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sabato 24 maggio 2014

Camille Flammarion. La materia apparente è una parola vuota di senso. L'universo è un organismo retto da una dinamica di ordine psichico. Lo spirito è ovunque. C'è un mondo psichico. C'è spirito in tutte le cose, oltre la vita umana e animale, nelle piante, nei minerali, nello spazio


"La materia apparente è una parola vuota di senso. 
L'universo è un organismo retto da una dinamica di ordine psichico. 
Lo spirito è ovunque. C'è un mondo psichico. 
C'è spirito in tutte le cose, oltre la vita umana e animale, nelle piante, nei minerali, nello spazio ".
Camille Flammarion



martedì 8 aprile 2014

Neuroni a Specchio. simulare un atto nel cervello, equivale a compierlo, tranne che siamo impossibilitati da ragioni neurologiche. Si rammenta che Leonard Zelig è il personaggio creato da Woody Allen, nel film omonimo del 1983, vittima di una ignota malattia che si manifesta nella trasformazione psicosomatica dei tratti in conseguenza del contesto in cui si trova. Un uomo, quindi, che non ha un sé una personalità , semplicemente l'immagine proiettata degli altri, uno specchio che restituisce alle persone la propria immagine.. Bruno Bettelheim presente nel film nel ruolo di se stesso fornisce il seguente commento: "Se Zelig fosse psicotico o solo estremamente nevrotico, era un problema che noi medici discutevamo in continuazione. Personalmente mi sembrava che i suoi stati d'animo non fossero poi così diversi dalla norma, forse quelli di una persona normale, ben equilibrata e inserita, solo portata all'eccesso estremo. Mi pareva che in fondo si potesse considerare il conformista per antonomasia"». È in tale accezione di personalità adattivamente camaleontica, di trasformismo identitario dipendente dal contesto ambientale, che è stata coniata in Psichiatria la Sindrome di Zelig o Zelig Syndrome. La scoperta dei neuroni specchio ha fatto si che nei laboratori di Parma si affacciasse gente di teatro che si chiedeva come può uno sguardo o il gesto di allungare una mano o l’intonazione di una vocale possa provocare tanti tipi di risonanze nel nostro cervello. Lo stesso Rizzolatti ha riferito che con un gruppo di giovani attori del Piccolo hanno fatto uno studio sui mille significati del porgere una mela.L’attore muove i suoi muscoli e lo spettatore attiva i suoi neuroni specchio per interpretare il significato del gesto. Quale intenzione e sentimento c’è dietro, da quale possibile rapporto sono legati donatore e ricevente ed infine quali saranno gli effetti dello scambio?. Peter Brook ha osservato ironico:”con i neuroni specchio i neurologi hanno scoperto quello che gli attori avevano capito da sempre”.


Siamo proprio programmati per connetterci? Bateson aveva detto"nessuno“
Nessun uomo è ingegnoso o dipendente o fatalista nel vuoto. 
Una sua caratteristica, qualunque essa sia, non è propriamente sua, ma piuttosto di ciò che avviene tra lui e qualcos'altro (o qualcun altro). 
Allo stesso modo esitiamo ad ammettere che il nostro carattere è reale nella relazione. Noi astraiamo dalle esperienze di interazione e di differenza per dar vita a un sè che dovrà continuare (dovrà essere reale o cosale ) anche al di fuori della relazione.
G.Bateson,Verso un ecologia della mente.

Le scoperte delle neuroscienze, non possono che rendere ancor più irrefutabile l'asserzione batesoniana, allorquando sono sono stati individuati i cosiddetti neuroni specchio o mirror nel cervello umano dopo averli individuati nelle scimmie dall'equipe del prof Giacomo Rizzolatti a Parma nel 1992. 

Infatti è stato constatato con l’utilizzazione di un elettrodo della grandezza di un raggio laser, attraverso il quale è stato monitorato un singolo neurone di una persona cosciente, che esso si è attivato sia quando la persona si aspettava il dolore (una puntura di spillo) sia quando vedeva qualcun’altro subire una puntura di spillo: un’istantanea neurale dell’empatia primaria in azione
La ricerca sta dimostrando che detto meccanismo di rispecchiamento non è l’espressione di un riflesso meccanico di tipo pavloviano, ma è modulato e condizionato dalla storia idiosincratica dell’individuo e quindi dalla persona, che possiede quei particolari neuroni specchio nel suo cervello.

