Prescott cita il testamento di un soldato della conquista, Sierra Lejesema, il quale confessa che: «quando i conquistadores distrussero l'impero degli Incas, il popolo era così ben retto, che non esistevano ladri, nè fannulloni, nè corrotti, nè donne di mal'affare... che i monti e le miniere, i pascoli, le foreste e le cacce, ed i beni di ogni sorta, erano così bene amministrati e distribuiti, che ciascuno sapeva qual parte gli toccasse, e possedeva ciò che gli apparteneva senza timore che gli fosse rubato, nè mai vi erano contese a tal riguardo... e quando videro gli Spagnuoli mettere porte e serratura alle case loro, pensarono che ciò facessero pel timore d'essere uccisi dagli Indiani, non venendo loro in capo che qualcuno potesse aver l'intenzione di prendere ciò che non era suo. Di fatti, quando si accorsero che fra noi v'erano ladri e uomini che corrompevano le donne e le ragazze, ci ebbero in poca stima.»
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venerdì 22 agosto 2014
Prescott cita il testamento di un soldato della conquista, Sierra Lejesema, il quale confessa che: «quando i conquistadores distrussero l'impero degli Incas, il popolo era così ben retto, che non esistevano ladri, nè fannulloni, nè corrotti, nè donne di mal'affare... che i monti e le miniere, i pascoli, le foreste e le cacce, ed i beni di ogni sorta, erano così bene amministrati e distribuiti, che ciascuno sapeva qual parte gli toccasse, e possedeva ciò che gli apparteneva senza timore che gli fosse rubato, nè mai vi erano contese a tal riguardo... e quando videro gli Spagnuoli mettere porte e serratura alle case loro, pensarono che ciò facessero pel timore d'essere uccisi dagli Indiani, non venendo loro in capo che qualcuno potesse aver l'intenzione di prendere ciò che non era suo. Di fatti, quando si accorsero che fra noi v'erano ladri e uomini che corrompevano le donne e le ragazze, ci ebbero in poca stima.»
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lunedì 7 gennaio 2013
Italo Calvino. Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti.
“C’era un paese dove erano tutti ladri. La notte ogni abitante usciva, coi grimaldelli e la lanterna cieca, e andava a scassinare la casa di un vicino. Rincasava all’alba, carico, e trovata la casa svaligiata.
E così tutti vivevano in concordia e senza danno, poiché l’uno rubava all’altro, e questo a un altro ancora e così via, finché non si rubava a un ultimo che rubava al primo. Il commercio in quel paese si praticava solo sotto forma d’imbroglio e da parte di chi vendeva e da parte di chi comprava. Il governo era un’associazione a delinquere ai danni dei sudditi, e i sudditi dal canto loro badavano solo a frodare il governo. Così la vita proseguiva senza inciampi, e non c’erano né ricchi né poveri. Ora, non si sa come, accadde che nel paese di venisse a trovare un uomo onesto. La notte, invece di uscirsene col sacco e la lanterna, stava in casa a fumare e a leggere romanzi. Venivano i ladri, vedevano la luce accesa e non salivano.
Questo fatto durò per un poco: poi bisognò fargli comprendere che se lui voleva vivere senza far niente, non era una buona ragione per non lasciar fare agli altri. Ogni notte che lui passava in casa, era una famiglia che non mangiava l’indomani. Di fronte a queste ragioni l’uomo onesto non poteva opporsi. Prese anche lui a uscire la sera per tornare all’alba, ma a rubare non ci andava. Onesto era, non c’era nulla da fare. Andava fino al ponte e stava a veder passare l’acqua sotto. Tornava a casa, e la trovava svaligiata.
In meno di una settimana l’uomo onesto si trovò senza un soldo, senza di che mangiare, con la casa vuota. Ma fin qui poco male, perché era colpa sua; il guaio era che da questo suo modo di fare ne nasceva tutto un cambiamento. Perché lui si faceva rubare tutto e intanto non rubava a nessuno; così c’era sempre qualcuno che rincasando all’alba trovava la casa intatta: la casa che avrebbe dovuto svaligiare lui. Fatto sta che dopo un poco quelli che non venivano derubati si trovarono ad essere più ricchi degli altri e a non voler più rubare. E, d’altronde, quelli che venivano per rubare in casa dell’uomo onesto la trovarono sempre vuota; così diventavano poveri. Intanto, quelli diventati ricchi presero l’abitudine anche loro di andare la notte sul punte, a veder l’acqua che passava sotto. Questo aumentò lo scompiglio, perché ci furono molti altri che diventarono ricchi e molti altri che diventarono poveri.
