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venerdì 11 novembre 2016

Henri - Frédéric Amiel. Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'Uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull'uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento.

Un paesaggio è uno stato d'animo.
Henri-Frédéric Amiel

L'uomo che non ha una vita interiore è schiavo del suo ambiente.
Henri Frédéric Amiel

Come un avaro che, senza spendere l'oro che ha, lo ama però come il riassunto di tutti i godimenti possibili, mi attacco appassionatamente a questa stessa libertà di cui non faccio nulla.
Henri Frédéric Amiel

Gli scontenti falliscono sempre perché lo scontento diventa una disdetta.
Lo scontento crea ciò che teme;
indispone il mondo e irrita le circostanze.
Henri-Frédéric Amiel


La verità non è solo violata dalle falsità;
può essere ugualmente oltraggiata dal silenzio.
Henri Frederic Amiel

La gente superficiale è molto felice: il sughero non affonda.
Henri Frederic Amiel


La grazia protegge: lisciandosi l’ala, il cigno se ne fa una corazza.
Henri Frederic Amiel


Nulla è fatto se non ciò che è concluso. Le cose che lasciamo in disordine dietro di noi si ergeranno nuovamente davanti a noi più tardi e ostruiranno il nostro cammino. Che ogni nostro giorno sistemi quel che lo riguarda, liquidi le proprie faccende, rispetti il giorno che lo seguirà.
Henri Frederic Amiel


Stupisce quanto siamo solitamente impigliati in mille e un impedimenti e doveri che non sono tali e che si aggomitolano tuttavia attorno a noi con le loro ragnatele e ostacolano il movimento delle nostre ali. È il disordine a renderci schiavi. Il disordine di oggi consuma anticipatamente la libertà di domani.
Henri Frederic Amiel



Rassegnarsi alla vita così com'è, con i suoi grandi dolori e le sue piccole miserie, questo è l’insegnamento di ieri; ma anche lottare più energicamente contro la perdita, la dispersione di se stessi, dei propri progetti, dei propri lavori, sventare con la perseveranza la congiura perpetua della natura e delle circostanze contro l’opera dell’individuo: questo è l’insegnamento di oggi.
Henri Frederic Amiel



Possiamo farci solo pochi amici, anche impegnandoci molto, 
mentre possiamo farci infiniti nemici quasi senza farvi attenzione.
Henri Frederic Amiel


Imparare una nuova abitudine è tutto, perché significa raggiungere la sostanza della vita.
La vita non è altro che un tessuto di abitudini.
Henri Frédéric Amiel


Il saggio soltanto trae dalla vita e da ogni età tutto il suo sapore,
perché ne sente la bellezza, la dignità e il prezzo.
Henri Frédéric Amiel

Essere incompreso da coloro stessi che amiamo, è il calice amaro, la croce della nostra vita.
Perciò gli uomini superiori hanno sulle labbra quel sorriso doloroso e triste che tanto ci meraviglia.
Henri Frédéric Amiel

La vita è breve e non abbiamo mai abbastanza tempo per rallegrare i cuori di coloro che stanno percorrendo l'oscuro cammino con noi. Oh, sii rapido a vivere, affrettati ad essere gentile.
Henri Frédéric Amiel


L'uomo che insiste nel vedere con perfetta chiarezza prima di decidere, non decide mai.
Accetta la vita, e dovrai accettare i rimpianti.
Henri Frédéric Amiel

La felicità ci dà l'energia che è la base della salute.
Henri Frédéric Amiel

Lavora mentre hai la luce. Tu sei responsabile per il talento che ti è stato donato.
Henri Frédéric Amiel

Il tempo e lo spazio sono frammenti d'infinito per l'uso di creature finite.
Henri Frédéric Amiel

Vivere non è concepire ciò che bisogna fare, è farlo.
Henri Frédéric Amiel

Si deve solo ciò che si può, ma ciò che si può lo si deve.
Henri Frédéric Amiel

La miseria mi fa più paura che la solitudine, 
perché quella è umiliazione e degrado, 
e questa è soltanto noia o tristezza.
Henri Frédéric Amiel


I nostri sistemi, forse, non sono niente più che una scusa inconscia per le nostre mancanze, un'impalcatura gigante la cui funzione è di nascondere da noi i nostri peccati favoriti.
Henri Frédéric Amiel


Riconoscere i propri torti è poco, bisogna ripararli.
Henri Frédéric Amiel


Mille cose avanzano, novecentonovantanove regrediscono: questo è il progresso.
Henri Frédéric Amiel

Il tuo corpo è il tempio della natura e dello spirito divino. 
Mantienilo sano, rispettalo, studialo, concedigli i suoi diritti.
Henri Frédéric Amiel

Più si ama, più si soffre. 
La somma dei dolori possibili per ciascun amore 
è proporzionale al suo grado di perfezione.
Henri Frédéric Amiel


La gentilezza è il principio del tatto, 
e il rispetto per gli altri è la condizione primaria del saper vivere.
Henri Frédéric Amiel

Senza passione l'uomo è soltanto forza e possibilità latenti, 
come la pietrina aspetta il contatto col ferro prima di produrre la sua scintilla.
Henri Frédéric Amiel

Quando non si cresce più, si rimpicciolisce.
Henri Frédéric Amiel


Il destino ha due modi per distruggerci, 
negare i nostri desideri o realizzarli.
Henri Frédéric Amiel

La verità pura non può essere assimilata dalla folla: 
si deve propagare per contagio.
Henri Frédéric Amiel


Sapere invecchiare è il capolavoro della saggezza, 
e una delle cose più difficili nell'arte difficilissima della vita.
Henri Frédéric Amiel


Se l'ignoranza e la passione sono i nemici della moralità nel popolo, 
bisogna anche confessare che l'indifferenza morale è la malattia delle classi colte.
Henri Frédéric Amiel




Un errore è tanto più pericoloso quanta più verità contiene.
Henri Frederic Amiel, Frammenti di un diario intimo

Rendiamo Dio nostro complice per legalizzare le nostre iniquità.
Ogni massacro di successo è consacrato da un Te Deum,
e il clero non è mai stato avaro di benedizioni
per le mostruosità coronate da vittoria.
Henri Frédéric Amiel, Diario intimo


Il modo più sicuro di sembrare grande e buono, forte e dolce è ancora quello di esserlo.”
Henri Frédéric Amiel, Diario intimo


Dimmi cosa pensi di essere e ti dirò cosa non sei.
Henri Frédéric Amiel, Diario intimo


La saggezza consiste nel chiedere alle cose e alle persone soltanto ciò che possono dare.
Henri Frédéric Amiel, Diario intimo


Fare agevolmente ciò che riesce difficile agli altri, 
ecco il talento; fare ciò che riesce impossibile al talento, ecco il genio.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo


Tutte le colpe producono da sé la propria punizione.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo

A disprezzarsi troppo ci si rende degni del proprio disprezzo.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo



Se si aspettasse di sapere prima di parlare non si aprirebbe mai bocca.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo


Conoscere è un atto. La scienza appartiene dunque all'ambito della morale.
Agire è seguire un pensiero. La morale appartiene dunque al campo della scienza.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo




«Le masse saranno sempre al di sotto della media.
La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sulla uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento. L'adorazione delle apparenze si paga. »
Henri-Frédéric Amiel, “Frammenti di diario intimo”, 12 giugno 1871




«La saggezza è un equilibrio, quindi si trova soltanto negli individui.
La Democrazia, conferendo il dominio alle masse, dà la preponderanza all’istinto, alla natura, alle passioni, cioè all’impulso cieco, all’elementare gravitazione, alla generica fatalità. L’oscillazione perpetua tra i contrari diventa il suo unico modo di avanzamento: perché è la forma infantile, stupida e semplice della mente limitata, che si infatua e si disamora, adora e maledice, sempre con la stessa avventatezza. La successione delle opposte sciocchezze le dà l’impressione del cambiamento, ch’essa identifica col miglioramento. […] Alla stupidità di Demos è pari soltanto la sua presunzione. […] Non nego il diritto della Democrazia; ma non ho illusioni sull’uso che farà del suo diritto, finché scarseggerà la saggezza e abbonderà l’orgoglio. Il numero fa la legge; ma il bene non ha nulla a che fare con le cifre. Ogni finzione si espia, e la Democrazia poggia su una finzione legale, cioè che la maggioranza ha non solo la forza, ma la ragione; che possiede la saggezza insieme col diritto. […] Le masse saranno sempre al di sotto della media».
Henri Frédéric Amiel, Lunedì 12 giugno 1871


