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martedì 22 settembre 2015

Erma Bombeck. I figli sono come gli aquiloni, passi la vita a cercare di farli alzare da terra. Corri e corri con loro fino a restare tutti e due senza fiato… Come gli aquiloni, essi finiscono a terra… e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni. Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri che presto impareranno a volare. Infine sono in aria: gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne. E a ogni metro di corda che sfugge dalla tua mano il cuore ti si riempie di gioia e di tristezza insieme. Giorno dopo giorno l’aquilone si allontana sempre più e tu senti che non passerà molto tempo prima che quella bella creatura spezzi il filo che vi unisce e si innalzi, come è giusto che che sia, libera e sola. Allora soltanto saprai di avere assolto il tuo compito

Comunicare con i bambini: parole e comportamenti che funzionano
Ana Maria Sepe

Spesso accade, che pur comunicando, i messaggi non vengano recepiti secondo le aspettative; sembra di muoversi in due universi così diversi e lontani! Cosa fare per farsi ascoltare, come posso rendere mio figlio più ubbidiente? Certe parole possono essere più efficaci rispetto altre?

Comunicazione, come formulare la frase:
Formulate le frasi in positivo, chiedendo di fare una determinata cosa, e non puntualizzando solo cosa non deve fare.
Qual è di solito la prima reazione quando un bambino sta facendo qualcosa che non vi piace? O quando pensate che stia per combinare un guaio?
In genere è quella di dire NON FARE….

Per esempio: se pensate che stia per far cadere un oggetto a terra direte: “stai attento, non buttare…….”!
In questo modo la sua attenzione dove andrà? Proprio su quello che gli state chiedendo di non fare.
Facciamo un piccolo esperimento: vi chiedo di non pensare assolutamente a un cane che sta guidando un’auto.

Cosa è successo?
Molto probabilmente la vostra prima reazione sarà stata proprio quella di pensarci, e lo stesso succede per i bambini. Al di là della stranezza della mia richiesta il nostro cervello funziona proprio così, non pensare, non fare…innesca il comportamento contrario.
Se gli diciamo non fare una cosa la sua attenzione andrà comunque in quella direzione, e sarà più probabile che farà proprio quello che non vogliamo.

Come riformulare la frase?
Dovrete mettere in atto il comportamento desiderato. In questo caso: “stai attento, tieni bene……. quando hai finito poggialo per bene”.
Inoltre c’è da aggiungere che i bambini sono estremamente attratti da tutto ciò che non possono o non dovrebbero fare, pertanto, puntualizzare questo aspetto non fa altro che aumentare il loro interesse per ciò che è “proibito”.

Come comportarsi?
Spostare l’attenzione del bambino su altro, su quello che effettivamente può fare, renderglielo interessante, stimolare la sua curiosità.In questo modo sarà molto più probabile non combini casino.

Comunicare, l’atteggiamento efficace

Cercate di lodare e di congratularvi con il piccolo quando si è impegnato a fare qualcosa, indipendentemente dalla riuscita.
È molto importante lodare sempre l’impegno e non il risultato, in modo da evitare che il bambino si senta amato e riconosciuto solo quando eccelle in qualcosa.

Esempi di comunicazione efficace:

Grazie per avermi aiutato a raccogliere i giocattoli
Bravo ti sei impegnato veramente tanto…
Dovresti essere orgoglioso di te per…
In questo modo andremo a rinforzare un comportamento desiderato, favoriremo lo sviluppo di una buona autostima, e sarà più probabile che tenda in futuro a riproporre lo stesso comportamento positivo dato che ha ricevuto riconoscimento
Per un bambino il parere dei genitori è molto importante, sentirsi ripetere ogni giorno frasi positive ed incoraggianti, non può che rimandargli un immagine positiva e buona di sé.

Comunicare, gestione delle critiche

Quando occorre, critica il comportamento del piccolo e non la sua identità. Mi spiego meglio: non dire mai “sei stupido, hai fatto cadere il bicchiere” In questo caso il bambino recepisce solo il messaggio sei stupido e non lo associa a quel gesto specifico.

Frasi errate da non dire mai:
Perché mi interrompi sempre mentre parlo? Sei un gran maleducato!
Perché hai fatto cadere quel vaso? Sei proprio un disastro!
Queste frasi implicano un giudizio nei confronti del bambino, che se ripetute nel tempo andranno a minare la sua autostima.
Il bambino, a forza di sentirsi ripetere che è un maleducato o un disastro, finirà per sentirsi e per divenire realmente così. Ed è anche peggio se queste critiche vengono espresse davanti ad un’ altra persona perché in questo modo il bambino viene anche umiliato.

Comunicare con i bambini, linguaggio efficace:
Cercate di fare in questo modo: spiegate che quando si comporta in un determinato modo, questo genera in voi un certo disagio poi dite con calma e con il sorriso come vi piacerebbe che si comportasse. Alla fine aggiungete anche una soluzione che sia interessante per entrambi.

Es. “Quando mi hai interrotto mentre parlavo con tizio, non ricordavo più cosa gli dovevo dire. Se mi sbrigo presto senza che ci siano interruzioni potremo fare insieme…”
Parlate utilizzando un tono sicuro, diretto e rilassato.

In questo modo non andrete ad intaccare l’autostima del bambino, anzi sarà anche più propenso a collaborare con voi e ad ascoltare le vostre richieste.

E aproposito di bambini volevo dedicare a tutte le mamme questa poesia
“I figli sono come gli aquiloni di Erma Bombeck

“I figli sono come gli aquiloni,
passi la vita a cercare di farli alzare da terra.
Corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato…
Come gli aquiloni, essi finiscono a terra…
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.
Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri
che presto impareranno a volare.
Infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne.
E a ogni metro di corda
che sfugge dalla tua mano
il cuore ti si riempie di gioia
e di tristezza insieme.
Giorno dopo giorno
l’aquilone si allontana sempre più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura
spezzi il filo che vi unisce e si innalzi,
come è giusto che che sia, libera e sola.
Allora soltanto saprai di avere
assolto il tuo compito”

mercoledì 3 giugno 2015

Peter Pan. Nato in origine come spettacolo teatrale, la storia di Peter Pan diventa un romanzo nel 1911. Le avventure del ragazzino fatato dotato dell'abilità di volare sono da allora entrate a far parte dell’immaginario collettivo.


2. DIETRO LE QUINTE OMBRE DI PETER PAN
Peter Pan è un personaggio letterario creato dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie nel 1902, ma tutto lascia pensare che dietro questo personaggio si nasconde l'ombra infelice della sua infanzia. Peter rappresenta innanzitutto il fratello di Barrie, David morto a quattordici anni in un incidente, egli era il figlio preferito della madre, ragione per cui muore interiormente anche lui insieme al fratello e muore anche l'ammirazione che aveva per la madre.

Egli d'allora si sente il figlio brutto quindi come il Dio greco Pan.
Secondo i greci Pan era figlio di Ermes e della ninfa Penelope,
la quale lo rifiutò appena nato a causa del suo aspetto;
infatti Pan aveva zampe caprine,
corna sulla fronte, una lunga barba
ed era peloso in tutto il corpo.
Ermes fece crescere il figlio in Arcadia,
in mezzo alla natura,
stesso paesaggio in cui vive il Peter di Barrie.
Peter Pan quindi alberga un demone:
il dolore di una madre che gli chiude la finestra del cuore
e lui cercando di sostituire il fratello morto
dimentica di essere il bambino
che mai fu in un mondo inesistente:
l'isola che non c'è, Neverland !
James Matthew Barrie, Peter Pan



1. SIAMO FIGLI ORFANI DI UNA DEA SCOMPARSA
Non ho una madre” disse Peter.
Non solo non aveva una madre,
ma non aveva il minimo desiderio di averne una.
Pensava che fossero persone sopravvalutate.
Wendy, tuttavia, sentì subito odore di tragedia.
James Matthew Barrie, Peter Pan, Peter e Wendy



3. PETER PAN...
RIASSUNTO
Poiché sa volare, Peter (che ha qualche anno in più) si diverte a curiosare alle finestre del quartiere di Kensington, ascoltando attraverso la finestra aperta le storie della buonanotte raccontate dalla signora Mary Darling. Una sera entra in casa ma viene scoperto dal cane e scappando la sua ombra rimane impigliata nella finestra che si chiude. Ritornato per riprenderla, fa amicizia con Wendy Darling e la invita ad andare con lui a Neverland per essere la madre del gruppo dei ragazzi perduti, bambini che si sono persi nei giardini di Kensington.

Wendy accetta e lo segue con i fratellini John e Michael.
I ragazzi, Peter e la fatina Tinker Bell hanno nell’isola incantata numerose avventure,
fra l’altro sconfiggendo Capitan Uncino (estrema sintesi).
Ma i fratellini hanno nostalgia di casa e tornano accompagnati dai bambini perduti,
che verranno adottati dalla famiglia Darling.
Peter invece non vuole diventare grande e quindi ritorna a Neverland,
promettendo però di passare a trovare Wendy ogni primavera.
Quando si ripresenta, lei è ormai cresciuta e ha una figlia, Jane,
che accetta di andare con Peter a Neverland assumendo il ruolo di madre.
Dopo Jane, sarà la nipote di Wendy, Margaret, ad accompagnare Peter, e il ciclo continua…
PS: Nella versione originale di J.M. Barrie
Peter uccide tutti i bimbi sperduti una volta diventati grandi



4. NEVERLAND ...
L'ESSENZA DELLA NOSTRA ESSENZA
L'isola che non c'è...
la patria di Peter Pan in qualche modo è l'origine di ogni essere umano,
è il Dio che desideriamo ma di cui ne dubitiamo la sua esistenza,
è il paradiso perduto in cui tutto è possibile,
è la nostalgia dell'infanzia
di cui ce ne accorgiamo quando non siamo più bambini,
è il luogo dell'anima incantata,
è l'amore impossibile che rende tutto possibile.
E' la cartina geografica della nostra dimensione inconscia, nascosta, trascendentale.
E' il luogo dell'indipendenza,
per questo non ci sono scuole, genitori, nè regole,
solo gioco senza sosta,
avventure a non finire con tanto di adrenalina piratesca.
Per quell'isola noi venderemo tutto, l'anima in primis
ed è per questo che alla fine ci ritroviamo,
come vedremo, nel nostro inferno.

5. L'UMANITÀ... L'ISOLA CHE NON C'E
Peter Pan interpella la coscienza umana in maniera traumatica,
non è un bambino Peter Pan ma (come lo descrive il suo autore) è un demone.
Siamo tutti noi delle isole, un po sperdute, un po immersi nella nostra solitudine interiore, 
che vogliamo aggregarci in continentali comunità, gruppi, famiglie e società,
ma infondo restiamo isole che non ci sono:
sommersi da sogni incompiuti, da ideali frustrati,
da fantasie mancate, da idoli e dei scomparsi.
In quel angolino noi combattiamo di nascosto la nostra clandestinità umana,
ci permettiamo vizi e sfizi sempre però alla ricerca di una certezza:
l'amore infinito di una madre, chiamatela come vi pare...
natura, Dio, vita eterna, perfezione, amore ...
ma resta sempre un dubbio:
non c'è quell'isola e per non disperarci
dobbiamo lottare contro i pirati (disperazione)
capitanati da Uncino il nostro Inconscio temibile.


6. L'OMBRA LUMINOSA DI PETER PAN
Peter Pan, come ogni conformazione psicologia,
deve essere visto in controluce,
dunque se da una parte, negativa,
sembra il ragazzino irresponsabile
che non vuole crescere nè assumersi nessuna responsabilità
come apparentemente sembrerebbe,
dall'altra parte, positiva,
è la certezza che il mondo che offrono gli adulti è assurdo,
insicuro, moralista, fatto di falsità convenzionalità apparenze
e paure addomesticate mai affrontate.
Peter Pan fugge nella sua isola
quando vedendo i genitori ormai fossilizzati nel loro mondo
che non è grande ma ingombrante,
si rifiuta di vivere in quel mondo,
ancor peggio quando glielo impongono:
- Peter comportati da adulto ok?
- Ma io sono un bambino!
Quante volte vogliano che i bambini
si comportino come piccoli adulti in miniatura?


