Visualizzazione post con etichetta Proust. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Proust. Mostra tutti i post

martedì 6 settembre 2016

“Il glamour della psicoanalisi” ho usato questo termine glamour al posto del termine freudiano sopravvalutazione, perché mi sembra indichi con maggior precisione il fenomeno. Glamour è un termine che ha nobiltà letteraria, malgrado sia ora stato adottato dai media. È stato utilizzato per la prima volta da Walter Scott, che ha ripreso un antico termine scozzese e indica una sorta di incantesimo che porta a vedere le cose diverse da come sono. Non si tratta quindi di una sopravvalutazione o di un errore di valutazione, ma di un’aggiunta, un’aura che impreziosisce l’oggetto. Non possiamo non notare che anche il termine “glamour” viene dal vocabolario della magia. Evidentemente l’amore va molto più d’accordo con la magia che con la biochimica. Nel linguaggio corrente ha cominciato a introdursi la metafora della chimica ma in realtà quesito risale Goethe: le affinità elettive sono affinità tra sostanze, e solo in modo traslato lo sono tra esseri umani. Nella psicoanalisi noi esploriamo precisamente questo altro spazio, questa diversa dimensione agalmatica, di glamour, quell’erotica della vita che ci può passare sotto gli occhi inosservata se siamo solo intenti alla pragmatica degli scambi e dei commerci. È un aspetto che non passa però sicuramente inosservato agli occhi di Ariosto, e lo troviamo colto in una forma mirabile nel secondo canto del poema.

L'amore e il desiderio da Ariosto a Lacan.

Le donne, i cavalieri, l’armi, gli amori, le cortesie, le audaci imprese. 
Il verso iniziale del poema di Ariosto ha scandito la scelta dei temi di questa rassegna per la commemorazione del cinquecentenario della pubblicazione dell’Orlando Furioso, e questa sera siamo al giunti all’accattivante argomento degli amori. 

[...] l’amore in relazione alla follia di Orlando. 
Bisogna dire che la descrizione della follia di Orlando, per quanto Ariosto la sviluppi in chiave comica, è molto realistica. Orlando sembra uno di quei guerrieri vichinghi, i berserker, che presi da un raptus mostravano una forza eccezionale e potevano compiere stragi immani, come quelle che vediamo oggi ogni tanto nelle scuole americane. 

La follia e la strage indiscriminata sono una realtà che si manifesta in forme variate nelle diverse epoche, ed è un peculiare passaggio all’atto psicotico. 

La relazione causale tra amore non corrisposto e follia ha invece un valore letterario, ma non clinico. Per quanto possiamo dire, nel nostro modo di esprimerci abituale, che qualcuno è “impazzito per amore”, in realtà nessuno diventa pazzo per amore se non  è in qualche modo pazzo già prima. L’amore non corrisposto può svuotare la vita di significato per il soggetto, può portare alla depressione e alla disperazione, ma la psicosi è un’altra cosa. [...]

​Il tema dell’amore Ariosto lo eredita dal poema che lo precede e da cui prende le mosse, ovvero l’Orlando innamorato.

Prima del Boiardo, Orlando è semplicemente un eroe di battaglie e di gesta gloriose. Anche nel poema del Boiardo resta comunque un perfetto cavaliere, casto, e non toccherà mai Angelica, che accompagna e difende da Agricane in Albraca, senza, diciamo così, fruirne. 

Nel Boiaro l’amore è un tema di perdizione e che mette in movimento la dinamica degli avvenimenti: Angelica è il vero motore del poema. 

Che cosa fa innamorare? 
Per far innamorare, nel Boiaro, ad Angelica basta semplicemente apparire al ricevimento di Carlo Magno, e tutti, baroni, principi, cristiani o pagani, rivolgono il viso a lei, stupefatti, e si avvicinano. E Orlando, che è tra loro, comincia qui a smarrirsi, a darsi del pazzo (“Ahi paccio Orlando, nel suo con dicia”) perché si sente trasportato dal desiderio questo lo mette in contrasto con la fede, e con la fedeltà. 

Non dimentichiamo infatti che Orlando è sposato. 
Alda la Bella è la sua sposa, ma la bellezza di Angelica è talmente superiore che non è possibile contrastarne la forza d’attrazione (“Io, che stimavo tutto il mondo nulla / senz’arme vinto son da una fanciulla”).

La causa dell’amore, nel Boiardo, è l’apparizione della bellezza assoluta.

Subito dopo la bellezza assoluta vengono però la magia, e gli incantesimi. In questo possiamo dire che Boiardo è molto più realistico, nel suo modo di interpretare la vita, dello scientismo contemporaneo la cui prospettiva riconduce tutto semplicemente alla chimica. 

I ricercatori di serissime Università, nel Maryland e a Tel Aviv, fanno dipendere infatti l’amore da un ormone, l’ossitocina, in una visione di causalità lineare rispetto alla quale quella del Boiardo è decisamente più interessante .
Gli eroi del Boiardo non conoscono gli ormoni, e si innamorano quando bevono da fontane fatate. Prima beve Angelica, che sta fuggendo da una contesa di cavalieri innamorati di lei.
Angelica  ̶ e questo è un tratto che ha in comune con Ofelia  ̶ è un’esca. Viene mandata da Galafrone, re del Catai, come Marco Polo aveva anticamente chiamato la Cina, insieme al fratello Argalia a creare scompiglio tra i paladini di Carlo Magno.
E Angelica ci riesce, perché appena arriva, tutti i cavalieri perdono la testa per lei, e bisogna organizzare una sfida perché il migliore, ovvero colui che riuscirà a disarcionare Argalia, possa averla in isposa. La cosa però risulta complessa, perché Argalia è dotato di armi fatate e di un elmo indistruttibile.

Angelica è dunque al centro del poema come oggetto del desiderio di tutti, e non è una posizione comoda, perché pensa subito di darsela a gambe. Nella fuga si ferma per abbeverarsi a una fontana, ma è la fontana dell’acqua che fa innamorare  ̶  così si innamora di Rinaldo.
Naturalmente c’è anche una fontana dell’acqua che fa disamorare, e in questa va a bere Rinaldo, che comincia a provare avversione per Angelica, confermando un dato di realtà molto più sicuro in questi poemi, su questa materia, che negli esperimenti a doppio cieco, e cioè che gli amori corrisposti sono rari e fortunati.

Poi, changez la dame, i cammini si invertono e Rinaldo finisce per bere nella fonte dell’acqua che fa innamorare e Angelica in quella che fa disamorare, così sono al punto di partenza, ma a parti rovesciate.

Questa storia d’amore per incantesimi, è simile a quella che, mettendo un anello al posto dell’acqua, ci racconta Calvino nelle Lezioni Americane riprendendola da un quaderno di appunti di Barbey d’Aurevilly.

“L’Imperatore Carlomagno, in tarda età, s’innamorò di una ragazza tedesca. I baroni della corte erano molto preoccupati vedendo che il sovrano, tutto preso dalla sua brama amorosa e dimentico dalla dignità regale, trascurava gli affari dell’Impero. Quando improvvisamente la ragazza morì, i dignitari trassero un respiro di sollievo, ma per poco: perché l’amore di Carlomagno non morì con lei. L’imperatore, fatto portare il cadavere imbalsamato nella sua stanza, non voleva staccarsene.
L’arcivescovo Turpino, spaventato da questa macabra passione, sospettò un incantesimo e volle esaminare il cadavere. Nascosto sotto la lingua della morta, egli trovò un anello con una pietra preziosa. Dal momento in cui l’anello fu nelle mani di Turpino, Carlomagno s’affrettò a far seppellire il cadavere, e riversò il suo amore sulla persona dell’arcivescovo. Turpino, per sfuggire a quell’imbarazzante situazione, gettò l’anello nel lago di Costanza. Carlomagno s’innamorò del lago e non volle più allontanarsi dalle sue rive”.

Vediamo qui, nelle forme della magia, e degli incantesimi, delinearsi tuttavia uno schema, una logica, la cui fonte è ancora più antica, perché risale a Platone. Troviamo infatti nel Simposio il momento in cui tra i commensali che stanno discutendo sulla natura dell’amore, irrompe Alcibiade ubriaco, che si mette a sedere tra Socrate e Agatone, che è il padrone di casa.
Si elegge a simposiarca, e cambia le regole della serata: non si farà l’elogio di Eros, dice, ma di colui che sta seduto alla propria destra, che per lui è Socrate.
Fa così l’elogio di Socrate come oggetto del suo amore. 
Si vorrebbe che l’amore fosse attratto dalla bellezza, e notoriamente Socrate è brutto, dal volto di satiro e dal ventre sporgente. Ma, dice Alcibiade, è come quelle statuette che si aprono e racchiudono dentro di sé qualcosa di prezioso, un’immagine degli dei. Agalma è il termine greco. Chi contiene l’agalma, la cosa preziosa, l’immagine degli dei, è chi ci fa innamorare. Si vede quindi chiaramente come l’agalma abbia qui la stessa funzione dell’anello nella storia di Turpino, o dell’acqua delle fonti nel poema su Orlando. L’agalma, la cosa preziosa, è l’oggetto che accende il desiderio, e chi lo contiene detiene un potere sul desiderio.
Non occorre che l’oggetto sia concreto come l’acqua o l’anello. 

Lacan riprende i temi del Simposio per mostrare come al di là di tutto quel che l’esperienza di analisi mette in gioco come logica dell’inconscio, come traversata del fantasma, come perseguimento della verità, tutto questo resterebbe inerte se accanto alla logica e alla verità non ci fosse un’erotica, qualcosa che va al di là di quel che le parole dicono, qualcosa che va al di là di quel che le immagini mostrano, che passa attraverso le parole e attraverso le immagini, qualcosa di impalpabile e prezioso, che solo l’innamorato sa vedere.

