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domenica 2 febbraio 2014

Irvine Welsh. Stamattina mi sono svegliato. Mi son svegliato già dentro al lavoro. Il lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te, come una gelatina permanente che ti circonda, ti assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente deformante. Massì, certe volte ti prendi i tuoi angoli di relativa libertà dove puoi ritirarti, quegli spazi leggeri e delicati dove le cose nuove e diverse, cose migliori, possono sembrarti possibili. Dopo finisce. All'improvviso vedi che gli angoli non ci sono più. Diventavano sempre più piccoli, e lo sapevi. Sapevi che un giorno o l'altro avresti dovuto metterti a far qualcosa per rimediare. Quando è successo? Te ne sei reso conto dopo. Non importa alla fine se c'è voluto poco o molto: due anni, o tre, o cinque, o dieci. Gli angoli son diventati sempre più piccoli finché hanno cessato di esistere, e tutto quello che è restato è il residuo.

“Tutta la mia fottuta vita era stata una fuga: scappare dalla sensibilità, dai sentimenti, dall'amore.
E allora li chiudi fuori di te: ti crei un guscio, ti nascondi, oppure ti scateni contro di loro.
Lo fai perchè pensi che se tu li ferisci loro non potranno ferire te. Ma sono stronzate perchè ferisci ancora fin quando impari a diventare un animale e se non riesci a impararlo per filo e per segno, cazzo, scappi. Però a volte non puoi mica scappare, non puoi scansarti, perchè alle volte tutto viaggia insieme a te, dentro il tuo fottuto cranio. Qui non si trattava di chiamarsi fuori. Si trattava dell'unica scelta sensata”
Irvine Wels


Stamattina mi sono svegliato. Mi son svegliato già dentro al lavoro.
Il lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te, come una gelatina permanente che ti circonda, ti assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente deformante. Massì, certe volte ti prendi i tuoi angoli di relativa libertà dove puoi ritirarti, quegli spazi leggeri e delicati dove le cose nuove e diverse, cose migliori, possono sembrarti possibili.
Dopo finisce. All'improvviso vedi che gli angoli non ci sono più. Diventavano sempre più piccoli, e lo sapevi. Sapevi che un giorno o l'altro avresti dovuto metterti a far qualcosa per rimediare. Quando è successo? Te ne sei reso conto dopo. Non importa alla fine se c'è voluto poco o molto: due anni, o tre, o cinque, o dieci. Gli angoli son diventati sempre più piccoli finché hanno cessato di esistere, e tutto quello che è restato è il residuo. 
Irvine Welsh


Perché il vero coraggio è mettere le redini al tuo ego e fermarti al momento giusto.
Ultimamente mi sono trovato depresso un casino.
Il che è sempre il segnale di quando è ora di cambiare aria.
Certa gente passa gli anni sotto psicoterapia per farla fuori con la depressione.
Io faccio armi e bagagli. E la depressione del cazzo sparisce regolarmente.
Il luogo comune è che tu scappi, mentre dovresti affrontarla, la depressione.
Io non sono d’accordo. La vita è un processo dinamico, non statico,
e quando non cambiamo ci ammazza. Non è una fuga, è un movimento.
Irvine Welsh, da Colla







martedì 17 dicembre 2013

Winnicott. Gli infelici tenteranno di distruggere la felicità. Coloro che sono imprigionati nella rigidità delle proprie difese tenteranno di distruggere la libertà. Coloro che non possono godere del proprio corpo pienamente tenteranno di interferire con il godimento corporeo, anche nel caso dei figli che amano. Coloro che non possono amare tenteranno di distruggere la semplicità di un rapporto naturale attraverso il cinismo

Winnicot scriveva:
"bisognerebbe spiegare alle madri che amare è una faccenda complicata e non un semplice istinto... che qualsiasi ‘errore’ possa aver commesso non è altro che un pezzo, un frammento, una parte di un percorso in costruzione."


Maria Pia Casamassa:
È difficile essere madri in modo consapevole perché l'esperienza si acquisisce all'interno della relazione col figlio. Inoltre il modello di riferimento è la propria madre e la relazione con essa. Nostra madre sarà stata sufficientemente buona, diceva ancora, se a lei affideremmo in nostra assenza, la cura dei nostri figli.



"Si pone però un'altro problema: cos'è la normalità?
Beh, possiamo dire che un individuo sano è colui che è riuscito sì a organizzare le sue difese contro gli intollerabili conflitti della realtà psichica personale, ma, contrariamente alla persona malata di psiconevrosi, è relativamente libero da una rimozione massiccia e da una inibizione degli istinti. Inoltre l'individuo sano può impiegare ogni sorta di difese, può passare da un tipo all'altro e in effetti non mostra la rigidità di organizzazione difensiva che caratterizza il malato."
Donald Winnicott (1896-1971), Psiconevrosi nell'infanzia, 1961, in: Esplorazioni psicoanalitiche, ed.or.1989, ed. it.Cortina 1995, pag. 87.


Come concetto opposto a quello di abitudine, la creatività diviene condizione necessaria per poter parlare di una buona qualità di vita.
Donald Winnicott


“Gli artisti sono persone guidate dalla tensione tra il desiderio di comunicare e il desiderio di nascondere.”
Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese, che morì nel 1971


"Ai miei pazienti che hanno pagato per insegnarmi."
Donald Winnicott (1896-1971) Gioco e realtà, 1971, dedica, ed.it. Armando 1974 pag.7.


“I miei pazienti e analizzandi mi hanno portato così vicino alla realtà della vita umana, che mi hanno costretto ad apprendere cose essenziali. Gli incontri con la gente più varia, e di tanto differenti livelli psicologici, sono stati per me incomparabilmente più importanti di episodiche conversazioni con celebrità. I colloqui più belli e più significativi della mia vita furono anonimi.”
Carl Gustav Jung,  Ricordi, Sogni, Riflessioni – Edizioni BUR, p.187


"Ciò che mi sorprendeva era la frequenza con cui i bambini mi sognavano la notte prima della visita. ((...)) I bambini che avevano avuto questi sogni erano in grado di dirmi che mi avevano sognato. In un linguaggio che adopero adesso, ma che allora non sapevo adoperare, mi trovavo nel ruolo di oggetto soggettivo. Ora so che in questo ruolo di oggetto soggettivo, che raramente si protrae più a lungo del primo o dei primi colloqui, il dottore ha la grande opportunità di stabilire un contatto con il bambino. (( ... )) Se ci si lascia sfuggire questo particolare momento, la speranza del bambino di venire capito viene distrutta. D'altra parte, se questo momento sacro vine sfruttato, la speranza del bambino di essere aiutato viene rafforzata."
Donald Winnicott (1896-1971), Colloqui terapeutici con i bambini - Interpretazion e di 300 "scarabocchi", 1971, ed.it.Armando 1974, pagg:13-14.