8. PELLEGRINI DELL'ASSOLUTO
Peter Pan in mancanza di un senso esistenziale
(simboleggiato nella madre mancante, lei è la fonte dello spirito, della vita anche interiore) si rifugia nell'isola che non c'è. Il mito di Peter Pan è sempre attuale in una società orfana, senza principi, senza veri educatori, senza miti portanti, senza futuro, per cui non resta che creare dei vizi o palliativi, come il gioco, il piacere, il nulla fare. Peter Pan si trova solo e cerca qualcuno che gli dia conforto e che gli faccia da compagnia. Infatti nonostante Peter dimentichi in continuazione le avventure che vive, ricorda benissimo il rifiuto della madre. La madre a livello esistenziale è il senso vitale che ci ha abbandonato tramite il fallimento e l'oblio della politica e della religione, creandosi così una società allo sbaraglio (un isola che non c'è) dove regna il desiderio della fuga nel divertimento fine a se stesso quindi destinato alla nausea e la disperazione. Peter Pan perciò nasconde dietro le risate del gioco le urla del pianto, dietro il divertimento soffoca la disperazione della tristezza, atteggiamento molto comune nella massa quotidiana.

9. L'OMBRA UNIVERSALE DELLA MADRE
La madre non è altro che la reminiscenza che noi abbiamo d aver vissuto una fusione totale con l'infinito (quando si era nel grembo materno); tutta la vita non facciamo altro che ricercare questa fusione: nel sesso, nel divertimento, nel potere, nelle amicizie, ecc.. trovare qualcuno con cui sentirci persi e divini. Peter Pan accorre alla finestra dei bambini (simbolo di speranza, ascolto, ricerca dell'assoluto) sperando di ingrossare le file dei suoi compagni di gioco e di poter trovare una madre in sostituzione della sua (ecco la ricerca esistenziale della madre psichica che tutti noi coscienti o meno facciamo attraverso cose oggetti persone ideali ecc..., sempre l'ombra della madre si nasconde dietro). Scappato di casa il bambino che non voleva crescere si trova solo e cerca qualcuno che gli dia conforto e che gli faccia da compagnia. Infatti nonostante Peter Pan dimentichi in continuazione le avventure che vive (perchè noi non siamo mai sazi delle gioie che sono effimere), ricorda benissimo il rifiuto della madre (ed è questa la nostalgia dell'assoluto che ci insegue più costante durante tutta la vita.


10. LA PASSIONE HA LA MEMORIA CORTA
Non si sazia mai l'occhio di vedere delle bellezze, non si sazia mai il palato di gustare delle prelibatezze, non si sazia mai l'udito di ascoltare melodie... la passione una volta saziata torna vorace come prima, come se non avesse mai goduto, è il cancro della finitezza umana nella sua dimensione del godere.
Simbolo perfetto nella memoria di Peter Pan
La sua memoria è talmente corta 
che, mentre accompagna Wendy e i fratelli verso Neverland 
si dimentica chi siano e una volta giunti a destinazione 
a volte sparisce per ore 
e al suo ritorno non sa cosa abbia fatto mentre era via.


11. ADULTERIO... ADULTO ADULTERATO
Peter Pan sa che i suoi veri discepoli provengono da una famiglia adulterata,
cioè dove gli adulti rivelano la loro incapacità a rapportarsi in modo maturo con la vita,
tanto che i valori che considerano prioritari sono solo fittizi effimeri solo materia e dunque la loro immaturità è colta anche dai figli. Non sono adulti ma adulterati cioè così maturi da diventare marci di quanto si credono maturi (adulterio quindi in se e per se stessi, corrotti in quanto non sanno fare i genitori, infedeli ai loro figli). Per Peter Pan questi genitori infantili sono il grembo degli abitanti dell'isola che non c'è. La famiglia Darling è il bersaglio perfetto per Peter Pan dove troverà Wendy e i suoi fratelli.

12. LA MATERIA SI NUTRE DELLO SPIRITO
FINO A DIVORARLO O LO SPIRITO
NUTRE LA MATERIA FINO AD ANIMARLA?
Peter pan è la cristallizzazione infantile di chi fugge nel mondo dello spirito e della fantasia, dove non esiste il tempo e neppure il cibo: gioca come il bambino a far la cena con i piatti vuoti e fa finta di mangiare, ma poi la realtà della fame è reale (puoi far finta di amare ma se non ti senti amato, è come quello che fa finta di mangiare senza aver nulla nel piatto!)... l'indigenza del BISOGNO esistenziale del cibo mette in scacco matto la forza dello spirito (non siamo angeli).
Eppure l'antipode di Peter Pan è il signor Darling, pratico realista indaffarato e dedito soltanto alle cose, ai soldi e il materialismo. Chi vive solo di materialismo fa evaporare lo spirito, ma chi vive soltanto di spirito e fantasia fugge in un mondo dove diventa un conflitto, irreale, falso mistico, sorge allora il Capitan Uncino: lo stato schizofrenico che vuole educare il bambino pur sapendo di essere immaturo, sono gli adulti che non credono negli dei e vorrebbero i figli devoti.

13. INSEGUI LA TUA OMBRA, TI PORTERÀ ALLA LUCE
Peter Pan, quel istinto selvaggio irrazionale che cerca nella notte l'infanzia, la purezza mancata (ecco perché sbircia nelle finestre dei bambini che dormono), una notte viene scoperto dal Nana, il cane (istinto selvaggio razionale) di Wendy che gli ha strappato l'ombra, cioè il nostro istinto emotivo, inconscio, demoniaco che desidera il proibito. Questa ombra è in noi la fonte della luce, è il luogo sacro, temibile, misterioso ma affascinante. L'ignoto di questa ombra fa paura, per istinto noi la evitiamo (non vogliamo parlare quindi dei nostri difetti, della morte, della nostra incoerenza, della nostra mancata spiritualità), ma solo riavendo questa ombra Peter Pan potrà avere con sè il potere di avere con sè i suoi amici bambini. Per farlo però dovrà servirsi della fede (Trilli, la fata) come vedremo nel prossimo post.

14. TRILLI ...
ANCHE I DEMONI SONO ESSERI DIVINI,
MAI SENTIRE UNA SOLA CAMPANA!
Si tratta di una piccola fata alata, compagna di Peter,
per il quale nutre un amore ed una gelosia notevoli.
La Disney ce l'ha tramandata come Trilli,
ma nell'originale inglese è Tinker Bell, campanellino, cioè la voce della coscienza,
che ci mette in allerta; il termine "tinker", infatti, in lingua inglese designa il magnano, capace di riparare pentole e tegami, proprio come lo fa la nostra coscienza con i nostri sbagli o piatti o pentole o tegami rotti. però questa voce della coscienza non è sempre positiva, può diventare demoniaca, ossessiva, fondamentalista, come tante fedi religiose mistificanti.

Infatti la caratteristica principale di Campanellino è la sua forte gelosia nei confronti di Peter, che la porta ad estremi quali cercare di uccidere la "rivale" Wendy, aizzandole contro i "Bambini perduti" dell'Isola che non c'è. Sebbene si tratti di un personaggio positivo, possiede infatti un carattere estremamente volubile, che la fa passare in poco tempo da una rabbia vendicativa ad una dedizione senza pari per i suoi compagni. Le oscillazioni del suo umore vengono spiegate nel racconto con la constatazione che le sue dimensioni limitate non le permettono di contenere più di un sentimento alla volta. Dunque state attenti alla voce della vostra coscienza, se essa è formata di una sola campana potrete essere molto intransigenti, meglio sentore sempre diverse campane!!!


15. LA TUA OMBRA INCONSCIA NON TI UBBIDISCE MAI,
PUOI SOLO TENERLA A BADA
L'ombra è archetipo per eccellenza della nostra parte oscura, oltre che inconscia, è quella parte di noi che sa più di noi stessi, lei non ubbidisce alle regole della ragione, è istinto puro. Peter Pan la perde nelle sue scorribande e viene rinchiusa in una cassetto (ecco la morale, la legge, il divieto). Ognuno di noi sa che dentro la nostra coscienza alberga questa ombra che ci dice il contrario di quanto noi vogliamo crediamo desideriamo speriamo. Soltanto attraverso l'amore e l'accettazione di se stessi (ecco Wendy che aiuta a cucire l'ombra su Peter Pan) che noi potremmo riavere con sè l'armonia di essere coerenti con la nostra ombra. Per vederla basta un po di luce (la verità) e soltanto allora Peter Pan può tornare in pace nella sua Isola che non c'è.


16. SE VUOI UNA MANO LASCIATI UNCINARE
Se Peter Pan è il cuore fantasioso senza cervello,
il capitano Uncino è il suo antagonista o alter ego,
la ragione senza sentimento, senza cuore.
Mentre Peter Pan rappresenta l'adulto infantile che non vuole mai crescere,
Uncino è il bambino che vuole far l'adulto con una serietà isterica,
egli è tirato più che serio, rigido più che preciso,
arrogante più che deciso, prepotente più che determinato.
Non vuole avere figli, odia i bambini
o almeno l'impegno che loro richiedono,
vuole che lavorino, che si diano alla carriera,
alle cose serie, quindi alla guerra, ai soldi...
ecco la sua ciurma di Pirati
(lui il simbolo perfetto del governante di popoli
che odia persino la sua ciurma
ma la usa, la ritiene stupida
ma se ne serve di quella stupidità,
è simbolo dei manager,
degli uomini di affari dei nostri giorni).
Uncino come tanti capi governanti re e ministri
vuole guidare il gregge
ma per portarlo allo sbaraglio
e poter disfarsi e sbarazzarsi di tutto e di tutti.
Offre a tutti ricchezze
(come il consumismo dei capitalisti)
ma li rende schiavi di questi sogni,
come la nostra massa
appesi al Uncino allucinante
di un isola che non c'è.


17. FIGLIOLI...
AVETE ROVINATO LA VITA DEI VOSTRI SINGLE GENITORI
Quando un genitori non vive la sua dedizione di non solo dare la vita ai figli ma di DARSI a loro (darsi nell'anima, nei valori, dare il loro tempo, la loro passione, i loro sogni, la loro attenzione per un dialogo continuo, ecc..) allora i figli diventano una limitazione alla propria vita, un ostacolo per i propri interessi, un impegno che spesso diventa grave persino noioso ma per un senso di dovere morale non lo si dichiara apertamente, ma i bambini lo percepiscono quando sono un peso per i loro genitori. Capitano Uncino fa leva su questo senso di colpa:
"i vostri genitori erano liberi senza di voi, avete condizionato la loro vita, vi danno giocatoli perchè non hanno tempo per giocare con voi, vi lasciano alla tv purchè non disturbate loro, lavorano per voi per darvi solo cose e pagare tate che sostituiscano la loro presenza, siete per loro dei mobili o pupazzi con cui abbelliscono la loro casa e si credono cresciuti, maturi; siete gingilli o trofei delle loro mete, ma rimanete trofei impersonali sulla bacheca di una casa impersonale... non vedono l'ora che andate via da casa... quindi perchè non seguite me? diventante quindi pirati!!!".
I bambini abbandonati sono pirati, ladri di sogni altrui, da adulti tenderanno a divorare passioni, relazioni, a bruciare esperienze senza sosta nè riflessione. Smarriti nell'Isola che non c'è al servizio di Capitano Uncino saranno come lui: non vorranno mai avere figli per non essere come i loro terribili genitori.

18. CUORE CONTRO CERVELLO
I sentimenti della ragione e le ragioni dei sentimenti sempre in lotta per la supremazia di un isola che non c'è, ecco la lotta eterna tra Peter Pan e Capitano Uncino. Peter Pan un cuore senza cervello, emozioni allo sbaraglio, istinto puro contro il capitano Uncino un cervello senza sentimento, ideali campani solo in aria, intuito selvaggio senza emozioni... L'isola che non c'è è il nostro inconscio, un luogo dove potrebbe regnare la pace solo se ci fosse l'equilibrio tra l'istinto e l'intuito, tra il cuore e il cervello, tra il yin e il yang. Se Capitano uncino imparasse a giocare alla guerra senza prendersela tanto sul serio, sarebbe un uomo meno acido, e se Peter pan facesse sul serio a creare il suo popolo avrebbe meno ansietà e disperazione di vivere e godere senza sosta. Finché in noi non ci sia armonia interiore il bimbo sarà sempre smarrito e l'adulto sarà sempre insoddisfatto.

