Ma il nuovo barbaro non è un rozzo
Abitante del deserto; non emerge
Da foreste d’abeti: è un prodotto di fabbrica;
Università, compagnie, società,
Furono madri alla sua mente, e molti giornali
Ne hanno rafforzato le opinioni. E’ nato qui.
La bravate dei revolvers ora in voga
E il culto della morte sono a casa loro
In città.
Wystan H. Auden
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domenica 6 novembre 2016
Wystan Auden. Ma il nuovo barbaro non è un rozzo Abitante del deserto; non emerge Da foreste d’abeti: è un prodotto di fabbrica; Università, compagnie, società, Furono madri alla sua mente, e molti giornali Ne hanno rafforzato le opinioni. E’ nato qui. La bravate dei revolvers ora in voga E il culto della morte sono a casa loro In città.
martedì 7 maggio 2013
Jared Diamond. L’EVOLUZIONE DELLA RAZZA UMANA È UN PROCESSO COLLETTIVO: LE SOCIETÀ SI EVOLVONO PERCHÉ L’INTELLIGENZA NON È SOLO INDIVIDUALE. Allora dobbiamo TENERE CONTO CHE VI SIA ANCHE LA POSSIBILITÀ DI REGREDIRE, OLTRE CHE DI PROGREDIRE. La storia moderna e quella antica sono piene di ESEMPI CLAMOROSI DI REGRESSIONE, come la caduta dell’Unione Sovietica, dell’Impero Romano d’Occidente, della civiltà Maya, o dell’Impero Khmer
Jared Diamond, "Armi acciaio e malattie".
La storia dell'umanità è costellata di sviluppi, crescita ma anche disparità (risorse, tecnologia, condizioni ambientali). Quanto queste differenze sono state indotte dalle popolazioni e quanto dalla geografia o dal momento storico che privilegiava una civiltà rispetto ad un'altra?
Questo è il principale dubbio su cui è incentrato il libro di Jared Diamond "Armi acciaio e malattie": partendo dalle origini dell'uomo cacciatore/raccoglitore, il saggio esamina sia il ritardo storico di alcune civiltà (l'America fu l'ultimo continente ad essere colonizzato), sia la biosfera delle regioni che hanno "spinto" verso la nascita spontanea dell'agricoltura.
L'agricoltura e l'allevamento segnarono un vantaggio competitivo per i primi popoli che seppero farne uso (producendo eccedenze alimentari utili per superare le fasi di carestia, stabilire uno stile di vita sedentario e consentendo la nascita di nuovi ceti sociali, come gli artigiani, gli amministratori, i soldati).
Allo stesso tempo, la maggiore densità demografica e la vita a stretto contatto con gli animali determinarono una maggiore incidenza alle malattie e, ad ogni epidemia, una popolazione più resistente a quel ceppo. [...]
L'11 luglio 1405 l'ammiraglio e diplomatico Zheng He salpa da Nanjing alla testa di un'imponente flotta di 317 navi e 27.870 uomini.
Scopo della spedizione è di rafforzare gli interessi commerciali cinesi nel sud-est asiatico e nell'Oceano Indiano, su incarico dell'imperatore cinese Yongle, primo della dinastia Ming. Zheng He effettuerà nel corso dei successivi anni sette viaggi, durante i quali raggiungerà la Penisola Araba e le coste dell'Africa meridionale.
Le baochuan, le grandi navi tesoro cinesi, potevano raggiungere una lunghezza di circa 120 metri, e appaiono oggi impressionanti se confrontate alle navi con le quali, alla fine del XV secolo, gli esploratori Cristoforo Colombo e Vasco da Gama compivano i loro viaggi.
Un bellissimo e illuminante libro che mi sento di consigliare "Armi acciaio e malattie" di Jared Diamond "I destini dei popoli sono stati diversi a causa delle differenze ambientali e non biologiche" scrive Jared, questo è un libro che cancella in un secondo tutte le insulse e ignoranti dietrologie razziste e spiega chi siamo stati, cosa siamo diventati e dove possiamo andare. Il colore della pelle diverso per esempio è dovuto solo a ragioni climatiche, da eminenti studi è emerso che il quoziente intellettivo degli umani con pelle nera è superiore a quello della cosidetta razza "superiore", gli umani con pelle bianca, allego breve recensione...
"Perché alcuni popoli sono più ricchi di altri? Perché gli europei hanno conquistato buona parte del mondo? La tentazione di rispondere tirando in ballo gli uomini e le loro presunte attitudini è forte. Ma la spiegazione razzista non va respinta solo perché è odiosa, dice Diamond: soprattutto perché è sbagliata e non regge a un esame scientifico. Le diversità culturali non sono innate, ma affondano le loro radici in diversità geografiche, ecologiche e territoriali sostanzialmente legate al caso. Armato di questa idea, Diamond si lancia in un appassionante giro del mondo, alla ricerca di casi esemplari con i quali illustrare e mettere alla prova le sue teorie. Attingendo alla linguistica, all'archeologia, alla genetica e a mille altre fonti di conoscenza, riesce a condurre questo 'tour de force' storico-culturale con sorprendente maestria e rara abilità di divulgatore."
Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie descrive l'interruzione di questi viaggi e la conseguente politica isolazionistica cinese come accidente storico che sancì la fine del primato tecnologico mondiale della Cina, passando il testimone all'Europa.
"Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni (titolo originale Guns, Germs and Steel: The Fates of Human Societies) è un saggio di Jared Diamond. Edito nel 1997, è stato tradotto in italiano da Luigi Civalleri per conto di Einaudi.
La storia dell'umanità è costellata di sviluppi, crescita ma anche disparità (risorse, tecnologia, condizioni ambientali). Quanto queste differenze sono state indotte dalle popolazioni e quanto dalla geografia o dal momento storico che privilegiava una civiltà rispetto ad un'altra?
Questo è il principale dubbio su cui è incentrato il libro di Jared Diamond "Armi acciaio e malattie": partendo dalle origini dell'uomo cacciatore/raccoglitore, il saggio esamina sia il ritardo storico di alcune civiltà (l'America fu l'ultimo continente ad essere colonizzato), sia la biosfera delle regioni che hanno "spinto" verso la nascita spontanea dell'agricoltura.
L'agricoltura e l'allevamento segnarono un vantaggio competitivo per i primi popoli che seppero farne uso (producendo eccedenze alimentari utili per superare le fasi di carestia, stabilire uno stile di vita sedentario e consentendo la nascita di nuovi ceti sociali, come gli artigiani, gli amministratori, i soldati).
Allo stesso tempo, la maggiore densità demografica e la vita a stretto contatto con gli animali determinarono una maggiore incidenza alle malattie e, ad ogni epidemia, una popolazione più resistente a quel ceppo. [...]
L'11 luglio 1405 l'ammiraglio e diplomatico Zheng He salpa da Nanjing alla testa di un'imponente flotta di 317 navi e 27.870 uomini.
Scopo della spedizione è di rafforzare gli interessi commerciali cinesi nel sud-est asiatico e nell'Oceano Indiano, su incarico dell'imperatore cinese Yongle, primo della dinastia Ming. Zheng He effettuerà nel corso dei successivi anni sette viaggi, durante i quali raggiungerà la Penisola Araba e le coste dell'Africa meridionale.