La madre non può imparare come fare quello che le si richiede né dai libri, né dalle infermiere, né dai dottori; può invece avere imparato molto dal fatto di essere stata bambina, dall'aver osservato i genitori con dei bambini piccoli e aver partecipato alla cura dei fratelli. Soprattutto, ha imparato molte cose di enorme importanza giocando a mamma e papà quando era piccola.
Donald Winnicott (1896-1971), 1948, in: Bambini, 1996, ed.it. Cortina 1997 pag.54.



“sarebbe d’aiuto chiarire alle madri che può capitare di non provare immediatamente amore per i propri figli o di non sentirsela di allattarli; oppure spiegare loro che amare è una faccenda complicata e non un semplice istinto”.
Donald Winnicott



All'inizio, grazie alla sua grande capacità di adattamento, la madre permette al figlio di fare esperienza di onni potenza, di trovare nella realtà ciò che crea e collegare quanto crea a ciò che è reale. il risultato finale è che ogni bambino inizia con una nuova creazione del mondo. E speriamo che al settimo giorno ne sia soddisfatto e si riposi.
Donald Winnicott



Risulta quindi fondamentale fornire alle madri strumenti efficaci per poter accettare ciò che sono e ciò che fanno in quanto frutto del loro esserci in quel momento. Ciò significa rassicurare e aiutare a formulare pensieri positivi e costruttivi su possibili scenari di miglioramento. Madri non si nasce, si diventa....



Gli infelici tenteranno di distruggere la felicità. Coloro che sono imprigionati nella rigidità delle proprie difese tenteranno di distruggere la libertà. Coloro che non possono godere del proprio corpo pienamente tenteranno di interferire con il godimento corporeo, anche nel caso dei figli che amano. Coloro che non possono amare tenteranno di distruggere la semplicità di un rapporto naturale attraverso il cinismo. 
Donald Winnicott



“....la fuga nella salute mentale non è cosa sana. La vera salute, infatti, tollera la malattia, traendo addirittura un certo vantaggio dall’entrare in contatto con essa in tutti i suoi aspetti”.
Donald Winnicot





Quella che ieri era una buona difesa ora può essere inadeguata nel senso che i vantaggi che arreca sono meno degli svantaggi in seguito ai cambiamenti della nostra vita, per questo è importante potersene liberare trovandone un'altra più efficace e meno svantaggiosa per la situazione attuale.


L'attività creativa dell'immaginazione, libera l'uomo dalla sua schiavitù del «senso del nulla » e lo eleva allo stato d'animo di colui che gioca, perché, come dice Schiller: «L'uomo è completamente umano solo quando gioca». Lo scopo a cui miro è di provocare uno stato psichico nel quale il mio paziente cominci ad esperimentare la propria natura e cerchi di ottenere uno stato di fluidità, di dinamismo e superamento, in cui non vi sia più nulla di eternamente fisso e di disperatamente fossilizzato»
Donald Winnicott



Il rituale, diceva Jung, è un contenitore psichico, che consente all’essere umano, minacciato dalla transizione di un modo d’essere ad un altro, di escogitare attraverso una sorta di liturgia laica, particolari modalità del vivere, atte a salvaguardare la stabilità della personalità, mentre è in corso appunto la transizione da una condizione psicologica ad un’altra. Il rituale chiaramente non può incidere in vero e proprio senso trasformativo, ma se non altro ricontiene la crisi di un passaggio doloroso tutelandoci da possibili scompensazioni.
Si pensi all’oggetto transizionale, espressione introdotta dallo psicanalista inglese D.W. Winnicot (1896/1971) per indicare un lembo di coperta, un pupazzo che il bambino tra i quattro e dodici mesi porta con sé per addormentarsi, consente al bambino di passare dalla prima relazione con la madre alla relazione oggettuale. Quindi, una fase di passaggio dolorosa di distacco che si ripresenta in fasi successive specialmente in momenti depressivi.
La caratteristica degli oggetti transizionali è quella di non far parte del corpo del bambino, e di non essere collocabili nel mondo esterno.
Essi però, appartengono a quel campo intermedio dell’esperienza che è il campo dell’illusione, del come se (una sorta di compensazione) ed hanno la funzione di difendere il bambino dalle ansie legate all’assenza della madre, in quanto mantengono una continuità simbolica, ma rassicurante con la sua presenza.



L'oggetto transizionale ((di cui parla Winnicott)) (il tradizionale orsacchiotto, ad esempio) è una creazione del bambino, si trova in un rapporto speciale con lui, è sotto il suo controllo, oppure è semplicemente un oggetto nel mondo degli oggetti terreni, che può essere perso, danneggiato, scartato, lavato? Il genitore sufficientemente buono dello stadio transizionale permette al bambino questa ambiguità, partecipa all'illusione del bambino (( ... ))
Stephen Mitchell, Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, 1988 Londra, ed. it. Bollati Boringhieri 1993 pag.169.


Freud misurava la salute mentale secondo la capacità di amare e di lavorare; Winnicott pensa alla salute come alla capacità di giocare, la libertà di muoversi avanti e indietro tra la luce cruda della realtà oggettiva e le ambiguità consolanti di una sublime concentrazione in sé stessi e della grandiosità dell'onnipotenza soggettiva. infatti egli considera la reimmersione nell'onnipotenza soggettiva come il fondamento della creatività, in cui l'individuo trascura completamente la realtà esterna ed elabora le proprie illusioni al massimo grado."
Stephen Mitchell, Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, 1988 Londra, ed. it. Bollati Boringhieri 1993 pag.169.


