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venerdì 16 novembre 2018

LA GUERRA CIVILE RUSSA TRA BIANCHI E ROSSI

LA GUERRA CIVILE RUSSA TRA BIANCHI E ROSSI – PROLOGO.
Le strazianti vicende che spaccarono il più grande paese del mondo nei cinque anni che andarono dal 1917 al 1922 sono poco conosciute nel mondo occidentale, che sbrigativamente le liquida con la laconica storia che, nella notte tra il 6 e il 7 Novembre – 24 e 25 Ottobre per il calendario giuliano che seguiva al tempo la Russia ortodossa, da lì la dicitura Oktyabr’skaya Revolyutsiya o “Rivoluzione di Ottobre” – i bolscevichi presero il potere assaltando il Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, simbolica sede dell’odiato potere zarista.

Ancora ancora si cita l’accordo di Brest-Litovsk, in cui Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, accettò condizioni di pace dure ed umilianti nel marzo del 1918 per portar fuori la Russia dalla guerra, consegnando temporaneamente agli Imperi Centrali migliaia di stabilimenti industriali, centinaia di migliaia di chilometri quadrati delle terre più ricche e densamente popolate, oltre che enormi depositi di riserve naturali sparsi tra Polonia, Bielorussia, Stati baltici, Ucraina, Finlandia.

Infine vi è il capitolo cupo e al contempo misterioso che ha attratto la curiosità di avventurieri, truffatori e studiosi di tutto il mondo, ovvero lo sterminio dell’intera famiglia imperiale, svoltosi la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1918 presso Ekaterinburg, in cui non vennero risparmiati neanche la giovanissima principessa Anastasija – celebre per il cartone Disney, che le regala un futuro alternativo dopo una serie di disavventure e la lotta con Rasputin – e l’erede al trono Aleksej, rispettivamente di 17 e di 14 anni.

Ecco, a parte questo, la Russia sovietica è data per assodata dopo la rivoluzione, per poi riapparire nel grande palcoscenico della storia come vittima dell’aggressione hitleriana nel 1941, vincitrice del Secondo Conflitto Mondiale sul fronte degli alleati per poi diventare, subito dopo, il nuovo nemico del mondo libero una volta esaurito il suo scopo come strumento di logoramento delle forze tedesche nel titanico fronte orientale, il più grande teatro di guerra della storia umana.

In questi articoli andremo invece a scoprire cosa accadde durante la Guerra Civile, che rimase per almeno due anni in bilico e che coinvolse, cosa ancora meno conosciuta ai più, quasi tutte le forze militari degli ex alleati della Russia zarista, ormai vincitori del Primo Conflitto Mondiale, che inviarono truppe, vettovaglie, denaro, armi e rifornimenti alle armate bianche nella speranza che queste ultime potessero restaurare l’antico ordine o perlomeno una democrazia oligarchico-autoritaria di tipo capitalista con cui continuare a commerciare senza il timore dell’esperimento comunista.

La Graždanskaja vojna v Rossii o “Guerra Civile Russa” travolse le vite di innumerevoli esseri umani, riportò il paese ad un livello pre-industriale e pre-moderno che azzerava i seppur timidi miglioramenti che la Russia era riuscita ad ottenere negli ultimi cinquant’anni e la condusse al suo quasi completo sfaldamento con secessioni, l’occupazione o la distruzione di buona parte del suo territorio più ricco, la carestia e l’interruzione dei più basilari moderni servizi pubblici che trasformarono Mosca e Pietrogrado in città spettrali, pericolose e degradate come mai visto prima.

Il suo teatro operativo risultava immenso, con i suoi 24 milioni di km² e gli oltre 170 milioni di abitanti. Questo potenziale umano e spaziale era stato rovesciato contro gli austro-tedeschi in un fronte che andava dal Baltico ai Carpazi e contro i turchi ottomani in Armenia, Georgia, Azerbaijan e Anatolia. Tra il 1914 e il 1917 ben quattordici milioni di soldati erano stati mobilitati e via via inviati al fronte, spesso con un solo fucile ogni due o tre soldati, a fare da carne da cannone contro gli esplosivi ad alto potenziale, le mitragliatrici e le truppe ben addestrate ed equipaggiate di Berlino, che ne aveva falciato in tre anni di guerra oltre la metà. Sono cifre da capogiro, capaci di mandare a pezzi anche il paese più forte e solido, cosa che la Russia non era. Nella sola offensiva Brusilov, organizzata nei mesi estivi del 1916 da un esercito dissanguato che contava già ben cinque milioni di perdite, la vittoria strategica sugli austriaci – poi vanificata dalla controffensiva tedesca – era costata un milione e mezzo di caduti, feriti, prigionieri e dispersi.

Le crude cifre, a questi livelli, perdono di umanità ed è difficile percepirle come tali. 
Eppure, a questi lutti infiniti vanno aggiunte le sofferenze di milioni di uomini e donne del paese che, ormai prostrato dal conflitto, moriva letteralmente di fame mentre l’inflazione andava alle stelle, generando mercato nero, sfruttamenti di ogni tipo e degradazione nelle città e nelle campagne.

Nikolaj II Aleksandrovič Romanov, imperatore di tutte le Russie, risultava cieco e sordo alle voci che si levavano dal suo popolo martoriato e dai comandi militari che, pian piano, si accorgevano che l’opposizione e la ribellione stavano montando tra la truppa, gli operai e i contadini. Stanco della leadership nella conduzione della guerra, decise di rimuovere il comandante in capo del suo stato maggiore, il cugino Nikolaj Nikolaevič Romanov, per prendere in mano lui stesso le redini dell’esercito, peraltro con risultati persino peggiori rispetto ai generali che lo avevano preceduto.

Tutto questo portò, quasi spontaneamente e in modo irresistibile ma non pianificato, ai disordini dei primi mesi del 1917, che a causa dell’ennesima riduzione dei rifornimenti di cibo in città, fecero scoppiare la rivolta dei soviet di operai e soldati – a cui si aggiunse perfino parte della polizia zarista, ultimo baluardo difensivo a favore della dinastia – a Pietrogrado.

Travolto dagli eventi, con la Duma – il parlamento russo che lui aveva sempre osteggiato e tradito, promettendo maggiori poteri legislativi nei bui giorni della prove generali di rivoluzione nel 1905 ma che poi si era rimangiato per tornare all’autocrazia – che aveva formato un governo provvisorio nella sua capitale, lo tzar decise di abdicare. In principio aveva pensato di lasciare il trono al figlio malato di emofilia Aleksej, all’epoca tredicenne, ma poi ci aveva ripensato in favore del fratello Michail Aleksandrovič Romanov. A questa decisione di abdicazione, stabilita il 15 marzo del 1917, si oppose il ministro della giustizia Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, vero leader di quella primissima fase rivoluzionaria, che riuscì ad ottenere la rinuncia al trono da parte di quest’ultimo già il giorno successivo alla deposizione di Nikolaj II, decretando de facto la fine del dominio trisecolare della dinastia Romanov sul paese e in generale della monarchia.

Da quel momento il potere effettivo passò a Kerenskij che, uomo carismatico membro del Partito Socialista Rivoluzionario, in principio alleato e poi avversario dei bolscevichi, più radicali nella loro lotta alla borghesia e ai membri del vecchio regime. Al contrario Kerenskij cercò fino alla fine di coinvolgere proprio questi ultimi, unendoli alla fazione socialista moderata nella creazione di un nuovo governo democratico-liberale su cui gettare le basi per il futuro del paese. Divenuto all’apogeo del suo potere e prestigio, oltre che ministro della giustizia, anche quello della guerra, prese però la fatale decisione di mantenere gli impegni con gli alleati di Francia e Gran Bretagna e proseguire così il conflitto contro gli Imperi Centrali.

L’ultima grande offensiva russa della Grande Guerra prese il suo nome e coinvolse ben quattro armate in Galizia. Durata appena venti giorni e costata altre 60.000 perdite, fu un pesante scacco per il governo provvisorio e indebolì grandemente la sua leadership, rimasta sorda alle sempre più forti richieste di pace del popolo ormai esausto. 

