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venerdì 14 ottobre 2016

Nietzsche. Aurora. Non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire, maestri della lettura lenta; e si finisce anche per scrivere lentamente. Oggi non rientra soltanto nelle mie abitudini, ma fa anche parte del mio gusto – un gusto malizioso forse? – non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente «frettolosa». Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del «lavoro», intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol «sbrigare» immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo: per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati…




Non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: 
la qual cosa vuol dire, maestri della lettura lenta; e si finisce anche per scrivere lentamente. Oggi non rientra soltanto nelle mie abitudini, ma fa anche parte del mio gusto – un gusto malizioso forse? – non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente «frettolosa». Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del «lavoro», intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol «sbrigare» immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo: per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati…
F. Nietzsche, “Prefazione” ad Aurora


"Si comincia col disimparare ad amare gli altri e si finisce col non trovare più niente in noi stessi degno d'essere amato."
F. Nietzsche, "Aurora", Fr. 401

«“Non egoistico!” — Quello è vuoto e vuol colmarsi, questo è stracolmo e vuol farsi vuoto — c’è in entrambi l’urgenza di cercarsi un individuo che serva loro allo scopo. E questo modo di procedere, inteso nel suo più alto senso, lo si chiama in tutt’e due i casi con una sola parola: amore. Come? L’amore dovrebbe essere qualcosa di non egoistico?»
F. Nietzsche, Aurora


"L'educazione è un proseguimento della generazione e spesso una specie di successivo inorpellamento di quest'ultima. Dato il modo in cui oggi veniamo educati, noi riceviamo in primo luogo una "seconda natura"; e quando il mondo ci dice maturi, maggiori d'età, utilizzabili, noi la possediamo. Pochi sono abbastanza serpenti da staccarsi un bel giorno questa pelle di dosso, allorquando, sotto il guscio, è maturata la loro "prima" natura. Nei più, avvizzisce il seme di essa. [...] Questi giovani non difettano nè di carattere, nè di buone attitudini, nè diligenza: ma non si è lasciato loro il tempo di darsi una direzione, piuttosto son stati abituati, fin dall'infanzia, a ricevere una direzione. Allorquando furono abbastanza maturi per "essere inviati nel deserto", venne fatto invece qualcos'altro - li utilizzarono, li alienarono da se stessi, li educarono all'essere quotidianamente usati, di tutto questo crearono per loro una teoria di doveri - e ora non possono farne a meno e non vogliono altro.
Alla vista del lavoro - e con ciò si intende sempre quella faticosa operosità che dura dal mattino alla sera - si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d'indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d'energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare; esso si pone sempre sott'occhio un piccolo obiettivo e procura lievi e regolari appagamenti. Resta il fatto che a questi poveri animali da tiro non si possano rifiutare le "ferie" - come viene chiamato questo ideale d'ozio di un secolo stremato dal troppo lavoro: in cui è concesso una volta tanto abbandonarsi alla pigrizia e rincretinirsi e bambineggiare a proprio piacimento.
Così una società in cui di continuo si lavora duramente, avrà maggior sicurezza, e si adora oggi la sicurezza come la divinità somma. I vostri affari, è questo il vostro grandissimo pregiudizio che vi incatena al vostro luogo, alla vostra società, alle vostre inclinazioni. Diligenti negli affari, ma pigri di spirito, contenti delle vostre ristrettezze e col grembiule del dovere appeso a questa contentezza: così vivete voi, così li volete, i vostri figliuoli!"
Friedrich Nietzsche, Aurora



