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lunedì 4 agosto 2014

Thomas Szasz. I nevrotici costruiscono castelli in aria; gli psicotici ci abitano dentro...Il dubbio sta alla certezza come la nevrosi alla psicosi. Il nevrotico è nel dubbio e ha timori sulle persone e sulle cose; lo psicotico ha convinzioni e fa affermazioni su di loro. In breve, il nevrotico ha problemi, lo psicotico ha soluzioni.

“I nevrotici costruiscono castelli in aria; gli psicotici ci abitano dentro...Il dubbio sta alla certezza come la nevrosi alla psicosi. Il nevrotico è nel dubbio e ha timori sulle persone e sulle cose; lo psicotico ha convinzioni e fa affermazioni su di loro. In breve, il nevrotico ha problemi, lo psicotico ha soluzioni.”
Thomas Szasz 
(psichiatra statunitense di origine ungherese,esponente dell'Antipsichiatria)


Se parli a Dio, stai pregando;
se Dio parla a te, sei affetto da schizofrenia.
Se i morti ti parlano, sei uno spiritista;
se tu parli ai morti, sei uno schizofrenico.
Thomas Szasz



se le patologie sono condivise da milioni di persone si chiamano normalità.


"Se la specie umana sopravviverà, gli uomini del futuro considereranno la nostra epoca illuminata, immagino come un vero e proprio secolo d'oscurantismo. Saranno indubbiamente capaci di apprezzare l'ironia di questa situazione in modo più divertente di noi. È di noi che rideranno. Sapranno che ciò che noi chiamiamo schizofrenia era una delle forme sotto cui – spesso per il tramite di gente del tutto ordinaria – la luce ha cominciato a filtrare attraverso le fessure delle nostre menti chiuse. La follia non è necessariamente un crollo (breakdown); essa può essere anche una apertura (breakthrough)..."
Ronald Laing, psichiatra scozzese

mercoledì 9 luglio 2014

Pierre Fédida. "Aprire la parola". La parola dell’analista si forma nella non risposta; è solo da lì che essa può essere intesa dal paziente

La parola dell’analista si forma nella non risposta; è solo da lì che essa può essere intesa dal paziente
Pierre Fédida, da "Aprire la parola"




È proprio vero. La parola dell'analista si forma nella non risposta
Bisogna prima elaborare questo concetto e accettarlo
Poi il paziente può interpretare....


Fédida ha una formazione filosofica indubbiamente segnata da alcuni incontri: 
quello con Gilles Deleuze, di cui è stato allievo, e l’incontro con la fenomenologia husserliana, che dopo una breve esperienza di insegnamento scolastico a Lyon (dove era nato nel 1934) lo spinge a collaborare, ancor prima di laurearsi, con Ludwig Binswanger, a Kreuzlingen. Qui, di fatto, si compie la sua formazione di psicologo clinico; l’interesse per la somministrazione del Rorschach ai pazienti psicotici (su cui in gioventù ha scritto alcune cose interessanti) lo spinge poi anche a Münsterlingen, da Roland Kuhn. L’interesse per la psicoanalisi, al principio degli anni ’60, si definisce quando Juliette Favez-Boutonnier lo chiama come assistente alla Sorbonne. Il suo ruolo universitario è stato molto importante, e non solo per quello che Fédida ha fatto per la psicoanalisi nell’università e attraverso l’università (la fondazione dell’Institut de la Pensée Contemporaine ­- insieme a Kristeva e Julie -, del Séminaire Inter-Universitaire Européen de Recherche en Psychopatologie et Psychanalyse –SIUERPP-, e del laboratorio di ricerca interdisciplinare “Centre d’Etudes du Vivant”, nel 1993). Fédida ha dedicato sempre una particolare attenzione al rapporto tra un sapere istituito (di cui quello universitario è un paradigma) e la necessità di “de-istituirlo” quando si assume la posizione analitica.
Per quanto riguarda poi l’universo istituzionale psicoanalitico, Fédida lo ha conosciuto e praticato, è stato anche presidente della Association Psychanalytique de France (il suo analista fu George Favez). Un’altra area, molto importante, che rientra nel nome Fédida è il suo interesse per l’arte, in particolare per le arti visive e la scultura. L’ultima sua conferenza, tenuta pochi giorni prima di morire, nell’ottobre del 2002, è una conferenza che ha lasciato una forte impronta in molti ascoltatori ed era dedicata alle “figure della Pietà”. Allora, si può senz’altro dire che Fédida arriva alla psicoanalisi dalla fenomenologia, ma come si vede il suo universo culturale era vario e multiforme...