19. IL TEMPO ... CANCRO DELL'ESISTENZA
Il rapporto tra il coccodrillo (istinto selvaggio) e il capitano Uncino (intuito razionale) è perfetto: Uncino ha un’ unica e raffinata paura per il coccodrillo, è simbolo della paura che noi abbiamo insita per la nostra bestialità inconscia, che gli ha mozzato la mano, e la mano in quanto simbolo di fare ci dimostra che noi non possiamo fare tutto quello che vogliamo nella vita e di fatto l'orologio che la mano aveva con sè finisce nel ventre del coccodrillo, di conseguenza Uncino si accorge dal ” tic-tac” che il coccodrillo emana muovendosi, se l’ animale si sta avvicinando. Questo tic-tac è il tempo che ci passa, la morte che sentiamo nella coscienza (nel ventre del coccodrillo)che si avvicina ogni giorno, la ragione ha paura di morire, di non poter fare tutto quello che vorrebbe. Ma Uncino sa bene, che per quanto cerchi di fuggire, l’ intelletto non potrà mai sconfiggere l’ altro versante dell’ animo umano, l'immaginazione di Peter Pan quindi la fede, lo spiraglio verso un mondo spirituale dove Uncino non ha asilo, perchè l'asilo è solo per i bambini.

20. WENDY ...
L'ETERNA BIMBA CHE RENDE I FIGLIOLI MAMMONI ED IMPOTENTI.
SE la sindrome di Peter pan è il non voler crescere,
la sindrome di Wendy è quella di non far crescere gli altri,
pur essendo una bambina non curata dai suoi, come tante donne, si carica dell'impegno di offrire le sue cure per amore, lei vuole far la mamma agli eterni bambini nell'Isola che non c'è, per loro cucina, stira, lava, pulisce, innamorata di Peter Pan non lo fa crescere ma asseconda la sua immaturità. Questa sindrome è tipica delle donne o uomini materni che rinunciano per amore alla loro indipendenza, super protettivi non vogliono altro che servire a mariti figli parenti o mogli, si annullano, vogliono compiacere a tutti per paura di ricadere nel ruolo dei loro genitori che furono trascurati con i loro figli. Wendy alla fine si accorge che il suo essere mamma non è un ruolo maturo ma un gioco psicopatico da bambina fintamente cresciuta. Lei ama Peter Pan ma non scatta la sessualità, cioè il confronto maturo, perchè si amano da bambini, donde il sesso non fa parte (se vi chiedete perchè il sesso spesso fa spaccare una coppia, troverete sicuramente la risposta nel loro essere ancora bambini che vogliono un amante maturo che assecondi le loro monellerie e viceversa... ecco perchè finisco come fratelli e sorelle a non fare sesso con gli anni).

21. MI PIACCIONO GLI UOMINI CHE MI FANNO RIDERE
Una frase divenuta luogo comune, le donne attratte dalla simpatia maschile scambiano spesso l'ironia frutto di saggezza con la ciarlataneria da pagliacci frutto della leggerezza immatura di chi furbescamente cerca a tutti i costi di rendersi simpaticone e quindi attraente.
Wendy, Tinker Bill e Tiger Lily erano tutte e tre innamorate di Peter Pan, 
ma la loro infatuazione non sbocciò mai in amore, 
perchè lui era incapace di amarle;
ecco il prototipo delle donne attratte dai giocherelloni
che alla fin fine fanno ridere ma per il loro ridicolo,
immaturità e scemenza.
Sono uomini di spazzo, la loro allegria non è spirituale
ma solo di circo, di spettacolo momentaneo.
Peter Pan alla fine non capisce neppure perchè sono innamorate di lui,
lui vuole da loro solo divertimento, coccole, protezione, servizi, lodi.
Questi uomini che per professione fanno ridere le donne solo in pubblico, 
come tanti comici psichici, fanno piangere le donne in privato,
infatti nella fiaba che stiamo analizzando,
alla fine Wendy se ne accorge che è solo un bambino a cui lei deve far la mamma,
Tinker scopre che la sua fantasia è solo spensieratezza,
mentre Tiger scopre che è solo la ragazza di turno e di passaggio.

22. L'ARCHETIPO DELL'AMORE
COME TRAPPOLA SALVIFICA
In molte fiabe ricorre questo archetipo prettamente psichico:
la donna amata viene rapita sicché il suo amato possa,
nel tentativo di riscattarla, essere catturato ed eliminato.
Credo che tutti noi prima o poi nella vita siamo caduti nella trappola dell'amore:
crediamo di salvare la persona amata, di farla stare meglio,
di offrirle un isola che non c'è,
di liberarla dall'Uncino della solitudine e la noia.
Uncino è quella ragione che vuole imprigionare il sentimento nelle regole,
Peter Pan è la passione che vuole liberare la sua clandestinità.
Sono archetipi tipici dei primi passi dell'amore nella passione.
Ma Peter Pan più per gioco che per amore affronta il capitano Uncino,
anche noi più per passione che per ragionevolezza
ci imbattiamo nelle prime avventure amorose.
Molti agiscono come capitano Uncino,
imprigionano l'amore: l'amore non esiste,
la persona giusta non si trova,
meglio darci alla cattura di Peter Pan
cioè la spensieratezza ed eliminarla.
Come ogni estremismo è sempre sbagliato.
Come sbagliato l'atteggiamento di Peter Pan:
sorvolare la ragione, cioè affrontare Uncino e sganciarli le ragioni,
i consensi, i permessi per darsi alla pazza gioia.
L'amore quindi c'entra ben poco o niente
spesso con queste lotte per la supremazia dell'Ego infantile
sia di Peter pan che di Uncino.


23. COLLEZIONARE ESPERIENZE SENZA ESPERIENZA
Peter Pan colleziona esperienze ma non ne impara nulla sugli sbagli fatti,
non si ferma a riflettere sulle conseguenze nei sui fallimenti,
un po' come oggi: la gente viene sollecitata a fare esperienza senza senso,
fine a se stesse, quindi collezionare viaggi, ristoranti, donne, amanti e via dicendo,
senza un perchè, una bulimia emotiva paurosa, un vortice di follia fino all'assurdo,
come dimostra Peter Pan quando torna a far visita a Wendy:
siccome egli non ha una buona memoria
non si ricorda più neppure di Wendy
e delle loro avventure passate.
Quante persone commettono lo stesso sbaglio ogni giorno
proprio perchè la loro memoria psichica non è matura?
memoria intesa come l'incapacità di valutare le azioni
e trarre un senso vitale.

24. L'ISTINTO SELVAGGIO,
NANA, LA GUIDA IDEALE
Il cane terranova Nana é la bambinaia,
cioè il miglior archetipo simbolico che rappresenta l’istinto selvaggio
cioè animale in senso positivo in ognuno di noi,
che in un certo senso educa i bambini a mantenere sano il tempio dell’eterno gioco.
Nel libro di Barrie viene fatto un lungo elenco delle sue attività,
tutte dirette al mantenimento della salute fisica dei piccoli Darling.
C’é da sottolineare come Giorgio,
il sig. Darling, quando i bambini spariscono,
per la disperazione e per i sensi di colpa
va a vivere nella cuccia di Nana,
come a voler riprendere contatto con le radici istintive sue,
al fine di trovare un sano equilibrio anche ai livelli emotivo e mentale.
E li riesce a intravedere ciò che aveva dimenticato:
sì, forse le fantasie dei suoi ragazzi non erano solo fantasie.

25. SE SEGUI LE TUE OMBRE
NON TI DIMENTICARE CHE DIETRO HAI SEMPRE LA LUCE
Peter Pan cade in un cerchio vizioso
ritorna sempre a fare gli stessi sui sbagli
credendo di avere l'opportunità di migliorarsi,
ma certi sbagli non vanno rifatti per migliorarsi
bensì vanno abbandonati per superarli.
Peter Pan torna da Wendy che,
ormai grande ma non adulta o matura,
ha avuto una figlia, Jane, a chi non ha messo in guardia delle illusioni,
ma se non insegniamo i nostri sbagli ai nostri figli,
loro inevitabilmente continueranno a commettere i nostri stessi sbagli:
Jane fugge con Peter Pan nell'isola che non c'è.
Insegnate i vostri sbagli, dite ai vostri figli dove avete sbagliato,
non cercate solo di fare i genitori sapienti dicendo come si fanno le cose,
ma dite anche come non vanno fate
perchè per esperienza propria avete sbagliato prima di loro.
Se nascondete le vostre cicatrici ai vostri figli,
finiranno per non credere alla vostra integrità umana
di cui la vulnerabilità è una parte essenziale.
I bambini hanno più fiducia in un adulto
che confessa i propri limiti
piuttosto in un genitore che nasconde i propri difetti.


Sara Stara:
Peter Pan mi ha fatta pensare.
Riguardandolo con mia figlia ho capito che crescere e diventare grandi
non é un meccanismo automatico. É una scelta.


Antonietta Bosa:
non dovremmo addossarci anche le colpe degli altri....ma in fondo lo facciamo chi si sente responsabile. Un uomo non matura o una donna non matura questo problema non se lo pone! la sindrome del Peter Pan dove tutto è concesso calpestando il rispetto e la dignità altrui, si possono incolpare i genitori rimane il fatto che ognuno poi ha la facoltà di poter scegliere!!! responsabilità individuale.


Dal famoso romanzo di James Matthew Barrie, vi proponiamo gli aforismi più belli di “Peter Pan”, in occasione dell’anniversario della morte del celebre autore scozzese

MILANO – Nato in origine come spettacolo teatrale, la storia di Peter Pan diventa un romanzo nel 1911. Le avventure del ragazzino fatato dotato dell'abilità di volare sono da allora entrate a far parte dell’immaginario collettivo, affermandosi come uno dei libri più amati dai ragazzi. In occasione dell’anniversario della morte di James Matthew Barrie, avvenuta il 3 giugno del 1937, vi proponiamo le frasi più famose del suo capolavoro.


“Tutti i bambini crescono, meno uno. Sanno subito che crescono, e Wendy lo seppe così.
Un giorno, quando aveva tre anni, e stava giocando in giardino, colse un fiore e corse da sua madre. Doveva avere un aspetto delizioso, perché la signora Darling si mise una mano sul cuore ed esclamò, -Oh, perché non puoi rimanere sempre così!- Questo fu quanto passò fra di loro circa l'argomento, ma da allora Wendy seppe che avrebbe dovuto crescere. Tu sai questo quando hai due anni. Due anni sono l'inizio della fine.”


Ogni volta che un bimbo dice: 
'Io non credo alle fate', 
c'è una fatina che da qualche parte cade a terra morta.”


“Quando il primo bambino rise per la prima volta,
la sua risata si sbriciolò in migliaia di frammenti
che si sparpagliarono qua e là.
Fu così che nacquero le fate.”



"Campanellino, perché non riesco a volare?"
"Peter Pan, per volare hai bisogno di ritrovare i tuoi pensieri felici"
James Matthew Barrie, Peter Pan.


“Nel momento stesso in cui dubitate di poter volare,
cessate anche di essere in grado di farlo.”


“Il motivo per cui gli uccelli, a differenza degli esseri umani
sono in grado di volare, risiede nella loro fede incrollabile,
perché avere fede vuol dire avere le ali.”



C’è un’Isola-che-non-cè 
per ogni bambino, 
e sono tutte differenti.”


“I Bimbi Sperduti erano sulle tracce di Peter, i pirati erano sulle tracce dei Bimbi Sperduti, i pellerossa erano sulle tracce dei pirati e le belve erano sulle tracce dei pellerossa. Continuavano a girare in tondo per l'isola, ma non si incontravano mai perché andavano tutti alla stessa velocità.”


“Seconda [stella] a destra e poi dritto fino al mattino”, rispose Peter. “Che indirizzo bizzarro!”. Peter era mortificato. Per la prima volta si rese conto che, forse, il suo era un indirizzo bizzarro.


“Le stelle, per quanto meravigliose, non possono in alcun modo immischiarsi nelle faccende umane, ma devono limitarsi a guardare in eterno. È una punizione che si è abbattuta su di loro così tanto tempo fa che nessuna stella ne ricorda il motivo. E così quelle più anziane sono diventate cieche e taciturne (le stelle comunicano tra loro ammiccando con gli occhi), ma quelle più giovani si meravigliano ancora di tutto.”



Peter Pan.
Centoquarant'anni fa, una personcina di nome Jimmy Barrie fu invitata da un amico nella sua casa alberata: sarebbe così entrato nella sua ghenga di pirati, che, scesa la sera, s'arrampicavano in giardino. Poi, arrivarono Peter Pan, Wendy nella sua camicia da notte celeste (capo mai stato così pop), Trilli con il cipollotto, Gianni elegante con cilindro ed ombrello - e quelle smorfiose delle sirene.



