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giovedì 27 ottobre 2016

Vincenzo Cardarelli. Passato I ricordi, queste ombre troppo lunghe del nostro breve corpo, questo strascico di morte che noi lasciamo vivendo i lugubri e durevoli ricordi, eccoli già apparire: melanconici e muti fantasmi agitati da un vento funebre. E tu non sei più che un ricordo. Sei trapassata nella mia memoria. Ora sì, posso dire che che m'appartieni e qualche cosa fra di noi è accaduto irrevocabilmente. Tutto finì, così rapito! Precipitoso e lieve il tempo ci raggiunse. Di fuggevoli istanti ordì una storia ben chiusa e triste. Dovevamo saperlo che l'amore brucia la vita e fa volare il tempo.




Vincenzo Cardarelli nella poesia Passato scrive ...
"e ora si posso dire che mi appartieni " 

.Solo dopo la morte i nostri cari ci appartengono veramente e così penso di mio padre centenario e di mia madre e di tutte le cose animate che presto perderò solo in parte mentre diverranno parte viva e integrante della mia essenza che si espande. 


Passato
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m'appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l'amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
Vincenzo Cardarelli

martedì 18 ottobre 2016

Dario Fo in "Dario e Dio". ... l’idea di ritrovarmi, dopo, con Franca in un giardino, lei e io mutati in due begli alberi, il suo magari con le foglie dorate come erano i suoi capelli... sarebbe bellissimo. Se un qualcosa dovesse esserci dopo, vorrei che fosse così.

"... l’idea di ritrovarmi, dopo, con Franca in un giardino, lei e io mutati in due begli alberi, il suo magari con le foglie dorate come erano i suoi capelli... sarebbe bellissimo. Se un qualcosa dovesse esserci dopo, vorrei che fosse così.”
Dario Fo in "Dario e Dio"

giovedì 6 agosto 2015

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora.

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora.

[...] In Sardegna, tra le figure incaricate dalla comunità di ammansire il fantasma del morto erano le Attitadoras, le prefiche, poetesse del culto funebre, che accompagnavano l'estremo saluto alla salma con un canto disperato e col dondolio ritmico del corpo che non pareva avrebbe mai accettato tanto dolore.
Incontriamo Mimmìa, una attitadora emerita, splendida ultra novantenne. Come l'ipermetrope, la sua memoria mette a fuoco con più facilità ciò che viene da lontano, prima ancora dei ricordi recenti. [...]
Mimmìa preferisce rimanere anonima. Chiamarla col suo diminutivo in nulla avvantaggia la ricerca della sua vera identità perchè nell'entroterra barbaricino il nome sardo della madre di Cristo è declinato in questo modo quante sono le stelle in cielo, sebbene la vocazione di attitadora faccia di Mimmia una donna speciale la cui investitura popolare cessa, anno più anno meno, sul far degli anni '80.
Ma perchè le attitadoras non verseggiano più? Ogni caso è a se stante e per Mimmìa è un atto d'amore verso suo figlio, stimato farmacista che dopo i lunghi anni di studio lontano dal paese non sente più suoi gli stilemi della tradizione.

«Ho smesso perchè mio figlio si imbarazzava. Non me lo ha mai detto apertamente ma in diverse occasioni ci trovavamo in casa del morto in paese e capivo che non gradiva i miei canti. La gente è cambiata e lui provava vergogna»

Sentendo parlare Mimmìa si stenta a credere che il sentimento di compassione, che naturalmente variava di intensità da caso a caso, non fosse autentico: «Per me era un servizio, non poteva essere una recita perchè in un paese piccolo come questo, anche se al tempo era molto più popolato, tutti ci conoscevamo bene. Sapevamo gioie e dolori gli uni degli altri, e quando una persona moriva, anche se non era un parente, provocava tanta tristezza». 
Erano necessari lacrime e versi perchè avesse inizio l'elaborazione del lutto del caro estinto e solo una solenne commemorazione poteva avviare questo naturale processo, «Se l'avessero fatto i parenti non sarebbe stata la stessa cosa. Una persona esterna alla famiglia era più credibile» osserva la nostra attitadora. 
Era prevista una retribuzione per il suo servizio? «Non era facile rifiutare il compenso dei parenti. Più creavi commozione più loro ti erano riconoscenti. Venivamo pagate con un po' di grano, olio, vino e piccoli pensieri», mai denaro, precisa Mimmìa, sottolineando una qualche deontologia cui attenersi mentre tramanda le vestigia di quel codice non scritto, in tutto e per tutto simile al baratto.[...] Dalle cronache paesane tutti gli anziani intervistati riportano che Mimmia, con le sue poesie estemporanee, riuscì a commuovere tutti, dai grandi ai piccini, in una melodia di strazio disperato che cadenzava le vicende della breve vita del povero pastorello defunto. I custodi della memoria del paese riconoscono a Mimmìa un'arte improvvisatoria eccelsa e un prodigioso controllo psicologico delle proprie e altrui emozioni.

Tutti avevano diritto ad una commemorazione funebre, gli uomini di valore come chi non aveva brillato di virtù: s'attitadora aveva l'obbligo morale di trovare un tratto d'umanità in ogni persona. 
Quasi sempre era previsto un canovaccio prefissato, se ad esempio la vedova era molto giovane i familiari incaricavano le prefiche di trasmettere l'informazione che la faciulla non fosse chiusa all'idea di un nuovo matrimonio. Talvolta le morti erano accompagnate dal sospetto di una faida tra clan rivali, allora partiva un duello canoro di invettive tra le diverse famiglie che schieravano le proprie attitadoras con la missione di ingiuriarsi sotto l'apparenza di una cordialità che presupponeva una vicina vendetta che il canto provocatorio delle prefiche non faceva che alimentare. Così come riporta la filmica descrizione di Grazia Deledda in "La via del male", Mimmìa è concorde nel ricordare le dinamiche invariabili della scena ferale contrappuntata da sos attitos: "Cantavano una per volta, e ad ogni versetto le donne rispondevano con un coro di gemiti, singulti e grida".  
Il rituale funebre prevedeva che gli specchi venissero velati perchè è li che le anime inquiete rischiavano di impigliarsi e questo avrebbe ostacolato il loro nuovo cammino che sarebbe partito dall'uscio di casa nella cui direzione era posizionata la salma del compianto. Il cammino sarebbe stato lungo ma il canto delle attitadoras ne avrebbe reso lieve ogni passo onorandone il ricordo con la rapsodia dell'ultimo addio. 