Lavr Georgievič Kornilov organizzò quindi un colpo di Stato militare che istaurò una breve ed effimera Repubblica Russa, che rimase in vita appena un mese ma bastò a forzare la mano a Kerenskij che si alleò, armandoli, con i bolscevichi di Lenin e Trotskij, che lo aiutarono a rovesciare il golpe ma di fatto posero le basi anche per la fine del suo governo.

Prima delle elezioni che non erano sicuri di vincere i due leader fecero scattare la precedentemente citata Rivoluzione d’Ottobre, con l’assalto al Palazzo d’Inverno celebrato dal film di propaganda “Oktjabr’” – “Ottobre”, di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, realizzato nel 1928.

Kerenskij fuggì nell’antica città di Pskov, da cui cercò di reprimere la ribellione venendo però sconfitto pochi giorni dopo a Pulkovo, ad appena una trentina di chilometri dal centro della capitale. Umiliato e consapevole di non avere più sufficiente sostegno per ribaltare la situazione, decise di espatriare in Francia, lasciando campo libero ai due fronti che si sarebbero scontrati negli anni successivi: i rossi di Lenin e i bianchi di Kornilov, Denikin, Kolčak, Judenič e Wrangel.




Alberto Massaiu

https://www.albertomassaiu.it/guerra-civile-russa-prima-parte/?fbclid=IwAR2DkWm9AoycIaYD2UYpclRLgYB10mMW7aULFl8USlWm328g0hcONzgIhUg


sabato 17 gennaio 2015

FIdel Castro. Il grande Fidel Castro descritto dalla penna di Gabriel Garcia Marquez. La sua devozione per la parola. Il suo potere di seduzione. Cerca i problemi dove sono. Gli impeti dell'ispirazione sono propri del suo stile. I libri riflettono molto bene l'ampiezza dei suoi gusti. Smise di fumare per avere l'autorità morale per combattere il tabagismo. Gli piace preparare le ricette di cucina con una specie di fervore scientifico. Si mantiene in eccellenti condizioni fisiche con varie ore di ginnastica giornaliera e di nuoto, praticato frequentemente. Ha una pazienza invincibile. Una disciplina ferrea. La forza dell'immaginazione lo trascina negli imprevisti. [...] Il maggiore stimolo della sua vita è l'emozione per il rischio. La tribuna di improvvisatore sembra essere il suo mezzo ecologico perfetto. Incomincia sempre con voce quasi inaudibile, con una direzione incerta, ma approfitta di qualsiasi bagliore per continuare a guadagnare terreno, palmo a palmo, fino a che dà una specie di graffiata e si impadronisce dell'udienza. È l'ispirazione: lo stato di grazia irresistibile ed abbagliante che possono negare solo quelli che non hanno avuto la gloria di viverlo. È l’antidogmatico per eccellenza.

IL GRANDE FIDEL CASTRO DESCRITTO DALLA PENNA DI GABRIEL GARCIA MARQUEZ

"La sua devozione per la parola. Il suo potere di seduzione. Cerca i problemi dove sono. Gli impeti dell'ispirazione sono propri del suo stile. I libri riflettono molto bene l'ampiezza dei suoi gusti. Smise di fumare per avere l'autorità morale per combattere il tabagismo. Gli piace preparare le ricette di cucina con una specie di fervore scientifico. Si mantiene in eccellenti condizioni fisiche con varie ore di ginnastica giornaliera e di nuoto, praticato frequentemente. Ha una pazienza invincibile. Una disciplina ferrea. La forza dell'immaginazione lo trascina negli imprevisti. [...]

Il maggiore stimolo della sua vita è l'emozione per il rischio. La tribuna di improvvisatore sembra essere il suo mezzo ecologico perfetto. Incomincia sempre con voce quasi inaudibile, con una direzione incerta, ma approfitta di qualsiasi bagliore per continuare a guadagnare terreno, palmo a palmo, fino a che dà una specie di graffiata e si impadronisce dell'udienza. È l'ispirazione: lo stato di grazia irresistibile ed abbagliante che possono negare solo quelli che non hanno avuto la gloria di viverlo. È l’antidogmatico per eccellenza.

José Martí è il suo autore preferito e ha avuto il talento di incorporare la sua ideologia nel torrente sanguineo di una rivoluzione marxista. L'essenza del suo stesso pensiero potrebbe esistere nella certezza che fare un lavoro di massa è fondamentalmente occuparsi degli individui. Questo potrebbe spiegare la sua fiducia assoluta nel contatto diretto. Ha un idioma per ogni occasione ed un modo diverso di persuasione secondo i differenti interlocutori. Sa situarsi al livello di ognuno e dispone di un'informazione vasta e molto varia che gli permette di muoversi con facilità in qualunque mezzo. Una cosa si sa con sicurezza: stia dove stia, come stia e con chi stia, Fidel Castro è lì per vincere.

Il suo atteggiamento davanti alla sconfitta, nonostante negli atti minimi della vita quotidiana, sembra ubbidire ad una logica privata: non l'ammette, e non ha un minuto di calma fino a quando non riesce ad invertire i termini e trasformarla in vittoria. Nessuno può essere più ossessivo di lui quando si è proposto arrivare a fondo di qualsiasi cosa. Non c'è un progetto colossale o minimo, nel quale non si impegni con una passione accanita. E specialmente se deve affrontare un’avversità. Non sembra mai come in questo momento di aspetto migliore, di umore migliore. [...]

La sua più rara virtù di politico è quella facoltà di scorgere l'evoluzione di un fatto fino alle sue conseguenze remote... però questa facoltà non l'esercita come un’illuminazione, bensì come il risultato di un raziocinio arduo e tenace. Il suo aiutante supremo è la memoria e la usa fino all'esagerazione per sostenere i suoi discorsi o le sue chiacchierate private con raziocini soffocanti ed operazioni aritmetiche di una rapidità incredibile.

Richiede l'aiuto di un'informazione incessante, ben masticata e digerita. Il suo compito di accumulazione informativa comincia da quando si sveglia. Fa colazione con non meno di 200 pagine di notizie del mondo intero. Durante il giorno gli fanno arrivare informazioni urgenti ovunque sia, calcola che ogni giorno deve leggere circa 50 documenti, a questo bisogna aggregare i dossier dei servizi ufficiali e dei suoi visitatori e tutto quanto possa interessare alla sua curiosità infinita.

Le risposte devono essere esatte, perché è capace di scoprire la minima contraddizione di una frase casuale. Un'altra fonte di vitale informazione sono i libri. È un lettore vorace. Nessuno si spiega come possa avere tempo né che metodo utilizza per leggere tanto e con tanta rapidità, benché lui insista che non ne ha nessuno in particolare. Molte volte sta leggendo un libro all'alba ed alla mattina seguente già lo commenta. Legge l'inglese ma non lo parla. Preferisce leggere in castigliano ed a qualunque ora è disposto a leggere una lettera che gli cada nelle mani. È lettore abituale di temi economici e storici. È un buon lettore di letteratura e la segue con attenzione.

Ha l'abitudine degli interrogatori rapidi. Domande successive che lui fa a raffica istantanea fino a scoprire il perché del perché del perché finale. Quando un visitatore dell'America Latina gli diede un dato affrettato sul consumo di riso dei suoi compatrioti, lui fece i suoi calcoli mentali e disse: Che raro che ogni persona si mangia quattro libbre di riso al giorno. La sua tattica maestra è domandare su cose che sa, per confermare i suoi dati. Ed in alcuni casi per misurare il calibro del suo interlocutore, e trattarlo di conseguenza.

Non perde occasione per informarsi. Durante la guerra dell'Angola descrisse una battaglia con tale minuziosità in un'accoglienza ufficiale che costò molto tempo convincere un diplomatico europeo che Fidel Castro non vi avesse partecipato. Il racconto che fece della cattura ed assassinio del Che, quello che fece dell'assalto de La Moneda e della morte di Salvador Allende o quello che fece delle stragi del ciclone Flora, erano come grandi reportage parlati.

