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“L’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso”
Steven Bantu Biko, attivista sudafricano anti-apartheid assassinato dalla polizia a soli 31 anni il 12 settembre 1977
Studente di medicina all’Università di Natal (Sudafrica), sezione separata per i neri, divenne giovanissimo un attivista politico e nel 1969 fondò il movimento Black Consciousness che aveva come obiettivo l’autoriconoscimento dei neri e la loro valorizzazione in quanto tali. “Coscienza nera” significava rinascita politica e culturale di un popolo oppresso. Biko seppe rispondere immediatamente alle accuse di razzismo, il suo movimento non andava contro i bianchi, bensì muoveva la coscienza autonomamente, senza il bisogno di riconoscimento da parte loro.
La situazione sudafricana esplose il 16 giugno del ’76 con la manifestazione di protesta di Soweto, scaturita in una “bloody sunday” africana che provocò almeno cento vittime tra i manifestanti e che segnò l’inizio di una rivolta nazionale repressa nel sangue.
Il movimento di Biko, radicale e non-violento, viaggiò sempre parallelamente al più noto African National Congress nel quale militava Nelson Mandela, anche se poco prima del suo arresto Biko preparava un’alleanza che certo poco avrebbe giovato al regime dell’apartheid.
Steve Biko venne arrestato nel settembre del ’77, fu torturato, incatenato crocifisso alla sua cella, nudo, colpito fino a fracassargli il cranio. L’11 settembre del 1977 era in condizioni critiche, si decise allora di portarlo in ospedale, da Port Elizabeth dov’era detenuto a Pretoria, a più di mille chilometri di distanza. Venne ammanettato e ficcato nudo nel baule di una Land Rover, dove restò per tutto il viaggio. Fu la sua ultima notte.
Una giovane vita rivoluzionaria stroncata troppo presto. Con l'unica consolazione che Biko non avrebbe mai scambiato la sua breve ma combattiva vita con il raggiungimento della vecchiaia senza lottare. Un giorno disse:
“O sei vivo e fiero, o sei morto, e se sei morto, allora che t’importa?”
Compresi che l'eguaglianza di fatto, nelle necessità umane, di diritti e di doveri, è l'unica base morale su cui può reggere l'umano consorzio. Strappai il mio pane con l'onesto sudore di mia fronte; non ho una goccia di sangue sulle mie mani, né sulla mia coscienza.
Ora? A trentatre anni, sono candidato alla galera e alla morte.
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, pugliese il primo e piemontese il secondo emigrarono negli Stati Uniti nel 1908. Vissero e lavorarono nel Massachusetts facendo i mestieri più disparati come consuetudine in quegli anni per gli immigrati, (alla fine Sacco calzolaio e Vanzetti pescivendolo), professando le loro idee socialiste di colore anarchico e pacifista. Nell’aprile del 1920 in un clima permeato da pregiudizi e da ostilità verso gli stranieri, furono accusati di essere gli autori di una rapina ad una fabbrica di calzature in cui rimasero vittime un cassiere e una guardia armata.
Il processo istituito contro di loro non giunse mai alla certezza di provare accusatorie sicure, ma fu fortemente condizionato dall’ansia di placare un opinione pubblica furiosa e avvelenata dalla violenza, a cui bisognava dare dei colpevoli e dal pretesto fornito dall’evento per la scalata al successo personale del giudice THAYER e del pubblico ministero KATZMANN.
Di certo Sacco e Vanzetti pagarono per le loro idee anarchiche, idealiste e pacifiste (al momento dell’intervento americano del conflitto del 15-18 si rifugiarono in Messico per non essere arruolati) e per il fatto di far parte di una minoranza etnica disprezzata ed osteggiata come quella italiana. Non da meno pesarono le azioni violente e terroristiche dell’altra ala del pensiero anarchica dei primi anni del secolo (ad es. Gaetano Cresci e Giovanni Passanante) e non ultime alcune contraddizioni della linea difensiva. DOPO CIRCA UN ANNO DI PROCESSO IL 14 LUGLIO 1921 FURONO CONDANNATI ALLA SEDIA ELETTRICA.
SACCO E VANZETTI RIBADIRONO FINO ALL’ULTIMO LA LORO INNOCENZA, MA NONOSTANTE NEL 1925 UN PREGIUDICATO, TAL CELESTINO MADEIROS SI ACCUSASSE DI AVER PARTECIPATO ALLA RAPINA ASSIEME AD ALTRI COMPLICI; SCAGIONANDO COMPLETAMENTE I DUE ITALIANI e nonostante appelli e manifestazioni di solidarietà e di richiesta di assoluzione da parte dell’opinione pubblica mondiale, LA NOTTE DEL 23 AGOSTO 1927 SACCO E VANZETTI FURONO GIUSTIZIATI SULLA SEDIA ELETTRICA.