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora
prefiche Grecia pre cristiana

http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/5102/il-canto-che-accompagnava-la-morte-l-ultima-attitadora.html

giovedì 19 febbraio 2015

Swedenborg. Nel 1761 la regina di Svezia Luisa Ulrica di Svezia, incuriosita di ciò che si raccontava di Swedenborg e alquanto incredula riguardo alle sue comunicazioni coi defunti, lo aveva invitato a corte e, per metterlo alla prova, gli aveva chiesto di farsi dire dallo spirito di suo fratello, il principe Guglielmo di Prussia, morto da pochi anni, le parole che egli le aveva detto quando era partita per sposare il re di Svezia. Dopo alcuni giorni, Swedenborg le aveva riferito il messaggio a lei rivolto dallo spirito, concernente cose che nessun altro poteva sapere. Dorotea Medici nella introduzione a "La zona grigia di Minerva"


Nel 1761 la regina di Svezia Luisa Ulrica di Svezia, incuriosita di ciò che si raccontava di Swedenborg e alquanto incredula riguardo alle sue comunicazioni coi defunti, lo aveva invitato a corte e, per metterlo alla prova, gli aveva chiesto di farsi dire dallo spirito di suo fratello, il principe Guglielmo di Prussia, morto da pochi anni, le parole che egli le aveva detto quando era partita per sposare il re di Svezia. Dopo alcuni giorni, Swedenborg le aveva riferito il messaggio a lei rivolto dallo spirito, concernente cose che nessun altro poteva sapere.
Dorotea Medici nella introduzione a "La zona grigia di Minerva"



giovedì 30 ottobre 2014

L'horror prima dell'horror, dieci quadri da paura. La prima immagine che vi proponiamo non è quella di un quadro, ma di unaminiatura del XV secolo tratta da un manoscritto della Historia di Guglielmo di Tiro e rappresenta la morte di Rinaldo di Chatillon. La bellezza della miniatura è pari alla truculenza della storia che racconta. Nemico numero uno dell’Islam ai tempi delle crociate, fu il peggiore degli incubi per i mussulmani caduti nelle sue mani. Era bello, forte e coraggioso, ma anche arrogante, temerario, crudele, insofferente ad ogni autorità e soprattutto molto ambizioso. Usò la sua avvenenza per sedurre donne di potere, la sua astuzia per affrontare avversari come i più grandi capi carismatici dell’Islam, Nur ed Din eSalah ed Din, la sua intelligenza per studiare il pensiero islamico in modo da essere perfettamente preparato contro il nemico. L’arroganza gli fu fatale: cercò di trafugare la salma del Profeta Maometto per esigere una tassa ad ogni fedele islamico che volesse visitarla. La sua missione fallì, venne catturato e, al cospetto di Salah ed Din, ebbe un atteggiamento talmente sfrontato che indusse il sultano a colpirlo con la scimitarra, tra la spalla e il collo, che infine diede l'ordine di decapitarlo. La testa fu trascinata per tutti i suoi territori ed esposta a Damasco.

L'horror prima dell'horror, dieci quadri da paura


Halloween è alle porte e se è vero che per molti è solo una festività scimmiottata dall’America (che peraltro a sua volta l’ha ereditata dall’Europa) è altrettanto vero che può offrire stimoli per intraprendere percorsi alternativi nell’infinito universo della storia dell’arte. Abbiamo creato una speciale galleria dei quadri più macabri e spaventosi che ci hanno emozionato, spaventato e affascinato, ve la proponiamo qui di seguito:

In realtà la prima immagine che vi proponiamo non è quella di un quadro, ma di unaminiatura del XV secolo tratta da un manoscritto della Historia di Guglielmo di Tiro e rappresenta la morte di Rinaldo di Chatillon. La bellezza della miniatura è pari alla truculenza della storia che racconta. Nemico numero uno dell’Islam ai tempi delle crociate, fu il peggiore degli incubi per i mussulmani caduti nelle sue mani. Era bello, forte e coraggioso, ma anche arrogante, temerario, crudele, insofferente ad ogni autorità e soprattutto molto ambizioso. Usò la sua avvenenza per sedurre donne di potere,  la sua astuzia per affrontare avversari come i più grandi capi carismatici dell’Islam, Nur ed Din eSalah ed Din, la sua intelligenza per studiare il pensiero islamico in modo da essere perfettamente preparato contro il nemico. L’arroganza gli fu fatale: cercò di trafugare la salma del Profeta Maometto per esigere una tassa ad ogni fedele islamico che volesse visitarla. La sua missione fallì, venne catturato e, al cospetto di Salah ed Din, ebbe un atteggiamento talmente sfrontato che indusse il sultano a colpirlo con la scimitarra,  tra la spalla e il collo, che infine diede l'ordine di decapitarlo. La  testa fu trascinata per tutti i suoi territori ed esposta a Damasco.

Questa scena terrificante è un particolare del l'Inferno, un affresco del 1410 di Giovanni da Modena che si può ammirare nella Basilica di San Petronio a Bologna. Si trova nella cappella Bolognini e rappresenta in assoluto uno dei complessi pittorici più importanti che siano sopravvissuti dell'età tardogotica.


