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domenica 14 luglio 2013

Paolo Mottana. Controeducazione. NEL TEMPO DOMINATO DAL GRANDE FALLO DELL'ECONOMIA, OCCORRE DIFFONDERE UNA CONTROCULTURA DELL'EDUCAZIONE, che aiuti a percepire la mortificazione e la deprivazione sistematica dei nostri luoghi, dei nostri tempi, della nostra vita ad opera di un sistema lanciato a folle corsa verso la propria autodistruzione. La "controeducazione" è un richiamo vitale, una pioggia di idee, di proposte, di provocazioni per riempire ancora di piacere e di senso le strade, le case, le città, le scuole e le università

CONTROEDUCAZIONE
"NEL TEMPO DOMINATO DAL GRANDE FALLO DELL'ECONOMIA, OCCORRE DIFFONDERE UNA CONTROCULTURA DELL'EDUCAZIONE, che aiuti a percepire la mortificazione e la deprivazione sistematica dei nostri luoghi, dei nostri tempi, della nostra vita ad opera di un sistema lanciato a folle corsa verso la propria autodistruzione. La "controeducazione" è un richiamo vitale, una pioggia di idee, di proposte, di provocazioni per riempire ancora di piacere e di senso le strade, le case, le città, le scuole e le università."
Ne parla Paolo Mottana, autore del libro "Piccolo manuale di controeducazione"
Mimesis, 2012

Laura Farinella:

L'anima dell'insegnare e dell'apprendere sta nel desiderio alla vita, per me questa lettura è stata illuminante.....http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/milano/2012/09/controeducazione.html





http://youtu.be/04B70OqCf0o


Pina Genitti:
Favoloso! E' UN MODUS OPERANDI BASATO SUL " SE...ALLORA" CHE STA ALLA BASE DEL RAGIONAMENTO LOGICO- SCIENTIFICO, MA VALIDO ANCHE NEL VIVERE QUOTIDIANO! Interessanti i sussidi e il loro uso...


Anna Guarracino:
[…] questa è la moda imperante! TRASFORMARE LA SCUOLA IN UNA LUDOTECA giustificandola con ridicoli principi psicopedagogici. Il successo è garantito perché tutti in questa scuola innovata si mostreranno più entusiasti e più motivati: sfido io!!! La verità è ben altra: IL PROCESSO DI APPRENDIMENTO È CRESCITA INTELLETTUALE E RICHIEDE IMPEGNO, RESPONSABILITÀ ED ESERCITAZIONE OLTRE CHE CONOSCENZE BEN STRUTTURATE. BEN VENGA LA DIDATTICA COINVOLGENTE E AVVOLGENTE, FACILITATA, COMPENSATIVA, METACOGNITIVA E CHI PIÙ NE HA PIÙ NE METTA, MA SALDA DEVE ESSERE L'ACQUISIZIONE DELLE COMPETENZE STRUMENTALI DI BASE, SENZA DELLE QUALI NON SI VA DA NESSUNA PARTE E PER LE QUALI BISOGNA IMPADRONIRSI DI CAPACITÀ A ABILITÀ CHE SONO PRETTAMENTE DIDATTICHE E RICHIEDONO QUEL SACRIFICIO IN TERMINE E DI IMPEGNO E DI STUDIO CHE ATTUALMENTE IN MILLE MODI SI CERCA DI AGGIRARE... sempre che si voglia formare futuri 'individui preparati e intelligenti ed è su questo che mi sorge qualche dubbio che giustifica le tendenze oggi in moda.

Mind Lab Italia:
Buongiorno Anna, sfonda una porta aperta. Senza Fatica Non Si Approda A Nulla. I Giochi In Questo Caso Non Sono Una Ludoteca Ma Un Simulatore Di Vita, Di Situazioni Complesse Che Consentono Di Imparare Competenze Che Con Le Lezioni Frontali Non Si Riescono A Far Passare. Le ricerche di valutazione fatte su questa esperienza sono chiare e i ragazzi ne beneficiano anche sul piano cognitivo oltre che emotivo e sociale. CREDO CHE LA REALTÀ IMPERANTE SIA ANCORA LA MODALITÀ FRONTALE DI FAR LEZIONE CON BUONA PACE DEL COINVOLGIMENTO DEI RAGAZZI.