Nel 1977 dopo che il caso era stato più volte riaperto, il governatore del Massachusetts, Michael s. Dukakis, riabilitò le figure di Sacco e Vanzetti, scrivendo nel documento che proclama per il 23 AGOSTO DI OGNI ANNO IL S.&V. MEMORIAL DAY che “il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi, l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre idiritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.
A noi di tutta la vicenda (che per la durata della prigionia e i contorni della fine assume quasi caratteri martirologici) preme far rilevare l’ESTREMA COERENZA E CONVINZIONE NEI VALORI PROFESSATI DA SACCO E VANZETTI, MAI RINNEGATI FINO ALLA FINE E NON ULTIMO IL FORTE LEGAME DI AMICIZIA CHE LI TENNE UNITI E SPIRITUALMENTE VICINI PER TUTTA LA LORO ESISTENZA, anche nel momento in cui salirono sulla sedia elettrica, con un coraggio, uno stoicismo ed una umanità su cui tutti dovremmo riflettere e confrontarci. Perché in ogni caso la vera memoria ha un futuro dentro ognuno di noi.
la memoria è il nostro futuro e quello dei nostri figli....
IL DISCORSO DI BARTOLOMEO VANZETTI
Il 23 agosto 1927 gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono uccisi sulla sedia elettrica per “omicidio” nel penitenziario di Charlestown, presso Dedham. Uccisi non perchè realmente colpevoli, ma perchè anarchici e italiani.
Prima di essere ucciso, Bartolomeo Vanzetti fece un discorso davanti al giudice Thayer, di cui riportiamo ampi stralci:
“Quel che ho da dire è che sono innocente, non soltanto del delitto di Braintree, ma anche di quello di Bridgewater. Che non soltanto sono innocente di questi due delitti, ma che in tutta la mia vita non ho mai rubato né ucciso né versato una goccia di sangue. Questo è ciò che voglio dire. E non è tutto. Non soltanto sono innocente di questi due delitti, non soltanto in tutta la mia vita non ho rubato né ucciso né versato una goccia di sangue, ma ho combattuto anzi tutta la vita, da quando ho avuto l’età della ragione, per eliminare il delitto dalla terra.
Queste due braccia sanno molto bene che non avevo bisogno di andare in mezzo alla strada a uccidere un uomo, per avere del denaro. Sono in grado di vivere, con le mie due braccia, e di vivere bene. Anzi, potrei vivere anche senza lavorare, senza mettere il mio braccio al servizio degli altri. Ho avuto molte possibilità di rendermi indipendente e di vivere una vita che di solito si pensa sia migliore che non guadagnarsi il pane col sudore della fronte.
Mio padre in Italia è in buone condizioni economiche. Potevo tornare in Italia ed egli mi avrebbe sempre accolto con gioia, a braccia aperte. Anche se fossi tornato senza un centesimo in tasca, mio padre avrebbe potuto occuparmi nella sua proprietà, non a faticare ma a commerciare, o a sovraintendere alla terra che possiede. Egli mi ha scritto molte lettere in questo senso, ed altre mene hanno scritte i parenti, lettere che sono in grado di produrre.
Certo, potrebbe essere una vanteria. Mio padre e i miei parenti potrebbero vantarsi e dire cose che possono anche non essere credute. Si può anche pensare che essi sono poveri in canna, quando io affermo che avevano i mezzi per darmi una posizione qualora mi fossi deciso a fermarmi, a farmi una famiglia, a cominciare una esistenza tranquilla. Certo. Ma c’è gente che in questo stesso tribunale poteva testimoniare che ciò che io ho detto e ciò che mio padre e i miei parenti mi hanno scritto non è una menzogna, che realmente essi hanno la possibilità di darmi una posizione quando io lo desideri.
Vorrei giungere perciò ad un’altra conclusione, ed è questa: non soltanto non è stata provata la mia partecipazione alla rapina di Bridgewater, non soltanto non è stata provata la mia partecipazione alla rapina ed agli omicidi di Braintree né è stato provato che io abbia mai rubato né ucciso né versato una goccia di sangue in tutta la mia vita; non soltanto ho lottato strenuamente contro ogni delitto, ma ho rifiutato io stesso i beni e le glorie della vita, i vantaggi di una buona posizione, perché considero ingiusto lo sfruttamento dell’uomo. Ho rifiutato di mettermi negli affari perché comprendo che essi sono una speculazione ai danni degli altri: non credo che questo sia giusto e perciò mi rifiuto di farlo.