Basti l’esempio di un esperto danzatore che vede il filmato di un balletto: è chiaro, in questo caso, che il grado di attivazione di questo meccanismo neuronale, è molto più potente, di quello che si verifica nel cervello di una persona che non possiede quel grado di competenza motoria.

Molti neuroni specchio agiscono nella corteccia premotoria, che governa una serie di attività come parlare, muoversi, o semplicemente avere l’intenzione di fare qualcosa. Poiché essi sono adiacenti ai neuroni motori, fanno si che le aree del cervello preposte al movimento cominciano già ad attivarsi quando vediamo qualcuno compiere un certo gesto
Quando ripassiamo mentalmente un’azione (facciamo la prova di un discorso o ripassiamo un gioco o un allenamento per un’attività sportiva) nella corteccia premotoria si attivano gli stessi neuroni che entrerebbero in gioco se dovessimo realmente pronunciare quel discorso o attivarci per l’attività sportiva.
In altri termini simulare un atto nel cervello, equivale a compierlo, tranne che siamo impossibilitati da ragioni neurologiche.

Si rammenta che Leonard Zelig è il personaggio creato da Woody Allen, nel film omonimo del 1983, vittima di una ignota malattia che si manifesta nella trasformazione psicosomatica dei tratti in conseguenza del contesto in cui si trova. Un uomo, quindi, che non ha un sé una personalità , semplicemente l'immagine proiettata degli altri, uno specchio che restituisce alle persone la propria immagine.. Bruno Bettelheim presente nel film nel ruolo di se stesso fornisce il seguente commento: 
"Se Zelig fosse psicotico o solo estremamente nevrotico, era un problema che noi medici discutevamo in continuazione. Personalmente mi sembrava che i suoi stati d'animo non fossero poi così diversi dalla norma, forse quelli di una persona normale, ben equilibrata e inserita, solo portata all'eccesso estremo. Mi pareva che in fondo si potesse considerare il conformista per antonomasia"».
È in tale accezione di personalità adattivamente camaleontica, di trasformismo identitario dipendente dal contesto ambientale, che è stata coniata in Psichiatria la Sindrome di Zelig o Zelig Syndrome.
La scoperta dei neuroni specchio ha fatto si che nei laboratori di Parma si affacciasse gente di teatro che si chiedeva come può uno sguardo o il gesto di allungare una mano o l’intonazione di una vocale possa provocare tanti tipi di risonanze nel nostro cervello.

Lo stesso Rizzolatti ha riferito che con un gruppo di giovani attori del Piccolo hanno fatto uno studio sui mille significati del porgere una mela.L’attore muove i suoi muscoli e lo spettatore attiva i suoi neuroni specchio per interpretare il significato del gesto. 
Quale intenzione e sentimento c’è dietro, da quale possibile rapporto sono legati donatore e ricevente ed infine quali saranno gli effetti dello scambio?.
Peter Brook ha osservato ironico:”con i neuroni specchio i neurologi hanno scoperto quello che gli attori avevano capito da sempre”. 
E chissà se non l'aveva intuito anche Aristotele, che pietà e terrore generatrici della famosa catarsi negli spettatori che assistevano alla tragedia agita dagli attori, non era altro che quel magico e ineffabile legame cervello-cervello, attivato dai neuroni specchio, che avrebbe acceso in loro, lo stesso sentimento degli attori protagonisti.


lunedì 24 febbraio 2014

Cervello. L'amigdala è la centrale di controllo delle emozioni, e in particolare della paura, ma può svolgere adeguatamente questo compito solo con il contributo dell'ippocampo. Sono alcuni neuroni dell'ippocampo, infatti, che permettono o impediscono all'amigdala di identificare i contesti e le condizioni da considerare pericolosi.

L'amigdala è la centrale di controllo delle emozioni, e in particolare della paura, ma può svolgere adeguatamente questo compito solo con il contributo dell'ippocampo. Sono alcuni neuroni dell'ippocampo, infatti, che permettono o impediscono all'amigdala di identificare i contesti e le condizioni da considerare pericolosi.