Parole e immagini non sono indifferenti, ed è abbastanza noto che gli uomini sono attratti più dalle immagini, mentre le donne sono più incantate dalle parole.

Sia le immagini sia le parole però non valgono di per se stesse, sono latrici di una bellezza nascosta, che va al di là di quel che le parole dicono e di quel che le immagini mostrano. 

Incontriamo qui il tema di quel che Freud chiamava la sopravvalutazione sessuale, che vuol dire che quando siamo innamorati di una persona, la vediamo con altri occhi, o vediamo le bellezze segrete che nasconde e che nessun altro vede. Per cui la donna che amo, se non è bella ha però un corpo armonioso, se non ha un corpo armonioso sa muoversi come nessun’altra, se non sa muoversi ha una voce che magnetizza, e se invece ha la voce roca, ha uno sguardo che imprigiona, e così via.

Il termine utilizzato da Freud può risultare fuorviante, perché se diciamo sopravvalutazione possiamo pensare per contrasto a una possibile giusta valutazione che viene un po’ gonfiata o disptorta. Direi piuttosto che l’oggetto d’amore è al di là di ogni valutazione, è fuori mercato, perché il mercato è il luogo degli scambi, delle equivalenze, e l’oggetto d’amore è inestimabile e insostituibile, occupa un altro spazio. 

Me lo diceva con magica semplicità un paziente qualche giorno fa: 
quando sono innamorato il mondo è diverso, è più bello, non sento più la fatica di vivere e la negatività delle cose, sono in un’altra dimensione. Sono momenti in cui il mondo appare quindi in un’altra luce.

Nel mio libro “Il glamour della psicoanalisi” ho usato questo termine glamour al posto del termine freudiano sopravvalutazione, perché mi sembra indichi con maggior precisione il fenomeno. Glamour è un termine che ha nobiltà letteraria, malgrado sia ora stato adottato dai media. È stato utilizzato per la prima volta da Walter Scott, che ha ripreso un antico termine scozzese e indica una sorta di incantesimo che porta a vedere le cose diverse da come sono. Non si tratta quindi di una sopravvalutazione o di un errore di valutazione, ma di un’aggiunta, un’aura che impreziosisce l’oggetto.
Non possiamo non notare che anche il termine “glamour” viene dal vocabolario della magia. Evidentemente l’amore va molto più d’accordo con la magia che con la biochimica. 

Nel linguaggio corrente ha cominciato a introdursi la metafora della chimica ma in realtà quesito risale Goethe: le affinità elettive sono affinità tra sostanze, e solo in modo traslato lo sono tra esseri umani.

Nella psicoanalisi noi esploriamo precisamente questo altro spazio, questa diversa dimensione agalmatica, di glamour, quell’erotica della vita che ci può passare sotto gli occhi inosservata se siamo solo intenti alla pragmatica degli scambi e dei commerci. È un aspetto che non passa però sicuramente inosservato agli occhi di Ariosto, e lo troviamo colto in una forma mirabile nel secondo canto del poema.

Vi do il contesto in cui l’idea compare. 
Rinaldo e Ferraù se le stanno dando di santa ragione. 
Angelica infatti se l’è squagliata dal campo di Carlo Magno mentre Rinaldo e Orlando sono a tenzone per ottenere lei in premio. Baiardo, destriero di gran buon senso, sfugge al suo padrone Rinaldo non in cerca della libertà ma per rimetterlo sulle tracce dell’amata. Arrivato alla meta, lì accanto trova però anche Ferraù in cerca di ristoro presso un corso d’acqua. Non appena i due si vedono cominciano a battersi e intanto, di nuovo, Angelica se la fila. I due si rendono conto che possono duellare finché vogliono, ma nessun vincitore avrà la donna se questa galoppa via come il vento. Si accordano allora per una tregua e per seguirne le tracce prendendo le divergenti strade di un bivio. Ferraù si ritrova a un fiume dove incontra lo spirito di Argalìa. Rinaldo, sempre seguendo Baiardo, si fa portare sulle tracce di Angelica, che non vede miglior via di scampo che affidarsi alla protezione di Sacripante, che lì accanto si sta struggendo anche lui di amore per lei. Naturalmente Angelica pensa solo di fargli qualche moina per tirarlo dalla sua e piantarlo in asso quando non gli servirà più. Gli si aggrappa al collo con il disegno di farsi riaccompagnare nel Catai, e gli fa un dettagliato resoconto di come, allontanatosi da lui, sia rimasta sotto la protezione di Orlando che, cavaliere integerrimo, la salvò più volte dai guai e dal disonore, senza mai mettere a repentaglio la sua verginità,
Forse era vero  ̶  commenta Ariosto  ̶  ma sicuramente non era credibile per chi fosse stato padrone del proprio senno. Ma Sacripante lo credette come la cosa più naturale del mondo. Perché?

“Quel che l’uomo vede, Amor gli fa invisibile, e l’invisibile fa vedere amore”.

Questa è la formula straordinariamente efficace in cui Ariosto esprime l’idea dell’amore come un’operatore d’inversione tra il visibile e l’invisibile.
L’amore rende credibili le parole di Angelica perché Sacripante vuol crederle, perché la vede sotto la luce del glamour. Potrete dire allora che l’amore si presta all’inganno.

Naturalmente vi si presta, ma consideriamo che qui ci troviamo ancora nel caso di un amore non corrisposto, e che Angelica qui si propone come esca, un’esca a cui Sacripante abbocca pienamente. Nell’amore non corrisposto l’amante è in balia del gioco dell’amato, perché cancella in quest’ultimo ogni macchia, scotomizza ogni aspetto negativo, o se lo vede non se ne cura.

Consideriamo invece il caso dell’amore corrisposto: si tratta di un’esperienza che apre l’orizzonte di un altro un mondo, uno spazio estraneo al commercio, agli scambi, ai negoziati. È quel che Houellebecq, in un suo libro, chiama “la possibilità di un’isola”, e che sigla con questi versi:

“Et l'amour, où tout est facile,
Où tout est donné dans l'instant;
IL EXISTE AU MILIEU DU TEMPS
La possibilité d'une île”.


È quest’isola in mezzo al tempo, invisibile quando si guarda con occhi quotidiani, che l’amore rende visibile, mandando sullo sfondo il tempo, le sue tempeste, la divorazione costante e progressiva che fa della nostra vita.

Questa relazione e opposizione tra amore e tempo è qualcosa che i poeti hanno sempre percepito. È un tema presente in Auden, che sente l’amore divorato dal tempo. Scrive in una delle sue poesie più famose, Funeral Blues:


“Pensavo che l’amore  fosse eterno: e avevo torto.
Non servono più le stelle: spegnetele pure tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotate l'oceano e sradicate anche il bosco;
perché ormai nulla serve più”.


Auden mostra la vena malinconica, l’amore inghiottito, consumato, logorato dal tempo. Houellebecq, autore di solito considerato cinico, vede invece piuttosto l’amore come sospensione del tempo, un tempo pensato come Chronos, divoratore dei propri figli, il tempo in cui tutto sorge e tutto rientra e tramonta. Ma quando Houellebecq dice: “tutto è dato nell’istante” si pone al di fuori del problema se l’amore sia eterno o momentaneo. Non c’è bisogno dell’eternità: basta l’istante perché tutto sia dato.

Credo sia interessante mettere in risonanza i temi espressi nel linguaggio di un poeta rinascimentale con l’Ariosto, con il modo in cui risuonano nella sensibilità dei poeti moderni. 

Per Ariosto in fondo l’accento non è tanto posto sul problema del tempo, quanto su quello dello spazio, con il richiamo alla dialettica tra visibile e invisibile. 

Su questo è in Proust che possiamo trovare un’eco della stessa melodia, ne “La prigioniera” quando il narratore esprime il suo desiderio, o la sua ossessione per Albertine. Possederla significa averla non solo tra le sue braccia, ma averla in ogni punto dello spazio che occupa. E se Albertina è la prigioniera del momento in cui la trattengo con me, è però l’evasa di ieri e di domani, e di qualsiasi momento in cui è altrove che nella mia stretta.

Ogni poeta ha un suo modo particolare di mostrare il rapporto con il desiderio, che vuol dire il rapporto con un oggetto che si sottrae, che scivola via di tra le dita. 

Basti pensare a Leopardi con Silvia, che nel momento in cui se ne parla, in cui la celebra, è già svanita. Quando dice “Silvia rimembri ancora…” il tempo della vita mortale che vuol ricordare è già svanito, come la “beltà che splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”.

Da questo punto di vista, l’Orlando furioso, prima ancora che un canto degli amori di dame e cavalieri, è il poema del desiderio. Tutti i personaggi inseguano qualcosa o qualcuno che sfugge loro di mano. I cavalli, le armi, gli oggetti fatati passano continuamente da un personaggio all’altro, e soprattutto, l’oggetto di desiderio centrale del poema, Angelica, è sempre in fuga.
Il poema si apre con la fuga: Orlando e Rinaldo se la contendono e lei, vista la mal parata dell’esercito di Carlo Magno, salta a cavallo e vola via al galoppo. Nella fuga, come abbiamo detto, si ritrova tra Rinaldo e Ferraù che se la contendono e mentre questi si battono, gira i tacchi e sparisce.
Ma c’è, al centro del poema, un dispositivo fatto apposta per far sparire le cose ed è il castello di Atlante. Come dice Calvino, il palazzo incantato del mago Atlante è una sorta di trabocchetto al centro del poema, una specie di vortice che inghiotte uno a uno i principali personaggi. Ruggiero ci entra credendo di inseguire Bradamante. Orlando vi è attratto credendo di correre dietro ad Angelica. Chi cerca un cavallo, chi va dietro a un nemico invisibile. E in realtà – dice incisivamente Calvino – il palazzo è vuoto degli oggetti cercati e pieno solo dei cercatori.
Ma una volta entrati, i personaggi sono come in un labirinto, e non riescono più a uscirne. Se uno fa per allontanarsi sente un richiamo, e quando corre verso l’apparizione questa è svanita. La donna amata che un cavaliere cerca grida: “Aiuto!” e sembra affacciata a una finestra implorando soccorso, ma appena ci si avvicina non la si vede più da nessuna parte. Quel che a Orlando era sembrata Angelica e a Ruggiero Bradamante, a Bradamante sembrerà Ruggiero, e tutti corrono dietro ai miraggi con cui Atlante adesca le brame inappagate, destinate a restare tali. Dice molto bene Calvino: “Il desiderio è una corsa verso il nulla”,  e di fatto il desiderio è tale, perché è essenzialmente insoddisfatto.