Vorrei dire, dunque, che non soltanto sono innocente di tutte le accuse che mi sono state mosse, non soltanto non ho mai commesso un delitto nella mia vita — degli errori forse, ma non dei delitti — non soltanto ho combattuto tutta la vita per eliminare i delitti, i crimini che la legge ufficiale e la morale ufficiale condannano, ma anche il delitto che la morale ufficiale e la legge ufficiale ammettono e santificano: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per cui io sono qui imputato, se c’è una ragione per cui potete condannarmi in pochi minuti, ebbene, la ragione è questa e nessun’altra.
[…] Eugenio Debs diceva che nemmeno un cane — qualcosa di paragonabile a noi — nemmeno un cane che ammazza i polli poteva essere giudicato colpevole da una giuria americana con le prove che sono state prodotte contro di noi. Io dico che nemmeno a un cane rognoso la Corte Suprema del Massachusetts avrebbe respinto due volte l’appello — nemmeno a un cane rognoso.
Si è concesso un nuovo processo a Madeiros perché il giudice o aveva dimenticato o aveva omesso di ricordare alla giuria che l’imputato deve essere considerato innocente fino al momento in cui la sua colpevolezza non è provata in tribunale, o qualcosa del genere. Eppure, quell’uomo ha confessato. Quell’uomo era processato e ha confessato, ma la Corte gli concede un altro processo.
Noi abbiamo dimostrato che non poteva esistere un altro giudice sulla faccia della terra più ingiusto e crudele di quanto lei, giudice Thayer, sia stato con noi. Lo abbiamo dimostrato. Eppure ci si rifiuta ancora un nuovo processo. Noi sappiamo che lei nel profondo del suo cuore riconosce di esserci stato contro fin dall’inizio, prima ancora di vederci. Prima ancora di vederci lei sapeva che eravamo dei radicali, dei cani rognosi. Sappiamo che lei si è rivelato ostile e ha parlato di noi esprimendo il suo disprezzo con tutti i suoi amici, in treno, al Club dell’Università di Boston, al Club del Golf di Worcester, nel Massachusetts. Sono sicuro che se coloro che sanno tutto ciò che lei ha detto contro di noi avessero il coraggio civile di venire a testimoniare, forse Vostro Onore — e mi dispiace dirlo perché lei è un vecchio e anche mio padre è un vecchio come lei — forse Vostro Onore siederebbe accanto a noi, e questa volta con piena giustizia.
[…] Il mio primo avvocato era un complice di mister Katzmann, e lo è ancora. Il mio primo avvocato difensore, mister Vahey, non mi ha difeso: mi ha venduto per trenta monete d’oro come Giuda vendette Gesú Cristo. Se quell’uomo non è arrivato a dire a lei o a mister Katzmann che mi sapeva colpevole, ciò è avvenuto soltanto perché sapeva che ero innocente. Quell’uomo ha fatto tutto ciò che indirettamente poteva danneggiarmi. Ha fatto alla giuria un lungo discorso intorno a ciò che non aveva alcuna importanza, e sui nodi essenziali del processo è passato sopra con poche parole o in assoluto silenzio. Tutto questo era premeditato, per dare alla giuria la sensazione che il mio difensore non aveva niente di valido da dire, non aveva niente di valido da addurre a mia difesa, e perciò si aggirava nelle parole di vacui discorsi che non significavano nulla e lasciava passare i punti essenziali o in silenzio o con una assai debole resistenza.
Siamo stati processati in un periodo che è già passato alla storia. Intendo, con questo, un tempo dominato dall’isterismo, dal risentimento e dall’odio contro il popolo delle nostre origini, contro gli stranieri, contro i radicali, e mi sembra — anzi, sono sicuro — che tanto lei che mister Katzmann abbiate fatto tutto ciò che era in vostro potere per eccitare le passioni dei giurati, i pregiudizi dei giurati contro di noi.
