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mercoledì 23 settembre 2015

Lenore Thomoson. Il libro dei tipi psicologici. [...] per riuscire a collaborare con altri tipi la Regola Aurea non serve: se trattiamo gli altri come come vorremmo essere trattati noi, il risultato sarà quasi certamente un disastro. (...) Una volta capito che, nei comportamenti che ci disturbano negli altri, noi cerchiamo il riflesso delle nostre capacità meno sviluppate, possiamo avere una certa panoramica di alcuni tra i problemi piu frequenti della nostra modalità di rapporto. In conclusione, il punto è che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo bisogno di stimoli che provengono da prospettive che normalmente non teniamo in considerazione





I conflitti ci sono, sempre
Tra le persone, tra gruppi, tra stati, tra credi politici e religiosi. E da li tutto parte, dentro di sè.
Il conflitto non è stupido, il conflitto porta in se la difficoltà ad andare oltre a ciò che sappiamo bene e vediamo bene. Il conflitto parla della difficoltà e della paura dell'alterità.

"Dovrebbe essere ormai chiaro che per riuscire a collaborare con altri tipi la Regola Aurea non serve: se trattiamo gli altri come come vorremmo essere trattati noi, il risultato sarà quasi certamente un disastro. (...)
Una volta capito che, nei comportamenti che ci disturbano negli altri, noi cerchiamo il riflesso delle nostre capacità meno sviluppate, possiamo avere una certa panoramica di alcuni tra i problemi piu frequenti della nostra modalità di rapporto. In conclusione, il punto è che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo bisogno di stimoli che provengono da prospettive che normalmente non teniamo in considerazione
Lenore Thomoson, Il libro dei tipi psicologici, p. 111, 112, 


Homo Sapiens - La grande storia della diversità umana


martedì 22 settembre 2015

Daniele Novara. Litigare Bene. Il litigio è un'occasione per apprendere nuove competenze e garantire al gruppo una maggior coesione, una maggior capacità integrativa. All’educatore spetta il compito di cercare di restituire il problema ai bambini, piuttosto che sottrarlo..


"Il litigio è un'occasione per apprendere nuove competenze e garantire al gruppo una maggior coesione, una maggior capacità integrativa. All’educatore spetta il compito di cercare di restituire il problema ai bambini, piuttosto che sottrarlo.." 
Daniele Novara, pedagogista ideatore del metodo "Litigare bene", tra i relatori del Convegno
La Qualità dell'integrazione scolastica e sociale
13-14-15 novembre 2015


Edizioni Centro Studi Erickson


giovedì 18 settembre 2014

William Garrison. Contraddizioni dell'ideologia della Non Violenza. Il caso dell'abolizionista statunitense William Garrison. Sono un non-resistente, un credente nell'inviolabilità della vita umana in ogni circostanza. E dunque, in nome di Dio, io disarmo John Brown e ogni schiavo del Sud. Ma non mi fermo qui; se lo facessi sarei un mostro. Io disarmo altresì, in nome di Dio, ogni proprietario di schiavi e ogni tiranno nel mondo [...] Sono un non-resistente e non solo desidero ma ho lavorato incessantemente per realizzare un'abolizione pacifica della schiavitù, mediante un appello alla ragione e alla coscienza del proprietario di schiavi. E, tuttavia, in quanto uomo di pace e "oltranzista" uomo di pace, sono pronto ad augurare il successo ad ogni insurrezione di schiavi nel Sud e in ogni altro paese schiavistico [...]. Dovunque ci sia una contesa tra oppressi e oppressori ed entrambe le parti siano armate, Dio sa che il mio cuore dev'essere con l'oppresso e sempre contro l'oppressore. Pertanto, una volta che esse siano iniziate, io non posso che augurarmi il successo di tutte le insurrezioni di schiavi. Ringrazio Dio allorchè uomini che credono nel loro diritto e dovere di impugnare armi carnali sono così avanzati da prendere tali armi dal campo del dispotismo per portarle nel campo della libertà. E' un'indicazione di progresso e un segno positivo di crescita morale. E' una via che si innalza verso la sublime piattaforma della non-resistenza; ed è il metodo di Dio per far giungere la sua punizione sulla testa del tiranno. Piuttosto che vedere uomini portare le loro catene con spirito codardo e servile, come uomo di pace preferirei vederli spaccare la testa del tiranno con le loro catene.

CONTRADDIZIONI DELL'IDEOLOGIA DELLA NON-VIOLENZA. 
IL CASO DELL'ABOLIZIONISTA STATUNITENSE WILLIAM GARRISON


William L. Garrison (12 dicembre 1805 – 24 maggio 1879) è conosciuto soprattutto come direttore del giornale abolizionista radicale The Liberator, e come uno dei fondatori dell'American Antislavery Society; promosse l'"immediata emancipazione" degli schiavi negli Stati Uniti. Garrison era anche un'importante voce a favore del suffragio universale e critica nei confronti della diffusa tradizionale ortodossia religiosa che supportava lo schiavismo e si opponeva al suffragio alle donne.
Il suo approccio nei confronti dell'emancipazione poneva l'accento sulla non-violenza e la resistenza passiva, ed attirò un seguito appassionato. Col tempo però si rese conto della contraddizione di portare avanti una lotta non-violenta nel momento in cui due parti in lotta adottano entrambe pratiche violente. [...]

E' celebre un suo discorso proferito dopo che le forze reazionarie degli Stati del Sud ebbero impiccato il militante abolizionista non-violento John Brown nel 1859, in cui arriva alla conclusione che in presenza di un conflitto che vede entrambe le parti in lotta far ricorso alle "armi carnali", si può operare una scelta solo distinguendo tra oppressori e oppressi, augurandosi dunque la vittoria dei secondi. Ecco il discorso:

"Sono un non-resistente, un credente nell'inviolabilità della vita umana in ogni circostanza. E dunque, in nome di Dio, io disarmo John Brown e ogni schiavo del Sud. Ma non mi fermo qui; se lo facessi sarei un mostro. Io disarmo altresì, in nome di Dio, ogni proprietario di schiavi e ogni tiranno nel mondo [...] Sono un non-resistente e non solo desidero ma ho lavorato incessantemente per realizzare un'abolizione pacifica della schiavitù, mediante un appello alla ragione e alla coscienza del proprietario di schiavi. E, tuttavia, in quanto uomo di pace e "oltranzista" uomo di pace, sono pronto ad augurare il successo ad ogni insurrezione di schiavi nel Sud e in ogni altro paese schiavistico [...].

Dovunque ci sia una contesa tra oppressi e oppressori ed entrambe le parti siano armate, Dio sa che il mio cuore dev'essere con l'oppresso e sempre contro l'oppressore. Pertanto, una volta che esse siano iniziate, io non posso che augurarmi il successo di tutte le insurrezioni di schiavi. Ringrazio Dio allorchè uomini che credono nel loro diritto e dovere di impugnare armi carnali sono così avanzati da prendere tali armi dal campo del dispotismo per portarle nel campo della libertà. E' un'indicazione di progresso e un segno positivo di crescita morale. E' una via che si innalza verso la sublime piattaforma della non-resistenza; ed è il metodo di Dio per far giungere la sua punizione sulla testa del tiranno. Piuttosto che vedere uomini portare le loro catene con spirito codardo e servile, come uomo di pace preferirei vederli spaccare la testa del tiranno con le loro catene."

Il testo è interessante perchè testimonia di come anche un noto credente, così appassionato nella fede per la non-violenza, posto di fronte alla situazione storica concreta, abbandoni il rifiuto di principio della violenza, rovesciandolo anzi nella consacrazione teologica, più o meno accentuata, della violenza stessa.

(citazione e commenti rielaborati da D. Losurdo, "La non-violenza. Una storia fuori dal mito", pp. 20-22)



giovedì 12 giugno 2014

Ambiguità viene dal latino ambi (intorno, in giro) + agere (condurre, spingere). Si collega anche al numerale latino ambo (ambedue). Significa: dubbio, incertezza, indecisione, perplessità, doppiezza, equivocità, comportamento subdolo, secondo il dizionario italiano DIR, ed.D'Anna 1988. Nella psicoanalisi il concetto di ambiguità esclude la contraddizione, così il bianco e il nero scivolano l'uno nell'altro senza trovarsi in conflitto.