Le baochuan, le grandi navi tesoro cinesi, potevano raggiungere una lunghezza di circa 120 metri, e appaiono oggi impressionanti se confrontate alle navi con le quali, alla fine del XV secolo, gli esploratori Cristoforo Colombo e Vasco da Gama compivano i loro viaggi.
Un bellissimo e illuminante libro che mi sento di consigliare "Armi acciaio e malattie" di Jared Diamond "I destini dei popoli sono stati diversi a causa delle differenze ambientali e non biologiche" scrive Jared, questo è un libro che cancella in un secondo tutte le insulse e ignoranti dietrologie razziste e spiega chi siamo stati, cosa siamo diventati e dove possiamo andare. Il colore della pelle diverso per esempio è dovuto solo a ragioni climatiche, da eminenti studi è emerso che il quoziente intellettivo degli umani con pelle nera è superiore a quello della cosidetta razza "superiore", gli umani con pelle bianca, allego breve recensione...
"Perché alcuni popoli sono più ricchi di altri? Perché gli europei hanno conquistato buona parte del mondo? La tentazione di rispondere tirando in ballo gli uomini e le loro presunte attitudini è forte. Ma la spiegazione razzista non va respinta solo perché è odiosa, dice Diamond: soprattutto perché è sbagliata e non regge a un esame scientifico. Le diversità culturali non sono innate, ma affondano le loro radici in diversità geografiche, ecologiche e territoriali sostanzialmente legate al caso. Armato di questa idea, Diamond si lancia in un appassionante giro del mondo, alla ricerca di casi esemplari con i quali illustrare e mettere alla prova le sue teorie. Attingendo alla linguistica, all'archeologia, alla genetica e a mille altre fonti di conoscenza, riesce a condurre questo 'tour de force' storico-culturale con sorprendente maestria e rara abilità di divulgatore."
Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie descrive l'interruzione di questi viaggi e la conseguente politica isolazionistica cinese come accidente storico che sancì la fine del primato tecnologico mondiale della Cina, passando il testimone all'Europa.
"Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni (titolo originale Guns, Germs and Steel: The Fates of Human Societies) è un saggio di Jared Diamond. Edito nel 1997, è stato tradotto in italiano da Luigi Civalleri per conto di Einaudi.
Il libro è incentrato sulla ricerca di una risposta alla domanda che Yali, un abitante della Nuova Guinea, fece all'autore nel luglio del 1972: "Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?", dove per Cargo si intendono tutti quei beni tecnologici di cui i guineani erano privi prima dell'arrivo dei coloni. In pratica l'autore cerca di rispondere alle seguenti domande: perché sono stati gli europei e gli americani del nord a sviluppare una civiltà tecnologicamente avanzata e non, ad esempio, i cinesi o i sumeri? Perché gli europei sono partiti alla conquista degli altri popoli (ottenendo evidenti successi, spesso con tragiche conseguenze per i "conquistati"), e non è avvenuto il contrario? Come mai i fieri guerrieri nativi americani sono stati spodestati dall'invasione di un popolo di agricoltori? [...]
Diamond sostiene che il successo delle civiltà europee, che hanno conquistato terre come l'America, l'Africa e l'Oceania, non è dovuto ad una loro presunta superiorità intellettuale. Gli europei non sono più intelligenti degli altri popoli, ma semplicemente hanno avuto la fortuna di vivere in un continente, l'Eurasia, le cui condizioni ambientali hanno favorito lo sviluppo e la diffusione degli elementi che hanno contribuito in maniera determinante alla loro supremazia sugli altri popoli: le armi (e più in generale la tecnologia) e le malattie.
Diamond spiega come lo sviluppo dell'agricoltura e la domesticazione degli animali sia stato un pre-requisito per giungere alle civiltà di armi e malattie. Tale sviluppo è stato più veloce in Eurasia per molti motivi:
in Eurasia, molto più che negli altri continenti, vivevano più animali selvatici che per le loro caratteristiche erano "facilmente" domesticabili.
in Eurasia, molto più che negli altri continenti, esistevano specie vegetali facilmente domesticabili, cioè da cui si potevano ottenere facilmente delle specie adatte ad essere coltivate e che apportassero un significativo contributo nutritivo.
in Eurasia, molto più che negli altri continenti, le caratteristiche geografiche del continente hanno favorito il diffondersi delle innovazioni tecnologiche. In altri continenti questa diffusione è stata rallentata dalla presenza di barriere geografiche (deserti, catene montuose).
L'Eurasia, inoltre, è l'unico continente che si sviluppa principalmente da est a ovest e non da nord a sud come Africa e Americhe. Pertanto specie animali e vegetali potevano essere spostate più facilmente lungo questo continente. In Africa e nelle Americhe le specie animali e vegetali addomesticate in una regione potevano non incontrare, ad altre latitudini, le condizioni ambientali e climatologiche che ne consentissero la sopravvivenza.
Armi acciaio e malattie sostiene che la supremazia dei popoli Euroasiatici è legata al sorgere delle città. Queste città sono caratterizzate da elevate densità abitative e da complesse strutture sociali che hanno consentito il sorgere di:
classi politiche, in grado di mobilitare i popoli e organizzare eserciti impegnati in guerre di conquista.
artigiani, che hanno fornito armi tecnologicamente avanzate (spade, armature, armi da fuoco).
malattie estremamente contagiose, nei confronti delle quali gli abitanti dell'Eurasia hanno sviluppato una parziale immunità. Queste malattie hanno decimato le popolazioni conquistate delle Americhe molto più di quanto lo abbiano fatto le armi dei conquistadores.
Il sorgere delle città è legato allo sviluppo dell'agricoltura. Questa ha reso possibile la produzione e lo stoccaggio di elevate quantità di cibo, di fatto consentendo ai cittadini di dedicarsi a tempo pieno ad attività quali artigianato, innovazione tecnologica, realizzazione di strutture politiche e militari, e liberarli dall'onere di procurarsi il cibo. Tale onere poteva ricadere sulle spalle degli agricoltori. Diamond spiega come i popoli che sono rimasti cacciatori-raccoglitori non sono stati in grado di produrre surplus di cibo tali da sostenere classi "non produttive" di artigiani, politici, militari.
Essenziale alla transizione da cacciatori-raccoglitori a società agrarie di abitatori di città fu la presenza di grandi animali domesticabili, allevati per carne, lavoro (per es. trainare l'aratro), comunicazione e trasporto di uomini e merci e viveri sulla lunga distanza (per es. per trainare carri). Alcuni di questi, sono stati anche usati come efficaci armi da guerra. A tal proposito si pensi all'importanza della cavalleria fino alla prima guerra mondiale.