"Il singolo si nasconde sotto la generalità del concetto "uomo" o nella società, ovvero si adatta a principi, classi, partiti, opinioni del tempo o dell'ambiente. Il singolo deve sacrificarsi, questo esige l'eticità del costumeEticità non è nient'altro che obbedienza ai costumi, di qualunque specie essi possano essere. I costumi peraltro sono il modo tradizionale di agire e di valutare. In cose dove nessuna tradizione comanda, non esiste eticità; e quanto meno la vita è determinata dalla tradizione, tanto più piccolo diventa il circolo dell'eticità. L'uomo libero è privo di eticità, poichè egli vuole dipendere in tutto da sè e non da una tradizione. Che cos'è la tradizione? Un'autorità superiore, alla quale si presta obbedienza non perchè comanda quel che ci è utile, ma soltanto perchè ce lo comanda. [...] Tutti gli apprezzamenti di valore sono o propri oppure accettati; questi ultimi sono di gran lunga in maggior numero. Perchè li accettiamo? Per paura, vale a dire riteniamo più conveniente fingere che essi siano stati anche i nostri, e ci abituiamo a questa finzione in tal guisa che essa finisce per essere la nostra natura. Per lo più, siamo per tutta la vita i giullari di giudizi infantili incarnati nell'abitudine."
Friedrich Nietzsche, Aurora


Quale luogo spaventevole ha saputo fare della terra il cristianesimo, già per il solo fatto di aver collocato ovunque il crocifisso, e per aver in tal modo designato la terra come il luogo in cui «il giusto viene martirizzato a morte»!
Friedrich Nietzsche, Aurora, 77


“In questo libro troviamo all’opera un “essere sotterraneo”, uno che perfora, scava, scalza di sottoterra… Non sembra forse che una fede gli sia di guida e una consolazione lo compensi? Vuol forse avere la sua propria lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, occulto, enigmatico, perché avrà anche il suo mattino, la sua liberazione, la sua aurora?… Certamente tornerà indietro: non chiedetegli che cosa cerca la sotto, ve lo dirà lui stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, quando sarà “ridiventato uomo”. Si disimpara completamente a tacere, quando si è stati così a lungo, come lui, una talpa…”. 
Friedrich Wilhelm Nietzsche,  Aurora

Per comprendere l'altro, cioè per imitare i suoi sentimenti in noi stessi, noi ci mettiamo in una prospettiva di imitazione interna che in qualche modo fa sorgere, fa sgorgare dei sentimenti in noi analoghi, in virtù di un'antica associazione tra movimento e sensazione.
Nietzsche in Aurora (1881)

Il serpente che non può cambiar pelle muore.
Lo stesso accade agli spiriti ai quali s’impedisce di cambiare opinione: cessano di essere spiriti.
Friedrich Wilhelm Nietzsche, “Aurora”

Niente è più vostro dei vostri sogni! Niente è più opera vostra!
Contenuto, forma, durata, attore, spettatore – in queste commedie siete sempre e solo voi stessi!
Friedrich Nietzsche, Aurora


Chi è mai il prossimo? — Che cosa mai comprendiamo, del nostro prossimo, per quanto riguarda le sue delimitazioni, voglio dire ciò con cui esso si delinea e s’imprime su di noi e in noi? Di esso non comprendiamo se non le trasformazioni che ad opera sua si producono in noi, — quel che sappiamo di lui assomiglia ad uno spazio cui è stata data una forma vuota. Gli attribuiamo le sensazioni che i suoi atti evocano in noi e gli conferiamo così una falsa positività inversa. Lo plasmiamo secondo la conoscenza che abbiamo di noi, facendone un satellite del nostro stesso sistema: e se esso ci fa luce o si ottenebra, e noi siamo la causa ultima di questi due fatti, — siamo pur sempre indotti a credere il contrario! Un mondo di fantasmi è quello in cui viviamo, un mondo stravolto, capovolto, vuoto e tuttavia sognato come pieno e diritto!
Friedrich Nietzsche, (1844 – 1900), Aurora, 118 (traduzione di Sossio Giametta).


(E. W. Fritzsch, Leipzig 1887), in “Opere di Friedrich Nietzsche“, ed. it. condotta sul testo critico stabilito da diretta da Giorgio Colli e Mazzino Montinari., vol. V., t. I, trad. it. F. Masini, libro primo, p. 89.