Ambiguità viene dal latino ambi (intorno, in giro) + agere (condurre, spingere). Si collega anche al numerale latino ambo (ambedue). Significa: dubbio, incertezza, indecisione, perplessità, doppiezza, equivocità, comportamento subdolo, secondo il dizionario italiano DIR, ed.D'Anna 1988.
Nella psicoanalisi il concetto di ambiguità esclude la contraddizione, così il bianco e il nero scivolano l'uno nell'altro senza trovarsi in conflitto.




Il conflitto e la conseguente gestione del conflitto è anche indicatore di ricerca di relazione con l'altra parte. L'ambiguità è intrinsecamente un'intenzione di non-relazione poiché, di fatto, impedisce ogni possibilità di approccio.



La tua affermazione mi sembra troppo drastica però in gran parte la condivido, infatti l'ambiguità non dà appigli, è come trovarsi davanti a una parete scivolosa. Non ricordo in quale testo di psicoanalisi ho letto che saper tollerare una certa dose di ambiguità è segno di salute mentale: bè, forse dipende dalla dose, se è piccola forse posso riuscirci, se è grande credo di no.


sabato 8 marzo 2014

Georgij Arbatov. Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico

In parte per monotonia abitudinaria, in parte per insipienza e immobilità mentale, continuiamo a parlare dell'intrico ucraino come di un tragico ritorno della guerra fredda. Ritorno tragico ma segretamente euforizzante.

Perché la routine è sempre di conforto per chi ha poche idee e conoscenza. Le parole sono le stesse, e così i duelli e comportamenti: come se solo la strada di ieri spiegasse l'oggi, e fornisse soluzioni.

È una strada fuorviante tuttavia: non aiuta a capire, a agire. Cancella la realtà e la storia ucraina e di Crimea, coprendole con un manto di frasi fuori posto. È sbagliato dire che metà dell'Ucraina - quella insorta in piazza a Kiev - vuole "entrare in Europa". Quale Europa? Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale - non denunciato a Occidente - forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è Stepan Bandera, che nel '39 collaborò con Hitler.

È sbagliato chiamare l'Est ucraino regioni secessioniste perché "abitate da filorussi ". Non sono filo- russi ma russi, semplicemente. In Crimea il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino). È mistificante accomunare Nato e Europa: se tanti sognano l'Unione, solo una minoranza aspira alla Nato (una minaccia, per il 40%). Sbagliato è infine il lessico della guerra fredda applicato ai rapporti euro-americani con Mosca, accompagnato dal refrain: è "nostra " vittoria, se Mosca è sconfitta.

Dal presente dramma bellicoso si uscirà con altri linguaggi, altre dicotomie. Con una politica - non ancora tentata - che cessi di identificare i successi democratici con la disfatta della Russia. Che integri quest'ultima senza trattarla come immutabile Stato ostile: con una diplomazia intransigente su punti nodali ma che "rispetti l'onore e la dignità dei singoli Stati, Mosca compresa", come scrive lo studioso russo-americano Andrej Tsygankov.
L'Ucraina è una regione più vitale per Mosca che per l'Occidente, e i suoi abitanti russi vanno rassicurati a ogni costo. È il solo modo per esser severi con Mosca e insieme rispettarla, coinvolgerla.

Siamo lontani dunque dalla guerra fredda. Che era complicata, ma aveva due elementi oggi assenti: una certa prevedibilità, garantita dalla dissuasione atomica; e la natura ideologica (oggi si usa l'orrendo aggettivo
valoriale) di un conflitto tra Est sovietizzato e liberal-democrazie. Grazie allo spauracchio dell'Urss, Europa e Usa formavano un "occidente" senza pecche, qualsiasi cosa facesse. L'Urss era nemico esistenziale: letteralmente, ci faceva esistere come blocco di idee oltre che di armi.

Questo schema è saltato, finita l'Urss, e l'Est è entrato nell'Unione. Mentre l'Urss crollava un alto dirigente sovietico, Georgij Arbatov, disse: "Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico". Non aveva torto, se ancora viviamo quel lutto come orfani riottosi. Ma non è più l'antagonismo ideologico a spingerci. La Russia aspira a Riconquiste come la Nato e Washington. Fa guerre espansive in Cecenia mentre gli Usa, passivamente seguiti dall'Europa, fanno guerre illegali cominciando dall'Iraq e proseguendo con le uccisioni mirate tramite i droni. "Oggi la Russia di Putin e "l'Occidente" condividono un'identica visione basata sulla ricerca di profitto e di potere: in tutto tranne su un punto, e cioè a chi debbano andare profitto e potere", scrive Marco D'Eramo su Pagina 99 (25-2-14).

Questo significa che non la guerra fredda torna, ma il vecchio equilibrio tra potenze (balance of power) che regnava in Europa fino al '45: i Grandi Giochi dell'800, in Asia centrale o Balcani. Qui è la perversione odierna, obnubilata. Washington ha giocato per anni con l'idea di spostare la Nato a Est, fino ai confini russi. Più per mantenere in piedi l'ostilità del Cremlino che per aiutare davvero nazioni divenute indipendenti. L'Europa avrebbe potuto essere primo attore, perso il "nemico esistenziale". Non lo è diventata. È un corpo con tante piccole teste, alcune delle quali (Germania per prima) curano propri interessi economico-strategici da soli. Lo scandalo è che nel continente c'è ancora una pax americana opposta alla russa. Una pax europea neppure è pensata.

Eppure una pax simile potrebbe esistere. L'unità europea fu inventata proprio in risposta all'equilibrio delle potenze, per una pace che non fosse una tregua ma un ordine nuovo. L'ombrello Usa ha protetto un pezzo del continente, consentendogli di edificare l'Unione, ma ha viziato gli europei, abituandoli all'indolenza passiva, all'inattività irresponsabile, al mutismo. Finite le guerre fratricide, l'Europa occidentale s'è occupata di economia, pensando che pace-guerra non fosse più di attualità. Lo è invece, atrocemente.

Priva di visioni su una pace attiva, l'Europa cade in errori successivi fin dai tempi dell'allargamento. Allargamento che non definì la pax europea: i paesi dell'Est si liberarono, senza apprendere la libertà. Il poeta russo Brodsky lo disse subito: "La verità è che un uomo liberato non diventa per questo un uomo libero. La liberazione è solo un mezzo per raggiungere la libertà, non è un sinonimo della libertà (...) Se vogliamo svolgere il ruolo di uomini liberi, dobbiamo esser capaci di accettare o almeno imitare il comportamento di una persona libera che conosce lo scacco: una persona libera che fallisce non getta la pietra su nessuno". L'Est si liberò dalle alleanze con Mosca, ma quel che ritrovò, troppo spesso, fu il nazionalismo di prima.

Non a caso molti a Est si misero a difendere la sovranità degli Stati, senza esser contestati. E la "liberazione" criticata da Brodsky risvegliò ataviche passioni mono-etniche, intolleranti del diverso. Si aggravò lo status dei Rom: ridivenuti apolidi. Si riaccesero nazionalismi irredentisti, come nell'Ungheria di Orbán. Nata contro le degenerazioni nazionaliste, L'Europa ammutolì.

Kiev corre gli stessi rischi, proprio perché manca una pax europea che superi le sovranità statali assolute, e la loro fatale propensione bellicosa. Se tanti sono euro- fili ignorando la filosofia dell'Unione, è perché anche l'Unione l'ignora. Bussola resta l'America: lo Stato che meno d'ogni altro riconosce autorità sopra la propria. Oppure il nazionalismo russo. Tra Russia e Usa il rapporto è antagonistico, ma a parole. Nei fatti è un rapporto di rivalità mimetica, di somiglianza inconfessata.

L'Ucraina è una nazione dalle molte etnie, con una storia terribile. Storia di russificazioni forzate, che in Crimea risalgono al '700: ma oggi i russi che sono lì vanno protetti. Storia di deportazioni in massa di tatari dalla Crimea, che pagarono la collaborazione col nazismo e tornarono negli anni '90. Storia di una carestia orchestrata da Stalin, e di patti con Hitler su cui non è iniziata alcuna autocritica (il collaborazionista Bandera è un mito, per le destre estreme che hanno pesato nei recenti tumulti). Uno dei più nefasti fallimenti della rivoluzione a Kiev è stata la decisione di abolire la tutela della lingua russa a Est: cosa che ha attizzato paure e risentimenti antichissimi dei cittadini russi, timorosi di trasformarsi in paria inascoltati dal mondo.