Ora, i ricchi videro che ad andare la notte sul punte, dopo un po’ sarebbero diventati poveri. E pensarono: – Paghiamo dei poveri che vadano a rubare per conto nostro -. Si fecero i contratti, furono stabiliti i salari, le percentuali: naturalmente sempre ladri erano, e cercavano di ingannarsi gli uni con gli altri. Ma, come succede, i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. C’erano dei ricchi così ricchi da non avere più bisogno di rubare per continuare a esser ricchi. Però se smettevano di rubare diventavano poveri perché i poveri li derubavano. Allora pagarono i più poveri dei poveri per difendere la roba loro dagli altri poveri, e così istituirono la polizia, e costruirono le carceri.
In tal modo, già pochi anni dopo l’avvenimento dell’uomo onesto, non si parlava più di rubare o di esser derubati ma solo di ricchi e poveri; eppure erano sempre tutti ladri. Di onesti c’è stato solo quel tale, ed era morto subito, di fame”.
Italo Calvino
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.
da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori
E così tutti vivevano in concordia e senza danno, poiché l’uno rubava all’altro, e questo a un altro ancora e così via, finché non si rubava a un ultimo che rubava al primo. Il commercio in quel paese si praticava solo sotto forma d’imbroglio e da parte di chi vendeva e da parte di chi comprava. Il governo era un’associazione a delinquere ai danni dei sudditi, e i sudditi dal canto loro badavano solo a frodare il governo. Così la vita proseguiva senza inciampi, e non c’erano né ricchi né poveri. Ora, non si sa come, accadde che nel paese di venisse a trovare un uomo onesto. La notte, invece di uscirsene col sacco e la lanterna, stava in casa a fumare e a leggere romanzi. Venivano i ladri, vedevano la luce accesa e non salivano.
Questo fatto durò per un poco: poi bisognò fargli comprendere che se lui voleva vivere senza far niente, non era una buona ragione per non lasciar fare agli altri. Ogni notte che lui passava in casa, era una famiglia che non mangiava l’indomani. Di fronte a queste ragioni l’uomo onesto non poteva opporsi. Prese anche lui a uscire la sera per tornare all’alba, ma a rubare non ci andava. Onesto era, non c’era nulla da fare. Andava fino al ponte e stava a veder passare l’acqua sotto. Tornava a casa, e la trovava svaligiata.
In meno di una settimana l’uomo onesto si trovò senza un soldo, senza di che mangiare, con la casa vuota. Ma fin qui poco male, perché era colpa sua; il guaio era che da questo suo modo di fare ne nasceva tutto un cambiamento. Perché lui si faceva rubare tutto e intanto non rubava a nessuno; così c’era sempre qualcuno che rincasando all’alba trovava la casa intatta: la casa che avrebbe dovuto svaligiare lui. Fatto sta che dopo un poco quelli che non venivano derubati si trovarono ad essere più ricchi degli altri e a non voler più rubare. E, d’altronde, quelli che venivano per rubare in casa dell’uomo onesto la trovarono sempre vuota; così diventavano poveri. Intanto, quelli diventati ricchi presero l’abitudine anche loro di andare la notte sul punte, a veder l’acqua che passava sotto. Questo aumentò lo scompiglio, perché ci furono molti altri che diventarono ricchi e molti altri che diventarono poveri.
Ora, i ricchi videro che ad andare la notte sul punte, dopo un po’ sarebbero diventati poveri. E pensarono: – Paghiamo dei poveri che vadano a rubare per conto nostro -. Si fecero i contratti, furono stabiliti i salari, le percentuali: naturalmente sempre ladri erano, e cercavano di ingannarsi gli uni con gli altri. Ma, come succede, i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. C’erano dei ricchi così ricchi da non avere più bisogno di rubare per continuare a esser ricchi. Però se smettevano di rubare diventavano poveri perché i poveri li derubavano. Allora pagarono i più poveri dei poveri per difendere la roba loro dagli altri poveri, e così istituirono la polizia, e costruirono le carceri.
In tal modo, già pochi anni dopo l’avvenimento dell’uomo onesto, non si parlava più di rubare o di esser derubati ma solo di ricchi e poveri; eppure erano sempre tutti ladri. Di onesti c’è stato solo quel tale, ed era morto subito, di fame”.