[…] Ma la giuria ci aveva odiati fin dal primo momento perché eravamo contro la guerra. La giuria non si rendeva conto che c’è della differenza tra un uomo che è contro la guerra perché ritiene che la guerra sia ingiusta, perché non odia alcun popolo, perché è un cosmopolita, e un uomo invece che è contro la guerra perché è in favore dei nemici, e che perciò si comporta da spia, e commette dei reati nel paese in cui vive allo scopo di favorire i paesi nemici. Noi non siamo uomini di questo genere. Katzmann lo sa molto bene. Katzmann sa che siamo contro la guerra perché non crediamo negli scopi per cui si proclama che la guerra va fatta. Noi crediamo che la guerra sia ingiusta e ne siamo sempre più convinti dopo dieci anni che scontiamo — giorno per giorno — le conseguenze e i risultati dell’ultimo conflitto. Noi siamo più convinti di prima che la guerra sia ingiusta, e siamo contro di essa ancor più di prima. Io sarei contento di essere condannato al patibolo, se potessi dire all’umanità: «State in guardia. Tutto ciò che vi hanno detto, tutto ciò che vi hanno promesso era una menzogna, era un’illusione, era un inganno, era una frode, era un delitto. Vi hanno promesso la libertà. Dov’è la libertà?
Vi hanno promesso la prosperità. Dov’è la prosperità? Dal giorno in cui sono entrato a Charlestown, sfortunatamente la popolazione del carcere è raddoppiata di numero. Dov’è l’elevazione morale che la guerra avrebbe dato al mondo? Dov’è il progresso spirituale che avremmo raggiunto in seguito alla guerra? Dov’è la sicurezza di vita, la sicurezza delle cose che possediamo per le nostre necessità?
Dov’è il rispetto per la vita umana? Dove sono il rispetto e l’ammirazione per la dignità e la bontà della natura umana? Mai come oggi, prima della guerra, si sono avuti tanti delitti, tanta corruzione, tanta degenerazione.
Se ricordo bene, durante il processo, Katzmann ha affermato davanti alla giuria che un certo Coacci ha portato in Italia il denaro che, secondo la teoria della pubblica accusa, io e Sacco avremmo rubato a Braintree. Non abbiamo mai rubato quel denaro. Ma Katzmann, quando ha fatto questa affermazione davanti alla giuria, sapeva bene che non era vero. Sappiamo già che quell’uomo è stato deportato in Italia, dopo il nostro arresto, dalla polizia federale. Io ricordo bene che il poliziotto federale che lo accompagnava aveva preso i suoi bauli, prima della traduzione, e li aveva esaminati a fondo senza trovarvi una sola moneta.
Ora, io dico che è un assassinio sostenere davanti alla giuria che un amico o un compagno o un congiunto o un conoscente dell’imputato o dell’indiziato ha portato il denaro in Italia, quando si sa che non è vero. Io non posso definire questo gesto altro che un assassinio, un assassinio a sangue freddo.
[…] perché Katzmann sapeva che metà della popolazione di Plymouth sarebbe stata disposta a venire in tribunale per dire che in sette anni vissuti in quella città non ero mai stato visto ubriaco, che ero conosciuto come il piú forte e costante lavoratore della comunità. Mi definivano «il mulo», e coloro che conoscevano meglio le condizioni di mio padre e la mia situazione di scapolo si meravigliavano e mi dicevano: «Ma perché lei lavora come un pazzo, se non ha né figli né moglie di cui preoccuparsi?».
[…] Ma nel frattempo egli [Katzmann] disse alla giuria che io ero già stato processato in precedenza. È con questi metodi scorretti che egli ha distrutto la mia vita e mi ha rovinato.
[…] eppure io sono convinto che aveva già deciso: fin dal momento in cui il processo era finito, lei [giudice Thayer] aveva già in cuore la risoluzione di respingere tutti gli appelli che le avremmo rivolti. Lei aspettò un mese o un mese e mezzo, giusto per render nota la sua decisione alla vigilia di Natale, proprio la sera di Natale. Noi non crediamo nella favola della notte di Natale, né dal punto di vista storico né da quello religioso. Lei sa bene che parecchie persone del nostro popolo ci credono ancora, ma se noi non ci crediamo ciò non significa che non siamo umani. Noi siamo uomini, e il Natale è dolce al cuore di ogni uomo. Io penso che lei abbia reso nota la sua decisione la sera di Natale per avvelenare il cuore delle nostre famiglie e dei nostri cari. Mi dispiace dir questo, ma ogni cosa detta da parte sua ha confermato il mio sospetto fino a che il sospetto è diventato certezza.