La nostra vera storia non è quasi mai decifrata da altri.
La parte principale del dramma è un monologo, o meglio un dibattito intimo tra Dio, la nostra coscienza, e noi stessi. Lacrime, dolori, depressioni, delusioni, irritazioni, buoni e cattivi pensieri, decisioni, incertezze, deliberazioni: tutto questo appartiene al nostro segreto, e sono quasi tutte incomunicabili e intrasmissibili, anche quando cerchiamo di parlare di loro, e anche quando abbiamo scriverle.
Henri Frédéric Amiel


La donna vuole essere amata senza perché.
Non perché è bella o buona o ben educata o graziosa o spiritosa, ma perché è.
Ogni analisi le sembra una diminuzione, una soggezione della propria personalità.
Henri Frédéric Amiel


Dopo la morte di Henri-Frédéric Amiel, i suoi esecutori testamentari pubblicarono una parte del "Diario intimo" che aveva regolarmente tenuto per più di trent'anni nello sforzo di conoscersi, di confessarsi e di migliorarsi; questo testo, che acquistò immediatamente una celebrità mondiale, gli assicurò quella gloria che da vivo aveva invano sognata. Vi si delinea il "tipo" dell'uomo raffinato e profondo, del romantico solitario e malinconico, che apre in ogni direzione l'intelligenza avidamente curiosa, cerca l'essere nell'interiorità segreta e unica e riesce così a scoprire qualcuno degli aspetti più importanti della vita psicologica. Nonostante il fondo di innegabile egoismo che emerge da molte delle riflessioni e delle confessioni consegnate al Diario, Amiel è uno di quei rari uomini che sono involontariamente e inconsapevolmente prodighi: la loro vita intima (sentimentale ed intellettuale) è così piena e doviziosa che trabocca, per così dire, a loro malgrado e si effonde intorno alla loro persona, sì che da un semplice incontro con loro ci si sente, e se ne esce, arricchiti. Nel caso di Amiel questa dovizia, per nostra fortuna, si è in gran parte riversata nel Diario e non potrà mai più disperdersi.
http://www.aforismario.net/2016/01/henri-frederic-amiel-frasi-e-aforismi.html


AMIEL Il seduttore vergine
Lo scrittore svizzero sarebbe una figura marginale della letteratura dell’800. Se non fosse per il suo diario «intimo» di 17mila pagine...



«Come un avaro che, senza spendere l’oro che ha, lo ama però come il riassunto di tutti i godimenti possibili, mi attacco appassionatamente a questa stessa libertà di cui non faccio nulla».
Henri-Frédéric Amiel

Il buon Talete se l'era cavata così: da giovane, alla madre che lo spingeva a prender moglie rispondeva sempre «non è ancora tempo»; e da uomo maturo, alla petulante mammina che imperterrita lo esortava ancora al matrimonio, ribatteva «non è più tempo». Scaltrezze da saggio presocratico. E un modo elegante per giustificare la propria misoginia.

Henri-Frédéric Amiel (1821-1881) non era misogino, ma le risposte che diede a se stesso (non alla madre, che morì di tubercolosi quand’egli aveva 11 anni) sono le stesse.
Troppo presto e, soprattutto, troppo tardi.
In lui l’attesa, veloce Achille, non raggiunge mai il rimpianto, lentissima tartaruga.

Amiel occupa un posto defilato, nella storia della letteratura, come quegli ospiti che alla festa nel giardino di una lussuosa villa si mettono in disparte, con il bicchiere in mano, e osservano pensosi i giochi d’acqua della fontana. E così facendo attirano una ragazza che vuol far ingelosire il fidanzato o una tardona desiderosa di verificare la residua efficienza del proprio charme.
«Antidongiovanni» secondo Miguel de Unamuno, «triste Amleto ginevrino» secondo José Enrique Rodó, «timido superiore» secondo Gregorio Marañon, questo grigio docente universitario di Letteratura francese, Estetica e Filosofia, in vita pubblicò soltanto brevi saggi e brutte poesie.

L’unico lampo di gloria l’ebbe nel 1857, con la canzone patriottica Roulez, tambours!, la Marsigliese elvetica, urlata in faccia ai nemici prussiani. Tutto sommato, una comparsa del XIX secolo.
Se non fosse per il suo diario, un monstrum che detiene il record mondiale di tutti i tempi in fatto di vastità: 16.840 pagine. Affidato poco prima di morire all’amica Fanny Mercier, il Journal intime venne pubblicato a partire dall’82, e ci vollero 48 volumi per completarlo.

Che cosa vi troviamo?
Tutto e niente. Che tempo fa, il raffreddore che non vuol passare, i vicini di casa, le passeggiate solitarie nei boschi, il trasloco, le letture preferite... Un costante crepuscolo, una melassa di noia e buoni sentimenti, la tragedia di un uomo che sa di essere ridicolo agli occhi dei più. Eppure in quel ridondante castello pieno di piccole cose di pessimo gusto s’aggira inquieto uno spettro: la Donna.

Amiel era un bell’ometto. Piuttosto basso, sì, ma dallo sguardo fiero e penetrante.
Non particolarmente elegante, certo, ma dai modi gentili e dall’eloquio fluente.
Una barba ben curata gli incorniciava il volto austero sotto cui, però, non si celava un orso accademico: Amiel sapeva essere brillante nelle conversazioni salottiere, sapeva incantare con le letture pubbliche, sapeva divertire con sciarade e anagrammi.

Insomma, potenzialmente un ottimo partito per le signorine e le vedovelle della borghesia ginevrina. Soltanto potenzialmente, però... No, nessuna traccia di omosessualità, nessun pur vago ammiccamento, in quasi 17mila pagine, al tale studente, al tale collega, al tale vetturino. Piuttosto, l’assoluta estraneità all’atto sessuale, definito «epilessia momentanea», atto «bestiale». Per lui «la castità è più pura della continenza» e nelle «monachine laiche» delle quali si circonda cerca unicamente l’amicizia, la consonanza spirituale.

Eppure, ci fu «qualcuno» che su quella tabula rasa impresse il segno di Eros.
Una volta sola, ma per sempre. Il suo nome è Marie Favre. Quando s’incontrano la prima volta lei è una graziosissima vedova ventiseienne e lui è già un professore universitario trentottenne. «Ho come vergogna - annota - che qualcosa mi faccia piacere, la maltratto e la faccio a pezzi per provare a me stesso che non ci tengo; ho positivamente paura di ciò che mi attira, e orrore di ciò che mi occorre».

Il “fattaccio” avviene oltre un anno dopo, il 6 ottobre 1860:
«Ma come devo chiamare l’esperienza di questa sera? è una delusione, è inebriamento?
Né una cosa né l’altra. Per la prima volta ho avuto un’avventura galante, e francamente, accanto a ciò che l’immaginazione si figura o si ripromette, è poca cosa». Il dado è tratto. Vaccinato dall’esperienza, è come se Amiel, persa quella fisica, acquisisse una verginità cerebrale. Ha scollinato: se prima confusamente anelava (gli psicologi avrebbero di che sbizzarrirsi sulle sue «perdite» notturne...), ora recisamente rifiuta, calandosi nella terra di confine dell’asessuato.
Più Marie lo adora, fino al punto da proporsi come «schiava all’orientale», più lui si ritrae.
Il tira e molla prosegue fino al 23 settembre 1878, data in cui nel Journal troviamo l’ultima traccia di quel “qualcuno”. Vi compare come «Phil.», cioè Philine, uno dei nomi in codice sotto cui Amiel cela Marie.

Proprio Philine fu il titolo che il critico Edmond Jaloux diede, negli anni Trenta del secolo scorso, a una silloge delle confessioni intime amieliane. E ora Philine è disponibile in italiano per merito di Armando Dadò, l’editore di Locarno che ne ha affidato la traduzione a Franco Pool.

«Di quei giorni - scrive Daria Galateria nell’appassionata prefazione dal bel titolo «L’Arte di tergiversare» -, Edmond Jaloux riporta non solo i passaggi che si riferiscono a Philine, ma tutto. Così, il campione è contemporaneamente casuale e orientato, tematico ma completo». Così, dopo l’antologia curata da Pino Mensi nel 2000 per Longo Editore di Ravenna, i lettori italiani possono nuovamente entrare nel castello di Amiel e apprezzare i sublimi tentennamenti del castellano.