Il Trionfo della Morte è un affresco staccato (600x642 cm) conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis a Palermo. Oltre ad essere uno dei migliori dipinti su questo tema, è l'opera più rappresentativa della stagione "internazionale" in Sicilia, culminata durante i regni di Ferdinando I (1412) e di Alfonso d'Aragona (che nel 1416 fece di Palermo la sua base per la conquista del Regno di Napoli). Non si conosce il nome dell'autore (indicato come un generico Maestro del Trionfo della Morte) e viene datato al 1446 circa. Il tema del trionfo della Morte si era già diffuso nel Trecento, ma qui viene rappresentato con una particolare insistenza ossessiva sui temi macabri e grotteschi di crudele espressività, una caratteristica rara in Italia che ha fatto pensare alla mano di un maestro transalpino. Tra i nomi proposti c'è quello del borgognone Guillaume Spicre.
Molte opere  di Hieronymus Bosch  sono estremamente inquietanti. Questo è un particolare de Il Giardino delle delizie, un trittico a olio su tavola, databile 1480-1490 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid. Le tre scene del trittico aperto sono probabilmente da analizzare in ordine cronologico da sinistra verso destra, per quanto non vi sia la certezza di questa lettura. Il pannello di sinistra rappresenta Dio quale perno dell'incontro tra Adamo ed Eva; quello centrale è una vasta veduta fantastica di figure nude, animali immaginari, frutti di grandi dimensioni e formazioni rocciose; quello di destra, a cui appartiene il particolare che vi proponiamo, è invece una visione dell'Inferno e rappresenta i tormenti della dannazione.  Sullo sfondo si vede una città assediata, mentre in primo piano un mondo dominato dalle tenebre si rivela preda di demoni ed altre strane creature intente a tormentare e torturare gli esseri umani, spesso a causa dei loro vizi (sono identificabili una superba, un avaro, un goloso e dei lascivi) e spesso tramite strumenti musicali. L’opera è oggi conservata al Museo del Prado di Madrid.
Un altro Trionfo della morte. Questo è uno dei capolavori di Pieter Bruegel il Vecchio, capostipite di una famiglia di celebri e importanti pittori fiamminghi. Conservato al Prado è ispirato all'omonimo affresco che Bruegel aveva visto a Palermo a cui però si aggiunge il tema della danza macabra, nato in nord Europa per esorcizzare la paura delle epidemie. Nella sua opera, datata 1562, è raffigurata una città devastata dall’arrivo dell’armata della morte, composta da scheletri con falce che mietono vittime tra la popolazione di tutti gli strati sociali, in maniera fantasiosamente macabra.
Non ha bisogno di grandi spiegazioni l'opera di Caravaggio, Giuditta e Oloferne, realizzata nel 1599 e conservato nella Galleria nazionale di arte antica di Roma. Il dipinto fu commissionato dal banchiere Ottavio Costa, che lo raccomandò caldamente ai suoi eredi nel suo testamento. In questo quadro Caravaggio rappresenta l'episodio biblico della decapitazione del condottiero assiro Oloferne da parte della vedova ebrea Giuditta, che voleva salvare il proprio popolo dalla dominazione straniera. Giuditta è raffigurata intenta a decapitare Oloferne con una scimitarra, mentre alla scena assiste una vecchia serva che sorregge con le mani il drappo contenente il cesto nel quale va conservata la testa. Si dice che Caravaggio abbia dipinto il quadro pensando alla storia di Beatrice Cenci, che, insieme alla matrigna e al fratello, uccisero il padre, dopo averlo addormentato con l'oppio.

L'artista francese Jean-Louis André Théodore Géricault nel suo Teste di giustiziati studiò i cadaveri e le teste mozzate dei giustiziati per la realizzazione della sua famosa Zattera della Medusa (1818). Fortemente influenzati dal luminismo di Caravaggio e dalla monumentalità dei corpi di Michelangelo, i lavori di Gericault si concentrano sulla
rappresentazione di temi sociali scomodi, trasfigurati attraverso il medium della mitologia o ritratti in tutta la loro crudezza realistica. Gli studi fisiognomici sull'espressione dei malati mentali e quelli anatomici sulle teste mozzate dei condannati a morte offrono allo spettatore immagini di una sconcertante modernità. Il pittore si procurava i "modelli" grazie all'amicizia  di infermieri e medici dell'ospedale di Bicetre, che gli fornivano tali resti macabri.
Saturno che divora i suoi figli è un dipinto del pittore spagnolo Francisco Goya, realizzato negli anni tra il 1819 e il 1823, conservato nel museo del Prado a Madrid. Rappresenta un tema mitologico: il dio Saturno (romano, o Crono presso i Greci), essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe soppiantato, era solito divorarli al momento stesso della loro nascita. L'opera fa parte della serie detta delle "Pitture nere", serie di tredici dipinti realizzati da Goya sulle pareti della propria casa ("Quinta del Sordo", o "Villa del sordo"), a Manzanares, presso Madrid, dove abitò negli anni tra il 1819 e il 1823. È realizzata con pittura a olio su intonaco. 
Volto della guerra, dipinto da Salvador Dalì tra il 1940 e il 1941, è la rappresentazione dell'angoscia generata dal conflitto che imperversava in Europa. Dipinto quando l'artista era già al sicuro negli Stati Uniti trasmette tutta l'angoscia e la paura  dell'autore. Nel dipinto, in primo piano, su un paesaggio desertico, vuoto fino all'orizzonte, è rappresentata la maschera della morte; la sole presenze vive sono i vermi-rettili che fuoriescono minacciosi, ma che non trovano nulla su cui avventarsi. Le orbite e la bocca sono occupati da teschi, i quali contengono altri teschi, che ci lasciano intuire che quella che vediamo sia solo una delle infinite facce della guerra. I colori predominanti sono il giallo e il marrone. In basso a destra della tela c'è l' impronta della mano di Dalì. La prospettiva angosciosa della figura, indica la moltiplicazione all' infinito del male totale causato dalla guerra, portatrice di morte e distruzione. Nel 1941 Dalì sviluppò lo stesso soggetto durante l' ideazione di alcune sequenze di incubo nel film "Moontide", ma le scene inventate furono rifiutate dai tecnici per gli accessori orribili che avrebbero richiesto.

Francis Bacon, pittore irlandese morto nel 1992, è riuscito però in varie sue opere a mettere insieme il nuovo angosciato senso dell’esistenza a una rappresentazione che fa emergere ancora, anche se in forma diversa, il senso del macabro e dell’orrore: il suo quadro in questo senso più rappresentativo è forse lo Studio del ritratto di Innocenzo X, una riproposizione con modifiche di un celebre quadro di Diego Velázquez di tre secoli prima. Mentre il ritratto originale celebrava la potenza del romano Giovanni Battista Pamphilj, anche fautore del giubileo del 1650 e della sistemazione di Piazza Navona, la versione di Bacon (conservata a Des Moines, in Iowa) mostra un papa lugubre e urlante, perfino grottesco, in cui al rosso papale si sostituiscono il viola e il nero.

http://www.caffeinamagazine.it/2014-10-20-12-41-28/il-quadro/4231-l-horror-prima-dell-horror-dieci-quadri-da-paura

lunedì 14 luglio 2014

Jean Genet. Se riflettiamo su un qualsiasi fenomeno vitale, però, nel senso della suo significato più stretto, che è quello biologico, comprendiamo subito che violenza e vita sono all’incirca sinonimi. Il chicco di grano che germina e spacca la terra gelata, il becco di un pulcino che rompe il guscio dell’uovo, la fecondazione di una donna, la nascita di un bambino sono suscettibili di un’accusa di violenza. Ma nessuno mette in discussione il bambino, la donna, il pulcino, il germoglio, il chicco di grano


"Se riflettiamo su un qualsiasi fenomeno vitale, però, nel senso della suo significato più stretto, che è quello biologico, comprendiamo subito che violenza e vita sono all’incirca sinonimi. Il chicco di grano che germina e spacca la terra gelata, il becco di un pulcino che rompe il guscio dell’uovo, la fecondazione di una donna, la nascita di un bambino sono suscettibili di un’accusa di violenza. Ma nessuno mette in discussione il bambino, la donna, il pulcino, il germoglio, il chicco di grano" 
Jean Genet

lunedì 7 luglio 2014

Properzio. Sei tu, denaro, la causa di una vita agitata! a causa tua prendiamo prima del tempo la strada della morte; ai vizi degli uomini fornisci dei crudeli pascoli, dalla tua testa germogliano i semi degli affanni