Tutte queste etnie convivevano, quando in Europa c'erano gli imperi. Pogrom e Shoah son figli dei nazionalismi. Oggi regnano due potenze dal comportamento imperialista (Usa, Russia), che però non sono imperi multietnici ma nazioni- Stato distruttivi come in passato. Se l'Europa non trova in sé la vocazione di essere impero senza imperialismo, via d'uscita non c'è. Se non trova il coraggio di dire che mai considererà "filo- europei" neonazisti che si gloriano di un passato russofobo che combatté i liberatori dell'Urss, le guerre nel continente son destinate a ripetersi. Le tante chiese ucraine lo hanno capito meglio degli Stati.

di Barbara Spinelli



http://temi.repubblica.it/micromega-online/ritorno-allottocento/

mercoledì 26 febbraio 2014

Costarica. Da quando abbiamo deciso di abolire l'Esercito, siamo diventati il paese più sicuro In Centro America. È difficile da comprendere, ma ci slamo liberati dai colpi di Stato e dalle guerre civili perché non avendo esercito risolviamo tutte le questioni per via pacifica. Abolire l'esercito ci permette di Investire i soldi previsti per la difesa per la salute e per l'educazione.

La presidentessa della Costarica Laura Chichilla Miranda

Da quando abbiamo deciso di abolire l'Esercito, siamo diventati il paese più sicuro In Centro America.
È difficile da comprendere, ma ci slamo liberati dai colpi di Stato e dalle guerre civili perché non avendo esercito risolviamo tutte le questioni per via pacifica.
Abolire l'esercito ci permette di Investire i soldi previsti per la difesa per la salute e per l'educazione.




venerdì 14 febbraio 2014

Castaneda. Don Juan parla di Tonal e Nagual. Il Tonal, per sommi capi, è tutto il conosciuto, ed il Nagual tutto ciò di cui non possiamo dir nulla. Il primo è come un'isola, come una tavola apparecchiata con tutte le cose dentro, è il mondo. Il secondo è tutto ciò che sta intorno all'isola, alla tavola apparecchiata. "Ma allora il Nagual è l'Essere Supremo, Dio?" chiede Carlos. "No. Anche Dio sta sulla tavola. Diciamo che Dio è la tovaglia" risponde don Juan, per il quale Dio è ogni cosa di cui si può pensare. L'uomo alla nascita è totalmente Nagual, poi per vivere in questo mondo sviluppa una parte Tonal che col passare del tempo diviene il padrone, ed ogni qualvolta il Nagual si affaccia, il Tonal con astuzia rappresenta le due parti con due elementi del Tonal: corpo e anima. Gli uomini sono esseri luminosi, bolle di luce, dice don Juan. Per concludere questo saggio riportiamo quanto scrive Carlos alla fine de L'isola del Tonal (pag. 373), a parlare è sempre don Juan: "Questo è il paradosso degli esseri luminosi. Il Tonal di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescrivibile ignoto che è pieno di ordine; il Nagual di ciascuno di noi è soltanto il riflesso di quell'indescrivibile vuoto che contiene ogni cosa" .

Il Don Juan di Castaneda.

Nel suo ormai classico libro Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi (ed. Mediterranee), Mircea Eliade, nell'introduzione, dopo avere sottolineato come per uno psicologo o uno psichiatra uno sciamano presenti caratteristiche tipiche di psicopatologie a carattere isterico o epilettico, dice chiaro e tondo che "l'assimilazione dello sciamanismo ad una qualsiasi malattia mentale… sembra inaccettabile" (pag. 8 op. cit.). 

Nel capitolo Sciamanismo e psicopatologia, dopo avere riportato il parere di alcuni studiosi che credono esserci forti legami fra malattie mentali e sciamanismo, ribadisce quanto detto nell'introduzione dicendoci che "gli sciamani in apparenza tanto simili agli epilettici e agli isterici danno prova di una costituzione nervosa più che normale: essi riescono a concentrarsi con una intensità sconosciuta ai profani; resistono ai massimi sforzi; controllano i loro movimenti estatici, e così via" (Id. pag. 48).

D'altro lato, in Psicopatologia generale di Karl Jaspers, numerose testimonianze di schizofrenici invitano a non  escludere la possibilità che molti pseudo guru e pseudo mistici possano essere malati mentali. Per smascherarli basta un poco di buon senso ed una acuta osservazione del loro comportamento. Non basta leggerne gli scritti: il contatto personale è fondamentale. Tuttavia, quando da alcuni scritti straripa buon senso e moderazione, possiamo star certi di trovarci davanti a persone cosiddette "normali". Ci rendiamo anche conto che la normalità e la patologia a volte sono divise da una parete sottilissima, tuttavia, non avendo ancora conosciuto la mente umana al cento per cento, essendo tanti i misteri che circondano l'uomo e la sua vera essenza, è meglio essere cauti, e quando si scrive la parola "anormale" o "malato" è consigliabile concedere il beneficio del dubbio.

Abbiamo iniziato con le suddette citazioni per una ragione semplicissima: 
il Don Juan di Castaneda, dal nostro punto di vista, è sia uno sciamano, cioè un uomo di potere, sia un maestro di spiritualità in senso lato.  Egli è un uomo di profonda conoscenza, e per tutto quello che dice e fa, possiamo porlo nella categoria degli anti-psichiatri
mentre tutti gli studiosi della psiche cercano con ogni mezzo di preservare la maschera egoica di ogni loro paziente, Don Juan cerca con ogni mezzo di frantumare tale maschera, per condurre i suoi discepoli alla conoscenza della loro vera identità.

Inquadrare don Juan nelle categorie della Etnologia, non è facile. 
Furio Jesi, nella sua introduzione a L'Isola del tonal di Castaneda, tenta di farlo, ma pur scomodando grandi pernsatori ("Ci si trova di fronte a uno stregone indio che parla come un discepolo di Heidegger… o come un imitatore di Kierkegaard … come un seguace di Dilthey…") non ci riesce. Né, a nostro parere, riesce ad inquadrare il lungo apprendistato di Carlos Castaneda ("Viene spontaneo pensare che Castaneda sia andato in cerca soltanto di quello che aveva già trovato… la propria asocialità tendenziale, il proprio tendenziale gusto del potere personale"). Non si possono liquidare i libri di Castaneda riducendo don Juan ad un briccone bugiardo e Carlos ad un assetato di potere personale. Al di là del fatto letterario non indifferente, al di là del folklore e del romanzo, c'è ben altro. Noi, attraverso una attenta lettura dei testi di don Carlos, tenteremo di conoscere don Juan, cercando di andare oltre la bricconeria e l'eventuale bugia. Cercheremo di capire se fra le pagine di Castaneda sono state nascoste perle di saggezza.