Perché la cosa buffa è questa: diversamente dal vecchio Talete, Amiel, indeciso a tutto, mostrava una sola certezza: il matrimonio. Per almeno trent’anni non fa che decantare gli effetti positivi che questo avrebbe sulla sua instabile psiche. «Io non conto su nulla; è per questo che sono stanco di tutto»; «provo qualcosa come le nausee d’una donna nervosa»; «sono troppo uomo e non abbastanza individuo... è la vita che voglio sperimentare piuttosto che la mia vita»; «l’obbedienza volontaria alla legge è il punto di partenza e la condizione della libertà»; «vae coelibi!». Sapendosi malato di idealismo, l’Autore individua nel matrimonio l’unica medicina possibile. Salvo cadere puntualmente in depressione ogni volta che una sottana rischia di superare la distanza di sicurezza marcata dalla simpatia o, al più, dall’idillio. Marie, infatti, se fu la sola a togliere le briglie agli ormoni di quella «pensionata sentimentale», non fu l’unica a titillarne la tensione maritale. Le Amiel’s girls sono un bel gruppetto, entrano ed escono dalla vita di Henri-Frédéric con ritmo incessante e non di rado fanno parte della stessa cerchia. Tutte ammaliate e palpitanti, pendono dalle labbra del Cincischiator cortese.

Tutte tranne una, «Egeria». Che a un certo punto sbotta: «La tua superiorità rispetto a me consiste in ciò, che ricevendo tutto hai saputo non dare nulla». Ben lontana dall’esserne gelosa, frequenta Marie, e non lo nasconde:
«Lascia che noi due ci si veda di lieto animo, posto che ci amiamo... opporti a ciò è impossibile. \ 
È meno donna di me e questo rende perfetta la nostra armonia».
“Cosa vorrà mai dire?”, avrà pensato il povero professore...

Daniele Abbiati - Lun, 20/06/2005
http://www.ilgiornale.it/news/amiel-seduttore-vergine.html







sabato 5 novembre 2016

Tocqueville sulla democrazia in America. Ciò di cui Tocqueville ha timore è la tirannia esercitata sulle opinioni, più che sulle persone. Egli paventa che tutta l'individualità di carattere, e l'indipendenza di pensiero e di sentimento, siano messe in ginocchio di fronte al giogo dispotico della pubblica opinione

Alexis de Tocqueville, nascita: 29 luglio 1805 - morte: 16 aprile 1859.
Nato a Parigi da famiglia aristocratica, il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville è considerato uno dei padri del pensiero liberale, principio ispiratore della sua preziosa attività di filosofo, politico e storico.
Il fine di individuare un sistema politico liberale, da prendere a modello in Francia, lo spinse a un lungo soggiorno negli Stati Uniti d'America, insieme all'amico Gustave de Beaumont. Qui oltre a studiare il sistema penitenziario (motivo ufficiale della visita), ne osservò da vicino il sistema politico e sociale, nel quadro di una più generale riflessione sulle basi della democrazia che coinvolgeva anche le esperienze europee della Rivoluzione francese e dell'ancien regime.

Le conclusioni di questo studio vennero messe nero su bianco nell'opera più importante, La democrazia in America, pubblicata in due parti nel 1835 e nel 1840. Ammesso come membro onorario alla prestigiosa Académie Française, Tocqueville morì a Cannes nel 1859.
http://www.mondi.it/almanacco/voce/1218002



Ciò di cui Tocqueville ha timore è la tirannia esercitata sulle opinioni, più che sulle persone
Egli paventa che tutta l'individualità di carattere, e l'indipendenza di pensiero e di sentimento, siano messe in ginocchio di fronte al giogo dispotico della pubblica opinione.
John Stuart Mill, “Tocqueville sulla democrazia in America” (1935)





LA DEMOCRAZIA IN AMERICA (GUARDANDO ALL’EUROPA)
Democrazia, Europa, Stati Uniti, Tocqueville
di Alexis De Tocqueville -


Pubblichiamo l’introduzione del filosofo francese alla sua Democrazia in America, un’opera che ancora oggi andrebbe letta e meditata. Non tanto per leggervi in trasparenza le vicende attuali del grande paese d’Oltreoceano, quanto per ritrovare nelle parole di Tocqueville lo sguardo su ciò che era e per certi aspetti è ancora l’Europa. Al netto delle considerazioni specifiche sulle vicende americane e francesi dell’epoca, sono le riflessioni sui rischi del conformismo e di un astratto egualitarismo, unite alla denuncia della debolezza di una società smarrita e priva di slancio  a rendere straordinariamente efficace questa introduzione. Un piccolo saggio in un classico del pensiero politico.

Tra le novità che attirarono la mia attenzione durante la mia permanenza negli Stati Uniti, nessuna mi ha maggiormente colpito dell’uguaglianza delle condizioni. Senza fatica constatai la prodigiosa influenza che essa esercita sull’andamento della società: essa dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi princìpi, ai governati abitudini particolari.
Subito mi accorsi che questo fatto estende la sua influenza assai oltre la vita politica e le leggi, e che domina non meno la società civile che il governo: infatti crea opinioni, fa sorgere sentimenti, suggerisce usanze e modifica tutto ciò che non crea direttamente.
Pertanto, più studiavo la società americana, più vedevo nell’uguaglianza delle condizioni la forza generatrice da cui pareva derivare ogni fatto particolare; e me la ritrovavo continuamente davanti come un punto centrale, in cui convergevano tutte le mie osservazioni.

Ripensai allora al nostro emisfero, e mi parve di scorgervi qualche analogia con lo spettacolo che mi offriva il Nuovo Mondo. Constatai che anche qui l’uguaglianza delle condizioni, pur senza aver raggiunto come negli Stati Uniti i suoi estremi limiti, vi si avvicinava tuttavia ogni giorno di più; mi sembrò inoltre che questa stessa democrazia che regna sulle società americane, anche in Europa avanzasse rapidamente verso il potere.

Fin da quel momento cominciai a pensare al libro che ora leggerete.
Una grande rivoluzione democratica si sta infatti attuando tra noi: tutti la vedono, ma non tutti la giudicano nello stesso modo. Alcuni infatti, considerandola una novità puramente accidentale, sperano di riuscire ancora a fermarla; mentre altri pensano che niente e nessuno possa più resisterle, perché la considerano il fenomeno storico più continuo, più antico, più duraturo che si conosca.

Risalgo un attimo a considerare le condizioni della Francia, quali erano settecento anni fa: la trovo divisa tra un ristretto numero di famiglie che possiedono la terra e governano gli abitanti; il diritto di comandare viene trasmesso, in questo periodo, di generazione in generazione insieme al patrimonio ereditario; gli uomini hanno un solo mezzo per prevalere gli uni sugli altri, la forza; non c’è che un’unica fonte di potere, la proprietà fondiaria.

Ma ecco che il potere politico del clero si afferma e rapidamente si estende.
Il clero apre le sue file a tutti, al povero come al ricco, al plebeo come al nobile; attraverso la Chiesa l’uguaglianza comincia a penetrare in seno al governo e colui che, nella sua condizione di servo, avrebbe vegetato in un’eterna schiavitù, ora, come prete, ha il suo posto tra i nobili e spesso si asside anche al di sopra dei Re.

Con l’andare del tempo la società diventa sempre più stabile e più civile, di conseguenza più complessi e più vari si fanno anche i diversi rapporti tra gli uomini. Il bisogno di leggi civili si fa sentire fortemente: appaiono allora i legisti, che escono dall’aula oscura dei tribunali e dal ridotto polveroso delle cancellerie per andare a prendere posto nella corte del principe, accanto ai baroni feudali coperti di ermellino e di ferro.

I Re vanno in rovina per portare a termine grandi imprese; i nobili s’indeboliscono nelle guerre private; i plebei invece si arricchiscono con il commercio. L’influenza del denaro comincia a farsi sentire anche sugli affari di Stato. Il commercio è ormai una nuova fonte di potenza e i finanzieri divengono un potere politico disprezzato, ma adulato.

Poco per volta, diffondendosi il sapere, si nota un risveglio dell’amore per la letteratura e per le arti; la cultura diviene ora un elemento di successo, la scienza un mezzo per governare, l’intelligenza una forza sociale: gli uomini di lettere arrivano al maneggio degli affari politici.

Frattanto, insieme all’aprirsi di nuove vie attraverso le quali giungere al potere, si può notare un regresso dell’importanza che prima veniva attribuita alla nascita. Nell’XI secolo infatti la nobiltà aveva un valore incalcolabile, nel XIII la si può già comprare; la prima concessione di nobiltà risale al 1270, e così l’uguaglianza viene a introdursi nel governo per mezzo dell’aristocrazia stessa.

Durante questi ultimi settecento anni accadde talvolta che i nobili diedero un potere politico al popolo, per farsene un alleato contro l’autorità del sovrano o nelle lotte per togliere il potere ai loro rivali.

Ancora più spesso sono stati gli stessi Re ad innalzare al governo le classi sociali inferiori per umiliare l’aristocrazia.

