lunedì 7 novembre 2016

Albert Camus, La caduta. Creda a me, le religioni sbagliano a partire dall'istante in cui fanno la morale e scagliano comandamenti. Dio non è necessario per creare la colpevolezza degli uomini, né per punire. Bastano i nostri simili, aiutati da noi. Lei accennava al giudizio universale. Mi permetta di ridere rispettosamente. Io l'aspetto a piè fermo: ho conosciuto il peggio, il giudizio degli uomini. [...] E allora? Allora, la sola utilità di Dio consisterebbe nel garantire l'innocenza, e io la religione la vedrei piuttosto come una grande impresa di lavatura cosa che del resto è stata, ma per breve tempo, esattamente tre anni, e non si chiamava religione.




«Ha notato che soltanto la morte ci ridesta i sentimenti?
Ma lo sa perché siamo sempre più giusti e generosi con i morti? È semplice. 
Verso di loro non ci sono obblighi. […] Se un obbligo ci fosse, sarebbe quello della memoria, 
e noi abbiamo la memoria corta. No, nei nostri amici amiamo il morto fresco, il morto doloroso, la nostra emozione, noi stessi insomma».
Albert Camus, “La caduta”



L’uomo è fatto così, caro signore, ha due faccenon può amare senza amarsi
Osservi i suoi vicini se, per combinazione, sopravviene un decesso nel casamento: 
dormivano la loro vita mediocre, ed ecco, per esempio, che muore il portinaio
Subito si svegliano, si dimenano, s’informano, s’impietosiscono
Sta per uscire un morto, e finalmente lo spettacolo incomincia. 
Hanno bisogno della tragedia, che vuole, è la loro piccola trascendenza, il loro aperitivo
Albert Camus, La caduta


Non ho più amici, ho solo complici. 
In compenso ne è cresciuto il numero, 
sono diventati il genere umano. [...] 
Come so che non ho amici? È semplicissimo. 
L'ho scoperto il giorno in cui ho pensato di uccidermi 
per giocar loro un bello scherzo, per punirli, in certo modo. 
Ma punire chi? Qualcuno si sarebbe meravigliato, 
nessuno si sarebbe sentito punito. Ho capito che non avevo amici.
Albert Camus, La caduta



[...] Tant'è vero che raramente ci confidiamo con chi è migliore di noi. 
Preferiamo schivarne la compagnia. Il più delle volte invece ci confessiamo con chi ci somiglia e condivide le nostre debolezze. Quindi non desideriamo né correggerci né essere migliori: bisognerebbe prima che fossimo giudicati in colpa. Aspiriamo soltanto ad essere compianti ed incoraggiati nel nostro cammino.

Albert Camus, La caduta



Creda a me, le religioni sbagliano a partire dall'istante in cui fanno la morale e scagliano comandamenti. Dio non è necessario per creare la colpevolezza degli uomini, né per punire. Bastano i nostri simili, aiutati da noi. Lei accennava al giudizio universale. Mi permetta di ridere rispettosamente. Io l'aspetto a piè fermo: ho conosciuto il peggio, il giudizio degli uomini. [...] 
E allora? Allora, la sola utilità di Dio consisterebbe nel garantire l'innocenza, e io la religione la vedrei piuttosto come una grande impresa di lavatura cosa che del resto è stata, ma per breve tempo, esattamente tre anni, e non si chiamava religione.
Albert Camus, La caduta


Per esempio, sa perché l’hanno crocifisso, quello a cui forse sta pensando?
[...] La vera ragione è che lui sapeva di non essere completamente innocente. [...] 
I bambini di Giudea massacrati mentre i suoi genitori lo portavano al sicuro, perché erano morti, se non per causa sua? Non l’aveva voluto lui, certo. [...] Ma egli non era uomo da poterli dimenticare, ne sono sicuro. [...] Sapendo quel che sapeva, conoscendo ogni cosa dell’uomo – ah! chi avrebbe creduto che il delitto non consiste tanto nel far morire altri quanto nel non morire noi stessi! – giorno e notte di fronte al suo delitto innocente, diventava per lui troppo difficile vivere e andare avanti. Meglio finirla, non difendersi, morire, per non essere più solo e per andare altrove, là dove, forse, qualcuno l’avrebbe sostenuto. Non fu sostenuto, se ne lamentò e, per compir l’opera, l’hanno censurato. Sì, fu il terzo evangelista, mi pare, che cominciò a sopprimere il suo lamento «Perché mi hai abbandonato?» [...]Ciò non toglie che lui, il censurato, non abbia avuto la forza di continuare.[...] in certi casi, continuare, nient’altro che continuare, è uno sforzo sovrumano. E lui non era sovrumano, può credermi. Ha gridato la propria agonia, e perciò l’amo, questo amico, morto senza sapere.
Albert Camus, La caduta



Per esempio, avrà notato, la nostra vecchia Europa filosofa finalmente nel modo giusto.
Non diciamo più come agli ingenui d’un tempo:
«Io la penso così. Quali sono le vostre obiezioni?»
Siamo diventati lucidi. Al dialogo abbiamo sostituito il comunicato.
Albert Camus, “La caduta”


Una sola frase basterà a descrivere l'uomo moderno:
egli fornicava e leggeva i giornali.
Albert Camus,  La caduta

«Talvolta si vede più chiaro in chi mente che in chi dice il vero.
La verità, come la luce, acceca. 
Invece la menzogna è un bel crepuscolo che dà risalto ad ogni oggetto».
Albert Camus, “La caduta”, 1956



Uno spaccato desolato e desolante di un malinconico, disperato, Camus alla ricerca di un difficile autenticità del vivere, di una sofferta via verso l'individuazione, unico riscatto possibile forse alla menzogna e all'alienazione, anche, a prezzo della disperazione e della rinuncia?




