giovedì 27 luglio 2017

Omero. Odissea. Spregevole è l'uomo che una cosa cela nel profondo del cuore e un'altra dice.


Spregevole è l'uomo che una cosa cela nel profondo del cuore e un'altra dice
Omero



No, non c'è nulla più degno di pianto dell'uomo,
fra tutto ciò che respira e cammina sopra la terra.
Omero

«Tra tutte le creature che respirano e si muovono sulla terra,
niente la terra nutre più debole dell'uomo.»
Omero, Odissea. v.130 ,131.

"Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini;
le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva
fiorente le nutre al tempo di primavera;
così le stirpe degli uomini: nasce una, l'altra dilegua"
Omero, Iliade



«Tre volte tentai e mi spinse ad abbracciarla il mio animo,
e tre volte mi volò dalle mani simile a un’ ombra o a un sogno».
Omero, “Odissea” ( 11,206-208)


"(...) Omero - che fu il più profondo degli psicologi - dice che Zeus manda agli uomini sogni veri e sogni falsi. Intendo dire che non si debbono prendere alla lettera i sogni, gli archetipi, i miti. Dovremmo però essere coscienti della loro influenza su di noi. Prendere sul serio la loro potenza anche se sono irrazionali. Meglio, proprio perché sono irrazionali e sfuggono al nostro controllo, sarebbe bene conoscerli ".(...)"
Luigi Zoja



Ma parla ora, e dimmi sinceramente dove sei andato errando e in quali paesi sei giunto, e narrami gli uomini e le belle città e se erano malvagi ingiusti e crudeli oppure ospitali e timorati di dio.
Odissea - VIII


Ma la tua mente resiste agli incanti. 
Certo tu sei Odisseo, l'eroe del lungo viaggio.
Odissea - X


E intanto Atena dagli occhi lucenti meditò un'altra cosa. Quando le parve che il cuore di Odisseo fosse sazio d'amore e di sonno, da Oceano fece salire l'Aurora dall'aureo trono perché portasse agli umani la luce del giorno.
Odissea, XXIII



A loro un vento propizio mandava Pallade Atena,
lo Zefiro impetuoso, che sul mare color del vino soffia sonoro.
Odissea - II

Sì levò il Sole, lasciando il mare bellissimo, salì verso il cielo color del bronzo per dare luce agli Dei e agli uomini sulla terra feconda.
Odissea - III


Ma lasciate che io ceni, pur così afflitto; niente è più cane del ventre odioso, 
che costringe per forza a ricordarsi di lui anche chi è molto oppresso e ha strazio nell’anima.
Omero

Ulisse pianse nel sentire cantare le gesta sue e degli altri Greci, a Troia.
Ma non voleva farsi scoprire. Col lembo del mantello, si coprì il volto e asciugò le lacrime.
Solo Alcinoo, re dei Feaci, se ne accorse ma non disse nulla.
Omero, "Odissea"



ULISSE E ARGO
Allevato come cane da caccia da Ulisse, prima di partire per Troia. 
Omero narra di Argo che il suo vecchio cuore non resiste alla emozione quando rivede il suo padrone: Ormai vecchio, disteso su cumuli di letame di muli e buoi, dinanzi alla soglia, tormentato dalle zecche; riconosce subito Ulisse, dopo averlo lungamente atteso, nonostante la prolungata assenza, agita la coda, abbassa le orecchie, non avendo la forza di avvicinarsi a lui. Argo allora viene preso dalla nera morte per sempre, dopo essere riuscito a rivedere Ulisse dopo vent'anni, Ulisse si asciuga di nascosto una lacrima, l'unica che versa in tutto il suo ritorno.
Odissea, XVII, 290-397




COSÌ INIZIA L'ODISSEA.
Un uomo astuto che molto patì, dei compagni "indisciplinati" puniti dagli dei, lunghi viaggi per mare a conoscere genti e città: c'è quanto basta per scrivere un intero poema, con l'aiuto dell'ispirazione divina ovviamente!