Anna Guarracino:
Si questa è LA MODA DEL MOMENTO A CUI FACEVO RIFERIMENTO CHE SI TRADUCE NELL'ESALTAZIONE DEL GIOCO COME METODO MIGLIORE PER ASSICURARSI IL COINVOLGIMENTO DEGLI ALUNNI. PUR CONDIVIDENDO UNA DIDATTICA ALLEGRA E DIVERTENTE, STRUTTURATA ANCHE SUI GIOCHI DIDATTICI IO STAREI ATTENTA A DEMONIZZARE LA LEZIONE FRONTALE perché IN NOME DI UNA FALSA IDEA DELL'INNOVAZIONE DELLA DIDATTICA e seguendo la scia della CRITICA GRATUITA DELLA SCUOLA TRADIZIONALE STIAMO MANDANDO TRANQUILLAMENTE LA SCUOLA ATTUALE ALLA DERIVA, SFORNANDO ALLIEVI CHE ARRIVANO ALL'UNIVERSITÀ GIOIOSAMENTE, MA SENZA BASI. Molti di loro riescono pur a laurearsi ma pochi brillano per genialità e TUTTAVIA ancora si inisiste!!! NON SEMPRE BISOGNI ED ESIGENZE ECONOMICHE COLLIMANO CON GLI OBIETTIVI FORMATIVI. BELLO SAREBBE SE LA VITA FOSSE UN GIOCO, MA LE RESPONSABILITÀ E L'IMPEGNO SONO ALTRA COSA E FORSE PER QUESTO I NOSTRI GIOVANI NON SONO ABITUATI ALL'IMPEGNO, ALLA LOTTA, ALLA CONQUISTA SUL CAMPO VERO DEL LAVORO... che poi è anche quello della vita vera.

Francesca Cosenza:
Sono 15 anni che sostengo la validità del gioco come strategia d'apprendimento trasversale, ma ho trovato grandi resistenze nelle docenti e poca disponibilità ad uscire dai limiti dell'insegnamento frontale e della formazione frontale.

Francesca Esposito la scoperta dell'acqua calda. La storia e i metodi della cooperazione educativa standardizzati, anestetizzati e, fondamentalmente, resi innocui. Con buona pace dei poveri Bernardini, Ciari, Lodi... http://youtu.be/cThOEzJiqTU
Sceneggiato Rai (1973) - Diario di un maestro - Versione completa (seconda parte) by Nino
Diario di un maestro è il titolo di uno sceneggiato televisivo del 1972 diretto da Vittorio De Seta e trasmesso la domenica sera su Rai Uno in quattro puntat...

Massimo Mascitti:

Fiorella Palomba:
Vi regalo uno dei PRODOTTI del Laboratorio di Scrittura da me condotto.http://issuu.com/altramente/docs/io_femmina_tu_maschio_io_maschio_tu_femmina__1_
Io femmina tu maschio, io maschio tu femmina. Le differenze tra i maschi e le femmine alla nostra età? Per essere sinceri non ci avevamo mai pensato. Così come immaginarci a trent’anni: non è stato facile, a volte anche faticoso e sfidiamo chi...

Valentina Valentini:
SONO UN'INSEGNANTE E UTILIZZO MOLTO IL COOPERATIVE LEARNING.. avete altri suggerimenti o materiali da condividere? credo molto nell'aspetto affettivo ed emotivo che rendono l'educazione efficace e cerco di valorizzarli al massimo. Quindi ogni suggerimento è benvenuto!grazie!!

Laura Vestrini:
Parlare di gioco già mi sembra una carta vincente ma QUELLO CHE MAGGIORMENTE MI COLPISCE È SENTIRE PARLARE DI ETICA, MORALITÀ, SVILUPPO DI COMPETENZE SOCIALI forse troppe volte messe in secondo piano in una società che troppo spesso emargina, discrimina o soltanto resta indifferente ! Complimenti al progetto e alle colleghe che con grande impegno, credo peraltro ripagato solo da grande soddisfazione, portano avanti questo lavoro uscendo dal coro !!!!!

Marianna Macarlino:
questa è la dimostrazione che la scuola non è solo grammatica storia geografia o meglio non si impara solo sui libri!!!!!!

Comunitá Internazionale di Cooperazione in Educazione:
EDUCARE ALLE COMPETENZE TRASVERSALI NON LO CHIAMEREI PROPRIO CONFORMISMO CULTURALE. Anzi. Non so il motivo per il quale la docente ha fatto riferimento alle prove invalsi. Forse perché é una prova nota e che crea una certa ansia e quindi é un esempio per dire che i ragazzi anche di fronte a prove complesse riescono ad essere riflessivi. Il riferimento inoltre non é sui risultati dei ragazzi alle prove invalsi, ma l'atteggiamento con cui affrontano le prove che incontrano.

