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venerdì 26 dicembre 2014

Severino "La potenza dell'errare. Al riduzionismo compete [tra le altre] una contraddizione, che è l'análogon del riduzionismo teologico. La riduzione della mente al cervello è cioè l'análogon mondano della riduzione teologica del mondo a Dio. Infatti, se il mondo è totalmente riducibile a Dio, non c'è mondo; e se la mente è totalmente riducibile al cervello, non c'è mente. In entrambi i casi, se la riduzione non è totale c'è un residuo irriducibile. Ma se la riduzione è totale, essa nega ciò che essa stessa afferma: nega quella mente e quel mondo che essa riconosce come esistenti proprio per la sua volontà di ridurli, rispettivamente, al cervello e a Dio.


CONTRO IL RIDUZIONISMO
Al riduzionismo compete [tra le altre] una contraddizione, che è l'análogon del riduzionismo teologico. La riduzione della mente al cervello è cioè l'análogon mondano della riduzione teologica del mondo a Dio. Infatti, se il mondo è totalmente riducibile a Dio, non c'è mondo; e se la mente è totalmente riducibile al cervello, non c'è mente. In entrambi i casi, se la riduzione non è totale c'è un residuo irriducibile. Ma se la riduzione è totale, essa nega ciò che essa stessa afferma: nega quella mente e quel mondo che essa riconosce come esistenti proprio per la sua volontà di ridurli, rispettivamente, al cervello e a Dio.
Emanuele Severino "La potenza dell'errare. Sulla storia dell'Occidente" (2013), Rizzoli 2014, p. 341
[Gerhard Richter, Ohne Titel (Abend) l Senza titolo (Sera), 1971]



Il "Dio creatore" va negato (e così l'uomo creatore, o la tecnica creatrice), perché nel concetto di un Dio siffatto si esprime la follia che identifica l'essere e il nulla, ossia perché il contenuto di tale concetto è nullo. Mi sembra che per molti "nichilismo" sia, per definizione, la negazione del Dio della tradizione cristiana. Ma allora è questione di parole; e sarebbe inevitabile essere "nichilisti". Ciò a cui si rivolge il mio discorso non ha però nulla a che vedere con l'ateismo, che riduce la totalità dell'essere al mondo. Anzi Dio è "troppo poco". Già la più umile delle cose, in quanto eterna, sta al di sopra di Dio, che dalla follia del nichilismo viene fatto giocare col nulla. Ma per discutere il fondamento di queste affermazioni bisogna uscire dai luoghi comuni o dal facile appello a quel che la gente pensa comunemente.

Emanuele Severino



Il destino è un padrone (violenza, predominio, prevaricazione) solo se esiste un servo ..
Emanuele Severino


Emanuele Severino, Il disfacimento del corpo non ne è l’annientamento.
“Il pensiero che testimonia la verità dell’essere non può accogliere l’affermazione che con la morte del corpo l’anima continui ad esistere: ma non perché si debba invece affermare che, non esistendo più il corpo, non possa più esistere nemmeno l’anima, bensì perché tanto il corpo quanto l’anima sono eterni. Come ogni essere. L’anima non può esistere senza il corpo, così come non può esistere senza uno qualsiasi degli enti, giacché il destino della totalità dell’ente è di esistere. (‘Aeternus’ è sincope di ‘aeviternus’, e l’‘aevum’ è l’αἰών, l’esser sempre, l’impossibilità di non essere. Ma questa impossibilità si deve riferire alla totalità dell’essere, e non ad un ente privilegiato – onde l’αἰών greco è la stessa espressione del nichilismo metafisico).
Il disfacimento del corpo non ne è l’annientamento, ma è il modo in cui il corpo si porta stabilmente al di fuori dell’apparire dell’essere. La storia è il processo del comparire e dello sparire dell’eterno. La dialettica non è l’essenza dell’essere in quanto è, ma dell’essere in quanto appare. L’essere sopporta inalterato ogni aggressione della tecnica. Non ne resta in alcun modo intaccato, ma lascia apparire gli spettacoli dell’alienazione del senso dell’essere.”

EMANUELE SEVERINO (1929), “Essenza del nichilismo”, Adelphi, Milano 1982 (nuova edizione ampliata, I ed. Paideia, Brescia 1972), Parte seconda ‘La terra e l’essenza dell’uomo’, I, p. 197.