La sua visione dell'America Latina nel futuro, è la stessa di Bolivar e Martí, una comunità integrale ed autonoma, capace di muovere il destino del mondo. Il paese del quale sa di più dopo Cuba, sono gli Stati Uniti. Conosce a fondo l'indole della loro gente, le loro strutture di potere, i secondi fini dei loro governi, e questo l'ha aiutato a contrastare il temporale incessante del blocco.

In un'intervista di varie ore, si trattiene su ogni tema, si avventura per i suoi luoghi impervi e per quelli meno pensati senza trascurare mai la precisione, cosciente che una sola parola usata male, può causare danni irreparabili. Non si è mai negato a rispondere a nessuna domanda, per provocatoria che sia, e non ha mai perso la pazienza. Su quelli che gli nascondano la verità per non causargli più preoccupazioni di quelle che ha: Lui lo sa. Ad un funzionario che lo fece, gli disse: Mi occultano verità per non inquietarmi, ma quando alla fine le scopro come minimo morirò per l'impressione di affrontare tante verità che non mi hanno mai detto. Le più gravi, senza dubbio, sono le verità che gli sono occultate per nascondere le deficienze, perché al lato degli enormi risultati che sostengono la Rivoluzione come i risultati politici, quelli scientifici, quelli sportivi, quelli culturali - c'è un'incompetenza burocratica colossale, che colpisce quasi tutti gli ordini della vita quotidiana, e specialmente la felicità domestica.

Quando parla con la gente della strada, la conversazione recupera l'espressività e la franchezza cruda degli affetti reali. Lo chiamano: Fidel. Lo circondano senza rischi, gli danno del tu, discutono con lui, lo contraddicono, gli reclamano cose, con un canale di trasmissione immediata dove circola la verità a fiotti. È allora che si scopre l'essere umano insolito che lo splendore della sua propria immagine non lascia vedere. Questo è il Fidel Castro che credo di conoscere: un uomo di abitudini austere ed illusioni insaziabili, con un'educazione formale all'antica, di parole caute e maniere tenui ed incapace di concepire nessuna altra idea che non sia enorme.

Sogna che i suoi scienziati trovino la medicina finale contro il cancro e ha creato una politica estera di potenza mondiale, in un'isola 84 volte più piccola rispetto al nemico principale. Ha la convinzione che il risultato maggiore dell'essere umano è la buona formazione della sua coscienza e che gli stimoli morali, più che i materiali, sono capaci di cambiare il mondo e spingere la storia. L'ho sentito nelle sue scarse ore di nostalgia alla vita, evocare le cose che avrebbe potuto fare in un altro modo per vincere più tempo alla vita. Vedendolo molto oppresso dal peso di tanti destini altrui, gli domandai che cosa era quello che più volesse fare in questo mondo, e mi rispose immediatamente: fermarmi all’angolo."

(Gabriel Garcia Marquez, "Il Fidel Castro che io conosco")

[fonte: http://www.granma.cu/…/it…/cultura/19abril-fidelconozco.html]



mercoledì 4 giugno 2014

Togliatti. Nel 1954, polemizzando con Norberto Bobbio, Togliatti contrappone la carica universalistica del movimento comunista alle persistenti clausole d'esclusione proprie del mondo borghese: "Quando mai e in quale misura sono stati applicati ai popoli coloniali quei principi liberali su cui si disse fondato lo Stato inglese dell'Ottocento, modello, credo, di regime liberale perfetto per coloro che ragionano come Bobbio?" La verità è che la "dottrina liberale [...] è fondata su una barbara discriminazione tra le creature umane".

Ma il liberalismo valeva anche per i popoli coloniali?
Togliatti contro Bobbio

Nel 1954, polemizzando con Norberto Bobbio, Togliatti contrappone la carica universalistica del movimento comunista alle persistenti clausole d'esclusione proprie del mondo borghese: "Quando mai e in quale misura sono stati applicati ai popoli coloniali quei principi liberali su cui si disse fondato lo Stato inglese dell'Ottocento, modello, credo, di regime liberale perfetto per coloro che ragionano come Bobbio?" La verità è che la "dottrina liberale [...] è fondata su una barbara discriminazione tra le creature umane".
Domenico Losurdo, da "La lotta di classe"


"La legittimità del potere, nell’Unione Sovietica, ha la sua fonte prima nella rivoluzione. Questa ha dato il potere alla classe operaia, che era minoranza ma è riuscita, risolvendo i grandi problemi nazionali e sociali che si ponevano, a raccogliere via via attorno a sé tutte le masse popolari, trasformare la struttura economica del paese, creare, far funzionare e progredire una società nuova, costruita secondo i princípi socialisti. Dimenticare la rivoluzione, non tener conto della nuova struttura sociale, dimenticare, cioè, tutto ciò che è proprio dell’Unione Sovietica e poi fare un confronto puramente esteriore con i modi della vita politica nei paesi capitalistici è un trucco e niente più. Ma questo primo richiamo alla realtà non basta. La società sovietica ha avuto, sin dall’inizio, una sua struttura politica democratica, fondata, precisamente, sull’esistenza e sul funzionamento dei «soviet» (consigli di operai, contadini, lavoratori, soldati).

Il sistema dei soviet è, come tale, molto più democratico e progredito di qualsiasi sistema democratico tradizionale, e questo per due motivi. Il primo è che fa penetrare la vita democratica in tutte le parti costitutive della società, partendo dalle unità lavorative di base per risalire, grado a grado, sino alle grandi assemblee cittadine, regionali e nazionali; il secondo è che avvicina le elementari cellule della vita democratica alle unità produttive e quindi supera quell’aspetto negativo delle tradizionali organizzazioni democratiche che consiste nella separazione tra il mondo della produzione e quello della politica e quindi nel carattere esteriore, formale, della libertà."
Palmiro Togliatti, da "Intervista a Nuovi argomenti", 1956






lunedì 28 aprile 2014

Karl Marx & Friedrich Engels, dal Manifesto del Partito Comunista.

"La borghesia ha posto come unica libertà quella di un commercio privo di scrupoli.
In una parola, in luogo dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha introdotto lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido"
Karl Marx & F. Engels, da Il Manifesto del Partito Comunista



"La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta. Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel Medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi [...] La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta."
Karl Marx e Friedrich Engels, da Il Manifesto del Partito Comunista




IL CAPITALISMO GENERA NATURALMENTE LE CRISI E QUINDI IL PROLETARIATO (MARX-ENGELS)

"Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.

A questo momento le armi che son servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa.
Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari.

Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato. [...]

Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti e coloro che vivevano di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo capitale non è sufficiente per l'esercizio della grande industria e soccombe nella concorrenza con i capitalisti più forti, in parte per il fatto che la loro abilità viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.

Il proletariato passa attraverso vari gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza.
Da principio singoli operai, poi gli operai di una fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente. [...]

La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l'incessante e sempre più rapido sviluppo del perfezionamento delle macchine rende sempre più incerto il complesso della loro esistenza; le collisioni fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di collisioni di due classi. Gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi, e si riuniscono per difendere il loro salario. Fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di quegli eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in sommosse.

Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più."