A scuola dallo stregone - una via yaqui alla conoscenza (ed. Astrolabio) è il primo libro di Carlos Castaneda. L'autore, narra di come nell'estate del 1960, quando ancora era studente di Antropologia, si imbatte in don Juan ed inizia con lui un lungo apprendistato. Fin dalle prime battute ci troviamo di fronte ad un uomo estremamente pratico: allorché Carlos gli manifesta il desiderio di voler imparare tutto quello che può, il "vecchio indiano dai capelli bianchi" (è così che lo qualifica per la prima volta) gli fa subito notare che, sì, "la conoscenza è potere" ma che "il potere si basa sul tipo di conoscenza che si ha" aggiungendo: "che senso c'è nel sapere cose inutili?"(pag. 18 op. cit.). 
Queste parole, apparentemente banali, contengono già il senso, la direzione, la traiettoria degli insegnamenti di don Juan: la via della conoscenza comporta la direzione della volontà verso un unico punto, e pertanto tutte le energie devono essere impiegate per la vera conoscenza. Conoscere non è sapere quanto più cose si può, ma sperimentare le cose essenziali della via della conoscenza e la conoscenza stessa
In Deuteronomio VI, 5 è detto: "Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze", e questo è un principio generale della ricerca: chi si lascia distrarre dalle sirene, perde la sua battaglia. Non per nulla don Juan dice a Castaneda che "un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto, e con assoluta sicurezza. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in qualsiasi altro modo è un errore, e chiunque lo fa vivrà per rimpiangere i suoi passi" (Op. cit. pag. 42). Da queste ultime parole possiamo capire come  don Juan, ad una via mistica, preferisca una via attiva, eroica: la via del guerriero. Ma come vedremo, tale via non è certo molto diversa dalla più sicura e lenta via mistica, perché vincere se stessi, combattere i propri vizi, sconfiggere il proprio ego è punto di partenza di entrambe le vie. Ed in fin dei conti chiunque vinca se stesso è un eroe, a prescindere dalla via impiegata. Né possiamo pensare che don Juan seguisse la via direttissima, quella che comporta l'uso di sostanze corrosive (droghe, sesso ecc.). Perché, come afferma lo stesso Carlos, la vita di gruppo che conducono i discepoli di don Juan (i toltechi) è molto casta e mira alla completa disintegrazione dell'ego, puntando alla vera essenza dell'uomo. Ed anche perché lo stesso don Juan afferma che l'uso di piante allucinogene non è necessario per acquisire potere e conoscenza, e che a Carlos le ha fatte provare per via della sua cocciutaggine. Né possiamo imputare agli scritti di Castaneda la marea di drogati che li hanno fraintesi: non hanno saputo cogliere il nocciolo degli insegnamenti toltechi.

Come sappiamo tutti, la collera è uno dei problemi di più difficile gestione dell'uomo
Andiamo su di giri per un nonnulla. A questo proposito don Juan afferma che "si va in collera con le persone quando si pensa che i loro atti siano importanti" (pag. 59 op. cit.). Il tutto è ovviamente legato alla stima che ognuno ha di sé, ovvero alla stima di ciò che crede sia la sua vera natura: 
la maschera! A questo proposito, Carlos Castaneda, nel libricino Interviste a Carlos Castaneda - ed. Eretica-stampa alternativa, ci spiega come lui ed un'altra discepola di don Juan andassero in giro per la nazione a lavorare in incognito come persone di fatica presso locali pubblici notoriamente gestiti da cosiddetti piccoli tiranni, cioè gente estramamente prepotente, offensiva, arrogante, grazie ai quali è possibile sbriciolare il proprio ego. Se non è ascetismo questo!

Ma torniamo alla conoscenza. Perché diventi di conoscenza un uomo deve "sfidare e sconfiggere" i suoi quattro nemici naturali: Paura, lucidità, potere e vecchiaia. Quando un uomo si mette sulla via della conoscenza scoprirà che presto i suoi pensieri entreranno in conflitto: quello che impara non corrisponde a quello che immaginava dovesse imparare, ed ecco che nasce la paura e con essa la fuga dai problemi. Per vincere la paura deve sfidarla senza fuggire. Ecco, però, che nel momento in cui vince la paura, compare il secondo nemico: la lucidità. Egli comincia a sentirsi sicuro di sé, sceglie cosa desiderare e come soddisfare tali desideri
Si sente una specie di superman e non dubita più di se stesso. Ciò lo porta ad agire sconsideratamente, e gli dà la convinzione di essere arrivato. Solo nel momento in cui capirà che la lucidità non è la meta, l'avrà vinta. A questo punto il suo desiderio sarà la regola, ed il terzo nemico gli si presenta davanti: il potere. Diventa padrone, crudele e capriccioso: non è più in grado di controllarsi. Se capirà questo avrà vinto il potere, che sarà tenuto sotto controllo. Ecco però che arriva l'ultimo dei nemici: la vecchiaia. Nasce un irresistibile desideerio di riposare. Se si adagia nella stanchezza avrà perso la battaglia. Quindi bisogna affrontare il proprio destino e non fermarsi mai.

Ma il cammino è fatto sia di andare che di strade, e "una strada è solo una strada" dice don Juan a Carlos, ma prima di imboccarne una, aggiunge, bisogna porsi una domanda fondamentale: "questa strada ha un cuore?"  (Id. pag. 87). Bisogna guardare la strada attentamente, metterla alla prova tutte le volte che si vuole. Se la strada ha un cuore, essa è buona, se non ce l'ha, non serve a niente. La strada che ha un cuore procura un viaggio lieto, l'altra "ti farà maledire la tua vita". 
Inoltre un sentiero che ha un cuore è facile e "amarlo non ti costa fatica" (id. pag. 131).

Nel secondo libro di Carlos, Una realtà separata, don Juan ci informa che "ogni uomo è in contatto con tutte le altre cose… attraverso un fascio di lunghe fibre che spuntano dal centro dell'addome". Quest' affermazione apparentemente stramba, costituisce un attacco mortale all'ego ed un implicito invito al rispetto di tutte le cose. L'ego, la più grande bestemmia verso il noi, si illude di essere staccato da ogni altra cosa, e secondo la strategia dell' avere, del possedere, cerca di ingrassarsi fino alla com-prensione di tutte le cose. Ma come ogni palloncino, quando si esagera con la gonfiatura, prima o dopo esplode
L'altro importante aspetto è che, se la teoria di don Juan è vera, anche quando l'ignoranza (intesa come mancanza della vera conoscenza) di una persona fa trascurare l'aspetto illusorio dell'ego, invita comunque al rispetto di ogni cosa ed alla pacificazione col resto del mondo. Se un uomo comprende di essere solo un semplice atomo di un corpo infinito o quanto meno grandissimo, comincerà sicuramente ad avere, prima maggiore considerazione per tutto il suo prossimo, poi per tutto il remoto, ed infine minore considerazione di sé, un ridimensionamento automatico del proprio ego, e tutto anche in assenza di ricerca. Il mondo diventa un enorme teatro dove ci si può divertire, a condizione che si comprenda che tutto ciò che vi accade è follia. Sapendo di essere folli, si può condurre un'esistenza di follia controllata. Insomma, si diventa consapevoli del proprio vero stato di folli. In Una realtà separata (ed. Astrolabio) Carlos fa dire al suo istruttore: "Dobbiamo sapere da prima che i nostri atti sono inutili e tuttavia dobbiamo procedere come se non lo sapessimo. Questa è la follia controllata di uno stregone" (opera appena citata pag. 68). Ma l'immancabile obiezione di Castaneda scatta puntuale: se si agisce sempre con follia controllata, ogni singolo nostro atto diventa falso, insincero. La risposta di don Juan arriva subitanea: "I miei atti sono sinceri, ma sono solo gli atti di un attore". Ma se per voi non conta più nulla, come potete continuare a vivere? Gli chiede Carlos. "Continuo a vivere perché ho la mia volontà.  Ho temprato la mia volontà durante  tutta la vita fino a farla diventare pulita e integra, e ora non mi importa che nulla importi. La mia volontà controlla la follia della mia vita".

Quello di attore è un concetto molto importante se accoppiato a quello di volontà. In sostanza don Juan ha un centro, un nucleo "perfetto" attorno a cui regola tutta la rappresentazione della sua vita. Agire da attore vuol dire recitare di volta in volta, e nel modo migliore possibile, la parte che la vita richiede di rappresentare. Stiamo lavorando sempre su quell'effimero centro di gravità che vorrebbe essere l'ego: spostando l'attenzione sulla volontà la recita annulla ogni gratificazione dell'ego, riducendo questi ad un personaggio inconsistente, ad un fantoccio, ad un bluff.

Piano piano ci stiamo avvicinando al nucleo della conoscenza di don Juan
l'uomo non si riduce ad un ego inconsistente, né al solo corpo-mente, esso in essenza è qualcos'altro.

L'importanza che diamo alle cose e a noi stessi deriva dal fatto - secondo don Juan - che guardiamo le cose nel modo in cui le pensiamo. Ma nel momento in cui riusciamo a vedere, le cose cambiano: non è più possibile pensare le cose che guardiamo. Allora tutto diventa senza importanza e si rimane solo in compagnia della propria follia. Quindi la scoperta della propria follia è una sorta di conseguimento, dopo avere imparato a vedere. In sostanza, don Juan non solo rifiuta di essere etichettato come nichilista da Carlos, ma afferma pure che l'uomo che vede sceglie la parte da recitare solo dopo avere appurato che quella parte (quella via) ha un cuore. Quindi la recita nel migliore dei modi dirigendo la sua attenzione su le cose buone. Un uomo di conoscenza, semplicemente sa che nessuna cosa ha più importanza dell'altra, che tutti gli uomini non vanno da nessuna parte. E' il suo vedere che gli fa capire tutto questo, quindi sceglie un atto da compiere ed agisce come se quell'atto contasse qualcosa, cioè con quella controllata follia che è molto simile al vedere. Insomma, un uomo di conoscenza non pensa, vive agendo.