"Freud [...] ne Il disagio della civiltà (1929): «Di fatto l'uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L'uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza». [...]
L'Io dunque «non è padrone in casa propria» perché è abitato da una dimensione inconscia che l'uomo ha sempre evitato di considerare, perché un inganno narcisistico gli ha fatto credere di essere al centro dell'universo, creatura di Dio, e padrone dell'orizzonte dispiegato dalla sua coscienza e dal suo procedere razionale. [...]
La psicoanalisi, che nel suo momento terapeutico necessita della presenza dell'Io del paziente, può operare solo con la nevrosi, aggiustando le incrinature dell'Io, mentre è impotente con la psicosi, dove inconscio pulsionale e inconscio sociale confliggono corpo a corpo, senza uno spazio di mediazione, e dove l'assenza dell'Io non consente alcuna elaborazione.
Scopo della psicoanalisi è che l'Io (la nostra parte cosciente) sia in grado di guadagnare sempre più spazio all'inconscio, come gli olandesi (l'esempio è di Freud) hanno guadagnato un'estensione della terra sottraendola al mare, perché, scrive Freud nell'Introduzione alla psicoanalisi. Nuova serie di lezioni (1932): «L'intenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi è in definitiva di rafforzare l'Io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell'Es. Dove era l'Es, deve subentrare l'Io. E questa l'opera della civiltà, come per esempio il prosciugamento dello Zuiderzee».
Umberto Galimberti racconta
Freud, Jung e la psicoanalisi
La Biblioteca di Repubblica, 2011




Ivano tieni presente che da allora è passato quasi un secolo e molti altri modelli si sono affiancati a quelli proposti da Freud, e si sono fatti molti progressi in varie direzioni. Da molti decenni la psicoanalisi non è più considerata inefficace per le psicosi. Freud credeva che lo fosse perché non è risalito a prima dell'Edipo, tralasciando il periodo fino ai due-tre anni e non considerando il rapporto madre-bambino. ed è proprio qui che si trovano le radici delle psicosi, come ha scoperto Mélanie Klein e poi molti altri dopo di lei, e appunto Winnicott tra questi.


Ritengo sia utile dividere il mondo in due categorie di persone, ci sono quelle che nell'infanzia non sono mai state "abbandonate", e che in un certo senso sono candidate a godere della vita. Ma vi sono anche coloro che hanno vissute esperienze traumatiche, come l'abbandono da parte dell'ambiente, e che devono sopportare per tutta la vita il peso del ricordo della situazione in cui si trovano al momento del trauma. Costoro sono candidati a una vita burrascosa, a tensioni e probabilmente alla malattia.
Donald Winnicot, "Dal luogo delle origini", ed Cortina (1990) Milano




Il mio post non era di tipo assertivo, anzi......ritengo da sistemica, che quanto dice Winnicot, in realtà é molto discutibile, verosimilmente lui guardava attraverso le lenti colorate della suo spaccato psicoanalitico e forse della sua esperienza clinica che resta solo un minuscolo segmento rispetto alla "Conoscenza" più vasta delle vicende umane. Per il principio dell'Equifinalità a cause uguali possono corrispondere effetti diversi, come a cause diverse possono corrispondere effetti uguali. Anne Ancelin Schutzenrberger, prof .di psicologia all'Università di Nizza (ma considerata l'età avanzata verosimilmente non insegna più) esperta di psicoterapia di gruppo e di psicodramma si é occupata in particolare di “psicoterapia transgenerazionale, e di legami nascosti nell'albero genealogico” che rappresenta il sottotitolo del suo saggio "La sindrome degli antenati", dice tutt'altro, attraverso la sua esperienza clinica. Questo testo per me ha rappresentato una tappa della mia formazione.
L'approccio metodologico-conoscitivo utilizzato dalla Schutzenrberger, é il cosiddetto genosociogramma che lavora sulle connessioni anche tra ben nove generazioni della stessa famiglia, quindi uno strumento di conoscenza delle relazioni familiari intergenerazionali. Esso costituisce una significativa rappresentazione sociometrica-affettiva operata, utilizzando le sembianze di un albero genealogico familiare, in cui si declinano interi cicli vitali di famiglie, per più generazioni. Così si effettua la lettura dei diversi tipi di relazione del soggetto, in rapporto al suo ambiente e ai legami tra i vari personaggi: "chi rimpiazza chi nella famiglia, come si fanno le spartizioni , chi sono i favoriti, le ingiustizie, le ripetizioni ..ecc..quindi una reciprocità e una generatività che si declina lungo la storia generazionale fino, a volte, all'esplosione di un malessere, che non a caso é stato connotato nel titolo che da il nome al suddetto saggio come “La sindrome degli antenati “. In una parte del detto saggio si parla di una particolare tipologia denominata dagli americani "bambini indistruttibili" perché dotati di una resilienza tale che li rende capaci di resistere a tutto, persino ai campi di concentramento. La Schutzenberger dice che questi bambini, senza genitori, senza alcun riferimento familiare, sembrano sopravvivere a dispetto di tutto contrariamente a quanto affermato da alcuni psicoanalisti e dai Servizi Sociali che l'essenziale dell'equilibrio e dell'identità si crea tra i tre e i sette anni. Già Bowlby aveva evidenziato alcune eccezioni nel suo celebre studio sui bambini abbandonati e recentemente alcuni studi americani e francesi hanno riferito di successi eclatanti familiari e professionali raggiunti da bambini cresciuti in strada o addirittura nei campi di concentramento.
Verosimilmente questi bambini sopravvivono perché possiedono un quid imperscrutabile, tranne negli effetti successivi che caratterizzerà il loro destino, una risorsa particolare, uno slancio vitale, una energia di vita, attraverso cui riescono a trovare padri madri e fratelli maggiori sostitutivi. Francois Tosquelles, ha parlato significativamente della presenza nella civiltà di oggi, di poli-padri e poli-madri. In altri termini si tratta di una base sicura , direbbe Bowlby, che può essere fornita dai sostituti genitoriali affettuosi, al momento della nascita o dell'apprendimento dei primi passi. Certi incontri sostitutivi, possono permettere una sopravvivenza e una crescita quasi normale , che apre alla vita:nonni, vicini, una persona affettiva incontrata per caso, un compagno di sventure o “un compagno di strada “. 
La Schutzenberger dice che queste persone si possono trovare dappertutto, anche nei campi di concentramento di guerra o politici, quindi esistono per questi bambini, sostituti che li proteggo al punto di poter crescere in maniera adeguata e positiva e di avere successo anche nell'età adulta, a dispetto delle premesse abbandoniche, quindi dell'impronta psicologica, persi persino biologica, lasciata dai traue dalle ferite”: non a caso per identificare questi “bambini indistruttibili”, é stato forgiato il termine resilienza,
alludendo quindi alla loro capacità di uscire rinforzati e addirittura trasformati in senso positivo da un esperienza difficile e potenzialmente gravememente destrutturante. Ma, quello che appare ancor più inquietante é l'osservazione che fa la Schutzenberger allorquando dice che il problema si pone per i discendenti di questi bambini, o comunque per coloro che hanno subito gravi traumi, perché il trauma trasmesso é ben più forte del trauma ricevuto”. E' stato scoperto recentemente negli studi sul dosaggio del cortisolo, sui recettori dei corticostosteroidi e sulla secrezione del CRF (cortico-resieling-factor) -studi citati da Cyrulnik(1999)- che il tasso di cortisolo nel sangue dei discendenti é di quattro volte maggiore di quelli che hanno subito il trauma. Così i figli dei sopravvissuti dell'Olocausto soffrono più volte di più dei loro genitori (che hanno sofferto veramente e dal vivo) di sindrome post traumatica”. Sebbene vari tentativi chiarificatori , non si é in grado di poter spiegare la natura di questa memoria, di queste tracce mnestiche. Ci si chiede se si tratta di una memoria genetica e come funziona, ma di fatto, a parte Freud che già aveva parlato di “revenants“ familiari e quindi di una trasmissione psichica di generazione in generazione, non avendo però approfondito l'argomento né tanto meno discusso negli scritti pubblicati, si sa poco. La Schutzbenger, in proposito, cioè riferendosi alla categoria del transgenerazionale, ritiene che le trasmissioni sono dei segreti, dei non detti, delle cose taciute, nascoste, a volte interdette persino al pensiero (“impensate”) e che si trasmettono ai discendenti senza essere pensate e metabolizzate. Nella pratica clinica, infatti si osserva la comparsa di traumi, malattie, manifestazioni somatiche o psicosomatiche, che spesso spariscono allorché se ne parla, si piange o si grida, rielaborando ciò che dilania. Si nota anche il manifestarsi di incubi terrificanti nei nipoti dei deportati, dei partigiani, dei nazisti, dei naufraghi e dei morti rimasti privi di sepoltura , come anche nei discendenti di coloro che hanno subito un trauma legato a un passato, troppo doloroso (indicibile, taciuto) e che sono ancora vivi, per esempio, “il trauma  da vento di proiettili”. In proposito La Scutzenberger riferisce che i chirurghi di Napoleone, nel corso della ritirata di Russia (1812) avevano verificato la sussistenza di una shock traumatico nei soldati che avevano sfiorato la morte da vicino, sentendo passare il vento dei proiettili di cannone e assistendo alla morte dei compagni. Sembra che le conseguenze dello shock siano state trasmesse ad alcuni discendenti, che sono talvolta afflitti da malesseri, costrizioni alla gola, incubi, “durante i periodi di anniversario, per effetto di una sorta di”zoom, di collisione delle generazioni e del tempo, un “time collaps".