Iolanda Votano:
CON IL GIOCO E LA COOPERAZIONE TRA GLI ALLIEVI IL DOCENTE OSSERVA L'AUTONOMIA, L'AUTOSTIMA DI ESSI, ma può insegnar a raggiunger le cono scienze alle discipline d'insegnamento si potenziano gli obbiettivi che i docenti devo raggiunger per il miglioramento dell'insegnamento, stupenda l'attuazione del progetto mad lab.

Filomena Agnello:
[…] Se non cambiamo nulla di ciò che è stato, le prossime generazioni, con la cultura che la scuola attuale offre, saranno altro che ignoranti, I TALENTI SARANNO SCHIACCIATI .

Pasquale Carbone:
Bisognerebbe prima educare gli insegnanti








lunedì 22 ottobre 2012

Così accade con gli esseri umani. Nel fare qualcosa che ritengono giusta, magari ne disfanno un'altra ugualmente giusta. Quando questo avviene nel pensiero invece che nelle azioni l'uomo stesso si perde, non importa come, per quale riflessione, egli consideri d'aver agito , secondo logica. Avete riso alla storiella dello sciocco. Ora vi limiterete a ridere, o rifletterete sui vostri pensieri paragonandoli al sale e alla farina?



NON LIMITATEVI A RIDERE DEGLI SCIOCCHI
Una volta, tanto tempo fa, c'era uno sciocco che era stato mandato a comprare farina e sale; portò con sé un piatto per mettervi gli acquisti. "Bada bene", gli disse colui che lo mandava, a non mescolare le due cose: le voglio separate. Quando il negoziante ebbe riempito il piatto dì farina e stava misurando la quantità giusta di sale, lo sciocco disse: "Non mescolarlo alla farina; guarda, ti mostrerò dove devi metterlo". Voltò il piatto sottosopra per fornire con la parte inferiore del piatto, una superficie su cui versate il sale. La farina, naturalmente, cadde in terra. Ma il sale era salvo. Quando lo sciocco ritornò da colui, che l'aveva mandato a fare gli acquisti, disse: "Ecco il sale". "Benissimo", chiese l'altro; "dov'è la farina?". "Dovrebbe essere qua", disse lo sciocco rivoltando il piatto. Al che il sale fu versato in terra e naturalmente si vide che la farina non c ‘era.
Così accade con gli esseri umani. Nel fare qualcosa che ritengono giusta, magari ne disfanno un'altra ugualmente giusta. Quando questo avviene nel pensiero invece che nelle azioni l'uomo stesso si perde, non importa come, per quale riflessione, egli consideri d'aver agito , secondo logica.
Avete riso alla storiella dello sciocco. Ora vi limiterete a ridere, o rifletterete sui vostri pensieri paragonandoli al sale e alla farina?

domenica 11 marzo 2012

Paul Valèry. Quando non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore

Paul Valéry(1894/1945, pag.29) sosteneva che occorre una particolare forza d'animo per tenersi fuori da percorsi stabiliti dagli altri, e-aggiungerei-per difendere strenuamente le proprie conquiste su queste strade impervie.Purtroppo non sempre abbiamo la forza necessaria per amare e investire libidicamente le nostre creazioni, forse perché queste non sorreggono l'io come vorremmo.Per quanto possa sembrare paradossale , l'esigenza interiore di riparare una situazione di disarmonia ci mantiene in continua tensione.Questo é uno degli aspetti essenziali dello spirito creativo:un inesauribile bisogno intimo che spinge alla realizzazione di un'opera , nell'illusione che la creazione stessa possa sanare certe"lesioni" interiori. Ma questa é appunto un' illusione ; l'artista crea continuamente proprio perché non riesce a risanare del tutto la sua problematica profonda.........Paul Valéry (pag.207) dice di aver sempre cercato con tutti i mezzi di essere diverso dagli altri pur di non sentirsi una mera ripetizione; egli sostiene che in quanto individui abbiamo il compito di distinguerci. Ma chi esprime la propria individualità senza identificarsi con il negativo e accettando la propria diversità vive un'esistenza itinerante".La personalità itinerante é sempre dinamica, in costante sviluppo, non si adegua a modelli statici. Da un certo punto di vista dobbiamo agire al contrario della legge fisica dell'entropia"
Aldo Carotenuto, Eros e Pathos, par.12-La Ripetizione, pagg.134,135