Properzio scriveva: "Sei tu, denaro, la causa di una vita agitata!
a causa tua prendiamo prima del tempo la strada della morte;
ai vizi degli uomini fornisci dei crudeli pascoli,
dalla tua testa germogliano i semi degli affanni."





venerdì 30 maggio 2014

Giano - Culsans. Esiste il corrispettivo etrusco del dio Giano e noi lo proponiamo. Particolare della statuetta bronzea del dio etrusco Culsans, da Cortona IV -III secolo a.C. Museo etrusco di Cortona. Culsans nella mitologia etrusca è il dio delle porte. Ha molte affinità con il dio romano Giano. Infatti, vengono rappresentati entrambi bifronti e si ritiene che avessero funzioni simili. Si distingue, nell'aspetto, da Giano, per l'assenza della barba e per i lineamenti tipicamente giovanili.

"Giano (latino: Ianus) è il dio degli inizi, materiali e immateriali, ed è una delle divinità più antiche e più importanti della religione romana, latina e italica. Di solito è raffigurato con due volti, poiché il dio può guardare il futuro e il passato. [...]

Etimologia
Già gli antichi mettevano il nome del dio in relazione al movimento: Macrobio e Cicerone lo facevano derivare dal verbo ire "andare", perché secondo Macrobio il mondo va sempre, muovendosi in cerchio e partendo da sé stesso a sé stesso ritorna. Gli studiosi moderni hanno confermato questa relazione stabilendo una derivazione dal termine ianua, "porta", ma è con Georges Dumézil che il senso si precisa: il nome Ianus deriverebbe infatti dalla radice indoeuropea *ei-, ampliata in *y-aa- con il significato di "passaggio" che, attraverso una forma *yaa-tu, ha prodotto anche l'irlandese ath, "guado".
[...] È un dio nettamente romano e non esisteva un equivalente greco. Il suo nome in greco è 'Ιανός' (Ianós). [...]

Il console e augure Marco Valerio Messalla Rufo scrive nel libro sugli Auspici che Giano è colui che plasma e governa ogni cosa e unì circondandole con il cielo l'essenza dell'acqua e della terra, pesante e tendente a scendere in basso, e quella del fuoco e dell'aria, leggera e tendente a sfuggire verso l'alto, e che fu l'immane forza del cielo a tenere legate le due forze contrastanti. Settimio Sereno lo chiama "principio degli dèi e acuto seminatore di cose".

Giano presiede infatti a tutti gli inizi e i passaggi e le soglie, materiali e immateriali, come le soglie delle case, le porte, i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma anche l'inizio di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica, del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dèi stessi, del mondo, dell'umanità (viene infatti chiamato Consivio, cioè propagatore del genere umano, che viene seminato per opera sua), della civiltà, delle istituzioni. [...]

Giano era preposto alle porte (ianuae), ai passaggi (iani) e ai ponti: ne custodiva l'entrata e l'uscita e portava in mano, come i portinai, gli ianitores, una chiave e un bastone, mentre le due facce vegliavano nelle due direzioni, a custodire entrata e uscita.  [...]
http://it.wikipedia.org/wiki/Giano_(divinit%C3%A0)






http://it.wikipedia.org/wiki/Giano_(divinit%C3%A0)




[...] esiste il corrispettivo etrusco del dio Giano e noi lo proponiamo.
Particolare della statuetta bronzea del dio etrusco Culsans, da Cortona IV -III secolo a.C.
Museo etrusco di Cortona.
Culsans nella mitologia etrusca è il dio delle porte. Ha molte affinità con il dio romano Giano. 
Infatti, vengono rappresentati entrambi bifronti e si ritiene che avessero funzioni simili.
Si distingue, nell'aspetto, da Giano, per l'assenza della barba e per i lineamenti tipicamente giovanili.



Esiste anche una divinità femminile etrusca bifronte chiamata culsu, che vigila sulla porta d'accesso all'oltretomba



L'Arco di GIANO, dalla struttura quadrifronte (perduto l'attico, visibile nel disegno accanto alla foto) era un arco onorario dedicato a Giano, il Dio bifronte che regnava su ogni luogo di passaggio, purificando gli animi di tutti coloro che attraversavano l'Arco. A Giano era affidato l'inizio dell'anno nel calendario di Numa, cosi' come il mese che lo apriva: IANUARIUS.
Una curiosita'...
Proprio nei pressi dell'Arco,accostandosi al piccolo vicolo di fronte alla Chiesa del Velabro, si trova uno dei due ingressi principali della CLOACA MAXIMA.



Ecco l'origine del Giubileo: passare sotto a un Arco per purificare gli animi!
È uno scopiazzamento, un assorbimento totale di tradizioni antiche, romane, greche ecc



Giò Pischedda 

La parola sarda "janna" (o "genna" in altre varianti locali) significa porta e deriva dal latino "janua" che ugualmente significa porta...
Qui in Sardegna si trova nei toponimi e viene ancora usata nei paesi dell'entroterra o da persone molto anziane.
L'idea di purificazione legata all'attraversamento di un arco o di una porta attraversa indenne i millenni.





mercoledì 28 maggio 2014

Goedel. Viviamo in un mondo in cui il 99 per cento delle cose belle vengono distrutte quando sono in boccio.... Sono all'opera forze dirette a soffocare il bene

"Non è realistico pensare che il mondo consista di una serie di attimi indefinibili che, in rapida successione, appaiono e svaniscono dall'esistenza. E' più realistico pensare che il passato ed il futuro esistono permanentemente".
Kurt Goedel, A Remark about the relationship between Relativity Theory and Idealistic Philosophy



"Viviamo in un mondo in cui il 99 per cento delle cose belle vengono distrutte quando sono in boccio.... Sono all'opera forze dirette a soffocare il bene.".
Lettera di Kurt Goedel alla madre Marianne in "I demoni di Goedel" di Pierre Cassou-Noguès