[…] Ciò che desidero dire è questo: il compito della difesa è stato terribile. Il mio primo avvocato non aveva voluto difenderci. Non aveva raccolto testimonianze né prove a nostro favore. I verbali del tribunale di Plymouth erano una pietà. Mi è stato detto che piú di metà erano stati smarriti. Cosicché la difesa aveva un tremendo lavoro da fare, per raccogliere prove e testimonianze, per apprendere quel che i testimoni dello Stato avevano sostenuto e controbatterli. E considerando tutto questo, si può affermare che se anche la difesa avesse preso doppio tempo dello Stato, ritardando cosí il caso, ciò sarebbe stato piú che ragionevole. Invece, purtroppo, la difesa ha preso meno tempo dello Stato.
Ho già detto che non soltanto non sono colpevole di questi due delitti, ma non ho mai commesso un delitto in vita mia non ho mai rubato, non ho mai ucciso, non ho mai versato una goccia di sangue, e ho lottato contro il delitto, ho lottato sacrificando anche me stesso per eliminare i delitti che la legge e la chiesa ammettono e santificano.
Questo è ciò che volevo dire. Non augurerei a un cane o a un serpente, alla piú miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di piú per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora.
Ho finito. Grazie.”
Ennio Morricone, "The Ballad Of Sacco And Vanzetti", Warsaw
(C) Mendicare la vita per un tozzo di pane è violenza. La miseria, la fame alla quale sono costretti milioni di uomini è violenza. Il denaro è violenza, la guerra… E persino la paura di morire che abbiamo tutti ogni giorno, a pensarci bene, è violenza.
...
Citazione tratta dal film " Sacco e Vanzetti" “
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Beg his life for a loaf of bread is violence. The misery, starvation to which they are forced millions of men's violence. The money is violence, war ... And even the fear of dying that we all have every day, to think of it, is violence.
Quote from the movie "Sacco and Vanzetti" "
Ennio Morricone - Concert in Warsaw. "The Ballad Of Sacco And Vanzetti" - sings Dulce Pontes
Sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso. Sto soffrendo e pagando perchè sono italiano... e io SONO italiano! Sto soffrendo e pagando perchè sono anarchico... E MI SUN ANARCHIC!
Vanzetti's own words, as set down by Woody Guthrie in his famous "Vanzetti's Letter" are worth a listen. Woody's and my versions can be found on youtube
Diritto e Lotta di Classe.
Questa sentenza sarà l'espressione dell'esistenza di due classi, la classe degli oppressi e la classe dei ricchi, e che tra l'una e l'altra ci sarà sempre conflitto. Noi fraternizziamo con la gente, per mezzo dei libri, della letteratura. Voi perseguitate la gente, l'opprimete e l'uccidete. Noi cerchiamo sempre e soltanto di istruire il popolo. Voi cercate di mettere una divisione fra noi e qualche altra nazione, con l'odio. Io sono qui, oggi, su questo banco, per questo motivo, per essere stato della classe oppressa. Ebbene, voi rappresentate l'oppressore.
Nicola (Ferdinando) Sacco in una fase del processo a Sacco e Vanzetti
Ennio Morricone/joan baez - The ballad of Sacco and Vanzetti part 2
(Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone)
Sì Padre, son carcerato
Non aver paura di parlare del mio reato
Il crimine è non amare i dimenticati
Solo il silenzio è vergogna.
Ed ora ti dirò cosa hanno contro di noi
Un'arte che è stata viva per secoli
Percorri gli anni e troverai cosa ha imbrattato tutta la storia.
Contro di noi è la legge con la sua immensa forza e potere
Contro di noi è la legge!
La Polizia sa come fare di un uomo un colpevole od un innocente
Contro di noi è il potere della Polizia!
Le menzogne senza vergogna dette da alcuni uomini
saranno sempre ripagate in denari.
Contro di noi è il potere del denaro
Contro di noi è l'odio razziale ed il semplice fatto
Che siamo poveri.
Con me ho il mio amore, la mia innocenza, i lavoratori ed i poveri
Per tutto questo sono integro, forte e pieno di speranze.
Ribellione, rivoluzione non han bisogno di dollari,
Ma di immaginazione, sofferenza, luce ed amore e rispetto
Per ogni essere umano.
Non rubare mai, non uccidere mai,
sei parte della forza e della vita
La Rivoluzione si tramanda da uomo ad uomo e da cuore a cuore
E percepisco quando guardo le stelle che siamo figli della vita
La morte è poca cosa!