Una volta si cercava di giungere al sentimento della magnificenza e signoria dell’uomo, additando alla sua origine divina: questa adesso è divenuta una via proibita, poiché alla sua porta, insieme ad altre orribili bestie, sta la scimmia e piena di comprensione digrigna i denti come a dire: non oltre in questa direzione! Cosí ora si tenta la direzione opposta: la strada verso cui si dirige l’umanità deve servire a dimostrare la sua magnificenza e signoria e la sua affinità con Dio. Ah! anche cosí non serve a niente. Alla fine di questa strada sta l’urna funeraria dell’ultimo uomo e dell’ultimo becchino (con l’iscrizione: « nihil humani a me alienum puto »).
Friedrich Nietzsche, da Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali


Homo sum, humani nihil a me alienum puto
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Homo sum, humani nihil a me alienum puto: 
frase in lingua latina che significa letteralmente: 
«sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano» 
(in parole più semplici: «Nulla che sia umano mi è estraneo»).


La frase è di Publio Terenzio Afro che la usò nella sua commedia Heautontimorùmenos (Il punitore di se stesso, v. 77) del 165 a.C..
Uno dei personaggi, Cremète, viene invitato a non impicciarsi in affari che non lo riguardano da Menedemo, e risponde con questa frase, che nel contesto della commedia si può tradurre come "sono un essere umano, e ritengo che tutte le cose umane siano affari miei".

Esistono varie versioni della frase: spesso viene omessa la parte iniziale Homo sum, e a volte anche il verbo puto, che anzi viene spesso omesso anche nelle traduzioni. Inoltre esiste la variante arcaica nil al posto di nihil.

Nei contesti moderni, la frase aggiunge al suo significato originale quello di "non voglio lasciare da parte nulla, tutto quello che riguarda l'umanità e le sue realizzazioni è in grado di destare interesse in me". [...]

Una celebre parafrasi del motto è stata adottata dal linguista Roman Jakobson, dai molteplici interessi in ogni disciplina collegata con la linguistica: Linguista sum; linguistici nihil a me alienum putosono un linguista, non considero a me estraneo nulla di linguistico»).[1] 
[1] Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 6, ISBN 8807816938.

Una parafrasi compare nei "fratelli Karamazov" di Dostoevskij: 
" satana sum, et nihil humani a me alienum puto..."
https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_sum,_humani_nihil_a_me_alienum_puto


Friedrich W. Nietzsche. L’io -
“ ‘Il cosiddetto <io>’. Il linguaggio e i pregiudizi, su cui è edificato il linguaggio stesso, ci sono, in molteplici modi, di impedimento alla penetrazione di intimi processi ed istinti; per il fatto, ad esempio, che propriamente esistono parole soltanto per i gradi ‘superlativi’ di questi processi ed istinti: ma noi ora abbiamo preso l’abitudine, laddove ci fanno difetto le parole, a non dirigervi più la nostra minuziosa osservazione, giacché è penoso spingere ancora fino a quel punto il nostro preciso pensiero; anzi, un tempo, si concludeva automaticamente, che laddove cessa il regno delle parole cessa anche il regno dell’esistenza. Ira, odio, amore, compassione, bramosia, conoscimento, gioia, dolore – sono tutti nomi che indicano stati ‘estremi’; i gradi intermedi più temperati e perfino quelli inferiori, che sono continuamente in giuoco, ci sfuggono, e tuttavia sono proprio questi ad intessere la tela del nostro carattere e del nostro destino. Quelle manifestazioni estreme – ed anche il più moderato cosciente compiacimento o scontento, nel mangiare un cibo, nell’udire un suono, è forse ancor sempre, se valutato giustamente, una manifestazione estrema – molto spesso lacerano la trama e sono allora brutali eccezioni, dovute il più delle volte, a stati di accumulo. E quanto possono, come tali, ingannare l’osservatore! Non certo meno di quanto ingannino l’uomo che agisce. Ciò che sembriamo essere, secondo gli stati per i quali soltanto abbiamo coscienza e parole, - e quindi lode e biasimo, - ‘nessuno di noi lo è’; stando a queste grossolane manifestazioni, che sono le sole a farsi conoscere, noi ‘mal ci conosciamo’, ricaviamo una conclusione da un materiale in cui le eccezioni prevalgono sulla regola, erriamo nel leggere questa scrittura alfabetica del nostro sé apparentemente chiarissima. È però ‘la nostra opinione su noi stessi’, che abbiamo trovato per questa via sbagliata, il cosiddetto <io>, a lavorare d’ora in poi sul nostro carattere e sul nostro destino.”

