lettera al padre benedettino Castelli in cui afferma la compatibilità del Copernicanesimo con le Sacre Scritture e nella lettera alla granduchessa Cristina di Lorena (che ci piace ricordare anche per sottolineare il ruolo di donne brillanti, colte, argute tra le maglie di una storia del pensiero filosofico, troppo spesso esclusivamente al maschile plurale) troviamo l’inossidabile intreccio di fede e scienza che fa da sottofondo a tutto il lavoro di Galilei. I testi ci dicono “come si vadia al cielo, non come vadia il cielo” sottolinea lo scienziato e ancora quel che le “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni” ci mostrano della natura non può essere messo in dubbio dai luoghi della Scrittura che presi alla lettera sembrerebbero sostenere il contrario[3].
Nel 1615 arriva una prima ammonizione da parte del cardinale Bellarmino, che però non spaventa Galilei che prosegue negli studi e nelle pubblicazioni. È del 1623 la pubblicazione de Il Saggiatore dedicato a papa Urbano VIII, uomo di grande cultura, amico dello scienziato, in cui è contenuta la celebre immagine dell’universo da intendersi come un libro scritto in lingua matematica i cui caratteri sono triangoli, cerchi, quadrati. Per interpretarlo bisogna quindi imparare l’alfabeto della matematica, disciplina che assurge a fondamento della fisica.
Come tutti i filosofi, Galilei andrebbe studiato leggendo le sue opere, soprattutto perché, a differenza di altri, i suoi scritti sono capolavori di chiarezza espositiva, acume argomentativo, inventiva letteraria e armonia stilistica. Non a caso per il suo capolavoro (Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo) usa una struttura narrativa a metà tra i Dialoghi platonici e il Decameron di Boccaccio. Non un trattato, ma un’opera aperta, in cui il confronto tra i protagonisti dialoganti, è percorso, cammino verso la costruzione della realtà, resistenza contro l’approssimazione, ricerca in fieri. Un procedere, insomma, molto socratico. Quando ne Il Saggiatore, per spiegare la differenza tra qualità primarie e secondarie, oggettive e soggettive, misurabili e non misurabili, spiega il solletico, ci illumina e nello stesso tempo diverte.

“Ma il corpo animato, che riceve tali operazioni, sente diverse affezzioni secondo che in diverse parti vien tocco: e venendo toccato, verbigrazia, sotto le piante de’ piedi, sopra le ginocchia o sotto l’ascelle, sente, oltre al commun toccamento, un’altra affezzione, alla quale noi abbiamo imposto un nome particolare, chiamandola solletico: la quale affezzione è tutta nostra, e non punto della  mano; e parmi che gravemente errerebbe chi volesse dire, la mano, oltre al moto ed al toccamento, avere in sé un’altra facoltà diversa da queste, cioè il solleticare, sì che il solletico fusse un accidente che risiedesse in lei”[4].