"Dell'uomo astuto narrami, o Musa, che tanto/ 
vagò, poi che la rocca sacra di Troia ebbe distrutto:/ 
di molti uomini vide le città e conobbe la mente,/ 
e molti dolori per mare provò nel suo cuore/ 
per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni./ 
Ma nemmeno così i compagni salvò, pur volendo:/ 
con la loro empietà si perdettero,/ 
sciocchi, che i buoi del Sole Iperione/ 
mangiarono: così a loro egli tolse il giorno del ritorno./ 
Racconta qualcosa anche a noi, o dea, figlia di Zeus".
Odissea I, vv. 1-10.



Musa, quell'uom di multiforme ingegno/
dimmi, che molto errò poich'ebbe a terra/
gittate di Ilion le sacre torri;/
che città vide molte, e delle genti/
l'Indol conobbe; che sovresso il mare/
molti dentro del cor sofferse affanni,/
mentre a guardare la cara vita intende,/
e i suoi compagni a ricondur:ma indarno/
ricondur desiava i suoi compagni,/
delle colpe lor tutti periro./
Stolti! Che osaro vïolare i sacri/
al Sole Iperione candidi buoi/
con empio dente, ed irritaro il nume/
che de il ritorno il dì loro non addusse./
eh parte almen di sì ammirande cose/
narra anco a noi, di Giove figlia, e diva./
Già tutti i Greci, che la nera parca/
rapiti non avea, nè loro alberghi/
fuor dell'arme sedeano, e fuor dell'onde./
Sol dal suo regno e dalla casta donna/
rimanea lungi Ulisse: il ritenea/
nel cavo sen di solitarie grotte/
la bella venerabile Calipso/
che unirsi a lui di maritali nodi/
bramava pur, ninfa quantunque, e diva./
e poiché giunse al fin, volvendo gli anni,/
la destinata degli dei stagione/
del suo ritorno a Itaca, novelle/
tra i fidi amici ancor pene durava./
tutti pietà ne risentian gli eterni,/
salvo Nettuno, in cui l'antico sdegno/
prima non si stancò, che alla sua terra/
venuto fosse il pellegrino illustre.



Telemaco a sua madre Penelope:
"su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue,
telaio e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; all'arco penseran gli uomini
tutti, e io sopra tutti, mio qui in casa è il comando [...] "
(Odissea, VI, vv. 25-30)



«Detto così, sotto l’eterne piante
Si strinse i bei talar, d’oro, immortali,
Che lei sul mar, lei su l’immensa terra,
Col soffio trasportavano del vento.
Poi la grande afferrò lancia pesante,
Forte, massiccia, di appuntato rame
Guernita in cima, onde le intere doma
Falangi degli eroi, con cui si sdegna,
E a cui sentir fa di qual padre è nata.
Dagli alti gioghi del beato Olimpo
Rapidamente in Itaca discese»
Homerus (Omero) Odissea.
Libro primo


E fra di loro il padre degli Dei e degli uomini prese a parlare...
«Ahimè, sempre gli uomini accusano gli dei:
dicono che da noi provengono le sventure,
mentre è per i loro errori che patiscono e soffrono oltre misura».
Omero. “Odissea” (Libro I)


Senofane e gli Dei. 
Omero ed Esiodo hanno ascritto agli dei tutto ciò che costituisce fra i mortali una vergogna ed una disgrazia; ruberie, adulteri, reciproci inganni... I mortali ritengono che gli dei siano stati generati come loro, abbiano vestiti come i loro e voce e forma... sì, e se i buoi ed i cavalli e i leoni avessero le mani e dipingessero ed eseguissero opere d’arte come gli uomini, i cavalli dipingerebbero gli deì come cavalli ed i buoi come buoi, rappresenterebbero i loro corpi secondo i loro vari aspetti... Gli Etiopi fanno i loro dei neri e con il naso schiacciato; i Traci dicono che i loro hanno occhi azzurri e capelli rossi». Senofane crede in un Dio, diverso dagli uomini come forma e pensiero, che «senza sforzo dirige tutte le cose con la sola intelligenza. 
Senofane e gli Dei. 
Tratto da: Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Vol. I, Pag. 122 - 123