FRIEDRICH W. NIETZSCHE (1844 – 1900), “Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali”, versione di Ferruccio Masini, in “Opere di Friedrich Nietzsche”, ed. it. diratta da G.Colli e M. montinari, vol. V, tomo I, testo critico originale stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari con la collaborazione di Sossio Giametta e Maria L. Pampaloni, Libro secondo, 115. ‘Il cosiddetto <io>’, p. 86.




martedì 13 maggio 2014

Petrini. Un'idea di felicità. Ho scoperto che la lentezza non consiste solo nell'andare piano, ma è la possibilità di recuperare un ritmo personale di movimento, un ritmo personale di sviluppo. E dunque non riguarda solo animali proverbialmente lenti come la lumaca o la tartaruga, ma si applica anche alla società

Ho scoperto che la lentezza non consiste solo nell'andare piano, ma è la possibilità di recuperare un ritmo personale di movimento, un ritmo personale di sviluppo. E dunque non riguarda solo animali proverbialmente lenti come la lumaca o la tartaruga, ma si applica anche alla società.
Carlo Petrini, "un'idea di felicità"






giovedì 9 gennaio 2014

Angelo Branduardi. Se oggi avessi una bacchetta magica la userei per dirigere ‘Il Tristano’ di Wagner, la cosa più bella che sia mai stata fatta…



“Se oggi avessi una bacchetta magica la userei per dirigere ‘Il Tristano’ di Wagner, la cosa più bella che sia mai stata fatta…“.
Angelo Branduardi




Maestro anche lei è wagneriano? ( io non so più cosa pensare...tanti mi dicono "dopo aver ascoltato bene Wagner, tutto il resto e' musica da organetto"...sento che non potrei mai preferirlo ai nostri compositori italiani...forse e' un partito preso? forse perchè sotto sotto so di non avere la vocalità adatta a quel repertorio??XD mah..



http://video.corriere.it/branduardi-renzi-bisturi-l-italia/3f5bffb0-7893-11e3-8d51-efa365f924c5
.

giovedì 24 ottobre 2013

Hodgkinson. L'ozio come stile di vita. È triste che fin dalla prima infanzia subiamo la tirannide del mito morale secondo cui è giusto, buono e bello balzar fuori dal letto non appena svegli per approntarci il più velocemente e gioiosamente possibile a compiere qualche attività utile. Nel mio caso, ricordo in modo molto chiaro che era mia madre a urlarmi di uscire dal letto ogni mattina. Mentre giacevo lì in uno stato di beato benessere, gli occhi chiusi, cercando di rimanere aggrappato a un sogno in dissolvimento, facendo ogni sforzo per ignorare le sue urla, mi mettevo a calcolare il tempo minimo che mi ci sarebbe voluto per alzarmi, far colazione, andare a scuola e riuscire ad arrivare qualche secondo prima dell’appello. Tutta questa creatività e fatica mentali le spendevo per godere di pochi istanti di sonno in più. È così che l’ozioso inizia ad apprendere la sua arte.



È triste che fin dalla prima infanzia subiamo la tirannide del mito morale secondo cui è giusto, buono e bello balzar fuori dal letto non appena svegli per approntarci il più velocemente e gioiosamente possibile a compiere qualche attività utile. Nel mio caso, ricordo in modo molto chiaro che era mia madre a urlarmi di uscire dal letto ogni mattina. Mentre giacevo lì in uno stato di beato benessere, gli occhi chiusi, cercando di rimanere aggrappato a un sogno in dissolvimento, facendo ogni sforzo per ignorare le sue urla, mi mettevo a calcolare il tempo minimo che mi ci sarebbe voluto per alzarmi, far colazione, andare a scuola e riuscire ad arrivare qualche secondo prima dell’appello. Tutta questa creatività e fatica mentali le spendevo per godere di pochi istanti di sonno in più. È così che l’ozioso inizia ad apprendere la sua arte.
Tom Hodgkinson. L'ozio come stile di vita

sabato 23 febbraio 2013

Cassano. Sulla Lentezza. Bisogna essere lenti come un treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede ... aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardare soltanto la copertina.