Italo Calvino
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.
da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori
Italo Calvino, Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti
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martedì 18 dicembre 2012
Kajsa Ingemarsson. Tutti possono fare errori, ma sono coloro che non se ne assumono la responsabilità a finire nei guai. Quelli che addossano la colpa agli altri, alle circostanze, quelli che ribaltano la verità. Ai miei allievi ho insegnato questo: a essere onesti, anche con i propri errori
Tutti possono fare errori, ma sono coloro che non se ne assumono la responsabilità a finire nei guai. Quelli che addossano la colpa agli altri, alle circostanze, quelli che ribaltano la verità. Ai miei allievi ho insegnato questo: a essere onesti, anche con i propri errori.
Kajsa Ingemarsson

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mercoledì 7 novembre 2012
Benedetto Croce. La maggior parte dei professori hanno definitivamente corredato il loro cervello come una casa nella quale si conti di passare comodamente tutto il resto della vita. Da ogni minimo accenno di dubbio vi diventano nemici velenosissimi, presi da una folle paura di dover ripensare il già pensato e doversi rimettere al lavoro. Per salvare dalla morte le loro idee preferiscono consacrarsi, essi, alla morte dell’intelletto
La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruttrice.
Benedetto Croce
La maggior parte dei professori hanno definitivamente corredato il loro cervello come una casa nella quale si conti di passare comodamente tutto il resto della vita. Da ogni minimo accenno di dubbio vi diventano nemici velenosissimi, presi da una folle paura di dover ripensare il già pensato e doversi rimettere al lavoro. Per salvare dalla morte le loro idee preferiscono consacrarsi, essi, alla morte dell’intelletto.
Benedetto Croce
Non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini.
Abbiamo solo bisogno di più gente onesta.
Benedetto Croce
Strani questi italiani: sono così pignoli che in ogni problema cercano il pelo nell'uovo. E quando l'hanno trovato, gettano l'uovo e si mangiano il pelo.
Benedetto Croce
BORGES. «La poesia è sempre misteriosa, io credo».
SCIASCIA. «Lei, cosa pensa del saggio di Benedetto Croce su Dante?».
BORGES. «Non mi piace. È fra le cose più povere che abbia scritto Croce. A Croce non piaceva Dante, credo, gli piaceva Ariosto. Quando dice, per esempio, che quell'episodio sul ponticello doveva essere soppresso, credo commetta un errore. Mi sono sentito defraudato da quel saggio».
SCIASCIA. «È un saggio piuttosto sciocco, direi. Riduce la "Divina Commedia" a una specie di colabrodo, tutta buchi di non poesia. L'idea di Croce di poesia e non poesia non è un'idea molto sottile».
BORGES. «Questo vuol dire che Croce non capiva molte cose; era una persona molto intelligente, però c'erano cose che non capiva, anzi che non sentiva».
SCIASCIA. «Era un grand'uomo ottuso».
BORGES. «Non so, forse lui come italiano del sud sentiva meno...».
SCIASCIA. «Anch'io sono un italiano del sud però... Croce, come critico, non so cosa abbia capito; non ha capito Pirandello, non ha capito De Roberto, Dante lo ha ridotto a un colabrodo, Manzoni non andava; di Mallarmé pure non ha capito un gran che».
BORGES. «Però è simpatico Croce come persona, un grande...».
SCIASCIA. «Sì, è un grand'uomo. Per me era un grande storico locale, soprattutto come storico di Napoli è straordinario. Ma nella critica letteraria ha fatto più danni che la grandine».
BORGES. «Io però salvo lo stile di Croce. L’accento di Croce, la lezione di Croce, l’intonazione di Croce, la cadenza. Personalmente com’era? Lo ha conosciuto?».
SCIASCIA. «No, mai».
Leonardo Sciascia e Jorge Luis Borges all'Excelsior.
Benedetto Croce
BORGES. «La poesia è sempre misteriosa, io credo».
SCIASCIA. «Lei, cosa pensa del saggio di Benedetto Croce su Dante?».
BORGES. «Non mi piace. È fra le cose più povere che abbia scritto Croce. A Croce non piaceva Dante, credo, gli piaceva Ariosto. Quando dice, per esempio, che quell'episodio sul ponticello doveva essere soppresso, credo commetta un errore. Mi sono sentito defraudato da quel saggio».