Diamond identifica appena quattordici specie adattabili in tutto il mondo. Le cinque più importanti (vacca, cavallo, pecora, capra e maiale) sono tutte native dell'Eurasia. Delle rimanenti nove, solo una (il lama del Sudamerica) proviene da una zona al di fuori delle più importanti che abbiamo visto. La presenza di così poche specie di animali domesticabili al di fuori dell'Eurasia è legata all'estensione geografica dei continenti, alle loro caratteristiche ambientali, ma anche all'impatto delle migrazioni di uomini primitivi. In Eurasia l'uomo primitivo è giunto quando le sue capacità di cacciatore non erano pienamente sviluppate, pertanto le prede hanno subito un processo evolutivo che le ha preservate fino al nascere dell'agricoltura e della pastorizia. In altri continenti, principalmente le Americhe, l'uomo è giunto dopo aver sviluppato le sue capacità di cacciatore ed ha incontrato animali non preparati a sopravvivere in presenza di un predatore tanto abile. Pertanto alcune specie animali si sono estinte molto prima che l'uomo iniziasse a domesticare piante e animali.
Gli animali domesticabili più piccoli, quali cani, gatti, polli e porcellini d'India possono essere valutabili in molti modi in una società agricola, ma non saranno adeguati di per sé per sostenere una società agraria in grande scala.
Geografia
Diamond spiega anche come la geografia abbia dato forma alla migrazione umana, non semplicemente rendendo difficile viaggiare (particolarmente in senso longitudinale), ma attraverso il meccanismo per cui il clima condiziona i luoghi in cui gli animali domesticabili possono facilmente viaggiare e quelli in cui i raccolti possono crescere in modo ideale. Semplificando, la geografia determina la storia.
Si ritiene che i moderni esseri umani si siano sviluppati nella regione meridionale dell'Africa, in un periodo oppure in un altro. Il Sahara ha impedito che si migrasse a nord verso la Mezzaluna Fertile, fino a che più tardi la valle del Nilo divenne più ospitale. Si ritiene che alcuni popoli, come gli aborigeni dell'Australia, siano migrati precocemente dall'Africa, salpando con barche.[1]
Diamond continua a spiegare la storia dello sviluppo umano fino all'era moderna, attraverso il rapido sviluppo della tecnologia, e le sue tremende conseguenze sulle culture dei cacciatori-raccoglitori sparsi nel mondo.
Ci sono stati però alcuni casi, e qui Diamond fa l'esempio della Cina, in cui però la geografia non ha determinato la storia, seppure ne è stata in parte responsabile. Nel caso appunto della Cina, che aveva tutte le premesse per assumere quel ruolo che è stato poi preso dalla razza bianca, alcune decisioni politiche e strategiche ne hanno determinato nei secoli scorsi l'isolamento piuttosto che l'espansione, a riprova che anche le scelte politiche e culturali, e non solo la geografia, possono influenzare il destino di un popolo e in definitiva del mondo. Diamond sostiene che in questo caso la geografia della Cina ha comunque contribuito a permettere che il paese non tornasse rapidamente ad una politica espansionistica. La Cina, a causa della assenza di barriere geografiche interne, era diventata un unico grande stato già nel 221 a.C. Inoltre non aveva dei vicini agguerriti. Una scelta strategica errata poteva rimanere tale per secoli senza che sorgessero ragioni per revocarla. Diversa era la situazione dell'Europa, la cui geografia ha favorito il sorgere di molti stati nazionali in feroce competizione. Una scelta sbagliata di uno di questi stati lo poneva in breve tempo in svantaggio competitivo con i vicini imponendogli di cambiare strategia, oppure determinandone la sopraffazione da parte degli stati confinanti.
Malattie
Durante la conquista delle Americhe, il 90% delle popolazioni indigene sono state uccise dalle malattie introdotte dagli europei.
Come mai allora le malattie originarie del continente americano non hanno sterminato gli europei? Diamond spiega che i germi che hanno sterminato le popolazioni americane si sono potuti sviluppare grazie a due condizioni:
lo stretto contatto degli uomini con gli animali domesticabili, possibile in Eurasia e non nelle Americhe che non avevano specie animali domesticabili. Molte malattie sono dovute a mutazioni genetiche di germi che infettavano gli animali domestici. Nel corso dei secoli le popolazioni euroasiatiche hanno sviluppato una parziale immunità, ma non così quelle Americane.
l'alta densità abitativa delle città euroasiatiche e la loro rete di collegamento con altre città, che costituiscono il pre-requisito per la diffusione di epidemie. In società piccole o isolate i germi responsabili di epidemie letali in breve tempo infettano tutta la popolazione. Di conseguenza una parte della popolazione muore, mentre un'altra parte diventa immune. In queste condizioni il germe responsabile della malattia non può sopravvivere. In Eurasia la fitta rete di collegamenti consentiva ai germi di sopravvivere per lunghi periodi prima di ritornare nelle città infettate. Questi patogeni potevano propagarsi di città in città e ritornare ad infettare la città di partenza quando, dopo molti anni dalla precedente epidemia, la popolazione originaria era stata sostituita dalle nuove generazioni. Queste, non essendo state infettate, non avevano sviluppato la totale immunità nei confronti della malattia.
Riflessioni socio-politiche
Nel capitolo "Dall'uguaglianza alla cleptocrazia", l'autore, premessa una disamina delle tipologie di comunità (dalla più semplice, per graduale evoluzione, fino alla più complessa) che hanno segnato lo sviluppo delle collettività umane dalla preistoria ad oggi, pone in rilievo le quattro strategie che - da sempre - permettono ad un'élite di conservare/aumentare il consenso popolare, senza che l'élite stessa debba sacrificare il proprio stile di vita.
Assicurarsi il monopolio della violenza.
Ridistribuire la ricchezza, rastrellata con i tributi, in modo da rendere felici gli individui soggetti al potere dell'élite.
Usare il monopolio della violenza in modo da mantenere l'ordine pubblico, per gratificare, tra l'altro, i "buoni cittadini" che rispettano la legge.
Fabbricare un'ideologia o una religione adatta a motivare moralmente le persone ad agire secondo gli interessi dell'élite (riguardo a quest'ultima osservazione è inevitabile pensare al concetto marxiano di sovrastruttura).
L'autore sostiene che le comunità meno numerose sono sostanzialmente egalitarie. Spesso c'è un "Big Man", ma la sua leadership è dovuta unicamente al suo carisma e alle sue capacità di convincere i membri della comunità ad avallare le sue decisioni. Il suo ruolo non è sancito formalmente, né è ereditario. Inoltre il Big Man si procura da sé il proprio cibo come ogni altro membro della comunità. Nelle piccole comunità una "struttura politica" così semplice può funzionare, ma non nelle grandi comunità. Per esempio quando c'è un contrasto tra due membri della comunità molto spesso amici o parenti comuni intervengono a sedarlo ed evitare una escalation di violenza. Nelle grandi comunità è difficile che i due contendenti abbiano amici o parenti in comune. Per questo motivo grandi comunità che non si siano dotate di strutture formali di controllo dell'ordine pubblico (polizia, tribunali, leggi condivise) sono implose. Quello che si osserva è che quando una comunità cresce anche le sue strutture politico-sociali diventano più complesse. In sostanza nasce una classe politica che assume il ruolo di guida, ma non si procaccia direttamente il cibo per il proprio sostentamento. Questa classe politica trae il suo sostentamento dalla ricchezza prelevata dal resto della comunità attraverso tasse e contributi (per es. parte del raccolto). Siamo in presenza di una cleptocrazia, che tuttavia riesce a "mantenersi" perché riesce a soggiogare le classi inferiori o ottenere l'approvazione al proprio operato. A tale scopo l'autore evidenzia alcune delle strategie usate dalla classe politica:
l'utilizzo della violenza per imporsi, per es. sedando le rivolte.