In Francia i Re si sono dimostrati i livellatori più attivi e più costanti: quand’erano ambiziosi ed energici, si adoprarono per portare il popolo allo stesso livello dei nobili; quand’erano moderati e deboli, permisero addirittura che il popolo si ponesse al di sopra di loro stessi. I primi sono stati d’aiuto alla democrazia con le loro capacità, i secondi con i loro vizi. Luigi XI e Luigi XIV cercarono di rendere tutti uguali al disotto del trono, Luigi XV ha finito per scendere lui stesso nella polvere con tutta la sua corte.

Da quando i cittadini cominciarono a possedere la terra in modo diverso dalla «tenure» feudale e da quando la ricchezza mobiliare, ormai conosciuta, poté a sua volta creare l’influenza politica e dare il potere, non ci furono scoperte nelle arti, né vennero apportati perfezionamenti in campo commerciale e industriale, che non divenissero altrettanti elementi di uguaglianza tra gli uomini.

A partire da questo momento tutti i metodi che si scoprono, i bisogni che sorgono, i desideri che richiedono di essere soddisfatti, sono altrettanti progressi verso il livellamento universale. Il gusto del lusso, l’amore per la guerra, l’impero della moda, tutte le passioni del cuore umano, dalle più superficiali alle più profonde, sembrano lavorare di comune accordo per impoverire i ricchi e arricchire i poveri.

Da quando le attività intellettuali divennero fonte di potenza e di ricchezza, si guardò a ogni sviluppo della scienza, a ogni nuova scoperta, a ogni nuova idea come a uno strumento di potere messo alla portata del popolo. La poesia, l’eloquenza, la memoria, le doti spirituali, il fuoco dell’immaginazione, la profondità del pensiero, tutti questi doni distribuiti a caso dal Cielo, giovarono alla democrazia; e, anche quando si trovarono in possesso dei suoi avversari, servirono ancora la sua causa, ponendo in rilievo la grandezza naturale dell’uomo. Le conquiste della democrazia si estesero, dunque, parallelamente a quelle della civiltà e del sapere, e la letteratura divenne un arsenale aperto a tutti, in cui i deboli e i poveri si recarono ogni giorno a cercare delle armi.

Se si scorrono le pagine della nostra storia, si può dire che non s’incontra un solo avvenimento di particolare importanza che in questi ultimi settecento anni non si sia risolto in favore dell’uguaglianza sociale.

Le crociate e le guerre con gli Inglesi decimano i nobili e dividono le loro terre; il costituirsi dei comuni introduce la libertà democratica in seno alla monarchia feudale; l’invenzione delle armi da fuoco rende uguali il plebeo e il nobile sul campo di battaglia; la stampa offre le medesime risorse alla loro intelligenza; la posta porta le notizie alla soglia della capanna del povero come alla porta dei palazzi; il protestantesimo sostiene che tutti gli uomini sono ugualmente in grado di trovare la via del Cielo. La scoperta dell’America apre mille strade nuove alla fortuna e offre ricchezza e potere all’oscuro avventuriero.

Se, partendo dall’XI secolo, esaminate gli avvenimenti che si svolgono in Francia di cinquanta in cinquant’anni, dovrete constatare che, alla fine di ognuno di questi periodi, si è operata una duplice rivoluzione nelle condizioni sociali. Il nobile sarà indietreggiato nella scala sociale, il plebeo vi sarà avanzato; l’uno scende, l’altro sale. Ogni mezzo secolo li avvicina e ben presto si troveranno fianco a fianco.

Questa non è una caratteristica della sola Francia. Infatti, da qualsiasi parte si guardi, si vede sempre la stessa rivoluzione che continua in tutto il mondo cristiano.
Dappertutto si è visto come i diversi avvenimenti della vita dei popoli contribuiscano alla fortuna della democrazia. Tutti gli uomini l’hanno aiutata con i loro sforzi, quelli che si proponevano di contribuire al suo successo, e quelli che non pensavano affatto a servirla, quelli che per essa hanno combattuto, e quelli che si sono dichiarati suoi nemici: tutti sono stati spinti alla rinfusa sulla stessa via e hanno lavorato insieme, gli uni loro malgrado, gli altri a propria insaputa, ciechi strumenti nelle mani di Dio.

Il graduale sviluppo dell’uguaglianza delle condizioni è pertanto un fatto provvidenziale; e ne ha i caratteri essenziali: è universale, duraturo, si sottrae ogni giorno alla potenza dell’uomo; tutti gli avvenimenti, come anche tutti gli uomini, ne favoriscono lo sviluppo.

Sarebbe quindi saggio credere che un movimento sociale, che ha così lontane origini, potrà essere arrestato dagli sforzi di una generazione? C’è forse qualcuno che può pensare che la democrazia, dopo aver distrutto il feudalesimo e aver vinto i Re, indietreggerà poi davanti ai borghesi e ai ricchi? È possibile che si arresti proprio ora che è divenuta tanto forte e i suoi avversari tanto deboli?

Dove ci stiamo dunque dirigendo?
Nessuno saprebbe rispondere, perché ci mancano ormai i termini di confronto: le condizioni sono più uguali oggi tra i cristiani di quanto lo siano mai state in altre epoche o presso altre nazioni del mondo; così la grandiosità di ciò che è già stato fatto impedisce di prevedere che cosa si potrà ancora fare.

Tutto il mio libro, appunto, è stato scritto sotto l’impressione di una specie di terrore religioso, sorto nella mia anima alla vista di questa rivoluzione irresistibile, che progredisce da tanti secoli, sormontando qualsiasi ostacolo, e che ancor oggi avanza in mezzo alle rovine che essa stessa ha prodotte.

Non è necessario che sia Dio in persona a parlare, per scoprire i segni sicuri del suo volere; basta esaminare il cammino abituale della natura e la tendenza costante degli avvenimenti. So, senza bisogno che me lo dica il Creatore, che gli astri seguono nello spazio le orbite che il suo dito ha tracciato.

Se lunghe osservazioni e meditazioni sincere portassero gli uomini del nostro tempo a riconoscere che lo sviluppo graduale e progressivo dell’uguaglianza rappresenta nello stesso tempo il passato e l’avvenire della loro storia, questa constatazione darebbe, da sola, a una tale evoluzione il carattere sacro della volontà del signore sovrano. Allora, voler arrestare il cammino della democrazia apparirebbe come lottare contro Dio stesso, e perciò alle nazioni non resterebbe che adattarsi alla condizione sociale loro imposta dalla Provvidenza.

Mi sembra che i popoli cristiani offrano ai nostri giorni uno spettacolo sconcertante; il movimento che li trascina è già troppo forte perché lo si possa fermare, e d’altra parte non è ancora abbastanza rapido, perché si debba perdere ogni speranza di poterlo dirigere: il destino di questi popoli è nelle loro mani, ma ad esse ben presto sfuggirà.

Educare la democrazia, rianimare, se è possibile, le sue fedi, purificare i suoi costumi, regolare i suoi movimenti, sostituire, poco per volta, la scienza degli affari all’inesperienza, la conoscenza dei suoi reali interessi ai suoi ciechi istinti; adattare il suo governo ai tempi e ai luoghi, modificarlo secondo le circostanze e gli uomini: questo è il principale dovere che oggi s’impone ai nostri governanti.

È necessaria una scienza politica nuova per un mondo ormai completamente rinnovato.
Ma proprio a questo compito noi non pensiamo affatto: posti in mezzo a un fiume vorticoso, ci ostiniamo a fissare qualche rottame che ancora si scorge sulla riva, mentre la corrente ci trascina e ci sospinge indietro verso gli abissi.

Non c’è un popolo in Europa presso il quale la grande rivoluzione sociale, che ho appena delineata, abbia compiuto progressi più rapidi che presso di noi; ma essa è sempre avanzata a caso.
Mai i capi di Stato si sono preoccupati di prepararle anticipatamente il terreno; essa si è compiuta loro malgrado o a loro insaputa. Le classi più potenti, più intelligenti e più morali della nazione non hanno mai cercato di impadronirsi della democrazia, onde poterla dirigere. Così essa è stata abbandonata ai suoi istinti selvaggi; è cresciuta come quei bambini che, rimasti privi delle cure paterne, crescono da soli nelle strade delle nostre città, e che della società non conoscono altro che i vizi e le miserie. Sembrava che nessuno si fosse ancora accorto della sua esistenza, quando si è impadronita improvvisamente del potere. Tutti allora si sono sottomessi servilmente ai suoi più piccoli desideri, adorandola come la personificazione della forza; ma quando, in séguito, i suoi stessi eccessi la indebolirono, i legislatori concepirono l’imprudente progetto di distruggerla, invece di tentare di educarla e di correggerla: non volendo insegnarle a governare, non pensarono che a respingerla dal governo.