Cara Rosanna, il concetto di Winnicott è ampiamente datato. Alla sua epoca era inteso a dimostrare l'assoluta rilevanza del trauma e della necessità della cosiddetta "regressione terapeutica" (ancora oggi molta psicoanalisi si muove così, soprattutto nei paesi anglosassoni e di conseguenza in Italia, paese che non ha abbastanza orgoglio per avere un pensiero indipendente). Farei però degli appunti anche alla bella teoria della Schutzenberger. Non è necessario pensare a un "collasso temporale" per capire come avvengano queste trasmissioni transgenerazionali: è sufficiente pensare che noi (il nostro organismo e la nostra psiche) siamo essenzialmente memoria e che la memoria può essere conscia o inconscia e in verità gran parte della memoria è inconscia. Ciò vuol dire che esistono aree "incistate" della memoria che non incidono sulla solidità dell'Io, ma ne aumentano la complessità "frattalica" diciamo così, cioè la massa di embricamenti mnemonici. Un individuo può uscire da un campo di concentramento ed essere forte per una vita intera perché ha trovato delle "soluzioni" al trauma subito (genitori suppletivi, ma anche simbolici, immaginari, ideali cui riferirsi... si sa che chi aveva ideali politici o religiosi reggeva meglio alla prigionia...) ciò nonostante la memoria del trauma persiste e può essere comunicata in via inconscia a figli e nipoti (in modo diretto o indiretto). Un ebreo che vivesse a Torino o Parigi o a Los Angeles dopo la guerra aveva più probabilità di suicidio di un ebreo andato a vivere a Tel Aviv. E' il caso di Primo levi, Paul Celan, Bettelheim... morti suicidi dopo molto anni dalla salvezza. Chi invece ha trovato una patria e genitori suppletivi è sopravvissuto. Tieni conto che l'analisi verticale dell'identità può essere affiancata dall'analisi orizzontale (la società, la cultura, i valori). Per il resto (bambino resiliente) condivido in pieno. Complimenti per la passione con cui animi il gruppo. Ciao.


 




martedì 3 dicembre 2013

Gustave Le Bon. Per molti, libertà è la facoltà di scegliere le proprie schiavitù

Si dominano più facilmente i popoli eccitandone le passioni che occupandosi dei loro interessi.
Gustave Le Bon


Per molti, libertà è la facoltà di scegliere le proprie schiavitù
Gustave Le Bon

Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima.
Gustave Le Bon, antropologo, psicologo e sociologo, che nacque il 7 maggio 1841



domenica 11 agosto 2013

Laing, La politica dell'esperienza. Noi pensiamo molto meno di quanto sappiamo, sappiamo molto meno di quanto amiamo, amiamo molto meno di quanto si possa amare e perciò siamo molto meno di ciò che siamo!

La nostra esperienza è un prodotto, ottenuto secondo una formula, un insieme di regole che stabiliscono quali distinzioni fare: quando? Dove? Su che cosa?
Ronald David Laing,


Siamo nati in un mondo dove ci aspetta l'alienazione. 
Siamo uomini potenzialmente, ma siamo in uno stato alienato 
e questo stato non è semplicemente un sistema naturale. 
L'alienazione, a cui oggi siamo destinati, è stata raggiunta solo tramite l'oltraggiosa violenza perpetrata da esseri umani ai danni di altri esseri umani. 
Ronald David Laing, La politica dell'esperienza, 1967