l'utilizzo della forza per garantire l'ordine pubblico, salvaguardando i "cittadini onesti".
l'utilizzo di parte delle ricchezze prelevate per realizzare grandi opere pubbliche di cui beneficia tutta la comunità (per es. acquedotti, strade ecc).
la ridistribuzione di parte delle ricchezze prelevate, per es. durante i periodi di carestia o ai ceti più deboli.
http://it.wikipedia.org/wiki/Armi,_acciaio_e_malattie
Ho sempre consigliato la lettura di questo testo di Diamond non meno di "Olocausto americano", e più ancora trovo eccezionale "Sterminate quelle bestie" di Sven Lindquist. Basterebbero questi 3 testi veramente letti e recepiti e forse qualcosa potrebbe cambiare nella testa delle persone, capire chi siamo veramente "noi". E incrociarli magari con senso critico a testi di zoologia umana ed antopologia, fare confronti, convergenze, penso ad un bel testo che mi hanno prestato pochi mesi fà "Fare umanità", tanto da riflettere e tanto da capire, umiltà......
* Jared Diamond è un celebre biologo e fisiologo statunitense. Con Armi, acciaio e malattie ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997. Collasso è del 2005. Il suo ultimo libro è The world until yesterday (2013), ancora inedito in Italia. Ha scritto questo editoriale per noi di Ae
Ho sempre consigliato la lettura di questo testo di Diamond non meno di "Olocausto americano", e più ancora trovo eccezionale "Sterminate quelle bestie" di Sven Lindquist. Basterebbero questi 3 testi veramente letti e recepiti e forse qualcosa potrebbe cambiare nella testa delle persone, capire chi siamo veramente "noi". E incrociarli magari con senso critico a testi di zoologia umana ed antopologia, fare confronti, convergenze, penso ad un bel testo che mi hanno prestato pochi mesi fà "Fare umanità", tanto da riflettere e tanto da capire, umiltà......
* Jared Diamond è un celebre biologo e fisiologo statunitense. Con Armi, acciaio e malattie ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997. Collasso è del 2005. Il suo ultimo libro è The world until yesterday (2013), ancora inedito in Italia. Ha scritto questo editoriale per noi di Ae
Sì, la sostenibilità è ancora
possibile. Una grande esclusiva di
Altreconomia: Jared Diamond, il celebre biologo e fisiologo statunitense che
con ARMI, ACCIAIO E MALATTIE ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997, firma
l'editoriale del numero di maggio. "Oggi mi dichiaro ancora cautamente
ottimista -scrive-. Lo faccio perché SAPPIAMO CHE IL GENERE UMANO SI CREA I
PROBLEMI DA SOLO: DOBBIAMO ALLORA SPERARE CHE SIA ANCHE IN GRADO DI RISOLVERLI".
Diamond è famoso anche per il
volume COLLASSO, del 2005. Il suo ultimo libro è THE WORLD UNTIL YESTERDAY (2013),
ancora inedito in Italia.
“L’EVOLUZIONE DELLA RAZZA UMANA È
UN PROCESSO COLLETTIVO: LE SOCIETÀ SI EVOLVONO PERCHÉ L’INTELLIGENZA NON È SOLO
INDIVIDUALE. Allora dobbiamo TENERE CONTO CHE VI SIA ANCHE LA POSSIBILITÀ DI
REGREDIRE, OLTRE CHE DI PROGREDIRE. La storia moderna e quella antica sono
piene di ESEMPI CLAMOROSI DI REGRESSIONE, come la caduta dell’Unione Sovietica,
dell’Impero Romano d’Occidente, della civiltà Maya, o dell’Impero Khmer. DI CHE
COSA È FRUTTO DUNQUE LA CATTIVA GESTIONE DELLE RISORSE, TIPICHE DEL GENERE
UMANO (in passato come oggi)? Io credo ci siano una miriade di motivi per cui LE
PERSONE E LE SOCIETÀ A VOLTE FANNO SCELTE SBAGLIATE: LA MANCANZA DI CONOSCENZA,
LA MANCANZA DI ESPERIENZA DI SITUAZIONI SIMILI; INTERESSI CHE COLLIDONO, E
L’EGOISMO. Ma se guardiamo al tema della LIMITATEZZA DELLE RISORSE, io credo
non abbiamo alternative. RISORSE ESSENZIALI PER L’UOMO COME L’ACQUA, IL CIBO,
LA TERRA, GLI ALBERI, I PESCI, SONO LIMITATE, CHE CI PIACCIA O NO. O CI
ADATTIAMO ALLA LIMITATEZZA DELLE RISORSE IN MODI PIACEVOLI A NOSTRA SCELTA,
OPPURE LA LIMITATEZZA DELLE RISORSE SI IMPORRÀ SU DI NOI IN MODI SGRADEVOLI NON
DI NOSTRA SCELTA (COME MALATTIE, FAME, GUERRA). Nell’ultimo capitolo del mio
libro “COLLASSO” indico UNA DOZZINA DI GRANDI PROBLEMI CHE LE SOCIETÀ UMANE
OGGI DEVONO RISOLVERE. Se veniamo a capo di tutti i nostri problemi, tranne
quello dell’acqua, o tranne quello del cambiamento climatico, o tutti i nostri
guai, tranne il problema delle sostanze chimiche tossiche; ecco, UNO QUALSIASI
DI QUESTI SINGOLI PROBLEMI IRRISOLTI SAREBBE SUFFICIENTE A DISTRUGGERE TUTTI
NOI. CERCARE DI IDENTIFICARE SOLO ALCUNI
PROBLEMI “PIÙ IMPORTANTI” È UNA RICETTA DISASTROSA. UN PO’ COME IN UN
MATRIMONIO. Se si sente qualcuno chiedere “Qual è il singolo requisito più
importante per un matrimonio felice?” si può star certi che è sull’orlo del
divorzio. Nel mio ultimo libro, ancora inedito in Italia, guardo alle SOCIETÀ
TRIBALI DI OGGI, E A QUELLE PRE-MODERNE E “TRADIZIONALI”. Le società
tradizionali sono piccole (da poche decine a poche centinaia o poche migliaia
di persone), relativamente EGUALITARIE, E CON RAPPORTI SOCIALI CHE DURANO TUTTA
LA VITA. Le società tradizionali sono molto più diversificate rispetto alle
società con un governo centralizzato: LE DIFFERENZE TRA DUE QUALSIASI TRA LE
SOCIETÀ DELLA NUOVA GUINEA SONO MAGGIORI DELLE DIFFERENZE TRA ITALIA E STATI
UNITI. Quindi UNO DEI MOTIVI PER STUDIARE SOCIETÀ TRADIZIONALI È QUELLO DI
COMPRENDERE LA DIVERSITÀ DEL COMPORTAMENTO UMANO. VALE LA PENA DI CONOSCERE LE
SOCIETÀ TRADIZIONALI, PER IMPARARE DA LORO: MOLTE COSE CHE FANNO SONO
AMMIREVOLI, E VALE LA PENA DI CONSIDERARNE L’ADOZIONE PER NOI STESSI. AD
ESEMPIO IN TEMA DI BENESSERE, DI EDUCAZIONE DEI FIGLI, DI CURA DEGLI ANZIANI.
