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domenica 22 marzo 2015

John Cage. Se dopo solo due minuti ti sei già annoiato di fare una cosa, prova a farla per quattro. Se è ancora noiosa, allora otto. Poi sedici. Poi trentadue. Alla fine scoprirai che non è noiosa per niente

Se dopo solo due minuti ti sei già annoiato di fare una cosa, prova a farla per quattro.
Se è ancora noiosa, allora otto. Poi sedici. Poi trentadue.
Alla fine scoprirai che non è noiosa per niente
John Cage




assolutamente d'accordo. 
Provare per credere. Ogni musicista lo sa



Mi resi conto che non esiste una reale e oggettiva separazione tra suono e silenzio, ma soltanto tra l'intenzione di ascoltare e quella di non farlo.
John Milton Cage (1912 – 1992)


Ora non ho più bisogno di un pianoforte: 
ho la 6th Avenue con tutti i suoi suoni.
John Milton Cage (1912 – 1992)



John Cage: il silenzio non esiste
Ripercorriamo uno dei concetti cardine dell’opera di John Cage:
l’uso del silenzio, importante quanto le note.
Ma a pensarci bene, veramente silenzio non è mai.
In qualsiasi situazione, persino dentro a una camera anecoica, si può udire qualcosa…
Scritto da Paolo Tarsi | domenica, 28 dicembre 2014

Il 18 maggio 1973, in Texas, dal palcoscenico di un liceo di Dallas, uno studente proclamò: 
Solo per iniziare a capire la musica di John Cage, è necessario esaminare alcune delle sue idee e  filosofie più importanti, a prescindere dal fatto che le si condivida o no. Prima di tutto, c’è il suo uso del silenzio. Per Cage, il silenzio è una parte integrante di un brano musicale, che ha la stessa importanza delle note suonate. Fra l’altro, vorrei ricordarvi che il silenzio totale non esiste se non in un vuoto pneumatico: ovunque vi siano persone o qualsiasi forma di vita vi sarà qualche tipo di suono
Nei suoi lavori, dunque, Cage non usa mai il silenzio assoluto, ma semmai le varietà di suono generate dalla natura o dal traffico, che normalmente passano inosservate e non vengono considerate musica…” 
(da Il silenzio non esiste, di Kyle Gann). 

Perché secondo John Cage i rumori “sono utili alla nuova musica quanto le cosiddette note musicali, per il semplice motivo che sono suoni”, come scrive in Silenzio, il suo libro cult pubblicato nel 1961. E ancora: “la musica è in primo luogo nel mondo che ci circonda, in una macchina per scrivere, o nel battito del cuore, e soprattutto nei silenzi. Dovunque ci troviamo, quello che sentiamo è sempre rumore. Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina”.

Il più delle volte però, a differenza dello studente texano, i frequentatori abituali delle sale da concerto si ritrovarono letteralmente a gambe all’aria di fronte a novità di tale portata, alle quali assistevano del tutto inermi, così come i rappresentanti delle più assopite gerarchie musicali. Cambiamenti così significativi scompaginarono profondamente il mondo musicale contemporaneo, con trasformazioni tali da delineare un vero e proprio spartiacque nella storia della musica, stabilendo un prima e un dopo 4’33’’.

Come spiega il compositore e musicologo Kyle Gann – critico per vent’anni del Village Voice – nel suo libro Il silenzio non esiste (Isbn Edizioni): 
“indirettamente, 4’33’’ guidò gli sviluppi che generarono un nuovo stile più semplice e accessibile, il minimalismo. Come locus di ermeneutica storica, 4’33’’ può essere considerato la conseguenza dell’esaurimento della tradizione classica ipertrofica che lo aveva preceduto, uno sgomberare il terreno che permise a una nuova era musicale di ripartire da zero”. 

Tutto questo accadeva in un momento in cui, per i compositori americani, il percorso verso un’autenticità nazionale era tutt’altro che delineato, i modelli formali erano ancora quelli ereditati dall’Europa, e mancava una chiara traccia sonora americana da cui attingere.

E a proposito delle funzioni del silenzio durante un concerto pubblico, Giancarlo Cardini osserva come “se le sperimentiamo invece da soli, per esempio in casa ascoltando su disco, supponiamo 4’33’’ o un qualunque altro pezzo di Cage molto ‘silenzioso’ (per esempio Waiting), o di altri autori, la percezione che se ne ha appare diversa. L’esperienza domestica del silenzio ‘ascoltato’ in un disco si risolve, almeno per me, in grandissima noia, mentre quella vissuta nei luoghi deputati alla musica sprigiona una grande tensione” (da Oltre il Silenzio. La musica dopo John Cage, a cura di Michele Porzio, Auditorium Edizioni).

Mario Brunello nel suo Silenzio (Bologna, Il Mulino, 2014) fa notare invece come 
“da una composizione musicale quale 4’33’’ e dalla sua esecuzione ci si aspetta una rappresentazione sonora di un pensiero e di una forma. Ci si trova invece davanti a un’azione che non si compie attraverso i consueti canoni, ma che mette in attesa, sospende un significato conosciuto, quello sonoro, per rivelare un silenzio sconosciuto. Un’assenza di suono-rumore quasi totale, che dapprima lascia spazio a uno smarrimento comune, a un silenzio immobile, per poi stemperarsi e lasciare che le reazioni più disperate prendano coraggio. Uno spazio in cui il silenzio, ovvero l’accettazione dei suoni esistenti, diventa musica e a cui solo l’orologio e il tempo prescritto dal compositore mettono fine”.

Il brano, di cui furono realizzate tre versioni piuttosto differenti, veniva presentato per la prima volta il 29 agosto 1952 a Woodstock, New York, ‘eseguito’ da David Tudor. 

La partitura originale usata nel 1952 per la première del lavoro andò perduta, così il pianista la ricostruì per ben due volte intorno al 1989 in base ai suoi ricordi, producendone due versioni leggermente diverse.

Fu grazie agli esperimenti fatti all’interno della camera anecoica se Cage arrivò a proclamare che il silenzio non esiste: “dopo essere andato a Boston mi recai in una camera anecoica dell’università di Harvard. Tutti quelli che mi conoscono sanno questa storia.  La ripeto continuamente. 
Comunque, in quella stanza silenziosa udii due suoni, uno alto e uno basso
Così domandai al tecnico di servizio perché, se la stanza era tanto a prova di suono, avevo udito due suoni

Me li descriva’, disse. Io lo feci. Egli rispose: ‘Il suono alto era il suo sistema nervoso in funzione, quello basso il suo sangue in circolazione’”. 

Cage così concluse: “Dunque, non esiste una cosa chiamata silenzio. Accade sempre qualcosa che produce suono”.
Paolo Tarsi

http://www.artribune.com/2014/12/john-cage-il-silenzio-non-esiste/



Funghi e Zen: casualità e complessità nella musica di John Cage
Di Paolo Grassi pubblicato il 24/10/2015 alle 09:01 [...]

Inquadrare il personaggio non è operazione scontata. Definirlo un compositore statunitense è senz’altro riduttivo. Il suo lavoro ebbe infatti importanti ripercussioni non solo in ambito musicale, ma anche nello sviluppo di altre forme artistiche, come la pittura, la danza e il teatro.

Sarà in seguito a un viaggio in Europa, compiuto da giovane con l’idea di diventare scrittore, che Cage inizierà a interessarsi alla pittura e alla musica contemporanea. Tornato poi in America ed entrato in contatto con Schönberg, ne diventerà suo allievo. Dedicherà la sua ricerca all’utilizzo di rumori e percussioni fino ad approdare a un metodo di composizione casuale e all’utilizzo innovativo del silenzio in musica.

Due le grandi passioni che, più o meno direttamente, lo influenzeranno nel suo lavoro: 
i funghi e il Buddhismo Zen
Cage fu micologo, tanto non solo da fondare con degli amici la New York Mycological Society, ma addirittura da partecipare nel 1959 a Lascia o Raddoppia? in veste di esperto sul tema. 

Riguardo all’influenza dei funghi sulla sua vita, egli arriverà perfino a dire: 
«I funghi mi hanno permesso di capire Suzuki [suo maestro Zen] […]
 Più li si conosce e meno ci si sente sicuri sulla loro identità: 
ciascuno è se stesso… i funghi danno scacco matto ai nostri tentativi di classificazione e di indagine».
[1] J. Cage, Per gli uccelli, conversazioni con Daniel Charles, Testo e Immagine, Torino 1999, pp. 204-205.