La mente umana è determinata da un programma che essa eseguirebbe senza conoscerlo?
...pensare secondo regole predefinite significa pensare come una macchina. Siamo allora macchine? 
....o possiamo, in qualche modo, far deviare la mente fino a sganciarla da questi programmi? 
Possiamo immaginare un processo di pensiero che nessuna macchina di Turing sarebbe in grado di riprodurre? Ossia formulare altre regole, un modo di ragionare che sarebbe inaudito (come nessuno ne ha ancora immaginato uno), oppure provare che la mente umana è in grado di pensare senza eseguire alcuna regola meccanica e, in questo senso, liberamente? 
Pierre Cassou, "I demoni di Goedel"



giovedì 8 maggio 2014

LA LEGGENDA DELLE QUATTRO STREGHE. Il figlio del Sole decise di uccidere quattro streghe, Freddo, Fame, Povertà e Morte, perché senza di loro l’umanità sarebbe vissuta sempre felice. Incontrò la prima, che si chiamava Freddo. Lei gli disse che, se l’avesse uccisa, tutti gli uomini avrebbero sofferto il caldo e le piante si sarebbero tutte seccate. Allora il figlio del Sole decise di risparmiarla. Incontrò la seconda, la Fame, la quale gli disse che, se fosse morta, la gente si sarebbe ammalata per l’eccessiva nutrizione. La risparmiò e si mise alla ricerca delle altre due. Incontrò la Povertà, la quale gli disse che non voleva più vivere, perché era infelice, ma lo ammonì sul pericolo di dare troppo benessere alle persone, che avrebbero provato, assieme alla ricchezza e al benessere, anche la noia. Fu costretto a non ucciderla per evitare questi pericoli. Infine incontrò la Morte, la quale gli disse che, senza di lei, la gente non sarebbe mai morta, ma che sulla terra ci sarebbero stati solo i vecchi. Il figlio del Sole risparmiò anche lei e, ritornato dai suoi compagni, spiegò a tutti la verità delle cose.

LA LEGGENDA DELLE QUATTRO STREGHE.
Il figlio del Sole decise di uccidere quattro streghe, Freddo, Fame, Povertà e Morte, perché senza di loro l’umanità sarebbe vissuta sempre felice.
Incontrò la prima, che si chiamava Freddo. Lei gli disse che, se l’avesse uccisa, tutti gli uomini avrebbero sofferto il caldo e le piante si sarebbero tutte seccate. Allora il figlio del Sole decise di risparmiarla. Incontrò la seconda, la Fame, la quale gli disse che, se fosse morta, la gente si sarebbe ammalata per l’eccessiva nutrizione. La risparmiò e si mise alla ricerca delle altre due. Incontrò la Povertà, la quale gli disse che non voleva più vivere, perché era infelice, ma lo ammonì sul pericolo di dare troppo benessere alle persone, che avrebbero provato, assieme alla ricchezza e al benessere, anche la noia. Fu costretto a non ucciderla per evitare questi pericoli. Infine incontrò la Morte, la quale gli disse che, senza di lei, la gente non sarebbe mai morta, ma che sulla terra ci sarebbero stati solo i vecchi. Il figlio del Sole risparmiò anche lei e, ritornato dai suoi compagni, spiegò a tutti la verità delle cose.

domenica 4 maggio 2014

Come diceva Totò, la morte è una livella e dopo il trapasso tutti gli uomini sono uguali. Ma è anche vero che alcune notizie tragiche non sono scevre di una loro, macabra ma potente, ironia. Il sito List25.com ha classificato i 25 modi più strani di morire, raccogliendo episodi occorsi durante i secoli. Destino, casualità ma anche umana stupidità ed eccessi.

Come diceva Totò, la morte è una livella e dopo il trapasso tutti gli uomini sono uguali. Ma è anche vero che alcune notizie tragiche non sono scevre di una loro, macabra ma potente, ironia. Il sito List25.com ha classificato i 25 modi più strani di morire, raccogliendo episodi occorsi durante i secoli. Destino, casualità ma anche umana stupidità ed eccessi. 

Come nel caso del 1974, quando l’avvocato inglese Basil Brown morì per aver bevuto troppo succo di carota: 45 litri, corrispondenti alla dose giornaliera raccomandata di vitamina A moltiplicata per diecimila

Nel 1979 John Bowen è stato ucciso da un modellino volante di tagliaerba durante una partita di football allo Shea Stadium di New York. Durante il match era in corso anche uno show di aeroplanini radiocomandati

Nel 1993 Gary Goy è morto lanciandosi da una finestra: voleva dimostrare che il vetro era indistruttibile

Nel 2010 Jimi Heselden, imprenditore inglese, è morto cadendo in un fiume a bordo di un Segway, il mezzo di trasporto personale. Heselden aveva da pochi mesi acquistato l’azienda che lo produceva, la Segway Inc. (LEGGI LA NOTIZIA)
http://www.corriere.it/cronache/10_settembre_27/segway-titolare-morto_d77eb59c-ca2e-11df-9db5-00144f02aabe.shtml


In questo caso non si tratta di una sola morte, ma di una strage: nel 1942 la HMS Trinidad, nave da guerra inglese, lanciò una selva di siluri per difendersi da un attacco di cacciatorpediniere tedeschi. Uno dei siluri ebbe un malfunzionamento e seguì su una traiettoria ad arco, colpendo la stessa Trinidad e causando 32 morti

Nel 1940 Marcus Garvey, sindacalista e scrittore giamaicano, è morto per due attacchi di cuore dopo aver letto il proprio annuncio funebre sul «Chicago Defender»: nell’articolo si diceva che Garvey era morto «solo e disprezzato»

Nel 1920 il re Alessandro di Grecia morì di setticemia, dopo essere stato morso da una scimmia dei giardini del Palazzo Reale di Atene tre settimane prima

Nel 1871 Clement Vallandigham, politico dell’Ohio, si sparò accidentalmente mentre cercava di dimostrare in un tribunale che un uomo, vittima di un presunto omicidio, si era in realtà ucciso da solo

Nel 1794 John Kendrick, capitano di marina americano, è morto per un colpo di cannone che lo ha colpito, durante una cerimonia organizzata per celebrare le sue vittorie

Nel 1751 Julien Offray de La Mettrie, medico e filosofo francese, è morto precocemente, secondo alcuni a causa del suo amore per i piaceri della tavola. Avrebbe infatti mangiato troppo durante un banchetto organizzato in suo onore


Nell’892 il vichingo Sigurd il Possente, conte delle Orcadi, morì in un modo assai originale: dopo aver sconfitto un nemico, appese la sua testa decapitata alla sella come trofeo, ma i denti del morto gli incisero una gamba uccidendolo per un’infezione (foto: una scena del film «Pathfinder - La leggenda del guerriero vichingo»)

Nel 1649, durante la Guerra civile inglese, il soldato Arthur Aston - che aveva una gamba di legno dopo una caduta da cavallo ed era sostenitore del re Carlo I - fu ucciso da soldati dell’esercito del Parlamento, che lo colpirono ripetutamente al capo con la sua stessa protesi