SCIASCIA. «È un saggio piuttosto sciocco, direi. Riduce la "Divina Commedia" a una specie di colabrodo, tutta buchi di non poesia. L'idea di Croce di poesia e non poesia non è un'idea molto sottile».
BORGES. «Questo vuol dire che Croce non capiva molte cose; era una persona molto intelligente, però c'erano cose che non capiva, anzi che non sentiva».
SCIASCIA. «Era un grand'uomo ottuso».
BORGES. «Non so, forse lui come italiano del sud sentiva meno...».
SCIASCIA. «Anch'io sono un italiano del sud però... Croce, come critico, non so cosa abbia capito; non ha capito Pirandello, non ha capito De Roberto, Dante lo ha ridotto a un colabrodo, Manzoni non andava; di Mallarmé pure non ha capito un gran che».
BORGES. «Però è simpatico Croce come persona, un grande...».
SCIASCIA. «Sì, è un grand'uomo. Per me era un grande storico locale, soprattutto come storico di Napoli è straordinario. Ma nella critica letteraria ha fatto più danni che la grandine».
BORGES. «Io però salvo lo stile di Croce. L’accento di Croce, la lezione di Croce, l’intonazione di Croce, la cadenza. Personalmente com’era? Lo ha conosciuto?».
SCIASCIA. «No, mai».
Leonardo Sciascia e Jorge Luis Borges all'Excelsior.

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martedì 28 agosto 2012
Wolfgang Goethe. L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé
"L’Italia è un paese nemico della cultura e mal governato da tempo immemorabile. Goethe lo definì un paese bello e inutile, oggi è solo inutile, visto che diventa di giorno in giorno sempre più brutto […]. L’Italia è un paese che non ha rispetto di sé ed è disastrosamente impari al proprio passato. Gli italiani, con le debite eccezioni, non sono il miglior popolo del mondo; sono un popolo molto pressappochista e presuntuoso con dei geni isolati e spesso bistrattati. È inutile starsi a sciacquare la bocca con la romanità e con il Rinascimento: è roba vecchia e irrimediabilmente passata – roba che gli italiani, tra parentesi, non conoscono, salvo rare eccezioni. Credo che per un intellettuale una delle peggiori disgrazie sia quella di nascere in Italia. Mi attirerò molti nemici ma è quello che penso, e lo penso con molto dolore."
Brano di un’intervista a Riccardo Reim,1953 – 2014, attore, regista, drammaturgo, apparsa su Il Giornale di Letterefilosofia.it
L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
Wolfgang Goethe
Non ci deve abbattere il pensiero che la grandezza è passeggera; ma piuttosto, riflettendo che il passato è stato grande, dobbiamo acquistar coraggio per produrre anche noi qualcosa di notevole, che a sua volta, anche quando sarà caduto in rovina, ecciti i posteri a una nobile attività, come non hanno mai mancato di fare i nostri predecessori
Johann Wolfgang Goethe. Parlando di Roma.
Oggi sono stato alla Ninfa Egeria, poi alle Terme di Caracalla e nella Via Appia a vedere le tombe ruinate e quella meglio conservata di Cecilia Metella, che dà il giusto concetto della solidità dell'arte muraria. Questi uomini lavoravano per l'eternità ed avevano calcolato tutto, meno la ferocia devastante di coloro che sono venuti dopo ed innanzi ai quali tutto doveva cadere.
Johann Wolfgang Goethe. Viaggio in Italia, 1786
Goethe non era assolutamente portato per i viaggi non visitò mai le grandi capitali europee; il solo paese in cui soggiornò a lungo fu l'Italia. Perché, chiederete voi?
Il suo viaggio in Italia inizia, in gran segreto, alle tre di mattina del 3 settembre 1786, da Karlsbad, dove il poeta e scrittore si trova per accompagnare in villeggiatura il suo mecenate, committente e datore di lavoro, il duca Carlo Augusto di Sassonia-Weimar.
All'inizio viaggia sotto il falso nome di Giovanni Filippo Moeller: non vuole essere riconosciuto, per godersi il viaggio senza dover rendere conto a nessuno. Per molto tempo nemmeno sua madre e i suoi amici più stretti hanno notizie di lui. Viaggia con poco bagaglio, su una carrozza di posta, con una valigetta e uno zaino di pelo di tasso.
Questo viaggio è una specie di fuga.
Dal 1775 Goethe ha lavorato come precettore del diciottenne Karl August, duca di Weimar.