martedì 6 maggio 2014

Resnik. L'esperienza psicotica. Occorre ammettere che ciò che si ama e ciò che si odia convivono in uno stesso oggetto come due versioni, l'una ombrosa l'altra luminosa, della medesima realtà

In senso etimologico "delirare" (dal latino DE "allontanamento" e LIRA "solco della terra) significa "uscire dal solco", uscire dallo spazio seminato della cultura e del linguaggio vivente, colloquiale, dialogante. Significa dunque uscire dalle vie della ragione, cioè dal logos istituzionale dell'uomo-cultura.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.96.


Se la depressione è una caduta verso il basso, la mania potrebbe considerarsi come un tentativo di risolvere la caduta, in termini di verticalità ascendente, facendo pressione verso l'alto.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.34.


"Per poter pensare si richiedono uno spazio mentale e dell'aria, al fine di lasciar respirare le idee."
Salomon Resnik (a cura di), Dialoghi sulla psicosi, 1989 Bollati Boringhieri, Introduzione, pag.16.


"Accettare la presenza dell'altro significa accettare l'assenza della globalità madre-bambino, il crollo della relazione sincretica. Il neonato rifiuta per lungo tempo di accettare la madre o una parte di essa come esterna a lui."
Salomon Resnik, Persona e psicosi, 1972 Francia, ed.it. 1976 Einaudi, pag. 9.





Un giorno il neonato s'arrabbierà e vi dirà che le cose sono andate esattamente come dovevano andare e che lui non ce l'ha con sua madre, che non era vero che era in simbiosi con lei e che è stato doloroso staccarsene, anzi, è stato un atto liberatorio.Chi potrà smentirlo?




di Resnik amo soprattutto il concetto di spazio mentale, ho letto diversi suoi libri e l'ho ascoltato molto volentieri in qualche convegno, mi ricordo a Lucca anni fa a uno dei convegni annuali di Psicoanalisi e metodo organizzati da Giuseppe Maffei. Mi piace la sua apertura al mondo dell'arte, l'interesse per i gruppi, insomma allo spazio mentale ci crede davvero. E poi odia il fumo, l'ha scritto non ricordo in quale suo saggio, e per questo mi piace anche di più. [...]




ho amato Resnik da sempre (per il calore, l'umiltà, la passione, la belllezza della sua anima che lo rende capace di stare a contatto..) anche riflettendo sull'esperienza in Ospedale psichiatrico, da giovane psi alle prime armi (la mia preistoria...); lui interpreta, nel mondo della psicosi, "certe guarigioni spontanee come conseguenza di un'apertura inattesa alla parte sana (vergine da ogni contatto) che in quel momento si risveglia" ("Glaciazioni. Viaggio nel mondo della follia". Bollati Boringhieri, 2001, p 65). Parlando di Egon Schiele ne scrive: " il suo dramma, il suo sentimento di disintegrazione e di 'smembramento' sono nutriti dalla parti sane, creative della sua personalità (p. 258) (Tali citazioni sono inserite in un mio lavoro del 2002: "Creatività e libertà postanalitiche: un confronto con la realtà", Atti del convegno "Arte e follia" (2010, in"Creatività e clinica", a cura di Luigi Baldari, Alpes, 2013, pp. 85-87).