Ronald David Laing (1927 – 1989), psichiatra britannico.
Se la specie umana sopravviverà, gli uomini del futuro considereranno la nostra epoca illuminata, immagino come un vero e proprio secolo d'oscurantismo. Saranno indubbiamente capaci di apprezzare l'ironia di questa situazione in modo più divertente di noi. È di noi che rideranno. Sapranno che ciò che noi chiamiamo schizofrenia era una delle forme sotto cui – spesso per il tramite di gente del tutto ordinaria – la luce ha cominciato a filtrare attraverso le fessure delle nostre menti chiuse. La follia non è necessariamente un crollo (breakdown); essa può essere anche una apertura (breakthrough)... L'individuo che fa l'esperienza trascendentale della perdita dell'ego può e non può perdere l'equilibrio, in diversi modi. Può allora essere considerato come pazzo. Ma essere pazzo non è necessariamente essere malato, anche se nel nostro mondo i due termini sono diventati complementari... Dal punto di partenza della nostra pseudosalute mentale tutto è equivoco. Questa salute non è una vera salute. La pazzia dei nostri pazienti è un prodotto della distruzione che imponiamo a loro e che essi impongono a se stessi. Nessuno immagini che ci imbattiamo nella vera pazzia, cosí come non siamo veramente sani di mente. La pazzia con cui abbiamo a che fare è un grossolano travestimento, una falsa apparenza, una grottesca caricatura di ciò che potrebbe essere la guarigione naturale da questa strana integrazione. La vera salute mentale implica in un modo o nell'altro la dissoluzione dell'ego normale... 
Ronald David Laing, La politica dell'esperienza



CREATIVITA'
Se durante il periodo degli studi i giovani venissero stimolati a mettere in dubbio i dieci comandamenti, la santità della religione rivelata, il patriottismo, le leggi del profitto, il bipartitismo politico, la monogamia, e cosí via....ci sarebbe tanta di quella creatività che la società non saprebbe a che santo votarsi.
Ronald David Laing, La politica dell'esperienza


L'educazione non é mai stato uno strumento per rendere liberi la mente e lo spirito dell'uomo, ma, al contrario, per costringerli.
Ronald David Laing, "La politica dell:esperienza"


La persona "normalmente" alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, é presa per sana. Le altre forme di alienazione che non stanno al passo con lo stato di alienazione predominante sono quelle che vengono etichettate dalla maggioranza "normale" come nocive o folli.
La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di sé, é la condizione dell'uomo normale.
La società fa un gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire sé stessi e a divenire assurdi e ad essere, così, normali.
Ronald David Laing, "La politica dell'esperienza"


PERCHÉ PIACERE AGLI ALTRI?
Ricorre frequentemente l'accenno alla "stima degli altri".
Si suppone che, quale ragione di vita, un individuo desideri ottenere "il piacere della stima e dell'affetto degli altri", altrimenti é uno psicoticopatico.
Questa affermazione é, in un certo senso vera: descrive la creatura spaventata, domata, abbietta che siamo ammoniti ad essere se vogliamo essere considerati "normali", offrendoci l'uno l'altro protezione dalla nostra stessa violenza.
Ronald David Laing, "La politica dell'esperienza"



Molti di noi non sanno, o anche non vogliono credere, che ogni notte entriamo in zone del reale nelle quali scordiamo la vita di veglia con la stessa regolarità con la quale, svegliandoci, dimentichiamo nostri sogni.
Ronald David Laing, "La politica dell'esperienza"


Mentre era ancora a Chicago, Laing fu invitato da alcuni medici per esaminare una ragazza diagnosticata come schizofrenica.
La ragazza era rinchiusa in una cella imbottita in un ospedale speciale, e lì stava seduta nuda, trascorrendo l'intera giornata a dondolarsi avanti e indietro.
I medici chiesero a Laing la sua opinione.
Che cosa avrebbe fatto con lei?
Inaspettatamente,
Laing
si denudò lui stesso
ed entrò nella sua cella,
le si sedette accanto,
dondolando al suo ritmo.
Dopo circa venti minuti
la ragazza
cominciò a parlare,
cosa che non aveva fatto
da diversi mesi.
I medici erano stupiti.
"'Forse
non vi è mai venuto in mente
di fare questo?'
Laing commentò
in un secondo momento,
con finta ingenuità.




Da quel (poco) che ho letto in suo proposito sembra che non facesse differenza fra un sè e un loro.
E' chiaro che viene da pensare che stia comunicando con lei, e di fatto questo avviene.
Ma c'è un altro piano di comunicazione, meno visibile:
sta comunicando anche con i colleghi che assistono.
Noi vediamo la sua (non nostra) comunicazione con lei, in tal modo incarniamo coloro che assistono.
Pensiamo che stia usando una 'tecnica', ma mettersi nelle condizioni della ragazza non è tanto facile, soprattutto se bisogna 'denudarsi'.
Fra lui e lei non c'è più differenza, lui vede loro (i suoi colleghi) come li vede lei.
E loro sono costretti a vedere se stessi in lui perché collega, ed allo stesso tempo lui uguale a lei.
Lui ha 'potuto' fare quel gesto, loro no. Lui può denudarsi e dondolarsi, 'può', loro sono impediti a fare una azione simile.
Non poterlo fare è un impedimento.
Lui non ha impedimento, in tal modo anche il gesto della ragazza diventa un 'non impedimento'. Loro due possono, gli altri non possono.
Quale delle due parti dunque è veramente 'pazza'?
Lui beveva, si drogava, la sua famiglia si lamentava di lui, diceva "si occupa di tutti ma non è capace di occuparsi di noi', sua figlia è scritto che abbia detto di lui 'è merda':
eppure fu un grande.



Io non parlerei di scendere a loro livello.. si tratta di ricalco.. che produce empatia .. 
quindi si crea fiducia riconoscendosi ..e si comunica




A me vengono in mente le urla di una ragazza schizofrenica che ho conosciuto tanti anni fa in una comunità terapeutica che credeva di avere la polizia nella pancia ed io per tranquillizzarla le ho proposto di andare in farmacia a prendere una purga per liberarsi di questo corpo estraneo . La mia proposta sortì un grande effetto nella ragazza e mentre da sola si liberava dentro al bagno facendo rumori strani , io mi trovavo dietro la porta ad imitare, seguendo quei rumori il suono delle sirene. La ragazzo cominciò a ridere tanto e così tornammo a parlare.



Ecco come si esprime Ronald Laing, psichiatra scozzese (1927/1989) uno degli esponenti più noti del movimento antipsichiatrico, su una parte della psichiatria che considera violenta e distruttiva.. 