La Storia è il prodotto più pericoloso che la chimica dell’intelletto abbia mai elaborato. […] Fa sognare, inebria i popoli, genera in loro falsi ricordi, ne esaspera i riflessi, ne alimenta le antiche piaghe, li tormenta nel riposo, li trascina al delirio di grandezza o a quello di persecuzione, e rende le nazioni amare e superbe, insopportabili e vane. La Storia giustifica qualsiasi cosa. Non insegna assolutamente nulla, poiché contiene tutto, e di tutto fornisce esempi.
Paul Valéry


"L'uomo delle grandi metropoli, ricade allo stato selvaggio, e cioè in uno stato di isolamento. Il senso di essere necessariamente in rapporto con gli altri, prima continuamente ridestato dal bisogno, si ottunde a poco a poco nel funzionamento senza attriti del meccanismo sociale. Ogni perfezionamento di questo meccanismo rende inutili determinati atti, determinati modi di sentire."
Paul Valery citato da Walter Benjamin in Angelus Novus
aggiunge Benjamin: "il comfort isola. Mentre assimila, d'altra parte, i suoi utenti al meccanismo".



Quando non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore
Paul Valèry

Se pensi come la maggioranza, il tuo pensiero diventa superfluo
Paul Valéry

La politica è l'arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda
Paul Valéry

Cattivo, cattivo tutto ciò che sgrava l'uomo della sua meravigliosa capacità di non comprendere, del suo potere di non potere
Paul Valèry

L’amore dell’altro è un travestimento dell’amore del Medesimo
Paul Valéry, Quaderni

I libri hanno gli stessi nemici dell'uomo: il fuoco, l'umidità, il tempo e il proprio contenuto
Paul Valéry

Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà
Paul Valéry

‎Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta
Paul Valéry da Regards sur le monde actuel, 1931
(attribuita anche ad Arthur C. Clarke e Yogi Berra)

Il capolavoro delle religioni fu di indurre la gente a dire che credeva, − a credere che credeva, cose che non è possibile pensare. Di porre la parola credere davanti a proposizioni alle quali non può corrispondere alcuna idea.
Paul Valéry - Quaderni V



La voce delle cose
                                                                                                                       
Se volete ritorniamo in città! Ma
Si sta così bene su questo vecchio bastione…
Non parliamo!... È perfettamente inutile
E ci si comprende molto meglio che altrove!...

Sì. Ci si comprende senza vane parole.
E senza dissipare col rumore delle voci
L’incanto divino delle folli idee,
Presso il flutto battente, una rosa fra le dita…

La materia parla e l’uomo ascolta,
L’onda mormora e la brezza geme,
La campana rintocca e il vento, sì,
O qualche spirito, nella notte si lamenta…

E l’Uomo, attento alle frasi inquietanti
Delle onde, dei legni, dei campanelli lontani…
Lascia evadersi Cose inquietanti…
… E sono versi dai suoni argentini.

PAUL VALÉRY (1871 – 1945), La voce delle cose, 24 novembre 1887 (trad. di Giancarlo Pontiggia), in ID., Opere poetiche (Œuvres, Gllimard, Paris, pour le tome I et 1960 pour le tome II), a cura di Giancarlo Pontiggia, introduzione di Maria Teresa Giaveri, Guanda, Parma 2012 (nova ed., I ed. 1989), «Altri versi», VI, p. 431.



La voix des choses
                                                                                                                
C’est ainsi que se font les vers!

Si vous le voulez revenons en ville!
Mais on est si bien sur ce vieux rempart…
L’on ne parle pas!... C’est fort inutile
Et l’on se comprend bien mieux qu’autre part!...

Oui. L’on se comprend sans vaines paroles.
Et sans dissiper par le bruit des voix
Le charme divin des idées folles,
Près du flot battant, une rose aux doigts…

La matière parle et l’homme l’écoute
La vague murmure et la brise geint,
La cloche bourdonne et le vent, sans doute,
Ou bien quelque esprit, dans la nuit se plaint…

Et lʼHomme, attentif aux phrases troublates
Des ondes, des bois, des clochers lointains…
Laisse s’évader des Choses troublantes…
… Et ce sont des vers aux son argentins.

PAUL VALÉRY, La voix des choses (24 novembre 1887), in op. cit., «Altri versi», VI, p. 430.







Quando c'è difficoltà ad attaccare l'idea, perché è solida e motivata, si passa ad attaccare chi la espone.Ma è una scelta stupida ed inefficace, che finisce per rafforzare ancor più l'idea.
Quella esposta dal grande poeta Paul Valery è la tattica preferita dalle persone deboli e dalle dittature.