Riflessi d'acqua
Franco Cassano “Il pensiero meridiano”, 1996
SULLA LENTEZZA - Franco Cassano
Bisogna essere lenti come un treno di campagna
e di contadine vestite di nero,
come chi va a piedi e vede
... aprirsi magicamente il mondo,
perché andare a piedi è sfogliare il libro
e invece correre è guardare soltanto la copertina.

Bisogna essere lenti, amare le soste
per guardare il cammino fatto,
sentire la stanchezza conquistare
con malinconia le membra,
invidiare l’anarchia dolce di chi inventa
di momento in momento la strada.

Bisogna imparare a star da sé
e aspettare in silenzio,
ogni tanto di essere felici di avere in tasca
soltanto le mani.

Andare lenti è incontrare cani senza travolgerli,
è dare i nomi agli alberi,
agli angoli, ai pali della luce,
è trovare una panchina,
è portarsi dentro i propri pensieri
lasciandoli affiorare a seconda della strada,
bolle che salgono a galla e che quando sono forti scoppiano
e vanno a confondersi con il cielo.

E’ suscitare un pensiero
involontario e non progettante,
non il risultato dello scopo e della volontà,
ma il pensiero necessario,
quello che viene su da solo,
da un accordo tra mente e mondo.

Andare lenti è fermarsi su un lungo mare
su una spiaggia, su una scogliera inquinata,
su una collina bruciata dall’estate,
andare col vento di una barca
e zigzagare per andare dritti.

Andare lenti è conoscere le mille differenze
della propria forma di vita, i nomi degli amici,
i colori e le piogge, i giochi e le veglie,
le confidenze e le maledicenze.
l'andare lento essere solo con i tuoi pensieri, meditare ti permette anche poi di poter velocizzare tutto quello che ritrovi nella quotidianità, perché hai già superato uno stadio ...

Ho dato il mio esame di sociologia su questo libro e con il Prof. Cassano. Grazie per averlo citato


*Immagine: Giovanni Boldini 
"La Grande Rue a Combes-la-Ville", 1873 - Philadelphia Museum of Art

lunedì 20 febbraio 2012

Zavalloni Gianfranco. La pedagogia della lumaca. La scuola odierna, riflettendo le tendenze di buona parte della società umana, è centrata sul mito della velocità, dell'accelerazione e della competizione, come criterio di selezione al quale i bambini vengono educati fin dai primi anni di vita. Dal contatto quotidiano e continuato con la realtà scolastica nasce la riflessione de La pedagogia della lumaca. Siamo nell'epoca del tempo senza attesa. Questo ha delle ripercussioni incredibili nel nostro "modo di vivere". Non abbiamo cioè più il tempo di "attendere", non sappiamo partecipare a un incontro senza essere disturbati dal cellulare, vogliamo "tutto e subito" in tempo reale.