Ma la cosa rilevante è che tutti hanno bisogno di mantenere insoddisfatto il desiderio, nessuno vuole davvero essere tolto dalla propria illusione. Questa è una delle lezioni fondamentali che ci insegna l’esperienza psicoanalitica. Le persone vengono in analisi in cerca di aiuto, per ottenere quel che desiderano e che sembra loro che qualche forza interiore impedisca di raggiungere, ma non appena cominciano ad articolare la domanda di quel che desiderano, cominciano gli intoppi, i ripensamenti, le ritrattazioni.

È una logica splendidamente illustrata da Stendhal, che da giovane è perdutamente innamorato dell’attrice Virginie Kubly. Era ossessionato dal pensiero di lei, ma non osava rivolgerle la parola, quasi neppure pronunciare il suo nome. Un giorno, con un atto che considera di coraggio, s’informa di dove abita, e un mattino, passeggiando e pensando a lei come sempre, s’avvia verso la sua casa, quando improvvisamente la scorge dall’altro lato del giardino. Quasi si sente male e invece di correre verso di lei scappa a gambe levate, come rincorso dal diavolo. 

“La felicità di vederla da vicino, a soli cinque o sei passi di distanza, era troppo grande, mi bruciava, e fuggivo questa bruciatura che mi dava un dolore intensamente reale.”

Vedete come è strana la logica del desiderio: finché l’oggetto si sottrae, il soggetto lo insegue a perdifiato. Finché Angelica fugge, tutti i cavalieri si dannano l’anima per inseguirla e se le danno di santa ragione per contendersela. L’episodio di Stendhal è  Madame Kubley e mostra il versante contrario: l’oggetto appare, si presenta a portata di mano, ed è il soggetto a fuggire.

La stessa logica si ritrova nell’Ariosto, perché Orlando passa tutta la prima parte del poema a inseguire Angelica in lungo e in largo, e quando finalmente la incontra, sulla spiaggia, a cavallo, mentre con Medoro fa rotta verso il Catai, è lui che non c’è più, che è fuggito sulla luna dove è andato a finire il suo senno. Per cui, da essere abbruttito e coperto di fango a cui si è ridotto, semplicemente inciampa in lei, e lei finisce a gambe levate nella sabbia. Il poema si congeda da Angelica con questa poco gloriosa immagine di capitombolo, che la spoglia un po’ dell’aura prestigiosa di oggetto desiderato da tutti. Anche perché ormai non è più disponibile, visto che il suo cuore è per Medoro.

Dicevo che l’Orlando furioso è il poema del desiderio, ma c’è un momento in cui si disegna a forti linee l’amore. Se nel desiderio vediamo la fuga, l’evitamento e la giostra di illusioni architettata dal palazzo di Atlante, nell’amore c’è invece la magia dell’incontro. Ma appare anche il contrasto tra forza e debolezza.

Angelica ha sdegnato tutti i capitani, eroi di forza straordinaria, re e conti di regni esotici e mirabolanti, paladini pronti a proteggerla e a mettere il loro braccio al suo servizio. E invece, cosa succede? Che la freccia di Cupido viene scoccata con il nome di un povero fante, e per di più messo alla mal parata, non certamente in grado di proteggerla e anzi bisognoso lui di protezione e anche di cure.
Medoro viene presentato dall’Ariosto con tutte le patenti di nobiltà d’animo: anche se è solo un povero soldato, è fedele al suo comandante, Dardinello, ucciso in battaglia, e si ripropone insieme a un compagno d’armi, Cloridano, di recuperarne il cadavere.
Vengono però intercettati da una pattuglia di scozzesi comandati da Zerbino, e nel tafferuglio che ne nasce viene gravemente ferito. Anche il modo del ferimento è espressivo: circondati dagli scozzesi, Medoro e Cloridano vogliono vendere cara la pelle e cominciano a far strage. Quando Zerbino acciuffa Medoro, lo prende per i capelli e vuole tagliargli la gola, “ma come gli occhi a quel bel volto mise, gli ne venne pietade, e non l’uccise”. Vi prego di apprezzare la splendida sintesi verticale di questo verso: Medoro sta facendo strage tra gli scozzesi, gli animi sono surriscaldati e gli occhi iniettati del sangue della vendetta. Potremmo pensare che tutto questo ribollire richieda tempo e diversi passaggi e mediazioni per placarsi, ma il turbine e l’odio della battaglia cessano in un istante quando Zerbino vede la bellezza di Medoro. Mentre Medoro supplica che gli sia data solo la grazia di seppellire il suo comandante, un armigero bruto e insubordinato, ed evidentemente insensibile al bello, lo trafigge lasciandolo in una pozza di sangue. È così che lo trova Angelica, che per la prima volta vediamo muoversi a pietà e sgelarsi. Se ne prende cura, cerca delle erbe per lenirgli le ferite, lo conduce a riparo presso un pastore.
Con straordinaria maestria Ariosto ci fa qui vedere come man mano che guarisce la ferita nel corpo di Medoro, si apre quella nell’animo di Angelica.

Il tema dell’amore non è quindi, come per il desiderio, quello della fuga, ma quello dell’incontro. Ciò che lo muove non è la volontà di impossessamento che fa agire gli abituali corteggiatori di Angelica, sempre tesi, aggressivi, in cerca di primati, non è la forza del prestigio, ma la debolezza, la ferita. 

Come se il canto soggiacente a questo fosse: 
“Non ti amo perché mi brami con tutte le tue forze, finanche a perdere il senno, come Orlando, ma perché vedo nelle tue ferite l’impossibilità per te di vivere senza me, vedo in te il posto che mi dai, e questo apre in me una ferita altrettanto profonda, e la mia mancanza si colma della tua.” 

Non è più allora un oggetto di soddisfacimento che cerchiamo per appagarcene, per placare la nostra sete, perché nell’amore c’è una mancanza che si alimenta di una mancanza, e la tua presenza non placa la mia sete, ma la accresce, e più sei qui più ti vorrei, e non mi basti mai, e non c’è un punto di sazietà che mi dice che sono appagato. In questo sta l’intemporalità dell’amore, che è eterno anche se dura un istante, perché proietta in una profondità senza fondo, in una dimensione diversa da quella della realtà, dove si cammina su un solido terreno, dove si sa dove si mettono i piedi e si bada a non farsi male, ma si è piuttosto sospesi come gli amanti nei quadri di Chagall, uno dei più straordinari pittori d’amore, i cui personaggi volano su città irreali senza bisogno di nulla su cui poggiare, perché poggiano l’uno sull’altra (o l’uno sull’altro o l’una sull’altra, l’amore non è mai omofobo)   ̶  ed è questo il volo dell’amore che prendono Angelica e Medoro, dove Angelica vuol fare Medoro imperatore del Catai, reggitore, sovrano e mago dei suoi sogni d’Oriente.

Mentre la realtà della vita quotidiana deve essere ben fondata, solida, un terreno sicuro su cui costruire, e il matrimonio, che appartiene alla realtà, si regola in base a un contratto, a precisi scambi di beni, è benedetto dalle istituzioni e dalle famiglie, l’amore ha bisogno solo della reciproca stretta, e deve trovare man mano il materiale, la costruzione comune che prolunga il tempo magico, istantaneo, dell’incontro, per essere eterno anche nell’istante, per essere la possibilità di un’isola.  

Dott. Marco Focchi
Psicoanalisi, psicoterapia, società

Picture

http://www.marcofocchi.com/il-buon-uso-dellinconscio/lamore-e-il-desiderio-da-ariosto-a-lacan



Orlando furioso: il poema della coscienza
Paolo Gervasi

Come ha scritto Sergio Zatti, l'Orlando Furioso è un “discorso geniale sulla psicologia umana perfettamente compatibile con l’assenza di una psicologia dei personaggi”.

L’affermarsi del romanzo moderno come forma narrativa egemone ha radicalizzato la tendenziale identificazione tra narrazione e intreccio: le diverse declinazioni del romanzo, infatti, da quelle psicologiche a quelle indiziarie, avrebbero in comune un’idea della narrazione come movimento vettoriale di un soggetto, e di una situazione, attraverso il tempo. Le teorie narrative più recenti, al contrario, attente alle implicazioni cognitive ed esperienziali dei racconti, si interrogano sulla narrazione come trasformazione conoscitiva. Non basta il verificarsi di un avvenimento per dare senso a una storia, serve il prodursi di un evento che determini un aumento di conoscenza sul mondo. Il requisito per definire un enunciato narrativo non è tanto la sua transitività, quanto la sua densità cognitiva. Ciò che distingue una storia da un’inerte giustapposizione di fatti è la sua capacità di rappresentare una qualità dell’esperienza, di incorporare i qualia dell’esistenza, i suoi tratti fondamentali, le strutture primarie dell’emozione.