...“come può uno psichiatra considerare direttamente il paziente per descriverlo, se il vocabolario psichiatrico a sua disposizione serve solo a tenerlo a distanza? I termini del vocabolario tecnico corrente, infatti hanno o l’una o l’altra di queste proprietà: o si riferiscono. ad un uomo in isolamento rispetto agli altri e al mondo (cioè ad una entità ,la cui qualità essenziale non è quella di essere in rapporto con gli altri e col mondo) o si riferiscono ad aspetti falsamente elevati a sostanza di questa entità isolata..
Ronald Laing,psichiatra scozzese, 1927 –1989 dell'Antipsichiatria, L'io diviso


"Quelli che pensano di conoscere bene tutto questo, lo considerano come un sistema di violenza e di controviolenza. In realtà uomini chiamati chirurghi del cervello hanno ficcato coltelli nel cervello di centinaia di migliaia di persone negli ultimi venti anni: persone che probabilmente non hanno mai usato un coltello contro nessuno. Forse hanno rotto qualche finestra, talvolta hanno urlato, ma hanno fatto molte meno vittime del resto della popolazione; molte, molte di meno, se si considerano le distruzioni in massa delle guerre, dichiarate e non dichiarate, volute dai membri "sani" della società"
Ronald Laing



L'io diviso è un saggio di psichiatria, considerato l'opera più importante di Ronald Laing, 
psichiatra e filosofo scozzese.
Titolo originale The Divided Self
Autore Ronald Laing
1ª ed. originale 1955
Genere Psichiatria



Il falso io si forma nella sottomissione alle intenzioni e aspettative degli altri, vere o immaginarie. L'elemento essenziale della componente di sottomissione presente nel falso io é ben espresso nella frase di James: 
"io sono soltanto una risposta a ciò che gli altri dicono che io sono".
Ronald David Laing,  "L'io diviso"


"Taluni soggetti hanno una notevole attitudine a tenere gli altri legati in catene.
Sembra che ciò avvenga, per lo più, del tutto inconsciamente ed é impressionante vedere quanto sia difficile, in molti casi, per l'autore di simili trame, di rendersi conto di esse e di ammetterle".
Ronald David Laing, "L'io e gli altri - Psicopatologia dei processi interattivi"


La gamma di ciò che pensiamo e facciamo 
è limitata da ciò che non riusciamo a notare.
finché non riusciamo a notare 
ciò che non riusciamo a notare 
c'è poco che possiamo fare 
per cambiare
fino a quando notiamo
come non riusciamo a notare
le forme dei nostri pensieri e azioni.
Ronald David Laing


La donna ha bisogno di un figlio che le conferisca la sua identità di madre.
L'uomo ha bisogno di una moglie per essere marito.
Un amante, senza la persona amata, è soltanto un amante potenziale.
Questa è la fonte della nostra tragedia, o della nostra commedia, a seconda dei punti di vista.
La maggior parte delle identità richiedono la presenza di un altro.
L'altro, per parte sua, tramite le proprie azioni, può imporre all'io una identità non desiderata: è probabile che al marito tradito, tale identità venga imposta contro il suo volere.
Ronald David Laing, L'io e gli altri


In un sogno la paziente veniva spinta in un angolo da un uomo che tentava di assalirla
Pareva che non avesse scampo. Era alla fine delle forze quando, sempre in sogno, cercò di rifugiarsi in una coscienza sveglia, ma seguitò ad essere stretta contro il muro e, stavolta, era anche peggio, perché era una cosa reale. Così si rifugiò di nuovo nel sogno che “si trattava, in ogni caso, soltanto di un sogno”.
Ronald Laing, L’io e gli altri




"Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole e mi puniranno. Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco."
Ronald David Laing, Nodi - Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali, 1970, ed.it. Einaudi 1974 pag.5.




La capacità di sentirsi autonomo significa che si è riusciti a rendersi conto di sé come persona separata da tutti gli altri. Per quanto profondamente io sia legato, nella gioia o nel dolore, a un'altra persona, questa non è me né io sono lei. Per quanto ci si possa sentire soli o tristi, si può continuare a esistere anche da soli. Il fatto che l'altra persona, nella sua realtà, non sia me, sussiste accanto all'altro fatto, ugualmente reale, che il mio attaccamento per lei fa parte di me, così che se muore o parte l'attaccamento persiste anche senza di lei. Ma io non posso morire la morte di un altro in sua vece, nè lui può morire la mia. Anzi, come nota Sartre a proposito di questo pensiero di Heidegger, lui non può amare in vece mia, o prendere le mie decisioni, e ugualmente  io non posso fare queste cose per lui. In breve, lui non può essere me e io non posso essere lui.
Ma se l'individuo non si sente autonomo, allora egli non può sentire in modo normale nè la sua separazione né la sua relazione con l'altro. La mancanza del senso di autonomia implica che egli senta il proprio essere avvolto nell'altro, o viceversa, in modo da trasgredire la realtà della struttura dei rapporti umani. Significa che in luogo di un senso di rapporto e di attaccamento nei confronti dell'altro, fondato su una genuina reciprocità, si ha la sensazione di essere in uno stato di dipendenza ontologica, cioè che si dipende dall'altro per esistere, e che il totale distacco, il completo isolamento è la sola alternativa ad un'attaccamento da ostrica, o da vampiro, in cui il sangue e la vita dell'altro sono necessari per la propria sopravvivenza, ma al tempo stesso la mettono in pericolo. Perciò, anziché la separazione e il rapporto, i due poli sono il completo isolamento e la completa fusione dell'identità. L'individuo è in perpetua oscillazione fra questi estremi, entrambi ugualmente impossibili, e si trova, alla fine, a vivere non diversamente da quei giocattoli meccanici provvisti di un tropismo positivo che li spinge verso uno stimolo, fino a raggiungere un dato punto; al che un tropismo negativo, che hanno dentro, li dirige in senso opposto finché di nuovo il tropismo positivo non abbia ripreso il sopravvento, e così all'infinito
Ronald David Laing,, "L'io diviso"pag. 46 - 47

[Estratto su autonomia e dipendenza].
Un uomo che dice che gli uomini sono macchine può essere un grande scienziato, ma uno che dice di essere lui stesso una macchina è, nel gergo psichiatrico, 'spersonalizzato'.
Ronald David Laing





Dall'uomo all'uomo vero, il cammino passa attraverso l'uomo folle. 
Michel Foucault

"(...) Scopo fondamentale di questo primo studio, (...), è di rendere comprensibile la pazzia, e comprensibili i processi che ad essa conducono.

(...) Un altro scopo del libro è di descrivere alcune forme di follia col linguaggio di tutti i giorni, e in termini esistenziali: (...)”
[Prefazione dell’autore all’edizione originale, p. 13]

“(...) è possibilissimo capire gli psicotici. (...) la necessità di capire il loro contesto sociale, e particolarmente la distribuzione del potere nella loro famiglia: (...)

Freud ha detto che la nostra è una civiltà repressiva, (...)