Emanuele Severino.
- Leopardi Nietzsche e la maschera indossata dall’angoscia -
“ In relazione al nulla assoluto, «in mezzo» al quale l’essere si trova (‹Zibaldone›, 85), il «genio» vede, per Leopardi, l’impotenza di ogni rimedio e l’impossibilità di ogni salvezza. Anche la tecnica è impotente di fronte al nulla assoluto. Per questo Leopardi può pensare che dopo il fallimento della potenza della tecnica rimanga, a fronteggiare ancora per un poco l’irruzione del nulla, la potenza del canto del «genio», nella situazione dove «l’anima riceve vita (se non altro passeggera) della stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose, e sua propria» (‹ibid›., 261) – questa forza essendo appunto la potenza del canto del «genio». Ma il superuomo è il genio che vince il nulla assoluto della morte proprio perché conosce l’assoluta precarietà, incertezza e destinazione al nulla di tutte le cose e di se stesso. Gioisce non per la potenza del canto che mostra la vittoria del nulla, ma perché la suprema vittoria ‹del› nulla – cioè del divenire – è la vittoria ‹sul› nulla da cui le cose provengono e in cui ritornano. Tale vittoria, in cui consiste l’eterno ritorno di tutte le cose, è fondata sulla coscienza dell’illusorietà del nulla in quanto origine assoluta e termine assoluto del tutto. Il superuomo non ha bisogno di gioire della potenza del canto, perché gioisce della propria eternità, del proprio eterno far ritorno nell’essere, insieme a tutte le cose. Ma gioisce stando sull’abisso di un’eternità essenzialmente implicata dalla non eternità, ossia che ha ed è in se stessa la propria negazione. La gioia del superuomo è la maschera inevitabilmente indossata dall’angoscia a cui l’Occidente è destinato. Al di là della follia del divenire e ‹cioè› dell’eternità dell’Occidente, la ‹Gioia› del destino della verità non maschera alcuna angoscia.”

EMANULE SEVERINO, “L’anello del ritorno”, Adelphi, Milano 1999, XXII. ‘Nietzsche e l’essenza del nichilismo’, 3. ‘Nietzsche, Leopardi, il destino della verità’, pp. 432 – 433.






martedì 1 luglio 2014

Cristiane Singer. Del buon uso delle crisi. E', purtroppo, inutile che la scienza contemporanea, e soprattutto la fisica nucleare, dopo Heisemberg e Bohr, ci diano conferma della natura del reale attestata dagli antichi sistemi cosmologia e religiosi: noi persistiamo, nelle nostre società, ad inforcare gli occhiali riduttivi di un positivismo miope alla Auguste Compte

E', purtroppo, inutile che la scienza contemporanea, e soprattutto la fisica nucleare, dopo Heisemberg e Bohr, ci diano conferma della natura del reale attestata dagli antichi sistemi cosmologia e religiosi: noi persistiamo, nelle nostre società, ad inforcare gli occhiali riduttivi di un positivismo miope alla Auguste Compte.
Cristiane Singer, Del buon uso delle crisi



Nella nostra società, tutta l'ambizione, tutta la concentrazione é rivolta a distrarci, a sviare l'attenzione da tutto ciò che è importante. Un sistema di fili spinati, di proibizioni per non avere accesso alla nostra profondità. Si tratta di una immensa cospirazione di una civiltà contro l'anima, contro lo spirito.
Cristiane Singer, Del buon uso delle crisi




venerdì 13 giugno 2014

Canetti - Socrate. “Ciò che più mi ripugna dei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là, in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini finchè non rimane altro che stanza vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate fuori anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda e si immaginano che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento”.