Concepita come espansione e stilizzazione di un nucleo fondamentale di senso, la narrazione sembra aderire ai processi profondi di emersione della coscienza descritti dalle neuroscienze, e in particolare dal neurologo Antonio Damasio. Il controllo corporeo dei meccanismi biologici di base, secondo Damasio, fa affiorare un proto-sé definito dalla percezione delle sensazioni primarie di esistenza. Quando l’organismo stabilisce una relazione con l’ambiente, entrando in contatto con i suoi oggetti di conoscenza, si struttura un sé nucleare che modifica il proto-sé: è questa modificazione a costituire il primo evento cui l’organismo partecipa, e quindi la sua prima azione. Organizzando il succedersi delle pulsazioni del sé nucleare, poi, la mente costruisce il sé autobiografico che dispone gli eventi puntuali, le singole interazioni tra il sé e l’ambiente, in schemi narrativi più complessi che costituiscono i livelli superiori della coscienza. L’enunciato narrativo minimo equivale al costituirsi del sé nucleare, in quanto racchiude il significato di un evento primario, di un’interazione di base tra il soggetto e il contesto; il sé autobiografico si incarica di comporre gli eventi in intrecci più complessi, in narrazioni strutturate che assicurano la continuità e la persistenza dell’io.  

Non basta, in definitiva, il valore azionale del verbo a identificare un racconto: il racconto ha bisogno che il cambiamento della situazione di un soggetto sia cognitivamente significativa. Suggestivamente, Roland Barthes ha definito una delle narrazioni fondanti della modernità letteraria, la Recherche di Marcel Proust, come l’espansione narrativa delle sensazioni che emanano da un nome proprio. Il romanzo è la ricostruzione delle risonanze memoriali e conoscitive del nome in quanto nucleo di significato che contiene un evento, ovvero una relazione fondamentale tra il soggetto e il mondo.

Risalendo dunque la tradizione del romanzo moderno è possibile individuare l’esistenza di modalità narrative diverse, che lavorano per espansione e aggregazione di nuclei significativi. Tra le opere fondanti del canone narrativo occidentale, l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto si offre come case study privilegiato in quanto rappresenta un punto di connessione e di ibridazione tra forme narrative antiche, legate ai moduli dell’oralità e alle diverse tradizioni dell’epica classica e cavalleresca, e una narrativa moderna, più propriamente romanzesca, alla cui fissazione e organizzazione concettualmente prospettica non è estranea la forma simbolica del libro a stampa.
Gianni Celati, scrittore la cui ricerca stilistica ha sempre puntato verso tipologie narrative in grado di emanciparsi dalla costruzione dell’intreccio come sistema temporalmente e logicamente consequenziale, ha scritto che la narrazione del poema cavalleresco si fonda sulla rappresentazione di nuclei emotivi minimi ed elementari, primordiali, generalmente legati a fenomeni fisici. Gli eroi del poema ariostesco agiscono “trascinati dai furori maniacali, dai moti di attrazione e repulsione”; gli atti della volontà sono sostituiti da “risposte fisse in conseguenza di eccitazioni esterne che li colpiscono”; il motore delle azioni è un “furioso e automatico slancio verso la fonte dello stimolo, verso lo scontro o l’inseguimento, dove la massima esaltazione è legata alla gioia bambinesca del cozzare e del percuotere.”

La fantasia dei personaggi è riducibile a “puri moti fisici, dove anche i sentimenti si manifestano come azione materiale di corpi che si scontrano: dall’amore inteso come ‘dolce assalto’, fino ai pensieri che turbano la mente, spesso indicati come l’azione fisica di qualcosa che ‘rode e lima’ il cervello.” La struttura stessa del poema è fondata sul piacere di “narrare l’eterno ritorno di moti bradi, di reazioni selvatiche, con la riconoscibilità di manie tipiche e proverbiali.” Le diverse furie che attraversano il poema sono “qualcosa come l’incaponimento d’un animale per montare la femmina, o per scornare i rivali, o per dominare il gregge, la mandria, il gruppo.”
Le risposte automatiche agli stimoli esterni descritte da Celati richiamano le relazioni tra la coscienza primaria del proto-sé e i contesti ambientali che strutturano il sé nucleare. Facendo perno sull’individuazione di questa dinamica, si può ipotizzare che l’Orlando furioso sia costruito a partire da nuclei emotivi fondamentali, e che il movente primario della narrazione sia la rappresentazione di forme elementari della coscienza e del loro problematico costituirsi come coscienze estese attraverso l’immersione nella complessità crescente dei contesti relazionali.



A confermare questa descrizione della struttura profonda dell’Orlando furioso sta anche la sua dimensione temporale, caratterizzata da una discontinuità che rende la cronologia interna irricostruibile, e costituisce il poema come uno spazio acronico. Il tempo della narrazione si compone di emergenze puntuali, irrelate, paragonabili alle pulsazioni della coscienza nucleare: gli eventi si manifestano in un tempo senza durata, in un succedersi di momenti presenti sospesi in una costellazione simultanea. Di volta in volta le pulsioni che muovono i personaggi vengono attivate dallo sguardo del narratore, che si sposta dall’uno all’altro evento, attratto dalle ossessive ricerche individuali che reclamano di essere innescate, e sabotano la possibilità di intrecciare ordinatamente il filo della trama:  “Dovea cantarne, et altro incominciai, / perché Rinaldo in mezzo sopravenne; / e poi Guidon mi diè che fare assai, / che tra camino a bada un pezzo il tenne. / D’una cosa in un’altra in modo entrai, / che mal di Bradamante mi sovenne: / sovienmene ora, e vo’ narrarne inanti / che di Rinaldo e di Gradasso io canti” (XXXII, 2).

Le componenti nucleari del poema sono spinte emotive, emergenze psichiche, energie dinamiche che non si attivano per comporre un intreccio univoco e finalizzato, che non si dispongono mai a definire logicamente lo schema e il significato della fabula, se non per mezzo di una chiusura forzata. Più che a un finale compiuto, infatti, la risoluzione del poema somiglia all’arresto di una macchina narrativa potenzialmente perpetua. O allo spegnersi di un organismo che muore insieme ai suoi personaggi.
Nonostante le differenze che lo distinguono dalla narrazione finalizzata, l’intreccio ariostesco è una componente fondamentale del poema, ha caratteristiche compositive innovative, e svolge una funzione strutturale più volte indicata come uno degli elementi più significativi del poema. In prospettiva cognitiva, la vertiginosa complicazione dell’intreccio ariostesco rappresenta un tentativo di espansione e di connessione reciproca delle coscienze nucleari, che vengono immerse in una complessa rete di relazioni perché possano costruirsi come coscienze autobiografiche, dotate cioè di continuità e persistenza. Il caotico dinamismo che rende l’intreccio difficilmente dominabile può essere interpretato come un’immagine dei faticosi, frammentari, sempre differiti e disturbati processi di costruzione del sé. La soggettività in via di formazione del poema ariostesco è continuamente sabotata dall’errore, dalla disgiunzione, dalla disgregazione, percorsa dal brivido del possibile riassorbimento nelle “forme semplici” della coscienza nucleare.

Anche da un punto di vista dell’archeologia culturale il poema ariostesco si colloca storicamente su una faglia conoscitiva, sulla linea di separazione dalla quale si sta staccando una nuova forma di soggettività: la concezione moderna dell’individuo conosce nel labirinto del Furioso tutta la precarietà e la difficoltà della sua costruzione.
La forza che più potentemente incarna tanto la tensione della mente-corpo verso l’esperienza relazionale, quanto il rischio di smarrimento e dissoluzione del sé, è la passione amorosa. L’amore è la selva in cui “la via / conviene a forza, a chi vi va, fallire: / chi su, chi giù, chi qua, chi là travia” (XXIV, 2, vv. 3-5). Le rappresentazioni dell’eros nel poema mostrano la difficoltà di armonizzare le pulsioni elementari della coscienza nucleare e le competenze cognitive superiori che consentono di gestire la dimensione intersoggettiva. La rete delle illusioni e degli inganni generata dall’amore, le proiezioni sempre fallaci del desiderio, e soprattutto il continuo fraintendimento delle intenzioni e degli stati mentali altrui, mettono in scena nel poema lo spazio delle funzioni cognitive più complesse, e in particolare di quella che viene definita “teoria della mente”. Il mind reading, la capacità degli individui di costruire proiezioni della situazione psicologica altrui, e quindi di inferire le idee, i pensieri, le intenzioni, i progetti, i desideri che disegnano uno spazio psichico indipendente dal proprio, è per la soggettività in costruzione che si esprime nel Furioso una facoltà difettosa, incompleta, che genera per lo più letture sbagliate. Ovvero gli errori che continuamente rilanciano il movimento della narrazione.



L’erranza innescata dall’esperienza d’amore segnala il conflitto tra pulsioni del desiderio e necessità di costruire una soggettività coerente. La mutabilità, l’instabilità, gli equivoci e i fraintendimenti che alimentano il dispositivo narrativo e producono il livello più complesso dell’intreccio, mettono in figura la densità cognitiva dell’esperienza, le insidie che interferiscono con la costruzione del sé autobiografico. L’intreccio ariostesco realizza anche, come suggerisce Alberto Casadei nel suo libro appena pubblicato da Marsilio, Ariosto: i metodi e i mondi possibili, un universo virtuale, un «mondo possibile» in cui si avvera una realtà altra ma costantemente ancorata al mondo storico, che diventa un laboratorio di sperimentazione della tenuta della soggettività, un campo di esercizio delle potenzialità cognitive fondamentali.