Cage, appunto, abbraccia i principi dello Zen e li applica alla propria ricerca artistica. 
Come lo Zen porta all’accettazione della non organizzazione, così la musica per Cage deve portare all’accettazione dei suoni in quanto tali
È necessario cioè lasciare che i suoni semplicemente “siano”, scaturiscano da sé.

Di John Cage, più che la micologia, è nota la passione per la musica "concreta", quella che dal passaggio di un treno o da un volo di campane trae una sinfonia. Per la rubrica Rumori Quotidiani John Cage ha messo su un complesso formato da un pianoforte, due radio, un frullatore, un innaffiatoio, un fischio, un gong, un bollitore 
(dal Radiocorriere-Tv n°7, 15-21 febbraio 1959). Fonte: Johncage.it

L’estetica di Cage non corrisponde tuttavia a quella Zen, che si basa su un lavoro minuzioso dell’autore sulla sua opera d’arte. Cage, al contrario, ne ricava un’interpretazione personale. 
La sua è musica-processo, gioco senza scopo composto da suoni casuali – come in natura – opposta a una musica-oggetto, in cui il materiale sonoro è sottomesso alla volontà dei compositori

Imitando attraverso la musica l’operare della natura il mondo si apre all’individuo, che può a quel punto compenetrarlo. La musica assolve perciò a una funzione pedagogica, preoccupandosi del rapporto tra soggetto e suo contesto.

Per Cage la musica, al pari del ready-made del suo amico intimo Marcel Duchamp, è qualcosa a disposizione: è questione di riconoscerla e assemblarla. Ma come compiere quest’assemblaggio? 
È così che Cage arriva all’elaborazione di un metodo di composizione attraverso la casualità, la composizione indeterminata, che sfocerà nell’opera Music of Changes (1951), inspirata dalla lettura del libro cinese I Ching, il libro dei mutamenti. Il metodo consiste nell’utilizzo dell’I Ching come una sorta di calcolatore, creando in tal modo una compenetrazione e una non-ostruzione di suoni.

Se la responsabilità dell’artista è imitare la natura nel suo modo di agire, la composizione indeterminata attua questo principio. L’arte non deve proporsi di trasformare il mondo, già di per sé in continuo cambiamento e divenire. Essa deve piuttosto tentare di evitare facili riduzionismi per avvicinarci al reale in quanto processo, per restituirci la sua complessità.

Come ben noto, il caso tornerà ripetutamente nell’opera di Cage, a livello non più solo di composizione, ma anche di interpretazione. Qui si inserisce la ricerca di Cage sul silenzio. Muovendo da un utilizzo espressivo del silenzio, Cage approda successivamente a una più radicale conclusione, ossia l’impossibilità dello stesso. 

Fondamentale da questo punto di vista la sua esperienza all’interno di una camera anecoica
È  in quello spazio che Cage comprende come il silenzio sia sempre impossessato da qualcos’altro: 
un colpo di tosse, uno scricchiolio, un rumore di sottofondo, un evento casuale. 
Il silenzio è in sé suono e adoperarlo significa far ricorso al caso. 
Il procedere del silenzio coincide con il ritrarsi del compositore-creatore: 
«Lo scopo della musica è acquietare la mente, rendendola così suscettibile alle influenze divine»,
[2] J. Cage, An Autobiographical Statement, in “Southwest Review”, 1991.

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L’interprete diventa compositore, il pubblico interprete, il compositore un ascoltatore di suoni a lui preesistenti. Tutto ciò si concretizza in una delle opere più famose di Cage: 4’33’’ (1952), quattro minuti e trentatré secondi di assoluto silenzio, a questo punto solo erroneamente definibile come tale.

Tuttavia, per Cage dare importanza al caso non significa assolutizzarlo. 
Come si è costretti ad agire su determinati aspetti della vita, così in musica ogni cosa non può essere abbandonata completamente alla casualità. Un metodo di composizione, seppur indeterminato, è ancora presente.

L’estetica musicale di Cage avrà importanti ripercussioni anche sulla sua attività come insegnante. 
Cage elabora e mette in pratica alcuni principi pedagogici basati sul caso
L’insegnamento pone Cage di fronte a una grossa contraddizione: 
come conciliare i principi Zen di rinuncia speculativa con un concetto di educazione occidentale basato, al contrario, sulla delineazione di scopi e obiettivi precisi
Egli non risolve questo dilemma svuotando la sua educazione di qualsiasi contenuto e nemmeno mettendo in atto degli interventi totalmente caotici. Piuttosto fa propri alcuni principi pedagogici moderni, rielaborandoli personalmente, riuscendo così nel compito di avvicinare istanze apparentemente distanti. 

Cage cerca innanzitutto di comprendere le potenzialità e le capacità di ogni suo singolo studente, ponendosi egli stesso all’interno di quel processo, come semplice allievo

All’Università di California Cage tiene un corso che non tratta nessun particolare argomento. Costituisce gruppi di lavoro secondo operazioni casuali, favorendo la messa in circolo di informazioni. Tutto ciò si rispecchia altresì nella visione di Cage relativa alla struttura universitaria. Abbracciando le tesi dell’intellettuale Richard Buckminster Fuller, auspica la costituzione di atenei come spazi liberi, senza pareti, nei quali poter disporre delle più svariate attività. Lo studente dovrebbe essere dotato della massima libertà di scelta e avere la possibilità di non smettere mai di studiare. In un simile contesto il carattere di apertura e l’arte dell’ascolto diventano essenziali.

La ricerca di Cage influenzerà altri campi artistici, primi fra tutti il teatro. 
Nel 1952 egli organizza uno “spettacolo” interdisciplinare con forti elementi d’improvvisazione presso il Black Mountain College nei pressi di Ashville, in Carolina del Nord. Musica, danza, teatro, cinema si mescolano in una performance innovativa e indeterminata. 

Come ogni suono esprime un possibile centro del mondo, così all’interno di quel particolare evento ogni linguaggio e ogni soggetto devono poter essere a loro volta centro di ciò che sta loro intorno. 
In fondo lo stesso compositore terrà a precisare che: 
«La musica era già teatro. E il teatro non è che un’altra parola per designare la vita».
[3] J. Cage, Per gli uccelli, conversazioni con Daniel Charles, Testo e Immagine, Torino 1999 , pp. 177.

Seguendo il ragionamento che Marco De Marinis compie nel suo testo Il Nuovo teatro, si può notare come alcuni aspetti della sperimentazione condotta da Cage e i suoi collaboratori, ossia la coesistenza paritaria di diversi linguaggi, la presenza di elementi casuali, la diversa organizzazione dello spazio che vede abolire la classica separazione tra pubblico ed attori, torneranno in tutta la successiva ricerca teatrale del Novecento.
[4] M. De Marinis, Il nuovo teatro 1947-1970, Bompiani, Milano 1987.

Questa continuità è garantita inoltre dagli scambi diretti che vengono ad instaurarsi tra gli artisti coinvolti (tra gli altri: David Tudor, pianista; Merce Cunningham, coreografo e ballerino; Robert Rauschenberg, pittore) e molti di quelli che diventeranno i massimi esponenti dell’avanguardia teatrale sviluppatasi dopo gli anni Cinquanta: primi fra tutti i fondatori del Living Theatre Judith Malina, collaboratrice in più occasioni di Cage e Julian Beck, il quale inizierà la sua carriera artistica come pittore (influenzato da Pollock) e collaborerà in seguito proprio con Merce Cunningham. A sua volta Allan Kaprow, che per primo nel 1959 introduce ufficialmente il termine happening, fu allievo di Cage. Egli, più di ogni altro, svilupperà in diverse direzioni questo tipo di linguaggio.

John Cage è tutto questo, artista poliedrico che ha avuto il principale merito di avvicinare l’ascoltatore/spettatore alla complessità e alla mutevolezza del reale, focalizzando la propria attenzione sull’importanza che il caso riveste nella quotidianità.
http://www.lavoroculturale.org/musica-di-john-cage/






sabato 8 febbraio 2014

Picchio. A forza di battere sullo stesso punto, si crea un nido per delle nuove idee, ma se devi solo rompere qualcosa a prescindere, fa che siano le tante ingiustizie e mai le orchidee!