Si vive con il mito incalzante del tempo reale e si sta perdendo la capacità di saper attendere. Chi ha più il tempo di aspettare l’arrivo di una lettera? Oggi è possibile alzare la cornetta e sentire la persona con cui si vuol comunicare in pochi secondi. Che vantaggio c’è nello scrivere delle lettere? Se tutto va per il giusto verso c’è da attendere una settimana. Molto meglio il telefono, la posta elettronica, la chat. Alcuni anni fa, quando ancora non esisteva Internet, Jeremy Rifkin ci ricordava che “… la razza umana si è basata, nel corso della storia, su quattro dispositivi fondamentali di assegnazione del tempo: i rituali vitali, i calendari astronomici, le campane e gli orari, e ora i programmi dei calcolatori. Con l’introduzione di ogni nuovo dispositivo, la razza umana si è staccata sempre più dai ritmi biologici e fisici del pianeta. Siamo passati da una stretta partecipazione ai ritmi della natura all’isolamento pressoché totale dai ritmi della terra…”. Siamo nell’epoca del tempo senza attesa. Questo ha delle ripercussioni incredibili nel nostro modo di vivere. Non abbiamo più il tempo di attendere, non sappiamo partecipare a un incontro senza essere disturbati dal cellulare, vogliamo “tutto e subito” in tempo reale. Le teorie psicologiche sono concordi nel pensare che una delle differenze fra i bambini e gli adulti risieda nel fatto che i bambini vivono secondo il principio di piacere (“tutto e subito”), mentre gli adulti vivono secondo il principio di realtà (saper fare sacrifici oggi per godere poi domani). Mi sembra che oggi gli adulti, grazie anche alla società del consumismo esasperato, vivano esattamente come i bambini secondo le modalità del “voglio tutto e subito”. Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera? Sapremo piantare una ghianda o una castagna sapendo che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare? Sapremo aspettare? Si tratta di intraprendere un nuovo itinerario educativo. Genitori, insegnanti e tutti coloro che ruotano attorno al mondo della scuola, sono stimolati dalle suggestioni offerte dalla pedagogia della lumaca e possono ricominciare a riflettere sul senso del tempo educativo e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento, per una scuola lenta e nonviolenta.
La tartaruga, di Bruno Lauzi
La famosissima canzone di Bruno Lauzi
http://youtu.be/iw_4CQhZbmU


Elvira Servidio‎Il Caffè Pedagogico
Roberto Zavalloni parla della "Pedagogia della lumaca", vale a dire della lentezza. 
Perché in una società frenetica, il tempo perso non è che un guadagno. Accelerando tutto, tra cui i tempi di apprendimento, si riscontra un calo dell'attenzione. Di conseguenza, è facile "etichettare" i bambini. "È svogliato", "È iperattivo", etc. E se avesse, semplicemente, bisogno dei suoi tempi di assimilazione?



La pedagogia della lumaca

Per una scuola lenta e nonviolenta 




Autore:


Dirigente scolastico. Per 16 anni maestro di scuola materna, è animatore dell'associazione Ecoistituto di Cesena.



Target:

Tutti, specialmente insegnanti e pedagoghi

Contenuti:
La scuola odierna, riflettendo le tendenze di buona parte della società umana, è centrata sul mito della velocità, dell'accelerazione e della competizione, come criterio di selezione al quale i bambini vengono educati fin dai primi anni di vita
Dal contatto quotidiano e continuato con la realtà scolastica nasce la riflessione de La pedagogia della lumaca
Siamo nell'epoca del tempo senza attesa. Questo ha delle ripercussioni incredibili nel nostro "modo di vivere". Non abbiamo cioè più il tempo di "attendere", non sappiamo partecipare a un incontro senza essere disturbati dal cellulare, vogliamo "tutto e subito" in tempo reale
Le teorie psicologiche sono concordi nel pensare che una delle differenze fra i bambini e gli adulti stia nel fatto che i bambini vivono secondo il principio di piacere (tutto e subito), mentre gli adulti vivono secondo il principio di realtà (saper fare sacrifici oggi per godere poi domani).  Oggi gli adulti, grazie anche alla società del consumismo esasperato, vivono come i bambini secondo le modalità del "voglio tutto e subito".
È necessario intraprendere un nuovo itinerario educativo. Genitori, insegnanti e tutti coloro che ruotano attorno al mondo della scuola, sono stimolati dalle suggestioni offerte dalla pedagogia della lumaca e possono ricominciare a riflettere sul senso del tempo educativo e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento, per una scuola lenta e nonviolenta.





La pedagogia della lumaca
di Gianfranco Zavalloni




Quando si parla di lentezza, bisogna parlare anche di leggerezza e di fragilità. Questi concetti sovversivi per la nostra società trionfante nel suo materialismo pesante e devastatore, sono la misura di un reale cambiamento antropologico di cui l'umanità ha urgente bisogno.