Karl Marx & Friedrich Engels, dal Manifesto del Partito Comunista


CHE COS'È IL MATERIALISMO DIALETTICO, LA FILOSOFIA ALLA BASE DEL MARXISMO (MARX, ENGELS, STALIN)

"Il materialismo dialettico è la concezione del mondo del partito marxista-leninista. 
Si chiama materialismo dialettico perché il suo modo di considerare i fenomeni della natura, il suo metodo per investigare e per conoscere i fenomeni della natura è dialettico, mentre la sua interpretazione, la sua concezione di questi fenomeni, la sua teoria, è materialistica
Il materialismo storico estende i principi del materialismo dialettico allo studio della vita sociale, li applica ai fenomeni della vita sociale, allo studio della società, allo studio della storia della società."
(Iosif Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico in "Questioni del leninismo", settembre 1938)


"Il materialismo filosofico marxista parte dal principio che il mondo e le sue leggi sono perfettamente conoscibili, che la nostra conoscenza delle leggi della natura, verificata dall'esperienza, dalla pratica, è una conoscenza valida, che ha il valore di una verità oggettiva."
Josif Stalin, dal Breve corso di storia del Partito Comunista (Bolscevico) dell'URSS, 1938


Sebbene sia stato esplicitato maggiormente nei testi di Engels, e sebbene alcuni ritengano che Marx non fosse molto interessato all'opera di sistematizzazione della sua dottrina filosofica realizzata dall'amico, in genere si ritiene che il materialismo dialettico fece la sua comparsa con la rivalutazione critica da parte di Karl Marx del metodo dialettico o evolutivo di Hegel che questi applicava all'analisi dell’Uomo, della sua storia e delle sue opereMarx capovolse il metodo di Hegel che a suo giudizio "poggiava sulla testa" (cioè sullo Spirito, visto come entità fondante la dialettica storica) "riportandolo sui piedi" (cioè basando la sua filosofia sulla supremazia della materia, di cui i fenomeni spirituali o mentali nel cervello umano sono un prodotto).

Fondamentalmente, ciò che Marx trattenne dell'idealismo hegeliano applicandolo tuttavia al mondo reale (in opposizione al mondo delle idee) fu:

-Il rifiuto sia della metafisica idealista (in particolare di tipo religioso) sia dell'empirismo, a favore di un metodo rivolto alla generalizzazione teorica basata sul metodo scientifico: scopo della scienza è scoprire quelle che nel gergo hegeliano sono le "leggi di movimento" dei sistemi che studia, basate sulle forze fondamentali che ne determinano l'evoluzione, rifiutando idee preconcette imposte sui fenomeni ma senza fermarsi neppure ad una mera descrizione statica della loro apparenza superficiale.

-Una visione olistica per cui ogni cosa è una parte connessa del complesso che è l’Universo ed è sottoposta, in quanto comunque materia organizzata in forme storicamente determinate, alle medesime leggi fondamentali. Marx rifiuta dunque ogni forma di dualismo.

-Il riconoscimento del mutare incessante della realtà, per Hegel frutto del dipanarsi teleologico della dialettica dello Spirito, per Marx al contrario frutto del risolversi e del continuo ricrearsi della contraddizione all'interno degli oggetti materiali, in un'evoluzione che non ha una direzione data dall'esterno ed è intervallata da balzi qualitativi (che nella storia umana sono le rivoluzioni).

Dalla visione materialista tradizionale, ormai già suffragata dalle scoperte dei naturalisti (specialmente Charles Darwin) Marx assume l'idea che la natura non-vivente precedette le forme viventi della natura, che come animali capaci di pensiero astratto e coscienti di sé gli esseri umani si sono evoluti da animali senza questa capacità, e che la mente e la coscienza non possono esistere separatamente da un corpo vivente.

Conseguenza fondamentale della filosofia marxiana è il nuovo ruolo del filosofo materialista-dialettico. 
Come il mondo secondo Marx non è basato sull'Idea ma sulla materia, così scopo del filosofo non è più solo "interpretare il mondo", ma "mutarlo": questo è quanto dichiara programmaticamente al termine delle fondamentali Tesi su Feuerbach (1845), sintetico manifesto che, differenziando il pensiero marxiano dalla principale corrente della sinistra hegeliana, fonda teoricamente il nuovo indirizzo filosofico. Come il mondo secondo Marx non è statico ma evolve dialetticamente seguendo le sue contraddizioni interne, così la filosofia di tipo nuovo deve schierarsi nello scontro tra forze antagoniste (tra le classi sociali) che dilania la società e porsi l'obiettivo della soluzione per via rivoluzionaria della contraddittorietà del reale, da cui non ci si può liberare per via contemplativa — se non finendo, come Hegel, per giustificare la presunta "razionalità" dell'ordine di cose esistente.

Testi fondamentali del materialismo dialettico sono l'Anti-Dühring (1878), che molti considerano un vero e proprio compendio del Capitale, e l'incompleto Dialettica della natura (1883) di Friedrich Engels. 
In essi Engels esplicita la sua concezione filosofica in modo particolarmente chiaro indicandola come "dialettica materialista". La dialettica marxiana secondo lui si applica anche alla natura e poggia su tre leggi:

1) La legge della conversione della quantità in qualità (e viceversa): in natura le variazioni qualitative possono essere ottenute dal sommarsi graduale di variazioni quantitative che culmina con un salto (inerentemente non-graduale) di qualità; la nuova qualità è considerata altrettanto reale di quella originaria e non è più ad essa riconducibile. Più in generale, ogni differenza qualitativa è collegata ad una differenza quantitativa e viceversa: non esistono le categorie metafisiche "quantità" e "qualità" bensì esse costituiscono due poli di un'unità dialettica.

2) La legge della compenetrazione degli opposti (ossia dell'unità e del conflitto degli opposti) garantisce l'unità ed al tempo stesso il mutamento incessante della natura: tutte le esistenze essendo costituite di elementi e forze in opposizione hanno il carattere di una unità in divenire; l'unità è considerata temporanea, mentre il processo di mutamento è continuo. Le categorie hanno contorni sfumati ma non per questo è illusoria o meno intensa la loro contrapposizione e la dinamica evolutiva che ne deriva.

3) la legge della negazione della negazione: ogni sintesi è a sua volta la tesi di una nuova antitesi che darà luogo ad una nuova sintesi che risolve le contraddizioni precedenti e genera le sue proprie contraddizioni.

Queste leggi per Engels, determinano un divenire, sia naturale che storico, necessario ed essenzialmente progressivo, che ha tuttavia caratteristiche rivoluzionarie, con svolte brusche e violente, e non quelle di una pacifica evoluzione gradualistica.


fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Materialismo_dialettico

sabato 22 febbraio 2014

Jeff Sparrow. Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretto a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo.



Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretto a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo.
Jeff Sparrow 1959, scrittore, editore, attivista australiano



so cosa vorrei che significasse la parola comunismo: 
una società dove ogni individuo mette ciò che può e prende ciò di cui ha necessità, dove tutti hanno senza possedere, dove il merito e la capacità individuale danno in più senza togliere a nessuno......



mercoledì 11 settembre 2013

Allende. Ci troviamo davanti a un vero scontro frontale tra le GRANDI CORPORAZIONI INTERNAZIONALI e gli Stati. Questi subiscono INTERFERENZE NELLE DECISIONI FONDAMENTALI, POLITICHE, ECONOMICHE e MILITARI da parte di ORGANIZZAZIONI MONDIALI che NON DIPENDONO da nessuno Stato. Per le loro attività non rispondono a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun Parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l'interesse collettivo. In poche parole, la struttura politica del mondo sta per essere sconvolta. Le grandi imprese multinazionali non solo attentano agli interessi dei Paesi in via di sviluppo, ma la loro azione incontrollata e dominatrice agisce anche nei Paesi industrializzati in cui hanno sede. La fiducia in noi stessi, che incrementa la nostra fede nei grandi valori dell'umanità, ci dà la certezza che questi valori dovranno prevalere e non potranno essere distrutt

Nell'anno 1970, Salvador Allende vinse le elezioni e venne consacrato presidente del Cile. E disse: "Nazionalizzerò il rame".
E disse: "Di qui non ne uscirò vivo".
E mantenne la parola data.
Eduardo Galeano, I figli dei giorni




Allende era socialista e venne fatto fuori grazie al potere di 4 grosse multinazionali: 
Alcoa, la Enron, la ITT e la Citicorp, con l'appoggio degli Usa.
I media ufficiali hanno sempre protetto Pinochet e gli Usa, questo mi basta per capire, bisogna sempre (o quasi) andare contro quello che i media ti bombardano.