La nostra civiltà non reprime soltanto gli "istinti" o la sessualità, ma anche ogni forma di trascendenza. Fra uomini a una dimensione non c'è da meravigliarsi se qualcuno, avendo esperienze insistenti di altre dimensioni e non potendo né rinnegarle né dimenticarle completamente, è disposto a correre il rischio di farsi distruggere dagli altri o di tradire ciò che conosce.

Nel contesto della follia che attualmente ci circonda, e che chiamiamo normalità, salute, libertà, tutti i nostri sistemi di riferimento sono destinati a restare ambigui ed equivoci. Un uomo che preferisce la morte al comunismo è normale; ma uno che dice di aver perduto la sua anima è matto. Un uomo che dice che gli uomini sono macchine può essere un grande scienziato; ma uno che dice di essere lui stesso una macchina è, nel gergo psichiatrico, "spersonalizzato". Un uomo che dice che i negri sono una razza inferiore può ottenere stima e rispetto; ma uno che dice che la bianchezza della sua pelle è una forma di cancro perde i diritti civili.

Una ricoverata,una ragazzina di 17 anni, mi disse una volta di essere in preda al terrore perché aveva dentro di sé la bomba atomica. Questo è un delirio: ma gli uomini di stato che vantano minacciosamente il possesso dell'arma finale sono di gran lunga più pericolosi e più estraniati dalla "realtà" di molti ai quali è stata applicata l'etichetta di "psicotico".

(...) Ecco perché voglio ripetere che il nostro stato "normale" e "ben adattato" non è, molto spesso, che una rinuncia all'estasi, un tradimento delle nostre più vere potenzialità; e che molti di noi riescono fin troppo bene a costruirsi un falso io, per adattarsi a false realtà.
Ma per ora basta. Questa è l'opera di un uomo giovane e vecchio al tempo stesso: oggi sono più vecchio, ma sono anche più giovane.

Londra, Settembre 1964"
[Prefazione dell’autore all’edizione Pelikan, p. 15]

R.D. Laing, L'io diviso. Studio di psichiatria  esistenziale, Einaudi
(Libro scritto da R.D. Laing all’età di 28 anni e pubblicato a 34 anni).



La mente umana è determinata da un programma che essa eseguirebbe senza conoscerlo?
...pensare secondo regole predefinite significa pensare come una macchina. Siamo allora macchine? ....o possiamo, in qualche modo, far deviare la mente fino a sganciarla da questi programmi? Possiamo immaginare un processo di pensiero che nessuna macchina di Turing sarebbe in grado di riprodurre? Ossia formulare altre regole, un modo di ragionare che sarebbe inaudito (come nessuno ne ha ancora immaginato uno), oppure provare che la mente umana è in grado di pensare senza eseguire alcuna regola meccanica e, in questo senso, liberamente?
Pierre Cassou, "I demoni di Goedel"





Ronald David Laing, Il dualismo rispetto al corpo.
La persona corporea possiede il senso di essere fatta di carne, di sangue e di ossa, e di essere biologicamente viva e reale e sostanziale; essendo completamente «dentro» il suo corpo, avrà anche il senso della sua continuità nel tempo. Si sentirà soggetta a tutti i pericoli cui va soggetto il suo corpo: lesioni, mutilazioni, malattie, decadimento e morte; e sarà suscettibile ai desideri, ai piaceri e alle frustrazioni del corpo. In tal modo l’individuo parte dall’esperienza del proprio corpo, ed è su questa base che diventa una persona come le altre.
Naturalmente, sebbene il suo essere non sia dissociato in due parti (se stesso come spirito e se stesso come corpo) questo individuo può trovarsi in molti modi diviso contro se stesso, e in un certo senso la sua condizione è più precaria di quella di un individuo diviso dal proprio corpo, giacché gli manca quel senso di immunità dal male fisico di cui talvolta quest’ ultimo sente di godere.
Per esempio, un paziente, che era stato ricoverato a due riprese per due lunghi episodi schizofrenici, una volta mi raccontò le reazioni che aveva avuto, in un periodo in cui stava bene, contro due uomini che l’avevano aggredito. Camminava di notte in un vicolo quando i due gli si fecero incontro, e lo colpirono con un manganello. Il colpo non era ben diretto e lo stordí solo per un momento; subito si riprese e, senza badare al dolore, passò al contrattacco; dopo una breve lotta gli aggressori fuggirono.
L’interesse sta nel modo con cui il paziente ha vissuto il fatto. La prima reazione fu di sorpresa; poi, mentre era ancora un po’ stordito, pensò che l’aggressione era stupida e inutile. Non aveva denaro con sé; i due non potevano prendergli niente. «Potevano solo picchiarmi, ma in realtà non potevano farmi niente». Voleva dire che nessun danno fatto al suo corpo avrebbe potuto fargli male ‹realmente›. In un certo senso, naturalmente, un atteggiamento simile può rappresentare il massimo della saggezza, come quando, per esempio, Socrate sostiene che nessun male può essere fatto all’uomo buono. Ma in questo caso il paziente era dissociato dal proprio corpo, e si trovava in condizioni di sentire molto meno paura della persona comune, perché non aveva niente da perdere che gli appartenesse veramente. D’altra parte, però, la sua vita era piena di ansie che la persona comune non conosce. Dal conto suo questa, completamente immersa com’è nei desideri, nei bisogni e nelle azioni del proprio corpo, è soggetta al senso di colpa e all’ansietà attinenti a tali bisogni, azioni e desideri; alle frustrazioni e ai piaceri del corpo; per lei esso non è un rifugio contro possibili autocondanne schiaccianti, né abitarlo è una garanzia contro la disperazione, o contro il senso della propria inutilità. Bisogna andare oltre al proprio corpo per sapere chi si è veramente; e di esso, del proprio corpo, si può avvertire il decadimento, la malattia, lo sfacelo. In breve l’io corporeo non è una fortezza inviolabile che difenda contro il deterioramento prodotto dai dubbi e dalle incertezze ontologiche: in se stesso non può garantire l’immunità dalla psicosi. E reciprocamente, una dissociazione nel modo di sentire il proprio essere, una divisione in una parte corporea e una incorporea, non è un indizio di psicosi latente, più di quanto una corporeità totale sia garanzia di salute mentale.
Tuttavia, per quanto non si possa dire che un individuo che abbia una genuina base nel proprio corpo sia necessariamente una persona per ogni verso unitaria, si può dire che possiede almeno un punto di partenza in direzione di tale integrità. Questo punto di partenza è condizione preliminare per tutta una serie di possibilità diverse da quelle che si aprono alla persona che vive se stessa in un dualismo rispetto al corpo.”
RONALD DAVID LAING (1927 – 1989), “L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale” (1959), prefazione di Mario Rossi Monti, trad. di David Mezzacapa, Einaudi, Torino 2010 (IV ed., I ed. 1969), Parte seconda, IV. ‘L’io corporeo e l’io incorporeo’, pp. 61 – 63.