Father, yes, I am a prisoner
Fear not to relay my crime
The crime is loving the forsaken
Only silence is shame
“Mi chiusi nella boutique, come la chiamavo, una stanzetta piena di fumo vicino all'ufficio vero e proprio. Mi feci portare una bottiglia di Châteauneuf du Pape da un ristorante nei pressi della Sihlbrücke, bevvi qualche bicchiere. Regnava sempre un disordine spaventoso in quella stanza, non voglio negarlo; libri e pratiche ammucchiati alla rinfusa, per principio si capisce, perché sono dell'opinione che in questo stato così ordinato ciascuno ha il dovere di crearsi delle piccole isole di disordine, sia pure di nascosto.”
Friedrich Dürrenmatt, La promessa. Un requiem per il romanzo giallo, Feltrinelli 1991, pagina 45 (traduzione di Silvano Daniele)
Un oracolo ambiguo (per mantenersi comodamente nel vago) e l'importanza della punteggiatura:
quando una virgola può diventare davvero questione di vita o di morte.
Alla grotta della celebre Sibilla di Cuma si accede tramite un dromos: una galleria a forma trapezoidale con bracci di areazione e di luce laterali, e con tre cistene nelle quali, dice la leggenda, la Sibilla si bagnava. In fondo v'è la stanza oracolare.
Dalla Sibilla si recavano anche i soldati prossimi a partire per la guerra, per essi la Sibilla pronunciava sempre le stesse parole: "ibis et redibis non morieris in bello". Per modificare il vaticinio bastava che ella si soffermasse, oppure no, sulla parola NON. Ne scaturivano, così due diversi oracoli:
- ibis et redibis, non morieris in bello (andrai e ritornerai, non morirai in guerra)
- ibis et redibis non, morieris in bello (andrai e non ritornerai, morirai in guerra.
Anche se questo è una caso estremo, proprio della costruzione sintattica della lingua latina, anche nell'italiano corrente è importante usare correttamente la punteggiatura; a volte, si può modificare il senso della frase solo spostanto una virgola.
Ho riflettuto sugli esseri umani e li ho interrogati prima di sottoporre a essi il mio enigma e farli sbranare dalle mie leonesse" rispose la Sfinge. "Mi interessava sapere come mai gli uomini si lascino opprimere: per amore del quieto vivere, ho concluso, che spesso li induce addirittura a inventarsi le teorie più assurde per sentirsi in perfetta sintonia con i loro oppressori, come del resto gli oppressori escogitano teorie non meno assurde pur di riuscire a illudersi di non opprimere gli individui su cui esercitano il loro dominio.
Friedrich Durrenmatt. La morte della Pizia
Non crucciarti vecchia, lascia che sia ciò che è stato comunque diverso, e che continuerà a risultare sempre diverso, quanto più indagheremo. La verità esiste solo nei limiti in cui la lasciamo in pace. Ci siamo trovati di fronte alla stessa inquietante realtà, che è imperscrutabile come l'uomo che la produce. Friedrich Dürrenmatt. La morte della Pizia
Friedrich Dürrenmatt. Edipo e la Pizia.
“STIZZITA PER LA SCEMENZA DEI SUOI STESSI ORACOLI E PER L’INGENUA CREDULITÀ DEI GRECI, LA SACERDOTESSA DI DELFI Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ASCOLTÒ LE DOMANDE DEL GIOVANE EDIPO, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. Vero è che in simili casi, essendo comunque subitosi coloro che venivano a consultarla, LA PIZIA SOLEVA RISPONDERE CON UN SEMPLICE: SÌ E NO, DIPENDE…; quel giorno però l’intera faccenda le parve di un’idiozia veramente intollerabile, forse soltanto perché quando il pallido giovanotto arrivò claudicando al santuario erano ormai le cinque passate, invece di starlo a sentire Pannychis avrebbe dovuto chiudere, e allora, vuoi per guarirlo dalla fede incondizionata nelle sentenze degli oracoli, vuoi perché essendo così di cattivo umore le saltò il ghiribizzo di fare arrabbiare quel principe di Corinto dall’aria altezzosa, la Pizia gli fece una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre, senza contare che per lei tutte quelle storie di accoppiamenti incestuosi fra dèi e semidei altro non erano che insulse leggende. Va detto però che un leggero disagio la colse nel momento in cui, udite le parole dell’oracolo, quel tipo maldestro di un principe di Corinto sbiancò in volto; la Pizia lo notò pur assisa sul tripode e avvolta com’era da una nuvola di vapori, e pensò che dovesse trattarsi di un credulone straordinario. Quando poi, uscito dal santuario con fare circospetto, Edipo ebbe pagato l’oracolo al gran sacerdote Merops XXVII, che incassava personalmente dai clienti aristocratici, Pannychis lo seguì con lo sguardo ancora per un attimo e scrollò il capo perché vide che il giovanotto non prendeva la strada che portava a Corinto, dove pure vivevano i suoi genitori; ma il pensiero che quel responso dato per celia potesse provocare una disgrazia lo respinse subito e, nel rimuovere quella strana e spiacevole sensazione, la Pizia dimenticò Edipo.”