Ma è il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) a segnare la frattura definitiva con l’auctoritas. Le quattro giornate in cui Salviati (sostenitore del sistema copernicano), Simplicio (sostenitore del sistema aristotelico-tolemaico) e Sagredo (che funge da moderatore) ipotizzano, deducono, argomentano, scoperchiano il vaso di Pandora da cui sembrano scaturire tutti i mali del mondo. Attraverso celebri esperimenti mentali (come quello del Gran Naviglio e del principio di inerzia[5]) arriva a dimostrare che quella copernicana non è solo un’ipotesi, ma una necessaria conclusione. Il sole è fermo, la terra si muove e ci sono molti argomenti a sostegno di ciò. Attraverso una prosa scientifica smussata da sensibilità letteraria e immagini ardite, Galilei vuole unire ragione ed esperienza, non per fare professione di ateismo o agnosticismo, ma per dimostrare che la ricerca scientifica è un esercizio voluto e ordinatoci da Dio.
Queste giustificazioni non bastano. Galilei, come è noto, viene processato nel 1633 e costretto ad abiurare e condannato prima al carcere a vita, poi agli arresti domiciliari. Vecchio e cieco, arso dalla sete di conoscenza, pur nell’isolamento mantiene corrispondenze con amici ed estimatori e passa gli ultimi anni nella villa di Arcetri. Ai posteri consegna un testimone che scotta, brucia, squarcia il sipario della storia. C’è un prima e un dopo Galilei e la sua grandezza viene riconosciuta a posteriori dalla Chiesa stessa come “tappa essenziale nella metodologia della ricerca e, in generale, nel cammino verso la conoscenza del mondo della natura”[6].
Nel 1992 il celebre scienziato torna a essere “figlio legittimo” della Chiesa cattolica. Il Vaticano ha cancellato definitivamente la storica condanna al silenzio inflitta a Galilei dal cardinale Bellarmino, riconoscendo i propri errori in una cerimonia presieduta da Giovanni Paolo II che auspica: “che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, approfondiscano l’esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, rimuovano le diffidenze che quel caso frappone alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, Chiesa e mondo”[7].

Non posso concludere questa veloce ricognizione senza citare il capolavoro di un maestro del teatro novecentesco, Vita di Galileo di Bertolt Brecht il quale, partendo dal dramma personale di Galilei, riflette sulle dinamiche tra la ricerca scientifica e il potere.
E per finire un invito a scoprire un altro Galilei più contemporaneo, figlio del teatro della narrazione del versatile drammaturgo e attore Marco Paolini che con lo spettacolo ITIS Galileo (scritto con Francesco Niccolini) cattura con citazioni e sarcasmo e coinvolge lo spettatore lungo il percorso (anche visivo) del ragionare, togliendo al nostro grande scienziato un po’ di aura e compensandola con un po’ di complessa e non sempre limpida umanità.
Sonia Cosco
19/07/2016

[1] Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Tea.
[2] Galileo Galilei, Nuncius Sidereus.
[3] Galileo Galilei, Lettera a Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana.
[4] Galileo Galilei, Il Saggiatore.
[5] Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.
[6] Giovanni Paolo II in Orazio La Rocca, http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/10/30/il-vaticano-cancella-la-condanna-di-galileo.html.
[7] Op. Cit.
 Sonia Cosco  Diari  Ritratti filosofici (Sonia Cosco)
http://www.diogenemagazine.it/diari/ritratti-filosofici-sonia-cosco/367-di-galileo-galilei-della-luna-e-del-solletico.html