Nel 1947 lo statunitense Homer Collyer, proveniente da una ricca famiglia, è stato trovato morto dentro la sua casa, piena di trappole contro gli intrusi, immondizia, e oggetti di qualunque tipo (nella foto). Lui e il fratello Langley soffrivano di una sindrome ossessiva-compulsiva dell’accumulo patologico chiamata anche disposofobia o «sindrome dei fratelli Collyer»

Nel 1979 lo statunitense Robert Williams è stato il primo uomo a essere ucciso da un robot: l’uomo è stato colpito da un braccio meccanico del peso di una tonnellata in una fabbrica della Ford (nella foto una scena del film «Terminator»)

Nel 1958 l’attore inglese Gareth Jones (nella foto) è morto per infarto mentre interpretava un personaggio colto da un attacco cardiaco


Nel 620 a.C. il celebre politico atenese Dracone (quello grazie al quale oggi si parla ancora di ‘leggi draconiane’) sarebbe morto soffocato dai troppi regali ricevuti dai suoi sostenitori

Nel 210 a.C Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina, è morto avvelenato ingoiando pillole confezionate dai suoi medici che avrebbero dovuto renderlo immortale ma che invece contenevano mercurio

Nel 2011 il 35enne californiano Jose Luis Ochoa è morto ferito dal coltello che aveva legato alla zampa del suo gallo da combattimento, durante un combattimento tra questi volatili

Nel 2012 Edward Archbold è morto in Florida per aver mangiato troppe blatte durante una gara di mangiatori d’insetti

Nel 2012 la brasiliana Ilda Vitor Maciel è morta in ospedale, dove si era recata dopo un infarto. Per errore nella flebo è stata messa zuppa invece del liquido per la reidratazione. Aveva 88 anni

Nel 2013 il 45enne brasiliano Joao Maria de Souza è stato ucciso da una mucca. Il bovino di una tonnellata e mezzo di peso gli è piombato addosso, sul letto mentre dormiva, dopo aver sfondato il tetto della sua casa a Caratinga (nella foto). L’animale era scappato da una fattoria vicina (LEGGI LA NOTIZIA)

Wang Hu, ufficiale cinese del 16° secolo, conosciuto come il primo (aspirante) astronauta della storia, è morto mentre tentava di lanciarsi nello spazio su una sedia a cui aveva collegato 47 razzi

Nel 1912 l’austriaco Franz Reichelt è morto mentre tentava di volare lanciandosi dal lato interno del primo piano della Torre Eiffel (a 60 m da terra) con un paracadute di sua invenzione (un particolare soprabito), che non si è aperto. Reichelt è morto per un attacco cardiaco pochi metri prima di toccare il suolo

Nel 1985 Jerome Moody è annegato durante un party di bagnini a New Orleans, organizzato per festeggiare la prima stagione turistica in cui non c’erano stati annegamenti in mare

Nel 1567 l’austriaco Hans Steininger è morto rompendosi il collo dopo essere inciampato nella sua lunghissima barba (circa 2 metri) mentre cercava di fuggire da un incendio




http://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/14_maggio_03/i-25-modi-piu-strani-morire-dc48d20a-d2a5-11e3-8ae9-e79ccd3c38b8.shtml

lunedì 7 aprile 2014

Georges Bataille. La vita è un lusso di cui la morte è il culmine. Non sapremmo immaginare, a dire il vero, un procedimento più dispendioso. La vita è possibile a costi ben più bassi: paragonato a quello di un infusore, l’organismo individuale di un mammifero, soprattutto di un carnivoro, è un abisso in cui vengono inghiottite e ‹distrutte› immense quantità d’energia. La crescita delle piante presuppone l’ammasso di sostanze corrotte. Gli erbivori inghiottono tonnellate di sostanza vivente (vegetale), prima che una piccola quantità di carne permetta al carnivoro i suoi grandi scatti, i suoi grandi dispendi nervosi. Sembra anche che più i procedimenti che generano la vita sono dispendiosi, più la produzione degli organismi ha richiesto lo scialo, più l’operazione si rivela soddisfacente.

Un uomo, una donna, attratti l’uno verso l’altra, si uniscono nella lussuria. La comunicazione che li confonde insieme dipende dalla nudità delle loro ferite. Il loro amore rivela che essi non vedono, l’uno nell’altro, il loro essere, ma la loro ferita, e il bisogno di perdersi. Non v’è desiderio più grande di quello del ferito per un’altra ferita.
Georges Bataille
Billom, 10 settembre 1897 – Parigi, 9 luglio 1962


Georges Bataille. La vita è un lusso di cui la morte è il culmine.
“Non sapremmo immaginare, a dire il vero, un procedimento più dispendioso. La vita è possibile a costi ben più bassi: paragonato a quello di un infusore, l’organismo individuale di un mammifero, soprattutto di un carnivoro, è un abisso in cui vengono inghiottite e ‹distrutte› immense quantità d’energia. La crescita delle piante presuppone l’ammasso di sostanze corrotte. Gli erbivori inghiottono tonnellate di sostanza vivente (vegetale), prima che una piccola quantità di carne permetta al carnivoro i suoi grandi scatti, i suoi grandi dispendi nervosi. Sembra anche che più i procedimenti che generano la vita sono dispendiosi, più la produzione degli organismi ha richiesto lo scialo, più l’operazione si rivela soddisfacente. Il principio di produrre a minor costo è un’idea non tanto umana, quanto strettamente capitalistica (essa non ha che un significato limitato: dal punto di vista della società per azioni). Non arriva fino all’angoscia alla quale aspira il movimento della vita umana, poiché essa è segno di dispendi perfino eccessivi, che oltrepassano il limite di ciò che abbiamo in potere di tollerare. Tutto esige in noi che la morte ci distrugga: anticipiamo queste prove moltiplicate, questi ricominciamenti sterili dal punto di vista della ragione, quest’ecatombe della forza efficace che si compie nel vano passaggio dalla vita di un individuo ad altre più giovani. Comunque vogliamo profondamente la condizione che ne risulta, che è pressoché intollerabile, questa condizione d’individui promessi al dolore e all’annientamento inevitabile. O piuttosto, se questa condizione non fosse intollerabile, talmente dura che la nostra volontà rifluisce senza posa, non saremmo soddisfatti. Significativo che oggi un libro s’intitoli risibilmente ‹Affinché nulla muoia!›… I nostri giudizi si formano oggi in circostanze fallaci: coloro tra noi che si fanno sentire ignorano (e vogliono ‹a ogni costo› ignorare) che la vita è un lusso di cui la morte è il culmine, che tra i lussi della vita la vita umana è la più follemente dispendiosa infine, che, infine, al momento in cui la sicurezza della vita ‹scema›, un’apprensione accresciuta della morte è posta al culmine di un raffinamento rovinoso… Tuttavia, ignorandolo, non fanno che rendere maggiore l’angoscia senza la quale una vita consacrata tutt’intera al lusso sarebbe meno arditamente lussuosa. Poiché se è umano essere lussuosi, che dire di un lusso di cui l’angoscia è il prodotto e che l’angoscia non modera?”