Quello del vedere è un punto su cui don Juan insiste parecchio. Il mondo come lo si vede comunemente non è come il mondo visto da un uomo di conoscenza. Questo è "un mondo fugace che si muove e cambia". La fisica moderna ha molto studiato le particelle elementari ed ha confermato la dinamicità del mondo, delle cose e dell'uomo. A questo proposito, rileggere le antologie divulgative di F. Capra non farebbe male. Ma torniamo al discorso. In un mondo simile la volontà acquista un'importanza capitale. Ma la volontà dello stregone è "una forza che viene dall'interno e che si attacca al mondo esterno" (Id. pag. 130). Quanto al vedere, esso permette di vivere in un mondo sempre fresco, nuovo, incredibile ed impensabile perché mai accaduto prima.

Un'altra cosa importante su cui don Juan si sofferma è la sospensione del discorso interiore. Parlando a noi stessi non facciamo altro che mantenere il mondo così come lo abbiamo pensato. Smettendo di parlare a noi stessi invece, noi riaccendiamo il mondo, gli ridiamo vita.

Per il guerriero di don Juan le battaglie sono tante, anzi, non finiscono mai.   
Una di queste è la "riduzione dei desideri": 
"E' il volere che ci rende infelici.  Eppure, se imparassimo a ridurre a nulla i nostri desideri, la più piccola cosa che otterremmo sarebbe un vero regalo" (Id. pag. 125). 
Ancora una volta si combatte contro l'ego, perché solo la persona, la maschera è convinta di avere continuità nel tempo. L'apparato egoico crea traiettorie temporali inesistenti: 
al fine di alimentare l'illusione della propria esistenza e continuità, ecco quindi che con l'immaginazione crea un futuro che lo vede protagonista e cerca in tutti i modi di realizzarlo. E siccome l'immaginazione così usata è una serva fedele di Maya, riesce a creare l'illusione, la magia: un futuro pensato diventa un futuro incarnato in un falso presente. Sì, falso, perché quello vero, spontaneo, fresco, libero da zavorre, da possesso, da maschere, viene perso irrimediabilmente. Il desiderio crea una fuga in avanti che da un lato ingrassa il personaggio e dall'altro mortifica l'attore. E' il personaggio che desidera, non l'attore, che rimane sempre ben consapevole delle sue illimitate possibilità di calarsi in tutti i personaggi immaginabili. Ma a questo punto sorge spontanea la domanda: chi è l'attore? Esso è l'uomo totale, l'uomo di conoscenza, il tolteco, come lo chiama don Juan. Tolteco è chi è impeccabile e senza macchia, chi conosce il suo doppio, chi conosce l'arte del sognare, chi sa vedere, chi conosce la vera essenza dell'uomo: l'uovo di luce che lo avvolge, chi conosce la sua parte destra e la sua parte sinistra
il Tonal e il Nagual, chi riesce a trasformare la consapevolezza in fuoco dal profondo, chi conosce le emanazioni dell' aquila, ecc.  A volte, per il suo pittoresco vocabolario don Juan ci ricorda Paracelso, il medico alchimista che si prendeva gioco dei dotti ignoranti medici del suo tempo, riuscendo a guarire grazie ad una saggezza profonda e strana. Quello stesso Paracelso a cui Carl Gustav Jung ha dedicato alcuni saggi nella sua opera. Don Juan sembra possedere davvero la saggezza di cui parla, e secondo noi ha regalato a Carlos Castaneda alcune perle di essa. Un mondo fatto di campi di energia anziché di oggetti, ci stuzzica… Questo breve saggio non consente certo di fare uno studio approfondito di tutto quanto ha detto don Juan, pertanto rimandiamo l'interessato alle opere di Castaneda se volesse saperne di più. Qui ci limitiamo all'essenziale.

Un'altra delle cose essenziali è per esempio l'interruzione della storia personale. Don Juan insiste tanto su questo punto. Bisogna diventare imprevedibili e non una cosa scontata, perché le persone, coi loro pensieri, creano legami con chi è scontato. Per tradurlo in termini psicanalitici, esse proiettano le loro aspettative sulla persona di cui conoscono le reazioni e i pensieri, e così facendo rafforzano i comportamenti dell' altro. Questo va a braccetto con l'invito a non creare abitudini (in questo caso è la stessa persona che rafforza i suoi comportamenti automatici) e quello a diventare inaccessibili (nel qual caso il guerriero-cacciatore deve sfiorare il mondo, lievemente, lasciando appena un segno).

 La consapevolezza, su cui don Juan si sofferma spesso non va esercitata solo nello stato di veglia, ma anche in quello di sonno: occorre diventare consapevoli di star sognando. "Una volta che ha imparato a sognare il doppio, l'io arriva al suo bivio fatale, e viene il momento in cui ci si rende conto che è il doppio che sogna l'io" (L'isola del Tonal - Bur - pag. 124). Noi siamo solo un sogno sognato dal nostro doppio. Una simile teoria (esposta da don Juan con la sicurezza tipica di chi sa quel che dice) ci potrebbe far capire perché mai negli onirodrammi (rappresentazioni "teatrali" di sogni) avviene che gli "attori - provocatori" riescano a toccare corde note solo al sognatore
la rappresentazione diventa "sogno reale" perché guidata dal doppio di tutti i partecipanti. 
E' ovvio che la parte di "attori-provocatori" spetta solo a persone di estrema sensibilità che hanno lavorato su se stesse, che hanno da tempo smascherato il proprio ego e che intuiscono di essere non solo corpo-mente.

Ma il pensiero di don Juan va oltre i confini della "stregoneria", dello sciamanismo, della "magia". 
Esso diventa anche filosofico. Ciò accade quando il maestro di Carlos parla di Tonal e Nagual
Il Tonal, per sommi capi, è tutto il conosciuto, ed il Nagual tutto ciò di cui non possiamo dir nulla
Il primo è come un'isola, come una tavola apparecchiata con tutte le cose dentro, è il mondo
Il secondo è tutto ciò che sta intorno all'isola, alla tavola apparecchiata
"Ma allora il Nagual è l'Essere Supremo, Dio?" chiede Carlos. 
"No. Anche Dio sta sulla tavola. Diciamo che Dio è la tovaglia" risponde don Juan, per il quale Dio è ogni cosa di cui si può pensare. L'uomo alla nascita è totalmente Nagual, poi per vivere in questo mondo sviluppa una parte Tonal che col passare del tempo diviene il padrone, ed ogni qualvolta il Nagual si affaccia, il Tonal con astuzia rappresenta le due parti con due elementi del Tonal: corpo e anima.

Riportiamo solamente questa concezione, senza approfondirla, perché i limiti di questo breve saggio non ce lo consentono. Certo è un concetto stimolante, che il lettore può ampliare per proprio conto.

Gli uomini sono esseri luminosi, bolle di luce, dice don Juan. Per concludere questo saggio riportiamo quanto scrive Carlos alla fine de L'isola del Tonal (pag. 373), a parlare è sempre don Juan: "Questo è il paradosso degli esseri luminosi. Il Tonal di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescrivibile ignoto che è pieno di ordine; il Nagual  di ciascuno di noi è soltanto il riflesso di quell'indescrivibile vuoto che contiene ogni cosa" . 

Grazie, Natale Missale.


Testi di Castaneda consultati:

-          A scuola dallo stregone

-          Una realtà separata

-          Viaggio a Ixitlan

-         L'isola del Tonal

-         Il secondo anello del potere

-         Il dono dell'aquila

-         Il fuoco dal profondo

-          Il potere del silenzio

-         L'arte di sognare.