La vita non è una "supervisione", né una "super-visione" di oggetti. Purtuttavia, la comprensione di un linguaggio sconosciuto, il linguaggio dell'inconscio, può farci sentire potenti e questo è un pericolo.
Il narcisismo eccessivo è opposto al socialismo, disse Bion, ma come è possibile mettere insieme modestia, narcisismo e la gratificazione derivante dal capire e ricevere allo stesso tempo?
Salomon Resnik, Lo spazio della follia, in: Bion e la psicoterapia di gruppo, a cura di Malcom Pines, 1985, ed. it. 1988 Borla, a cura di Antonello Correale, pag.290.




è possibile perchè la coerenza è solo una classificazione imposta..secondo me.


Ogni analisi è fino a un certo punto una "ferita narcisistica" per il paziente, in quanto implica che egli ha bisogno di aiuto, che non può essere la bocca e il seno nello stesso tempo.
Salomon Resnik, Persona e psicosi, 1972 Francia, ed.it. 1976 Einaudi, pag.235.


Nel discorso delle neuroscienze non c'è traccia di una riflessione e, tanto meno, di una spiegazione del miracolo attraverso cui l'"oggettivo" diventa "soggettivo", attraverso cui l'insieme dei "fatti", accertabili neuroscientificamente, si "trasformi" nei "significati" che esse dovrebbero spiegare, chiarire, indicare nel loro fondamento.
Eugenio Borgna, Le intermittenze del cuore, 2003 Feltrinelli, pag.22.


Occorre ammettere che ciò che si ama e ciò che si odia convivono in uno stesso oggetto come due versioni, l'una ombrosa l'altra luminosa, della medesima realtà.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.81.


Nell'allucinazione vi è infatti la proiezione all'esterno di un'esperienza sensopercettiva interiore, di un oggetto interno o di una relazione oggettuale, attraverso l'apparato sensoriale (lo sguardo, l'apparato uditivo, il naso ecc.).
Salomon Resnik, Spazio mentale - sette lezioni alla Sorbona (1987/88), 1990 Bollati Boringhieri, Lezione quarta, pag.57.



Per oggetto interno si intende l'interiorizzazione di una figura in genere significativa esistente o esistita nella realtà esterna, per esempio una madre amorevole oppure ostile o tutt'e due, che può interiormente parlarmi o tacere, calmarmi o disturbarmi e così via. Per relazione oggettuale s'intende la relazione interiorizzata di relazioni effettivamente esistenti o esistite nel mondo esterno o (non so se sia proprio la stessa cosa) la relazione tra due o più oggetti interni. Più o meno così. [...] Gli oggetti interni non sono pari pari la copia degli oggetti esterni. Una persona sconosciuta può anche stare al posto per esempio di mia madre, è tutto più complicato, e una figura può essere composta da diversi pezzi combinati insieme, penso anche inanimati o figure di animali. L'essenziale dell'allucinazione secondo me è questo: gli organi di senso funzionano al contrario, cioè dall'interno verso l'esterno.[...] Comunque che sia necessario non negare l'esistenza del delirio non mi pare consegua dal discorso sui neuroni specchio, e non c'era bisogno delle neuroscienze per saperlo, la psicoanalisi l'ha sempre saputo.
[...] che ci fosse uno stretto legame tra gruppi e psicosi l'avevo intuito da me, grazie alla mia esperienza psicomotoria, voglio dire che stati psicotici li avevo vissuti anche proprio io [...] .