Profonda riflessione. Una religione che cerca di mettere radici facendo paura, non è accettabile.
Trovo particolarmente fastidioso, che si cerchi di instillare nei bambini di 7 - 8 anni il senso di colpa e il concetto di peccato.,



Nel romanzo di Albert Camus “La caduta,” 
l’avvocato Clamence, attraversato da una profonda crisi di senso, cui significativamente allude il titolo del saggio appunto La caduta … ..abbandona la sua professione e si trasferisce in Olanda, ad Amsterdam dove apre un bar, luogo topico, in cui crede di poter celebrare una sorta di epifania del riscatto, tale da consentirgli risposte a quell’assurdo, che è l’esistenza. In realtà si tratta ancora di una caduta, che è solo una presa di coscienza della menzogna in cui viveva prima, quando era "Sopra", all’apice del successo e del potere..Ecco cosa dice l'avvocato Clemence quando era "Sopra".
“Alcuni anni fa ero avvocato a Parigi, un avvocato abbastanza noto, a dir il vero. M'ero specializzato nelle nobili cause... mi bastava fiutare il minimo odor di vittima su un accusato perché le mie maniche si mettessero in moto... Inoltre, ero sorretto da due sentimenti sinceri: la soddisfazione di trovarmi dalla parte del giusto ed un istintivo disprezzo per i giudici in genere......conoscevo le mie debolezze e me ne pentivo. Continuavo, però a dimenticarmene con meritoria ostinazione”....Poi improvvisamente una crisi di senso, alla ricerca di una redenzione.....“Ma il più grande tormento umano è quello d'esser giudicati senza legge. Noi ci troviamo in un tal tormento. Privi del loro freno naturale, i giudici, scatenati a caso, lavorano a quattro mani. Quindi, bisogna cercare d'andar più in fretta di loro, no? E' il grande arrembaggio. Profeti e guaritori si moltiplicano e si affrettano, ansiosi d'arrivare con una buona legge o con qualche organizzazione impeccabile, prima che la terra sia deserta. Per fortuna io sono arrivato! Io sono la fine e il principio, annunzio la legge. In una parola, sono giudice-penitente”.
Allora cosa fa l'avvocato Clamence? Getta la maschera posticcia con cui ha con-vissuto per anni, alla ricerca della sua individuazione
Racconta ad un avventore che si trova nel suo bar, sempre silenzioso anch’egli avvocato (un Camus che si interroga) la sua vicenda di ex e brillante avvocato benvoluto da tutti e della sua maschera dove in realtà non c’era coincidenza tra sé e il ruolo recitato, solo una menzogna , da cui ora vuole riscattarsi, raccontandola a tutti… L’avventore, significativamente, viene così preso dal racconto, come ipnotizzato, da quello che come uno sguardo di Medusa, lo trasforma nel doppio del suo interlocutore, un alter ego, da cui sente scaturire compulsivamente il bisogno di ritornare per sentirselo ri-narrare ossessivamente, in un gioco di identificazioni e di proiezioni, attraverso cui Clamence descrive la sua presa di coscienza. I confini tra narratore e avventore specularmente si interrompono, facendo si che quest’ultimo, si veda, appunto, come in uno specchio..quello che è anche lui., travolto da un‘esistenza assurda, "gettato nel mondo"…un "Sotto", ormai, senza ritorno, in cui alla fine si è vittime e carnefici, del proprio e dell’altrui senso di colpa....e della propria ineludibile pena di vivere così. Una vita senza confini , anzi in cui è impossibile travalicarli perché ci si trova di fronte al non senso dell’esistenza, all’assurdo..
Riporto questa sorta di soliquio-colloquio di Clamence rivolto all’avventore, da cui emerge un universo distopico, a cui nessuno di noi vorrebbe appartenere…eppure sembra l'unica via possibile verso l' individuazione
”Lei guarda questa camera. Nuda, è vero, ma pulita. Un Vermeer senza mobili e casseruole. Senza libri, anche da tempo, ho smesso di leggere. In passato casa mia era piena di libri, letti a metà. E’ disgustoso, come quelli che tagliano un pezzetto di un pasticcio di fegato e fan buttar via il resto. D’altronde, a me piacciono solo le confessioni, e gli autori di confessioni ne scrivono soprattutto per non confessarsi, per non dire niente di quello che sanno. Quando pretendono di far confessioni è il momento di diffidare, ci si prepara ad imbellettare il cadavere. Mi creda , io sono del mestiere. Perciò ho tagliato corto. Niente più libri, niente più vani oggetti, lo stretto necessario, pulito e lucido come una bara".
Albert Camus, La caduta.




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