Il Worldwatch Institute, nel suo
ultimo rapporto, si chiede “LA SOSTENIBILITÀ È ANCORA POSSIBILE?”. Io credo che
lo sia. SAPPIAMO PERFETTAMENTE COME GESTIRE L’ACQUA, LE FORESTE, LA PESCA, E LE
ALTRE RISORSE IN MODO SOSTENIBILE; lo facciamo già, in alcuni casi, e non lo
facciamo in altri casi. È UNA NOSTRA SCELTA DECIDERE SE ESSERE SOSTENIBILI. Non
è appropriato parlare di transizione, resilienza, o qualcosa di diverso da
sostenibilità, perché nel lungo periodo (e anche all’interno del breve periodo
di pochi decenni), la non-sostenibilità è impossibile. NON ABBIAMO ALTRA
SCELTA, SE NON ESSERE SOSTENIBILI. Oltre 20 anni fa, nel 1991, nel mio libro “IL
TERZO SCIMPANZÈ”, mi preoccupavo dell’“IMMINENTE DECLINO DEL GENERE UMANO”, pensando
alla sua CAPACITÀ SISTEMATICA DI AUTODISTRUZIONE CHE PERDURA DA 50MILA ANNI. Scrivevo
anche che “ci sono molte ragioni per essere pessimisti”. Tuttavia già allora
intravedevo una speranza e mi dichiaravo “cautamente ottimista”. Oggi mi
dichiaro ancora “cautamente ottimista”. Lo faccio perché SAPPIAMO CHE IL GENERE
UMANO SI CREA I PROBLEMI DA SOLO: DOBBIAMO ALLORA SPERARE CHE SIA ANCHE IN
GRADO DI RISOLVERLI.
di Jared Diamond * - 29 aprile
2013
sara battistini:
il libro Armi, acciaio e malattie
è sul mio comodino! E' molto bello, direi: indispensabile, bravi, bel colpo
l'editoriale!
http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4081
Kenya, trovata moneta cinese di 600 anni fa
Un cash cinese risalente a sei secoli fa è stato scoperto sull’isola di Manda, in Kenya, durante una campagna di scavo condotta da archeologi keniani e statunitensi. La moneta è stata coniata tra il 1402 e il 1424 da Yongle, imperatore della dinastia Ming; infatti presenta la legenda Yong Le Tong Bao.
Durante il suo regno Yongle promosse attivamente sette spedizioni a carattere diplomatico, scientifico e commerciale nell’oceano Indiano, che vennero affidate all’ammiraglio musulmano Zheng He, che oggi viene ricordato come il Cristoforo Colombo cinese.
La prima spedizione partì nel 1403 ed era composta da ben 317 navi e 28.000 soldati. La motivazione ufficiale della spedizione era la ricerca dell’imperatore Jianwen (1377-1402) scomparso misteriosamente con la guerra civile che vide salire al trono Yongle, mentre secondo il professore d’ingegneria marittima Xin Yuan’ou dell’Università di Shanghai Jiaotong, l’impero cinese avrebbe mandato Zheng He in cerca di alleati contro la minaccia portata da Tamerlano, il quale aveva già conquistato gran parte dell’Asia. Le tappe di questo primo viaggio furono le coste orientali dell’Africa, il Mar Rosso, il Giappone e la Corea.
Nel 1405 Zheng He comandò un’altra spedizione nei mari dell’Indocina, dell’Indonesia e dell’India meridionale, per poi arrivare fino alle coste arabiche meridionali e dell’Africa orientale tra l’attuale Somalia e il Kenya.
Tra il 1405 e il 1433 l’ammiraglio condusse altri cinque viaggi. L’ultimo avvenne tra il 1431 e il 1433; Zheng He, a capo di 300 navi e 27.500 uomini, visitò i porti di Champa (oggi in Vietnam) e Giava, oltre a Palembang, Malacca, Ceylon e Calcutta. Tra i successi diplomatici di quest’ultima spedizione si ricorda la dissuasione del re del Siam a minacciare il Regno di Malacca. Poi da Calcutta una parte della flotta continuò il viaggio verso ovest, costeggiando il corno d’Africa sino a Malindi e commerciando sul Mar Rosso, e probabilmente molti marinai visitarono la Mecca. Zheng He, invece, da Calcutta riprese la via di casa ma morì nel viaggio di ritorno; fu seppellito in mare.
Dopo la morte dell’imperatore Yongle, avvenuta nel 1424, la Cina pose fine alle spedizioni, lasciando campo libero agli europei.
Anche se le grandi spedizioni di Zheng He sono un fatto storico, ancora oggi si discute sui limiti raggiunti dalle esplorazioni cinesi, tanto che alcuni storici si sono spinti ad ipotizzare che l’ammiraglio fosse arrivato fino alle Americhe (la cosiddetta “ipotesi del 1421″). Nell’ambito di queste controversie, alcuni studiosi sono certi che tra la Cina e l’Africa orientale vi fossero dei contatti già prima del XV secolo. Ma altri, come il professor Chen Hsin-hsiung dell’Università Nazionale Cheng Kung di Tainan (Taiwan), sostengono che le fonti non attestano che la flotta di Zheng He abbia raggiunto l’Africa.
Ma la scoperta di questa moneta in terra keniota potrebbe essere la conferma definitiva dei contatti tra le due aree. Chap Kusimba, conservatore di Antropologia africana al Field Museum, ha dichiarato: “È magnifico avere una moneta che potrebbe definitivamente provare che He arrivò in Kenya”.


Kenya, trovata moneta cinese di 600 anni fa
Un cash cinese risalente a sei secoli fa è stato scoperto sull’isola di Manda, in Kenya, durante una campagna di scavo condotta da archeologi keniani e statunitensi. La moneta è stata coniata tra il 1402 e il 1424 da Yongle, imperatore della dinastia Ming; infatti presenta la legenda Yong Le Tong Bao.
Durante il suo regno Yongle promosse attivamente sette spedizioni a carattere diplomatico, scientifico e commerciale nell’oceano Indiano, che vennero affidate all’ammiraglio musulmano Zheng He, che oggi viene ricordato come il Cristoforo Colombo cinese.
La prima spedizione partì nel 1403 ed era composta da ben 317 navi e 28.000 soldati. La motivazione ufficiale della spedizione era la ricerca dell’imperatore Jianwen (1377-1402) scomparso misteriosamente con la guerra civile che vide salire al trono Yongle, mentre secondo il professore d’ingegneria marittima Xin Yuan’ou dell’Università di Shanghai Jiaotong, l’impero cinese avrebbe mandato Zheng He in cerca di alleati contro la minaccia portata da Tamerlano, il quale aveva già conquistato gran parte dell’Asia. Le tappe di questo primo viaggio furono le coste orientali dell’Africa, il Mar Rosso, il Giappone e la Corea.