Recentemente ho letto intorno ad alcuni studi eseguiti da neuroscienziati, in merito ai neuroni specchio. In pratica: il delirio, le allucinazioni, non lo sono. sono <<percezioni reali>>. se ho un delirio sensoriale... le voci, le immagini, o sensazioni olfattive, ad esempio, con le risonanze a un positrone si è dimostrato che le aree del cervello normalmente deputate - che quindi si accenderebbero - durante una specifica reale percezione, si comportano esattamente allo stesso modo di quando la percezione è per così dire immaginata. Quindi salta un pò tutto il discorso dei sensi che funzionano al contrario. si potrebbe dire piuttosto che la persona sente-vede-etc <<realmente>> ciò che non c'è. Questo impone a mio avviso almeno una importante riflessione: che sia assolutamente necessario non negare a chi <<sente>> il suo delirio che esso esista. non è la cantilena dell'<<asseconda il matto>>, assolutamente no... quanto piuttosto la conclusione di un altro studio a questi correlati: all'inizio dei fenomeni di distacco della realtà... pare che la maggior parte delle persone che delirano, sentendosi negare le loro percezioni, iniziano un circuito vizioso in cui non si fidano più delle proprie percezioni e si creerebbe una nebbia d'ansia generalizzata ancor più grave. perchè per loro è impossibile distinguere tra ciò che realmente toccano e la loro sensazione, ad esempio, di stare toccando ciò che in realtà, noi ancorati al principio di realtà, sappiamo non esistere. e cominciano a non fidarsi più di sè stessi e di ciò che percepiscono. da qui possono scegliere una paranoia, a questo punto secondaria: tutti ce l'hanno con loro o hanno un piano per fargli tanto male. o altre forme secondarie che fin troppo spesso si accompagnano a episodi psicotici. [...] Rimane certamente costante l'elemento fonte del delirio: la propria esperienza. ciò che si è esperito, per processi complessi, [...] è come se <<sentisse il bisogno, l'urgenza>> di esprimersi alla persona (quasi fosse uno spettacolo solo per sè), in manifestazioni concrete di percezioni che però non sono <<officinate>> dalla realtà, quanto dal bisogno estremo di esperire della persona che allucina. è tutto incredibilmente affascinante.


Secondo Resnik, che da oltre cinquant’anni lavora quotidianamente a contatto con pazienti psichiatrici gravi, lo psicotico vive un’esistenza sospesa, paragonabile a uno stato di ibernazione. È particolarmente sensibile e fragile, e non riesce a tollerare né il piacere né il dolore psichico. Si sente ferito da ogni tentativo di avvicinarsi affettivamente a lui; di qui il suo bisogno di proteggersi, spesso rinchiudendosi nell’autismo come in una corazza. A partire dall’impressione di persone «bloccate», «ibernate», che questi pazienti suscitano in coloro che se ne prendono cura, Resnik parla qui di glaciazioni, utilizzando la metafora delle ere geologiche con riferimento alla regressione dello psicotico alla propria preistoria affettiva, quella dei primi rapporti con la madre. Il disgelo, allora, fa parte del processo di guarigione, che dev’essere accompagnato da una presa in carico istituzionale ma soprattutto umana. In questo libro, che si ricollega alle lezioni di "Spazio mentale", Resnik è più che mai maestr onel trasmettere l’arte di comunicare con il paziente grave, e sono particolarmente efficaci le pagine dedicate alla formazione di quanti si accostano al mondo della sofferenza psichica.

Salomon Resnik, psichiatra e psicoanalista membro della International Psychoanalytic Association, ha studiato in Argentina per poi proseguire la sua formazione a Londra con Melanie Klein, Rosenfeld, Bion e Winnicott. Lavora a Parigi, e ha un’attività regolare a Venezia dove tiene seminari di ricerca e di formazione per educatori, psicologi e psichiatri. Presso Bollati Boringhieri editore ha pubblicato "Il teatro del sogno" (1982), "L’esperienza psicotica" (1986), "Sul fantastico", 2 volumi (1993, 1996), "Glaciazioni: viaggio nel mondo della follia" (2001), e ha curato il volume collettivo "Dialoghi sulla psicosi" (1989). [...]



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