Massimiliano Zardi 
L'Iliade non idealizza la guerra, ma è il ritratto tragico del dove porta l'avidità e l'orgoglio. 
Ritratto che coinvolge non solo gli umani ma anche gli dei che nel poema si schierano in opposte fazioni. Non c'è solo l'eroismo. Tu dici poi che l'Odissea è anche una storia d'amore? Non lo so. So che nell'opera Omero descrive a meraviglia le avventure di letto di Odisseo con Calipso e Circe. Non è che piangeva sempre per Penelope. Poi non è solo eroico il nostro Odisseo: acceca il figlio di Poseidone e se ne vanta; coinvolge i compagni nella sua follia portandoli alla morte; quando torna a Itaca si finge mendicante anche dopo che si è vendicato, per vedere se la moglie gli è rimasta fedele (infatti Penelope lo rimprovera piangendo). I greci e Omero più di tutti, avevano una capacità descrittiva straordinaria del meglio e del peggio che c'è in ogni uomo. Io penso che chi legge ancor oggi questi capolavori non lo fa per trovarvi solo il meglio ma anche il peggio.



di Et in Arcadia Ego.
Il proemio è la parte iniziale di ogni poema epico, caratterizzata dalla presenza di un’invocazione alla divinità (la musa Menmosine) e del contenuto trattato per sommi capi. Nei tre poemi classici, la prima parola è sempre un sostantivo in accusativo (è l’oggetto del cantare): Μῆνιν (l’ira) per l’Iliade; Ἄνδρα (l’uomo, cioè Odisseo) per l’Odissea, Arma virumque (le armi e l’eroe) per l’Eneide. C’è però una differenza sostanziale: mentre nel proemio dell’Iliade il poeta non appare ed è la musa ad entrare subito in scena per cantare, in quello dell’Odissea, il poeta è presente con quel pronome μοι (a me) a cui è diretta la materia della narrazione; nell’Eneide, poi, è il poeta stesso a cantare (cano) e l’invocazione alla divinità, pur essendoci, è solo all’ottavo verso.




Il più antico poeta a cui noi diamo un nome, il leggendario Omero, è, contemporaneamente, uno, nessuno e centomila. È centomila perché dietro alla sua leggenda si nasconde una storia vera: quella dei cantori ciechi, che durò per molti secoli e che riguardò, oltre alla Grecia, anche altre civiltà del mondo antichissimo. Forse anche l'Egitto e la terra dei due fiumi, il Tigri e l'Eufrate. Certamente, in Italia, il paese degli Etruschi.
Gli antichi attribuivano ai ciechi una capacità di inventare, di elaborare e di raccontare le storie degli uomini, superiore a quella delle persone normali. Avendo meno percezioni, i ciechi avevano più vita interiore. Erano dei «veggenti», che sapevano riempire il buio in cui vivevano di figure apparentemente reali; che sapevano creare dal nulla una melodia e poi, anche, sapevano adattare quella melodia alla storia che stavano raccontando. I cantori ciechi del mondo antico: gli «aedi», erano in grado di dire ciò che succede al di sopra dell'uomo, dagli spazi abitati dagli Dei dell'Olimpo; conoscevano gli abissi del mare popolati di mostri, e si avventuravano perfino nella terra dei morti, per riferire ai vivi ciò che avevano visto.

"Per Omero (ottavo secolo a.C.) la 'psiche' assomigliava piuttosto ad un "sosia", a un alter ego, e l'uomo omerico non poteva guardarsi dentro. Non c'era una interiorità
Perciò Socrate ingiungeva di conoscere se stesso. In Omero infatti, non si trova alcun termine che stia per le parole "individuo" o "se stesso", le cause del comportamento umano e l'attività psichica, sia "normale" che "anormale", è dovuta all'intervento di forze esterne. Gli uomini erano letteralmente indotti e coatti alla pazzia, proprio come venivano indotti ad atti di valore, eroismo e viltà. 
In quei tempi remoti la parola intesa ad esprimere malia, incantesimo e persino poesia, aveva parte preminente anche nella prevenzione e nel trattamento di infermità e della pazzia. 
Fu Ippocrate, un millennio dopo, (129-200 d.C.) a mettere a punto la nuova concezione moderna: 
"Gli uomini dovrebbero sapere che nel cervello, e solo nel cervello, si generano il piacere, la gioia, il riso e l'arguzia, così come le afflizioni, i dolori e le lacrime. Mediante il cervello noi distinguiamo il buono dal cattivo, il bello dal brutto, il piacevole dallo spiacevole, basandoci ora sulle convenzioni, ora su criteri utilitaristici." 