Nel suoi dieci anni a Weimar, grazie alle sue straordinarie capacità di organizzatore e amministratore, ha trasformato la piccola capitale in un vivace centro culturale, attirando alcuni fra i migliori ingegni del tempo.
Ma il lavoro come ministro a Weimar, dopo più di dieci anni, ha soffocato la sua creatività.
L'Italia, come per molti altri letterati e artisti, rappresenta il sogno, l'Italia classica della Magna Grecia e dei Romani; qui spera di poter rinascere come artista.
Ma fugge anche da un amore, che da undici anni lo tiene prigioniero.
A Weimar infatti ha intrecciato un'appassionata, ma assolutamente platonica (non certo per volere di Goethe), storia d'amore con Charlotte von Stein, moglie del maestro di scuderia del duca di Sassonia-Weimar e madre di sette figli.
Charlotte ha sette anni più di lui ed è una vera gran dama colta, elegante, affascinante e....sigh... virtuosa! Questa musa di grande fascino e intelligenza, gli ispira liriche e ballate, ma, a parte questo, nisba.
Anche lei si diletta a scrivere in prosa e in versi, seppur con risultati non eccelsi.
Così scrive Pietro Citati nella prefazione alle «Lettere alla signora von Stein»:
«L'amore di Charlotte aveva rinchiuso Goethe in un cerchio troppo esclusivo; mille rughe avevano scavato il loro solco dentro il suo animo: lo spirito si era irrigidito; mentre la rassegnazione nascondeva le gioie e i dolori nel grigiore della consuetudine».
Il sommo tedesco le scrive migliaia di lettere dal tono enfaticamente romantico, come per esempio questa:
“Il tuo amore è per me come la stella della sera e quella dei mattino:
tramonta dopo il sole e sorge prima di esso.
Come la stella polare che non tramonta mai,
e intreccia sopra le nostre teste una corona eternamente viva.
Prego gli dèi che mi concedano di non veder mai oscurato il cammino della mia vita”.
Solo durante il suo soggiorno in Italia, Goethe le invia la bellezza di 1600 lettere.
Quando parte di soppiatto nottetempo, il nostro Johann Wolfgang ha appena compiuto 37 anni e ancora non conosce le gioie dell’amore fisico.
Assetato di bellezza e di classicità, visita Trento, Verona, Padova; a Venezia vede per la prima volta il mare e definisce la città “una repubblica dei castori”.
Arriva a Roma a tappe forzate dedicando, incredibilmente, appena tre ore a Firenze.
Si sente subito a casa e si comporta come se non fosse mai vissuto da un altra parte.
Prende in affitto un bell’appartamento in centro e frequenta artisti e intellettuali tedeschi.
Fa amicizia anche con Vincenzo Monti.
Si rimette in viaggio verso sud e visita Napoli, Pompei, Ercolano e la Sicilia, che lo entusiasma e gli ispira questi versi:
“Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro,
Una brezza lieve dal cielo azzurro spira,
Il mirto è immobile, alto è l’alloro!
Lo conosci tu?”
Dalla Sicilia torna a Napoli, dove sale sul Vesuvio e poi eccolo nuovamente a Roma, all’inizio di giugno, qui si ferma per quasi un anno, anche perché finalmente riesce a perdere la sua attempata verginità con una popolana, bruna, formosa, dai grandi occhi fieri e vellutati, molto più giovane di lui, scoprendo che l’amore platonico con gran dame sposate e virtuose non è poi tutta ‘sta meraviglia.
Probabilmente la Faustina, delle “Elegie romane” è appunto questa bella romana, ed è di lei che parla in questi versi:
“Ma di notte Amore m’impegna in altro modo;
Imparo solo a metà, eppure sono due volte felice.
E non m’educo forse spiando le forme del seno
e guidando la mano giù per i fianchi?”.
E qua il nostro poeta si prende qualche bella soddisfazione, scrivendo a Charlotte von Stein: «A Weimar non mi era mai successo di sentirmi così bene, come qui, per sedici giorni di fila» (Tié!!!).
In Italia il grande scrittore sta finalmente vivendo: libero dagli impegni di lavoro presso il duca e dalla piccola vita ordinata di Weimar, si muove secondo l' estro del momento, godendosi il paesaggio, la natura, il clima, le città e i piccoli villaggi incontrati lungo la strada, affascinato perfino dall'aria che respira, in preda ad una seconda giovinezza che lo riempie di entusiasmo e di voglia di scrivere. «Sono diventato un' altra persona» scrive continuamente agli amici in Germania, e anche a Charlotte, pur tentando, con lei, di essere un po’ più diplomatico.