Sindrome di Wendy - Peter Pan - Crocerossina.
La crocerossina può esistere solo se vi è qualcuno da curare, non a caso queste persone scelgono e mantengono relazioni affettive con compagni che, per diversi motivi, rivestono il ruolo di bisognosi.

Sicuramente la maggior parte delle persone conoscerà bene la favola di Peter Pan 
e le sue avventure insieme alla sua amica Wendy.

Quest’ultima è una bimba di dieci anni, ma le condizioni di vita l’hanno portata a comportarsi come un’adulta, la quale si prende cura dell’amico Peter conservandogli amorevolmente l’ombra affinché non si sgualcisca

E non solo: accetta di accompagnare il suo Peter, bimbo spensierato e immaturo, nelle sue peripezie prendendosi cura di lui, e al contempo supporta e accudisce anche tutti i bambini sperduti dell’isola che non c’è, insegnando loro le buone maniere ed essendo contenta di far questo.
Lei fa di tutto per gli altri e questo la rende felice.

Ed è proprio al personaggio di Wendy Darling, della nota favola di James Matthew Barrie
che ci si è ispirati per dare un nome ad una famosa sindrome: 
la Sindrome di Wendy, o meglio conosciuta come Sindrome della Crocerossina.

La Sindrome di Wendy colpisce soprattutto le donne (ma non ne sono immuni gli uomini) le quali mostrano comportamenti particolarmente accudenti, protettivi, orientati al compiacimento, alla soddisfazione e alla gratificazione dell’altro, là dove il focalizzarsi sui bisogni altrui è ad evidente discapito dei propri.

Questi atteggiamenti possono essere attuati verso di chiunque:
genitori, figli, fratelli, amici, colleghi,
ma soprattutto vengono rivolti nei confronti del proprio partner.

La crocerossina può esistere solo se vi è qualcuno da curare, non a caso queste persone scelgono e mantengono relazioni affettive con compagni che, per diversi motivi, rivestono il ruolo di bisognosi. In tutto ciò il partner diviene oggetto d’amore incondizionato, idealizzato, aiutato e soccorso, tutto questo a discapito del proprio benessere.

È da aggiungere che questi comportamenti risanatori 
nei confronti dell’altro vengono attuati con piena volontà e consapevolezza.

Infatti il prendersi cura del partner, vederlo soddisfatto, appagato, salvo grazie ai propri sacrifici gratifica la crocerossina, la quale si sente indispensabile per il proprio compagno, ma soprattutto questi atteggiamenti vengono percepiti come essenziali affinché la relazione possa andare avanti.

Solitamente i partner ‘soccorsi’ hanno la caratteristica di essere persone un po’ complicate, per qualche motivo inafferrabili o problematiche; con i quali si instaurano relazioni che inizialmente vengono percepite come difficili. Ma è proprio in queste situazioni che la crocerossina da un senso alla sua mission: io ti aiuterò, tu starai meglio, mi sarai riconoscente e mi amerai.

Wendy ha alcune credenze che sostengono il suo comportamento
(Quadrio, 1982):

  • Io sono indispensabile;
  • L’amore richiede un certo sacrificio;
  • Gli altri intorno a me non devono arrabbiarsi;
  • Gli altri vanno protetti.

Dietro i soggetti con tale sindrome si nasconde sovente una 
personalità Dipendente ed una conseguente paura di ritrovarsi soli.

L’idea che non vi sia nessuno da aiutare spaventa, perché viene meno un modo di sentirsi utili e di offrire benessere. Supportare e aiutare l’altro determina infatti una percezione di sé come valorosi e indispensabili, di conseguenza si viene apprezzati. 
Alle spalle di questi comportamenti vi è una paura di essere abbandonati o rifiutati.

La sindrome di Wendy può dipendere dall’incatenarsi di più variabili, dove sicuramente gioca un ruolo cruciale la personalità del soggetto, ma anche lo stile di vita e l’educazione ricevuta, così come i bisogni e le circostanze della vita attuale.

Si tratta di soggetti che non concepiscono l’amore come qualcosa di gratuito, piuttosto pensano di doverselo in qualche modo meritare, con azioni di cura, sentendosi indispensabili o cercando di esserlo. Come venir fuori da questa sindrome?

Va inizialmente esplorata la storia di vita di questi soggetti, per capire come si è costruita la credenza che l’amore abbia un prezzo e vada in qualche modo guadagnato. Andrebbe quindi fatto un confronto con i personali vissuti abbandonici e la paura del rifiuto; al contempo fare i conti con la consapevolezza che nulla è per sempre, e che le eventuali separazioni non sono poi così terribili.

In seguito andrebbe fatto un lavoro sulla propria autostima, relativamente al fatto che le gratificazioni esistono soprattutto quando facciamo del bene a noi stessi. Inoltre andrebbe spostato il focus di questi soggetti da i bisogni dell’altro ai propri e allo svilupparsi di emozioni positive.

Perché qualsiasi relazione è in realtà un gioco di forze a doppio senso, dove entrambi i soggetti coinvolti devono vincere per stare bene.

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie.
E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.
(F. Battiato, “La Cura")





mercoledì 14 maggio 2014

Antonello Corrreale. Le terapie analiticamente orientate delle psicosi: la nozione di campo e la funzione dell'empatia. Se ad esempio un paziente, nel corso di una seduta, riferisce come un particolare irrilevante il ricordo che da bambino era molto infastidito dal fumo dei genitori, che invadeva eccessivamente la sua stanza, è possibile ipotizzare che egli ci offra non solo un ricordo importante, ma una forma estremamente precisa e puntuale di descrizione della specifica modalità invasiva del rapporto dei genitori con lui.


"Se ad esempio un paziente, nel corso di una seduta, riferisce come un particolare irrilevante il ricordo che da bambino era molto infastidito dal fumo dei genitori, che invadeva eccessivamente la sua stanza, è possibile ipotizzare che egli ci offra non solo un ricordo importante, ma una forma estremamente precisa e puntuale di descrizione della specifica modalità invasiva del rapporto dei genitori con lui."
Antonello Corrreale, Le terapie analiticamente orientate delle psicosi: la nozione di campo e la funzione dell'empatia, in: Quale psicoanalisi per le psicosi? A cura di A. Correale e L. Rinaldi, 1997 Cortina, pag.38.



mercoledì 19 febbraio 2014

Gramellini. Bellezza non è solo uno zigomo, un capitello, un tramonto. La bellezza è la creatività in qualsiasi forma si esprima. Il disegno di un bambino è bello anche quando è brutto, perché nel farlo il bambino ha usato energia creatrice. Crescendo ci si vergogna di creare: si preferisce distruggere, deridere, insultare. Così si finisce per credere che la creatività sia un dono riservato a pochi eletti: gli artisti. Invece tutti possiamo creare bellezza. Ce ne siamo solo dimenticati.

Bellezza non è solo uno zigomo, un capitello, un tramonto. 
La bellezza è la creatività in qualsiasi forma si esprima
Il disegno di un bambino è bello anche quando è brutto
perché nel farlo il bambino ha usato energia creatrice. 
Crescendo ci si vergogna di creare
si preferisce distruggere, deridere, insultare. 
Così si finisce per credere che la creatività sia un dono riservato a pochi eletti: gli artisti
Invece tutti possiamo creare bellezza. Ce ne siamo solo dimenticati. 
Massimo Gramellini



......il realista, il consueto, il metodico non potrà mai spiccare il volo nella fantasia e tanto meno nella creatività rimanendo appesantito dalla materia.... bel pensiero....sincero come quello di un bambino...






Per avere anche agli occhi degli scettici la certezza che la bellezza e l'armonia nella natura sono innati



Le larve acquatiche di tricotteri costruiscono gusci utilizzando i materiali trovati nel loro ambiente. 
L'artista Hubert Duprat li ha forniti di una foglia d'oro e pietre preziose. Questo è ciò che hanno creato.
Autore: Hubert Duprat


venerdì 7 febbraio 2014

Alice Miller. Non solo i bambini vengono trattati quasi ovunque con una brutalità che pochi adulti subiscono ma, per di più, quasi nessuno se ne preoccupa. Tutta questa violenza si svolge in un angolo oscuro della nostra coscienza.E non è un caso poichè, lo vedremo, è la stessa violenza educativa ordinaria che, su questo punto, ci porta a vivere nell'ignoranza e nell'indifferenza.

La pedagogia nera e i falsi miti.
Alice Miller, psicoterapeuta ed ex-psicoanalista freudiana, utilizza il termine “Pedagogia nera” (1980) per indicare un approccio educativo basato sull’utilizzo di castighi, punizioni corporali, regole rigide, manipolazione, induzione di paure, sottrazione d’amore, isolamento, umiliazione, disprezzo, derisione e più in generale una relazione con il bambino che sia distaccata e mai troppo amorevole. L’autrice sottolinea come questa pedagogia venga in qualche modo razionalizzata, da chi la sostiene, con il fatto di essere messa in atto “per il bene del bambino”. In realtà, continua la Miller, l’unico vero bene che ne può scaturire è esclusivamente quello dei genitori stessi e mai, in nessun modo, quello del bambino.
Volendo riassumere il pensiero milleriano, la pedagogia nera si basa su alcuni pilastri ben definiti:

1)Gli adulti sono i padroni (anziché i servitori) dei bambini che da loro dipendono;
2)Essi, atteggiandosi a dèi, decidono che cosa sia giusto o ingiusto;
3)La loro collera deriva dai loro conflitti personali;
4)Essi ne considerano responsabile il bambino;
5)I genitori vanno sempre difesi;
6)I sentimenti impetuosi del bambino rappresentano un pericolo per il loro padrone;
7)Si deve “privare” il più presto possibile il bambino della sua volontà;
8)Tutto questo deve accadere molto presto affinché il bambino “non si accorga” di nulla e non possa smascherare gli adulti.
La pedagogia nera fornisce sin da subito delle false informazioni che il bambino acquisisce a livello cognitivo ed emotivo e che si trasmetteranno poi di generazione in generazione. Eccone alcune:
1)L’amore può nascere per senso del dovere;
2)I genitori meritano rispetto a priori proprio in quanto genitori;
3)I bambini, a priori, non meritano rispetto;
4)L’obbedienza fortifica;
5)Un alto grado di autostima è nocivo;
6)Un basso grado di autostima favorisce l’altruismo;
7)Le tenerezze sono dannose (amore cieco);
8)È male venire incontro ai bisogni dei bambini;
9)La severità e la freddezza costituiscono una buona preparazione per la vita;
10)I genitori sono creature innocenti e prive di pulsioni.



Credo che questo tipo di pedagogia sia ancora molto in auge oggi. Il problema è che troppo spesso appare in una forma velata, mascherata e dunque più difficile da percepire. Appare inoltre in una forma professionale di “pseudo-scientificità” estremamente difficile da mettere in discussione, soprattutto per un non addetto ai lavori (psicologi, medici, educatori).
Sono per fortuna lontani i tempi in cui si applicavano metodi che letteralmente torturavano il bambino, come ampliamente descritto e suggerito per esempio dal pediatra D.G.M. Schreber nella seconda metà dell’800, in cui si consigliava al genitore di utilizzare veri e propri strumenti di tortura per educare i propri figli (raddrizzatori, lacci, punizioni corporali).
Rimane però di fatto un tipo di educazione che, come vedremo, nuoce gravemente alla salute psichica ed emotiva del bambino, benché spacciata per l’unica vera “educazione infantile” possibile.
I manuali a cui accennavo prima, per esempio, oltre a programmi televisivi tanto in voga in questi ultimi anni, nascondono a mio avviso i germi di una pedagogia nera, benché di fatto siano vendutissimi ed accessibili davvero a tutti. Hanno copertine accattivanti, spesso in piena contraddizione poi con i reali messaggi contenuti all’interno, e sono reperibili addirittura nei supermercati. I loro grandi numeri di vendite ci fanno pensare per logica ad una grande realtà: c’è effettivamente un disperato bisogno dei genitori di farsi dire cosa e come fare per poter svolgere al meglio il proprio ruolo genitoriale.
di Alessandro Costantini.