Altri autori


-    Victor Sanchez - Gli insegnamenti di don Carlos - Punto d'incontro

-    Interviste a Carlos Castaneda - Stampa alternativa

-    Mircea Eliade -Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi - Mediterranee.

http://www.taozen.it/saggi/donjuan.htm




nella prospettiva dell'evoluzione, gli ostacoli e tutte le situazioni di sofferenza sono veri regali, perché ci regalano occasioni incredibili. E' una cosa su cui mi sono sentito 'vibrare' qualche giorno fa, non mi ricordo se leggendo una cosa di Aurobindo o di Aivanhov.

domenica 18 agosto 2013

mercoledì 26 giugno 2013

Conosci te stesso (γνώθι σαυτόν) e Nulla di troppo (μηδὲν ἄγαν). "Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l'universo e gli Dei”.

Apollo strizzò gli occhi alla luce del sole e con calma, con i muscoli tesi, flesse il suo arco. 
Scagliò le frecce una dopo l'altra fino a quando fu versato il sangue di Pitone e la vita di questi svanì nell’aria. Il drago Pitone, il fedele custode del terreno sacro a Gea, aveva sorvegliato la collina per centinaia di anni fino all’incontro con Apollo. Il dio nonostante la sua natura serena, o forse proprio grazie a questa, trionfò nell’epico scontro e, con la sua vittoria, conseguì il diritto di eleggere come suo santuario i dolci pendii di Delfi


Conosci te stesso (γνώθι σαυτόν) e Nulla di troppo (μηδν γαν).
"Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l'universo e gli Dei”.

Non desiderare mai nulla di troppo
Pittaco

Ti avverto, chiunque tu sia.
Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura,
se non riuscirai a trovare dentro te stesso
ciò che cerchi
non potrai trovarlo nemmeno fuori.
Se ignori le meraviglie della tua casa,
come pretendi di trovare altre meraviglie?
In te si trova occulto
il Tesoro degli Dei.
Oh! Uomo conosci te stesso e
Conoscerai l’Universo e gli Dei.
Oracolo di Delfi


Dì un po’: com’è che tu misuri il cosmo e i limiti della terra,
tu che porti un piccolo corpo formato da poca terra?
Misura prima te stesso e conosci te stesso,
e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo,
come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?
Antologia Palatina, XI 349


“Perciò è detto che se conosci gli altri e te stesso, non sarai in pericolo anche in centinaia di battaglie; se non conosci gli altri ma conosci te stesso, ne vincerai una e perderai l’altra; se non conosci gli altri né te stesso, ogni battaglia ti sarà letale”.
Sun Tzu, L'arte della guerra 


Se abbiamo abbattuto le loro statue, se li abbiamo scacciati dai loro templi, non per questo gli Dei sono morti.
Constantinos Kavafis







Sull'Oracolo di Delfi e tutto ciò che vi ruota intorno si può leggere, con tutta la sua originalità, l'articolo "Conosci te stesso" di Rene' Guenon pubblicato in Il demiurgo e altri saggi per la casa editrice Adelphi.




Apollo del Belvedere. 
Copia romana di un originale in bronzo del IV sec. a.C. 
(Musei Vaticani)






sabato 24 novembre 2012

Sacco e Vanzetti. Diritto e Lotta di Classe. Questa sentenza sarà l'espressione dell'esistenza di due classi, la classe degli oppressi e la classe dei ricchi, e che tra l'una e l'altra ci sarà sempre conflitto.

Compresi che l'eguaglianza di fatto, nelle necessità umane, di diritti e di doveri, è l'unica base morale su cui può reggere l'umano consorzio. Strappai il mio pane con l'onesto sudore di mia fronte; non ho una goccia di sangue sulle mie mani, né sulla mia coscienza.
Ora? A trentatre anni, sono candidato alla galera e alla morte.




Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, pugliese il primo e piemontese il secondo emigrarono negli Stati Uniti nel 1908. Vissero e lavorarono nel Massachusetts facendo i mestieri più disparati come consuetudine in quegli anni per gli immigrati, (alla fine Sacco calzolaio e Vanzetti pescivendolo), professando le loro idee socialiste di colore anarchico e pacifista. Nell’aprile del 1920 in un clima permeato da pregiudizi e da ostilità verso gli stranieri, furono accusati di essere gli autori di una rapina ad una fabbrica di calzature in cui rimasero vittime un cassiere e una guardia armata.
Il processo istituito contro di loro non giunse mai alla certezza di provare accusatorie sicure, ma fu fortemente condizionato dall’ansia di placare un opinione pubblica furiosa e avvelenata dalla violenza, a cui bisognava dare dei colpevoli e dal pretesto fornito dall’evento per la scalata al successo personale del giudice THAYER e del pubblico ministero KATZMANN.
Di certo Sacco e Vanzetti pagarono per le loro idee anarchiche, idealiste e pacifiste (al momento dell’intervento americano del conflitto del 15-18 si rifugiarono in Messico per non essere arruolati) e per il fatto di far parte di una minoranza etnica disprezzata ed osteggiata come quella italiana. Non da meno pesarono le azioni violente e terroristiche dell’altra ala del pensiero anarchica dei primi anni del secolo (ad es. Gaetano Cresci e Giovanni Passanante) e non ultime alcune contraddizioni della linea difensiva. DOPO CIRCA UN ANNO DI PROCESSO IL 14 LUGLIO 1921 FURONO CONDANNATI ALLA SEDIA ELETTRICA.
SACCO E VANZETTI RIBADIRONO FINO ALL’ULTIMO LA LORO INNOCENZA, MA NONOSTANTE NEL 1925 UN PREGIUDICATO, TAL CELESTINO MADEIROS SI ACCUSASSE DI AVER PARTECIPATO ALLA RAPINA ASSIEME AD ALTRI COMPLICI; SCAGIONANDO COMPLETAMENTE I DUE ITALIANI e nonostante appelli e manifestazioni di solidarietà e di richiesta di assoluzione da parte dell’opinione pubblica mondiale, LA NOTTE DEL 23 AGOSTO 1927 SACCO E VANZETTI FURONO GIUSTIZIATI SULLA SEDIA ELETTRICA.
Nel 1977 dopo che il caso era stato più volte riaperto, il governatore del Massachusetts, Michael s. Dukakis, riabilitò le figure di Sacco e Vanzetti, scrivendo nel documento che proclama per il 23 AGOSTO DI OGNI ANNO IL S.&V. MEMORIAL DAY che “il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi, l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre idiritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.
A noi di tutta la vicenda (che per la durata della prigionia e i contorni della fine assume quasi caratteri martirologici) preme far rilevare l’ESTREMA COERENZA E CONVINZIONE NEI VALORI PROFESSATI DA SACCO E VANZETTI, MAI RINNEGATI FINO ALLA FINE E NON ULTIMO IL FORTE LEGAME DI AMICIZIA CHE LI TENNE UNITI E SPIRITUALMENTE VICINI PER TUTTA LA LORO ESISTENZA, anche nel momento in cui salirono sulla sedia elettrica, con un coraggio, uno stoicismo ed una umanità su cui tutti dovremmo riflettere e confrontarci. Perché in ogni caso la vera memoria ha un futuro dentro ognuno di noi.
la memoria è il nostro futuro e quello dei nostri figli....



IL DISCORSO DI BARTOLOMEO VANZETTI
Il 23 agosto 1927 gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono uccisi sulla sedia elettrica per “omicidio” nel penitenziario di Charlestown, presso Dedham. Uccisi non perchè realmente colpevoli, ma perchè anarchici e italiani.