“ The embodied person has a sense of being flesh and blood and bones, of being biologically alive and real: he knows himself to be substantial. To the extent that he is thoroughly «i n» his body, he is likely to have a sense of personal continuity in time. He will experience himself as subject to the dangers that threaten his body, the dangers of attack, mutilation, disease, decay, and death. He is implicated in bodily desire, and the gratifications and frustrations of the body. The individual thus has as his starting-point an experience of his body as a base from which he can be a person with other human beings.
However, although his being is not cleft into himself as 'mind' and himself as body, he can, nevertheless, be divided against himself in many ways. In some ways, his position is more precarious than that of the individual who is somewhat divorced from his body, since the first individual lacks that sense of being inviolate from physical harm sometimes felt by the partially embodied person.
For instance, a man who had been a mental hospital patient for two long periods with schizophrenic breakdowns told me of his reactions on being attacked in an alleyway at night, at a time when he was quite sane. As he walked along the alley two men approached him from the opposite direction. When they were level with him, one of them suddenly hit at him with a cosh. The blow was not accurately aimed and stunned him only momentarily. He staggered but recovered enough to turn round and attack his assailants although he himself was unarmed; after a brief scuffle they ran off.
What is interesting is this man's way of experiencing the incident. When he was struck his first reaction was of surprise; then, while he was still partially stunned, he thought how pointless it was for these men to hit him. He had no money on him. They could get nothing from him. 'They could only beat me up but they could not do me any real harm.' That is, any damage to his body could not really hurt him. There is a sense of course, in which such an attitude could be the height of wisdom when, for example, Socrates maintains
that no harm can possibly be done to a good man. In this case, 'he' and his 'body' were dissociated. In such a situation he felt much less afraid than the ordinary person, because from his position he had nothing to lose that essentially belonged to him. But, on the other hand, his life was full of anxieties that do not arise for the ordinary person. The embodied person, fully implicated in his body's desires, needs, and acts, is subject to the guilt and anxiety attendant on such desires, needs, and actions. He is subject to the body's frustrations as well as to its gratifications. Being in his body is no haven from possibly crushing self-condemnation. Being embodied as such is no insurance against feelings of hopelessness or meaninglessness. Beyond his body, he still has to know who he is. His body may come to be experienced as decayed, poisoned, dying. In short, the body-self is not an inviolable stronghold against the corrosion of ontological doubts and uncertainties: it is not in itself a bulwark against psychosis. Conversely, the split in the experience of one's own being into unembodied and embodied parts is no more an index of latent psychosis than is total embodiment any guarantee of sanity.
However, although it by no means follows that the individual genuinely based on his body is an otherwise unified and whole person, it does mean that he has a starting-point integral in this respect at least. Such a starting-point will be the precondition for a different hierarchy of possibilities from those open to the person who experiences himself in terms of a self-body dualism.”
RONALD DAVID LAING, “The Divided Self. An Existential Study in Sanity and Madness”, Penguin Books, London 1990 (I ed. Tavistock Publications, London 1959), Part Two, 4 ‘The embodied and unembodied self’, pp. 67 – 68.






Nel libro di Carlos Castaneda "Il fuoco dal profondo " si parla dei "pinches tiranos". 
In italiano sarebbero i "rompicoglioni". La classificazione che ne viene fatta é simpatica, spiritosa e sommamente realistica. Per il guerriero il rompipalle é un dono di Dio. Don Juan dice a Castaneda, che nel caso in cui il destino non te ne ponga di terribili di fronte, sarai costretto ad andarteli a cercare. [...]

Bellissimo tema quello della volontà.....C'é un bellissimo libro, per chi volesse approfondire l'argomento, dal titolo "Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza" che entra nei dettagli del funzionamento del cervello per spiegare, come citavi della Montalcini, che di cervelli ne abbiamo, almeno, due. Verrebbe da domandarsi, di conseguenza: anche due tipi di volontà?


Il "Pinche Tiraño".
Piccoli movimenti porterebbero a piccoli cambiamenti nella percezione, ma grandi movimenti porterebbero a cambiamenti radicali. E sono questi che un guerriero cerca.
Secondo Castaneda, il suo maestro don Juan gli aveva spiegato che, secondo gli antichi stregoni messicani, per ottenere questo "movimento" si ricorreva a varie tecniche. Una di queste, era sfruttare la dinamica (energetica) di certe "reazioni emotive" e comportamentali (arte dell'agguato).
Da qui l'adozione, o la "ricerca" (folle, per un "essere ordinario", ossia per colui che non sia un guerriero) di "andarseli proprio a cercare" i problemi, soprattutto di gente che ci renda "la vita impossibile"; don Juan li definisce "pinches tiraños", cioè tiranni meschini (per distinguerli dall'unico vero tiranno: il dio), e sarebbero vere benedizioni... solo per un guerriero che sappia quello che sta facendo e cercando.
Ironicamente è lo stesso don Juan (nel libro "il potere del silenzio") che giustifica la scelta di Castaneda come apprendista in quanto la presenza dello scrittore per lui rappresentava quanto di più fastidioso e irritante potesse esistere, dicendo anche di trarre da ciò energia per sé stesso ed il proprio viaggio.

Fermare il "Dialogo interno"
In tutto questo e altro, i "pinche tiranos" ma anche varie tecniche (agguato, sogno, intento) ed eventi imprevisti (eventualmente orditi dal maestro) ci aiuterebbero a raggiungere una delle mete supreme, la "spietatezza". Il "dialogo interiore" è una "chiave di volta" che mantiene l'assetto ordinario della mente e impedisce di "percepire" più liberamente il mondo conosciuto e l'ignoto. Il dialogo interiore è caratteristico della mente umana.


Ciò che si chiama ordinariamente un "fatto", non è la realtà come apparirebbe a una intuizione immediata, ma un adattamento del reale agli interessi della pratica ed alle esigenze della vita sociale.
Henri Bergson

La nostra esperienza è un prodotto, ottenuto secondo una formula, un insieme di regole che stabiliscono quali distinzioni fare: quando? Dove? Su che cosa? 
R. D. Laing









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