Ne è derivato che la rivoluzione democratica si è effettuata nell’assetto materiale della società, senza che si verificasse nelle leggi, nelle idee, nelle abitudini e nei costumi quel cambiamento che sarebbe stato necessario per rendere questa rivoluzione utile e positiva.

Così noi abbiamo la democrazia, senza avere ciò che dovrebbe attenuarne i difetti e farne risaltare i naturali pregi: mentre scorgiamo i mali che essa reca con sé, non ci rendiamo ancora conto dei beni che potrebbe apportarci.

Quando il potere regio, appoggiandosi sull’aristocrazia, governava in pace i popoli europei, la società, pur in mezzo alle proprie miserie, godeva di vantaggi di vario genere, che difficilmente si possono concepire e apprezzare ai giorni nostri.

La potenza di alcuni sudditi innalzava barriere insormontabili alla tirannide del principe; e i Re, sentendo di essere agli occhi della folla rivestiti d’un carattere quasi divino, trovavano, nel rispetto stesso che si creavano attorno, la ragione per non abusare affatto del proprio potere.

I nobili, posti ad un’enorme distanza dal popolo, dimostravano tuttavia nei suoi confronti quel particolare interesse benevolo e tranquillo, che il pastore ha per il suo gregge, e, pur senza vedere nel povero un proprio pari, vegliavano sulla sua sorte come su un deposito ad essi affidato dalla Provvidenza.

Il popolo, non avendo ancora concepito l’idea di un assetto sociale diverso dal suo, né immaginando di poter mai uguagliare i propri capi, accoglieva i loro benefici e non contestava affatto i loro diritti.

Li amava, quand’erano clementi e giusti, e si sottometteva senza fatica e senza bassezza ai loro rigori, come a dei mali inevitabili inviati da Dio. Gli usi e i costumi avevano d’altra parte posto dei limiti alla tirannide e fondato una specie di diritto in mezzo alla stessa forza.

Il nobile non pensava che gli si volessero togliere dei privilegi che riteneva legittimi; il servo accettava la propria inferiorità come un effetto dell’ordine immutabile della natura: si comprende come si sia potuta stabilire una reciproca benevolenza tra queste due classi tanto nettamente separate dalla sorte. A quel tempo si potevano trovare nella società ingiustizia e miseria, ma non degradazione spirituale.

Non è infatti l’uso del potere o l’abitudine all’obbedienza che deprava gli uomini, ma l’uso di un potere illegittimo e l’obbedienza a un potere che si ritiene usurpatore ed oppressore.