Nel 1405 Zheng He comandò un’altra spedizione nei mari dell’Indocina, dell’Indonesia e dell’India meridionale, per poi arrivare fino alle coste arabiche meridionali e dell’Africa orientale tra l’attuale Somalia e il Kenya.
Tra il 1405 e il 1433 l’ammiraglio condusse altri cinque viaggi. L’ultimo avvenne tra il 1431 e il 1433; Zheng He, a capo di 300 navi e 27.500 uomini, visitò i porti di Champa (oggi in Vietnam) e Giava, oltre a Palembang, Malacca, Ceylon e Calcutta. Tra i successi diplomatici di quest’ultima spedizione si ricorda la dissuasione del re del Siam a minacciare il Regno di Malacca. Poi da Calcutta una parte della flotta continuò il viaggio verso ovest, costeggiando il corno d’Africa sino a Malindi e commerciando sul Mar Rosso, e probabilmente molti marinai visitarono la Mecca. Zheng He, invece, da Calcutta riprese la via di casa ma morì nel viaggio di ritorno; fu seppellito in mare.
Dopo la morte dell’imperatore Yongle, avvenuta nel 1424, la Cina pose fine alle spedizioni, lasciando campo libero agli europei.
Anche se le grandi spedizioni di Zheng He sono un fatto storico, ancora oggi si discute sui limiti raggiunti dalle esplorazioni cinesi, tanto che alcuni storici si sono spinti ad ipotizzare che l’ammiraglio fosse arrivato fino alle Americhe (la cosiddetta “ipotesi del 1421″). Nell’ambito di queste controversie, alcuni studiosi sono certi che tra la Cina e l’Africa orientale vi fossero dei contatti già prima del XV secolo. Ma altri, come il professor Chen Hsin-hsiung dell’Università Nazionale Cheng Kung di Tainan (Taiwan), sostengono che le fonti non attestano che la flotta di Zheng He abbia raggiunto l’Africa.
Ma la scoperta di questa moneta in terra keniota potrebbe essere la conferma definitiva dei contatti tra le due aree. Chap Kusimba, conservatore di Antropologia africana al Field Museum, ha dichiarato: “È magnifico avere una moneta che potrebbe definitivamente provare che He arrivò in Kenya”.


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mercoledì 1 febbraio 2012
Michelstaedter. Il coraggio dell'Impossibile. I bambini» scrive Gustav Meyrink nel romanzo La Casa dell'Alchimista «provengono dal regno dello splendore della Luce - dal regno delle cause prime e delle immagini perenni -, poi scivolano giù, nel regno della "coda del Pavone "... nella terra dei colori, delle fantasie e delle fiabe dai riflessi cangianti; infine, precipitano sulla Terra, gelata da leggi irrigidite e, nella caduta, dimenticano da dove sono venuti. Si rammentano poi, oscuramente, solo del regno della "coda del Pavone"; per questo ascoltano così volentieri le fiabe. Dimenticano infine anche quello; non percepiscono più, non riconoscono più il proprio animo... poiché vengono allevati dai genitori a divenire cadaveri ambulanti
Tutti i progressi della civiltà sono regressi dell'individuo.
Ogni progresso nella tecnica istupidisce per quella parte il corpo dell'uomo...
Così ai nostri giorni sono istupiditi ad esempio i fabbri, che un tempo da un blocco di ferro sapevano a forza di fuoco, di martello e di scalpello foggiare qual si volesse oggetto, che oggi sanno appena adattare e congiungere con le viti pezzi fatti che arrivano dalle fabbriche o dalle fonderie... E al loro posto sono subentrate le masse di tristi e stupidi operai delle fabbriche che non sanno che un gesto, che sono quasi l'ultima leva delle loro macchine.
Carlo Michelstaedter
Eh già.E cosi vale per l'idraulico,il sarto e ogni altro mestiere artigiano. L'unica salvezza è la riscoperta del piacere nel fare che passa dal superare l'assemblare e il subire le angherie dei ritmi alienanti delle fabbriche.
Eh già.E cosi vale per l'idraulico,il sarto e ogni altro mestiere artigiano. L'unica salvezza è la riscoperta del piacere nel fare che passa dal superare l'assemblare e il subire le angherie dei ritmi alienanti delle fabbriche.
"E se gli uomini non vogliono intenderlo, egli non deve dire: “sono ciechi - io ho dato già tutto”. Niente ha dato finché non ha dato la vicinanza delle cose lontane così che anche i ciechi le vedano. Egli deve sentire in sé l'insufficienza e rispettare in loro quello ch'essi in sé non rispettano, perché dal suo amore attratti essi prendano la persona ch'egli ama in loro: allora i ciechi vedranno".
Carlo Michelstaedter
«I bambini» scrive Gustav Meyrink nel romanzo La Casa dell'Alchimista «provengono dal regno dello splendore della Luce - dal regno delle cause prime e delle immagini perenni -, poi scivolano giù, nel regno della "coda del Pavone "... nella terra dei colori, delle fantasie e delle fiabe dai riflessi cangianti; infine, precipitano sulla Terra, gelata da leggi irrigidite e, nella caduta, dimenticano da dove sono venuti. Si rammentano poi, oscuramente, solo del regno della "coda del Pavone"; per questo ascoltano così volentieri le fiabe. Dimenticano infine anche quello; non percepiscono più, non riconoscono più il proprio animo... poiché vengono allevati dai genitori a divenire cadaveri ambulanti».
Dal regno dello splendore della Luce portiamo con noi, sulla terra, l'anelito verso lo Spirituale, la possibilità stessa di amare e sperimentare l'Ideale. Fantasia e sentimento li riceviamo in dono nel regno della "coda del Pavone".
Veniamo al mondo, esseri angelici, per apprendere a volere, liberi dai Mondi Spirituali, quella Conoscenza che sola ci può rendere liberi.
Naturale, dunque, la spontanea, innata venerazione e fiducia del bambino nei confronti della figura degli adulti, dei genitori. Percezione residua dello Spirituale e anelito d'Ideale sono l'alimento animico del bambino.
Naturale, d'altra parte, anche la progressiva sfiducia, che tutti abbiamo sperimentato ad un certo punto della nostra avventura terrena, non riuscendo a scorgere l'ideale realizzato nel mondo degli uomini.
È la scoperta della menzogna.
È quel primo, arduo crinale che divide due mondi, superato il quale mai si tornerà quelli di prima.
La perdita dello splendore della Luce e l'incapacità di trovare la Verità - della quale si ha una confusa ma potente rappresentazione - realizzata sulla terra, sono la nostra ferita di Anfortas.
Una piaga che non rimargina ed il cui dolore, a volte lancinante, a volte oscuro, rombante malessere, che ci toglie lo stesso piacere di esistere, è compagno fedele quanto indesiderato della nostra vita interiore.
È tale la tragica, misera condizione di questa umanità materialista che, incapace di Conoscenza, stanca di Fede, non sa più ravvisare il Logos nell'uomo, né dispone di autentici esempi di uomini superiori.
Eppure forse mai come in questa epoca essi sono stati indispensabili; mai così fervidamente ed instancabilmente cercati.
