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mercoledì 5 agosto 2015

Ricerca sull'Apprendimento. Problema [...] dell’eccesso di compiti a casa rispetto al risultato scolastico segnalato dall’OCSE.

Competenze digitali 

Studiare tanto e imparare poco: il gap digitale della Scuola italiana

Una recente ricerca OCSE afferma che gli studenti italiani studiano tanto (a casa) ma imparano poco al contrario dei loro colleghi del Nord Europa: il responsabile è il digital divide della scuola italiana
di Paolo Ferri, università Bicocca di Milano

Una recente indagine dell’OCSE rileva come gli studenti italiani siano, nel mondo, tra i più “afflitti” dai compiti a casa. I nostri studenti delle medie superiori trascorrono, infatti, quasi nove ore la settimana a fare i “compiti” contro una media Ocse di 4,9 ore. E' il dato più elevato tra i paesi dell'area.

Fig. 1 Tempo dedicato ai compiti a casa dagli studenti dell’Area OCSE



Altro dato interessante: l'Italia si distingue anche per il maggior divario, nei risultati, tra gli studenti socio-economicamente avvantaggiati che dedicano ai compiti a casa circa undici ore per settimana - e quelli con una famiglia meno abbiente che non vanno oltre le sei ore. E' la differenza maggiore dell'intera Ocse. In questo modo anche la disparità di performance tra “ricchi” e "poveri" è tra le più elevate del mondo. In Italia, genitori e famiglie che hanno il tempo, la preparazione o le disponibilità ed economiche per fare studiare di più i ragazzi a casa hanno perciò figli più preparati e con più opportunità rispetto alle famiglie più svantaggiate, cosa che accade di meno in altri paesi OCSE.

Ma perché gli studenti italiani che studiano il doppio a casa di quelli finlandesi, e coreani non hanno gli stessi risultati scolastici ad esempio in matematica? Finlandesi e coreani che svettano nelle classifiche sulle competenze scolastiche, dedicano, infatti, allo studio in media meno di tre ore la settimana, meno della metà degli italiani. Anche Inglesi, Francesi e tedeschi hanno risultati migliori in matematica e studiano a casa molto meno dei nostri studenti!






Fig. 2 Prestazioni degli studenti di quindici anni nell’area OCSE in Matematica (punteggio di riferimento 500 punti). Rapporto OCSE PISA 2012.

L’OCSE stessa fornisce la risposta a questo mistero della scuola italiana. 
Dopo circa quattro ore la settimana di “compiti” a casa, il tempo in più investito sui libri ha effetti trascurabili sulla performance; nel caso dei nostri studenti cinque ore di compiti a casa sono inutili!

Altre caratteristiche del sistema scolastico di un paese, come la qualità dell'istruzione, l’infrastrutturazione tecnologica e l'organizzazione delle scuole hanno un'importanza maggiore. Ora è proprio su questo che vogliamo porre l’accento. In Finlandia, ad esempio, viene investito in istruzione, formazione e ricerca il 7,1 del PIL in Italia, un risibile 0,8 per cento. Ma è a livello metodologico e tecnologico che il gap tra la scuola italiana e quelle più avanzate è davvero elevato. I nostri insegnati sono molto preparati ma lavorano all’interno di un sistema che presenta elementi di radicale inefficienza, rispetto a quelli dei nostri cugini OCSE. Io credo che molte di queste difficoltà potrebbero essere superate elevando drasticamente il tasso di digitalizzazione dell’infrastruttura scolastica: vediamo perché.