Flora Bozza
e già da qui si vede la differenza con l'Iliade, dove gli Dei spadroneggiavano su tutto

Eppure Shakespeare poteva ancora chiedersi:
"Dimmi dove ha sede amore? 
Nella testa ovver nel cuore? 
Come nasce ed ha vigore? 
Il mercante di Venezia, III, iii
Luciano Peccarisi
 Ida Bertoni.
26 aprile 2014 22:38







A PROPOSITO DI ILIADE: MORIRE PER L'IMMORTALITÀ.
È all'origine delle letterature europee, un'opera ancora oggi letta, studiata e amata da persone di ogni età: stiamo parlando dell'Iliade di cui Andrew Ford, esperto di Omero e insegnante a Princeton, ci aiuta a capire qualcosa nel podcast allegato, qui sotto sintetizzato.

LA GENESI DELL'OPERA.
Metti una guerra cruenta, la cui eco non si è spenta nei secoli successivi; metti una lunga serie di cantori che, di generazione in generazione, hanno portato in giro per la Grecia le storie di quel conflitto, memorizzandole e contribuendo ad aumentare le materia narrata; metti, dopo più di tre secoli di racconti orali, l'intervento di un cantore che ha preso quel vasto "database" narrativo e ha dato vita a un unico racconto, cucendo insieme i numerosi episodi sulla base di un disegno complessivo (c'è - è vero - qualche contraddizione, che però non scalfisce l'organicità dell'opera): avrai ottenuto l'Iliade!

OMERO: CHI ERA?
Di Omero, attestato come autore dell'opera, sappiamo solo ciò che i greci antichi ci hanno tramandato, quattro secoli dopo di lui, e cioè che era cieco, particolare forse desunto più che dalla sua vita dal cantore Demodoco, cieco anche lui, che appare nell'Odissea. Chiunque fosse, è poco probabile che, dopo la "fatica" di comporre l'Iliade, si sia occupato anche della stesura dell'Odissea, opera che appare diversa per lingua e materia (il mondo dell'Odissea e le sue tradizioni appartengono a un'epoca nuova).

"O MUSA", UN RICHIAMO RELIGIOSO
Il primo verso del proemio contiene l'invocazione a una musa: è Mnemosine, il cui nome richiama la tradizione orale da dove il poema ha avuto origine. Averla chiamata in causa non è solo un'espediente letterario, ma ha soprattutto una funzione religiosa. Bisogna considerare, infatti, che l'Iliade non fu scritta per la lettura individuale, ma per la recitazione in un contesto sociale. Chi ne ascoltava i versi, lasciava la taverna o il palazzo in cui si trovava e andava con la mente in un altrove accessibile solo grazie al canto del poeta, che quindi ha in sé qualcosa di magico, di religioso appunto. Il pubblico, quando sentiva "o musa", insomma, restava rapito dall'invocazione.

IL CATALOGO DELLE NAVI: UN PEZZO DI STORIOGRAFIA ANTE LITTERAM?
Una delle parti più note è il catalogo delle navi (secondo libro), dove Omero elenca i capi greci che partono per Trioia e il numero delle navi inviate da varie regioni della Grecia. È, in fondo, uno spaccato geopolitico di un mondo lontano, quello della fine dell'età del bronzo, che l'autore vuole preservare. Lo fa però senza la capacità analitica attribuibile a Erodoto o, ancor più, a Tucidide.

L'IRA COME TEMA E MOTORE DEL POEMA.
La prima parola dell'opera è "menin", ira, come complemento oggetto del verbo cantare. Questo è possibile perché nella lingua greca le parole possono occupare qualsiasi posizione indipendentemente dalla loro funzione logica. Omero poteva scegliere qualsiasi termine, ma preferisce optare per questo: perché? In una dimensione orale, la prima parola funge da titolo e dà immediatamente il senso del contenuto: infatti, la vicenda narrata è esclusivamente quella che deriva dall'ira di Achille e non l'intera guerra di Troia (il titolo di Iliade è stato dato solo successivamente ed è fuorviante).