Salvador Allende
(26 giu 1908 – 11 set 1973) 

In questo video [...] Edward Corry, ex ambasciatore Usa in Cile, fornisce una visione molto chiara su come viene percepita la figura di Allende,  nel contesto politico internazionale, in particolare riferimento all'imperialismo degli USA, che -nella persona del loro Presidente Nixon- detesta il modo di Allende [di porsi] a livello internazionale. Nel discorso all' O.N.U, Allende parla delle Multinazionali Mondiali come dell'ostacolo più grosso allo sviluppo degli interessi della intera comunità sociale.
Afferma: "la struttura politica del mondo sta per essere sconvolta da grandi corporazioni internazionali che agiscono per i loro esclusivi interessi, calpestando gli interessi legittimi della società".
Una triste realtà facilmente riscontrabile ai giorni nostri.

video tratto dal film-documentario Salvador Allende, 
di Patricio Guzmàn.





Salvador Allende: DISCORSO ALLE NAZIONI UNITE (1972) 
«Ci troviamo davanti a un vero scontro frontale tra le GRANDI CORPORAZIONI INTERNAZIONALI e gli Stati. Questi subiscono INTERFERENZE NELLE DECISIONI FONDAMENTALI, POLITICHE, ECONOMICHE e MILITARI da parte di ORGANIZZAZIONI MONDIALI che NON DIPENDONO da nessuno Stato. Per le loro attività non rispondono a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun Parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l'interesse collettivo. In poche parole, la struttura politica del mondo sta per essere sconvolta. Le grandi imprese multinazionali non solo attentano agli interessi dei Paesi in via di sviluppo, ma la loro azione incontrollata e dominatrice agisce anche nei Paesi industrializzati in cui hanno sede. La fiducia in noi stessi, che incrementa la nostra fede nei grandi valori dell'umanità, ci dà la certezza che questi valori dovranno prevalere e non potranno essere distrutti.».
discorso pronunciato da Salvador Allende all'assemblea generale dell'ONU il 4 dicembre 1972


l'11 settembre 1973 è la data in cui l'esercito assassinò Salvador Allende. Il colpo di stato fu voluto dagli Stati Uniti, preoccupati dalle limitazioni che il Presidente voleva porre allo strapotere delle Multinazionali. [...]


"Alla Cia non abbiamo mai creduto che l'America Latina potesse diventare un blocco comunista in stile Est Europeo. Quello che si temeva era che le nazioni latinoamericane potessero usare l'appoggio dell'URSS per portare avanti programmi politici e sociali che erano contrari agli interessi di Washington"
David Mac Michael, alto funzionario della CIA.




Onore e gloria a chi ha saputo interpretare il bisogno di libertà dei popoli tutti. 
Anche li i golpisti hanno usato lo stesso copione, miliardi di dollari passati al sindacato dei trasportatori tramite la multinazionale ITT, e ai comandi militari che hanno ucciso, non è giunto nulla? Stento a crederlo. Quanto dolore deve ancora sopportare l'umanità prima che si liberi del suo male? Invoco la protezione di Dio su tutti coloro che hanno combattuto e combattono per una causa giusta! Hasta siempre! 
Vincenzo Stefano.




praticamente ha firmato la sua condanna a morte ,chi tocca le multinazionali MUORE

http://youtu.be/1OyI326QdvA


Janis Martina Ken Loach realizza un corto su l'11 Settembre 1973, giorno del colpo di stato militare in Cile ai danni del governo democraticamente eletto, rivolgendosi direttamente ai parenti delle vittime dell'11 Settembre 2001 e realizzando un parallelismo tra passato e presente, libertà e oppressione.

http://youtu.be/4wPxZto9deI



Il paese del terrore.
Nei giorni seguenti al colpo di stato di Augusto Pinochet dell'11 settembre 1973, centinaia di persone vennero arrestate e portate nei due principali stadi di calcio della capitale Santiago. [...]. I detenuti erano tenuti sugli spalti, con le mani legate e mitragliatrici costantemente puntate contro. [...] Lelia Pérez aveva 16 anni quando venne arrestata per la prima volta dai servizi di sicurezza. [...] La prima volta che Lelia Pérez avvertì il bruciore di un pungolo da bestiame fu quando questo strumento era nelle mani di un soldato cileno. Questa studentessa di 16 anni era diventata la cavia dei servizi di sicurezza, i cui soldati la usavano per esercitarsi alla tortura. Non si prendevano il disturbo di farle neanche una domanda. [...] Intanto, all'interno stadio, venivano costruiti dei gabbiotti speciali. 
È qui che avvennero le peggiori torture. Lelia vi passò cinque giorni prima di essere liberata, senza alcuna spiegazione, scaraventata in una strada, di notte."Entrai in quello stadio a 16 anni, quando ne uscii mi sembrava di averne 60". [...]
Quando Lelia fu rilasciata dallo Stadio del Cile, il suo paese era quasi irriconoscibile. Pinochet aveva imposto numerose limitazioni e migliaia di attivisti sociali, insegnanti, avvocati, sindacalisti e studenti erano stati arrestati e portati in decine di centri clandestini di detenzione.
[...] Una notte di fine ottobre del 1975, la polizia politica di Pinochet bussò alla sua porta. La portarono via, insieme al fidanzato. [...]
Dopo mezz'ora di viaggio, l'automobile si fermò nel centro di Santiago, a Villa Grimaldi, un'antica casa di villeggiatura dell'era coloniale trasformata in centro di detenzione e tortura dalla Dina, la polizia politica di Pinochet.
"Ci portarono in una stanza d'interrogatorio dove c'era un letto di metallo. C'era sopra un altro detenuto e il mio fidanzato venne legato al bordo. Interrogavano tre detenuti contemporaneamente, facendo a turno per applicarci la corrente elettrica. La sessione dell'interrogatorio durava dalla notte alla mattina successiva".
A Villa Grimaldi i detenuti vennero sottoposti alla corrente elettrica, al waterboarding (semiannegamento), costretti a stare con la testa infilata in secchi di urina o di escrementi o soffocati con buste di plastica, appesi per le mani o i piedi e bastonati. Molte donne vennero stuprate e per molti detenuti la punizione fu la morte. [...] "Le scariche elettriche provocavano tanto sudore e una forte disidratazione, avevi tantissima sete".
Si stima che a Villa Grimaldi finirono 4500 prigionieri. Molti non ne uscirono, centinaia risultano ancora scomparsi.
Lelia passò quasi un anno a Villa Grimaldi. Poi fu trasferiva in un campo di lavoro, dove trascorse altri 12 mesi prima di essere costretta a lasciare il paese, alla fine del 1976.
Oltre un decennio dopo, quando Pinochet lasciò il potere al seguito di un referendum, Lelia tornò in Cile e si recò a Villa Grimaldi per cercare di fare i conti col suo passato. Ora la casa coloniale è un centro culturale a disposizione della comunità locale.
"Abbiamo trasformato un luogo di distruzione in un centro di costruzione. Quella casa delle torture e della morte ora è uno spazio che promuove la vita".