La teoria di Alice Miller:
Chi ha letto i suoi libri” scrive Olivier Maurel “a partire da Il dramma del bambino dotato, fino a Riprendersi la vita, ha visto la propria vita profondamente trasformata. Leggere Alice Miller vuol dire ricentrarsi su sé stessi, sul bambino che siamo stati. Significa, per quante cose degradanti e mutilanti si possano aver subito, riprendere contatto con l’innocenza di quel bambino. Significa, spazzando via i giudizi che si siano potuti sostenere sui bambini, sulla loro “follia”, il loro “peccato originale”, la loro “innata bestialità”, le “pulsioni” con cui la cultura del disprezzo del bambino li ha etichettati, osare dichiarare del tutto innocente il bambino che siamo stati. Nessuno prima di Alice Miller era stato altrettanto radicale. A partire da questa certezza che i suoi libri sanno comunicare ai lettori, diventa possibile per ognuno una vera resurrezione, semplicemente perché ciascuno può riconnettersi con il bambino che è stato, la sorgente della vita dentro di lui.
In questo modo Alice Miller ha dato un apporto fondamentale alla causa dell’infanzia”.


"La prima esperienza col muro del silenzio l'ho fatta da bambina. Mia madre si compiaceva di non rivolgermi la parola per giornate intere, solo per dimostrarmi in questo modo il suo potere assoluto e impormi l'ubbidienza. Aveva bisogno di questo potere per nascondere a se stessa e agli altri la propria insicurezza, e anche per sottrarsi al rapporto con una figlia che non aveva mai voluto. I bisogni, le domande, le offerte della bambina piccola s'infrangevano contro quel muro senza che mia madre dovesse rispondere a nessuno di questo sadismo, perché considerava il suo comportamento come una giusta — perché meritata — punizione delle mancanze che mi attribuiva, come un dovere d'impartirmi una «lezione».
Per quella bambina — rimasta a lungo senza fratelli, con un padre che non la prendeva mai sotto la sua protezione e che era raramente in casa — il dover sopportare il lungo e ostinato mutismo della madre era terribile. Ma ancor più tormentoso del silenzio era lo sforzo continuo, disperato della bambina di scoprire finalmente la causa di quella tortura".
A.M.


L’opinione pubblica è ancora ben lontana dall’essere consapevole che tutto ciò che capita al bambino nei suoi primi anni di vita si ripercuote inevitabilmente sull’intera società, che psicosi, droga e criminalità sono l’espressione cifrata delle primissime esperienze. (...) Poiché non credo nell’efficacia delle ricette e dei consigli, ritengo che il mio compito non stia tanto nel lanciare appelli ai genitori affinché trattino i figli in modo diverso da quello che è loro possibile, quanto piuttosto nell’informare, mediante immagini capaci di agire sui sentimenti, il bambino che è presente in ogni adulto. Finché a quest’ultimo infatti non è permesso di accorgersi di ciò che gli è accaduto in passato, una parte della sua vita affettiva rimarrà congelata e di conseguenza la sua sensibilità per le mortificazioni cui si sottopongono i bambini rimarrà attutita.
Alice Miller (1980)


La Chiave Accantonata
"...come mai non tutti i bambini picchiati e maltrattati diventano mostri come Adolf Hitler?
Perchè gli uni si trasformano in criminali brutali e spietati, e altri invece diventano persone di sensibilità elevatissima, pittori e poeti capaci di esprimere la loro sofferenza?..." pag.98
...E' la presenza o meno d'un testimone soccorrevole nell'infanzia a decidere se un bambino maltrattato diverrà un artista capace di comunicare le proprie sofferenze oppure un despota... pag.108
Alice Miller
(in ..La chiave accantonata)


I bambini non hanno bisogno di parole, ma di " modelli" da seguire. Il bambino non si sviluppa a seguito di discorsi, conversazioni, imposizioni, ordini..... ma attraverso l'esempio; i FATTI insegnano ai bambini come si VIVE. Un adulto che si mette a spiegare senza rappresentare l'esempio di coerenza di ciò che va spiegando a parole....procura grandi danni psichici al bambino che finisce per introiettare ed espletare la confusione, la contraddittorietà, l'ambiguita'...... Alice Miller augura a quel bambino di trovare un altro Adulto Significativo che attraverso il suo comportamento possa cancellare quella " confusivita'" e fungere da quel "Testimone Compassionevole" che accompagnera' il bambino stesso nel suo percorso fino a renderlo autonomo nell'acquisire una sicurezza personale.
La teoria di Alice Miller


"Un Testimone soccorrevole è per me una persona che sta accanto (sia pure episodicamente) a un bambino maltrattato e gli offre un appoggio, un contrappeso alla crudeltà che caratterizza la sua vita quotidiana. Questo ruolo può essere svolto da qualunque persona del suo ambiente: un insegnante, una vicina, un collaboratore domestico o anche la nonna. Molto spesso si tratta di un fratello o di una sorella. Questo testimone è una persona che offre un po' di simpatia o d'amore al bambino picchiato o abbandonato. Non cerca di manipolarlo a scopi educativi, ha fiducia in lui e gli trasmette il sentimento di non essere "cattivo" e di meritare affetto e gentilezza. Grazie a questo testimone, che non necessariamente dev'essere consapevole del suo ruolo decisivo e salvifico, il bambino apprende che al mondo esiste qualcosa come l'amore. In circostanze favorevoli, il bambino svilupperà fiducia nel suo prossimo e potrà custodire in sé amore, bontà e altri valori della vita."
Alice Miller


La teoria di Alice Miller:
Secondo Alice Miller, è sbagliato l'atteggiamento "buonista" di certi terapeuti, per i quali, una terapia ha successo se i figli "perdonano" i genitori per quello che hanno subito da piccoli, e se si riesce ad ottenere una riconciliazione tra genitori e figli.
Questo atteggiamento del terapeuta, per lo più è causato dal fatto che lui stesso non ha risolto i problemi coi suoi genitori.
Ma è un modo di fare dannoso e tossico per il paziente, perché gli impedisce una completa presa di coscienza della sua famiglia e della sua infanzia.
Il terapeuta che invita a "perdonare" i genitori e riconciliarsi, ostacola la crescita del suo paziente e lo condanna a restare psicologicamente "bambino" e "figlio", per tutta la vita, anche dopo la morte dei suoi genitori.
"Onora il padre e la madre" dice il Quarto Comandamento, ma non tutti i genitori meritano di essere onorati, non tutti hanno diritto al perdono dei figli



Non sono d'accordo. E' vero che non è sempre possibile perdonare i genitori ma elaborare i conflitti sì, il rancore compresso a vita non lo consiglio.


La teoria di Alice Miller:
Non è vero che il perdono libera dall'odio: aiuta semplicemente a coprirlo e pertanto, nell'inconscio, a occultarlo. Non è vero che, con l'età, diventiamo più tolleranti, al contrario: il bambino tollera le assurdità dei genitori perché le considera normali e non può difendersi. Soltanto l'adulto soffre della mancanza di libertà e della costrizione, ma avverte la sofferenza nel rapporto con le figure sostitutive dei genitori, con i propri figli e con il partner. L'inconscia paura infantile di fronte ai genitori lo trattiene dal riconoscere la verità. Non è vero che l'odio ingenera la malattia: può farlo l'odio quando è rimosso o scisso, ma non il sentimento consapevolmente vissuto ed espresso.


"Il ricordo del senso d'isolamento di quei giorni, della solitudine della bambina che cerca disperatamente la ragione della punizione che le è stata imposta, è rimasto per quasi sessant'anni completamente rimosso in me. Ho tradito dunque, con la rimozione, la piccola bambina che voleva capire a ogni costo le assurdità del comportamento della madre, per poter finalmente cambiare la propria sorte, per indurre finalmente la madre - di cui aveva assoluto bisogno - a parlare.
Ho dovuto tradirla perché nessuno mi ha aiutata a vedere e a sopportare la verità, perché nessuno mi ha aiutata a condannare le crudeltà. Ho continuato la solitaria ricerca d'una mia colpa anche nei labirinti delle concezioni astratte, che non facevano così male come i nudi fatti e che mi promettevano almeno un surrogato dell'orientamento perduto. I sentimenti provati nell'infanzia erano stati rimossi prima di poter affiorare a livello di consapevolezza, poiché la loro intensità avrebbe ucciso la piccina. Soltanto in questi ultimi anni, grazie alla terapia che mi ha consentito di revocare gradualmente la rimozione, mi sono potuta permettere di riesperire per la prima volta, consapevolmente, le sofferenze, la disperazione e la rabbia impotente e giustificata della bambina ingannata. E soltanto a questo punto mi è divenuto evidente in tutta la sua portata il delitto commesso ai danni della bambina che sono stata. Un delitto che non si può paragonare con nessuna delle crudeltà che ho pur avuto modo di soffrire nell'arco della mia vita successiva.
Mi sono trovata anche in seguito, da adulta, di fronte al fenomeno del muro di silenzio, ma non vi sono più stata esposta in quella misura totalitaria. Ho potuto valutare il fenomeno, giudicarlo, condannarlo, non sono stata costretta a farmene disorientare."
Alice Miller,  La fiducia tradita




La teoria di Alice Miller
Dieci ragioni per non picchiare i nostri bambini.

1. Picchiare i bambini insegna a questi ultimi a diventare a loro volta individui violenti. Da numerosi studi e ricerche è emersa una diretta correlazione tra le punizioni corporali subite nell'infanzia e il comportamento violento di giovani e adulti. Da piccoli, praticamente tutti i peggiori criminali sono stati regolarmente minacciati e percossi.
2. Il messaggio lasciato dietro di sé dal castigo dice che è giusto maltrattare chi è più piccolo e debole di noi. Il bambino conclude quindi che è giusto essere violenti nei confronti di bambini più piccoli. Da adulto, quella stessa persona non avrà compassione di individui più deboli di lui e proverà timore nei confronti dei più forti.
3. I bambini imparano dall'esempio dei genitori. I castighi impongono loro di esprimere i propri sentimenti e di risolvere i propri problemi ricorrendo alla violenza. Se il bambino non ha la possibilità di vedere come i genitori sanno affrontare e risolvere i problemi in maniera creativa, come potrà sviluppare a sua volta tale capacità? I comportamenti dei genitori si tramandano alla generazione successiva.
4. Solo una volta, nei Proverbi di re Salomone, la verga biblica viene menzionata in relazione ai bambini. Ma il metodo educativo utilizzato dal re ebbe un effetto negativo sul suo stesso figlio Rehobam. Per Gesù, i bambini erano vicini a Dio e perciò richiedevano amore, non castighi.
5. Le punizioni compromettono l'amore fra genitori e figli, perché nessuno può amare veramente chi lo maltratta in senso fisico o psichico. Un rapporto improntato a una genuina cooperazione può fondarsi solo su sentimenti d'amore suscitati da svariati esempi di atteggiamento amichevole e collaborativo. Quand'anche sembrino avere successo, i castighi producono solo un bambino che fa il "bravo" perché ha paura.
6. La rabbia cui venga impedita una libera espressione viene interiorizzata. Qualora la collera sia stata accumulata per lungo tempo, quando il "bambino" sarà diventato abbastanza forte da esprimerla, essa potrà esplodere all'improvviso. La "buona condotta" dei bambini che hanno sofferto per le punizioni subite verrà successivamente fatta pagare cara a genitori e società.
7. Gli scapaccioni assestati sul sedere o sulle zone erogene stabiliscono una correlazione tra il dolore e il piacere erotico che in futuro creerà problemi alla persona adulta.
8. Gli scapaccioni possono anche provocare danni al fisico. Le percosse inferte alla base della colonna vertebrale producono uno shock che si trasmette lungo tutta la spina dorsale e possono causare ematomi subdurali. Lesioni ai nervi possono condurre a paralisi.
9. In ogni caso, prima o poi, il bambino risponde con la malattia o un comportamento distruttivo alla mancata considerazione dei suoi bisogni fondamentali. Il suo bisogno maggiore consiste nel ricevere amore e attenzione da parte di genitori. Purtroppo, di questi tempi, solo pochi bambini ricevono abbastanza tempo e dedizione, perché i genitori sono spesso stanchi e distratti e mostrano troppa poca comprensione e pazienza nei confronti del bambino.
È veramente ignobile punire un bambino che in realtà si limita a reagire in modo naturale alla disattenzione dei suoi bisogni e dei suoi desideri fondamentali.
10. I castighi distolgono il bambino dalla situazione e dai problemi effettivi. Esso è tutto concentrato interiormente sui sentimenti di dolore, paura, rabbia e vendetta. In questo modo, viene privato della possibilità di risolvere i problemi in maniera creativa. Punendo il bambino, i genitori non colgono l'occasione di provare a risolvere in maniera ludica i problemi insieme al bambino, facendogli vedere come si possano affrontare le difficoltà.
Le punizioni impediscono al bambino di imparare a cavarsela in situazioni difficili. Un sostegno amorevole rappresenta l'unico mezzo per trasmettere alla generazione successiva un comportamento genuinamente collaborativo.
"Fare i bravi" perché si ha paura non potrà mai portare a una vita sociale pacifica. I forti valori interiori si possono sviluppare solo in un regime di libertà.