Da un lato c’erano le ricchezze, la forza, gli agi, e con essi la ricerca del lusso, le raffinatezze del gusto, i piaceri dello spirito, il culto delle arti; dall’altro il lavoro, la volgarità e l’ignoranza.
Eppure in mezzo a questa folla ignorante e grossolana si potevano trovare passioni forti, sentimenti generosi, fedi profonde e virtù primitive. Il corpo sociale così organizzato avrebbe potuto avere stabilità, potenza e, soprattutto, gloria.
Ma ecco che i ranghi si confondono, che le barriere innalzate tra gli uomini si abbassano; si dividono le proprietà, si divide il potere, la civiltà si diffonde, le intelligenze si uguagliano; l’assetto sociale diviene democratico e l’impero della democrazia si stabilisce infine facilmente nelle istituzioni e nei costumi.
Io immagino, così, una società in cui tutti, considerando la legge come opera propria, l’amerebbero e vi si sottometterebbero senza fatica, e in cui, essendo l’autorità del governo rispettata non in quanto divina, ma perché necessaria, l’amore verso il capo dello Stato non sarebbe una passione, ma un sentimento ragionevole e tranquillo. Quando ciascuno avesse dei diritti e la sicurezza di poterli conservare, verrebbe a stabilirsi tra tutte le classi una fiducia sincera e una sorta di reciproca condiscendenza, lontana sia dall’orgoglio che dalla bassezza.
Il popolo, educato ai suoi veri interessi, capirebbe che, per trarre profitto dai vantaggi della società, bisogna sottomettersi alle sue esigenze. La libera associazione dei cittadini potrebbe allora sostituire la potenza individuale dei nobili, e lo Stato sarebbe al sicuro dalla tirannide e dalla licenza.
Capisco che in uno Stato democratico, così costituito, la società non rimarrà immobile, ma i necessari movimenti del corpo sociale potranno essere regolati e graduali; se vi si troverà meno splendore che in un sistema aristocratico, vi si troveranno però anche meno miserie; i godimenti saranno meno eccessivi, ma il benessere sarà più generale; le scienze eccelleranno meno, ma l’ignoranza sarà più rara; i sentimenti meno energici, ma le abitudini più dolci; ci saranno più vizi, ma meno delitti.
In mancanza dell’entusiasmo e dell’ardore della fede, l’educazione e l’esperienza faranno fare talvolta ai cittadini grandi sacrifici; ogni uomo, essendo ugualmente debole, sentirà un uguale bisogno dei suoi simili; e, sapendo di poter contare sul loro aiuto solo a condizione di prestar loro a sua volta appoggio, scoprirà senza fatica che per lui l’interesse particolare si confonde con quello generale.
La nazione, considerata nel suo insieme, avrà forse meno splendore, meno gloria, meno forza; ma la maggioranza dei cittadini godrà di un benessere maggiore, e il popolo si dimostrerà tranquillo, non perché disperi di poter star meglio, ma perché sa di star bene.
Se poi non tutto sarà buono e utile in un simile stato di cose, la società tuttavia potrà godere di ciò che di buono e di utile si potrà presentare, e gli uomini, abbandonando per sempre i vantaggi sociali che può dare l’aristocrazia, trarrebbero dalla democrazia tutto il bene che essa può loro offrire.
Invece noi, abbandonando l’ordine sociale dei nostri avi, eliminando alla rinfusa le loro istituzioni, le loro idee e i loro costumi, cosa vi abbiamo sostituito?
Il prestigio del potere regio è svanito, senza che fosse sostituito dalla maestà delle leggi; oggi il popolo disprezza l’autorità, ma la teme, e la paura ottiene da lui più di quanto ottenessero in passato il rispetto e l’amore.
Mi accorgo che abbiamo distrutta le forze individuali che potevano lottare separatamente contro la tirannide; ma vedo che solo il governo ha assorbito tutte le prerogative tolte alle famiglie, alle corporazioni, agli uomini: alla forza talvolta oppressiva, ma spesso conservatrice, di un ristretto numero di cittadini, è così seguita la debolezza di tutti.
La divisione delle fortune ha accorciato la distanza che separava il povero dal ricco, ma in questo avvicinamento essi sembrano aver trovato nuove ragioni per odiarsi. Temendosi e invidiandosi reciprocamente, si respingono a vicenda dal potere: per l’uno come per l’altro l’idea dei diritti non esiste affatto, e la forza appare ad entrambi come la sola ragione del presente e l’unica garanzia per l’avvenire.
Il povero ha conservato la maggior parte dei pregiudizi dei suoi avi e non la loro fede, la loro ignoranza e non le loro virtù; ha accettato, come regola delle sue azioni, la dottrina dell’interesse senza conoscerne la scienza, e il suo egoismo è sprovvisto di discernimento, quanto lo era un tempo la sua devozione.
La società è tranquilla, non perché abbia coscienza della propria forza e del proprio benessere, ma, al contrario, perché si sente debole e inferma; teme di morire facendo uno sforzo: tutti sentono il male, ma nessuno ha il coraggio e l’energia necessari per cercare il meglio. Si hanno desideri, rimpianti, dolori, gioie che non producono nulla di visibile o di duraturo, simili del tutto alle passioni senili che finiscono nell’impotenza.
Così abbiamo abbandonato tutto quello che vi poteva esser di buono nel vecchio stato senza acquistare quello che lo stato attuale poteva offrire di utile; abbiamo distrutto una società aristocratica e, fermandoci compiacentemente in mezzo alle rovine dell’antico edificio, crediamo di poterci rimanere per sempre. Quello che succede nel mondo intellettuale non è meno deplorevole.
La democrazia francese, osteggiata nella sua marcia o abbandonata senza appoggio alle sue passioni disordinate, ha rovesciato tutto quello che trovava sul suo passaggio e spezzato tutto quello che non distruggeva. Essa non si è impadronita a poco a poco della società per stabilirvi pacificamente il suo dominio, ma ha sempre camminato in mezzo al disordine e all’agitazione della lotta. Nel calore di questa lotta, spinta al dì là dei limite ritenuto necessario, forse per le opinioni e gli eccessi degli avversari, ognuno perde di vista il fine stesso delle sue azioni ed usa un linguaggio che mal risponde al suo vero sentimento e al suo segreto istinto.
Di qui la strana confusione di cui siamo forzatamente i testimoni.
Io cerco inutilmente nei miei ricordi qualcosa capace di eccitare più dolore e pietà di quello che oggi si verifica; sembra che si sia rotto il legame naturale che unisce le opinioni ai gusti e gli atti alla fede; la concordanza che in ogni tempo si riscontra fra i sentimenti e le idee degli uomini sembra distrutta e si direbbe che siano abolite tutte le leggi dell’analogia morale.
Si trovano ancora presso di noi dei cristiani pieni di zelo, la cui anima religiosa ama nutrirsi delle verità dell’altra vita; costoro si orientano senza dubbio in favore dell’umana libertà, fonte di ogni grandezza morale. Al cristianesimo, che ha reso tutti gli uomini eguali di fronte a Dio, non ripugnerà vedere tutti i cittadini eguali dinanzi alla legge. Ma, per un concorso di strani avvenimenti, la religione si trova momentaneamente unita alle potenze nemiche della democrazia e sovente respinge l’eguaglianza che essa ama e maledice la libertà come un avversario mentre, prendendola per mano, potrebbe santificarne gli sforzi.
Accanto a questi uomini religiosi ne scopro altri che rivolgono lo sguardo verso la terra piuttosto che verso il cielo: partigiani della libertà, non solo perché vedono in essa l’origine delle più nobili virtù, ma soprattutto perché la considerano come la fonte dei più grandi beni, essi desiderano sinceramente assicurarne la vittoria e farne gustare agli uomini i benefici: comprendo che questi chiamerebbero volentieri la religione in loro aiuto poiché dovrebbero sapere che non si può stabilire il regno della libertà senza quello dei buoni costumi, né creare buoni costumi senza la fede ma, vedendo la religione accomunata ai loro avversari, la considerano come nemica, attaccandola o quanto meno non curandosi di difenderla.
I secoli passati videro anime basse e venali preconizzare la schiavitù e contemporaneamente spiriti indipendenti e generosi lottare, pur senza speranza, per salvare la libertà umana. Ma ai nostri giorni si trovano sovente uomini che, pur essendo di natura nobile e fiera, ostentano opinioni in diretta opposizione con i loro gusti e vantano la servilità e la bassezza, che però non hanno mai per loro stessi conosciute. Altri, al contrario, parlano di libertà come sentissero veramente quel che vi è di santo e di grande in essa e reclamano rumorosamente, in favore dell’umanità, quei diritti che essi poi hanno sempre disconosciuto.
Si trovano spesso uomini virtuosi e tranquilli e levati naturalmente a posti di comando per la purezza dei loro costumi e la loro saggezza.
Pieni di un amore sincero per la patria, essi sono pronti a qualunque sacrificio, e tuttavia sono spesso avversari della civiltà, poiché ne confondono gli abusi con i benefici, e nella loro mente l’idea del male è indissolubilmente unita a quella della novità.
Vicino a questi ve ne sono altri che, in nome del progresso, si sforzano di materializzare l’uomo, volendo raggiungere l’utile senza occuparsi del giusto, o tengono lontana la scienza dalla fede, il benessere dalle virtù: costoro si dicono i campioni della civiltà moderna e si mettono insolentemente alla sua testa, usurpando il posto trovato vuoto e dal quale dovrebbero essere scacciati per indegnità.
Dove siamo dunque arrivati?
Uomini religiosi combattono la libertà, mentre amici della libertà combattono le religioni; spiriti nobili e generosi vantano la schiavitù e anime basse e servili preconizzano l’indipendenza; cittadini onesti e colti sono nemici di ogni progresso, mentre uomini senza patriottismo e senza costumi si fanno apostoli della civiltà e della scienza.
Tutti i secoli hanno rassomigliato al nostro? L’uomo ha sempre avuto sotto gli occhi, come noi, un mondo in cui tutto è slegato, in cui la virtù è senza il genio, il genio è senza l’onore, l’amore dell’ordine si confonde con il gusto della tirannide e il culto santo della libertà con il disprezzo delle leggi; in cui la coscienza getta solo una luce dubbiosa sulle azioni umane e nulla sembra più vietato o permesso, onesto o disonorevole, vero o falso?
Dovrò pensare che il Creatore abbia fatto l’uomo per lasciarlo dibattersi senza tregua in mezzo alle miserie intellettuali che ci circondano? Non posso crederlo: Dio prepara alle società europee un avvenire più stabile e più calmo; ignoro i suoi disegni, ma non smetterò di credervi solo perché non posso penetrarli, e preferisco dubitare della mia intelligenza piuttosto che della sua giustizia.
Vi è un paese nel mondo in cui la grande rivoluzione sociale di cui parliamo è quasi giunta al suo limite naturale e vi si è compiuta in modo semplice e facile, o piuttosto si può affermare che questo paese ha visto i risultati della rivoluzione democratica che si manifesta presso di noi, senza avere avuto la rivoluzione stessa.
Gli emigranti che vennero a stabilirsi in America al principio del secolo diciassettesimo liberarono in certo modo il principio della democrazia da tutte quelle forze contro cui lottava nelle vecchie società europee, trapiantandolo da solo sulle coste del nuovo mondo. Là esso ha potuto crescere liberamente e, camminando di conserva con i costumi, svilupparsi pacificamente nelle leggi.
Mi sembra fuor di dubbio che presto o tardi arriveremo anche noi, come gli americani, all’eguaglianza quasi completa delle condizioni; ma non concludo affatto che anche noi dovremo un giorno trarre da un simile assetto sociale le conseguenze politiche che ne hanno tratto gli americani. Sono ben lontano dal credere che essi abbiano trovato la sola forma di governo che possa darsi la democrazia; ma basta il fatto che in due paesi la causa generatrice delle leggi e dei costumi sia la medesima perché in noi debba sorgere un immenso interesse a conoscere quel che essa ha prodotto in ciascuno.
Non è dunque solo per soddisfare una curiosità, d’altronde legittima, che ho studiato l’America, ma per trovarvi degli insegnamenti utili per noi. Sbaglierà grossolanamente chi penserà che io abbia voluto fare un panegirico e spero che chiunque leggerà questo libro resterà convinto che tale non è stata la mia intenzione; il mio scopo non è stato neppure quello di propugnare una tale forma di governo in generale, poiché io sono tra coloro che credono non esservi mai nelle leggi una assoluta bontà, né ho voluto giudicare se questa rivoluzione sociale, la cui marcia mi sembra irresistibile, sia vantaggiosa o funesta all’umanità; bensì ho ammesso questa rivoluzione come un fatto compiuto, o vicino a compiersi, e ho cercato, fra i popoli che l’han vista operarsi nel loro seno, quello nel quale essa è giunta al grado più alto di sviluppo, allo scopo dì discernerne con chiarezza le naturali conseguenze e vedere, se possibile, quali siano i mezzi per renderla profittevole all’umanità.
Confesso che nell’America ho visto qualcosa più dell’America; vi ho cercato un’immagine della democrazia, del suo carattere, dei suoi pregiudizi, delle sue passioni e ho voluto studiarla per sapere quello che noi dobbiamo sperare o temere da essa.
Nella prima parte di quest’opera mi sono dunque sforzato di mostrare l’influenza che la democrazia, abbandonata in America quasi senza ostacoli ai suoi istinti, ha avuto nelle leggi, le direttive che essa imprime al governo e, in genere, la potenza che essa ha negli affari politici. Ho voluto esaminare i beni e i mali da essa prodotti, ricercare le precauzioni adottate dagli americani per dirigerla e distinguere le cause che le permettono di governare la società.
Volevo dipingere poi, in una seconda parte, l’influenza che l’eguaglianza delle condizioni e il governo democratico esercitano in America nella società civile, nelle abitudini, nelle idee e nei costumi, ma comincio a sentire meno ardore al compimento di questo disegno.
Prima che io possa finire il compito propostomi, questo lavoro sarà diventato inutile. Un altro mostrerà presto ai lettori i principali elementi dei carattere americano e, nascondendo sotto un velo leggero la gravità dei quadri, darà alla verità le attrattive che io non sarei mai capace di dare.
Non so se riuscirò a far conoscere quel che ho visto in America, ma assicuro di aver avuto sinceramente questo desiderio e di non aver mai ceduto consapevolmente al bisogno di adattare i fatti alle idee in luogo di sottomettere queste a quelli.
Quando qualche punto poteva essere stabilito con l’aiuto di documenti scritti, ho avuto cura di ricorrere ai testi originali e ad opere autentiche e stimate. Ho indicato le mie fonti in nota e ciascuno potrà verificarle. Quando si è trattato di opinioni, di usi politici, di osservazioni, di costumi, ho cercato di consultare gli uomini più istruiti.
Se la cosa era importante e incerta, non mi sono contentato di un solo testimone ma ho cercato molte testimonianze e da queste ho tratto le mie conclusioni. A questo riguardo bisogna che il lettore mi creda sulla parola. Avrei potuto citare in appoggio alle mie affermazioni nomi autorevoli e a lui noti, ma mi sono ben guardato dal farlo. Lo straniero apprende spesso dal suo ospite importanti verità, che questi nasconderebbe forse anche all’amico; con lui si può rompere un silenzio obbligato, non si teme la sua indiscrezione perché egli non rimane.
Ognuna di queste confidenze è stata da me annotata, ma non uscirà mai dalle mie carte; preferisco nuocere al successo delle mie opere che aggiungere il mio nome alla lista di quei viaggiatori che ricambiano con noie ed imbarazzi la generosa ospitalità ricevuta.
So bene che, malgrado le mie cure, sarà molto facile criticare questo mio libro, se qualcuno vorrà farlo. Quelli che l’osserveranno da vicino troveranno in quest’opera un’idea madre che incatena per così dire ogni sua parte. Ma la diversità degli oggetti che ho avuto da trattare è tanto grande che chi vorrà opporre un fatto isolato all’insieme dei fatti, un’idea isolata all’insieme delle idee, vi riuscirà senza fatica. Vorrei dunque che mi si facesse la grazia di leggermi con lo stesso spirito che ha presieduto al mio lavoro e si giudicasse il libro dall’impressione generale che lascia, poiché anch’io mi sono deciso a scrivere spinto, non da una sola ragione, ma da un insieme di ragioni.
Non bisogna poi dimenticare che un autore che voglia farsi comprendere è obbligato a spingere ogni sua idea fino alla sua ultima conseguenza teorica e spesso fino al limite del falso e dell’impraticabile; infatti, se è qualche volta necessario abbandonar la logica nelle azioni, non si saprebbe far lo stesso nei libri; e l’uomo trova quasi altrettanta difficoltà a essere inconseguente nelle parole quanto ad essere conseguente negli atti.
Voglio finire segnalando io stesso quello che molti lettori giudicheranno il difetto principale di quest’opera. Questo libro non si mette in modo deciso al seguito di alcuno; scrivendolo non ho inteso servire o combattere alcun partito; mi sono sforzato soltanto di vedere, non già diversamente, ma più lontano dei vari partiti; e, mentre essi si occupano del domani, io ho voluto pensare all’avvenire.