Guarda il video dell'intervista a Lelia Pérez
https://youtu.be/CSw6kTp9lKY





lunedì 19 agosto 2013

Train de vie. Monologo del pazzo. L'UOMO SI DISTINGUE DALL'ANIMALE PER LA RATIO, IL LOGOS, INSOMMA, IL SUO ESSERE RAZIONALE, MA SECONDO ME È L'EGOISMO...E SECONDO ME QUESTE PAROLE LO DIMOSTRANO "L'UOMO HA CREATO DIO SOLO PER INVENTARE SE STESSO"


Train de vie,  Monologo del pazzo.
“Dio esiste, Dio non esiste: che importanza ha?
Vi siete mai chiesti se l'uomo esiste?
Dio creò l'uomo a sua immagine...
È bello: Schloime a immagine di Dio.
Ma chi l'ha scritta questa frase nella Torah? L'uomo. Non Dio, l'uomo.
L'ha scritta senza modestia, paragonandosi a Dio.
Dio forse ha creato l'uomo,
ma l'uomo, l'uomo, il figlio di Dio, ha creato Dio solo per inventare se stesso...
L'uomo ha scritto la Bibbia per paura di essere dimenticato, infischiandosene di Dio...
Noi non amiamo e non preghiamo Dio, ma lo supplichiamo.
Lo supplichiamo perché ci aiuti a tirare avanti:
cosa ci importa di Dio per come è?,
ci preoccupiamo solo di noi stessi.
Allora la questione non è solo sapere se Dio esiste, ma se noi esistiamo.


https://youtu.be/dKgdlp2Lk8w




Ekaterina Ukleeva:
gran bel discorso...tanto SI È PARLATO DEL FATTO CHE L'UOMO SI DISTINGUE DALL'ANIMALE PER LA RATIO, IL LOGOS, INSOMMA, IL SUO ESSERE RAZIONALE, MA SECONDO ME È L'EGOISMO...E SECONDO ME QUESTE PAROLE LO DIMOSTRANO "L'UOMO HA CREATO DIO SOLO PER INVENTARE SE STESSO"


CFSCOMPANY:
Ho dato una mia interpretazione a questa tua questione, ma forse è forzata: in quel periodo c'era un pazzo che comandava sul modo intero: Hitler. IN QUESTO FILM È IL "PAZZO" A GUIDARE LA SUA COMUNITÀ. Il significato di ciò forse sta nell'idea del regista: È LA PAZZIA, NON LA RAGIONE, NON LA CIVILTÀ, A GUIDARE IL MONDO, È L'IRRAZIONALITÀ A GUIDARCI E CIÒ LO SI EVINCE ANCHE DALLA FORTE PRESENZA DELL'EROS CHE È CAPACE DI FAR CAMBIARE IDEA AD UN POTENZIALE ASSASSINO


FallenAngel478:
ma ha tagliato il pezzo più bello.. ci sono credente e comunista che si stanno per menare e litigano.. dio esiste! dio non esiste! poi lui si mette in mezzo e dice: vi siete mai chiesti se L'UOMO esiste?

Nicolò Burini:
e poi bellissimo pochi secondi dopo quando uno del gruppo, per spiegare brevemente il succo del discorso a un altro, gli dice "DIO NON SA SE L'UOMO ESISTE"


TheShade1990:
Da quello che hai scritto deduco che del monologo non hai capito niente o poco. Il pazzo non ha mai messo in discussione l'esistenza di un dio, ma invece mette in evidenza che L'UOMO HA SEMPRE PREGATO DIO NON PERCHÈ LO AMA VERAMENTE MA PERCHÈ È TERRORIZZATO DALLA REALTÀ e per realizzare se stesso in quanto tale (in altre parole dare un senso alla vita).
La conclusione quindi, spettacolare a mio parere, è che non è importante il fatto che esista un Dio, ma capire il perchè della vita.

gnatos14:
esempio convincente sull'USO DELLA PAROLA... DI PER SE LA PAROLA NON HA SIGNIFICATO: È CIÒ CHE STA DIETRO AD ESSA A CONFERIRNE IL SIGNIFICATO


VideoMega6:
Vi ricordo di leggere la cosa NEL CONTESTO GIUDAICO, DOVE ELOHIM È SIGNORE SU TUTTE LE COSE, MA DISTACCATO DA ESSE. La stessa parola immagine ha un altro senso, visto che la rappresentazione fisica del divino e' bestemmia... solo con queste due variabili il discorso cambia. Non ne viene messa in discussione l'esistenza, ma il suo rapporto con l'uomo.




sabato 20 luglio 2013

Lenin. Per abbattere i padroni, prima bisogna eliminare i loro servi, cioè quella massa di gente senza idee e senza principi

"Erano le otto e quaranta quando una tempesta d’applausi annunciò l’ingresso del presidium, con Lenin, il grande Lenin. Piccolo e tarchiato, con una grossa testa calva direttamente attaccata alle spalle, gli occhi piccoli, il naso camuso, la bocca larga e generosa e il mento pesante. Era completamente rasato ma la sua famosa barba stava ricominciando a crescere. Indossava degli abiti consunti, i calzoni erano troppo lunghi. Nient’affatto adatto per essere l’idolo della folla, fu amato e venerato come pochi capi nella storia lo sono stati. Uno strano capo popolare, capo per le sue sole doti intellettuali. Incolore, privo di umorismo, intransigente e distaccato, senza idiosincrasie pittoresche – ma dotato della capacità di spiegare idee profonde in termini semplici, di analizzare le situazioni concrete. Il tutto combinato con l’acutezza e con una grandissima audacia intellettuale."
da John Reed, "I 10 giorni che sconvolsero il mondo"



"L'imperialismo tende a costituire tra i lavoratori categorie privilegiate e a staccarle dalla grande massa dei proletari. [...] Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858:
"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile"."
Vladimir Lenin, da "L'Imperialismo, fase suprema del Capitalismo"


Per abbattere i padroni, prima bisogna eliminare i loro servi, cioè quella massa di gente senza idee e senza principi
Vladimir Lenin

"Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero."
Vladimir Lenin

Se incontri uno schiavo felice della sua condizione di schiavo, non perdere tempo a liberarlo! Passerebbe il resto della vita alla ricerca di un altro padrone.
Vladimir Lenin

"Nessuno è colpevole di essere nato schiavo. Ma lo schiavo al quale non solo sono estranee le aspirazioni alla libertà, ma che giustifica e dipinge a colori rosei la sua schiavitù, un tale schiavo è un lacchè e un bruto che desta un senso legittimo di sdegno, di disgusto e ripugnanza."
Vladimir Lenin, Sull'orgoglio nazionale dei Grandi Russi, 12 Dicembre 1914


Lo stato non funziona come avremmo desiderato. La macchina non ubbidisce.
Un uomo è al volante e crede di guidarla, ma la macchina non va nella direzione voluta.
Si muove secondo il desiderio di un'altra forza.
Vladimir Lenin

Se è necessario unirsi fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei princípi e non fate "concessioni" teoriche.
Vladimir Lenin


"150 o 250 anni fa, i capi più avanzati di tale rivoluzione (di tali rivoluzioni, se si vuoi parlare di ogni forma nazionale di un unico tipo generale) hanno promesso ai popoli di liberare l'umanità dai privilegi medioevali, dall'ineguaglianza della donna, dai vantaggi concessi dallo Stato a questa o a quella religione (o all'«idea religiosa», alla «religiosità» in generale), dall'ineguaglianza delle nazioni. Hanno promesso, ma non hanno mantenuto. Non hanno potuto mantenere perché sono stati ostacolati dal «rispetto» per la «sacra proprietà privata». Nella nostra rivoluzione proletaria questo maledetto «rispetto» per questo medioevo tre volte maledetto e per questa «sacra proprietà privata» non c'è stato."
Vladimir Lenin, discorso per il quarto anniversario della rivoluzione d'ottobre, 1921


La cultura è nulla senza impegno e lotta.
Alla teoria deve seguire la prassi.
Vladimir Lenin

"La matematica può esplorare la quarta dimensione e il mondo di ciò che è possibile, ma lo zar può essere rovesciato solo nella terza dimensione."
Vladimir Lenin


"La religione è una delle forme dell'oppressione spirituale che grava dappertutto sulle masse popolari, schiacciate dal continuo lavoro per gli altri, dal bisogno e dall'isolamento. La debolezza delle classi sfruttate nella lotta contro gli sfruttatori genera inevitabilmente la credenza in una vita migliore nell'oltretomba, allo stesso modo che la debolezza del selvaggio nella lotta contro la natura genera la credenza negli dei, nei diavoli, nei miracoli, ecc. La religione predica l'umiltà e la rassegnazione nella vita terrena a coloro che trascorrono tutta l'esistenza nel lavoro e nella miseria, consolandoli con la speranza di una ricompensa celeste. Invece, a coloro che vivono del lavoro altrui la religione insegna la carità in questo mondo, offrendo così una facile giustificazione alla loro esistenza di sfruttatori e vendendo loro a buon mercato i biglietti d'ingresso nel regno della beatitudine celeste. La religione è l'oppio del popolo. La religione è una specie di acquavite spirituale, nella quale gli schiavi del capitale annegano la loro personalità umana e le loro rivendicazioni di una vita in qualche misura degna di uomini."
Vladimir Lenin, Novaia Gizn, n. 28, 3 dicembre 1905



LA DEMOCRAZIA CAPITALISTICA È SOLO PER UNA MINORANZA (LENIN)
"La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo piú favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia piú o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi.