Galileo Galilei a Padre Benedetto Castelli
21 dicembre 1613

Molto reverendo Padre e Signor mio Osservandissimo,
ieri mi fu a trovare il Sig. Niccolò Arrighetti, il quale mi dette ragguaglio della P. V.: ond'io presi diletto infinito nel sentir quello di che io non dubitavo punto, ciò è della satisfazion grande che ella dava a tutto cotesto Studio, tanto a i sopraintendenti di esso quanto a gli stessi lettori e a gli scolari di tutte le nazioni:[…]. 
I particolari che ella disse, referitimi dal Sig. Arrighetti, mi hanno dato occasione di tornar a considerare alcune cose in generale circa 'l portar la Scrittura Sacra in dispute di conclusioni naturali ed alcun'altre in particolare sopra 'l luogo di Giosuè, propostoli, in contradizione della mobilità della Terra e stabilità del Sole, dalla Gran Duchessa Madre, con qualche replica della Serenissima Arciduchessa.
Quanto alla prima domanda generica di Madama Serenissima, parmi che prudentissimamente fusse proposto da quella e conceduto e stabilito dalla P. V., non poter mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma essere i suoi decreti d'assoluta ed inviolabile verità. Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de' suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d'ira, di pentimento, d'odio, e anco talvolta l'obblivione delle cose passate e l'ignoranza delle future. Onde, sì come nella Scrittura si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per accomodarsi alI'incapacità del vulgo, così per quei pochi che meritano d'esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e n'additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti.
[…] Io crederei che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi, darei con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l'astronomia, di cui ve n'è così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti. Però se i primi scrittori sacri avessero auto pensiero di persuader al popolo le disposizioni e movimenti de' corpi celesti, non ne avrebbon trattato così poco, che è come niente in comparazione dell'infinite conclusioni altissime e ammirande che in tale scienza si contengono.
[…] Posto dunque e conceduto per ora all'avversario, che le parole del testo sacro s'abbino a prender nel senso appunto ch'elle suonano, ciò è che Iddio a' preghi di Giosuè facesse fermare il Sole e prolungasse il giorno, ond'esso ne conseguì la vittoria; ma richiedendo io ancora, che la medesima determinazione vaglia per me, sì che l'avversario non presumesse di legar me e lasciar sé libero quanto al poter alterare o mutare i significati delle parole; io dico che questo luogo ci mostra manifestamente la falsità e impossibilità del mondano sistema Aristotelico e Tolemaico, e all'incontro benissimo s'accomoda co 'l Copernicano.
E prima, io dimando all'avversario, s'egli sa di quali movimenti si muova il Sole? Se egli lo sa, è forza che e' risponda, quello muoversi di due movimenti, cioè del movimento annuo da ponente verso levante, e del diurno all'opposito da levante a ponente.
Ond'io, secondariamente, gli domando se questi due movimenti, così diversi e quasi contrarii tra di loro, competono al Sole e sono suoi proprii egualmente? È forza risponder di no, ma che un solo è suo proprio e particolare, ciò è l'annuo, e l'altro non è altramente suo, ma del cielo altissimo, dico del primo mobile, il quale rapisce seco il Sole e gli altri pianeti e la sfera stellata ancora, constringendoli a dar una conversione 'ntorno alla Terra in 24 ore, con moto, come ho detto, quasi contrario al loro naturale e proprio.