Quando vogliamo cambiare gli altri.
In un mondo ideale, ognuno sarebbe accettato e amato per quello che è.
Poiché questo non è un mondo ideale, accade spesso di desiderare che gli altri siano diversi; il che si manifesta in un arco di espressioni, dal semplice suggerimento alla manipolazione alla forzatura. I risultati sono quasi sempre negativi, perché tutti vogliamo sentirci amati per quello che siamo.
Molti sono i detti che ci esortano a non dare consigli. Eppure, c'è nell'animo umano la tendenza quasi irresistibile a suggerire cambiamenti agli altri... nonostante la reazione sia spesso di fastidio: anche se ben intenzionato, il messaggio "Dovresti cambiare" viene percepito come "Sei sbagliato, quindi dovresti essere diverso". Anche quando sia vero, risulta comunque irritante.
Come se suggerire agli altri di cambiare non bastasse, c'è anche chi pensa di poterli cambiare di propria volontà (specialmente nelle relazioni sentimentali).

Un desiderio insano
Una delle illusioni più pericolose (e devastanti) che ingannano la mente umana, è quella di poter cambiare le altre persone: i genitori pensano di cambiare i figli (e, a volte, viceversa), i partner pensano di cambiare il compagno (specialmente le donne lo fanno)... c'è persino chi è in coppia con qualcuno, avendo in mente la precisa idea di come dovrebbe diventare (il che è come dire che non sta realmente insieme a quella persona, ma ad una che ha nella sua testa).
Voler cambiare gli altri è una specie di "follia", per almeno tre ragioni fondamentali:
E' impossibile cambiare gli altri
E' scorretto e irrispettoso (noi non vorremmo che qualcuno ci cambiasse contro la nostra volontà)
E' il contrario dell'amore
Specialmente all'interno di un rapporto affettivo, il desiderio di cambiare l'altro diventa "tossico", perché è opposto all'amore. La prima qualità dell'amore è l'accettazione: quando amiamo realmente qualcuno, lo amiamo per come è (e non per come pensiamo dovrebbe essere).
In realtà, nessuno può cambiare un'altra persona; nemmeno il Padreterno può farlo. Le persone cambiano solo quando sono loro a volerlo (e, il più delle volte, solo quando si sentono obbligate dalle circostanze). Cambiare è un processo impegnativo e faticoso, e non si fa mai per far piacere ad un altro... ma solo quando se ne sente l'esigenza pressante, personalmente.



Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, ne cancellare i danni che ci furono inflitti nell'infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi,"riparare i guasti", riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare, più da vicino, le conoscenze di noi stessi che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l'unica che ci dia la possibilità di abbandonare, infine, la prigione invisibile -e tuttavia così crudele- dell'infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa
Alice Miller.


Non solo i bambini vengono trattati quasi ovunque con una brutalità che pochi adulti subiscono ma, per di più, quasi nessuno se ne preoccupa. Tutta questa violenza si svolge in un angolo oscuro della nostra coscienza. E non è un caso poichè, lo vedremo, è la stessa violenza educativa ordinaria che, su questo punto, ci porta a vivere nell'ignoranza e nell'indifferenza.
Alice Miller


I Dodici Punti di Alice Miller.
Come nasce e si trasmette l'oppressione generazionale.
Tratto da: A. Miller, La persecuzione del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1987.
La prova matematica che Galileo Galilei presentò nel 1613 per convalidare la tesi copernicana, secondo cui era la Terra a ruotare intorno al Sole e non viceversa, venne definita "falsa e assurda" dalla Chiesa.
Galilei fu costretto all'abiura, e finì cieco i suoi giorni. Solo trecento anni dopo, finalmente, la Chiesa si decise a rimediare al suo errore e a cancellare dall'indice gli scritti di Galilei, lasciando loro libero corso.
Oggigiorno ci troviamo in una situazione analoga a quella in cui si trovava la Chiesa ai tempi di Galilei; con la differenza, però, che la posta in gioco è assai più alta, in quanto il nostro decidere a favore della verità o dell'errore avrà conseguenze più pesanti per la sopravvivenza dell'umanità, rispetto a quelle che poteva avere nel diciassettesimo secolo. Da alcuni anni, infatti, è stato scientificamente provato (anche se resta tuttora proibito prenderne atto) che le conseguenze perniciose dei traumi subiti da bambini si ripercuotono inevitabilmente sull'intera società. Questa scoperta riguarda ogni singolo individuo e, se opportunamente divulgata, dovrà portare ad un mutamento sostanziale della nostra società e soprattutto dovrà liberarci dalla cieca spirale della violenza. Nei punti che seguono cercherò di chiarire meglio il mio pensiero:

1) Ogni bambino viene al mondo per crescere, svilupparsi, vivere, amare ed esprimere1 propri bisogni e sentimenti, allo scopo di meglio tutelare la propria persona,

2) Per potersi sviluppare armoniosamente, il bambino ha bisogno di ricevere attenzione e protezione da pane di adulti che lo prendano sul sedo, gli vogliano bene e lo aiuùno onestamente a orientarsi nella vita.

3) Nel caso in cui questi bisogni vitali del bambino vengano frustrati, egli viene allora sfruttato per soddisfare i bisogni degli adulti, cintato, punito, maltrattato, manipolato, trascurato, ingannato, senza che in suo aiuto intervenga alcun testimone di tali violenze. In tal modo j'integrità del bambino viene lesa in maniera irreparabile.

4) La normale reazione a tali lesioni della propria integrità sarebbe di ira e dolore, ma poiché in un ambiente simile l'ira rimane un sentimento proibito per il bambino e poiché l'esperienza del dolore sarebbe insopportabile nella solitudine, egli deve reprimere tali sentimenti, rimuovere il ricordo del trauma e idealizzare i suoi aggressori. In seguito non sarà più consapevole di ciò che gli è stato fatto.

5) I sentimenti di ira, impotenza, disperazione, desiderio struggente, paura e dolore - ormai scissi dallo sfondo che li aveva motivati - continuano tuttavia a esprimersi in atti distruttivi rivolti contro gli altri (criminalità e stermini) o contro sé stessi (tossicomanie, alcolismo, prostituzione, disturbi psichici, suicidio).

6) Vittime di tali atti vendicativi sono assai spesso i propri figli, che hanno la funzione di capri espiatori e la cui persecuzione è ancor sempre pienamente legittimata nella nostra società, anzi gode persino di alta considerazione, non appena si autodefinisca ''educazione''. Il tragico è che si picchiano i propri figli per non prendere atto di ciò che ci hanno fatto i nostri genitori.

7) Perché un bambino maltrattato non divenga un delinquente o un malato mentale, è necessario che egli, perlomeno una volta nella vita, incontri una persona la quale sappia per ceno che ''deviante'' non è il bambino picchiato e smarrito, bensì l'ambiente che lo circonda. La consapevolezza o l'ignoranza della società aiutano, in tal senso, a salvare una vita o contribuiscono a distruggerla. Di qui la grande opportunità che viene ofserta a parenti, avvocati, giudici, medici e assistenti sociali di stare, senza mezzi termini, dalla pane del bambino e di dargli la loro fiducia.

8) Finora la società proteggeva gli adulti e colpevolizzava le vittime. Nel suo accecamento, essa si appoggiava a teorie che, corrispondendo ancora interamente al modello educativo dei nostri nonni, vedevano nel bambino una creatura astuta, un essere dominato da impulsi malvagi, che racconta storie non vere e critica1 poveri genitori innocenti, oppure li desidera sessualmente. In realtà, invece, non v'è bambino che non sia pronto ad addossarsi lui stesso la colpa della crudeltà dei genitori, al fine di scaricare da loro, che egli continua pur sempre ad amare, ogni responsabilità.

9) Solo da alcuni anni, grazie all'impiego di nuovi metodi terapeutici, si può dimostrare che le esperienze traumatiche rimosse nell'infanzia vengono immagazzinate nella memoria corporea e che esse, rimaste a livello inconscio, continuano a esercitare la loro influenza sulla vita dell'individuo ormai adulto. I rilevamenti elettronici compiuti sul feto hanno inoltre rivelato una realtà che finora non era stata percepita dalla maggior parte degli adulti: e cioè che sin dai primi attimi di vita il bambino è in grado di recepire e di apprendere atteggiamenti sia di tenerezza che di crudeltà.

10) Grazie a queste nuove conoscenze, ogni comportamento assurdo rivela la sua logica sino a quel momento nascosta, non appena le esperienze traumatiche subite nell'infanzia non debbano più rimanere nell'ombra.

11) L'aver acquisito sensibilità per le crudeltà commesse verso i bambini, che sinora venivano generalmente negate, e per le loro conseguenze arresterà il riprodursi della violenza di generazione in generazione.

12) Gli individui che nell'infanzia non hanno dovuto subire violazioni alla loro integrità, e a cui è stato consentito di sperimentare protezione, rispetto e lealtà da pane dei loro genitori, da giovani e anche in seguito saranno intelligenti, ricettivi, capaci di immedesimarsi negli altri e molto sensibili. Godranno della gioia di vivere e non avranno affatto bisogno di far del male agli altri o a sé stessi, né addirittura di uccidere. Useranno il proprio potere per difendersi, e non per aggredire gli altri. Non potranno fare a meno ci rispettare e proteggere i più deboli, ossia anche i propri figli, dal momento che essi stessi, un tempo, hanno compiuto tale esperienza, e dal momento che fin dall'inizio in loro è stato memorizzato proprio questo sapere (e non la crudeltà). Questi individui non saranno mai nella condizione di capire come mai i loro avi nel passato abbiano dovuto impiantare una mastodontica industria bellica per sentirsi a loro agio e sicuri nel mondo. Dal momento che il compito inconscio della loro vita non starà più nel difendersi dalle minacce subite nell'infanzia, essi saranno in grado di affrontare in maniera più razionale e creativa le minacce presenti nella realtà.