A forza di battere sullo stesso punto, si crea un nido per delle nuove idee, ma se devi solo rompere qualcosa a prescindere, fa che siano le tante ingiustizie e mai le orchidee!

Elke Colangelo

Specie: Picchio

Ringrazio Fabrizio Adorni per l'identificazione del nome scientifico:
Colaptes auratus, americhe settentrionale e centrale...



sabato 27 ottobre 2012

Jorge Bucay. Déjame que te cuente. Non arrendersi Mai!

Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… Ma dopo il suo numero, e fino a un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato a un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire. Era davvero un bel mistero. Che cosa lo teneva legato, allora? Perché non scappava? Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato. Allora posi la domanda ovvia: «Se è ammaestrato, perché lo incatenano?». Non ricordo di avere ricevuto alcuna risposta coerente. Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto, e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda. Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta: L’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo. Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui. Lo vedevo addormentarsi sfinito, e il giorno dopo provarci di nuovo, e così il giorno dopo e quello dopo ancora… Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino. L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita. E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo. E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più…
Jorge Bucay



LE RANOCCHIE NELLA PANNA.
C'erano una volta due ranocchie che caddero in un recipiente di panna. Immediatamente intuirono che sarebbero annegate: era impossibile nuotare o galleggiare a lungo in quella massa densa come sabbie mobili. All'inizio, le due rane scalciarono nella panna per arrivare al bordo del recipiente però era inutile, riuscivano solamente a sguazzare nello stesso punto e ad affondare. 
Sentivano che era sempre più difficile affiorare in superficie e respirare. Una di loro disse a voce alta:
«Non ce la faccio più. E' impossibile uscire da qui, questa roba non è fatta per nuotarci. Dato che morirò, non vedo il motivo per il quale prolungare questa sofferenza. Non comprendo che senso ha morire sfinita per uno sforzo sterile».
E detto questo, smise di scalciare e annegò con rapidità, venendo letteralmente inghiottita da quel liquido bianco e denso.
L'altra rana, più perseverante o forse più cocciuta, disse fra sé e sé: 
«Non c'è verso! Non si può fare niente per superare questa cosa. Comunque, dato che la morte mi sopraggiunge, preferisco lottare fino al mio ultimo respiro. Non vorrei morire un secondo prima che giunga la mia ora». E continuò a scalciare e a sguazzare sempre nello stesso punto, senza avanzare di un solo centimetro. Per ore ed ore! E ad un tratto... dal tanto scalciare, agitare e scalciare... La panna si trasformò in burro. La rana sorpresa spiccò un salto e pattinando arrivò fino al bordo del recipiente. Da lì, non gli rimaneva altro che tornare a casa gracidando allegramente.
Jorge Bucay, Déjame que te cuente, Ed. RBA



Per me l’amore consiste nella decisione sincera di creare per la persona amata uno spazio di libertà così ampio, ma così ampio, ma così ampio, da darle la possibilità di scegliere cosa fare della sua vita, dei suoi sentimenti e del suo corpo, anche quando la sua decisione non mi piaccia, anche qualora la sua scelta mi escluda.
Jorge Bucay


Ogni volta che vedo qualcosa che mi dà fastidio in un’altra persona, sarebbe bene ricordare che quello che vedo è per lo meno (per lo meno!) anche mio.” 
Jorge Bucay


Tu sei come questo anello: un gioiello unico e prezioso. E come tale puoi essere valutato soltanto da un vero esperto. Perché pretendi che chiunque sia in grado di scoprire il tuo vero valore?
Jorge Bucay



«Maestà» disse l’uomo facendo una riverenza «nel luogo da dove provengo si parla dei tuoi mali e del tuo dolore. Sono venuto qui a portarti il rimedio.» E chinando la testa porse al re un cofanetto di cuoio. Il re, sorpreso e speranzoso, lo aprì e frugò nel cofanetto. Dentro c’era soltanto un anello d’argento. «Grazie» disse il re in preda all’entusiasmo. «È un anello magico?» «Certamente» rispose il viaggiatore «ma non basta portarlo al dito perché la sua magia faccia effetto… Ogni mattina, quando ti alzi, dovrai leggere l’iscrizione incisa sull’anello, e ricordare quelle parole ogni volta che vedrai l’anello al tuo dito.» Il re prese l’anello e lesse ad alta voce: «Devi sapere che anche questo passerà».
Jorge Bucay










 Proprio simpatica...la morale? Non arrendersi mai....




 Mai arrendersi anche contro l'evidenza.


mercoledì 4 aprile 2012

Un uomo aveva 4 figli. Voleva imparassero a non giudicare le cose troppo velocemente. Così li mandò uno alla volta a osservare un albero molto distante da casa. Il più grande andò in inverno, il secondo in primavera, il terzo in in estate, il più giovane in autunno. Quando tutti furono tornati chiese loro cosa avevano visto.

Il Ticchettio del Silenzio


Un uomo aveva 4 figli. Voleva imparassero a non giudicare le cose troppo velocemente.
Così li mandò uno alla volta a osservare un albero molto distante da casa.
Il più grande andò in inverno, il secondo in primavera, il terzo in in estate, il più giovane in autunno.
Quando tutti furono tornati chiese loro cosa avevano visto.
Il grande disse che l'albero era brutto, spoglio e ricurvo.
Il secondo disse che era pieno di gemme e promesse di vita.
Il terzo non era d'accordo; L'albero era pieno di fiori, profumato e bellissimo...era la cosa più bella che avesse mai visto.
Il più piccolo aveva un'opinione ancora diversa...l'albero era carico di frutti e pieno di vita e realizzazione.
L'uomo spiegò ai suoi figli che tutti avevano ragione, infatti avevano osservato solo una stagione della vita dell'albero.
Disse loro di non giudicare un albero o una persona solo in una stagione e che l'essenza di ciò che una persona è la gioia, l'amore, la realizzazione che viene dalla vita possono essere misurate solo alla fine quando tutte le stagioni sono complete.
Se ti arrendi quando è inverno, perderai la speranza che regala la primavera, la bellezza della tua estate, la realizzazione del tuo autunno!!!
Morale:
Non lasciare che il dolore di una stagione distrugga la gioia di ciò che verrà dopo.
Non giudicare la tua vita in una stagione difficile.
Persevera nelle difficoltà, il meglio deve ancora venire!!! 

(dal web)

[...] è bellissima . . Pensa che le Scritture indicano i capelli grigi come sinonimo di saggezza . . . 
Perciò apprezziamo anche l 'autunno nella vita . . Meravigliosa stagione

ogni stagione della vita ha i suoi pregi: la fanciullezza ha l'innocenza negli occhi, la giovinezza ha la curiosità di scoprire, la maturità ha la consapevolezza del proprio essere, e la vecchiaia nasconde la saggezza tra i fili d'argento dei capelli...

giovedì 12 gennaio 2012

Lucrezio. La goccia scava la pietra - Gutta Cavat Lapidem


In realtà, quei tormenti che si attribuiscono al più oscuro inferno, 
sono tutti qui nella vita.
Lucrezio

Nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis
in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus
inter dum, nihilo quae sunt metuenda magis quam
quae pueri in tenebris pavitant.
A volte, come i bambini che hanno timore del buio, 
così noi temiamo, alla luce del giorno, 
cose altrettanto inconsistenti 
di quelle di cui al buio ha paura il bambino.

Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, 3, 87-90.


in questo modo ognuno cerca di sfuggire a se stesso e si odia per questo, 
poiché, malato, non coglie la causa della malattia.
hoc se quisque modo fugit et odit propterea, 
morbi quia causam non tenet ager
Lucrezio, De Rerum Natura (3, vv. 1053-1075)



Come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli
il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt'attorno al bicchiere,
cospargono col dolce e biondo liquore del miele,
perché nell'imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,
non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l'amara
bevanda dell'assenzio e dall'inganno non ricevano danno,
ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore;
così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare
troppo ostica a coloro che non l'hanno coltivata,
e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti
la nostra dottrina col canto delle Pieridi che suona soave,
e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,
per provare se per caso potessi in tal modo tenere
avvinto il tuo animo ai miei versi, finché comprendi tutta
la natura e senti a fondo il vantaggio.
Lucrezio, De Rerum Natura


Dunque ogni cosa visibile non perisce del tutto,
poiché una cosa dall'altra la natura ricrea,
e non lascia che alcuna ne nasca se non dalla morte di un'altra.
Haud igitur penitus pereunt quaecumque videntur,
quando alit ex alio reficit natura nec ullam
rem gigni patitur nisi morte adiuta aliena. 
Lucrezio, De Rerum Natura


Ma del volto d'una persona, d'un bel sembiante, nulla è lecito portarsi dentro il corpo, se non esili simulacri: e li spinge nel vento, spesso, misera attesa. […] Così dentro l'amore Venere illude gli amanti, e non riescono a saziare il corpo guardando quel corpo da presso, nè con le mani possono raschiar via cosa alcuna dalle tenere membra, mentre vagano indeterminati […] Allora bramosamente schiacciano il corpo, mischiano le salive della bocca, respirano premendo coi denti le bocche, inutilmente, perchè nulla da lì potranno raschiare, nè penetrare e sparire, tutto il corpo nel corpo: perchè questo a volte sembrano volere, e lottare. […] E allora si chiedono che mai sia ciò che vogliono ottenere, e non riescono a scoprire un rimedio che vinca quel male: così dunque indecisi si disfanno per cieca ferita.
Lucrezio, De rerum natura, libro quarto, vv.1094-1120, traduzione di Guido Milanese


La tua vita è già come morta, ora che vivi e vedi le cose
Tu che nel sonno sprechi la parte più grande del tempo di vita,
E dormi da sveglio e non smetti di avere sogni,
E hai la testa piena di inutili paure,
Ne tante volte riesci a capire quale sia il tuo male,
Quando come un triste ubriaco sei schiacciato da ogni parte dall'ansia
E cammini a caso,
Ondeggiando alla deriva
Nella tua mente senza certezze.
Lucrezio.


La goccia scava la pietra - Gutta Cavat Lapidem
Lucrezio

Cadendo, la goccia scava la pietra, non per la sua forza, ma per la sua costanza.
Lucrezio



Amore è l'unica cosa nella quale più è grande il possesso,
più il cuore arde d'un desiderio feroce


Lucrezio


se infatti è lontano chi ami, 
ti è accanto l'immagine del suo volto, 
ti aleggia alle orecchie il suo nome soave.
Lucrezio


Tu sola, infatti, puoi giovare con una tranquilla pace ai mortali, poiché Marte potente nelle armi, spesso nel tuo grembo rovescia il capo, vinto da un'eterna ferita d'amore e, alzando gli occhi su di te, col collo rovesciato all'indietro, sazia d'amore lo sguardo fissandoti intensamente, e dalla tua bocca pende il suo respiro.
Lucrezio, De Rerum Natura


Ma, finché è lontano,
ciò che desideriamo ci sembra superare ogni altra cosa:
poi, quando quello ci è dato,
aneliamo ad altro ancora,
e un’eguale sete di vita perennemente ci affanna.
Lucrezio, De Rerum Natura


Se chi amiamo ci manca,
il suo simulacro ci insegue
ed il suo nome ritorna incessante all'orecchio.
Lucrezio, De Rerum Natura

Evitare di cadere nelle reti dell'amore non è così difficile
quanto invece lo è uscirne una volta che si è stati presi nelle stesse reti.
Lucrezio, De Rerum Natura

è più facile evitare di cadere nelle reti dell'amore
che uscirne, una volta presi, e rompere le reti,
in cui Venere rinchiude saldamente la sua preda.
nam vitare, plagas in amoris ne iaciamur,
non ita difficile est quam captum retibus ipsis
exire et validos Veneris perrumpere nodos.
Lucrezio, De Rerum Natura, IV vv. 1144-1148


[Passione infida:]
Nel cuore stesso della gioia
 nasce un non so che di amaro 
capace di angosciarti anche tra i fiori
Quoniam medio de fonte leporum
surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat.
Lucrezio, De rerum natura, IV, 1133-1134

Comprimono avidamente i petti,
confondono la saliva nelle bocche
e ansimano mordendosi a vicenda le labbra;
invano perché nulla possono distaccare dalla persona amata,
né penetrarla e perdersi con tutte le membra nell’altro corpo.
Lucrezio

Solo una nuova ferita può cancellare la vecchia.
Lucrezio, De Rerum Natura


"La piaga infatti prende vita e nutrendosi diventa incurabile
e di giorno in giorno aumenta la follia e si aggrava l’affanno,
se non scacci con nuovi colpi le prime ferite
e, girovagando, prima le curi, ancor fresche, con una Venere errante
o altrove tu possa rivolgere i moti dell’animo".
Ulcus enim vivescit et inveterascit alendo
inque dies gliscit furor atque aerumna gravescit,
si non prima novis conturbes vulnera plagis
vulgivagaque vagus Venere ante recentia cures
aut alio possis animi traducere motus.
Lucrezio, De Rerum Natura, IV, 1068 segg.


E' dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare,
guardare da terra il grande travaglio di altri;
non perché l'altrui tormento procuri giocoso diletto,
bensì perché t'allieta vedere da quali affanni sei immune.
T. Lucrezio Caro, De Rerum Natura, libro II, 1-4


Spesso lascia il suo grande palazzo chi si annoia a restare a casa;
ma subito vi torna perché non si trova affatto meglio fuori.
Lucrezio


L'AMORE PER LUCREZIO: UN DELIRIO DEI SENSI DA EVITARE.
Per Lucrezio la conoscenza avviene attraverso i sensi: i "simulacra", colpendo i nostri organi di senso, producono le sensazioni. L'amore è la più grande e la più tragica delle illusioni dei sensi e non permette di godere dell'atarassia. La soluzione? Prima che diventi amore-follia conviene dare appagamento al desiderio con una qualsiasi "vulgivaga Venus".



Mi piace molto Lucrezio. Ho una venerazione per la sua poesia intrisa di pensiero. 
Lui ama e ci fa amare ogni manifestazione della natura.
A tratti è però tanto didascalico da risultare un po' noioso. Non l'ho letto e tradotto tutto ma quell'Inno a Venere è una festa di primavera per chi lo legge. Magari ci saranno altri passi altrettanto poetici che io non conosco....
Lucrezio grandissimo ma, come il suo maestro Epicuro ed anche gli Stoici, quando si tratta di passioni diventano eccessivamente razionali. L'atarassia o l'apatia andrà bene per i loro dei ma noi uomini siamo intrisi di passioni. È la sua poesia che lo dimostra....come quella di Leopardi che deve tanto a Lucrezio. Grandissimi entrambi proprio perché smentiscono sé stessi


E quando, alfine, congiunte le membra, si godono il fiore
di giovinezza, quando il corpo già presagisce il piacere,
e Venere è sul punto di effondere il seme nel femmineo campo,
s'avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive 
bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra; 
ma invano; perché non possono strapparne nulla, 
né penetrare e perdersi nell'altro corpo con tutto il corpo;
infatti sembra talora che vogliano farlo e che per questo lottino:
tanto ardentemente si tengono avvinti nelle strette di Venere,
finché le membra si sciolgono, sfinite dalla forza del piacere.
Infine, quando il desiderio costretto nei nervi ha trovato sfogo,
segue una piccola pausa dell'ardore violento, per poco.
Quindi torna la stessa rabbia, e di nuovo li invade quel furore,
quando essi stessi non sanno ciò che bramano ottenere,
né sono in grado di trovare che mezzo possa vincere quel male:
in tanta incertezza si consumano per una piaga nascosta.
Aggiungi che sciupano le forze e si struggono nel
travaglio; aggiungi che si trascorre la vita al cenno di un'altra
persona. Son trascurati i doveri, e ne soffre il buon nome e vacilla.
De Rerum Natura 1,IV


Eppure mostrarsi col capo velato vicino a una statua,
andare visitando gli altari non è religione:
non è religione cadere distesi per terra;
alzare verso i marmi le palme aperte delle mani,
sporcare col sangue di forti animali le are
o intrecciare senza sosta voti su voti.
E' religione, semmai, poter guardare
con la mente tranquilla l'immenso
della materia.
Tito Lucrezio Caro, De rerum natura


Lucrezio. De Rerum Natura.
La Natura delle Cose. V, 416-448:
La nascita dell’universo.