Vengo alla terza interrogazione, e gli domando con quale di questi due movimenti il Sole produca il giorno e la notte, cioè se col suo proprio o pure con quel del primo mobile? È forza rispondere, il giorno e la notte esser effetti del moto del primo mobili e dal moto proprio del Sole depender non il giorno e la notte, ma le stagioni diverse e l'anno stesso. Ora, se il giorno depende non dal moto del Sole ma da quel del primo mobile, chi non vede che per allungare il giorno bisogna fermare il primo mobile, e non il Sole? Anzi, pur chi sarà ch'intenda questi primi elementi d'astronomia e non conosca che, se Dio avesse fermato 'l moto del Sole, in cambio d'allungar il giorno l'avrebbe scorciato e fatto più breve? perché, essendo 'l moto del Sole al contrario della conversione diurna, quanto più 'l Sole si movesse verso oriente, tanto più si verrebbe a ritardar il suo corso all'occidente; e diminuendosi o annullandosi il moto del Sole, in tanto più breve tempo giugnerebbe all'occaso: il qual accidente sensatamente si vede nella Luna, la quale fa le sue conversioni diurne tanto più tarde di quelle del Sole, quanto il suo movimento proprio è più veloce di quel del Sole. Essendo, dunque, assolutamente impossibile nella costituzion di Tolomeo e d'Aristotile fermare il moto del Sole e allungare il giorno, sì come afferma la Scrittura esser accaduto, adunque o bisogna che i movimenti non sieno ordinati come vuol Tolomeo, o bisogna alterar il senso delle parole, e dire che quando la Scrittura dice che Iddio fermò il Sole, voleva dire che fermò 'l primo mobile, ma che, per accomodarsi alla capacità di quei che sono a fatica idonei a intender il nascere e 'l tramontar del Sole, ella dicesse al contrario di quel che avrebbe detto parlando a uomini sensati
Aggiugnesi a questo, che non è credibile ch'Iddio fermasse il Sole solamente, lasciando scorrer l'altre sfere; perché senza necessità nessuna avrebbe alterato e permutato tutto l'ordine, gli aspetti e le disposizioni dell'altre stelle rispett'al Sole, e grandemente perturbato tutto 'l corso della natura: ma è credibile ch'Egli fermasse tutto 'l sistema delle celesti sfere, le quali, dopo quel tempo della quiete interposta, ritornassero concordemente alle lor opre senza confusione o alterazion alcuna.
Ma perché già siamo convenuti, non doversi alterar il senso delle parole del testo, è necessario ricorrere ad altra costituzione delle parti del mondo, e veder se conforme a quella il sentimento nudo delle parole cammina rettamente e senza intoppo, sì come veramente si scorge avvenire.
Avendo io dunque scoperto e necessariamente dimostrato, il globo del Sole rivolgersi in sé stesso, facendo un'intera conversione in un mese lunare in circa, per quel verso appunto che si fanno tutte l'altre conversioni celesti; ed essendo, di più, molto probabile e ragionevole che il Sole, come strumento e ministro massimo della natura, quasi cuor del mondo, dia non solamente, com'egli chiaramente dà, luce, ma il moto ancora a tutti i pianeti che intorno se gli raggirano; se, conforme alla posizion del Copernico, noi attribuirem alla Terra principalmente la conversion diurna; chi non vede che per fermar tutto il sistema, onde, senza punto alterar il restante delle scambievoli relazioni de' pianeti, solo si prolungasse lo spazio e 'l tempo della diurna illuminazione, bastò che fosse fermato il Sole, com'appunto suonan le parole del sacro testo? Ecco, dunque, il modo secondo il quale, senza introdur confusione alcuna tra le parti del mondo e senza alterazion delle parole della Scrittura, si può, col fermar il Sole, allungar il giorno in Terra
Ho scritto più assai che non comportano le mie indisposizioni: però finisco, con offerirmegli servitore, e gli bacio le mani, pregandogli da N. S. le buone feste e ogni felicità.
Di Firenze, li 21 Dicembre 1613
Di Vostra Paternità molto Reverenda
Servitore Affezionatissimo
Galileo Galilei
Nel 1613 Galileo scrisse una lettera ad un suo vecchio studente, il benedettino Benedetto Castelli (1578-1643), su come non fosse necessario vedere il moto della terra in opposizione con la Sacra Scrittura. Galileo porta come argomento per la rotazione della terra l’analogia con la rotazione del sole attorno al proprio asse e quello della ragionevolezza di sostenere che la maggiore grandezza e dignità del sole suggerisse il suo ruolo centrale. Un anno più tardi Galileo fu attaccato dal pulpito dei Domenicani a motivo dei suoi insegnamenti copernicani.