Pillole di filosofia: lo schizofrenico che faceva troppe domande

Atene, giugno 410 a.C.. E’ sera, ma il sole rimbalza sulle case bianche e sulle strade lastricate ancora roventi. In fondo ai gradini che state scendendo c’è un uomo, basso e tarchiato, bruttino, con il naso a patata e un odore non propriamente piacevole. Il suo aspetto è trasandato ma i suoi occhi brillano. Lo potreste definire un bizzarro barbone graziato da una qualche luce carismatica.
Quest’uomo pone domande, incessantemente, continuamente. Sembra una macchinetta inceppata che ripete sempre all’infinito “Che cos’è?”. I più lo squadrano infastiditi e lo scacciano come si fa con un insetto. Con un tafano, per la precisione. L’uomo che sta per diventare il padre del pensiero razionalista occidentale e il primo grande martire della filosofia è un attempato e strambo signore che passa il suo tempo ciondolando al mercato e facendo ai passanti domande imbarazzanti. Tutto qui.
Socrate (470 a.C./469 a.C. – 399 a.C.)
Socrate (470 a.C./469 a.C. – 399 a.C.)
Beh, più o meno. Prima di tutto c’è da dire che queste domande erano veramente acute e perfettamente, paradigmaticamente, filosoficheLe domande di Socrate atomizzavano il pensiero. Analiticamente sminuzzava le frasi per ridurle in primitive particelle linguistiche e poter così, procedendo come un riduzionista ante litteram, smascherare le false verità. Non crearne di nuove, sia ben chiaro. Sin dai suoi albori la filosofia si mostra come la scienza che non può e non vuole sviscerare nuovi elementi dalla realtà ma come la disciplina preposta a sbugiardare in pubblica piazza, e spesso in modo poco cortese, le fallacie logiche, i pregiudizi dogmatici e le illusioni mendaci.
E’ questo suo lavoro puramente in negativo che la renderà spesso malvista, maltrattata e malmenata e che farà dire al poeta Bulgaro Canetti circa 2400 anni dopo “Ciò che più mi ripugna dei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là, in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini finchè non rimane altro che stanza vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate fuori anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda e si immaginano che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento”.
Vicoli ciechi, assurdi logici e autocontraddizioni. Finire nel vortice delle domande di Socrate doveva essere un’esperienza poco piacevole e decisamente sconfortante. Il filosofo sentiva che la sua vocazione era quella di svelare i limiti di tutto quelle che le persone davano per scontato e mettere in discussione le fondamenta stesse delle credenze su cui avevano basato la loro vita. Non si sarebbe fermato finché il malcapitato non avesse ammesso in realtà di non sapere un bel niente. Quest’idea di Socrate è più che opinabile, in molti hanno sostenuto che nell’ottica di una vita serena e felice abbiamo bisogno di una corazza di illusioni e di certezze più o meno auto costruite. Ma il filosofo era convinto che fosse molto meglio non sapere nulla piuttosto che continuare a credere di sapere qualcosa che in realtà si ignora. La vita, sosteneva, vale la pena di essere vissuta solo se si pensa a ciò che si sta facendo.
Oggi Socrate sarebbe stato probabilmente diagnosticato come schizofrenico, se non altro per la sua convinzione di convivere con un dàimon, un demone interiore che stimolava la sua ragione e lo dissuadeva dal prendere decisioni sbagliate. Ma anche ai suoi tempi non se la passava troppo bene e in molti lo ritenevano un vero e proprio problema di ordine pubblico. Testimoniando e predicando l’uso della ragione senza riserve, Socrate induceva le menti dei giovani ateniesi a mettere in dubbio lo stato politico attuale e soprattutto la religione tradizionale con tutto lo schema comportamentale e morale che essa implicava.
"Morte di Socrate" di Jacques-Louis David
“Morte di Socrate” di Jacques-Louis David
Nel 399 a.C., quando aveva ormai settant’anni, un cittadino di nome Mileto lo denunciò, accusandolo di empietà e corruzione dei giovani. Il primo filosofo morì come era vissuto. Coerentemente con la sua figura di personaggio scomodo, non tentò neanche di difendersi o di accattivarsi la giuria che doveva deliberare sulla sua condanna. Indorare e deformare i fatti era proprio dei sofisti, i retori persuasori bistrattatori della verità, non certo di Socrate che accettò di bere la cicuta e andò serenamente incontro alla morte.
A questo personaggio a dir poco pittoresco, che preferì morire piuttosto che smettere di pensare alla vera natura delle cose, dobbiamo moltissimo. Non ha debellato malattie, non ha inventato niente di direttamente utile, non ha scritto poesie meravigliose, eppure possiamo dire che ha fatto molto di più. Ha spronato gli uomini del suo tempo e tutti quelli che sono venuti dopo a conoscere a non fermarsi all’apparenza delle cose e a diffidare delle facili soluzioni. A non accettare questo labirinto intricato del mondo come un dato di fatto ma a avventurarcisi senza pregiudizi o illusioni, sempre accompagnati dall’uso spregiudicato della razionalità. In una parola, ci ha insegnato la Filosofia. Ed è da quella che, poi, scende tutto il resto.

mercoledì 11 giugno 2014

Il fisico Hans Peter Dürr, in un suo intervento, ci ha ricordato che guardiamo all'universo come un analfabeta che si ritrova tra le mani una poesia stupenda. Costui, non sapendo né leggere né scrivere, esamina il tutto con grande attenzione e si accorge che alcuni segni si ripetono più volte. Comincia dunque a contare tali segni, a riordinarli e a catalogarli. Alla fine sa che sul foglio è riportato un certo numero di a, di b, di c, ecc.... È orgoglioso del risultato ottenuto dalla sua ricerca. Però della poesia non ha capito proprio nulla.

Il fisico Hans Peter Dürr, in un suo intervento, ci ha ricordato che guardiamo all'universo come un analfabeta che si ritrova tra le mani una poesia stupenda. Costui, non sapendo né leggere né scrivere, esamina il tutto con grande attenzione e si accorge che alcuni segni si ripetono più volte. Comincia dunque a contare tali segni, a riordinarli e a catalogarli. Alla fine sa che sul foglio è riportato un certo numero di a, di b, di c, ecc.... È orgoglioso del risultato ottenuto dalla sua ricerca. Però della poesia non ha capito proprio nulla.




mercoledì 14 maggio 2014

Benjamin Lee Whorf. La segmentazione della natura è un aspetto della grammatica. Noi suddividiamo e organizziamo il flusso degli eventi in larga misura perché ne siamo convenzionalmente costretti dalla nostra madre lingua e non perché sia la natura ad essere segmentata proprio nel modo in cui noi la vediamo. Noi sezioniamo la natura lungo linee che ci vengono imposte dalla lingua nativa. Il mondo si presenta come un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate nella nostra mente, nei nostri sistemi linguistici. Noi facciamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti e le attribuiamo significati soprattutto perché accettiamo una convenzione che si fonda su questo tipo di procedimento. [...] [Le lingue] ci spingono a pensare l'universo come a una collezione di oggetti ed eventi distinti che corrispondono alle relative parole