Ma in ordine ora dirò in che modo quell’agglomerato
di materia abbia dato origine alla terra, al cielo
e alle profondità del mare, alle orbite del sole
e della luna. Certamente gli atomi non si disposero
ciascuno al suo luogo con mente sagace,
né stabilirono i moti che ognuno dovesse produrre.
In molti modi invece i primi elementi, da infinito
tempo sollecitati dagli urti e accelerati dal peso,
si muovono e sono spinti ad aggregarsi in molteplici
modi, sperimentando tutto ciò che dalla loro coesione
possa nascere. Ne deriva che disseminati
nell’immensità del tempo, provando senza sosta
ogni genere di coesione e di movimento, si radunano
infine quegli atomi che, aggregandosi in un attimo,
divengono spesso origine di grandi cose,
della terra, del mare, del cielo e di tutti i viventi
.
Dalla terra non si poteva allora scorgere il disco
del sole volare lassù, immerso nella luce, né le stelle
nel firmamento, né il mare, né la terra e neppure l’aria
o alcuna cosa simile alle nostre. C’era, invece, una sconosciuta
tempesta, un’immensa mole, sorta all’improvviso
da atomi di ogni specie, il cui movimento
continuo, moltiplicando gli scontri, mescolava
intervalli, orbite, pesi, urti, movimenti: a causa infatti
delle forme diverse e delle molteplici figure
tutti quegli atomi non potevano restare uniti
né dare luogo a movimenti tra loro concordi.
Così, come in fuga, le parti di quella mole
cominciarono a separarsi e a congiungersi
per somiglianza, a schiudere il mondo,
a dividerne le membra, a porre in ordine
le sue grandi componenti , cioè a separare
il cielo dalla terra, poi il mare più lontano
,
affinché, distese le acque, potesse espandersi,
infine, anch’esso in disparte, i fuochi
dello spazio infinito, limpido e inaccessibile.


Al Bi :

Nel seguito del libro, oltre al principio statistico che determina la formazione delle cose, verrà introdotto il principio di Inclinazione. Concetto affascinante che ci fa penetrare a fondo non solo nel cuore della filosofia di Lucrezio ma anche in certe pieghe della filosofia contemporanea e di sempre.


Tito Lucrezio Caro.
IL CAOTICO AMMASSO DI MATERIA.
Ma ora spiegherò con ordine come il caotico ammasso
di materia abbia stabilmente formato la terra, il cielo,
le profondità marine, il corso del sole e della luna.
Infatti di certo gli elementi germinali delle cose
NON SI DISPOSERO OGNUNO AL SUO POSTO PER IL CRITERIO D’UNA MENTE SAGACE, né pattuirono i moti che ognuno avrebbe dovuto imprimere,
ma poiché i numerosi germi della natura in molteplici modi
ormai DA TEMPO INFINITO SOSPINTI DAGLI URTI
e dal loro stesso peso sogliono spostarsi velocemente,
AGGREGARSI IN OGNI GUISA E PRODURRE TUTTE LE COMBINAZIONI
cui possono dar luogo con la loro reciproca coesione,
da ciò deriva il fatto che disseminati per interminabili ere,
SPERIMENTANDO OGNI GENERE DI UNIONE E DI MOTI, infine
finiscono per addensarsi quelli che, collegati di colpo,
divengono spesso i principî delle immense sostanze,
la terra, il mare, il cielo e le creature viventi.
Qui non si poteva scorgere allora il disco del sole
che alto volava pieno di splendore, né le stelle del vasto
firmamento, né il mare, né il cielo, né infine la terra,
né l’aria, né alcun’altra cosa simile alle nostre,
ma quasi un’improvvisa tempesta, un’insorta congerie
di elementi seminali d’ogni specie, il cui discorde tumulto
sconvolgeva gli intervalli, le vie, le connessioni, i pesi, gli urti,
gli incontri, i moti, producendo confuse battaglie,
poiché, per le forme dissimili e le varie figure,
non potevano in tal modo restare congiunti,
e neanche produrre fra loro movimenti concordi.
Da quell’immenso grumo di particelle cominciarono a fuggire in ogni senso.

TITO LUCREZIO CARO (90-98 a.C. – 50-55 a.C.), “La natura delle cose” (62 – 60 a.C.), trad. di Luca Canali, note di Ivano Dionigi, prefazione di Edoardo Boncinelli, RCS libri, Milano, 2012, Libro V, vv. 416 – 443, pp. 33 e 35.


"Madre degli Eneadi, voluttà degli uomini e degli dèi,alma Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo popoli il mare solcato da navi e la terra feconda di frutti, poiché per tuo mezzo ogni specie vivente si forma,e una volta sbocciata può vedere la luce del sole:te, o dea, te fuggono i venti, te e il tuo primo apparirele nubi del cielo, per te la terra industriosa suscita i fiori soavi, per te ridono le distese del mare,e il cielo placato risplende di luce diffusa. Non appena si svela il volto primaverile dei giorni,e libero prende vigore il soffio del fecondo zefiro,per primi gli uccelli dell’aria annunziano te, nostra dea,e il tuo arrivo, turbati i cuori dalla tua forza vitale.
Poi anche le fiere e gli armenti balzano per i prati in rigoglio,e guadano i rapidi fiumi: così, prigioniero al tuo incanto,ognuno ti segue ansioso dovunque tu voglia condurlo.E infine pei mari e sui monti e nei corsi impetuosi dei fiumi,nelle frondose dimore degli uccelli, nelle verdi pianure,a tutti infondendo in petto la dolcezza dell’amore,fai sì che nel desiderio propaghino le generazioni secondo le stirpi.
Poiché tu solamente governi la natura delle cose,e nulla senza di te può sorgere alle divine regioni della luce,nulla senza te prodursi di lieto e di amabile,desideroso di averti compagna nello scrivere i versi che intendo comporre sulla natura di tutte le cose,per la prole di Memmio diletta, che sempre tu, o dea,volesti eccellesse di tutti i pregi adornata.
Tanto più concedi, o dea, eterna grazia ai miei detti. E fa’ che intanto le feroci opere della guerra per tutti i mari e le terre riposino sopite.Infatti tu sola puoi gratificare i mortali con una tranquilla pace,poiché le crudeli azioni guerresche governa Marte possente in armi, che spesso rovescia il capo nel tuo grembo,vinto dall’eterna ferita d’amore,e così mirandoti con il tornito collo reclino,in te, o dea, sazia anelante d’amore gli avidi occhi,e alla tua bocca è sospeso il respiro del dio supino. Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo, rivesandoti su di lui effondi dalle labbra soavi parole....."
Tito Lucrezio Caro, De rerum natura
Inno a Venere
Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas,alma Venus, caeli subter labentia signaquae mare navigerum, quae terras frugiferentisconcelebras, per te quoniam genus omne animantumconcipitur visitque exortum lumina solis:te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli adventumque tuum, tibi suavis daedala tellussummittit flores, tibi rident aequora pontiplacatumque nitet diffuso lumine caelum.Nam simul ac species patefactast verna dieiet reserata viget genitabilis aura favoni,aëriae primum volucris te, diva, tuumquesignificant initum perculsae corda tua vi.Inde ferae pecudes persultant pabula laetaet rapidos tranant amnis: ita capta leporete sequitur cupide quo quamque inducere pergis.Denique per maria ac montis fluviosque rapacisfrondiferasque domos avium camposque virentisomnibus incutiens blandum per pectora amoremefficis ut cupide generatim saecla propagent.Quae quoniam rerum naturam sola gubernasnec sine te quicquam dias in luminis orasexoritur neque fit laetum neque amabile quicquam,te sociam studeo scribendis versibus esse,quos ego de rerum natura pangere conorMemmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omniomnibus ornatum voluisti excellere rebus.quo magis aeternum da dictis, diva, leporem.Effice ut interea fera moenera militiaiper maria ac terras omnis sopita quiescant;nam tu sola potes tranquilla pace iuvaremortalis, quoniam belli fera moenera Mavorsarmipotens regit, in gremium qui saepe tuum sereiicit aeterno devictus vulnere amoris,atque ita suspiciens tereti cervice repostapascit amore avidos inhians in te, dea, visuseque tuo pendet resupini spiritus ore.
Tito Lucrezio Caro, De rerum natura





traduzione, voce, e video: monica mainikka mainardi
http://mainikka.altervista.org/

http://youtu.be/0gF908y0QNw





Nato a Samo nel 341 a. C., aprì la sua prima scuola a Mitilene, quindi nel 306 un’altra, chiamata “il giardino”, ad Atene. Tale scuola divenne un centro di ricerca etica, frequentato da chiunque avesse interesse a vivere “da uomo”, in rapporti di amicizia e accettando certe regole. Epicuro morì nel 270 a. C.
Delle opere di Epicuro, tra cui 37 libri “Sulla natura”, sono giunti solo frammenti ricavati da papiri. Alcune notizie provengono da Diogene Laerzio (III secolo d.C.); altre informazioni si ricavano da alcune opere di Cicerone, Plutarco e Seneca. Una delle più originali esposizioni del pensiero di Epicuro è quella data da Lucrezio nel De Rerum Natura.