Per leggere la versione integrale della lettera: http://bit.ly/1yXpW4l



Rettifica segnalata da Agostino Degas:
"Dietro ogni problema c'è un'opportunità.” Non è di Galileo Galiei
Questa frase (anche nella forma: "Dietro ogni problema si cela un'opportunità") è attribuita (solo in Italia) a Galileo Galilei, ma c'è da dubitarne, visto che PUR AVENDO ESAMINATO TUTTE LE SUE OPERE PIÙ IMPORTANTI E LE SUE LETTERE, ESSA NON RISULTA. È probabile che si tratti della solita falsa attribuzione di una frase per dargli maggiore autorevolezza (in questa raccolta di citazioni errate se ne trovano parecchie). Molti ci cascano, visto che (quasi) nessuno si preoccupa mai di verificare le fonti. Naturalmente se qualcuno ha prove che certifichino che l'autore di questo pensiero sia davvero Galileo, sarei lieti di rettificare quanto affermato.



La Storia di Galileo Galilei
http://youtu.be/ukiIc0aduKI


7 gennaio 1610. 
Galileo osserva per la prima volta i quattro satelliti maggiori di Giove, i cosiddetti satelliti medicei: sono Io, Europa, Ganimede e Callisto.

La data è tratta dal "Sidereus Nuncius" dello stesso Galilei che racconta di aver visto "addì 7 gennaio 1610" i primi 3 "all'ora prima di notte" e, qualche giorno dopo, il quarto. 
Treccani, testo di Gabriele Vanin, Presidente Emerito dell'Unione Astrofisici Italiani. http://www.treccani.it/.../galileo_astronomo/vanin.html