Tuttavia, seppure in un differimento che tende all’infinito, Ariosto intuisce il principio unificatore della soggettività moderna, e rappresenta lo sforzo di autocoscienza dell’individuo che tenta di organizzare le proprie pulsioni nucleari. E non tanto perché i suoi personaggi conoscano una significativa evoluzione individuale, una maturazione psicologica che li emancipi dalla ricorrenza delle loro ossessioni. È l’intreccio, e la sua gestione da parte del narratore, a mostrare una facoltà riflessiva e una tensione del sé verso un dispiegamento autobiografico; tensione spesso frustrata e contraddetta dalla difficoltosa ricomposizione di tutti i fili della narrazione in un disegno complessivo ordinato. Il significato psicologico del poema si dispiega nella sua dimensione relazionale, nelle continue interferenze che fanno cozzare le diverse nuclearità, e che fanno del Furioso, come ha scritto Sergio Zatti, un “discorso geniale sulla psicologia umana perfettamente compatibile con l’assenza di una psicologia dei personaggi”.

In particolare, c’è un personaggio del Furioso che può essere interpretato come la messa in figura di un’ipotesi di continuità e ricomposizione della soggettività: Astolfo, il paladino che, trasformato dalla maga Alcina in mirto, entra nel poema emergendo da un’esistenza puramente biologica. Astolfo conosce lo smarrimento dell’identità, la perdita di sé, l’oblio metaforizzato dal cedimento agli incanti della maga. Riconquistata la forma umana, affronta e sconfigge diverse manifestazioni della dismisura, del mostruoso, dell’informe: il gigante Caligorante che si nutre di esseri umani; il metamorfico ladrone Orrilo, le cui membra continuamente rinascono, incarnando l’ostinazione cieca di un esistere viscerale, la persistenza del biologico; le Arpie, perversione dell’equilibrio etico simbolizzato dalla figura umana; le femmine omicide, rovesciamento paradossale e distopico dell’ordine sociale. Astolfo trasforma le pietre in cavalli e le foglie in navi, quasi replicando il gesto di Cadmo, e quindi mimando la funzione dell’eroe civilizzatore. Soprattutto, Astolfo dissolve il castello di Atlante, il luogo in cui l’ottusità nucleare degli eroi ariosteschi, la loro ostinazione maniacale, la loro fedeltà ai sentimenti primordiali che li muovono, è portata alle estreme conseguenze: tutti vagano in cerca del proprio oggetto del desiderio, e le pulsioni del proto-sé sembrano intrappolate in una ripetitività che impedisce loro di dispiegarsi. Dissolvendo l’incantesimo di Atlante, Astolfo dà la possibilità alle coscienze nucleari di estendere la loro consapevolezza. Recuperando il senno di Orlando, poi, il paladino non solo risolve la vicenda bellica del poema, ma restituisce all’universo poematico la possibilità stessa di affermare la persistenza della coscienza.

Astolfo, eroe che attraversa la mutevolezza, rappresenta la coscienza estesa alle prese con l’instabilità dell’esperienza, e svolge nell’intreccio del poema la funzione di ciò che Damasio definisce la coscienza-testimone, la coscienza che si occupa di collegare e dare continuità alle emergenze puntuali della coscienza basica. E davvero Astolfo è testimone, più che protagonista, di questo processo, dal momento che le sue azioni sembrano determinate dal caso: anziché agire, Astolfo è agito dalle soluzioni che si compiono attraverso di lui, e riesce a esercitare un controllo soltanto empirico e strumentale sugli eventi.
Astolfo è l’eroe ariostesco che percorre nel poema il cammino più lungo e tortuoso: misura il mondo, quasi cartografandolo, ed esplora i suoi confini più estremi, visitando l’Inferno e raggiungendo il Paradiso terrestre e il Cielo della Luna. Il suo volo sull’ippogrifo è il volo della mente che diventa autocosciente e che cerca di conquistarsi una visione prospettica sul reale. E l’ippogrifo, animale che difficilmente si lascia governare, è la forza dalla quale il soggetto è condotto all’autocoscienza; frutto non tanto della volontà, quanto di processi impersonali, contemporaneamente biologici e sociali, la soggettività è sempre precaria, e Astolfo è destinato a perderla di nuovo nell’oscurità dei Cinque Canti, dove, risucchiato dalla follia d’amore, tornerà prigioniero della maga Alcina, in un inquietante movimento circolare della sua vicenda (XXXIV, 86 e poi, nei Cinque Canti, IV, 54 - 74).

Una versione più ampia di questo testo è stata pubblicata in inglese, con il titolo Plot of meanings. Ludovico Ariosto’s Orlando furioso as a case-study on narrativity and cognition, sulla rivista «Reti, saperi, linguaggi. Italian Journal of Cognitive Sciences», 8, 4, 2/2015, pp. 335-347.

http://www.doppiozero.com/materiali/orlando-furioso-il-poema-della-coscienza


mercoledì 12 agosto 2015

Proust, Contro Saint-Beuve. Proust racconta il senso della sua scrittura: dare una forma alla memoria personale, farla emergere da oggetti altrimenti ordinari. Scrivere per dare un segno della propria esistenza che andrebbe altrimenti persa, nella convinzione che mai nulla del genere sia ancora stato scritto.

“Contro Saint-Beuve” è il libro ombra della Recherche. 
Prima di scrivere il suo capolavoro, Marcel Proust consegna al “Contro Saint-Beuve” le sue considerazioni più profonde sulla necessità di scrivere. In questo libro straordinario si trova infatti l’impianto teorico della Recherche. Proust racconta il senso della sua scrittura: dare una forma alla memoria personale, farla emergere da oggetti altrimenti ordinari. Scrivere per dare un segno della propria esistenza che andrebbe altrimenti persa, nella convinzione che mai nulla del genere sia ancora stato scritto

“Contro Saint-Beuve” è un testo dalla straordinaria intensità, soprattutto per la sua forma diretta. 
A metà tra la critica letteraria e la confessione personale, è un documento unico della costruzione di un’opera immortale. Mentre nella Recherche, infatti, va in scena la mirabile costruzione artistica è solo nel “Contro Saint-Beuve” che si ha l’opportunità di ascoltare il lavoro del pensiero che si cela dietro il capolavoro.
http://resistenzaletteraria.altervista.org/marcel-proust-contro-saint-beuve-pdf-scan/



Agosto 1909. 
--- Ad Alfred Vallette, 
direttore del 
"Mercure de France" ---

Sto terminando un libro che, malgrado il suo titolo provvisorio "Contro Sainte-Beuve. 
Ricordo di una mattina" è un vero e proprio romanzo estremamente impudico, in alcune parti. 
Uno dei personaggi principali è un omosessuale  (...) .

Il nome di Sainte-Beuve non appare per caso. 
Il libro infatti finisce appunto con una lunga conversazione su Sainte-Beuve e sull'estetica (se volete, come Sylvie finisce con uno studio sulle canzoni popolari) e quando si sarà finito il libro, si vedrà (io lo vorrei) che tutto il romanzo non è che una messa in opera dei principi d'arte enunciati in quest'ultima parte, una sorta di preparazione, se volete, posta alla fine.  (...)
E' un libro di eventi, di riflessi di eventi che si accavallano gli uni sugli sugli altri con anni di intervallo e questo non può che apparire che per grandi tranches 

Pubblicata da F. Callu in  "Bulletin de la Biliothèque national ",  marzo 1980.

Ricevuta questa lettera Vallette si affretta a rifiutare il  "Contro Sainte-Beuve". 
Non aspetta nemmeno che Proust gli invii il testo da leggere.... 
http://www.marcelproust.it/proust/stbeuve.htm



una scrittura che nasce dal profondo dell'anima, a mio avviso, é sempre evocativa della biografia dello scrittore, comunque se ne pensi, al di là della querelle che ha impegnato scrittori e saggisti, primo fra tutti Proust che scrisse il saggio letterario"Contro Sainte Beuve", proprio, su questo tema.



CONTRO MARCEL PROUST?!?!
Sainte-Beuve era convinto che per giudicare un libro bisognasse anche saper tutto della vita reale e quotidiana del suo autore, delle sue opinioni, dei suoi comportamenti; che si dovessero fare ogni tipo di domande alle persone che lo avessero conosciuto, che fosse molto utile collezionare i suoi carteggi

Il metodo critico di Sainte-Beuve consisteva infatti non solo nel non separare l'uomo dalla sua opera, ma addirittura nel ritenere che si dovesse arrivare al giudizio sull'opera dopo aver prima valutato l'autore come persona

Proust non era affatto d'accordo con Sainte-Beuve. 
Scrisse infatti: 

"un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri visi

"l'abisso che divide lo scrittore dall'uomo di mondo" 
"l'io dello scrittore si manifesta solamente nei suoi libri". 


-- Contro Sainte-Beuve
Spesso, pensando a queste frasi, vengo colta da dubbi: 

le pagine di questo sito, con tutte le notizie e le immagini sulla famiglia, gli amici, i conoscenti, i luoghi non potrebbero indurre a pensare che io stia facendo proprio a Proust quello che Proust maggiormente detestava? 

E cioé applicare a lui il famigerato "metodo Sainte-Beuve"? 

Ma poi penso anche alla citazione dal Jean Santeuil che ho messo come epigrafe al sito in cui Marcel scrive che 

"..tuttavia, la nostra vita non è separata dalle nostre opere..." 

Jean Santeuil


e mi conforta Jean-Yves Tadié quando, nella sua bellissima biografia di Proust scrive 

Una obiezione, quando si comincia una biografia di Proust, consiste nell'evocare la critica violenta che lui stesso ha rivolto a questo genere letterario nel "Contre Sainte-Beuve", nella sua prefazione al libro di Jacques-Emile Blanche, De David a Degas, o nel comporre il personaggio di M.me di Villeparisis. 

Ma (...) lui stesso si è mostrato costantemente curioso della vita degli scrittori e degli artisti che amava, chiedendo di coloro che erano viventi, come Thomas Hardy, o leggendo biografie, epistolari, da Balzac a Ruskin a Musset e a Sainte-Beuve... 