Rallentare, oggi come oggi, è diventato un imperativo di sopravvivenza. In effetti l'accelerazione esponenziale di questa versione della modernità, basata sulla tecnologia e sul consumo insostenibile di risorse finite, ci sta portando dritto a un punto catastrofico di non ritorno (almeno per gli esseri umani: per tante altre specie viventi, la campana ha già suonato diverso tempo fa)Ci vuole un certo coraggio, certo, a staccare la spina della propria partecipazione alla corsa folle della società capitalista. Ci vuole coraggio a smettere di essere homo economicus, cercando di recuperare o  di scoprire altre dimensioni di questa nostra povera vita umana.

Svariate metafore vengono in mente, quando ci si ferma solo un istante a osservare l'andazzo di un mondo completamente alla deriva (non mi parlate di "miracolo cinese o indiano"!). Una è quella del treno ad alta velocità che ha però due difetti: non ha conducente e non ha freni. Quella dell'orchestra che continua a suonare e la gente a ballare, mentre il Titanic affonda definitivamente. E una terza è la fiaba del "Re nudo". Comunque la si metta, urge un risveglio dal torpore in cui la civiltà occidentale ha indotto l'uomo fino al punto di raggiungere il traguardo euforico della globalizzazione, del mito della crescita economica illimitata.

Ma se nessuno si ribella, se nessuno urla il proprio dissenso, come possono i nostri figli e nipoti rendersi conto del regalo avvelenato che gli abbiamo donato, facendoli nascere in un mondo violento, arrogante, egoista e rapace? Perché mai una bambina o un bambino dovrebbe scegliere di sua spontanea volontà una vita più rispettosa, più giusta, più dolce, se tutto intorno non è che competizione, legge del più forte e del più volgare? Certo, c'è chi si affida ai miracoli, ma l'evidenza va in un'altra direzione. L'evidenza presenta un'umanità prigioniera di un unico scopo nella vita: guadagnare e consumare. Tutto il resto è stato sacrificato sull'altare del vitello d'oro.
Quindi, dare l'esempio. O almeno provare a indicare un'altra strada. Una strada lenta, tranquilla, misteriosa a tratti, confortante ad altri. Parlare di tempi necessariamente liberi dal mito del progresso lineare, della barzelletta che oggi si deve stare meglio di ieri e che il domani dovrà essere ancora più radioso. Sperimentare dal vivo il tornare indietro che è un naturale e salutare riflesso quando ci si accorge di avere imboccato una strada che più sbagliata non si puòInvertire rotta è sempre stata una pietra fondamentale della secolare saggezza marinara (ma chi si ricorda più dei capitani di lungo corso?). Dare le dimissioni da una visione violenta e riduttiva della vita. Dichiarare la propria obiezione di coscienza al massacro permanente che si chiama sviluppo economico.
Non ci sono ricette preconfezionate, per fortuna! Il cammino si farà camminando, come dice Antonio Machado. E come indicato sopra, i compagni di viaggio saranno la lentezza, la leggerezza e la fragilità. L'uomo è più patetico che mai quando pretende di programmare tutto, di controllare tutto, di dominare tutto. Per godere a pieno della vita, serve un grande bagno di umiltà. Noi esseri umani non siamo più importanti di una farfalla, di una spiga di grano, di un sasso levigato dal torrente o di un tramonto sontuoso al largo dell'Isola del Giglio.
Liberarci dall'arroganza di specie sarà una festa! Imparare a porre il piede con la massima attenzione per non sconvolgere più del dovuto la vita invisibile che ci ronza intornoCurare ogni gesto con il massimo della dolcezza, per non recare inutili ferite a chi ci sta vicino. Portare la nostra vulnerabilità a fior di pelle, a fior di cuore, nel palmo della mano. Quella mano che si porge allo sconosciuto. Quelle mani che vogliono accarezzare e non più picchiare, che vogliono abbracciare e non più cacciare via.
Non è più tempo di teorie universali e schiavizzanti. È giunta l'ora del grande disarmo culturale e filosofico. Lasciamoci alte spalle la rincorsa affannosa e infelice a un benessere materiale, e abbracciamo il richiamo della vita che ci circonda e che ci offre gratuitamente la sua infinita ricchezza.  Impariamo ad ascoltarla, a rispettarla, ad accompagnarla, ad esserne travolti.
Ogni tentativo di indicare tale strada è nobile. Come è nobile la lumaca che ci insegna, grazie alle belle pagine di questo libro, che lento è bello!