"Nel corso della mia vita, nessun cammino è stato tanto lungo da seguire quanto quello che mi ha condotto a me stessa. Non so se sono io un’eccezione, o se altri vi siano passati. Di sicuro alcuni ne scampano, dato che per fortuna ci sono persone che hanno avuto la buona sorte di essere completamente accettate per quel che erano dai genitori fin dalla nascita, con i loro sentimenti e i loro bisogni. Queste persone vi hanno avuto accesso fin da subito, non hanno avuto il bisogno di rimuoverli [sentimenti e bisogni, n.d.t.], e non sono state obbligate ad intraprendere percorsi molto lunghi per trovare ciò che non avevano ricevuto al momento giusto. Quello che ho vissuto io è che mi è stata necessaria tutta una vita perché finalmente mi autorizzassi ad essere come sono, e a sentire ciò che la mia verità interiore mi dice in modo sempre meno criptata, senza aspettare un’autorizzazione dall’esterno, da parte di persone che simbolizzino i miei genitori.
Mi viene chiesto regolarmente cos’è per me una terapia riuscita, nonostante ne abbia già indirettamente descritto gli elementi in più libri. Ma ora, dopo questa breve introduzione, sono in grado di rispondere in modo più semplice: una terapia è riuscita nella misura in cui contribuisce ad accorciare il lungo cammino che porta a liberarsi delle vecchie strategie di adattamento, e ad imparare ad avere fiducia del proprio sentire, cosa che i nostri genitori ci hanno reso difficile e a volte impossibile. Per molti/molte questo cammino rimane sbarrato, perché l’accesso ci è stato vietato fin da subito e perché per questo motivo si è pieni di paura all’idea di intraprenderlo. Più tardi, il ruolo che era svolto dai genitori viene ripreso dagli insegnanti, dai preti, dalla società, dalla morale, così tanto bene che la paura diventa dura come cemento, e tutti sappiamo quanto sia difficile riportare il cemento allo stato liquido.
I molti metodi di auto-apprendimento della comunicazione nonviolenta, così come i consigli preziosi e avveduti di Thomas Gordon e Marshall Rosenberg, sono certo molto efficaci quando le persone che ne fanno uso abbiano avuto la possibilità durante la loro infanzia di manifestare i propri sentimenti senza essere messi in pericolo, circondati da adulti la cui capacità di vivere il più possibile vicino a sé stessi ha potuto servir loro da modello. Ma i bambini gravemente feriti nella loro identità più tardi non sapranno identificare ciò che sentono, e ciò di cui hanno davvero bisogno. Innanzi tutto dovranno farne pratica durante una terapia, viverlo, e in seguito verificarlo attraverso nuove esperienze tanto spesso quanto sarà necessario, fino ad acquisire la certezza di non sbagliarsi. Poiché questi bambini da adulti emozionalmente immaturi, o anche perturbati, hanno dovuto credere per tutto il tempo che i loro sentimenti e i loro bisogni fossero falsi. Dicono a sé stessi che se fossero stati veri, i loro genitori non avrebbero rifiutato per lo meno di stabilire una comunicazione con loro.
Credo che nessuna terapia sia in grado di soddisfare il desiderio che senza dubbio molti sentono, cioè che finalmente vengano risolti tutti i problemi con cui fino ad allora si sono dovuti scontrare. Questo però non è possibile, perché la vita ci mette di fronte, e continuerà a farlo, a problemi sempre nuovi, in grado di riattivare i vecchi ricordi di cui il corpo ha mantenuto traccia. Ma una terapia dovrebbe aprire la via che conduce ai propri sentimenti, il bambino ferito di un tempo dovrebbe essere autorizzato a parlare, e l’adulto dovrebbe imparare a comprendere il suo linguaggio e a tenerne conto. Se il terapeuta è stato un vero testimone consapevole e non un educatore, il suo paziente avrà appreso a lasciar svelare le sue emozioni, a capirne la loro intensità ed a renderli dei sentimenti coscienti, che a loro volta lasceranno nella memoria delle nuove tracce. Naturalmente l’ex-paziente, come qualsiasi altra persona, avrà bisogno di amici con i quali potrà condividere le sue preoccupazioni, i suoi problemi e i suoi dubbi, in una forma di comunicazione più matura, nella quale i rapporti di sfruttamento non giocheranno ruolo alcuno, perché le due parti avranno già preso la misura dello sfruttamento subito durante l’infanzia.
La comprensione emozionale della bambina che sono stata, e per tale via anche della sua storia, modifica il mio modo di accedere a me stessa, e mi dà sempre più forza per trattare in altro modo, più razionalmente ed efficacemente, i problemi che si pongono oggi. Non conoscere mai più sofferenze né esperienze dolorose sarebbe quasi impossibile, tutto questo esiste solo nelle favole. Tuttavia, se io non rappresento più un enigma per me stessa, posso avere una riflessione ed un’azione cosciente, posso lasciare spazio ai miei sentimenti, perché li comprendo e quindi non mi fanno più così tanta paura. In questo modo le cose possono smuoversi, e possediamo anche una sorta di strumento tra le mani che può essere utile se una depressione o dei sintomi corporei riappaiono. Allora sappiamo che ci stanno annunciando qualcosa, che forse vogliono far risalire alla superficie un sentimento represso, e possiamo cercare di lasciarlo libero di esprimersi.
Come il cammino che conduce a sé stessi continua per tutta la vita, così non si ferma con la fine di una terapia. Ma possiamo aspettarci da una terapia riuscita che aiuti a riscoprire i propri veri bisogni, a prenderli in considerazione e ad imparare a soddisfarli. È proprio quello che i bambini feriti molto presto durante le loro vite non hanno mai potuto imparare.
Dopo una terapia condotta da un terapeuta, si dovrebbe quindi essere in grado di soddisfare i propri bisogni, che apparirebbero ormai molto più nettamente e con molta più forza, in una maniera che corrisponde all’individuo in oggetto, e senza nuocere a nessuno. I resti di un’educazione ricevuta troppo presto non si lasciano sempre eliminare del tutto, ma possiamo metterli in opera in modo costruttivo, attivo e creativo se li teniamo in conto in piena coscienza, anziché subirli in modo passivo e autodistruttivo come prima.
È in questo modo che, una volta divenuto un adulto cosciente, un individuo la cui sopravvivenza sia dipesa da ciò che aveva realizzato per compiacere i suoi genitori diventa capace di smetterla di sacrificare i suoi bisogni servendo gli altri come priorità, come doveva fare quando era bambino.
Può cercare delle vie sulle quali impiegherà le sue capacità precocemente acquisite di comprendere gli altri ed aiutarli, pur senza trascurare i propri personali bisogni. È possibile ad esempio che diventi terapeuta, e che soddisfi così il suo desiderio di conoscere, ma non farà questo mestiere per provare la sua potenza, poiché non ha più bisogno di questa prova, ora che ha rivissuto la sua impotenza di bambino".
Scritto da: Alice Miller
Traduzione: Chiara Pagliarini
Testo originale: Le chemin le plus long - ou que faut-il attendre d'une psychothérapie?







Sto leggendo "La rivolta del corpo". I libri di Alice Miller per quanto mi riguarda sono veri e proprio strumenti di guarigione.



«La rimozione dei maltrattamenti subiti nell’infanzia induce molti, ad esempio, a distruggere la vita altrui e la propria, a incendiare le case di cittadini stranieri, a esercitare rappresaglie e a chiamare tutto questo “patriottismo”, per nascondere ai propri occhi la verità, continuando a non avvertire la disperazione provata dal bambino tormentato»
Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé, Bollati Boringhieri, Torino.






Rosanna Pizzo 

Io essendo di formazione sistemica, non credo all'idea deterministica del trauma, quindi ritengo che il problema posto dalla Miller, presenti varie stratificazioni di significato, con le quali bisogna fare i conti..L'idea deterministica di trauma é possìbilisticamente reale, ma per il principio dell'equifinalità a cause uguali possono corrispondere effetti diversi e viceversa, per cui ogni situazione va letta nella sua singolarità. Un bambino, per esempio, appartenente ad una famiglia maltrattante, può anche avere la fortuna di una presenza affettiva vicariante, uno zio, un'insegnante, che può tutelarlo da effetti distruttivi, anche se non sempre é così. In un testo molto bello di “La sindrome degli antenati “di Anne Ancelin Schutzenrberger, prof. di psicologia all'Università di Nizza (ma considerata l'età avanzata verosimilmente non insegna più), in una parte del detto saggio, la medesima riferisce dell'esistenza di una particolare tipologia denominata dagli americani "bambini indistruttibili" che in quanto dotati di una forte resilienza riescono a resistere a tutto, persino ai campi di concentramento. La Schutzenberger osserva che questi bambini, senza genitori, senza alcun riferimento familiare, sembrano sopravvivere a dispetto di tutto, contrariamente a quanto affermato da alcuni psicoanalisti e dai Servizi Sociali che l'essenziale dell'equilibrio e dell'identità si crea tra i tre e i sette anni. Quanto detto scampagina in parte le situazioni ipotizzate dalla Miller, che costituiscono si una casistica reale, ma solo possibilistica, volta ad informarci, come tale dell'esistenza concreta di esperienze drammatiche infantili che possono avere esiti devastanti ma non sempre é così, infatti come ho detto non necessariamente devono declinare verso una tragica deriva .Il mondo si fonda sulle differenze, sulla complessità che non si lascia ingabbiare in concetti rigidi e deterministici. E. Morin, dice, in proposito che il pensiero complesso richiede di " Pensare per costellazioni e correlazioni di concetti. Del resto dobbiamo sapere che, nelle cose più importanti, i concetti non si definiscono mai attraverso le loro frontiere, ma sulla base del loro nucleo. E’ un’idea anticartesiana, nel senso che Cartesio pensava che la distinzione e la chiarezza fossero caratteristiche intrinseche della verità di un’idea. Prendiamo l’amore e l’amicizia. Possiamo riconoscere nettamente nel loro nucleo l’amore e l’amicizia, ma esiste anche un’amicizia amorosa, esistono amori amicali. Ci sono dunque degli intermedi, dei misti tra l’amore e l’amicizia; non c’è una frontiera netta. Non bisogna mai cercare di definire attraverso le frontiere le cose importanti. Le frontiere sono sempre sfumate, sono sempre interferenti. Bisogna dunque cercare di definire il cuore, e questa definizione richiede spesso dei macroconcetti."








Nel saggio di Alice Miller "La persecuzione del Bambino" dal sottotitolo molto significativo "Le radici della violenza", nell'exergo che apre il Capitolo Primo c'é un bellissimo aforisma di Erika Burkart ed é il seguente: "Chi s'informa della nostra infanzia vuol sapere qualcosa della nostra anima. Se la domanda non è un artificio retorico e se chi interroga ha la pazienza di stare ad ascoltare, dovrà prendere atto che con terrore amiamo e con inesplicabile amore odiamo ciò che ci ha procurato i più atroci dolori e le pene più grandi."


La persecuzione del bambino
Alice Miller

INDICE
Prefazione VII
La persecuzione del bambino

L’educazione come persecuzione di ogni elemento vitale

1 La ‘pedagogia nera’ 5
2 Esiste una ‘pedagogia bianca’? 80

L’ultimo atto del dramma silenzioso:
il mondo intero è agghiacciato

3 Introduzione 93
4 La guerra di annientamento contro il proprio Sé 96
5 L’infanzia di Adolf Hitler: dagli orrori segreti a quelli
manifesti 127
6 Jürgen Bartsch: retrospettiva di una vita 178
7 Considerazioni conclusive 214

Sulla via della riconciliazione: 
angoscia, ira e lutto, ma non sensi di colpa

8 Anche la crudeltà non voluta fa male 221
9 Sylvia Plath o la proibizione di soffrire 228
10 L’ira non vissuta 234
11 Il permesso di sapere 241
12 Poscritto 248

Postilla 2006 253
Bibliografia 255

"[...] L'opinione pubblica è invece ancora ben lontana dall'aver consapevolezza che tutto ciò che capita al bambino nei suoi primi anni di vita si ripercuote inevitabilmente sull'intera società, che psicosi, droga e criminalità sono l'espressione cifrata delle primissime esperienze. Questo dato di fatto non viene perlopiù riconosciuto o è ammesso soltanto sul piano intellettuale, mentre la prassi (intendo la prassi politica, giuridica o psichiatrica) resta pur sempre saldamente dominata da concezioni medievali, intrise di proiezioni del Maligno, poiché l'intelletto non raggiunge la sfera emotiva. È possibile acquisire una conoscenza emotiva tramite un libro? Non lo so, ma la speranza che attraverso la lettura possa mettersi in moto, in questo o quel lettore, un processo interiore mi pare sufficientemente fondata per non rinunciare a tentare questa via. [...]

Il presente volume è nato dal mio bisogno di dar risposta alle numerose lettere inviatemi dai lettori del Dramma del bambino dotato, che sono state molto importanti per me e a cui non sono riuscita a rispondere personalmente. Di questo fu anche, ma non solo, responsabile la mancanza di tempo. Presto mi resi conto di come proprio ai miei lettori fossi debitrice di una maggiore completezza nell'esporre i miei pensieri e le mie esperienze degli ultimi anni, perché non mi posso basare su una letteratura già esistente. Dalle domande dei diretti interessati mi si sono venuti a configurare due gruppi di problemi: da un lato la mia definizione concettuale della realtà della prima infanzia che si allontana dal modello pulsionale della psicoanalisi; dall'altro la necessità di elaborare ancor più chiaramente la distinzione tra lutto e sensi di colpa. A ciò si collega infatti la scottante domanda spesso rivolta dai genitori che prendono sul serio il loro compito: che cosa possiamo fare per i nostri figli, una volta che ci siamo resi conto di quanto spesso cadiamo nella coazione a ripetere?
Poiché non credo all'efficacia delle ricette e dei consigli, perlomeno quando si tratti dì un atteggiamento inconscio, ritengo che il mio compito non stia tanto nel lanciare appelli ai genitori affinché trattino i loro figli in modo diverso da quello che è loro possibile, quanto piuttosto nel far rilevare dei nessi, nell'informare, mediante immagini capaci di agire sui sentimenti, il bambino che è presente in ogni adulto. Finché a quest'ultimo infatti non è consentito di accorgersi di ciò che gli è accaduto in passato, una parte della sua vita affettiva rimarrà "congelata" e di conseguenza la sua sensibilità per le mortificazioni cui si sottopongono i bambini rimarrà attutita.