Prima di essere ucciso, Bartolomeo Vanzetti fece un discorso davanti al giudice Thayer, di cui riportiamo ampi stralci:

“Quel che ho da dire è che sono innocente, non soltanto del delitto di Braintree, ma anche di quello di Bridgewater. Che non soltanto sono innocente di questi due delitti, ma che in tutta la mia vita non ho mai rubato né ucciso né versato una goccia di sangue. Questo è ciò che voglio dire. E non è tutto. Non soltanto sono innocente di questi due delitti, non soltanto in tutta la mia vita non ho rubato né ucciso né versato una goccia di sangue, ma ho combattuto anzi tutta la vita, da quando ho avuto l’età della ragione, per eliminare il delitto dalla terra.
Queste due braccia sanno molto bene che non avevo bisogno di andare in mezzo alla strada a uccidere un uomo, per avere del denaro. Sono in grado di vivere, con le mie due braccia, e di vivere bene. Anzi, potrei vivere anche senza lavorare, senza mettere il mio braccio al servizio degli altri. Ho avuto molte possibilità di rendermi indipendente e di vivere una vita che di solito si pensa sia migliore che non guadagnarsi il pane col sudore della fronte.
Mio padre in Italia è in buone condizioni economiche. Potevo tornare in Italia ed egli mi avrebbe sempre accolto con gioia, a braccia aperte. Anche se fossi tornato senza un centesimo in tasca, mio padre avrebbe potuto occuparmi nella sua proprietà, non a faticare ma a commerciare, o a sovraintendere alla terra che possiede. Egli mi ha scritto molte lettere in questo senso, ed altre mene hanno scritte i parenti, lettere che sono in grado di produrre.
Certo, potrebbe essere una vanteria. Mio padre e i miei parenti potrebbero vantarsi e dire cose che possono anche non essere credute. Si può anche pensare che essi sono poveri in canna, quando io affermo che avevano i mezzi per darmi una posizione qualora mi fossi deciso a fermarmi, a farmi una famiglia, a cominciare una esistenza tranquilla. Certo. Ma c’è gente che in questo stesso tribunale poteva testimoniare che ciò che io ho detto e ciò che mio padre e i miei parenti mi hanno scritto non è una menzogna, che realmente essi hanno la possibilità di darmi una posizione quando io lo desideri.
Vorrei giungere perciò ad un’altra conclusione, ed è questa: non soltanto non è stata provata la mia partecipazione alla rapina di Bridgewater, non soltanto non è stata provata la mia partecipazione alla rapina ed agli omicidi di Braintree né è stato provato che io abbia mai rubato né ucciso né versato una goccia di sangue in tutta la mia vita; non soltanto ho lottato strenuamente contro ogni delitto, ma ho rifiutato io stesso i beni e le glorie della vita, i vantaggi di una buona posizione, perché considero ingiusto lo sfruttamento dell’uomo. Ho rifiutato di mettermi negli affari perché comprendo che essi sono una speculazione ai danni degli altri: non credo che questo sia giusto e perciò mi rifiuto di farlo.
Vorrei dire, dunque, che non soltanto sono innocente di tutte le accuse che mi sono state mosse, non soltanto non ho mai commesso un delitto nella mia vita — degli errori forse, ma non dei delitti — non soltanto ho combattuto tutta la vita per eliminare i delitti, i crimini che la legge ufficiale e la morale ufficiale condannano, ma anche il delitto che la morale ufficiale e la legge ufficiale ammettono e santificano: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per cui io sono qui imputato, se c’è una ragione per cui potete condannarmi in pochi minuti, ebbene, la ragione è questa e nessun’altra.
[…] Eugenio Debs diceva che nemmeno un cane — qualcosa di paragonabile a noi — nemmeno un cane che ammazza i polli poteva essere giudicato colpevole da una giuria americana con le prove che sono state prodotte contro di noi. Io dico che nemmeno a un cane rognoso la Corte Suprema del Massachusetts avrebbe respinto due volte l’appello — nemmeno a un cane rognoso.
Si è concesso un nuovo processo a Madeiros perché il giudice o aveva dimenticato o aveva omesso di ricordare alla giuria che l’imputato deve essere considerato innocente fino al momento in cui la sua colpevolezza non è provata in tribunale, o qualcosa del genere. Eppure, quell’uomo ha confessato. Quell’uomo era processato e ha confessato, ma la Corte gli concede un altro processo.
Noi abbiamo dimostrato che non poteva esistere un altro giudice sulla faccia della terra più ingiusto e crudele di quanto lei, giudice Thayer, sia stato con noi. Lo abbiamo dimostrato. Eppure ci si rifiuta ancora un nuovo processo. Noi sappiamo che lei nel profondo del suo cuore riconosce di esserci stato contro fin dall’inizio, prima ancora di vederci. Prima ancora di vederci lei sapeva che eravamo dei radicali, dei cani rognosi. Sappiamo che lei si è rivelato ostile e ha parlato di noi esprimendo il suo disprezzo con tutti i suoi amici, in treno, al Club dell’Università di Boston, al Club del Golf di Worcester, nel Massachusetts. Sono sicuro che se coloro che sanno tutto ciò che lei ha detto contro di noi avessero il coraggio civile di venire a testimoniare, forse Vostro Onore — e mi dispiace dirlo perché lei è un vecchio e anche mio padre è un vecchio come lei — forse Vostro Onore siederebbe accanto a noi, e questa volta con piena giustizia.
[…] Il mio primo avvocato era un complice di mister Katzmann, e lo è ancora. Il mio primo avvocato difensore, mister Vahey, non mi ha difeso: mi ha venduto per trenta monete d’oro come Giuda vendette Gesú Cristo. Se quell’uomo non è arrivato a dire a lei o a mister Katzmann che mi sapeva colpevole, ciò è avvenuto soltanto perché sapeva che ero innocente. Quell’uomo ha fatto tutto ciò che indirettamente poteva danneggiarmi. Ha fatto alla giuria un lungo discorso intorno a ciò che non aveva alcuna importanza, e sui nodi essenziali del processo è passato sopra con poche parole o in assoluto silenzio. Tutto questo era premeditato, per dare alla giuria la sensazione che il mio difensore non aveva niente di valido da dire, non aveva niente di valido da addurre a mia difesa, e perciò si aggirava nelle parole di vacui discorsi che non significavano nulla e lasciava passare i punti essenziali o in silenzio o con una assai debole resistenza.
Siamo stati processati in un periodo che è già passato alla storia. Intendo, con questo, un tempo dominato dall’isterismo, dal risentimento e dall’odio contro il popolo delle nostre origini, contro gli stranieri, contro i radicali, e mi sembra — anzi, sono sicuro — che tanto lei che mister Katzmann abbiate fatto tutto ciò che era in vostro potere per eccitare le passioni dei giurati, i pregiudizi dei giurati contro di noi.
[…] Ma la giuria ci aveva odiati fin dal primo momento perché eravamo contro la guerra. La giuria non si rendeva conto che c’è della differenza tra un uomo che è contro la guerra perché ritiene che la guerra sia ingiusta, perché non odia alcun popolo, perché è un cosmopolita, e un uomo invece che è contro la guerra perché è in favore dei nemici, e che perciò si comporta da spia, e commette dei reati nel paese in cui vive allo scopo di favorire i paesi nemici. Noi non siamo uomini di questo genere. Katzmann lo sa molto bene. Katzmann sa che siamo contro la guerra perché non crediamo negli scopi per cui si proclama che la guerra va fatta. Noi crediamo che la guerra sia ingiusta e ne siamo sempre più convinti dopo dieci anni che scontiamo — giorno per giorno — le conseguenze e i risultati dell’ultimo conflitto. Noi siamo più convinti di prima che la guerra sia ingiusta, e siamo contro di essa ancor più di prima. Io sarei contento di essere condannato al patibolo, se potessi dire all’umanità: «State in guardia. Tutto ciò che vi hanno detto, tutto ciò che vi hanno promesso era una menzogna, era un’illusione, era un inganno, era una frode, era un delitto. Vi hanno promesso la libertà. Dov’è la libertà?
Vi hanno promesso la prosperità. Dov’è la prosperità? Dal giorno in cui sono entrato a Charlestown, sfortunatamente la popolazione del carcere è raddoppiata di numero. Dov’è l’elevazione morale che la guerra avrebbe dato al mondo? Dov’è il progresso spirituale che avremmo raggiunto in seguito alla guerra? Dov’è la sicurezza di vita, la sicurezza delle cose che possediamo per le nostre necessità?
Dov’è il rispetto per la vita umana? Dove sono il rispetto e l’ammirazione per la dignità e la bontà della natura umana? Mai come oggi, prima della guerra, si sono avuti tanti delitti, tanta corruzione, tanta degenerazione.
Se ricordo bene, durante il processo, Katzmann ha affermato davanti alla giuria che un certo Coacci ha portato in Italia il denaro che, secondo la teoria della pubblica accusa, io e Sacco avremmo rubato a Braintree. Non abbiamo mai rubato quel denaro. Ma Katzmann, quando ha fatto questa affermazione davanti alla giuria, sapeva bene che non era vero. Sappiamo già che quell’uomo è stato deportato in Italia, dopo il nostro arresto, dalla polizia federale. Io ricordo bene che il poliziotto federale che lo accompagnava aveva preso i suoi bauli, prima della traduzione, e li aveva esaminati a fondo senza trovarvi una sola moneta.
Ora, io dico che è un assassinio sostenere davanti alla giuria che un amico o un compagno o un congiunto o un conoscente dell’imputato o dell’indiziato ha portato il denaro in Italia, quando si sa che non è vero. Io non posso definire questo gesto altro che un assassinio, un assassinio a sangue freddo.
[…] perché Katzmann sapeva che metà della popolazione di Plymouth sarebbe stata disposta a venire in tribunale per dire che in sette anni vissuti in quella città non ero mai stato visto ubriaco, che ero conosciuto come il piú forte e costante lavoratore della comunità. Mi definivano «il mulo», e coloro che conoscevano meglio le condizioni di mio padre e la mia situazione di scapolo si meravigliavano e mi dicevano: «Ma perché lei lavora come un pazzo, se non ha né figli né moglie di cui preoccuparsi?».
[…] Ma nel frattempo egli [Katzmann] disse alla giuria che io ero già stato processato in precedenza. È con questi metodi scorretti che egli ha distrutto la mia vita e mi ha rovinato.
[…] eppure io sono convinto che aveva già deciso: fin dal momento in cui il processo era finito, lei [giudice Thayer] aveva già in cuore la risoluzione di respingere tutti gli appelli che le avremmo rivolti. Lei aspettò un mese o un mese e mezzo, giusto per render nota la sua decisione alla vigilia di Natale, proprio la sera di Natale. Noi non crediamo nella favola della notte di Natale, né dal punto di vista storico né da quello religioso. Lei sa bene che parecchie persone del nostro popolo ci credono ancora, ma se noi non ci crediamo ciò non significa che non siamo umani. Noi siamo uomini, e il Natale è dolce al cuore di ogni uomo. Io penso che lei abbia reso nota la sua decisione la sera di Natale per avvelenare il cuore delle nostre famiglie e dei nostri cari. Mi dispiace dir questo, ma ogni cosa detta da parte sua ha confermato il mio sospetto fino a che il sospetto è diventato certezza.
[…] Ciò che desidero dire è questo: il compito della difesa è stato terribile. Il mio primo avvocato non aveva voluto difenderci. Non aveva raccolto testimonianze né prove a nostro favore. I verbali del tribunale di Plymouth erano una pietà. Mi è stato detto che piú di metà erano stati smarriti. Cosicché la difesa aveva un tremendo lavoro da fare, per raccogliere prove e testimonianze, per apprendere quel che i testimoni dello Stato avevano sostenuto e controbatterli. E considerando tutto questo, si può affermare che se anche la difesa avesse preso doppio tempo dello Stato, ritardando cosí il caso, ciò sarebbe stato piú che ragionevole. Invece, purtroppo, la difesa ha preso meno tempo dello Stato.
Ho già detto che non soltanto non sono colpevole di questi due delitti, ma non ho mai commesso un delitto in vita mia non ho mai rubato, non ho mai ucciso, non ho mai versato una goccia di sangue, e ho lottato contro il delitto, ho lottato sacrificando anche me stesso per eliminare i delitti che la legge e la chiesa ammettono e santificano.
Questo è ciò che volevo dire. Non augurerei a un cane o a un serpente, alla piú miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di piú per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora.
Ho finito. Grazie.”