Comunque, alla fine della fiera, non pago di aver dedicato ben dieci anni della sua vita ad adorare la signora Von Stein, e illudendosi di avere finalmente qualche speranza, decide, se pur con il cuore molto addolorato, di lasciare l’Italia, e la sua appassionata Faustina, poveretta.
Torna a Weimar, dove la tremenda Charlotte lo accoglie gelidamente, dimostrando interesse pressoché zero per i suoi racconti del “paese dove fioriscono i limoni”.
Ma a questo punto il nostro poeta ha imparato la lezione: è passato solo un mese dal suo ritorno quando incontra al parco un’altra bella popolana dai riccioli neri, Christiane Vulpius, 23 anni come Faustina, ex operaia in un fabbrica di fiori finti. Senza dire ne a ne ba, in quattro e quattro otto la sistema di nascosto, nella sua casa di campagna, ma presto, alla faccia delle malelingue, la porta a vivere nella sua residenza di Weimar. Al contrario di Charlotte, Christiane è un po’ volgarotta, sa a stento leggere e scrivere e si veste sempre di abiti vistosi e colorati.
Quando la signora von Stein viene a sapere, per ultima e non dal diretto interessato, che il suo platonico amante si è portato a casa la Vulpius, si offende a morte e rompe i rapporti con Goethe.
Da allora e per tutta la vita, comunque, Christiane si occuperà di lui e della casa, diventando la madre dell' unico figlio del poeta. Dopo 18 anni di convivenza, alla fine, si sposeranno.
L’esperienza nel nostro paese è raccontata nel libro “Il viaggio in Italia”, che è stato pubblicato, dopo molte revisioni e modifiche, molti anni dopo il viaggio. È un libro molto interessante e insolito. Non è tanto una descrizione del paese, ma una raccolta di impressioni personali sull’Italia e sulla gente, con riflessioni originali su arte, cultura e letteratura.
Tra l’altro Goethe ritornò in Italia una seconda volta ma non riuscì a rivivere le stesse impressioni, anzi fu colpito soprattutto dal disordine e dal cattivo funzionamento delle cose pubbliche.
Negli “Epigrammi veneziani” così scrive:
“L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,
ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Cerchi la correttezza tedesca in ogni angolo invano,
c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;
ognuno pensa solo per sé, è vanitoso, diffida del prossimo,
e i capi dello Stato, pure loro, provvedono solo per sé stessi.
È bella questa terra; ma, oh! non ritrovo più Faustina.
Non c’è più l’Italia, quella che ho lasciato con dolore.”
mercoledì 11 gennaio 2012
Sandro Pertini. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria,... che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.
Le dittature si presentano apparentemente più ordinate, nessun clamore si leva da esse. Ma è l'ordine delle galere e il silenzio dei cimiteri.
Sandro Pertini
[25 settembre 1896 – 24 febbraio 1990]
Quando mi dissero che il cadavere di Mussolini era stato portato a piazzale Loreto, corsi con mia moglie e Filippo Carpi. I corpi non erano appesi. Stavano per terra e la folla ci sputava sopra, urlando. Mi feci riconoscere e mi arrabbiai: "Tenete indietro la folla!". Poi andai al CLN e dissi che era una cosa indegna: giustizia era stata fatta, dunque non si doveva fare scempio dei cadaveri. Mi dettero tutti ragione: Salvadori, Marazza, Arpesani, Sereni, Longo, Valiani, tutti. E si precipitarono a piazzale Loreto, con me, per porre fine allo scempio. Ma i corpi, nel frattempo, erano già stati appesi al distributore della benzina. Così ordinai che fossero rimossi e portati alla morgue. Io, il nemico, lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra
Sandro Pertini
[25 settembre 1896 – 24 febbraio 1990]
Quando mi dissero che il cadavere di Mussolini era stato portato a piazzale Loreto, corsi con mia moglie e Filippo Carpi. I corpi non erano appesi. Stavano per terra e la folla ci sputava sopra, urlando. Mi feci riconoscere e mi arrabbiai: "Tenete indietro la folla!". Poi andai al CLN e dissi che era una cosa indegna: giustizia era stata fatta, dunque non si doveva fare scempio dei cadaveri. Mi dettero tutti ragione: Salvadori, Marazza, Arpesani, Sereni, Longo, Valiani, tutti. E si precipitarono a piazzale Loreto, con me, per porre fine allo scempio. Ma i corpi, nel frattempo, erano già stati appesi al distributore della benzina. Così ordinai che fossero rimossi e portati alla morgue. Io, il nemico, lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra
Sandro Pertini. Piazzale Loreto
Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani:
di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vogliono due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!