sabato 28 gennaio 2012

Joshua Foer. L'arte di ricordare tutto. ‎Quanto più riempiamo le nostre vite di memorie, tanto più lentamente il tempo sembra scorrere. La memoria è un esempio per comprendere il fluire del tempo. Più ricordi, più esperienze... e il tempo va più lentamente

Riflessi d'acqua

‎Quanto più riempiamo le nostre vite di memorie, tanto più lentamente il tempo sembra scorrere. La memoria è un esempio per comprendere il fluire del tempoPiù ricordi, più esperienze... e il tempo va più lentamente
Joshua Foer, "L'arte di ricordare tutto"

Shalev Bornstein

Ho letto di persone con handicap mentali ma con uno o più talenti eccezionali e scientificamente inspiegabili, di persone che hanno perso completamente la memoria a lungo termine e vivono solo nel presente, od ancora più semplicemente di persone che hanno elaborato tecniche geniali per consentire a chiunque di memorizzare una quantità impressionante di dati. E poi mi sono ovviamente entusiasmato alla storia di Fondo, di un giornalista che inizia a scrivere un articolo sulle olimpiadi della memoria e poi si trova a vincere i campionati americani di memoria...
*Citazione  Carolina Francocci
*Immagine: Salvador Dalì - "Persistenza della memoria"

venerdì 27 gennaio 2012

William Shakespeare. Il tempo è molto lento per coloro che aspettano. Molto veloce per coloro che hanno paura. Molto lungo per chi si lamenta. Molto breve per quelli che festeggiano. Ma, per tutti quelli che amano, il tempo è eternità

No, Tempo, tu non ti vanterai che io muti!
Le tue piramidi costruite con rinnovata potenza
non sono per me nulla di nuovo, nulla di strano:
soltanto rivestimenti di uno spettacolo già visto.
I nostri giorni sono brevi, e perciò guardiamo stupiti
quello che ci propini di già vecchio,
e lo crediamo nato per il nostro desiderio
invece di pensare d ’averlo già udito raccontare.
William Shakespeare, Sonetto 123, w. 1-8

Il tempo è molto lento per coloro che aspettano.
Molto veloce per coloro che hanno paura.
Molto lungo per chi si lamenta.
Molto breve per quelli che festeggiano.
Ma, per tutti quelli che amano, il tempo è eternità
William Shakespeare, Aforismi

Quando conto l’orologio che racconta il tempo,
e vedo il giorno superbo sprofondato nell’odiosa notte;
quando osservo la viola non più in fiore,
e riccioli neri tutti inargentati di bianco;
quando alberi sublimi vedo nudi di foglie
che già al gregge schermarono la calura,
e il verde dell’estate, stretto in covoni,
portato sul carro con bianca ed ispida barba;
allora sulla tua bellezza mi vado interrogando,
che tra i resti del tempo te ne dovrai andare,
perché dolcezze e bellezze smarriscono se stesse
e muoiono veloci come altre ne vedono crescere veloci;
e niente contro la falce del Tempo può offrire difesa,
se non la prole che lo sfidi, quando ti toglierà di qui.
William Shakespeare. Sonetto n.12

When I do count the clock that tells the time,
And see the brave day sunk in hideous night;
When I behold the violet past prime,
And sable curls, all silvered o'er with white;
When lofty trees I see barren of leaves,
Which erst from heat did canopy the herd,
And summer's green all girded up in sheaves,
Borne on the bier with white and bristly beard,
Then of thy beauty do I question make,
That thou among the wastes of time must go,
Since sweets and beauties do themselves forsake
And die as fast as they see others grow;
And nothing 'gainst Time's scythe can make defence
Save breed, to brave him when he takes thee hence.

 

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