GEORGES BATAILLE (1897 – 1962), “Storia dell’erotismo” (1950 – 1951. “L’histoire de l’érotisme” in Id., “Œuvres complètes”, Gallimard, Paris, tome VIII, 1976, pp. 7 – 165.), a cura di Franco Rella, trad. di Susanna Mati, con un saggio di Susanna Mati, Fazi, Roma 2006 (I ed.), Parte terza ‘Gli oggetti naturali nei divieti’, III. ‘La morte’, 5. ‘La morte è in definitiva la forma più lussuosa di vita’, pp. 67 – 68.



sabato 15 febbraio 2014

Jack Kerouac. Come mi sentivo terribilmente triste pensando a mia madre mentre dorme nel suo letto che lei morirà un giorno anche se lei stessa dice “la morte non è niente di cui preoccuparsi, da questa vita ci avviamo a un’altra”




Kerouac disse nel 1959: «Di recente Ben Hecht mi chiese qualcosa alla televisione ma in realtà voleva che parlassi contro qualcuno perché questa era la sua idea di libertà. Ma io voglio parlare in favore delle cose, del Crocefisso, della Stella d'Israele, dell'uomo più divino che sia mai vissuto che fu il tedesco Bach, del dolce Maometto, di Buddha, di Lao Tse e di Suzuki. Perché dovrei attaccare quello che amo? Questo è Beat, amare la nostra vita fino a consumarla».
In Fernanda Pivano Album americano.


Ci sono tutte le anime da esplorare! Amare non è poi così necessario, davvero, quanto lo è instaurare dei rapporti profondi con le persone che contano veramente. L'amore e l'odio sono la stessa cosa, vengono catalogati in modo diverso dal proprio orgoglio, o quello che volete… l'orgoglio personale è soltanto la mancanza di personalità. Ci sono tutte le anime da esplorare nell'arco di un’intera esistenza e se potessimo vivere mille vite o avere in noi l'energia di mille vite! Questa è sempre stata una delle mie idee preferite. Ci sono tutte le misteriose Brooklyn da esplorare, le navi, i cielo, e le cose – quelle mie antiche, onnipresenti estasi – e i boschi della terra da esplorare. Un'avventura del cuore, della mente, dell'anima. Dostoevskij dice che avere paura della vita è un peccato; e naturalmente ha ragione. Stanotte, in questo preciso istante, so che mi sforzerò di sistemare tutto ciò che ha bisogno di essere sistemato, non ho più paura di sistemare le cose. E se avessi un migliaio di vite e di energie, e potessi sistemare tutte le varietà che si manifestano nella vita! Ecco… per la prima volta nella mia esistenza mi inginocchio di fronte alla vita e sono pronto a baciarle la mano.
Jack Kerouac, "Un mondo battuto dal vento"


È bello. Voliamo attraverso le strade azzurre parlando con sincerità, come cittadini di Atene. Raphael è Socrate, che esibisce; il taxista è Alcibiade, che compra. Irwin è Zeus che osserva. Simon è Achille intenerito dappertutto. Io sono Priamo, e lamento la mia città bruciata e il figlio ucciso, e la desolazione della storia. Non sono timone d’Atene, sono Creso che piange la verità su un feretro in fiamme.
Jack Kerouac, Angeli di desolazione




Che me ne importava di tutte le ferite brucianti di tutti i torti noiosi del mondo, le ossa umane sono solo vane linee erranti, l’universo intero un vacuo calco di stelle. "Io sono il Bhikku Topo Vuoto!" sognavo.
Che m’importava dello squittio del piccolo io che vaga in ogni dove? I miei interessi erano sparpagliare, isolare, tagliare, espandere, estinguere, spegnere, nientaccadere, andare, andar fuori, spezzare il legame, legame, vano, trac! "La polvere dei miei pensieri raccolta in una sfera in questa solitudine senza tempo" pensai, e sorrisi davvero, perché alla fine vedevo la luce bianca per intero e dappertutto.
Jack Kerouac, "I Vagabondi del Dharma"


Come mi sentivo terribilmente triste pensando a mia madre mentre dorme nel suo letto
che lei morirà un giorno
anche se lei stessa dice “la morte non è niente di cui preoccuparsi,
da questa vita ci avviamo a un’altra”
come mi sentivo in ogni caso terribilmente triste
non avere vino per farmi dimenticare i miei denti che vanno in malora è cattivo abbastanza
ma il fatto che il mio corpo intero sta marcendo e il corpo di mia madre si sta disfacendo
verso la morte, è tutto così pazzescamente triste.
Sono uscito fuori nell’alba chiara : ma perché dovrei essere contento per un’alba
che nasce su un altro rumore di guerra,
e perché dovrei essere triste : in definitiva l’aria non è chiara e fresca?
Ho guardato i fiori sul cespuglio : uno era caduto:
un altro era appena sbocciato : nessuno di loro era triste o contento.
All’istante ho capito che semplicemente tutte le cose vengono e vanno compreso
qualche sentimento di tristezza . anche questo se ne andrà .
triste oggi ebbro domani . perchè agitarsi
così tanto?
Ognuno nel mondo ha difetti proprio come me. perché dovrei buttarmi giù?
Questo è un sentimento che viene soltanto per andarsene.
Ogni cosa va e viene.Benissimo!
Le guerre cattive non resteranno per sempre!
Anche le forme piacevoli se ne vanno.
Dal momento che ogni cosa semplicemente viene e va Oh perché essere triste? o contento?
Malato oggi pieno di salute domani.Ma Oh sono così triste proprio lo stesso!
proprio venendo e andando dappertutto per il luogo,
il luogo stesso viene e va.
In ogni caso finiremo tutti su in cielo,insieme in quella
eterna estasi dorata che ho visto.
Oh come è dannatamente triste che non possa scrivere bene su questo.
E’ un tentativo di facile luminosità di poesia ciardiana.
Dovrei veramente usare il mio modo personale.
Ma anche questo se ne andrà,preoccupazioni sullo stile. Sulla tristezza.
Mio piccolo gatto felice che fa le fusa e odia le porte!
E a volte è triste e silenzioso,
naso caldo,singhiozzi,
e un debole miagolio da cuore spezzato.
Là vanno gli uccelli, volando a ovest
per un momento.
Chi conoscerà mai il mondo
prima che se ne vada?
Jack Kerouac