Non tutta la paura passa dall'amigdala

Reazioni alla paura: non decide solo l'amigdala

I circuiti neuronali della paura.
C'è uno specifico gruppo di neuroni dell'ippocampo che ha un ruolo essenziale nell'apprendimento della paura, la capacità – essenziale per la sopravvivenza - di collegare una certa situazione a un pericolo

A scoprirlo sono stati alcuni neuroscienziati della Columbia University che firmano un articolo su “Science”. 

E' noto che il centro cerebrale che sovrintende alla gestione delle emozioni, e in particolare della paura, è l'amigdala. Tuttavia studi recenti hanno indicato che nel processo di selezione degli stimoli multisensoriali che definiscono il ricordo pauroso - o più precisamente, la situazione da associare alla paura, e quindi attivare la reazione adeguata – entra in gioco anche l'ippocampo, una struttura cerebrale chiave per la memoria a lungo termine

Per chiarire l'interazione tra amigdala e ippocampo, Matthew Lovett-Barron e colleghi hanno sfruttato i metodi dell'optogenetica, creando un ceppo di topi i cui neuroni esprimono una proteina, l'alorodopsina, che reagisce alla luce e può servire da interruttore per attivare o disattivare a comando specifici neuroni.


Il ruolo dell'ippocampo nell'apprendimento della paura
Sia l'amigdala sia l'ippocampo appartengono al sistema libico, la parte più profonda ed evolutivamente antica del cervello. (© Visuals Unlimited/Corbis)


I ricercatori hanno quindi sottoposto gli animali a classici test di condizionamento, in cui un particolare stimolo, per esempio un lampo luminoso o il suono di un campanello, viene presentato subito prima di uno stimolo negativo, come una leggera scossa alle zampe. 

Normalmente, dopo un pò il topo impara che il primo stimolo (il lampo) fa prevedere l'arrivo della scossa, e manifesta una chiara reazione di paura - interrompendo la propria attività e immobilizzandosi, come “congelato” - ogni volta che vede il lampo, anche se poi la scossa non c'è. 

Lovett-Barron e colleghi hanno attivato e disattivato diversi gruppi di neuroni nell'ippocampo dei roditori, scoprendo che l'attivazione di alcuni specifici neuroni colinergici (cioè neuroni che usano come principale neuromediatore l'acetilcolina) di una regione dell'ippocampo nota come CA1 sopprime i comportamenti di  "congelamento" dopo la presentazione del lampo. 

La soppressione si verifica perché questi neuroni colinergici inibiscono l'attività di altri neuroni destinati a creare un quadro unitario fra i diversi tipi di stimolo che arrivano in un certo arco di tempo: l'esperienza della vista del lampo restava così un'esperienza a sé stante, non collegata a quella immediatamente successiva della scossa. La soppressione si verifica perché questi neuroni colinergici inibiscono l'attività di altri neuroni destinati a creare un quadro unitario fra i diversi tipi di stimolo che arrivano in un certo arco di tempo: l'esperienza della vista del lampo restava così un'esperienza a sé stante, non collegata a quella immediatamente successiva della scossa.

http://www.lescienze.it/news/2014/02/24/news/apprendimento_paura_ippocampo-2022175/



sabato 3 marzo 2012

Giacomo Rizzolati. Neuroni a Specchio. abbiamo scoperto che certi neuroni si attivavano sia quando erano loro ad afferrare un oggetto o a prendere del cibo, sia quando eravamo noi a compiere le medesime azioni


"Lo scienziato è un musicista della realtà 
così abbiamo scoperto i neuroni dell'empatia" 

Il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Parma e da tempo in odore di Nobel, spiega perché il metodo della ricerca non può accettare il relativismo 

FRANCO MARCOALDI
Basta guardare qualcuno dei tanti video che circolano su You Tube, o meglio ancora leggere il volume che il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti ha scritto con il filosofo Corrado Sinigaglia (So quel che fai, Cortina editore), per capire l'eccezionalità della scoperta dei "neuroni specchio", neuroni che si attivano non soltanto quando siamo noi a compiere un'azione, ma anche quando, ed è questa la sorpresa non contemplata dalla fisiologia classica, la vediamo compiere da un altro. "Scoperti all'inizio degli anni Novanta", è scritto nel libro, "essi mostrano come il riconoscimento degli altri, delle loro azioni e perfino delle loro intenzioni dipende in prima istanza dal nostro patrimonio motorio". 