Questa ricerca di un lenimento della sofferenza per la ferita che non rimargina ha prodotto - ed il fenomeno si sta facendo sempre più imponente - una folla di maestri, di guru, di idoli e santoni, di miti e mode, da far apparire i nostri ambienti culturali delle vere e proprie corti di miracoli.
Dopo ogni inevitabile delusione, puntuale si riaffaccia la speranza in un nuovo Moloch, che viene nutrito di aneliti e disperato bisogno di certezza.
È destino comune, in particolare delle ultime generazioni, questo incessante creare e distruggere nuove mitologie.
Certamente pochi, forse pochissimi, coloro che si son potuti sottrarre a tale destino.
Tra i pochissimi, sicuramente molti di coloro che, come me, hanno avuto la fortuna - ma fu proprio fortuna e nulla più? - di incontrare, conoscere e riconoscere Massimo Scaligero.
Come per il Buddha furono determinanti i quattro incontri, con il malato, il vecchio, il funerale e l'asceta, e per Parsifal la vista dei cavalieri in armi, così per la maggior parte di coloro che hanno avuto la ventura di conoscerlo, quello con Scaligero non è stato un incontro, ma l'Incontro.
Superfluo parlarne con chi lo conobbe, arduo, talvolta impossibile, con gli altri.
L'Incontro ha spesso luogo dopo la "notte dell'anima".
È esso stesso mistero.
Solo molto tempo dopo, a volte trascorrono degli anni, ci si avvede, gettando uno sguardo al passato, della necessità di quell'evento.
Proprio in quel momento.
È come se l'intera esistenza che precede l'Incontro non fosse altro che una maturazione dell'anima, una preparazione all'avvenimento fondamentale.
Difficile valutare quanto il ricercatore debba al Maestro, di quanto il suo animo sia debitore all'infinita tolleranza, alla smisurata dedizione di un essere come Massimo Scaligero. Di un essere che ha preso su di sé, per lunghi anni, le sofferenze ed i cedimenti dei discepoli, mai stanco di aiutare chiunque a lui si rivolgesse; sempre pronto all'umorismo, alla donazione di sé.
Fino a sacrificare coscientemente ogni istante della propria giornata agli incontri con gli amici, pur necessitando disperatamente di solitudine, onde poter riconquistarsi quelle energie di cui faceva instancabilmente dono agli altri. Sino all'olocausto, al sacrificio della vita stessa.
Rievocandone l'immagine, oggi, a due anni dalla scomparsa, viene fatto di pensare al “coraggio dell'impossibile” di Michelstaedter. «Il coraggio dell'impossibile è la luce che rompe la nebbia, davanti a cui cadono i terrori della morte e il presente diviene vita. Che v'importa di vivere se rinunciate alla vita in ogni presente per la cura del possibile? se siete nel mondo e non siete nel mondo, prendete le cose e non le avete, mangiate e siete affamati, dormite e siete stanchi, amate e vi fate violenza, se siete voi e non siete voi? Dare è fare l'impossibile: dare è avere».
Sarebbe dunque possibile il ribaltamento di una parabola discendente che ci vede dapprima angeli, poi inguaribili sognatori che si trasformano ben presto in adulti cinici e disillusi, per giungere al termine del viaggio già...cadaveri ambulanti?
Possibile ritrovare, celata nell'oscura ed ambigua trama della nostra esistenza terrena, la sacra Coppa che sola è in grado di rimarginare la ferita della nostra incompiutezza?
Possibile ostinarsi a credere, nonostante tutto, che parole come verità, moralità e fraternità nascondano delle realtà e non siano solo dei curiosi retaggi, un po' anacronistici, del regno della coda del Pavone?
Sì, in Massimo e grazie a Massimo è stato ed è possibile.
A tutti coloro che aspirano all'impossibile. Che lo rendono possibile.
Ci ha fatto il dono più grande. Il dono di una coerenza di vita - accanto a quella, mirabile e poetica dei puri ritmi del Pensiero Vivente - sovraumana, che, in quanto tale, può e deve fecondare l'umano.
A tale fecondazione dell'”umano, troppo umano”, ha dedicato la sua esistenza, la sua opera.
Con dedizione infinita.
Per quel che riguarda la coerenza, devo riconoscere di aver sempre nutrito una decisa quanto profonda perplessità nei confronti degli argomenti di chi, di fronte alle debolezze ed agli errori di un determinato personaggio, è solito esclamare: «... d'accordo, ma ciò nulla toglie alla grandezza dell'artista!».
Già, uomo e artista. Ma è dunque proprio vero che la grandezza dell'artista - sia questi filosofo o pittore, musicista o letterato - possa servir da giustificazione ad ogni piccolezza, ad ogni incompiutezza dell'uomo?
Che si possa separare così nettamente opera e vita?
Che l'elevatezza del pensiero e dell'opera del grande non debbano operare una trasmutazione alchemica della sua esistenza, mutando il piombo in oro?
«A che la filosofia, se non per la vita?» si chiedeva Nietzsche.
A che la vita - aggiungerei io - se non per rendere testimonianza della filo-Sophia?
Nella sua accezione letterale di ricerca della conoscenza, s'intende.
Se così non fosse, dovremmo relegare il suicidio di un Weininger, di un Michelstaedter, la stessa follia di Nietzsche, nel regno dello psicopatologico, senza ravvisare in questi esempi il risultato della sovraumana coerenza di chi, alla disperata ricerca di un senso superiore dell'esistenza, non riesce a realizzarne la compiutezza.
Rammento con particolare vivacità una frase, pronunciata da Scaligero nel corso di uno degli incontri settimanali che, nell'arco di nove anni, ebbi la fortuna e l'onore di avere con lui: «In un certo momento della mia esistenza», mi disse, « sentii con chiarezza dentro di me che, o la vita mi svelava il suo significato, oppure per me non era degna di essere vissuta».
Fu una rivelazione. Avevo cercato a lungo, nonostante la giovane età, prima di incontrarlo, nello sguardo e nelle parole di pensatori e sedicenti maestri, un elemento di quella sublime coerenza che tramuta la filo-Sophia in "carne e sangue".
Invano. Negli anni di università, affascinato dalle ardite costruzioni di pensiero, nonché dalla profondità e lucidità di alcuni docenti, alimentai - quasi arrossisco intimamente nel rammentarmene - la segreta convinzione che costoro realizzassero anche nella propria esistenza esteriore ed interiore quella nobile e adamantina coerenza delle loro Weltanschauungen.
Fu arduo e doloroso avvedermi del contrario.
Invero, credere e tendere con tutto l'essere all'Individuo Assoluto non è certo impresa da poco in questa epoca. Né lo è mai stata.
Per questo, oggi più che mai, incontrare chi realizzi l'ideale, ponendo l'individuo illusorio al servizio dell'Individuo Assoluto, non dovrebbe, per colui che sia assetato di Conoscenza, non coincidere con quella che si potrebbe definire la "decisione definitiva".
«O con me o con il mondo» son parole del Christo.
Abbia comunque essa luogo prima o poi, sia gioiosa o sofferta, una cosa va rammentata: il morso del Drago non cicatrizza.
IL seme deposto nell'animo di tutti coloro che hanno conosciuto le parole e l'esempio di Massimo Scaligero è destinato a germogliare.
Spesso non subito, certo non senza difficoltà.