Lucrezio, una scoperta che aprì il Rinascimento

Il suo poema fu ritrovato da Bracciolini nel 1417

Lucrezio, una scoperta che aprì il Rinascimento. Il suo poema fu ritrovato da Bracciolini nel 1417. 
Il 28 ottobre del 1958, quando fu eletto Papa, Angelo Roncalli scelse un nome che per il suo mondo da 500 anni era tabù: Giovanni XXIII. Tabù perché la Chiesa aveva già avuto, all'inizio del Quattrocento, un Giovanni XXIII e il suo non era stato un pontificato felice, al punto che si concluse con la deposizione del Papa stesso. In un anno, come vedremo, molto particolare: il 1417.

Quel Giovanni XXIII si chiamava Baldassarre Cossa, era nato nell'isola di Procida e apparteneva a una famiglia di pirati (due suoi fratelli furono catturati e condannati a morte, anche se poi, grazie agli intrighi di Baldassarre, la pena fu commutata in detenzione). Ma non fu per l'attività corsara che quel pontefice mise in imbarazzo i suoi contemporanei. Cossa si era già distinto, nelle vesti di camerlengo del papa napoletano Bonifacio IX, mettendo su un fruttuoso mercato di cariche ecclesiastiche e di indulgenze. Poi, quando morì papa Alessandro V, si mormorò che fosse stato lo stesso Baldassarre ad avvelenarlo. Ciò nonostante il Cossa fu scelto nel 1410 come suo erede e prese, appunto, il nome di Giovanni XXIII.
Erano anni di scisma, Cossa fu considerato un antipapa, e gli si contrapposero lo spagnolo Pedro de Luna (Benedetto XIII) e il veneziano Angelo Correr con il nome di Gregorio XII. Contro di lui - come nei confronti dei suoi predecessori, ma stavolta in maniera più decisa - si mosse il re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo, che nel 1413 invase Roma, costringendolo a rifugiarsi a Firenze e a chiedere aiuto all'imperatore Sigismondo di Lussemburgo. Questi lo aiutò, obbligandolo, però, a convocare, nel 1414, un concilio a Costanza sui monti tra la Svizzera e la Germania. Lì avrebbero affrontato anche le questioni poste dal riformatore ceco Jan Hus, erede per molti versi dell'eretico inglese John Wycliffe e precursore, con cento anni d'anticipo, di Martin Lutero. Sulle rive del Lago di Costanza si radunarono decine di migliaia di persone (principi elettori, duchi, ambasciatori di varie potenze, il margravio di Brandeburgo, oltreché trenta cardinali, trentatré vescovi, tre patriarchi, cento abati, cinquanta prevosti, cinquemila monaci e frati, diciottomila sacerdoti). Come prima cosa, il Papa e l'imperatore tesero la mano a Hus, invitandolo - con la garanzia dell'immunità - a Costanza per esporre le ragioni della sua protesta contro la vendita delle indulgenze. Era una trappola. Hus si fidò, si presentò, ma fu tratto in arresto senza neanche poter prendere la parola. E però Giovanni XXIII, che credeva di aver stretto con Sigismondo un patto indistruttibile in ragione di quel clamoroso voltafaccia, sbagliò ed ebbe, di lì a breve, una sorte in parte analoga a quella di Hus.

Che le cose per lui si stessero mettendo male, Baldassarre Cossa lo capì l'11 marzo del 1415 quando, dopo che l'arcivescovo di Magonza aveva dichiarato che non avrebbe obbedito a nessuno se non a lui, prese la parola il patriarca di Costantinopoli e, rivolto all'arcivescovo di cui si è appena detto, disse: «Chi è quel tipo? Merita di essere bruciato!». Baldassarre Cossa presagì il pericolo che si celava dietro quell'invettiva contro l'arcivescovo di Magonza, fuggì da Costanza e si rifugiò da un amico nel castello di Sciaffusa. L'amico, però, non era tale da resistere alle lusinghe dell'imperatore, al quale riconsegnò Giovanni XXIII, così che questi immediatamente poté farlo arrestare. Per un breve periodo (prima di essere segregato nel carcere imperiale di Heidelberg) il Papa fu rinchiuso nel castello di Gottlieben, sul Reno, dove era imprigionato Hus, che di lì a breve sarebbe stato arso sul rogo. Ma a differenza di quello per Hus, il procedimento giudiziario contro Giovanni XXIII andò più per le lunghe: venne istruito un processo nel corso del quale gli furono contestati reati di simonia, sodomia, stupro, incesto, tortura e omicidio. Un suo «devoto», Teodorico di Niem, depose contro di lui riferendo che in un solo anno aveva sedotto duecento donne: vedove, ma anche spose e suore. Il processo si concluse nel 1417, come si è detto, con la sua deposizione.

Ed è qui che comincia la nostra vera storia. Non tutti i collaboratori di Cossa lo tradirono come Teodorico di Niem: uno in particolare, Poggio Bracciolini, segretario personale del Papa, si limitò ad allontanarsi da Costanza e decise di dedicarsi alla sua passione, la ricerca di testi dell'antichità. Poggio Bracciolini - sul quale Eugenio Garin ha scritto pagine mirabili in Ritratti di umanisti (Bompiani) e in un saggio che accompagna l'edizione Bur di Facezie - era nato a Terranuova in Toscana e aveva all'epoca 37 anni. Nella sua lunga vita (morì quasi ottantenne) «servì» otto Papi. Nei giorni della disgrazia di Giovanni XXIII andò a cercare soddisfazione nei monasteri, dove giacevano sepolti piccoli e grandi capolavori dell'antichità copiati, nei secoli, dai monaci. E a Fulda - un'abbazia fondata nell'VIII secolo da un discepolo di san Bonifacio, l'apostolo della Germania - proprio in quell'anno, il 1417, Poggio trovò il De rerum natura: un meraviglioso poema di 7.400 versi in esametri composto da Tito Lucrezio Caro a metà del I secolo a. C.
A questo ritrovamento, che ha cambiato il corso della Storia molto di più di quanto si immagini, è dedicato lo straordinario libro di Stephen Greenblatt Il manoscritto che, nell'impeccabile traduzione di Roberta Zuppet, sta per essere pubblicato da Rizzoli. Con ogni probabilità, scrive Greenblatt, quando trovò il De rerum natura e lo fece copiare da uno scrivano, Poggio «conosceva già il nome di Lucrezio tramite Ovidio, Cicerone e altre fonti antiche che aveva studiato con cura insieme ai suoi amici umanisti». Ma «né lui né gli altri avevano letto più di uno o due scampoli della sua scrittura che, a quanto si sapeva, era andata perduta per sempre». E pensare che 1.450 anni prima il De rerum natura era ben conosciuto e molto apprezzato. «L'opera poetica di Lucrezio», aveva scritto Cicerone al fratello Quinto l'11 febbraio del 54 a. C., «è proprio come mi scrivi, rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica». Virgilio lo aveva lodato (pur senza nominarlo) nelle Georgiche. E Ovidio aveva scritto estasiato: «I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta».