"La segmentazione della natura è un aspetto della grammatica. Noi suddividiamo e organizziamo il flusso degli eventi in larga misura perché ne siamo convenzionalmente costretti dalla nostra madre lingua e non perché sia la natura ad essere segmentata proprio nel modo in cui noi la vediamo. Noi sezioniamo la natura lungo linee che ci vengono imposte dalla lingua nativa. 
Il mondo si presenta come un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate nella nostra mente, nei nostri sistemi linguistici. Noi facciamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti e le attribuiamo significati soprattutto perché accettiamo una convenzione che si fonda su questo tipo di procedimento. [...] [Le lingue] ci spingono a pensare l'universo come a una collezione di oggetti ed eventi distinti che corrispondono alle relative parole
Benjamin Lee Whorf


sabato 19 gennaio 2013

Nelson Goodman. “Il modo di essere del mondo”. A volte i filosofi confondono le caratteristiche del discorso con le caratteristiche dell’oggetto del discorso. È difficile che si arrivi a sostenere che il mondo consiste di parole solo perché una sua descrizione vera consiste di parole; eppure talvolta si suppone che il mondo presenti la medesima struttura di una sua descrizione



Nelson Goodman. Linguomorfismo e misticismo.
A volte i filosofi confondono le caratteristiche del discorso con le caratteristiche dell’oggetto del discorso. È difficile che si arrivi a sostenere che il mondo consiste di parole solo perché una sua descrizione vera consiste di parole; eppure talvolta si suppone che il mondo presenti la medesima struttura di una sua descrizione. Questa tendenza può sfociare persino nel linguomorfismo qualora il mondo venga concepito come costituito da oggetti atomici corrispondenti a certi nomi propri e di fatti atomici corrispondenti a enunciati atomici. Ci imbattiamo in una vera e propria ‘reductio ad absurdum’, poi, quando qualche filosofo d’occasione afferma che una descrizione semplice risulterà adeguata soltanto se il mondo è semplice; o asserisce (e l’ho sentito dire in tutta serietà) che una descrizione coerente sarà una deformazione a meno che il mondo non sia anch’esso coerente. Secondo questa linea di pensiero presumo che, prima di descrivere il mondo in italiano [nel testo originale, qui sotto riportato: ‘in inglese’], dovremo stabilire se esso è scritto in italiano ed esaminarne molto attentamente la grafia.
È abbastanza ovvio che la lingua, la scrittura, la presentazione tipografica, la prolissità di una descrizione non riflettono alcuna caratteristica parallela del mondo. La coerenza è una caratteristica delle descrizioni, non del mondo: la domanda appropriata non è se il mondo sia coerente, ma se lo è la nostra spiegazione. E ciò che intendiamo con «semplicità» del mondo è soltanto la semplicità che riusciamo a ottenere nel descriverlo.
La confusione di cui ho parlato è relativamente evidente nel caso di enunciati isolati e, pertanto, relativamente meno pericolosa dell’errore di supporre che la struttura di una descrizione sistematica vera rispecchi la struttura del mondo. Poiché un sistema consta di termini o elementi di base o primitivi o di una gerarchia progressiva costruita a partire da questi, si potrebbe facilmente giungere a supporre che il mondo debba essere costituito di corrispondenti elementi atomici connessi in modo analogo. Nessuna teoria avanzata negli ultimi anni da eminenti filosofi sembra più ovviamente erronea della teoria raffigurativa del linguaggio. Eppure ancora si trovano acuti filosofi che ricorrono frettolosamente a una nozione di qualità o particella assolutamente semplice. E molti di coloro che non commettono l’errore di pensare che il mondo sia divisibile unicamente in elementi ultimi, pensano tuttavia che i ‘significati’ debbano essere analizzati mediante una scomposizione del genere, sottoscrivendo così l’assolutismo che si cela nella distinzione tra proposizioni analitiche e sintetiche.
[…]
Ciò che voglio discutere è una spiacevole sensazione che mi prende ogniqualvolta metto in guardia contro la confusione in questione. Mi par di sentire, infatti, l’anti-intellettualista, il mistico – il mio grane nemico – apostrofarmi più o meno così: «Certo, si tratta proprio do ciò che da tempo vado dicendo. Ogni descrizione non è che una misera caricatura. La scienza, il linguaggio, la percezione, la filosofia – nessuna di queste cose potrà mai darci un ritratto assolutamente fedele del mondo così come esso è. Tutte introducono delle astrazioni o convenzionalizzazioni di questo o di quell’altro tipo; tutte filtrano il mondo attraverso la mente, i concetti, i sensi, il linguaggio; e tutti questi strumenti di filtraggio deformano in qualche modo il mondo. Il punto non è che ciascuno dia soltanto una verità parziale, ma che ciascuno introduce proprie deformazioni. Non otteniamo mai, neanche parzialmente, un ritratto realmente fedele del modo di essere del mondo». 
Qui parla il bergsoniano, l’oscurantista, che mentre sembra ripetere le mie stesse parole, in realtà sta chiedendo: «Qual è la differenza fra noi? non possiamo essere amici?». 
[…]
Poiché il mistico è interessato al modo di essere del mondo e scopre che non v’è possibilità di esprimerlo o descriverlo, la sua risposta ultima alla domanda circa il modo di essere del mondo dovrà essere il silenzio, come egli stesso riconosce. Poiché io sono invece interessato ai modi di essere del mondo, la mia risposta consisterà nel costruire una o molteplici descrizioni. La risposta alla domanda «Qual è il modo di essere del mondo? Quali sono i modi di essere del mondo?» non è il silenzio, ma un continuo discorrere.”
NELSON GOODMAN (1906 – 1998), “Il modo di essere del mondo”, trad. di Antonio Rainone, in AA.VV., “Novecento filosofico e scientifico”, a cura di Antimo Negri, Marzorati, Milano, 1991, 5 voll., vol. II ‘Protagonisti’, 1. ‘Introduzione’, pp. 907 - 908; 5. ‘Il modo di essere del mondo’, p. 913.