Per saperne di più

Alexis De Tocqueville (a cura di N. Matteucci), La democrazia in America – UTET, Torino 2013
Alexis De Tocqueville (a cura di C. Vivanti), La democrazia in America – Einaudi, Torino 2006
M. Zetterbaum, Tocqueville and the Problem of Democracy – Stanford University Press, Stanford (California), 1967
Vittorio de Caprariis, Profilo di Tocqueville, a cura di Ernesto Paolozzi – Guida, Napoli, 1996

http://www.storiain.net/storia/la-democrazia-in-america-e-leuropa/

domenica 8 novembre 2015

Von Hayek. La libertà è un prodotto della civiltà. È un’illusione pensare l’individuo della società primitiva come libero. Non c’era alcuna libertà naturale per un animale sociale, mentre la libertà è un prodotto della civiltà. L’individuo, nel gruppo, non aveva alcuna sfera riconosciuta di azione indipendente; anche il capo della banda poteva aspettarsi obbedienza, sostegno e comprensione dei suoi segnali solo per attività convenzionali. Fino a quando ciascuno deve rispettare un comune ordinamento di ruoli per tutte le necessità, ed è questo il sogno dell’odierno socialismo, non può esserci alcuna libera sperimentazione da parte dell’individuo

·  · 
Friedrich August von Hayek.
- La libertà è un prodotto della civiltà -
È un’illusione pensare l’individuo della società primitiva come libero
Non c’era alcuna libertà naturale per un animale sociale, mentre la libertà è un prodotto della civiltà. L’individuo, nel gruppo, non aveva alcuna sfera riconosciuta di azione indipendente; anche il capo della banda poteva aspettarsi obbedienza, sostegno e comprensione dei suoi segnali solo per attività convenzionali. Fino a quando ciascuno deve rispettare un comune ordinamento di ruoli per tutte le necessità, ed è questo il sogno dell’odierno socialismo, non può esserci alcuna libera sperimentazione da parte dell’individuo.”
FRIEDRICH AUGUST von HAYEK (1899 – 1992), “L’atavismo sulla giustizia sociale” (1976, da Id., “Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee”, traduzione di G. Minotti, a cura di E. Coccia, Armando, Roma 1988), in Id., “Conoscenza, competizione e libertà”, a cura e introduzione di Dario Antiseri e Lorenzo Infantino, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 1988, 4. ‘Mercato, giustizia sociale e solidarietà’, 2., p. 161.



“ It is a delusion to think of the individual in primitive society as free. There was no natural liberty for a social animal, while freedom is an artifact of civilisation. The individual had in the group no recognised domain of independent action; even the head of the band could expect obedience, support and understanding of his signals only for conventional activities. So long as each must serve that common order of rank for all needs, which present-day socialists dream of, there can be no free experimentation by the individual.”
FRIEDRICH AUGUST von HAYEK, “New Studies in Philosophy, Politics, Economics and the History of Ideas”, Routledge & Kegan Paul, London 1990 (III ed., First published 1978), Part One ‘Philosophy’, Chapter 5 ʽThe Atavism of Social Justiceʼ (The 9ᵀᴴ «R. C. Mills Memorial Lecture» delivered at the University of Sydney on
6 October 1976), 2, p. 59.




domenica 15 marzo 2015

giovedì 12 giugno 2014

Di Chiara. Uno scenario drammatico e insieme potente troviamo nella Repubblica di Weimar, la sua storia febbrile e inquieta, che tra il 1918 e il 1933 porta la Germania al nazismo e alla distruzione (( ... )). Di fronte alle difficoltà gravi e reali della crisi in cui il paese è precipitato dopo la guerra si assiste a un progressivo attacco dirompente diretto dal gruppo contro se stesso e contro i propri uomini, idee e cultura: i tedeschi si sentono mortificati, incapaci e inetti, da una parte, ma insieme destinati alla gloria, potenti ed efficienti. Ritengono che tra di loro vi siano traditori e nemici, da una parte, e uomini integri e potenti dall'altra. Affidano al meccanismo della scissione-e-idealizzazione la soluzione dei propri problemi.


"Uno scenario drammatico e insieme potente troviamo nella Repubblica di Weimar, la sua storia febbrile e inquieta, che tra il 1918 e il 1933 porta la Germania al nazismo e alla distruzione (( ... )). Di fronte alle difficoltà gravi e reali della crisi in cui il paese è precipitato dopo la guerra si assiste a un progressivo attacco dirompente diretto dal gruppo contro se stesso e contro i propri uomini, idee e cultura: i tedeschi si sentono mortificati, incapaci e inetti, da una parte, ma insieme destinati alla gloria, potenti ed efficienti. Ritengono che tra di loro vi siano traditori e nemici, da una parte, e uomini integri e potenti dall'altra. Affidano al meccanismo della scissione-e-idealizzazione la soluzione dei propri problemi."
Giuseppe Di Chiara, Sindromi psicosociali - La psicoanalisi e le patologie sociali. 1999 Cortina pag.80.




martedì 6 maggio 2014

Miguel Serrano. L’azione esterna è completamente innecessaria dal momento che la mente è come una radio che trasmette e riceve, anche nella più totale solitudine, nell’isolamento più assoluto. Niente si perde. […] Nel mondo delle masse che si sta imponendo, saranno necessarie più che mai individualità forti che lo polarizzino ed equilibrino la tensione…

L’azione esterna è completamente innecessaria dal momento che la mente è come una radio che trasmette e riceve, anche nella più totale solitudine, nell’isolamento più assoluto. Niente si perde. […] Nel mondo delle masse che si sta imponendo, saranno necessarie più che mai individualità forti che lo polarizzino ed equilibrino la tensione…
Miguel Serrano – comunicazione ad Arnold Toynbee

martedì 18 marzo 2014

Nicolai Lilin. Educazione Siberiana. Non esiste niente a questo mondo che non possa essere condiviso in modo da accontentare tutti. Chi vuole troppo è un pazzo, perché un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore riesce ad amare.