Poiché ciò che egli ha sempre preteso da se stesso, lo ha sempre additato agli altri come condizione necessaria: amare la Conoscenza e sperimentare personalmente ogni Verità. Nel campo dell'occultismo non mente solo chi afferma il falso, ma anche colui che riferisce alcunché senza averne sperimentato personalmente la veridicità.
Dalla sua opera, dalla sua autobiografia, ma soprattutto dalla sua avventura terrena risalta luminosamente questo anelito verso il puro Conoscere, questa sua ansia di Verità.
Verità che deve essere incontrata dall'uomo autenticamente libero alla sorgente, dove le acque del pensiero sono trasparenti e luminose: è la Via del Pensiero Vivente, svincolato dai sensi. È la straordinaria possibilità, offerta all'uomo attuale, di realizzare una conoscenza metadialettica, o meglio, predialettica e non partigiana, poiché sperimentata in una zona dove il pensare è ancora intessuto di Spirito.
Il pensiero, grazie al quale il mondo cessa di essere caos e diviene intellegibile, mediante il quale dirigiamo il vascello della nostra esistenza, in virtù del quale possiamo dirci veramente uomini, è l'autentico, grande sconosciuto.
Ne sperimentiamo solo il riflesso, il pensato.
IL suo movimento, la sua sorgente, che è la fucina stessa della nostra individualità, rimangono preclusi al nostro sguardo. La consapevolezza dei reali moventi delle nostre decisioni, così come una genuina autoconoscenza, sono inesorabilmente sottratti alla coscienza ordinaria.
Lo scienziato si muove tra i concetti delle cose e ritiene di muoversi tra le cose. Il pensatore, che riveste il mondo di una impenetrabile quanto soggettiva e arbitraria trama dialettica, degradando così la filosofia a vuoto speculare, non ravvisa nella conoscenza del suo strumento di indagine, il pensiero, l'unica possibile redenzione del filosofare.
IL Pensiero Vivente, autentico ricostitutore del rapporto dell'uomo con il reale, «o è un'esperienza o è un nulla» scrive Scaligero nel suo Dallo Yoga alla Rosacroce.
Né rappresentazione, dunque, né contenuto dialettico.
Condizione privilegiata a cui deve tendere incessantemente chi intenda, sperimentando il pensante e non il pensato, risalire alla scaturigine stessa dell'attività pensante, attingendo in tal modo alle forze spirituali delle quali essa è intessuta.
IL termine esperienza mette in fuga ogni illusione: è condizione, quindi, da raggiungere non grazie a speculazione concettuale o a performance dialettica, ma esclusivamente mediante ascesi interiore.
Le indicazioni per intraprendere il moderno Sentiero della Conoscenza, la cui prima formulazione, all'inizio del secolo, va attribuita a Rudolf Steiner - colui che, nelle operc di Scaligero viene chiamato il "Maestro dei nuovi Tempi" - alla cui figura ed al cui insegnamento, tramite la testimonianza di Giovanni Colazza, si riferisce Massimo Scaligero, sono il contenuto della sua opera.
Non v'è pagina di essa che non rimandi il lettore al suo compito di discepolo, non d'una o d'altra ideologia, ma della Conoscenza.
Così come non v'era incontro o riunione in cui egli non indicasse, sulla base della propria personale esperienza interiore - ed in ciò va ravvisato forse non l'unico, ma certamente il massimo esempio di fedeltà all'autentico senso dell'insegnamento del "Maestro dei nuovi Tempi", che si possa riscontrare tra coloro che ne hanno proseguito l'opera - il giusto atteggiamento da prendere, a livello animico e spirituale, nei confronti degli eventi storici e delle difficoltà del momento.
Conscio del valore insostituibile della libertà e dell'indipendenza interiori, di cui l'uomo attuale necessita, non ha voluto che i numerosi discepoli - o amici, come ci ha sempre chiamato - si dessero organizzazioni esteriori di sorta. Il legame che unisce coloro che servono lo Spirito non può che essere esclusivamente spirituale; ogni sodalizio che si fonid su altre realtà rischia inesorabilmente di pregiudicare l'esito del lavoro.
Questa assoluta indipendenza dall'esteriorità che ne ha sempre contraddistinto l'agire, ha sovente fatto di lui il bersaglio delle ire degli epigoni. Di tale o talaltra via. A prescindere dalla validità del sentiero intrapreso, costoro, per necessità o, peggio, per comodità, sono soliti far consistere la propria evoluzione spirituale nello studio e nell'esegesi di un sempre crescente numero di opere del "Maestro", rinunciando così a pensare di testa propria. A pensare tout-court.
Chi insegna agli uomini la via verso la Libertà non può certo sperare nella comprensione da parte di coloro che troppo amano le proprie catene.
E sono molti.
Scaligero, infatti, non si è limitato ad indicare a chi, assetato di vera conoscenza a lui si è rivolto, una disciplina interiore, una autentica Scienza dello Spirito, ma ha incessantemente ribadito la necessità di pensare a fondo i pensieri e le realtà del presente.
Di comprendere profondamente la Storia, di cui siamo al tempo stesso soggetti ed oggetti.
Liberi da condizionamenti dialettici e di parte.
Abbiamo appreso da lui la Via che, se da un lato ci fa sentire corresponsabili della miseria politica, sociale ed intellettuale dei nostri giorni, ci fornisce dall'altro anche i mezzi per esserne i terapeuti.
L'aver ravvisato - intuendo le cause profonde della contestazione giovanile e del diffuso malcontento sociale - nella reale comprensione della legge karmica l'unico efficace contravveleno al funesto concetto della lotta di classe, è, tra le tante, una delle indicazioni spiritualmente più significative e più gravide di conseguenze per il futuro che siano state fornite all'uomo di quest’epoca.
Tanto più significative e necessarie in quanto concepite da chi ha reso testimonianza, con il proprio sacrificio e la propria infinita dedizione, della volontà di evoluzione di tutto un popolo.
E' l'olocausto di chi, destinato a realizzare la Conoscenza più elevata, per amore e compassione nei confronti dei propri simili, dedica la propria esistenza all'evoluzione spirituale del popolo cui appartiene, delle cui necessità e dei cui aneliti si fa portavoce e garante presso il Mondo Spirituale.
Ma molto si potrebbe ancora scrivere e rievocare della sua figura e delle sue parole.
Senza sfuggire, però, alla drammatica sensazione di inadeguatezza del linguaggio a descrivere ciò che vive nell'animo di chi lo ha avuto come amico e Maestro.
Mi si consenta un'ultima considerazione augurale, a conclusione di queste pagine.
L'auspicio, cioè, che dalla fedeltà di quanti sono stati testimoni del suo lavoro e del suo sacrificio, e dalla sete di libertà di coloro che ancora cercano una Via verso lo Spirituale, possa nascere, in un numero sempre maggiore di uomini, quel coraggio che non è di questo mondo: il coraggio dell'impossibile.
Piero Cammerinesi
Nella sua accezione letterale di ricerca della conoscenza, s'intende.
Abbia comunque essa luogo prima o poi, sia gioiosa o sofferta, una cosa va rammentata: il morso del Drago non cicatrizza.
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