Ennio Morricone, "The Ballad Of Sacco And Vanzetti", Warsaw



(C) Mendicare la vita per un tozzo di pane è violenza. La miseria, la fame alla quale sono costretti milioni di uomini è violenza. Il denaro è violenza, la guerra… E persino la paura di morire che abbiamo tutti ogni giorno, a pensarci bene, è violenza.
...
Citazione tratta dal film " Sacco e Vanzetti" “
------------------------------------------------
Beg his life for a loaf of bread is violence. The misery, starvation to which they are forced millions of men's violence. The money is violence, war ... And even the fear of dying that we all have every day, to think of it, is violence.
Quote from the movie "Sacco and Vanzetti" "

Ennio Morricone - Concert in Warsaw. "The Ballad Of Sacco And Vanzetti" - sings Dulce Pontes

http://youtu.be/J7mtmkoZG2Y



grandissima colonna sonora di un grandissimo film, Nicola and Bart rest forever here in our hearts...




in questo brano si sente la disperazione di due innocenti



un brano vocalmente difficilissimo esibito prodigiosamente GRANDE DULCE PONTES.






Sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso. Sto soffrendo e pagando perchè sono italiano... e io SONO italiano! Sto soffrendo e pagando perchè sono anarchico... E MI SUN ANARCHIC!




Vanzetti's own words, as set down by Woody Guthrie in his famous "Vanzetti's Letter" are worth a listen. Woody's and my versions can be found on youtube




Diritto e Lotta di Classe.
Questa sentenza sarà l'espressione dell'esistenza di due classi, la classe degli oppressi e la classe dei ricchi, e che tra l'una e l'altra ci sarà sempre conflitto. Noi fraternizziamo con la gente, per mezzo dei libri, della letteratura. Voi perseguitate la gente, l'opprimete e l'uccidete. Noi cerchiamo sempre e soltanto di istruire il popolo. Voi cercate di mettere una divisione fra noi e qualche altra nazione, con l'odio. Io sono qui, oggi, su questo banco, per questo motivo, per essere stato della classe oppressa. Ebbene, voi rappresentate l'oppressore.
Nicola (Ferdinando) Sacco in una fase del processo a Sacco e Vanzetti

http://youtu.be/HNKPUuxaLRE






Ennio Morricone/joan baez - The ballad of Sacco and Vanzetti part 2
(Lyrics by Joan Baez, Music by Ennio Morricone) 

Sì Padre, son carcerato
Non aver paura di parlare del mio reato
Il crimine è non amare i dimenticati
Solo il silenzio è vergogna.

Ed ora ti dirò cosa hanno contro di noi
Un'arte che è stata viva per secoli
Percorri gli anni e troverai cosa ha imbrattato tutta la storia.
Contro di noi è la legge con la sua immensa forza e potere
Contro di noi è la legge!
La Polizia sa come fare di un uomo un colpevole od un innocente
Contro di noi è il potere della Polizia!
Le menzogne senza vergogna dette da alcuni uomini
saranno sempre ripagate in denari.
Contro di noi è il potere del denaro
Contro di noi è l'odio razziale ed il semplice fatto
Che siamo poveri.

Con me ho il mio amore, la mia innocenza, i lavoratori ed i poveri
Per tutto questo sono integro, forte e pieno di speranze.
Ribellione, rivoluzione non han bisogno di dollari,
Ma di immaginazione, sofferenza, luce ed amore e rispetto
Per ogni essere umano.
Non rubare mai, non uccidere mai,
sei parte della forza e della vita
La Rivoluzione si tramanda da uomo ad uomo e da cuore a cuore
E percepisco quando guardo le stelle che siamo figli della vita
La morte è poca cosa!

Father, yes, I am a prisoner
Fear not to relay my crime
The crime is loving the forsaken
Only silence is shame

And now I'll tell you what's against us 
An art that's lived for centuries 
Go through the years and you will find 
What's blackened all of history 
Against us is the law 
With its immensity of strength and power 
Against us is the law! 
Police know how to make a man 
A guilty or an innocent 
Against us is the power of police! 
The shameless lies that men have told 
Will ever more be paid in gold 
Against us is the power of the gold! 
Against us is racial hatred 
And the simple fact that we are poor 

My father dear, I am a prisoner 
Don't be ashamed to tell my crime 
The crime of love and brotherhood 
And only silence is shame 

With me I have my love, my innocence, 
The workers, and the poor 
For all of this I'm safe and strong 
And hope is mine 
Rebellion, revolution don't need dollars 
They need this instead 
Imagination, suffering, light and love 
And care for every human being 
You never steal, you never kill 
You are a part of hope and life 
The revolution goes from man to man 
And heart to heart 
And I sense when I look at the stars 
That we are children of life 
Death is small



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