-- Jean-Yves Tadié, "Marcel Proust. Biographie" 

(Questa traduzione dal francese è mia)
http://www.marcelproust.it/note/contro.htm


lunedì 25 agosto 2014

Gisele Freund. Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto producono dieci immagini diverse, perché, se è vero che la fotografia traduce il reale, esso si rivela secondo l’occhio di chi guarda


"Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto producono dieci immagini diverse, perché, se è vero che la fotografia traduce il reale, esso si rivela secondo l’occhio di chi guarda".
Gisele Freund 
Foto: Carl Mydans - Senza titolo, senza data.


Nel post precedente ho percepito che l'immaginazione e lo sguardo personale, permette di evocare altre immagini compatibili con il soggetto fotografico esaminato, per esempio: i lettori comodamente seduti vengono immaginati affollati in edicola prima di salire sul treno. Voglio sostenere: sia l'autore dello scatto sia il fruitore possono aggiungere o sottrarre dall'immagine reale. Questo processo invece è noto agli scrittori che auspicano che i loro lettori riscrivano il loro romanzo....senza pubblicarlo, però! 


I punti di vista sono sempre soggettivi! 
È la nostra posizione che li cambia in oggettivi!


è come la descrizione di un luogo o di un fatto accaduto,,,pur fedeli alla realtà si danno descrizioni diverse a seconda del nostro modo di osservazione e di vissuto..

una metafotografia, gradevole e ben calibrata, un lampo di realtà nelle realtà degli occhi di chi scattava, non priva di di un interessante risvolto enigmatico: e se non ci fosse stato alcun soggetto da riprendere? Se i fotografi avessero avuto davanti un nulla esteriore, l'assenza di un piano euclideo di riferimento?........


martedì 4 settembre 2012

Anais Nin. Noi non vediamo le cose come sono. Noi vediamo le cose come siamo


La vita si restringe o si espande in proporzione al nostro coraggio.
Anaïs Nin


Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti:
il mondo dei miei genitori, il mondo della guerra, il mondo della politica.
Devo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un'atmosfera in cui poter respirare,
regnare e ricrearmi quando sono spossato dalla vita. Questa, credo, è la ragione di ogni opera d'arte.
Anais Nin



Non si impara a soffrire di meno,
ma si impara a gestire il dolore..
Anaïs Nin


«Posso udire lo strappo, rabbia e amore, passione e pietà.
E quando il distacco si è improvvisamente compiuto - o quando non ne colgo più il suono - allora il silenzio è ancora più terribile perché c'é solo follia intorno a me, la follia delle cose strappate, che si strappano dal di dentro, radici che si lacerano a vicenda per crescere separatamente, lo sforzo compiuto per conseguire l'unità».
Anaïs Nin, “La casa dell’incesto”


«Sempre più scopro che il diario è uno sforzo contro la perdita, la transitorietà, la morte, lo sradicamento, l’appassimento, l’irrealtà. Sento che quando rinchiudo qualcosa, lo salvo. Qui è vivo. Quando qualcuno se ne andava, sentivo di trattenerne la presenza in queste pagine».
Anaïs Nin, “Diario” (Vol. 4)




Io ho l’amore degli egoisti perché mi inserisco nei progetti delle loro creazioni…
non pretendo che l’uomo rinunci al suo lavoro per me: entro nell’opera, la nutro, la sostengo…
E loro fanno morire di fame la donna che è in me.
Anaïs Nin


L'amore non muore mai di morte naturale. Muore per abbandono, per cecità, per indifferenza, per averlo dato per scontato, per inanità, per non essere stato coltivato. Le omissioni sono più letali degli errori consumati.
Anaïs Nin

«L’amore non muore mai di morte naturale, muore perché non sa come riempire la propria fonte,
muore di cecità di errori e tradimenti, muore di stanchezza e ferite».
Anaïs Nin


La mia casa parlerà di me.
La mia casa dirà loro che sono calda e ricca.
La casa dirà loro che dentro di me queste stanze sono di carne e di verdi oceanici su cui camminare.
Dentro di me ci sono candele accese, fuochi vivi, spazi, porte aperte, rifugi e correnti d'aria.
Dentro di me c'è il calore e il colore.
Anais Nin


Voglio cominciare a conoscerli bene, intimamente. Adoro sentirmi in mondi per niente familiari, disorientata, spaesata. Non sono come la maggior parte delle persone, frammentate in migliaia di pezzetti. Sono un insieme, un oceano di sensazioni, scintillii, seta, pelle, occhi, bocche, desiderio.
Anaïs Nin, da I diari


Il segreto di una vita piena è vivere e rapportarsi agli altri come se domani potessero non esserci più, come se noi potessimo non esserci più domani. Elimina il vizio del procrastinare, il peccato del posporre, le mancate comunicazioni, le mancate comunioni. Questo pensiero mi ha reso più attenta a tutti gli incontri, le conoscenze, le presentazioni, che potrebbero contenere il seme della profondità che potrebbe rischiare di essere trascurato per disattenzione. Questa sensazione è diventata una rarità, ed è ogni giorno più rara ora che abbiamo raggiunto un ritmo più frettoloso e superficiale, ora che crediamo di essere in contatto con un gran numero di persone, con più gente, con più paesi. Questa è un’illusione che rischia di privarci del contatto profondo con la persona che ci respira accanto. Questo momento pericoloso in cui voci meccaniche, radio, telefoni, prendono il posto di un’intimità umana, insieme all’idea di essere a contatto con milioni di persone, porta ad un impoverimento sempre maggiore dell’intimità e di un modo di vedere umano.
Anais Nin “Il Diario”



«C’è qualcosa che non va in me. Voglio soltanto vivere con l’intimo io del prossimo.
Di esso solo mi curo. Odio vedere la quotidianità della gente, le loro maschere, le loro falsità, la loro resa al mondo, la loro somiglianza agli altri, la loro promiscuità. A me importa solo l’io segreto. Cerco soltanto il sogno e l’isolamento. Ho paura che ognuno parta, vada via, che l’amore muoia in un istante. Guardo la gente che cammina per la strada, che cammina e nient’altro, ed è questo che sento: camminano, ma vengono anche trascinati via. Sono parte di una corrente».
Anaïs Nin, “La voce”


"L'ansia è il nemico numero uno dell'amore e l'ingrediente numero uno dei fallimenti.
Fa sentire gli altri come ti sentiresti tu se una persona che stesse affogando si aggrappasse a te.
Tu vorresti salvarlo, ma sai che il suo panico ti soffocherà."
Anaïs Nin




Noi non vediamo le cose come sono. 
Noi vediamo le cose come siamo.
Anais Nin


Per lei le persone erano fatte di cristallo. Poteva vedere attraverso la loro carne, oltre la struttura delle loro ossa. […] Un nuovo senso che s’era svegliato in lei scopriva l’odore della loro anima, l’ombra dei loro dolori, la fiamma dei loro desideri. Oltre le parole e le apparenze coglieva tutto ciò che rimaneva non detto: le elettriche scintille del loro coraggio, l’espansione delle loro fantasticherie, gli aspetti lunari dei loro stati d’animo, il respiro animale della loro brama.
Anais Nin




E venne il giorno in cui il rischio di restare stretta in un germoglio 
fu più doloroso del rischio di sbocciare.
Non cercare il perchè - in amore non c'è alcun perchè,
nessuna ragione, nè spiegazione, nè soluzioni
Anais Nin

And the day came when the risk to remain tight in a bud was more painful than the risk it took to blossom.
Do not seek the because - in love there is no because, no reason, no explanation, no solutions.
Anais Nin

Poi, come ho fatto altre volte, resi la situazione impalpabile, annullai i confini, stemperai il bianco e il nero. Tutti i contorni decisi, i problemi, le decisioni, le scelte si dissolsero in un sogno più vasto, nella meraviglia.
Anais Nin


"Lo sai che ho sempre voluto rompere gli stampi 
che la vita ci costruisce intorno se glielo permettiamo.”
“Perché?”
“Voglio oltrepassare i confini, cancellare tutte le identificazioni, 
qualsiasi cosa ci rinchiuda per sempre in uno stampo, 
un posto senza speranza di cambiamento.”
Anais Nin


Guardo la gente che cammina per la strada, che cammina e nient’altro,
ed è questo che sento: camminano, ma vengono anche trascinati via.
Sono parte di una corrente.
Anais Nin

Gli amici rappresentano un mondo dentro di noi, un mondo che non sarebbe mai nato senza il loro arrivo, ed è solo grazie a questo incontro che tale nuovo mondo è nato
Anaïs Nin



"Analizzando i miei pazienti mi sono resa conto che
la paura della morte è proporzionale al non-vivere.
Meno una persona è in vita, più grande è la sua paura. 
Per essere vivi io intendo vivere con tutte le proprie cellule, con tutte le parti del proprio io.
Le cellule negate si atrofizzano, come un arto morto e infettano il resto del corpo.
La gente che vive a fondo non ha paura di morire."
Anais Nin "Diario 1934-1939"


"I pazienti vanno e vengono, provengono da tutti i livelli sociali, ricchi, poveri, ignoranti, colti.
Alcuni non hanno i soldi per pagare. Emily dice: "Ora sto bene, ma non mi mandi via. Questa è la cosa più bella che mi sia capitata". Ha un atteggiamento religioso nei confronti dell'analisi.
L'analisi accelera la crescita, la maturazione, ma i cambiamenti sono più lenti a verificarsi che non le intuizioni. Gli schemi di comportamento hanno radici profonde e ci mettono del tempo a cambiare.
Cerco di evitare ogni forma di linguaggio clinico perché come scrittrice, credo che il linguaggio abbia potere.
La scienza può anche guarire, ma è un'illuminazione poetica sull'esistenza che fa innamorare i miei pazienti della vita, che restituisce loro la voglia di vivere."
Anais Nin "Diario - II"