Percezione e azione, insomma, vanno insieme: "Il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende"
Ora, perfino la persona più digiuna di scienza, come il sottoscritto, si rende immediatamente conto delle infinite ricadute di tale scoperta: non soltanto in ambito medico, ma psicologico, estetico, filosofico. I "circuiti specchio", infatti, ineriscono a molte esperienze di tipo sociale, che vanno dall'imitazione alla comunicazione gestuale e verbale, senza contare le emozioni mediate da quell'area neurologica detta insula, la quale si attiva davanti alla sofferenza dell'altro, facendola sentire come propria

L'empatia, questa è la conclusione, ha una precisa base biologica e regola il rapporto tra le persone. Ecco spiegato perchéil celebre neurologo indiano Vilayanur S. Ramachandran si è spinto ad affermare: "I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il Dna è stato per la biologia". 

Capofila di questa rivoluzionaria scoperta è Giacomo Rizzolatti, una bellissima faccia da moschettiere e modi semplici, schietti. Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Parma e da tempo in odore di Nobel, in questo preciso istante è diviso tra l'intervista e un ben più decisivo incontro per ottenere da una fondazione nuove risorse per la sua ricerca. 

"Lei mi chiede cosa rappresenti, per uno scienziato come me, la parola "verità". Tutto, direi. È la nostra missione: un valore assoluto. Perché vede, la parola "relativismo" ha un significato quanto mai positivo, se la coniughiamo con Montaigne e le guerre di religione del '600. Ma è tutto un altro paio di maniche, se quella parola finisce in bocca a certi filosofi contemporanei che la utilizzano per dimostrare l'insussistenza di fatti oggettivi. Sono un medico e so bene che se la glicemia non rientra in certi valori, il malato che ho di fronte muore

È un dato di fatto, incontrovertibile. Oppure: prenda la legge di gravità, o la velocità della luce. Sono entrambe soggette a misurazione e certo non rientrano nella categoria dei fenomeni relativi, modificabili a seconda del contesto sociale o delle interpretazioni individuali. Gli scienziati sanno, e in particolare lo sanno i biologi, che esistono aspetti della realtà indiscutibili. Naturalmente la cultura esercita un ruolo, ma entro i limiti imposti dalla biologia". 

Però l'idea di revocabilità è intrinseca alla forma mentis scientifica. Thomas Kuhn parlava di slittamenti tra i diversi paradigmi scientifici. "La scienza procede per successive approssimazioni, ma non per questo i risultati raggiunti finiscono per essere negati. Semmai vengono riscritti dentro un'altra cornice. Secondo nuove ricerche i neutrini potrebbero viaggiare a una velocità superiore a quella della luce. Ma questo non metterà in discussione la velocità con cui viaggia la luce". 
La vostra ricerca sui neuroni specchio era cominciata con le scimmie, poi, a un certo punto si è spostata sugli umani e ha dato i sorprendenti risultati che sappiamo. 

Le domando: nel suo lavoro che ruolo giocano la fantasia e il caso?
"Più che di fantasia, io parlerei di talento. Le persone comuni spesso lo ignorano, ma nel nostro mestiere il talento conta moltissimo. È una cosa acclarata per i matematici, non altrettanto per i biologi. Quando ero ragazzo anch'io pensavo che lo scienziato, alla fin fine, è soltanto un osservatore attento che mette in ordine i dati che via via gli si presentano. Non è così. Per scoprire qualcosa di nuovo occorre lo stesso talento di un compositore capace di creare nuovi legami tra note e melodie. Nel nostro caso si tratta di cogliere l'aspetto nascosto delle cose, di connettere aspetti comportamentali apparentemente lontani tra loro". 