FRIEDRICH DÜRRENMATT (1921 – 1990), “La morte della Pizia”, trad. di Renata Colorni, Adelphi, Milano 1988 (I ed.), pp. 9 – 10.
Dentro, c'è una domanda. La domanda è terribile. Fluisce nella sala. Cala sul pavimento.
S'affigge alle pareti. Si rannicchia alta sul soffitto. S'impadronisce d'ognuno. La sala si dilata. Il mondo diventa un immenso punto interrogativo.
Friedrich Dürrenmatt. da: "La salsiccia"
Plutarco. La Pizia e la filosofia. Dalla poesia alla prosa.
“Poiché la vita porta con sé mutamenti, a un tempo, e nelle fortune e nelle nature umane, l’uso bandì il superfluo ed eliminò le ‹trecce d’oro› e fece passar di moda le molli tuniche preziose e gli abbigliamenti e, all’occasione, tagliò le chiome troppo fluenti e sciolse il coturno. Ci si avvezzò – e fu un segno di buon gusto – a contrapporre, in fatto di eleganza, a un lusso fastoso, una bella semplicità; e a giudicare ciò che è schietto e semplice, più adorno e bello di ciò che è fastoso e raffinato. Allo steso modo, mentre il linguaggio subiva, contemporaneamente, un’analoga trasformazione e si spogliava delle sue eleganze, anche la storia discese dalle forme metriche, come da un carro, e preferì quel cammino pedestre in cui il vero si distinse dalla leggenda. La filosofia stessa ebbe cara la dote didascalica della chiarezza piuttosto che lo stupore poetico, e perseguì le sue indagini in prosa. Il dio, allora, fece desistere la Pizia dal chiamare i suoi concittadini ‹accenditori di fuoco› e gli Spartani ‹divoratori di serpenti› e gli uomini, in genere, ‹girovaghi dei monti›, e i fiumi ‹beventi l’acqua dei monti›. Eliminando dagli oracoli i versi dell’epos, le grandi parole e le perifrasi e la vaga indeterminatezza, il dio dispose la Pizia a parlare ai consultanti come le leggi alle città, come i sovrani s’intrattengono col popolo e come i maestri si esprimono con i discepoli, adattando, insomma, il linguaggio alla comprensione e alla persuasione.
«È bene, però, sapere che il dio, come dice Sofocle, per i saggi è sempre autore di enigmatici responsi per gli sciocchi è un povero maestro, anche se conciso.
Di pari passo con la chiarezza introdotta negli oracoli, venne, di conseguenza, una rivoluzione nella fede, la quale subì un cambiamento analogo a tutte le altre cose. Conclusione: anticamente ciò che non era familiare o comune, ma era espresso ambiguamente e con circonlocuzioni, fu interpretato come manifestazione della divinità, e fu oggetto di stupore e venerazione per il volgo; ma più tardi, questo stesso volgo preferì imparare ogni cosa chiaramente e facilmente e non già con magniloquenza o con artifici; e biasimò il linguaggio poetico in cui gli oracoli erano chiusi, non solo perché costituiva un ostacolo per la intelligenza dei responsi, nel loro senso verace, ma perché mescolava oscurità e ombre alla rivelazione. Si giunse persino a guardar con sospetto le metafore, gli enimmi, le ambiguità, poiché si sentiva che tutto questo rappresentava un cantuccio appartato e quasi un rifugio per l’oracolo, per una furtiva ritirata nel caso fallisse nella profezia pronunziata!”
PLUTARCO (poco prima del 50 – poco dopo il 120 d.C.), “Perché mai i responsi della Pizia non sono ora più in versi’, in ID., “Diatriba isiaca e dialoghi delfici”, testo e versione a cura di Vincenzo Cilento, Sansoni, Firenze 1962, ‘De Pythiae oraculis’ – ‘Verso e prosa negli Oracoli della Pizia’, pp. 255, 257, 259.
Il dio Apollo e la Sibilla
Nella mitologia greca e romana, la Sibilla era una sacerdotessa dotata di poteri divinatori (concessi dal dio Apollo). In Italia la più importante era la “Sibilla Cumana”, una delle figure più intriganti e misteriose dell'antichità classica (e probabilmente la più famosa grazie alla rappresentazione di Virgilio nell'Eneide).