«Uno vive così, protetto, in un mondo delicato, e crede di vivere. Poi legge un libro, L’amante di Lady Chatterley, per esempio, o fa un viaggio, o parla con Richard, scopre che non sta vivendo, che è ibernato. I sintomi dell’ibernazione sono facili da individuare: primo: inquietudine, secondo, quando l’ibernazione diventa pericolosa e può degenerare nella morte: assenza di piacere. Questo è tutto.... Sembra una malattia innocua. Monotonia, noia, morte. Milioni di uomini vivono in questo modo, o muoiono in questo modo, senza saperlo. Lavorano negli uffici. Guidano una macchina. Fanno picnic con la famiglia. Allevano bambini. Poi interviene una cura “urto”, una persona, un libro, una canzone, che li sveglia, salvandoli dalla morte».
Anaïs Nin,  “I diari”


Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso.
Ho pianto perché non sono più una bambina con la fede cieca di una bambina.
Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà.
Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere.
Posso ancora amare appassionatamente anche senza credere.
Questo significa che amo umanamente. Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.
Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza.
Anaïs Nin

«Disprezzo la mia stessa ipersensibilità, che esige tanta rassicurazione, ma nello stesso tempo mi rende così consapevole della sensibilità altrui. Il mio bisogno di essere amata e capita è certamente anormale. Forse io trovo fiducia in me stessa cercando di conquistare gli uomini.
O forse sto corteggiando il dolore?».
Anaïs Nin, “Henry e June”



Io, con un istinto profondo, scelgo un uomo che esige la mia forza, che fa richieste enormi su di me, che non mette in dubbio il mio coraggio o la mia durezza, che non mi crede ingenua o innocente, che ha il coraggio di trattarmi come una donna.
Anaïs Nin


Quando in una donna l’erotico e il tenero si mescolano,
danno origine a un legame potente, quasi una fissazione.
Anaïs Nin


Il sesso non prospera nella monotonia. Senza sentimento, invenzioni, stati d'animo non ci sono sorprese a letto. Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi all'estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino.
Anaïs Nin. Il delta di Venere (dalla prefazione)


A volte leggiamo delle cose che ci fanno capire di colpo di non aver vissuto niente, non aver provato niente, non aver sperimentato niente fino al quel momento. Ora io mi rendo conto che la maggior parte di quel che mi è successo era un'esperienza clinica, anatomica. C'erano i sessi che si toccavano, si univano ma senza nessuna scintilla, senza abbandono, senza emozioni. Come posso farcela? Come faccio a incominciare a sentire, a sentire? Voglio innamorarmi in modo che la sola vista di un uomo, anche a un isolato di distanza mi faccia tremare, penetrandomi tutta, mi indebolisca, mi faccia sussultare addolcendomi e sciogliendomi qualcosa tra le gambe. E’ così che voglio innamorarmi, così totalmente che il solo pensiero di lui mi porti all'orgasmo.
Anaïs Nin. Il delta di Venere


Dopo averle baciato la mano, il sorvegliante le dava un bacio più su, sul braccio, nell’incavo del gomito. La pelle lì era più sensibile, e quando Madeleine piegava il braccio, aveva l’impressione che il bacio vi restasse racchiuso. Lo lasciava lì, come un fiore tra le pagine di un libro, e più tardi, quando era sola, apriva il braccio e lo baciava nello stesso punto, come a divorarlo più intimamente.
Anais Nin


Io non mi presto a chiacchiere da poco. Sto zitta. Mi sottraggo, mi allontano. Sono sempre catturata dalla natura profonda della gente, impegnata nella ricerca della loro verità e il mio interesse si sveglia solo quando è questa natura che parla.
Anaïs Nin


Il mattino che mi alzai per iniziare questo libro, tossii.
Qualcosa veniva fuori dalla mia gola, mi strangolava.
Spezzai il filo che la teneva e la buttai via. Tornai a letto e dissi: ho sputato il mio cuore.
La quena è uno strumento fatto di ossa umane.
Deve la sua origine al culto di un indo per la sua amante.
Quando la donna morì, con le sue ossa lui costruì un flauto.
La quena ha un suono più penetrante, più ossessionante del flauto comune.
Coloro che scrivono conoscono il procedimento. Pensavo a questo mentre sputavo il mio cuore.
Solo che io non aspetto che il mio amore muoia.
Anais Nin da "La casa dell'incesto"




|Caro collezionista, noi la odiamo.|
Il sesso perde ogni potere quando diventa esplicito, meccanico, ripetuto, quando diventa un'ossessione meccanicistica. Diventa una noia. Lei ci ha insegnato più di qualunque altro quanto sia sbagliato non mescolarlo all'emozione, all'appetito, al desiderio, alla lussuria, al caso, ai capricci, ai legami personali, a relazioni più profonde che ne cambiano il colore, il sapore, i ritmi, l'intensità. Lei non sa cosa si perde con il suo esame al microscopio dell'attività sessuale, con l'esclusione degli aspetti che sono il carburante che la infiamma. Componenti intellettuali, fantasiose emotive.
Questo è quel che conferisce al sesso la sua struttura sorprendente, le sue trasformazioni sottili, i suoi elementi afrodisiaci.
Lei sta rimpicciolendo il mondo delle sue sensazioni.
Lo sta facendo appassire, morir di fame, ne sta prosciugando il sangue. Se lei nutrisse la sua vita sessuale con tutte le emozioni e le avventure che la passione inietta nella sessualità, sarebbe l'uomo più potente del mondo. La fonte del potere sessuale è la curiosità, la passione. Lei sta lì a guardare questa fiammella morire di asfissia. Il sesso non prospera nella monotonia. Senza emozioni, invenzioni, stati d'animo, non ci sono sorprese a letto. Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di tutte le spezie della paura, di viaggi all'estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino.
Quanto perde con questo suo periscopio sulla punta del pisello, quando invece potrebbe godersi un harem di meraviglie tutte diverse e mai ripetute! Non due peli uguali. Ma lei non ci permetterà di sprecare parole sui peli; neanche sugli odori, ma se ci dilunghiamo su questo argomento lei si mette a gridare: "Lasciate perdere la poesia!" Neanche due pelli con lo stesso incarnato, e mai la stessa luce, la stessa temperatura, le stesse ombre, mai gli stessi gesti; perché un'amante quando è infiammato veramente, può esprimere i toni più sottili di secoli d'arte amorosa. Quante sfumature, quanti cambiamenti d'età, quante variazioni di maturità e di innocenza, di perversità ed arte. Siamo rimasti seduti per ore a chiederci che aspetto lei abbia. Se ha reso i suoi sensi indifferenti alla seta, alla luce, al colore, all'odore, al carattere, al temperamento.
Ci sono tanti sensi minori, che buttano come tanti affluenti nel fiume del sesso, arricchendolo. Solo il battito unito del sesso e dell'animo può creare l'estasi.
Anaïs Nin Henry Miller

-Negli anni quaranta, Anais Nin ed Henry Miller camparono per un certo periodo scrivendo racconti erotici per un uomo che li pagava a pagina. Il cliente, che si faceva chiamare "il collezionista", mantenne sempre l'anonimato, scatenando l'indignata curiosità dei due grandi autori che prestavano il loro talento e la loro penna per soddisfare i suoi capricci. Questo collezionista non apprezzava il loro stile e in ripetute occasioni pretese che "lasciassero perdere la poesia" e si concentrassero solo sul sesso, perchè il resto non lo interessava. Anais Nin gli scrisse questa lettera a firma
propria e di Henry Miller.



Anais Nin è molto conosciuta come scrittrice di letteratura erotica, ma pochi sanno che fu soprattutto una grande esploratrice dell’animo umano e che per qualche tempo praticò anche la professione di psicoanalista, dopo aver fatto la modella, la danzatrice, la scrittrice, la conferenziera. Nata a Neully, nelle vicinanze di Parigi, il 21 Febbraio 1903, Anaïs Nin era figlia di Joaquin Nin, compositore e pianista cubano di origine catalana, e di Rosa Culmell, cantante, di origine franco-danese. La Nin passò la sua infanzia in varie parti d’Europa, fino a che suo padre, quando lei aveva 11 anni, decise di abbandonare la famiglia per seguire una donna più giovane. Rosa prese allora Anaïs ed i suoi due fratelli più piccoli, Thorvald di 9 anni e Joaquin di 6, e partirono tutti per New York.
Durante il lungo viaggio, Anaïs scoprì per la prima volta la passione per la scrittura. Scriveva infatti nel diario: “Voglio descriverti, papà caro, ciò che sto vedendo durante questo stupendo viaggio. Potrò così avere l’illusione che tu sia qui con me e che tu stia guardando le cose coi miei occhi”. In realtà suo padre era definitivamente uscito dalla sua vita, salvo qualche fugace incontro successivo, che comunque non colmò la sua ossessiva ricerca di una figura paterna, che si portò dietro per tutta la vita.
Anaïs, giunta in America, lavorò come modella, studiò danza spagnola e visse con sua madre ed i suoi fratelli fino al giorno delle nozze. Il fortunato sposo era Hugo Guiler. Le nozze furono celebrate nel 1923, quando Anaïs aveva venti anni. Con il marito la futura scrittrice rimase in America per 12 anni, prima di fare ritorno a Parigi. Fu un matrimonio pieno di infedeltà, perché Anaïs sentiva il bisogno di conquistare molti uomini, dopo aver perso l’uomo più importante della sua vita, suo padre. “Se mio padre se n’è andato … se non mi amava, dev’essere perché non ero amabile…come cortigiana avevo già assaggiato il fallimento, dovevo trovare altri modi per interessare gli uomini”.
Hugo era un bancario, ma aveva l’hobby della regia ed era, in questa attività, abbastanza apprezzato, anche se si firmava con uno pseudonimo.