“ Philosophers sometimes mistake feature of discourse for features of the subject of discourse. We seldom conclude that the world consists of words just because a true description of it does, but we sometimes suppose that the structure of the world is the same as the structure of the description. This tendency may even reach the point of linguomorphism when we conceive the world as comprised of atomic objects corresponding to atomic sentences. A ‘reductio ad absurdum’ blossoms when an occasional philosopher maintains that a simple description can be appropriate only if the world is simple; or asserts (and I have heard this said in all seriousness) that a coherent description will be a distortion unless the world happens to be coherent. According to this line of thinking, I suppose that before describing the world in English we ought to determine whether it is written in English, and that we ought to examine very carefully how the world is spelled.
Obviously enough the tongue, the spelling, the typography, the verbosity of a description reflect non parallel features in the world. Coherence is a characteristic of descriptions, not of the world: the significant question is not whether our account of it is. And what we call the simplicity of the world is merely the simplicity we are able to achieve in describing it.
But confusion of the sort I am speaking of relatively transparent at the level of isolated sentences, and so relatively less dangerous than the error of supposing that the structure of a veridical systematic description mirrors forth the structure of the world. Since a system has basic or primitive terms or elements and a graded hierarchy built out of these, we easily come to suppose that the world must consist of corresponding atomic elements put together in similar fashion. No theory advocated in recent years by first-rate philosophers seems more obviously wrong than the picture theory of language. Yet we still find acute philosophers resorting under pressure to a notion of absolutely simple qualities or particles. And most of those who avoid thinking of the world as uniquely divisible into absolute elements still commonly suppose that ‘meanings’ do resolve thus uniquely, and so accept the concealed absolutism involved in maintaining the distinct between analytic and synthetic propositions.
[…]
What I want to discuss is an uncomfortable feeling that come upon me whenever I warn against the confusion in question. I can hear the anti-intellectualistic, the mystic – my arch enemy – saying something like this: ‘Yes, that’s just what I’ve been telling you all along. All our descriptions are a sorry travesty. Science, language, perception, philosophy – none of these can ever be utterly faithful to the world as it is. All make abstractions or conventionalizations of one kind or another, all filter the world through the mind, trough concepts, trough the senses, through language; and all these filtering media in some way distort the world. It is not just that each introduces distortion of its own. We never achieve even in part a really faithful portrayal of the way the world is’.
Here speaks the Bergsonian, the obscurantist, seemingly repeating my own words and asking, in effect, ‘What’s the difference between us? Can’t we be friends?’.
[…]
Since the mystic is concerned with the way the world is and finds that the way cannot be expressed, his ultimate response to the question of the way the world is must, as he recognizes, be silence. Since I am concerned rather with the ways the world is, my response must be construct one or many descriptions. The answer to the question ‘What is the way the world is? What are the ways the world is?’ is not a shush, but a chatter.”
NELSON GOODMAN, “The Way the World Is” (This paper was read at Princeton University in November, 1955, and has since been read at Harvard and Brandeis Universities.), in ‘The Review of Metaphysics’, Philosophy Education Society Inc., Washington, Vol. 14, No. 1 (Sep., 1960), pp. 48 – 56, 1. ‘Introduction’, pp. 48 – 49; 5. ‘The Way the World Is’, p. 55. Rist. In NELSON GOODMAN, “Problems and Projects”, Bobbs-Merrill, Indianapolis & New York 1972, pp. 24 – 32.

venerdì 31 agosto 2012

Territorio Bateson. LA SEMPLIFICAZIONE È UN'OPERAZIONE DEL TUTTO NATURALE E SPONTANEA, che HA PROBABILMENTE UN FORTE VALORE DI SOPRAVVIVENZA. DI FRONTE ALLA COMPLESSITÀ DISARMANTE E ALLARMANTE DEL MONDO, NON SOLO LO SCIENZIATO MA TUTTI GLI ESSERI UMANI NE TENTANO UNA SEMPLIFICAZIONE, ANZI UNA RICOSTRUZIONE. CHE COSA FANNO L'ARTISTA, IL RITRATTISTA, IL COMPOSITORE, IL NARRATORE, LO SCIENZIATO, IL TECNICO SE NON TENTARE DI RICOSTRUIRE IL MONDO SECONDO REGOLE E PROCEDIMENTI DIVERSI MA TUTTI ESSENZIALMENTE VOLTI A FORNIRNE UN MODELLO PIÙ SEMPLICE NEL QUALE SCOPRIRE LA "VERITÀ" O ADDIRITTURA VIVERE MEGLIO?