Galileo Galilei, questa è la sentenza”  […] Nei secoli XVI e XVII il mondo cristiano fu travagliato dalla riforma protestante che contestava la corruzione e degenerazione della Chiesa Cattolica Romana. Per contrastare il diffondersi della dottrina di Lutero furono istituiti i TRIBUNALI DELL’INQUISIZIONE, chiamati a giudicare e a punire, spesso con la morte, chi deviava dai DOGMI della Chiesa. In quest’epoca turbolenta nacque Galileo Galilei. Fin da ragazzo Galileo mostrò grande interesse per i fenomeni naturali di cui quotidianamente era testimone e curioso indagatore. Si può affermare che i suoi primi esperimenti aprirono la via alla FISICA MODERNA, e che i suoi studi mutarono IL MODO CON CUI L’UOMO GUARDAVA ALL’UNIVERSO. La personalità di Galileo era decisamente complessa, e il senso pratico con cui affrontava i problemi, ne faceva un uomo del tutto NUOVO per il suo tempo. La sete di conoscenza spinse Galileo a METTERE IN DISCUSSIONE LA VISIONE CHE LA CHIESA AVEVA DEL MONDO e a RIVOLUZIONARE I FONDAMENTI DELL’ASTRONOMIA. Nonostante ciò, Galileo era e rimase Cattolico, affidò anche sua figlia Virginia alla vita monacale; accolta nell’ordine della Clarisse, la giovane gli inviò diverse lettere in cui manifestava la sua preoccupazione per la sorte del padre ACCUSATO DI ERESIA e condannato agli arresti domiciliari;  ma, nonostante le difficoltà, Galileo non perse mai il DESIDERIO DI SPIEGARE IL MONDO NATURALE: “volevo che gli uomini capissero che la natura aveva donato loro gli OCCHI per ammirare le sue opere, ma anche un INTELLETTO affinché potessero comprenderle. Galileo riuscì a penetrare i misteri dell’Universo meglio di molti altri nonostante i molti ostacoli: la sua storia divenne simbolo del CONFLITTO TRA RELIGIONE E SCIENZA. Galileo era convinto che la Bibbia fosse il verbo di Dio, solo che NON LA RITENEVA ATTENDIBILE COME MANUALE DI ASTRONOMIA. La chiesa inserì le OPERE DI GALILEO NELL’INDICE DEI LIBRI PROIBITI: Galileo pagò un prezzo terribile, ma le sue scoperte cambiarono il mondo. Da secoli gli uomini regolavano la loro vita con la posizione del sole nel cielo, il sole appariva loro attraversare il cielo ruotando intorno alla terra; questa concezione dell’universo era stata originariamente enunciata dall’antico filosofo Aristotele: al centro stava la terra, IMMOBILE DIMORA DELL’UOMO. Il sole era uno dei tanti corpi celesti che le giravano infinitamente attorno; dissentire da questa visione era RISCHIOSO. La statua di Padre Giordano BRUNO, a Roma, indica il PUNTO IN CUI IL FILOSOFO FU ARSO VIVO per le sue IDEE POCO ORTODOSSE. LA CHIESA RITENEVA L’ASTRONOMIA UNO STRUMENTO DI INDAGINE DELLE OPERE DI DIO: LA SCIENZA NON POTEVA QUINDI RINNEGARE LA RELIGIONE. Nelle Università ecclesiastiche bisognava superare l’esame di sette materie fondamentali, tra le quali ASTRONOMIA, prima di passare alla FILOSOFIA e alla TEOLOGIA. Lo studio delle stelle doveva servire ad avvicinare l’uomo ad un mondo ultraterreno, spirituale ed eterno. Lo studio dei fenomeni celesti aveva anche una ragione più pratica: IL CIELO FUNGEVA SIA DA OROLOGIO che da CALENDARIO. L’alba ed il tramonto scandivano il ciclo delle preghiere mattutine e serali nei conventi. Ogni primavera l’Equinozio segnava l’inizio della SEMINA DEI CAMPI. Il solstizio invernale preannunciava il Natale, mentre le fasi della Luna fissavano le date esatte della Quaresima e della Pasqua. In questo modo la Chiesa riuscì a conferire un SIGNIFICATO SPIRITUALE ALLE TEORIE GEOCENTRICHE DI ARISTOTELE. Secondo i greci la terra non si trovava perfettamente al centro dell’universo ma occupava ugualmente una POSIZIONE PRIVILEGIATA. Questo modello fu ADOTTATO DALLA CHIESA perché presupponeva uno spazio intorno alla terra in cui POTER COLLOCARE INFERNO E PARADISO. Da giovane Galileo accarezzò per breve tempo l’idea di diventare sacerdote: nel 1581 SI ISCRISSE INVECE ALLA FACOLTA’ DI MEDICINA DELL’UNIVERSITA’ DI PISA. Il programma degli studi, fino ai dettagli delle FIGURE DI ANATOMIA dei libri di testo, DOVEVA ESSERE APPROVATO DAI GESUITI. Galileo abbandonò la Medicina dopo pochi anni e iniziò ad interessarsi alla Matematica. Tra i numerosi scritti pervenutici vi è un ELOQUENTE TRIBUTO AL POTERE DELLA MATEMATICA DI ILLUMINARE IL MONDO: “Il grandioso libro dell’Universo potrebbe essere COMPRESO SOLO SE SI IMPARASSE A DECIFRARE LA LINGUA IN CUI E’ SCRITTO, cioè IL LINGUAGGIO MATEMATICO: I TRIANGOLI, I CERCHI, LE FIGURE GEOMETRICHE…, senza ciò è IMPOSSIBILE, del tutto IMPOSSIBILE CAPIRE UNA SOLA PAROLA…., sarebbe come vagare in un oscuro labirinto”. Davanti al mondo siamo disorientati; DOV’E’ LA VERITA’? Dov’è la risposta? Era diffusa l’opinione, condivisa da Galileo, CHE LA VERITA’ RISIEDESSE NELLA MATEMATICA. Semmai il pensiero degli esseri umani a quello di Dio, era QUANDO SI RAGIONAVA IN TERMINI MATEMATICI. Combinando l’attenta osservazione della NATURA alla MATEMATICA, otteniamo una base certa per STUDIARE LE COSE e comprendiamo la perfezione del disegno divino. Galileo condusse i suoi studi di matematica all’Università di Padova, sufficientemente LONTANO DA ROMA per SOTTRARSI ALL’INFLUENZA DEI GESUITI E DEL PROGRAMMA DI STUDI DA LORO APPROVATO. A Padova c’era un’Università, era stata fondata nel 1222 da alcuni professori e studenti, e NON ERA STATA ISTITUITA NE’ DA UN RE, NE’ DA UN PAPA: ERA COMPLETAMENTE AUTONOMA, sotto la supervisione della libera Repubblica di Venezia; quindi lavorare a Padova voleva dire godere della più grande LIBERTA’ ACCADEMICA SICURAMENTE D’ITALIA, e forse anche d’Europa. Galileo divenne professore di Matematica a Padova nel 1581, spesso trascorreva le vacanze nella vicina Venezia, e fu lì che conobbe Marina Gamba, con cui ebbe una lunga relazione; di lei si sa poco, se non che la sua condizione sociale era inferiore a quella di Galileo; la relazione complicò la vita dello scienziato. Si, certo, amava divertirsi…



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