E IL LIBERO ARBITRIO?
Il proemio, che inizia con il termine "ira", si conclude con l'espressione "la volontà di Zeus"; poco più avanti, sempre nel primo libro, Atena frena Achille per i capelli, impedendogli di uccidere Agamennone. C'è spazio, in una realtà dominata dagli dei, per il libero arbitrio? In realtà, quando leggiamo che gli eroi accettano di assecondare gli dei, dovremmo pensare, più che a una sottomissione, a una coalizione di due forze e vedere nell'intervento divino un'esaltazione della scelta dell'eroe, perché ha alle sue spalle il sostegno della divinità.

GLI DEI IN OMERO.
Quando Omero diede vita all'Iliade, la storia da lui narrata era già un lontano passato. Come poteva reagire il suo pubblico di fronte all'intervento divino? È molto probabile che percepisse il periodo della guerra di Troia come un momento grandioso ma concluso, un'età dell'oro popolata da uomini fortissimi, in grado di sollevare pietre enormi. In quell'epoca il divino e l'umano potevano ancora incontrarsi: non c'era niente di strano in ciò. Più tardi, in epoca classica e successivamente, le divinità ritratte da Omero apparvero quasi scandalose con le loro passioni umane, talvolta per giunta meschine quanto e più degli uomini (si pensi al banchetto degli dei, alla fine del primo libro, quando Efesto viene schernito dai suoi simili perché zoppo). Omero stesso appariva sacrilego nel modo in cui le metteva in scena. Bisognerebbe ricordare, però, che nell'Iliade, anche gli dei sono personaggi: pertanto, appartengono più alla mitologia che alla sfera religiosa. 

MANTENERE GLI EQUILIBRI

La contesa tra Agamennone e Achille, che dà origine all'ira di quest'ultimo, si inserisce in un contesto di guerra: l'esercito greco, per vivere lontano da casa, ha bisogno di compiere continue scorrerie nei territori intorno a Troia. Da queste ottiene cibo e schiavi; il bottino viene poi diviso tra i capi, sulla base del loro status sociale. Questa situazione, finché rispettata da tutti, crea equilibrio nell'esercito. Poi, però, Apollo pretende la restituzione di Criseide, figlia del suo sacerdote Crise e schiava di Agamennone. Lo fa nel più duro dei modi: mandando un'epidemia nel campo greco perché Agamennone non vuole restituire il suo bottino e vedere così sminuita la sua figura. Quando il "sire d'eroi" si trova costretto a rimandare la donna dal padre, si viene a creare una situazione di crisi istituzionale: la perdita, se non ricompensata, rischia di mettere in gioco la leadership stessa del capo. È ancora una questione d'onore per Agamennone, come l'aver deciso di combattere a fianco del fratello Menelao, a cui è stata portata via la sposa.

OMERO E LA TRAGEDIA.
Nella contesa per la schiava Briseide, chiesta come compensazione, entra in scena Nestore, vecchio guerriero e voce dell'esperienza. È lui a consigliare ad Agamennone di non pretenderla da Achille sulla base di valutazioni a lungo termine, che però due guerrieri più giovani, impegnati a proteggere il proprio onore, non possono considerare. Questa scena è fortemente dialogica e densa di pathos. Si pensi al momento in cui Nestore interiviene, alzando la voce per farsi sentire dai due contendenti: non è forse una scena da rappresentazione teatrale? Proprio perciò Omero è stato considerato da Platone padre della tragedia.

L'ONORE A COSTO DELLA MORTE.
Achille non ha nessun obbligo nei confronti di Agamennone. Non ha deciso di prendere parte alla guerra per salvare l'onore di Menelao; l'ha fatto, se mai, per accrescere il proprio status, per cogliere un'opportunità sociale (può incontrare altri giovani importanti come lui) e per acquistare gloria eterna. Sa che morirà perché così gli è stato profetizzato, ma meglio una vita breve e degna di rispetto che una lunga vecchiaia passata nell'oscurità.