Paul Valéry. Libertà: parola detestabile.
“LIBERTÀ: una di quelle parole detestabili che hanno più valore che significato, che invece di parlare, contano; invece di rispondere, domandano; di quelle parole che hanno fatto tutti i mestieri, e la cui memoria è imbrattata di Teologia, di Metafisica, di Morale e di Politica; parole perfette per la controversia, la dialettica, l’eloquenza: appropriate sia alle analisi illusorie e alle sottigliezze infinite sia ai propositi di frasi foriere di tempesta.
Per questo nome, «Libertà», trovo un significato preciso solo nella dinamica e nella teoria dei meccanismi, dove designa l’eccedenza del numero che definisce un sistema materiale sul numero degli ostacoli che si oppongono alle deformazioni di tale sistema, o gli impediscono certi movimenti.
Questa definizione, che deriva da una riflessione su un’osservazione elementare, meriterebbe di essere richiamata a fronte della significativa impotenza del pensiero morale a circoscrivere in una formula ciò che esso intenda con «libertà» di un essere vivente e dotato di coscienza di sé e delle proprie azioni. Ma, quando non vi è alcun riferimento comune che le obblighi a mettersi d’accordo, nulla è più fecondo di ciò che consente alle intelligenze di dividersi e di sfruttare le loro divergenze. Avendo dunque le une vagheggiato che l’uomo fosse libero, senza poter dire al riguardo cosa intendessero con queste parole, le altre, prontamente, immaginarono e sostennero che non lo era. Parlarono di fatalità, di necessità, e, molto più tardi, di determinismo; ma tutti questi termini appartengono esattamente allo stesso livello di precisione di quello cui si oppongono. Non arrecano alla questione alcun contributo che la sottragga a quell’indeterminatezza entro la quale tutto è vero. Il «determinista» ci giura che, se si sapesse tutto, si sarebbe capaci anche di dedurre e predire il comportamento di ciascuno in ogni circostanza, il che è piuttosto ovvio. Il guaio è che «sapere tutto» non ha alcun senso.
Appena si stringe sui termini, in questo argomento come in tanti altri, tutto diventa assurdo: erano gonfi solo di imprecisione. Si constata facilmente che il problema non ha mai potuto essere veramente enunciato, che tale circostanza non ha mai impedito a nessuno di risolverlo, e che essa gli conferisce una sorta di eternità: esaspera la mente costringendola in un circolo chiuso. Il celebre matematico Abel, parlando di una cosa totalmente diversa, diceva: «Bisogna dare al problema una forma tale per cui sia sempre possibile risolverlo».
È questa forma che bisognava cercare. Ché se è introvabile, il problema non esiste.
Se questa prima ricerca viene a mancare, il pensiero che si accalora su una parola si smarrisce in una quantità di espressioni particolari: a volte adotta un significato più o meno composito, una sorta di media tra quelli vigenti; altre volte un significato assolutamente convenzionale, che ben presto si confonde con quello in uso – ed ecco introdursi l’infinito degli equivoci e delle fluttuazioni del pensatore stesso.
È un errore molto facile, e tanto comune da potersi dire costante, fare di un problema di statistica e di notazioni radunate in modo casuale una questione di esistenza e di sostanza. Non vi è, non vi può essere nulla di più nel significato di una parola se non ciò che ogni intelligenza ha ricevuto dalle altre, in mille occasioni diverse e disparate, cui si aggiungono gli usi che essa stessa ne ha fatto, tutti i brancolamenti di un pensiero nascente in cerca della sua espressione. È dunque alla sola filologia, loro giudice naturale, che conviene sottoporre tutte le questioni i cui termini possono sempre essere messi in discussione. Soltanto ad essa spetta restituire le origini e le peripezie del significato e dell’uso delle parole, ed essa non presuppone loro un «significato autentico», una profondità, un valore diverso da quello di posizione e di circostanza, che risiederebbe e sussisterebbe nel termine isolato.”
PAUL VALÉRY (1871 – 1945), “Variazioni sulla libertà” (pp. 55 – 76, 1938), in ID., “Sguardi sul mondo attuale e altri saggi”, a cura e trad. di Felice Ciro Papparo, Adelphi, Milano 1994 (I ed.), I, pp. 55 – 57.