Mamma Siberia, proteggimi dalla morte
Nicolai Lilin, Educazione Siberiana


«Ma ricordati, dobbiamo avere rispetto per tutte le creature viventi eccetto che per la polizia, la gente che lavora nel governo, i banchieri, gli usurai e tutti quelli che hanno IL POTERE DEL DENARO e sfruttano le persone semplici. Rubare a queste persone è permesso. »
Nicolai Lilin, Educazione Siberiana (Nonno Kuzja)



Ma la Chiesa e la religione non dovevano mai essere considerati una struttura.
Mio nonno diceva che Dio non aveva creato i preti, ma solamente uomini liberi, e che comunque esistono anche preti buoni: in quel caso non è peccato andare nei luoghi dove loro svolgono la loro attività, ma è senz'altro peccato pensare che davanti a Dio i preti abbiano più potere di altri uomini.
Nicolai Lilin, Educazione Siberiana


[...] avevano siglato delle tregue tra di loro, per vivere in pace e guadagnarci tutti quanti, facendo così prosperare l'intera comunità. Se da qualche parte della Russia due poteri criminali si scontravano su una certa questione, lui si metteva in viaggio, e usando la propria autorevolezza costringeva la gente a a dialogare, a trovare le vie per una soluzione pacifica.
Quando gli facevo domande su questo suo ruolo di "uomo di pace", mi rispondeva che la guerra la fa chi non segue i principi veri, chi non ha dignità. Perchè non esiste niente a questo mondo che non possa essere condiviso in modo da accontentare tutti. "Chi vuole troppo è un pazzo, perchè un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore riesce ad amare. Tutti vogliono fare affari, vedere le loro famiglie felici e far crescere i propri figli nel bene e nella pace: questo è giusto [...]
Nicolai Lilin, Educazione Siberiana (nonno kuzja)


Non esiste niente a questo mondo che non possa essere condiviso in modo da accontentare tutti.
Chi vuole troppo è un pazzo, perché un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore riesce ad amare.
Nicolai Lilin


I tatuaggi bisogna «soffrirli».
Dopo aver vissuto qualcosa di particolare,
lo si racconta tramite il tatuaggio come in una specie di diario.
Nicolai Lilin, Educazione Siberiana

Un tatuaggio non è semplicemente un disegno.
Vedi, un tatuatore è come un confessore.
Lui scrive la storia di un uomo sul suo corpo.
Le vite dell'uomo possono sembrare tutte simili.
Si nasce, si cresce, ci s'innamora, si fanno figli, si lavora, si muore.
Alcuni si godono la vita, altri no. Ma noi Siberiani, Kolìma, la combattiamo.
Nicolai Lilin, Educazione Siberiana


- Guarda gli animali, secondo te loro ne sanno qualcosa della felicità?
- Beh, penso che anche gli animali ogni tanto si sentono tristi o felici,
solo che non riescono a esprimere i loro sentimenti..- ho risposto io.
Lui mi ha guardato in silenzio e poi ha detto:
- E lo sai perché Dio ha dato all’uomo una vita più lunga di quella degli animali?
- No, non ci ho mai pensato..
- Perché gli animali vivono seguendo il loro istinto e non fanno sbagli.
L’uomo vive seguendo la ragione,
quindi ha bisogno di una parte della vita per fare sbagli,
un’altra per poterli capire,
e una terza per cercare di vivere senza sbagliare.
Nicolai Lilin, Educazione Siberiana.



Quella fiaba parlava di un branco di lupi che erano messi un po’ male perché non mangiavano da parecchio tempo, insomma attraversavano un brutto periodo. Il vecchio lupo capo branco però tranquillizzava tutti, chiedeva ai suoi compagni di avere pazienza e aspettare, tanto prima o poi sarebbero passati branchi di cinghiali o di cervi, e loro avrebbero fatto una caccia ricca e si sarebbero finalmente riempiti la pancia. Un lupo giovane, però, che non aveva nessuna voglia di aspettare, si mise a cercare una soluzione rapida al problema. Decise di uscire dal bosco e di andare a chiedere il cibo agli uomini. Il vecchio lupo provò a fermarlo, disse che se lui fosse andato a prendere il cibo dagli uomini sarebbe cambiato e non sarebbe più stato un lupo. Il giovane lupo non lo prese sul serio, rispose con cattiveria che per riempire lo stomaco non serviva a niente seguire regole precise, l'importante era riempirlo. Detto questo, se ne andò verso il villaggio.
Gli uomini lo nutrirono coi loro avanzi, e ogni volta che il giovane lupo si riempiva lo stomaco pensava di tornare nel bosco per unirsi agli altri, però poi lo prendeva il sonno e lui rimandava ogni volta il ritorno, finché non dimenticò completamente la vita di branco, il piacere della caccia, l'emozione di dividere la preda con i compagni.
Cominciò ad andare a caccia con gli uomini, ad aiutare loro anziché i lupi con cui era nato e cresciuto. Un giorno, durante la caccia, un uomo sparò a un vecchio lupo che cadde a terra ferito.
Il giovane lupo corse verso di lui per portarlo al suo padrone, e mentre cercava di prenderlo con i denti si accorse che era il vecchio capo branco. Si vergognò, non sapeva cosa dirgli.
Fu il vecchio lupo a riempire quel silenzio con le sue ultime parole:
“Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice. Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna, da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per avere la pancia piena. Sei diventato indegno. Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non appartieni né al mondo dei lupi né a quello degli uomini. Così capirai che la fame viene e passa, ma la dignità una volta persa non torna più.
Nicolai Lilin, Educazione Siberiana




L’inferno sembrava non avere una fine, e il branco moriva di fame. Il capobranco, il più vecchio di tutti, procedeva in testa e rassicurava i giovani, dicendogli che presto sarebbe arrivata la primavera. Ma, a un certo punto, un giovane lupo decise di fermarsi. Disse che ne aveva abbastanza del freddo e della fame e che sarebbe andato a stare con gli uomini. Perché la cosa importante era di restare vivo. Così, il giovane, si fece catturare e col passare del tempo, dimenticò di essere mai stato un lupo. Un giorno, di molti anni dopo, mentre accompagnava il suo padrone a caccia, lui corse servile a raccogliere la preda. Ma, si rese conto che la preda era il vecchio capobranco. Divenne muto per la vergogna, ma il vecchio lupo parlò e gli disse così: "Io muoio felice perché ho vissuto la mia vita da lupo, tu invece, non appartieni più al mondo dei lupi e non appartieni al mondo degli uomini". La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più.
John Malkovich “Educazione siberiana” film di Gabriele Salvatores





giovedì 28 novembre 2013

René Girard. Il capro espiatorio. Le persecuzioni che ci interessano si svolgono di preferenza durante periodi di crisi che comportano l'indebolimento delle istituzioni normali e favoriscono la formazione di folle, cioè di assembramenti popolari spontanei, suscettibili di sostituirsi interamente a istituzioni indebolite o di esercitare su queste una pressione decisiva [...] le crisi che scatenano le grandi persecuzioni collettive sono sempre vissute più o meno nello stesso modo da quelli che le subiscono. L'impressione più viva è invariabilmente quella di una radicale rovina del sociale stesso, la fine delle regole e delle differenze che definiscono ordini culturali





Le persecuzioni che ci interessano si svolgono di preferenza durante periodi di crisi che comportano l'indebolimento delle istituzioni normali e favoriscono la formazione di folle, cioè di assembramenti popolari spontanei, suscettibili di sostituirsi interamente a istituzioni indebolite o di esercitare su queste una pressione decisiva [...] le crisi che scatenano le grandi persecuzioni collettive sono sempre vissute più o meno nello stesso modo da quelli che le subiscono. L'impressione più viva è invariabilmente quella di una radicale rovina del sociale stesso, la fine delle regole e delle differenze che definiscono ordini culturali
René Girard. Il capro espiatorio


venerdì 30 agosto 2013

Massa. La massa non sa a cosa crede, non sa cosa dire, non sa spesso come amare, anzi tante volte sono persino nel giusto ma comunque non sapendolo rimangono nell'impotenza spirituale del non essere nella consapevolezza e per ciò rimangono ignoranti.


La massa non sa a cosa crede, non sa cosa dire, non sa spesso come amare, anzi tante volte sono persino nel giusto ma comunque non sapendolo rimangono nell'impotenza spirituale del non essere nella consapevolezza e per ciò rimangono ignoranti.


Eppure è il popolo che poi muovendosi ha cambiato gli eventi della storia. 
Il popolo è come il bue che placidamente rumina ma è anche un toro infuriato che è difficile fermare




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