La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre, approssimativamente quella che fu nelle repubbliche dell'antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati, in forza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che «hanno ben altro pel capo che la democrazia», «che la politica», sicché, nel corso ordinano e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale.

Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la democrazia della società capitalistica. Se osserviamo piú da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, dovunque e sempre - sia nei «minuti», nei pretesi minuti particolari della legislazione elettorale (durata di domicilio, esclusione delle donne, ecc.), sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli che di fatto si frappongono al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i «poveri»!), sia nell'organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. vedremo restrizioni su restrizioni al democratismo.

Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri, sembrano minuti, soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia. Marx afferrò perfettamente questo tratto essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi della esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!"
Vladimir Lenin, da "Stato e Rivoluzione"




LA CRITICA AGLI INTELLETTUALI DI LENIN
"Bisogna quindi che gli intellettuali ci ripetano un pò meno ciò che sappiamo già e ci diano un pò più di ciò che ignoriamo ancora, di ciò che la nostra vita di fabbrica e la nostra esperienza "economica" non ci permettono mai di imparare: le cognizioni politiche. Queste cognizioni, voi intellettuali, potete acquistarle e dovete trasmetterle cento e mille volte più generosamente di quanto abbiate fatto finora. Dovete trasmettercele non solo con ragionamenti, opuscoli, articoli (che sono spesso — perdonate la nostra franchezza — alquanto noiosi), ma anche con denunce vivaci di ciò che fanno, proprio in questo momento, il nostro governo e le nostre classi dominanti in tutti i campi della vita. Assolvete con un pò più di entusiasmo questo compito che è il vostro, e parlate un pò meno di "elevare l'attività delle masse operaie". Attività ne diamo molto più di quanto non pensiate e sappiamo difendere con la lotta aperta nelle piazze anche le rivendicazioni che non offrono alcun "risultato tangibile". E non sta a voi "elevare" la nostra attività, perché voi stessi non siete abbastanza attivi. Non prosternatevi tanto dinanzi alla spontaneità e pensate un pò di più, o signori, ad elevare la vostra attività!»"
Vladimir Lenin, dal "Che Fare?"


LA LIBERA CONCORRENZA CONDUCE ALLA CONCENTRAZIONE DELLA PRODUZIONE E AL MONOPOLIO (LENIN)
Scritto nel 1916, "L'imperialismo: fase suprema del capitalismo" è uno splendido esempio di come si debba praticare un'analisi marxista della propria società. Oltre che opera fondamentale per ogni marxista che voglia capire come attualizzare il metodo marxista al proprio periodo, Lenin offre alcune considerazioni che mostrano la loro piena validità tutt'ora. Leggete questo testo e guardate l'immagine che esemplifica alcuni processi di monopolio in atto oggi. Illuminante vero? A conferma che forse il capitalismo sotto cui viviamo non è così diverso da quello imperialista studiato da Lenin:

"Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall'immenso incremento dell'industria e dal rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie. Gli ultimi censimenti industriali offrono ragguagli completi e esatti su tale processo. [...] risulta che la concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti riesce facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, d'altro lato, sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio. Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei fenomeni più importanti - forse anzi il più importante nella economia del capitalismo moderno. [...]

Non in tutti i rami industriali esistono grandi aziende, e inoltre una delle più importanti caratteristiche del capitalismo giunto al suo massimo grado di sviluppo è costituita dalla cosiddetta combinazione, cioè dall'unione in un'unica impresa di diversi rami industriali, sia che si tratti di fasi successive della lavorazione delle materie prime (per esempio, estrazione della ghisa dal minerale di ferro, produzione dell'acciaio ed eventualmente fabbricazione di prodotti diversi in acciaio), sia che si tratti di rami industriali ausiliari l'uno rispetto all'altro (per esempio, la lavorazione di cascami e di sottoprodotti, la fabbricazione di materiali da imballaggio, ecc.). [...]

Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una "legge naturale". La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l'opera di Marx, che, mediante l'analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, a un certo grado di sviluppo, conduca al monopolio. Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni del monopolio e nondimeno proclamano in coro che il "marxismo è confutato". Ma i fatti sono ostinati -dicono gli inglesi- e con essi, volere o no, si debbono fare i conti. I fatti provano che le differenze tra i singoli paesi capitalistici, per esempio in rapporto al protezionismo e alla libertà degli scambi, determinano soltanto differenze non essenziali nelle forme del monopolio, o nel momento in cui appare, ma il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è, in linea generale, legge universale e fondamentale dell'odierno stadio di sviluppo del capitalismo."
Vladimir Lenin, da "L'imperialismo: fase suprema del capitalismo", cap. 1:
"La concentrazione della produzione e i monopoli", 1916


LENIN. OBIETTIVI E MODALITÀ DELLE ALLEANZE SOCIALI E POLITICHE
Il capitalismo non sarebbe capitalismo, se il proletariato puro non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il proletariato e il semiproletariato (colui che si procura di che vivere solo a metà, mediante la vendita della propria forza lavoro), tra il semiproletariato e il piccolo contadino (e il piccolo artigiano, l'artiere, il piccolo padrone in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se, in seno al proletariato stesso, non vi fossero delle suddivisioni in strati più o meno sviluppati, delle suddivisioni per regioni, per mestiere, talvolta per religioni e così di seguito.
E da tutto ciò deriva la necessità, assoluta e incondizionata per l'avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso e per il partito comunista, di destreggiarsi, di stringere accordi e compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli produttori. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere.
Vladimir Lenin. L'estremismo malattia infantile del comunismo


IL GRANDE ERRORE DI SOSTITUIRE I DIRIGENTI INCAPACI CON LA "FOLLA" (LENIN)
"mancano di senso politico, perché, invece di voler sostituire i cattivi dirigenti con buoni dirigenti, l'autore vuole sostituirli in generale con la «folla». Questo è un tentativo di farci fare macchina indietro nel campo organizzativo [...].
Per maggior chiarezza comincerò con un esempio. Ecco i tedeschi. Non negherete, spero, che la loro organizzazione abbraccia la folla, che tutto viene dalla folla, che il movimento operaio ha imparato in Germania a camminare da solo. Ciò nonostante, quanto sono apprezzati da quella folla di parecchi milioni di uomini i suoi «dieci» capi politici provati! Come si stringe attorno ad essi!
Quante volte i socialisti non si sono sentiti irridere in parlamento dai deputati avversari: «Bei democratici! Con voi il movimento della classe operaia non esiste che a parole: in realtà è sempre lo stesso gruppo di capi che fa tutto. Ogni anno, da decine di anni, sempre lo stesso Bebel, sempre lo stesso Liebknecht! I vostri delegati, che si dicono eletti dagli operai, sono più inamovibili dei funzionari nominati dall'imperatore!». Ma i tedeschi hanno accolto con sprezzante ironia quei tentativi demagogia di contrapporre la «folla» ai «capi», di risvegliare nella prima gli istinti cattivi e vanitosi e di togliere al movimento la solidità e la stabilità minando la fiducia della massa in una «decina di teste forti».
Essi sono politicamente abbastanza educati, hanno sufficiente esperienza politica per comprendere che senza una «decina» di abili capi (e gli uomini abili non sorgono a centinaia), provati, professionalmente preparati ed istruiti da una lunga esperienza, che siano d'accordo fra loro, nessuna classe della società contemporanea può condurre fermamente la sua lotta. [...] Orbene, proprio quando tutta la crisi della socialdemocrazia russa si spiega con il fatto che le masse, entrate spontaneamente in movimento, non hanno dirigenti abbastanza preparati, sviluppati ed esperti, ecco i nostri sapientoni venirci a dire con tono sentenzioso: «È un male che il movimento non sorga dal basso!»."
Vladimir Lenin, dal "Che Fare?"