Territorio Bateson. a cura di Anna Cotugno e Giovanni Di Cesare

Epistemologia della differenza.

 Giuseppe O. Longo

1. Contesto e riduzionismo

Ho scelto questo titolo perché richiama e riassume quella grande svolta epistemologica del Novecento che è legata all'informazione, al significato, alla ridondanza, all'ordine e alla struttura, e di cui GREGORY BATESON è stato uno dei protagonisti.
Bateson cominciò ad esplorare questo territorio sulla scoria di un aforisma di Alfred Korzybski: "LA MAPPA NON È IL TERRITORIO"; enunciato che a tutta prima può sembrare ovvio se non banale, ma che permise a Bateson di por mano alla costruzione di UN'EPISTEMOLOGIA NUOVA, CHE SI CONTRAPPONE IN MODO RADICALE A QUELLA DELLE SCIENZE DELLA NATURA, IN PARTICOLARE DELLA FISICA.
Quali sono le differenze tra queste due epistemologie, quella CLASSICA, che risale più o meno a Galilei e che forse è ancora dominante, e quella nuova, ormai robusta ma non ancora compiutamente sviluppata?
In primo luogo, mentre LA FISICA RAGGIUNGE I PROPRI RISULTATI GRAZIE A UNA SEMPLIFICAZIONE che consiste nel SOPPRIMERE IL CONTESTO E NEL CONSIDERARE SOLO SISTEMI E FENOMENI ISOLATI, NELL'EPISTEMOLOGIA INFORMAZIONALE(1) IL CONTESTO È FONDAMENTALE: NON VI SONO FENOMENI, EVENTI, COMUNICAZIONI, ACCADIMENTI, TRASFORMAZIONI CHE NON SIANO ESSENZIALMENTE INSERITI IN UN CONTESTO, nel senso che SOLO DAL CONTESTO ESSI RICEVONO IL LORO SIGNIFICATO E SOLO IN BASE AD ESSO POSSONO ESSERE DESCRITTI E SPIEGATI.
In altre parole; MENTRE LA FISICA HA OTTENUTO E IN BUONA PARTE ANCORA OTTIENE I SUOI COSPICUI RISULTATI ATTRAVERSO LA PRATICA DEL RIDUZIONISMO(2), cioè grazie all'ELIMINAZIONE DI TUTTI I LEGAMI CHE A PRIORI CONNETTONO IL FENOMENO O IL SISTEMA CONSIDERATO AL CONTESTO PIÙ AMPIO; NEL CAMPO DELL'INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE QUESTI NESSI NON POSSONO ESSERE RECISI PERCHÉ COSTITUISCONO LE RELAZIONI CHE DEFINISCONO IL FENOMENO PER QUELLO CHE È.
Che nell'ambito della comunicazione il contesto sia importante, anzi ineliminabile, e peraltro noto a tutti dalla COMUNE ESPERIENZA DELLA LETTURA: OGNI LETTERA È INSERITA IN UNA SILLABA, OGNI SILLABA IN UNA PAROLA, OGNI PAROLA IN UNA FRASE, E COSÌ VIA; e ciascun elemento riceve il proprio significato da tutti i contesti più ampi, cioè dagli elementi di livello superiore di cui è parte. Come si vede, in genere ESISTONO PIÙ CONTESTI, DI AMPIEZZA DIVERSA, CONTENUTI L'UNO NELL'ALTRO. Inoltre si osservi che se LA PAROLA RICEVE IL SUO SIGNIFICATO DALLA FRASE, LA FRASE A SUA VOLTA LO RICEVE DALLE PAROLE CHE LA COMPONGONO: LA NOZIONE DI SIGNIFICATO CONTESTUALE NON È LINEARE O UNIDIREZIONALE, BENSÌ CIRCOLARE(3).