L'unico profilo biografico di Lucrezio era stato scritto alla fine del IV secolo d. C. - cioè centinaia di anni, quasi 500, dopo la morte del poeta - da un grande Padre della Chiesa, san Girolamo, il quale aveva parlato del poeta riferendo «che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto negli intervalli della follia alcuni libri, che Cicerone emendò, si suicidò all'età di 44 anni». Qui Greenblatt fa sua la tesi già argomentata da Luciano Canfora nella Vita di Lucrezio (Sellerio), secondo cui Girolamo elaborò un racconto maligno di pura fantasia, scritto in funzione delle guerre filosofico-religiose della Chiesa del suo tempo. Racconto che nulla aveva a che fare con i termini reali dell'esistenza dell'autore del De rerum natura.
Perché questa ostilità nei confronti di Lucrezio? Alla Chiesa del IV secolo interessava colpire il filosofo che aveva ispirato l'opera di Lucrezio: Epicuro. Epicuro era nato verso la fine del 342 a. C. nell'isola egea di Samo, dove suo padre, un povero maestro ateniese, era emigrato come colono. Aveva raccolto l'eredità di Leucippo di Abdera e del suo allievo Democrito (V secolo a. C.), sostenendo che ogni cosa esistita e che esisterà si compone di minuscoli atomi indistruttibili. Affermava anche che gli dei sono indifferenti alle sorti degli esseri umani. L'altra sua tesi filosofica secondo cui lo scopo supremo della vita è il piacere - seppur definito in termini assai sobri e responsabili - «fu uno scandalo sia per i pagani sia per i loro avversari, gli ebrei prima e i cristiani poi». Tra i primi cristiani, però, ce n'erano stati alcuni, tra cui Tertulliano, che avevano giudicato ammirevoli alcuni elementi dell'epicureismo. Ma quando, dopo Costantino, la religione cristiana si affermò definitivamente, la Chiesa stabilì che le tesi di Epicuro e Lucrezio sulla mortalità dell'anima andassero combattute in ogni modo.
«Platone e Aristotele, pagani che credevano nell'immortalità dell'anima, potevano in ultima analisi essere tollerati da un cristianesimo trionfante», scrive Greenblatt, «l'epicureismo no». Persino l'imperatore Giuliano l'Apostata (331-363 d. C. circa), che pure aveva cercato di proteggere il paganesimo dall'assalto cristiano, fece un'eccezione a danno di Epicuro: «Non dobbiamo ammettere i discorsi degli epicurei», scrisse. Epicuro non doveva più apparire quello che effettivamente era stato, vale a dire «l'apostolo della moderazione al servizio di un piacere ragionevole», bensì - secondo quelli che erano stati nel De ira Dei i dettami di Lattanzio, un nordafricano nominato precettore del figlio di Costantino - come «una figura dedita a eccessi sfrenati». La filosofia epicurea, sosteneva Lattanzio, ha numerosi seguaci «non perché proponga una qualche verità, ma perché il nome allettante del piacere invita molte persone». I cristiani, proseguiva, devono rifiutare tale invito e comprendere che «piacere è un nome in codice per vizio».
Tale condanna durerà molto a lungo: mille anni dopo, Dante nella Divina Commedia metterà Epicuro all'inferno (Canto X) in bare incandescenti con «tutti suoi seguaci che l'anima col corpo morta fanno». E Lucrezio doveva subire lo stesso trattamento. Così, tra il IV e il IX secolo, il De rerum natura sopravvisse solo per la sua preziosità stilistica, citato en passant in liste di esempi grammaticali e lessicografici, ossia come modello di un corretto uso del latino. Nel VII secolo, Isidoro di Siviglia, nel compilare una vasta enciclopedia, l'aveva utilizzato come fonte autorevole sulla meteorologia. Il libro, scrive ancora Greenblatt, era riemerso brevemente all'epoca di Carlo Magno, quando si era registrata una cruciale ondata di interesse per i volumi antichi e Dungal, un colto monaco irlandese, ne aveva meticolosamente trascritta una copia. Tuttavia «non essendo mai stato discusso o diffuso, il volume era ricaduto nell'oblio dopo ciascuna di quelle fugaci apparizioni». Accadde quasi per caso che qualche monaco nel IX secolo, del tutto ignaro delle polemiche di alcuni secoli prima e solo in omaggio allo stile e alla sintassi dell'opera, ne copiasse nuovamente il testo; certo non per diffonderlo, ma solo per tramandarlo. Tant'è che due manoscritti del De rerum natura - non quello da cui copiò Poggio Bracciolini che è andato distrutto - sono sopravvissuti, per essere infine ritrovati nella collezione di Isaac Voss, uno studioso olandese del XVII secolo e, dal 1689, si trovano all'Università di Leida. Ma nel Quattrocento di quei volumi non si sapeva ancora nulla.
Fu nel Quattrocento che Francesco Petrarca prima (a partire dal 1330) e poi Giovanni Boccaccio, Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina, iniziarono a scoprire quel genere di testi e a diffonderli. Poggio, che arrivò a Roma 25 anni dopo la morte di Petrarca (1374), fu discepolo di quei grandi umanisti. Di volumi da riportare alla luce ce ne erano moltissimi. Nell'antica Grecia si era già sviluppata una grande passione per i volumi, passione che contagiò il mondo mediterraneo. Intorno al 40 a. C., all'incirca dieci anni dopo la morte di Lucrezio, a Roma, sull'Aventino, Asinio Pollione, un amico di Virgilio, costruì la prima biblioteca pubblica. Qualche anno dopo Augusto ne fondò altre due e nel IV secolo se ne contavano 28. Anche i privati che se lo potevano permettere iniziarono ad acquistare libri. Nella distruzione di Ercolano (79 d. C.) fu coperta di lava quella che oggi chiamiamo la Villa dei Papiri, dove erano collezionati innumerevoli rotoli di cui si è salvata la parte interna. Il grammatico Tirannione possedeva 30 mila volumi. Il medico Sereno Sammonico, 60 mila: Roma antica, scrive Greenblatt, era stata contagiata «dalla febbre greca dei libri». Nel corso di quei secoli furono realizzati e venduti decine di migliaia di volumi.