Sandro Pertini, discorso del 31 dicembre 1983
Nella vita talvolta è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza.
Sandro Pertini
Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria,... che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.
Sandro Pertini
di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vogliono due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!
Sandro Pertini, discorso del 31 dicembre 1983
Ci sono state inadempienze, saranno punite, come il prefetto di Avellino che è stato già giustamente rimosso.... in Belice, dove sono i soldi stanziati? Chi ha speculato, è in galera come dovrebbe essere? Perché non c'è peggior infamia che speculare sulle disgrazie altrui
Sandro Pertini, 1980, discorso sul terremoto in Irpinia
Dall’intervista rilasciata da Sandro Pertini a Nantas Salvalaggio della “La Domenica del Corriere”:
"Non accetterò mai di diventare il complice di coloro che stanno affossando la democrazia e la giustizia in una valanga di corruzione. Non c’è ragione al mondo che giustifichi la copertura di un disonesto, anche se deputato. Lo scandalo più intollerabile sarebbe quello di soffocare lo scandalo. L’opinione pubblica non lo tollererebbe. Io, neppure. Ho già detto alla mia Carla: tieni pronte le valigie, potrei piantare tutto…
Io spero che i documenti dei famosi ‘pretori d’assalto’ siano vagliati con rigore. Spero che tutto sarà discusso in aula, e nessuna copertura sarà frettolosamente inventata dai padrini dell’assegno sottobanco… Mi fanno pena i magistrati e i politici che cercano di tagliare le gambe ai pretori dell’inchiesta sullo scandalo del petrolio. Dicono che sono troppo giovani: ma da quando la giovinezza è un reato? Se mai è un sintomo esaltante e meraviglioso: significa che il Paese ha una riserva di coraggio e di onestà nelle nuove generazioni. E poi, mi creda: questi giovani (beati loro!) sono stati esemplari, rapidissimi. In tredici giorni hanno vagliato quintali di documenti. Hanno perduto ciascuno tre o quattro chili, mi dicono.
Ma è quel sudore, quella fatica, che possono ora lavare le macchie dei piccoli e grandi corruttori. Nel mio partito mi accusano di non avere souplesse. Dicono che un partito moderno si deve ‘adeguare’. Ma adeguare a che cosa, santa Madonna? Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo. Meglio allora il partito non adeguato e poco moderno. Meglio il nostro vecchio partito clandestino, senza sedi al neon, senza segretarie dalle gambe lunghe e dalle unghie ultralaccate… Dobbiamo tagliarci il bubbone da soli e subito. Non basta il borotalco a guarire una piaga. Ci sono i ladri, gli imbroglioni? Bene, facciamo i nomi e affidiamoli al magistrato".
Ecco, io non so perché ancora qualcuno si stupisca che la classe politica attuale goda di così poca stima presso i cittadini… quel che è certo è che se ci fossero un po più Sandro Pertini, questo Paese sarebbe certamente migliore. E se non ci sono, non stiamo a lamentarci e a piangerci addosso: cominciamo noi nel nostro piccolo a fare i Sandro Pertini. Cominciamo a non adeguarci, a protestare ogni volta che le cose vengono fatte “secondo il sistema” e non “secondo coscienza”. Forse non cambierà nulla, ma se l’onestà di una persona sola come Pertini ai vertici dello Stato ha fatto tanto, figuriamoci se a quei vertici ce ne fossero almeno un centinaio.
Quella, nel paese che non ha mai risolto la Questione Morale, sarebbe la vera rivoluzione.


http://siamolagente.altervista.org/non-perdetevi-questa-intervista-a-pertini-se-adeguarsi-vuol-dire-rubare-io-non-mi-adeguo-ed-altro-ancora-che-dio-ci-mandi-qualche-altro-uomo-come-questo/
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sabato 7 gennaio 2012
Pierre De Coubertin. L'onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi.
L'onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi.
Pierre De Coubertin
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