Qual è la tua strada, amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.
Jack Kerouac, “Sulla strada”


«Cos'è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? È il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l'Addio. Ma intanto, ci si proietta in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo».
Jack Kerouac, “Sulla strada”


A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all'altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione».
Jack Kerouac, “On the Road



“A quel tempo danzavano per le strade come pazzi, e io li seguivo a fatica come ho fatto tutta la vita con le persone che mi interessano, perché le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!». Come li chiamavano, questi ragazzi, nella Germania di Goethe?”
Jack Kerouac, Sulla strada


Perché per me l'unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!.
Jack Kerouac, “Sulla strada”




(...) Ricerca di mezzi espressivi primordiali, ricerca di intensità di linguaggio, ricerca di valori morali originari: tutte le strade, per questi giovani scrittori, riconducono a uno stesso problema di ripiegamento su se stessi per liberarsi dalle pressioni del mondo contemporaneo. Per questo si può credere nel loro avvenire. I filistei e gli ottusi della nuova generazione, non c’è niente da fare, saranno i critici e i borghesi della generazione nostra; e sarà poco male, se la nuova generazione scriverà una pagina nella storia della letteratura.
Fernanda Pivano, prefazione del libro Sulla Strada di Jack Kerouac, ottobre 1958



La storia di On the Road di Jack Kerouac.
"Tra il 2 e il 22 aprile 1951", racconta Jack Kerouac all'amico Neal Cassady,
"ho scritto un romanzo su una striscia di carta lunga 120 piedi...infilata nella macchina da scrivere e senza paragrafi...fatta srotolare sul pavimento e sembra proprio una strada".
Con questo "rotolo" ha inizio la vicenda di "On the road", composto sotto l'effetto della benzedrina e col sottofondo musicale di Charlie Parker e Dizzy Gillespie, e rifiutato per sei anni dalle case editrici americane. Venne infatti pubblicato, ampiamente rimaneggiato e censurato secondo la morale dell'epoca, nel 1957 e fu subito un grande successo. L'autore ne rimase molto amareggiato: non poteva credere che il suo libro fosse accusato di oscenità e immoralità. La trama narra di due viaggi compiuti da un venticinquenne, Sal Paradise, attraverso gli Stati Uniti alla ricerca del suo mitico amico Dean Moriarty, incontrato di sfuggita a New York nel '46. Sal è un reduce di guerra, un sopravvissuto... Fare l'autostop e andare all'avventura non lo spaventa. Parte in autobus. Non vi dico, però, come finisce.
Kerouac, secondo me, non è un Classico. Ohibò! Kerouac è leggenda!
And the beat goes on!


"La prima edizione di «Sulla strada» uscì in Italia nel 1959 tra la diffidenza degli addetti ai lavori. Ora un Meridiano con i romanzi consacra definitivamente quell' irregolare KEROUAC.
Un maledetto nell'olimpo dei classici.
Ieri come oggi l'accademia non l' ha capito, ma i giovani continuano ad amarlo.
Una strada lunga cinquant'anni. È una storia triste e tormentata quella vissuta da Jack Kerouac e dai suoi romanzi per sconfiggere sospetti e pregiudizi. Nel 1951 dopo varie riscritture e ripensamenti Kerouac completa il suo libro più famoso: On the Road. Per vederlo pubblicato dovrà tuttavia attendere sei anni (1957) e incassare molte bocciature. Rifiutato sia dalle accademie sia dai circoli editoriali snob e molto letterari. Oggi, a cinquant' anni esatti da quella data, Jack Kerouac entra con tutti gli onori tra gli autori classici. Mondadori (che in Italia pubblicò On the Road nel 1959, con la traduzione di Magda de Cristofaro) manda infatti in libreria nella sua collana più prestigiosa, «I Meridiani», i Romanzi di Jack Kerouac. Un elegante volume ricco di apparati critici, cronologie, note, glossari, bibliografia. Il corpo centrale del volume, curato da Mario Corona, è composto da cinque titoli. Nell' ordine: Sulla strada, I sotterranei, Angeli della desolazione, I vagabondi del Dharma, Big Sur.
Ai romanzi va ad aggiungersi un' ampia scelta di «Scritti vari»:
si va da «La filosofia della Beat Generation» a «L'inizio del Bop», passando per la gustosa «Presentazione di Kerouac», una breve biografia, con tanto di titoli, occupazioni, hobby, fatta dall'autore stesso. Tutti i testi di Kerouac, compresi i romanzi - e qui sta uno dei pregi principali del volume - sono stati ritradotti. E le nuove traduzioni tengono conto, si misurano, con l' ostacolo più ostico per chi affronta le pagine dell' autore di Sulla strada: restare fedeli, non perdere, il «parlato quotidiano» usato da Kerouac. Una eccezione si è fatta per On the Road, presentato nella bella versione di Marisa Caramella, pubblicata da Leonardo nel ' 92, qui tuttavia ristampata con alcuni ritocchi. La scelta dei titoli farà sicuramente discutere, come è inevitabile che sia. In molti probabilmente avrebbero preferito alcuni dei titoli del Kerouac linguisticamente più innovativo, più coraggioso, più geniale, ma i curatori, per loro stessa ammissione hanno optato per una scelta «più classico-conservatrice». Discutibile, invece, l' apparato critico, ricco di citazioni e riferimenti ma debole, (e a volte con inspiegabili toni di forte antipatia per l' autore) proprio nel momento in cui dovrebbe dare conto del significato e del ruolo della narrativa di Kerouac. Spiegarne la genesi, l' originalità e non ingabbiarla in schemi troppo accademici. Ma forse sono proprio questi i rischi di chi affronta un autore tanto rivoluzionario. Nel 1992, Allen Ginsberg fu salutato al teatro Regio di Torino da un applauso lungo otto minuti. Alla domanda su quale fosse il segreto di tanto successo per gli autori beat, Ginsberg fu colto di sorpresa: «Non so» disse. «Le ragioni sono tante. Ma per me Gregory Corso e Jack Kerouac un motivo su tutti: non essere mai stati amati dagli accademici».
Antonio Troiano Il libro: Jack Kerouac, «Romanzi», a cura di Mario Corona, editore Mondadori, Meridiani, pagine 1626, lire 95.000, euro 49.










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