Quanto al caso, invece, che ruolo ha giocato durante la ricerca dei neuroni specchio? 
"Non è stato così rilevante come potrebbe sembrare. Più semplicemente, a un certo punto abbiamo cambiato strategia. Prima però devo ricordare un altro fatto: la maggior parte degli studiosi che ci hanno preceduto erano convinti che il sistema motorio produce soltanto dei movimenti. Dunque la loro ricerca si riduceva ad un accumulo quantitativo di dati. Il nostro approccio nei confronti delle scimmie era invece più etologico. Ci rapportavamo a esseri viventi che entrano in contatto con altri esseri delle stessa specie, oltre che con gli uomini. A noi insomma interessava ricostruire il "racconto" dei neuroni delle scimmie. Per questo giocavamo con loro, davamo loro da mangiare, eccetera. E a un certo punto abbiamo scoperto che certi neuroni si attivavano sia quando erano loro ad afferrare un oggetto o a prendere del cibo, sia quando eravamo noi a compiere le medesime azioni. Avremmo potuto tralasciare la cosa, invece siamo stati bravi a focalizzare l'attenzione proprio su questo punto. Perché da lì è cominciato tutto: è cambiata la nostra strategia, e i nostri esperimenti si sono indirizzati anche verso gli esseri umani". 

Qual è la definizione più semplice e sintetica di neurone specchio? 
"È un neurone che offre la descrizione dell'azione altrui in termini motori propri di colui che la osserva. Vede, esistono due forme di conoscenza. La prima è di tipo logico-inferenziale, alla Sherlock Holmes. Osservando una persona che afferra un bicchiere in un certo modo, ne deduco che lo sta prendendo per bere la birra che vi è contenuta, oppure per passare quel bicchiere a un altro signore o ancora per sbatterlo contro il muro. Ma esiste anche un'altra forma di conoscenza, più empatica, fenomenologica, alla Merleau-Ponty. Ovvero: io non ho bisogno di fare quel lungo tragitto conoscitivo di tipo logico-inferenziale, perché dentro di me, nel mio sistema nervoso, esiste già un progetto simile al tuo. E lo colgo immediatamente. È questo che abbiamo dimostrato: esistono dei programmi motori identici tra i diversi individui. Se una persona piange, dentro di me piangerà la stessa area neurologica che si attiva quando a piangere sono io. E lo stesso accade con le diverse forme di dolore o di disgusto".

Ne consegue che il sistema motorio non è un semplice esecutore di comandi, ma uno strumento di conoscenza a tutti gli effetti
"Esattamente. E difatti: se arrivasse un marziano e cominciasse a fare dei gesti strani, incomprensibili, non si determinerebbe nessuna reazione intima del nostro sistema motorio. Se invece io vedo una persona saltare o correre, mi agito, imito il suo gesto, vorrei farlo anch'io. Perché ciò che lui sta facendo è già dentro di me. Per questo capisco immediatamente cosa c'è dietro quel suo gesto. Perché dentro di me esiste una copia esatta di quel comportamento". 

Ha mai provato a verificare l'attività dei neuroni specchio in ambito artistico? 
"Sì, e qui si torna all'empatia. Abbiamo lavorato con alcune immagini di sculture classiche, greche e rinascimentali, e grazie all'aiuto di amici matematici abbiamo cambiato, appena appena, la loro proporzione aurea. Ebbene, la cosa interessante è che a quel punto l'attivazione delle aree visive corticali permaneva, ma quella della struttura emozionale, l'insula, veniva a mancare. Questo significa che geni come Prassitele o Donatello riescono a suscitare dentro di noi una vera e propria reazione biologica". 

Professore, volendo ricapitolare il senso più generale della sua ricerca: qual è il fine ultimo che la anima?
"Definire il funzionamento del sistema nervoso con la migliore approssimazione possibile. Da giovane ero a Pisa e lavoravo con il professor Moruzzi: nei nostri laboratori regnava un'atmosfera quasi mistica. Anche allora non c'erano abbastanza soldi per la ricerca, non è certo una novità degli ultimi anni. Ma noi lavoravamo come dannati, nella convinzione che non avremmo mai guadagnato come dei chirurghi o dei medici alla moda, ma in compenso facevamo quello che ci piaceva. E quello che ci piaceva era utile alla società. Si può ambire a qualcosa di più? È lo stesso insegnamento che ho cercato di trasferire ai miei allievi: perseguire la ricerca della verità con tenacia e pazienza. Assumendosi però, al momento opportuno, tutti i rischi necessari. È una lezione che mi dette il premio Nobel John Eccles. Controlla bene tutti i dati che hai a disposizione: ma quando sei intimamente convinto di quello che hai fatto, compi l'azzardo. Esponiti al pericolo di essere criticato, ma prova finalmente a dire la tua".



(14 febbraio 2012)

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