Nel 1931 Anaïs pubblicò il suo primo libro:”D. H. Lawrence”, che le conferì il riconoscimento pubblico come scrittrice. In quel periodo cominciò anche a scrivere la sua opera più importante, il diario. Anaïs scriveva sui treni, ai tavolini dei caffè, mentre aspettava per un appuntamento: come un talismano, portava sempre il diario con sé, come per avere la sua vita sotto braccio. “Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d’oppio. E’ la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna e indulgo in rifrazioni e diffrazioni.”
A Parigi Anaïs conobbee Henry Miller, un americano di quaranta anni che scriveva romanzi, ma che non aveva ancora raggiunto il successo. Così scrive la Nin di lui nel Diario: “Ho conosciuto Henry Miller. E’ venuto a colazione con Richard Osborn, un avvocato che avevo dovuto consultare a proposito del contratto per il mio libro su D. H. Lawrence. Mi è piaciuto subito, non appena l’ho visto scendere dalla macchina e mi è venuto incontro sulla porta dove lo stavo aspettando. La sua scrittura è ardita, virile, animale, magnifica. E’ un uomo la cui vita inebria, pensai. E’ come me. Era caldo, allegro, disteso, naturale. Sarebbe passato inosservato in una folla. Era snello, magro, non molto alto. Ha occhi azzurri, freddi e attenti, ma la sua bocca rivela emotiva vulnerabilità”.

Con Miller la Nin intrecciò una relazione carnale ed intellettuale che sfociò in un triangolo amoroso quando giunse a Parigi la moglie di Miller, June. La Nin scrisse di lei: “era la donna più bella che avessi mai visto”. Di questa storia si parla nel primo diario, quello fra il 1931 ed il 1934, anche se in un primo momento sono state tolte tutte le vicende più scabrose. Il suo secondo diario, che va dal 1934 al 1939, si apre invece con l’arrivo dell’autrice nella Grande Mela, dove Otto Rank l’aveva chiamata per aiutarlo nel suo lavoro di psicoanalista. La Nin, a Parigi, si era infatti sottoposta ad una analisi con Otto Rank, uno fra i primi discepoli di Freud, con il quale aveva poi intrapreso una relazione. La carriera di psicoanalista fu brevissima, perché Anaïs sentiva di confondersi troppo con le sofferenze dei pazienti e questo non le piaceva.
Tornò in Francia, ma poco dopo scoppiò la seconda guerra mondiale ed Anaïs Nin fu costretta a ripartire per New York, questa volta non per amore dei viaggi e dell’avventura, ma in fuga, con immenso senso di smarrimento. Gli anni Quaranta a New York non furono inizialmente facili per la scrittrice e di essi possiamo sapere leggendo il suo terzo diario, che si conclude nel 1944, quando la Nin pubblicò Sotto una campana di vetro.

Era ormai una scrittrice nota ed ammirata negli Stati Uniti. In quegli anni le capitò un fatto piuttosto strano: un collezionista di libri aveva offerto ad Henry Miller cento dollari al mese per scrivere racconti erotici. Miller aveva accettato per bisogno di denaro e, allegramente, inventava storie piccanti sulle quali rideva insieme ad Anaïs. Dopo un po’ però ne ebbe abbastanza, per cui propose all’amica di scrivere anche lei qualcosa. Anaïs cominciò, ma il collezionista le fece sapere: “Va bene. Ma lasci perdere la poesia e le descrizioni di tutto quello che non è sesso. Si concentri sul sesso.”Così – racconta la scrittrice – incominciai a scrivere ironicamente, divenendo così improbabile, bizzarra ed esagerata, che pensai che il vecchio si sarebbe accorto che stavo facendo una caricatura della sessualità. Ma non ci fu nessuna protesta. Passavo i giorni in biblioteca a studiare il Kama Sutra, ascoltavo le avventure più spinte degli amici.”Meno poesia,” diceva la voce al telefono. “Sia specifica”. Anaïs si rivolgeva agli amici per trovare spunti, ma più erano condannati ad insistere solo sulla sensualità, più creavano poesia. Racconta la Nin a questo proposito che scrivere pornografia era diventata una strada verso la santità invece che verso la dissolutezza. Gli amici Harvey Breit, Robert Duncan, George Barker, Caresse Crosby, si sedevano in cerchio, cercando di immaginare storie per questo vecchio, e detestandolo, perché impediva loro di operare una fusione tra sessualità e sentimento, sensualità ed emozione.

Un giorno Anaïs scrisse al collezionista: “Caro collezionista, noi la odiamo. II sesso perde ogni potere quando diventa esplicito, meccanico, ripetuto, quando diventa un’ossessione meccanicistica. Diventa una noia. Lei ci ha insegnato più di chiunque altro quanto sia sbagliato non mescolarlo all’emozione, all’appetito, al desiderio, alla lussuria, al caso, ai capricci, ai legami personali, a relazioni più profonde che ne cambiano il colore, il sapore, i ritmi, l’intensità.”Lei non sa cosa si perde con il suo esame al microscopio dell’attività sessuale, con l’esclusione degli aspetti che sono il carburante che la infiamma. Componenti intellettuali, fantasiose, romantiche, emotive. Questo è quel che conferisce al sesso la sua struttura sorprendente, le sue trasformazioni sottili, i suoi elementi afrodisiaci. Lei sta rimpicciolendo il mondo delle sue sensazioni. Lo sta facendo appassire, morir di fame, ne sta prosciugando il sangue.”Se lei nutrisse la sua vita sessuale con tutte le emozioni e le avventure che l’amore inietta nella sessualità, sarebbe l’uomo più potente del mondo. La fonte del potere sessuale è la curiosità, la passione. Lei sta lì a guardare questa fiammella morire d’asfissia. Il sesso non prospera nella monotonia. Senza sentimento, invenzioni, stati d’animo, non ci sono sorprese a letto. Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi all’estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino.” Quanto perde con questo periscopio sulla punta del pisello, quando invece potrebbe godersi un harem di meraviglie tutte diverse e mai ripetute! Non due peli uguali. Ma lei non ci permetterà di sprecar parole sui peli; neanche due odori, ma se ci dilunghiamo su questo argomento, lei si mette a gridare: Lasciate perdere la poesia. Neanche due pelli con lo stesso incarnato, e mai la stessa luce, la stessa temperatura, le stesse ombre, mai gli stessi gesti; perché un amante, quando è infiammato d’amore vero, può esprimere i toni più sottili di secoli di arte amatoria. Quante sfumature, quanti cambiamenti d’età, variazioni di maturità e innocenza, perversità e arte…”

“Siamo rimasti seduti per ore a chiederci che aspetto lei abbia. Se ha reso i sensi indifferenti alla seta, alla luce, al colore, all’odore, al carattere, al temperamento, a questo punto dev’essere completamente avvizzito. Ci sono tanti sensi minori, che si buttano come tanti affluenti nel fiume del sesso, arricchendolo. Solo il battito unito del sesso e del cuore può creare l’estasi.”

In questo periodo la Nin viveva fra New York e Los Angeles, un po’ con il marito, un pò con Rupert, un nuovo amico, molto più giovane di lei. Intanto la scrittrice continuava a scrivere pagine sui diari e nel quarto, che va dal 1944 al 1947 parla di personaggi come Dalì, Gore Vidal, Martha Graham e Andé Breton, ma anche dell’ottusità, del grigiore delle persone che incontrava, che non sapevano cosa fosse la gioia, la serenità, la musica, che erano fatte d’acciaio e cemento o ridotte a cavallo da soma.
Tra il 1947 ed il 1955 la Nin visse tra New York ed il Messico e sperimentò anche l’LSD, che però non la entusiasmò; questo è il periodo descritto nel quinto diario. L’ultimo diario, il sesto, dura fino al 1966, quando avvenne la prima pubblicazione di questa dettagliatissima storia di vita e fu un grande successo editoriale per la Nin (che aveva allora 63 anni!)

Per rispettare la privacy delle tante persone citate però, ciò che fu pubblicato era solo una minima parte dell’opera completa dei diari, che consta in realtà di 150 volumi, 35.000 pagine, custoditi attualmente allo Special Collections Department della UCLA (e curate dall’Anais Nin Trust).
I diari sono ricchi di dialoghi, osservazioni, interventi critici e commenti, sulle persone, la politica, la letteratura, i viaggi, oltre che sulle sue vicende personali. Il mondo attraverso gli scritti di Anaïs è un mondo ricco di fascino e di meraviglia: anche le piccole cose, le persone più insignificanti vengono descritte con amore e profondità, ma soprattutto con curiosità.

Una vita intensa e profondamente vissuta, quella della Nin, che a questo proposito diceva: “La vita ordinaria non mi interessa. Cerco solo i grandi momenti… Voglio essere una scrittrice che ricorda agli altri che questi momenti esistono”
Nel 1973 la Nin ricevette una laurea ad honorem dal Philadelphia College of Art; nel 1974 fu eletta al National Institute of Arts and Letters.

Il 14 gennaio 1977, Anaïs Nin moriva di cancro a Los Angeles, assistita da Rupert Pole. Postumo uscì la raccolta di racconti erotici Il Delta di Venere.




Tu sei in guerra con te stesso, con il te stesso intellettuale. E io dico: lascia perdere il te stesso intellettuale, il sapiente, il filosofo. Goditi la vita. Inebriati. Descrivila. Non commentarla. Non metterla in cornice.
Anaïs Nin, da una lettera a Henry Miller



Silvy Galatina 

L'intellettualismo è una delle più pesanti zavorre che ci portiamo nello zainetto. 
E sull'altare di un IO narcisista ed ipertrofico, sacrifichiamo la bellezza del respiro semplice della vita




Elenco blog personale