LO STATO È LA VIOLENZA SOCIALE ORGANIZZATA, E NOI CE NE SERVIREMO PER COSTRUIRE IL SOCIALISMO (LENIN)
Il marxismo ha in comune con l'anarchismo l'avversione verso il concetto di "Stato", giudicato la sovrastruttura giuridica attraverso cui la borghesia e più in generale le classi dominanti esercitano il proprio potere sul proletariato e le classi oppresse.
D'altronde, come ricorda lo stesso Lenin, "lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: «Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni», cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità". Lo stato potrà insomma estinguersi quando, anche dopo che le classi dominate ne abbiano preso il controllo politico, siano in grado di passare dal socialismo al comunismo.
Per fare ciò è però necessario innanzitutto lo sviluppo intensivo delle forze di produzione, obiettivo strategico fondamentale per il quale può tornare utile anche la borghesia e il capitalismo. Sempre da Lenin:
"Il progresso delle forze produttive è il nostro compito fondamentale ed improrogabile. [...] Cediamo gli stabilimenti che non ci sono strettamente indispensabili ad appaltatori privati, compresi i capitalisti privati e gli investitori stranieri".
Questo d'altronde era il motivo per cui ad inizio anni '20 Lenin aveva improntato l'indirizzo della NEP (Nuova Politica Economica), che tante similitudini presenta con il percorso intrapreso dalla Cina dalla fine degli anni '70 (e se la NEP fu abbandonata in URSS dal PCUS fu per la necessità di industrializzare più rapidamente, con inevitabili risvolti traumatici, il Paese per prepararlo ai venti di guerra imminenti). Si utilizza lo stato per sviluppare le forze di produzione e se necessario per sottomettere la classe borghese, come aveva insegnato bene Engels:
"Finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e, quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere".
Insomma secondo Lenin "il potere statale, l'organizzazione centralizzata della forza, l'organizzazione della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori, sia per dirigere l'immensa massa della popolazione - contadini, piccola borghesia, semiproletariato - nell'opera di avviamento dell'economia socialista". Naturalmente uno stato di questo tipo presenta peculiarità particolari. Per sua natura "lo Stato è la violenza sociale organizzata", e tutto il marxismo è cosciente di ciò. Lo stato che occorre per necessità mantenere non è però lo stato borghese: "lo stato di questo periodo (dittatura del proletariato) deve essere uno stato democratico in modo nuovo per i proletari e i non abbienti in generale, e dittatoriale in modo nuovo contro la borghesia".
E sicuramente lo Stato borghese “non può essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato) per via di estinzione; può esserlo unicamente, come regola generale, per mezzo della rivoluzione violenta”.
Questi gli insegnamenti di Lenin, che tutt'oggi troppi anarcoidi, populisti, sinistrati, disconoscono o ignorano, bollando l'URSS come un totalitarismo e non capendo invece che tale stato socialista, costruito e rafforzato durante l'epoca staliniana, pur con contraddizioni e problematiche ben presenti alla sua stessa dirigenza, ha costituito nel XX° secolo il principale baluardo del progresso contro la barbarie capitalista e i suoi terroristici stati borghesi. Il resto è chiacchiericcio utopistico e menzognero utile per sognatori e idealisti privi del benchè minimo contatto con la realtà.






Lenin disse pure che bastava dare ai contadini un pezzo di terra e su sarebbero dimenticati immediatamente della rivoluzione!


LENIN. ORGANIZZATORE E CAPO. Lenin, organizzatore e capo del Partito comunista della Russia. Vi sono due gruppi di marxisti. Entrambi lavorano sotto la bandiera del marxismo e si considerano “VERI “ MARXISTI. Eppure sono ben lungi dall'essere identici. Anzi, un abisso li separa, poiché i loro metodi di lavoro sono diametralmente opposti.
IL PRIMO GRUPPO SI LIMITA DI SOLITO AL RICONOSCIMENTO ESTERIORE DEL MARXISMO, ALLA SUA SOLENNE PROCLAMAZIONE. Non sapendo o non volendo penetrare la sostanza del marxismo, non sapendo o non volendo applicarlo nella pratica, esso TRASFORMA LE TESI VIVE E RIVOLUZIONARIE DEL MARXISMO IN FORMULE MORTE CHE NON DICONO NULLA. ESSO NON BASA LA SUA ATTIVITÀ SULL'ESPERIENZA, SUGLI INSEGNAMENTI DEL LAVORO PRATICO, MA SULLE CITAZIONI PRESE DA MARX. Attinge indicazioni e direttive non dall'analisi della realtà vivente, ma dalle analogie e dai paralleli storici. LA DISCORDANZA TRA LE PAROLE E GLI ATTI: ECCO LA PRINCIPALE MALATTIA DI QUESTO GRUPPO. Di qui, le delusioni e la perpetua insoddisfazione verso il destino che continuamente e regolarmente lo tradisce, si beffa di lui. IL NOME DI QUESTO GRUPPO È MENSCEVISMO (IN RUSSIA), OPPORTUNISMO (IN EUROPA). Al Congresso di Londra il compagno Tyszko (Jogiches) ha dato una definizione abbastanza precisa di questo gruppo, dicendo che ESSO NON PARTE DEL PUNTO DI VISTA DEL MARXISMO MA CI RIPOSA SOPRA.
Il secondo gruppo, al contrario, TRASFERISCE IL CENTRO DI GRAVITÀ DELLA QUESTIONE DAL RICONOSCIMENTO ESTERIORE DEL MARXISMO ALLA SUA ATTUAZIONE, ALLA SUA APPLICAZIONE PRATICA. L'INDICAZIONE, IN CONFORMITÀ CON LA SITUAZIONE, DELLE VIE E DEI MEZZI PER L'ATTUAZIONE DEL MARXISMO, LA MODIFICAZIONE DI QUESTE VIE E DI QUESTI MEZZI QUANDO LA SITUAZIONE CAMBIA: ECCO I PUNTI A CUI SOPRATTUTTO QUESTO GRUPPO RIVOLGE LO SUA ATTENZIONE. ESSO TRAE DIRETTIVE E INSEGNAMENTI NON DALLE ANALOGIE E DAI PARALLELI STORICI, MA DALLO STUDIO DELLE CIRCOSTANZE. NELLA SUA ATTIVITÀ NON SI BASA SULLE CITAZIONI E SULLE SENTENZE, MA SULL'ESPERIENZA PRATICA; CONTROLLA OGNUNO DEI SUOI PASSI CON L'ESPERIENZA; TRAE INSEGNAMENTI DAI PROPRI ERRORI E INSEGNA AGLI ALTRI L'EDIFICAZIONE DI UNA NUOVA VITA. Questo precisamente spiega perché NELL'ATTIVITÀ DI QUESTO GRUPPO LA PAROLA NON DISCORDA DALL'AZIONE e la dottrina di Marx conserva interamente la sua viva forza rivoluzionaria. A questo gruppo si addicono pienamente le parole di Marx secondo le quali I MARXISTI NON POSSONO LIMITARSI A SPIEGARE IL MONDO, MA DEBBONO PROCEDERE OLTRE, AL FINE DI TRASFORMARLO. Il nome di questo gruppo è bolscevismo, comunismo. Organizzatore e capo di questo gruppo è V. I. Lenin,

Biblioteca digitale Mels.  Resistenze.org pp. 344 - 345



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