Ogni appello all'amore, alla solidarietà e alla compassione deve necessariamente rimanere infruttuoso se manca questo importante presupposto della comprensione ed empatia tra esseri umani. Tale limite ha un'incidenza particolarmente negativa sugli psicologi di professione, che senza empatia non possono fare un uso proficuo delle loro conoscenze specifiche, a prescindere da quanto del loro tempo essi dedichino ai pazienti. Ciò vale ugualmente per il disorientamento di quei genitori che nonostante l'elevato grado d'istruzione e il molto tempo libero a disposizione, non riusciranno mai a comprendere i loro figli, finché siano costretti a tenere a distanza, sul piano emotivo, le sofferenze patite nella propria infanzia. Al contrario è invece possibile che una madre che lavora riesca in certi casi a comprendere in pochi secondi la situazione di suo figlio, se dentro di sé ella è aperta e libera a questo riguardo.
Ritengo dunque che il mio compito consista nel sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti delle sofferenze della prima infanzia, e tento di farlo su due piani diversi, in entrambi i casi cercando di parlare al bambino che un tempo ogni lettore adulto è stato. Nella prima parte faccio ricorso all'esposizione della "pedagogia nera", vale a dire dei metodi educativi con i quali sono cresciuti i nostri genitori e i nostri nonni. In alcuni lettori il primo capitolo potrà suscitare sentimenti di ira e collera che si potranno rivelare assai salutari. Nella seconda parte descrivo l'infanzia di una ragazza drogata, di un capo politico e di un infanticida, tutti e tre, da bambini, vittime di pesanti umiliazioni e gravi maltrattamenti. Soprattutto in due casi mi baso sulla descrizione della propria infanzia e delle vicende successive resa dagli interessati stessi e vorrei aiutare il lettore a recepire questi documenti sconvolgenti. Tutte e tre le vicende attestano l'effetto devastante dell'educazione, l'annientamento da essa operato nei riguardi di qualsiasi forma di vitalità, il pericolo che essa rappresenta per la società. Anche nella psicoanalisi, e in particolare nel modello pulsionale, è possibile individuare tracce dell'atteggiamento pedagogico. L'indagine su questo tema, progettata inizialmente come un capitolo del presente libro, in considerazione delle dimensioni che è venuta ad assumere ha dovuto diventare oggetto di un volume a sé stante di prossima pubblicazione dove si dichiara più di quanto io non faccia nei saggi apparsi fino a questo momento - anche in quale misura le mie idee si discostino dalle singole teorie e dai modelli della psicoanalisi.

Questo volume è scaturito dal dialogo interiore con i lettori del Dramma del bambino dotato e va inteso come la sua prosecuzione. Ma si potrà leggere anche senza conoscere tale scritto; nel caso tuttavia che i fatti descritti in questa sede conducano a sensi di colpa invece che a lutto, allora sarebbe consigliabile leggere anche il testo precedente. Sarebbe anche importante e utile tener sempre presente, durante la lettura di questo volume, che con i termini di "genitori" e "bambini" non si vogliono intendere individui precisi, bensì condizioni, situazioni o posizioni giuridiche che riguardano tutti noi. dato che tutti i genitori un tempo sono stati bambini, e visto che i bambini di oggi un giorno o l'altro diverranno a loro volta genitori.

La prova matematica che Galileo Galilei presentò nel 1613 per convalidare la tesi copernicana, secondo cui era la Terra a ruotare intorno al Sole e non viceversa, venne definita "falsa e assurda" dalla Chiesa. Galilei fu costretto all'abiura, e finì cieco i suoi giorni. Solo trecento anni dopo, finalmente, la Chiesa si decise a rimediare al suo errore e a cancellare dall'Indice gli scritti di Galilei, lasciando loro libero corso.

Oggigiorno ci troviamo in una situazione analoga a quella in cui si trovava la Chiesa ai tempi di Galilei; con la differenza, però, che la posta in gioco è assai più alta, in quanto il nostro decidere a favore della verità o dell'errore avrà conseguenze più pesanti per la sopravvivenza dell'umanità, rispetto a quelle che poteva avere nel diciassettesimo secolo. Da alcuni anni, infatti, è stato scientificamente provato (anche se resta tuttora proibito prenderne atto) che le conseguenze perniciose dei traumi subiti da bambini si ripercuotono inevitabilmente sull'intera società. Questa scoperta riguarda ogni singolo individuo e, se opportunamente divulgata, dovrà portare a un mutamento sostanziale della nostra società e soprattutto dovrà liberarci dalla cieca spirale della violenza. Nei punti che seguono cercherò di chiarire meglio il mio pensiero.

1) Ogni bambino viene al mondo per crescere, svilupparsi, vivere, amare ed esprimere i propri bisogni e sentimenti, allo scopo di meglio tutelare la propria persona.

2) Per potersi sviluppare armoniosamente, il bambino ha bisogno di ricevere attenzione e protezione da parte di adulti che lo prendano sul serio, gli vogliano bene e lo aiutino onestamente a orientarsi nella vita.

3) Nel caso in cui questi bisogni vitali del bambino vengano frustrati, egli viene allora sfruttato per soddisfare i bisogni degli adulti, picchiato, punito, maltrattato, manipolato, trascurato, ingannato, senza che in suo aiuto intervenga alcun testimone di tali violenze. In tal modo l'integrità del bambino viene lesa in maniera irreparabile.

4) La normale reazione a tali lesioni della propria integrità sarebbe di ira e dolore, ma poiché in un ambiente simile l'ira rimane un sentimento proibito per il bambino e poiché l'esperienza del dolore sarebbe insopportabile nella solitudine, egli deve reprimere tali sentimenti, rimuovere il ricordo del trauma e idealizzare i suoi aggressori. In seguito non sarà più consapevole di ciò che gli è stato fatto.

5) I sentimenti di ira, impotenza, disperazione, desiderio struggente, paura e dolore - ormai scissi dallo sfondo che li aveva motivati - continuano tuttavia a esprimersi in atti distruttivi rivolti contro gli altri (criminalità e stermini) o contro sé stessi (tossicomanie, alcolismo, prostituzione, disturbi psichici, suicidio).

6) Vittime di tali atti vendicativi sono assai spesso i propri figli, che hanno la funzione di capri espiatori e la cui persecuzione è ancor sempre pienamente legittimata nella nostra società, anzi gode persino di alta considerazione, non appena si autodefinisca "educazione". Il tragico è che si picchiano i propri figli per non prendere atto di ciò che ci hanno fatto i nostri genitori.

7) Perché un bambino maltrattato non divenga un delinquente o un malato mentale, è necessario che egli, perlomeno una volta nella vita, incontri una persona la quale sappia per certo che "deviante" non è il bambino picchiato e smarrito, bensì l'ambiente che lo circonda. La consapevolezza o l'ignoranza della società aiutano, in tal senso, a salvare una vita o contribuiscono a distruggerla. Di qui la grande opportunità che viene offerta a parenti, avvocati, giudici, medici e assistenti sociali di stare, senza mezzi termini, dalla parte del bambino e di dargli la loro fiducia."

8) Finora la società proteggeva gli adulti e colpevolizzava le vittime. Nel suo accecamento, essa si appoggiava a teorie che, corrispondendo ancora interamente al modello educativo dei nostri nonni, vedevano nel bambino una creatura astuta, un essere dominato da impulsi malvagi, che racconta storie non vere e critica i poveri genitori innocenti, oppure li desidera sessualmente. In realtà, invece, non v'è bambino che non sia pronto ad addossarsi lui stesso la colpa della crudeltà dei genitori, al fine di scaricare da loro, che egli continua pur sempre ad amare, ogni responsabilità.

9) Solo da alcuni anni, grazie all'impiego di nuovi metodi terapeutici, si può dimostrare che le esperienze traumatiche rimosse nell'infanzia vengono immagazzinate nella memoria corporea e che esse, rimaste a livello inconscio, continuano a esercitare la loro influenza sulla vita dell'individuo ormai adulto. I rilevamenti elettronici compiuti sul feto hanno inoltre rivelato una realtà che finora non era stata percepita dalla maggior parte degli adulti: e cioè che sin dai primi attimi di vita il bambino è in grado di recepire e di apprendere atteggiamenti sia di tenerezza che di crudeltà.

10) Grazie a queste nuove conoscenze, ogni comportamento assurdo rivela la sua logica sino a quel momento nascosta, non appena le esperienze traumatiche subite nell'infanzia non debbano più rimanere nell'ombra.

11) L'aver acquisito sensibilità per le crudeltà commesse verso i bambini, che sinora venivano generalmente negate, e per le loro conseguenze arresterà il riprodursi delta violenza di generazione in generazione.

12) Gli individui che nell'infanzia non hanno dovuto subire violazioni alla loro integrità, e a cui è stato consentito di sperimentare protezione, rispetto e lealtà da parte dei loro genitori, da giovani e anche in seguito saranno intelligenti, ricettivi, capaci di immedesimarsi negli altri e molto sensibili. Godranno della gioia di vivere e non avranno affatto bisogno di far del male agli altri o a sé stessi, né addirittura di uccidere. Useranno il proprio potere per difendersi, e non per aggredire gli altri. Non potranno fare a meno di rispettare e proteggere i più deboli, ossia anche i propri figli, dal momento che essi stessi, un tempo, hanno compiuto tale esperienza, e dal momento che fin dall'inizio in loro è stato memorizzato proprio questo sapere (e non la crudeltà). Questi individui non saranno mai nella condizione di capire come mai i loro avi nel passato abbiano dovuto impiantare una mastodontica industria bellica per sentirsi a loro agio e sicuri nel mondo. Dal momento che il compito inconscio della loro vita non starà più nel difendersi dalle minacce subite nell'infanzia, essi saranno in grado di affrontare in maniera più razionale e creativa le minacce presenti nella realtà.

LA PERSECUZIONE DEL BAMBINO

È del tutto naturale che l'anima voglia avere una volontà propria e, se non si è lavorato con cura nei primi anni, in seguito la meta sarà più difficile da raggiungere. Questi primi anni presentano, tra l'altro, anche il vantaggio che si può far uso di violenza e di mezzi di costrizione. Con il passare degli anni i bambini dimenticano tutto ciò che è loro occorso nella prima infanzia. Se si riesce a privarli della loro volontà in quel periodo, poi essi non ricorderanno mai più di averne avuta una, e il rigore di cui si dovrà far uso, proprio per questo motivo non avrà conseguenze deleterie.
JOHANN SULZER (1748)

La disobbedienza equivale a una dichiarazione di guerra coniro la vosira persona. Se vostro figlio vuole togliervi la sovranità, voi siete autorizzati a scacciare la violenza con la violenza per rafforzare la considerazione di cui godete presso di lui, senza la quale non sarà possibile educarlo in alcun modo. Le busse non devono essere un semplice trastullo, ma mirare a convincerlo che il padrone siete voi.
J. C. KROGER (1752)

Dice la Bibbia (Siracide 30,1): "Chi ama suo figlio gli fa spesso sentire la sferza, perché alla fine possa rallegrarsi di lui.
ADOLF MATTHIAS (1902)


In particolare non trascuravano mai di ricordarmi che era mio dovere obbedire immediatamente ai desideri e agli ordini dei genitori, dei maestri, dei preti ecc., insomma di tutti gli adulti, anche quando si trattava di servigi personali, e che non mi era lecito rifiutare. Ciò che dicevano gli adulti era sempre giusto. Questi fondamenti pedagogici sono diventali una parte di me stesso.
RUDOLF HOSS, comandante ad Auschwitz

Quale fortuna per i governami che gli uomini non sappiano pensare!
ADOLF HITLER

L'educazione come persecuzione di ogni elemento vitale

CAPITOLO 1 

La 'pedagogia nera '

La punizione segui in grande stile. Per dieci giorni, troppi per qualsiasi coscienza, mio padre "benedisse" con un righello affilato le palme aperte di suo figlio, che aveva quattro anni. Sette colpi ogni giorno su ogni mano fanno centoquaranta colpi e qualcosa di più: la fine dell'innocenza del bambino. Che cosa mai sia successo in Paradiso con Adamo, Eva, Lilith, il serpente e la mela, le giuste saette bibliche, il fragore dell'Onnipotente e il suo dito teso a cacciar via, io non lo so. Fu mio padre che mi scacciò di là.
CHRISTOPH MECKEL (1979, p. 99)

Chi s'informa della nostra infanzia vuol sapere qualcosa della nostra anima. Se la domanda non un è un artificio retorico e se chi interroga ha la pazienza di stare ad ascoltare, dovrà prendere atto che con terrore amiamo e con inesplicabile amore odiamo ciò che ci ha procurato i più atroci dolori e le pene più grandi.
ERIKA BURKART   (1979. p. JS2)



http://rcarlo.interfree.it/alice_miller/La%20persecuzione%20del%20bambino%20-%20estratto.pdf




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