LA NOBILTÀ DEL NEMICO.
Non c'è nessun "cattivo" tra i nemici greci, né il conflitto è lo scontro tra bene e male. Anche i troiani sono dipinti positivamente e vantano tratti di nobiltà. Del resto, se la guerra contro la loro città dura da dieci anni, ciò significa che sono avversari degni della controparte greca. Ma se manca la parte "cattiva", qual è la causa di ciò che accade nel poema? Alla base di tutto c'è l'ira, quella per il gesto di Paride, che porta via Elena, e quella legata alla pretesa di Agamennone di avere Briseide, schiava di Achille. Le conseguenze di questo sentimento, in fondo alimentato da piccole cose (mantenere il proprio status), sono terribili ed è questo ciò che Omero vuole rappresentare.

IL FINALE.
Nel ventiquattresimo libro, l'ultimo, Priamo si reca alla tenda di Achille per avere indietro il corpo di Ettore, per il quale desidera una degna sepoltura. Ma il Pelide è ancora accecato dall'ira e non vuole cedere: il cadavere deve restare insepolto, pasto per cani e uccelli. Sono le parole di Priamo, alla fine, a persuaderlo: egli fa leva sul rapporto padre-figlio e, sottolineando come ormai sia rimasto solo, senza più difesa alcuna, porta il suo avversario a volgere la mente al proprio padre, che, lontano, soffrirà la stessa sorte (Achille, infatti, è destinato a morire). È così che la collera si trasforma in compassione e rispetto, tanto che, invece di restituire direttamente Ettore, il cui corpo straziato aumenterebbe la sofferenza del padre, lo fa portare in un altro luogo dalle schiave, che poi lo lavano, lo ungono con l'olio e lo rivestono di una bella tunica. 

FINISCE DAVVERO COSÌ?
L'Iliade, dunque, iniziata con un tentativo fallito di riscatto (Crise che chiede indietro la figlia Criseide), si chiude con un tentativo di riscatto andato a buon fine. Sembrerebbe una struttura ad anello (riscatto riuscito-riscatto fallito; inizio dell'ira-fine dell'ira), assolutamente conclusa. Alcuni manoscritti, però, presentano, dopo l'ultimo verso, un altro, nel quale si annuncia l'arrivo delle Amazzoni, che porterebbero un nuovo equilibrio, sostenendo i troiani dopo la morte di Ettore. Se è vero che la saga continua, con altra materia ed altri eventi, è altrettanto vero che in una tale mole di storie il poeta doveva operare una scelta e decidere dove iniziare a dove fermarsi: è più verosimile pensare che abbia concluso con il compianto funebre anche per dare un forte significato alla sua narrazione: il lamento della famiglia di Ettore e della città di Troia insegnano qual è la perdita per una comunità quando un eroe viene ucciso.

http://greecepodcast.com/episode3.html





Orazio (Odi, IV, 9, vv 1-12).
Orazio ci dice che sia la poesia greca che quella latina sono capaci di sfidare il fluire del tempo e la distruzione della morte. Accanto a Omero c’è posto per Pindaro, e anche questa poesia sarà eterna.

Non credere che moriranno le parole che io,
nato sull’Ofanto risonante, pronuncio,
in modi mai prima uditi,
accompagnate alla cetra:
anche se Omero tiene il primo posto
non per questo è oscura la musa di Pindaro,
di Simonide, o quella minacciosa di Alceo,
o quella austera di Stesicoro; e gli scherzi antichi
di Anacreonte, il tempo non li ha distrutti;
palpita ancora l’amore,
vivono le passioni affidate
alla lira dalla giovane eolia.

Ne forte credas interitura quae 
longe sonantem natus ad Aufidium 
non ante volgatas per artis
verba loquor socianda chordis: 
non, si priores Maeonius tenet 
sedes Homerus, Pindaricae latent 
Ceaeque et Alcaei minaces 
Stesichorive graves Camenae; 
nec siquid olim lusit Anacreon, 
delevit aetas; spirat adhuc amor 
vivuntque commissi calores 
Aeoliae fidibus puellae.
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