Poi venne Costantino, grazie al quale nel 313 d. C. iniziò il processo che avrebbe fatto del cristianesimo la religione ufficiale. E - nel 391 d. C. - Teodosio il Grande diede il via a una campagna per la distruzione dei luoghi del paganesimo, tra cui le biblioteche. Ad Alessandria se ne occupò il patriarca Teofilo e, qualche anno dopo di lui, suo nipote Cirillo, che estese l'attacco agli ebrei. Ai due si devono la distruzione della biblioteca del Serapeo e l'uccisione della filosofa Ipazia. «La sua figura», ha scritto Silvia Ronchey in Ipazia (Rizzoli), «ha incarnato la superiorità del paganesimo, con il suo pluralismo e la sua apertura, rispetto alla dogmatica chiusura dei monoteismi». Secondo alcuni, ha aggiunto la Ronchey, «il suo fu un assassinio politico; secondo altri, fu l'espressione dell'intolleranza religiosa di antichi monaci talebani, nella cui violenza si specchiavano la vocazione estremista e gli eccessi integralisti della Chiesa alle origini della sua scalata al potere». Per quel che riguarda la distruzione dei libri, gli «eccessi integralisti» cristiani fecero una parte, guerre e crisi economica il resto.
Talché sono sopravvissuti solo 7 degli 80 o 90 drammi di Eschilo e dei circa 120 di Sofocle, mentre Euripide e Aristofane se la sono cavata un po' meglio: 18 su 92 per il primo, e 11 su 43 per il secondo. Didimo di Alessandria scrisse più di 3.500 libri, che però, a parte qualche frammento, sono svaniti nel nulla. Alla fine del V secolo d. C. il curatore letterario Stubeo compilò un'antologia di prose e poesie dei migliori autori antichi: su 1.430 citazioni, 1.115 sono tratte da opere ormai irrecuperabili. Sono stati inghiottiti nel nulla i testi dei fondatori dell'atomismo, Leucippo e Democrito, e quasi tutte le centinaia di opere del loro erede intellettuale, Epicuro, di cui sono rimaste solo tre lettere e una lista di 40 massime riportate dallo storico della filosofia Diogene Laerzio. Così come sono scomparse del tutto le opere, citate con ammirazione da Quintiliano, di Macro, Varrone Atacino, Cornelio Severo, Saleio Basso, Gaio Rabirio, Albinovano Pedone, Marco Furio Bibaculo, Lucio Accio, Marco Pacuvio. Durante le guerre gotiche, scoppiate alla metà del VI secolo, e ancor più nel periodo successivo, «gli ultimi laboratori commerciali dedicati alla produzione di volumi erano falliti». Toccò ai monaci copiare i libri già in loro possesso, non potendo neanche più ricorrere ai produttori di papiro egiziano che, in assenza di un mercato librario remunerativo, erano tutti falliti. Così accadeva spesso che «lavorando con coltelli, spazzole e stracci, i monaci avevano cancellato dalle antiche pergamene i vecchi scritti - Virgilio, Ovidio, Cicerone, Seneca, Lucrezio - per sostituirli con i testi che i superiori avevano ordinato loro di copiare».
Ma il testo più importante - che se non fosse stato per quella missione di Poggio Bracciolini a Fulda forse avremmo perso per sempre (anche se poi se ne ritrovarono altre due copie del IX secolo, ma chissà se qualcuno sarebbe riuscito a leggerle secoli e secoli dopo) - fu quello di Lucrezio. Vediamo - con estrema semplificazione - quali sono i concetti basilari del De rerum natura anche se, avverte Greenblatt, una sintesi come quella che segue rischia di oscurare «l'incredibile vigore poetico» dell'opera che, del resto, il poeta stesso sminuisce quando paragona i propri versi al «miele spalmato intorno al bordo di una tazza contenente una medicina che altrimenti un bambino ammalato potrebbe rifiutarsi di bere».
Ogni cosa è fatta di particelle invisibili. Le particelle elementari della materia - «i semi delle cose» - sono eterni. Le particelle elementari sono infinite nel numero, ma limitate nella forma e nelle dimensioni. Le particelle si muovono in un vuoto infinito. L'universo non ha un creatore o un architetto. Ogni cosa prende origine da una «deviazione» (che Lucrezio chiama declinatio, inclinatio o clinamen). La deviazione è la fonte del libero arbitrio. La natura sperimenta senza sosta. L'universo non fu creato per o intorno agli esseri umani. Gli esseri umani non sono unici. La società umana non iniziò in un'età dell'oro in cui prevalevano la tranquillità e l'abbondanza, bensì durante una lotta primitiva per la sopravvivenza. L'anima muore. L'aldilà non esiste. La morte non è nulla per noi. Le religioni organizzate (va tenuto presente che Lucrezio scriveva alcuni decenni prima della nascita di Cristo) sono illusioni superstiziose. Le religioni sono tutte crudeli. Non esistono angeli, demoni o fantasmi. Lo scopo supremo della vita umana è l'aumento del piacere e la riduzione del dolore. Il maggiore ostacolo al piacere non è il dolore, bensì l'illusione. Comprendere la natura delle cose genera profondo stupore.
Poggio mandò il libro appena copiato a un amico, Niccolò Niccoli, perché ne facesse altre copie, senza neanche comprendere bene di chi si trattasse. Qualche anno dopo cercò di rientrarne in possesso («Voglio leggere Lucrezio ma vengo privato della sua presenza: intendi tenerlo per altri dieci anni?», protestava con Niccoli) e però non ci riuscì. Di lì a poco Johannes Gutenberg avrebbe inventato i caratteri mobili e il De rerum natura sarebbe stato finalmente stampato, diffuso e reso, per così dire, eterno. Comunque la sua fortuna fu immediata, già alla fine del Quattrocento. E con essa, quella di Epicuro. Nel 1509 allorché Raffaello dipinse la «Scuola di Atene» - una rappresentazione di omaggio alla filosofia greca - nella Stanza della Segnatura in Vaticano, diede a Platone e Aristotele «il posto d'onore nella luminosa scena», ma sotto l'ampio arco raffigurò anche Epicuro, stabilendo con ciò che la filosofia epicurea potesse «convivere in armonia con la dottrina cristiana», e fosse meritevole di un'attenta discussione da parte dei teologi raffigurati sulla parete opposta. Sbagliava.

Nel dicembre 1516, quasi un secolo dopo il ritrovamento del De rerum natura, il Sinodo fiorentino, un influente gruppo di ecclesiastici d'alto rango, proibì la lettura di Lucrezio nelle scuole. Poi, nel 1551 i teologi del Concilio di Trento misero al bando sia Epicuro che l'opera di Lucrezio. Ma era tardi. A quel libro si sarebbero ispirati Tommaso Moro, Giordano Bruno, William Shakespeare (e con lui Spencer, Donne, Bacone), Galileo Galilei. I Saggi di Montaigne, pubblicati per la prima volta in Francia nel 1580 e tradotti in inglese nel 1603, contengono quasi cento citazioni dal De rerum natura. Il filosofo, astronomo e sacerdote francese Pierre Gassendi (1592-1655) si dedicò a un ambizioso tentativo di riconciliare epicureismo e cristianesimo e uno dei suoi più celebri discepoli, Molière, si applicò a una traduzione (purtroppo perduta) del poema di Lucrezio. Ammiratore di Epicuro fu, nel XVII secolo, Isaac Newton, e così anche il presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, che collezionò ben cinque edizioni latine del De rerum natura e in una lettera a William Short del 31 ottobre 1819 scrisse: «Ritengo che le dottrine autentiche di Epicuro (non quelle attribuite) contengano tutte le cose razionali della filosofia morale che ci hanno lasciato la Grecia e Roma». A Epicuro e Lucrezio renderanno omaggio Baruch Spinoza nel Seicento e Charles Darwin nell'Ottocento.
A questo punto dobbiamo riaffermare, con Greenblatt, che non esiste un'unica spiegazione per l'inizio del Rinascimento e la liberazione delle forze che hanno modellato il nostro mondo. E certo «non si può dire che un poema sia stato responsabile di un così drastico mutamento intellettuale, morale e sociale... Nessuna opera da sola avrebbe potuto produrre un effetto così esplosivo, soprattutto un testo di cui per secoli non si era potuto parlare liberamente in pubblico senza correre rischi». Ma si può dire che questo libro antico, ricomparso all'improvviso, «fece la differenza».
E i due protagonisti di quel fondamentale 1417? Giovanni XXIII, tornato ad essere Baldassarre Cossa, dopo tre anni di carcere, pagò la propria liberazione, fu nominato cardinale a Firenze, dove morì nel 1419, e fu sepolto in una bellissima tomba realizzata da Donatello nel battistero del Duomo. Poggio Bracciolini, per sottrarsi alle tensioni di cui si è detto all'inizio, accettò il posto di segretario di Henry Beaufort, vescovo di Winchester, e rimase in Inghilterra per quattro - per lui interminabili - anni. Poi tornò a Roma, in Vaticano. Si arricchì collezionando oggetti antichi. Nei suoi ultimi anni di vita fu cancelliere di Firenze. Morì nel 1459, fu sepolto nella chiesa di Santa Croce, ebbe un ritratto di Antonio Pollaiolo e la città di Firenze gli fece fare una statua che fu collocata davanti a Santa Maria del Fiore. Statua che, però, nel 1560, allorché fu ristrutturata la facciata del Duomo, fu spostata in un'altra parte dell'edificio. Nel 1959, in occasione del cinquecentesimo anniversario della sua morte, il paese in cui nacque è stato ribattezzato Terranuova Bracciolini e la statua è stata collocata nella piazza principale della cittadina. Greenblatt è andato a vederla e ha avuto l'impressione che «pochi di coloro che vi passano davanti per raggiungere i vicini spacci aziendali di abbigliamento abbiano idea di chi commemori». Un destino non insolito per un grande umanista che pure ha cambiato la storia dell'umanità.



“ Sed quibus ille modis coniectus materiai
fundarit terram et caelum pontique profunda,
solis lunai cursus, ex ordine ponam.
Nam certe neque consilio primordia rerum
ordine se suo quaeque sagaci mente locarunt
nec quos quaeque darent motus pepigere profecto;
sed quia multa modis multis primordia rerum
ex infinito iam tempore percita plagis
ponderibusque suis consuerunt concita ferri
omnimodisque coire atque omnia pertemptare,
quaecumque inter se possent congressa creare,
propterea fit uti magnum volgata per aevum
omne genus coetus et motus experiundo
tandem conveniant ea quae convecta repente
magnarum rerum fiunt exordia saepe,
terrai maris et caeli generisque animantum.
Hic neque tum solis rota cerni lumine largo
altivolans poterat nec magni sidera mundi
nec mare nec caelum nec denique terra neque aer
nec similis nostris rebus res ulla videri,
sed nova tempestas quaedam molesque coorta
omnigenis e principiis, discordia quorum
intervalla vias conexus pondera plagas
concursus motus turbabat proelia miscens,
propter dissimilis formas variasque figuras
quod non omnia sic poterat conincta manere
nec motus inter sese dare convenientis.
Diffugere inde loci partes coepere.”

Titi Lucreti Cari “De rerum natura libri sex”, Liber V, vv. 416 – 443 [437], in op. cit., pp. 32 – 34.




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