Questo approccio, che potrebbe erroneamente anche sembrare semplice riduzionismo nominalistico, ha invece qualcosa di gaddianamente "ingegneristico", nel suo implicito invito a considerare il problema in termini di complessità delle relazioni.






Paul Valéry. Ambroise Paul Toussaint Jules Valéry (Sète, 30 ottobre 1871 – Parigi, 20 luglio 1945) 
è stato uno scrittore, poeta e aforista francese.
http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Val%C3%A9ry







“ Liberté c’est un de ces détestables mots qui ont plus de valeur que de sens; qui chantent plus qu’ils ne parlent; qui demandent plus qu’ils ne répondent; de ces mots qui ont fait tous les métiers, et desquels la mémoire est barbouillée de Théologie, de Métaphysique, de Morale et de Politique; mots très bons pour la controverse, la dialectique, l’éloquence; aussi propres aux analyses illusoires et aux subtilités infinies qu’aux fins de phrases qui déchaînent le tonnerre.
Je ne trouve une signification précise à ce nom de «Liberté» que dans la dynamique et la théorie des mécanismes, où il désigne l’excès du nombre qui définit un système matériel sur le nombre des gênes qui s’opposent aux déformations de ce système, ou qui lui interdisent certains mouvements.
Cette définition qui résulte d’une réflexion sur une observationtoute simple, méritait d’être rappelée en regard de l’impuissance remarquable de la pensée morale à circonscrire dans une formule ce qu’elle entend elle-même par la «liberté» d’un être vivant et doué de conscience de soi-même et de ses actions.
Mais rien de plus fécond que ce qui permet aux esprits de se diviser et d’exploiter leurs différences, quand il n’y a point de référence commune qui les oblige à s’accorder.
Les uns, donc, ayant rêvé que l’homme était libre, sans pouvoir dire au juste ce qu’ils entendaient par ces mots, les autres, aussitôt, imaginèrent et soutinrent qu’il ne l’était pas. Ils parlèrent de fatalité, de nécessité, et, beaucoup plus tard, de déterminisme; mais tous ces termes sont exactement du même degré de précision que celui auquel ils s’opposent. Ils n’importent rien dans l’affaire qui la retire de ce vague où tout est vrai.
Le «déterminisme» nous jure que si l’on savait tout, l’on saurait aussi déduire et prédire la conduite de chacun en toute circonstance, ce qui est assez évident. Le malheur veut que «tout savoir» n’ait aucun sens.
Tout devient absurde en cette matière, comme en tant d’autres, dès que l’on presse les termes: ils n’étaient enflés que de vague. On constate facilement que le problème n’a jamais pu être véritablement énoncé, que cette circonstance n’a jamais empêché personne de le résoudre, et qu’elle lui confère une sorte d’éternité: il irrite l’esprit dans un cercle. Le célèbre géomètre Abel, traitant de tout autre chose, disait: «On doit donner au problème une forme telle qu’il soit toujours possible de le résoudre.»
C’est cette forme qu’il fallait chercher. Que si elle est introuvable, le problème n’existe pas.
Faute de cette première recherche, la pensée s’excitant sur un mot s’égare dans une quantité d’expressions particulières elle adopte tantôt un sens plus ou moins composite, sorte de moyenne des usages; tantôt un sens conventionnel, qui se brouille bientôt avec celui del’usage, et l’infini des méprises et des fluctuations du penseur luimêmes’introduit.
C’est une erreur très facile, et si commune qu’on peut la dire constante, que de faire un problème de statistique et de notations accidentellement constituées, un problème d’existence et de substance. Il n’y a rien de plus, il ne peut rien y avoir de plus dans un sens de mot que ce que chaque esprit a reçu des autres, en mille occasions diverses et désordonnées, à quoi s’ajoutent les emplois qu’il en a faits lui-même, tous les tâtonnements d’une pensée naissante qui cherche son expression. C’est donc à la seule philologie, leur juge naturel, qu’il convient d’adresser toutes les questions dont les termes peuvent toujours être mis en cause. Il lui appartient à elle seule de restituer les origines et les vicissitudes du sens et des emplois des mots, et elle ne leur suppose pas un «sens vrai», une profondeur, une valeur autre que de position et de circonstance, qui résiderait et subsisterait dans le terme isolé.» 
PAUL VALÉRY, “Fluctuations sur la liberté” (1938), in ID., “Regards sur le monde actuel et autres essais”, in “Œuvres”, Gallimard, Paris 1962 (I éd., Édition de la N.R.F., Paris 1938), vol. II, I, pp. 951 – 952.












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