2. Linearità e complessità
LA SCOPERTA DI QUESTA CIRCOLARITÀ È DI ENORME IMPORTANZA, perché storicamente la prima impressione che l'uomo ha avuto nei confronti del mondo è che esso funzioni in base a CATENE CAUSALI LINEARI, che hanno origine in un certo punto (spesso ARBITRARIO, o meglio scelto in base a finalità pratiche) e finiscono chissà dove nella vastità dei fenomeni. Per contro, LA DESCRIZIONE O SPIEGAZIONE CONTESTUALE, imperniata sul concetto d'INFORMAZIONE, si basa su CIRCOLI O ANELLI DI RETROAZIONE (O FEEDBACK).
BATESON CONSIDERÒ SEMPRE MOLTO IMPORTANTE LA NOZIONE DI RETROAZIONE, che aveva dapprima intuito nel suo lavoro iniziale di antropologo senza riuscire a formularla chiaramente" (4), e che poi aveva incontrato nel suo ambito di scoperta ufficiale, l'ingegneria dei sistemi e delle regolazioni. In seguito, con grande perspicuità, la vide all'opera in molti contesti comunicativi (sociali, psicologici, psicopatologici, culturali, politici, ecologici), e nei grandi fenomeni dell'evoluzione e dell'apprendimento, fenomeni che potremmo chiamare grandi tautologie e che sono appunto contraddistinti dalla presenza di anelli o di circuiti di retroazione ancora più complicati.
Certo, PENSARE CHE IL MONDO SIA LINEARE E MOLTO COMODO. Questa APPARENTE LINEARITÀ, CHE LA FISICA MATEMATICA HA EREDITATO DAL SENSO COMUNE e che fino a ieri ha tentato di erigere a modello esplicativo generale, NELLA NUOVA EPISTEMOLOGIA VIENE SOSTITUITA DALLA CIRCOLARITÀ, una strutturazione molto più complicata, che NON SI LASCIA FACILMENTE RIDURRE E CHE ANZI COSTITUISCE UNO DEGLI INGREDIENTI ESSENZIALI DELLA COMPLESSITÀ. Dopo la scoperta della circolarità, o della retroazione o più in generale della complessità, NON POSSIAMO PIÙ PERMETTERCI DI SEMPLIFICARE LA REALTÀ. DOBBIAMO RASSEGNARCI A VIVERE IN UN MONDO COMPLESSO, anche a costo di rinunciare a quegli splendidi risultati che la fisica classica ha conseguito grazie alla linearizzazione (5).
LA SPIEGAZIONE CIBERNETICA evita amputazioni riduttive e resezioni atomistiche di questo tipo, ma AFFRONTANDO I PROBLEMI IN TUTTA LA LORO COMPLESSITÀ NON GARANTISCE AFFATTO DI POTERLI RISOLVERE. Poiché LA MATEMATICA CHE ABBIAMO COSTRUITO FINORA È ADATTA AI PROBLEMI LINEARI, MA NON A QUELLI CIRCOLARI E PIÙ COMPLESSI, la vera questione è; SAREMO IN GRADO DI COSTRUIRE UNA MATEMATICA NUOVA, CHE POSSA DESCRIVERE LA COMPLESSITÀ e che allo stesso tempo sia trattabile con gli strumenti che possediamo? Questa domanda per il momento non ha risposta.
D'altra parte LA SEMPLIFICAZIONE È UN'OPERAZIONE DEL TUTTO NATURALE E SPONTANEA, che HA PROBABILMENTE UN FORTE VALORE DI SOPRAVVIVENZA. DI FRONTE ALLA COMPLESSITÀ DISARMANTE E ALLARMANTE DEL MONDO, NON SOLO LO SCIENZIATO MA TUTTI GLI ESSERI UMANI NE TENTANO UNA SEMPLIFICAZIONE, ANZI UNA RICOSTRUZIONE. CHE COSA FANNO L'ARTISTA, IL RITRATTISTA, IL COMPOSITORE, IL NARRATORE, LO SCIENZIATO, IL TECNICO SE NON TENTARE DI RICOSTRUIRE IL MONDO SECONDO REGOLE E PROCEDIMENTI DIVERSI MA TUTTI ESSENZIALMENTE VOLTI A FORNIRNE UN MODELLO PIÙ SEMPLICE NEL QUALE SCOPRIRE LA "VERITÀ" O ADDIRITTURA VIVERE MEGLIO?
IN UN MONDO TROPPO COMPLESSO NON ABBIAMO PARAMETRI E LEGGI CHE CI AIUTINO A PRENDERE DECISIONI COMPATIBILI CON LA NOSTRA SOPRAVVIVENZA, QUINDI DOBBIAMO SEMPLIFICARE IL MONDO "DATO", SOSTITUENDOGLI UN MODELLO, UN'IMMAGINE. Anche LA PERCEZIONE, che potrebbe sembrare un RISPECCHIAMENTO PASSIVO DEL MONDO NEI SENSI E NELLA MENTE, È AL CONTRARIO BASATA SU UN'ELABORAZIONE RAFFINATISSIMA, di cui NON SIAMO CONSAPEVOLI e di cui scorgiamo le tracce solo in casi particolari, ad esempio quando SIAMO SOGGETTI ALLE COSIDDETTE ILLUSIONI OTTICHE.