Secondo la leggenda, il dio Apollo dopo averla vista se ne innamorò perdutamente, tanto che in cambio del suo amore, propose di esaudirle qualunque desiderio. Lei prese un pugno di sabbia e chiese ad Apollo di poter vivere tanti giorni quanti erano i granelli di sabbia nella sua mano, ma fece un grave errore, infatti dimenticò di domandare anche l’eterna giovinezza, il dio gliela avrebbe accordata se si fosse concessa a lui, ma la profetessa rifiutò. La Sibilla iniziò ad invecchiare fino ad assomigliare ad una larva e Apollo decise di metterla in una gabbia nel suo tempio a Cuma. In queste condizioni la Sibilla aveva un solo desiderio la "morte" che tuttavia, non fu soddisfatto. Alla fine rimase solo la sua voce, ma nonostante questo le sue profezie continuarono per secoli, e i suoi presagi raccolti in svariati libri.
Nel VI libro dell'Eneide era il personaggio centrale, con la doppia funzione di veggente e sacerdotessa di Apollo e di guida di Enea nell'oltretomba.
http://illibroeterno.blogspot.it/2010/11/l-oracolo-della-sibilla-giunti-y.html
"Cominciando dalla prima generazione degli uomini parlanti fino alla fine dei tempi
profetizzerò tutte le cose una per una,quali sono state in principio,
quali sono ora e quali saranno in futuro nel mondo a causa dell’empietà degli uomini"
Oracoli Sibillini, Libro I, vv. 1-4
(tratto da: Bibiana Borzì. Tesi di dottorato 1 Capitolo III. La Sibilla nella tradizione oracolare)
“Die delphische Priesterin Pannychis XI, wie die meisten ihrer Vorgängerinnen lang und dürr, hatte, verärgert über den Unfug ihrer Orakelsprüche und über die Leichtgläubigkeit der Griechen, den Jüngling Ödipus angehört; wieder einer, der danach fragte, ob seine Eltern seine Eltern seien, als wäre das in
aristokratischen Kreisen so einfach zu entscheiden, wirklich, gab es doch Eheweiber, die angaben, Zeus selbst habe ihnen beigewohnt, und Ehemänner, die das sogar glaubten. Zwar hatte die Pythia in solchen Fällen, da die Fragenden ohnehin schon zweifelten, einfach geantwortet: teils – teils, aber heute war ihr das Ganze zu dumm, vielleicht nur, weil es schon nach fünf war, als der bleiche Jüngling angehumpelt kam, eigentlich hätte sie das Heiligtum schließen müssen, und so prophezeite sie ihm denn, sei es, um ihn von seinem Aberglauben an die Orakelkunst zu heilen, sei es, weil es ihr in einer boshaften
Laune gerade einfiel, den blasierten Prinzen aus Korinth zu ärgern, etwas möglichst Unsinniges und Unwahrscheinliches, von dem sie sicher war, daß es nie eintreffen würde, denn, dachte Pannychis, wer wäre auch imstande, seinen eigenen Vater zu ermorden und seiner eigenen Mutter beizuschlafen – die inzestbeladenen Götter- und Halbgöttergeschichten hielt sie ohnedies für Märchen. Zwar beschlich sie ein leises Unbehagen, als der linkische Prinz aus Korinth auf ihr Orakel hin erbleichte, sie bemerkte es, obgleich sie auf ihrem Dreifuß von Dämpfen umhüllt war – der junge Mann mußte wirklich außerordentlich leichtgläubig sein. Als er sich dann behutsam aus dem Heiligtum zurückgezogen und beim Oberpriester
Merops XXVII bezahlt hatte, der bei Aristokraten persönlich kassierte, schaute Pannychis Ödipus noch einen Augenblick lang nach, kopfschüttelnd, weil der junge Mann nicht den Weg nach Korinth einschlug, wo doch seine Eltern wohnten; daß sie mit ihrem scherzhaften Orakel vielleicht irgendein Unheil angestiftet haben könnte, verdrängte sie, und indem sie dieses ungute Gefühl verdrängte, vergaß sie Ödipus.”
FRIEDRICH DÜRRENMATT, “Das Sterben der Pythia”, in ID., “Der Sturz. …” Diogenes, Zürich 1988 (I. ed., in ID., “Der Mitmacher ”, Arche, Zürich 1976), S. 119 – 120.
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