Resta la domanda PERCHÉ L'UOMO TENDA IN PRIMA ISTANZA A DARE DEL MONDO UNA RAPPRESENTAZIONE LINEARE. Io azzardo una risposta che può sembrare BIZZARRA, ma che comunque mette conto esaminare: ritengo che questa propensione sia basata sulla circostanza, contingente ma inoppugnabile, che ABBIAMO UNA SOLA BOCCA E QUINDI SIAMO COSTRETTI A PARLARE IN MODO SEQUENZIALE. QUESTA LIMITAZIONE FISIOLOGICA, peraltro, HA EVIDENTI VANTAGGI DI UNITARIETÀ NELLE TRANSAZIONI COMUNICATIVE CON GLI ALTRI, CHE GIÀ CON UNA SOLA BOCCA SONO SPESSO GRAVIDE DI INCOMPRENSIONI ED EQUIVOCI: SE CIASCUNO AVESSE PIÙ BOCCHE, GLI EQUIVOCI E LE CONTRADDIZIONI RISCHIEREBBERO DI AUMENTARE A DISMISURA E DI PARALIZZARE LA COMUNICAZIONE.
Di recente i neurofisiologi hanno cominciato a informarci che L'ATTIVITÀ DEL CERVELLO SI SVOLGE IN MODO PARALLELO E NON SEQUENZIALE: È COME SE IL CERVELLO AVESSE MOLTE BOCCHE CHE PARLANO TUTTE INSIEME. Il cervello, sembra, produce il pensiero mediante il funzionamento simultaneo di molti moduli o unità di elaborazione (per usare la metafora ormai trita dell'ELABORAZIONE DI INFORMAZIONE). Il massiccio parallelismo del cervello compensa la lentezza e la scarsa precisione dei suoi componenti elementari, i NEURONI, PICCOLE UNITÀ PIUTTOSTO GOFFE E IMPRECISE CHE PERÒ COLLABORANO VOLONTEROSAMENTE TRA LORO; proprio grazie a questo MODO DI OPERARE SIMULTANEO, il cervello compie egregiamente il proprio lavoro e fornisce prestazioni affatto eccezionali. Del RESTO IL NUMERO ENORME (CENTO MILIARDI) DI NEURONI E IL NUMERO ANCORA PIÙ ELEVATO DI SINAPSI NON SAREBBERO COMPATIBILI CON UN FUNZIONAMENTO SEQUENZIALE.
MA QUANDO VOGLIAMO ESPRIMERE CON LA BOCCA I RISULTATI DELLE ELABORAZIONI CEREBRALI, CIOÈ VOGLIAMO COMUNICARLI A NOI STESSI O AGLI ALTRI, SIAMO OBBLIGATI A LINEARIZZARE, PERCHÉ TUTTO DEVE PASSARE PER LO STRETTO IMBUTO DEL LINGUAGGIO MONODIMENSIONALE.
“Si confuse di nuovo. Non riusciva a capire se quel piroscafo sfarzoso fosse Eva Farkas oppure sua moglie Giuliana, o soltanto una metafora piatta e scontata, che non emanava più nessuna luce. C'era nelle parole che pronunciava una forza greve e terrestre, indipendente da lui e legata alla sintassi, per cui, dopo il primo avvio il suo pensiero e la sua volontà non contavano più niente e TUTTI QUEI SUONI ROTOLAVANO A VALLE PER CANALONI TRACCIATI DA ANTICHI GHIACCIAI, CON UN FRASTUONO IRRIMEDIABILE. LE PAROLE NON SI LASCIAVANO DIRE, LO PORTAVANO SEMPRE DOVE VOLEVANO LORO. E POI, RIFLETTÉ, ABBIAMO UNA SOLA BOCCA E LE COSE DOBBIAMO DIRLE UNA DOPO L'ALTRA, INVECE LÀ DIETRO I PENSIERI CORRONO INSIEME COME DEBOLI FIAMMELLE BLUASTRE PER I NEURONI, LE SINAPSI A MILIARDI, E SI AFFOLLANO PER ESSERE DETTI TUTTI IN UNA VOLTA. Emergono le loro schiere da un cratere oscuro, a sciami, angeli o demoni, e IN QUEL LORO FATICOSO BRULICHIO STA LA FORZA NATIVA DELLE COSE, FORSE LA VERITÀ. MA PER ESSERE DETTI DEBBONO INFILARSI IN QUELLO STRETTO PERTUGIO, E ALLORA PERDONO VIGORE, DIMENSIONE, PERDONO I COMPAGNI DI VIAGGIO, RESTANO NUDI E PARLANO D'ALTRO. LE COSE NON BISOGNEREBBE MAI DIRLE, PERCHÉ VIEN FUORI ALTRO E SI CREANO EQUIVOCI SPAVENTOSI. Con la bocca possiamo dire infinito, e quella sorta di mareggiata interiore di piccole onde rifratte l’una contro l'altra il cui asintotico pullulare sembra dirigersi verso il bordo dell'abisso SI MANIFESTA NELLA FORMA SORPRENDENTE E QUASI MESCHINA DI UN SUONO DI QUATTRO SILLABE, dove non è rimasto niente dell'increspata vertigine sottostante. Così IL CONFUSO BALBETTIO DELLE PAROLE CI ALLONTANA DEFINITIVAMENTE DAL VOLTO BALUGINANTE, APPENA VISTO E DILEGUATO, DEL PENSIERO. Un vasto pianoro innevato che porti i lunghi segni di sciatori scomparsi... La gerarchia di Ackermann...
-G.O. Longo - La gerarchia di Ackermann, cap. IV




Bellissime riflessioni attraversando... il Kintsugi. Purtroppo il pensiero lineare dei sillogismi in Barbara di aristotelica memoria ha gessato la mente facendoci dimenticare che esistono anche quelli meravigliosi in erba, di cui parla Bateson, della metafora , del sogno, della poesia, del mito che ci aiutano a riappacificarci con la vita



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