L’assenza di infrastruttura tecnologica impedisce di cambiare la didattica

Come abbiamo più volte rilevato in questa sede, infatti, e secondo i dati forniti anche dal documento governativo La buona scuola in Italia solo il 9%, secondo le stime più ottimistiche, delle classi è connesso ad internet. Nei paesi con i migliori risultati nei test OCSE-PISA, questa percentuale supera sempre l’80%. Noi crediamo che essere “connessi” in classe offra agli insegnati e agli studenti un insieme di opportunità molto maggiore più rispetto a insegnati e studenti che si trovano a operare in classi “non connesse”. Analizziamo più in dettaglio le differenze:

a) Accesso diretto a contenuti disciplinari che possono fare la differenza

Il semplice accesso a Internet in classe offre la possibilità di accedere a una quantità di contenuti on-line e di ambienti di apprendimento disciplinari free disponibile on-line che evidentemente non posso che migliorare il tasso di preparazione e di motivazione degli studenti. Nel caso della matematica, oggetto dell’indagine OCSE-PISA cui ci riferiamo, la differenza è lampante. Ad esempio chi ha accesso a Internet in classe può usufruire e utilizzare le “classi virtuali” i video, e i contenuti del progetto Khan Accademy. Si tratta di un'organizzazione educativa no profit creata nel 2006 da Salman Khan, un ingegnere statunitense originario del Bangladesh. L'obiettivo dichiarato, di questo progetto è quello  di "fornire un'educazione di alta qualità a chiunque, dovunque", il sito dell'organizzazione raccoglie (a metà del 2013, oltre 4000 video-lezioni, caricate attraverso You Tube),che toccano un'ampia gamma di discipline; in particolare la matematica ma anche la fisica, la chimica, la biologia, l’astronomia, l’economia. Ciascuna lezione dura all'incirca dieci minuti ed è corredata di esercizi e di tracce di lavoro da svolgere nella classe virtuale che ciascun docente può crearsi gratuitamente. I contenuti di Khan Accademy sono disponibili anche in versione italiana a questo indirizzo https://it.khanacademy.org



b) Risparmio di circa il 60% sui contenuti per l’apprendimento

Nei paesi più sviluppati gli studenti non devo più portare a scuola pensanti cartelle piene di libri cartacei che nella maggior parte dei casi vengono utilizzati sono in minima parte. Gli studenti vanno a scuola solo con un notebook o un tablet che garantisce loro l’accesso sia all’ambiente virtuale/registro elettronico della scuola che ai contenuti digitali per l’apprendimento creati e prodotti dagli editori specificamente per i supporti digitali. Negli USA e nel Regno Unito il risparmio per le scuole e le famiglie si aggira, appunto,  intorno al 60%, ove scelgano la versione digitale degli Handbook per la scuola. Questo perché gli editori anglosassoni e del Nord Europa hanno deciso autonomamente al contrario di quelli di casa nostra di farsi sul serio concorrenza sul nuovo supporto digitale come dimostra il market place on-line Course Smart. E’ ovvio ed evidente a tutti il vantaggio e non solo quello per le schiene degli studenti, ma soprattutto quello per il budget delle istituzioni formative e delle famiglie;



c) Gestione  diretta dei compiti da parte degli insegnanti: meno ore di lavoro a casa per genitori e studenti

E’ veniamo al punto che ci interessa di più in questo contesto e cioè il problema dei “compiti a casa” da cui siamo partiti. E’ chiaro che nei paesi dove Internet e le metodologie didattiche attive legate all’utilizzo delle tecnologie in classe sono più diffuse (Ferri, P.  Come sarà la scuola dei veri  Nativi Digitali? Il futuro nella flipped classroom) minore è il numero di ore che vengono dedicate ai “cosiddetti” compiti a casa. Come accade appunto in Finlandia e Corea e negli altri paesi ad alta integrazione delle tecnologie nei sistemi di apprendimento. L’adozione, infatti, di metodologie didattiche attive, riduce drasticamente la quota di apprendimento nozionistico necessario agli studenti. Il “lavoro dello studente” si trasforma in lavoro di ricerca e approfondimento, guidato, in classe o a casa, dall’insegnate. La barriera tra casa e scuola viene abbattuta attraverso l’adozione di Ambienti virtuali per l’apprendimento che permettono all’insegnate di gestire direttamente il lavoro a casa degli allievi. In questo modo gli studenti “attivati” e attivi sulla rete e in classe non debbono più passare ore a casa a studiare, per lo  più a memoria, i contenuti spiegati in classe dall’insegnate. A scuola e con la guida dell’insegnate lavorano concretamente a risolvere problemi, applicando i principi del learning by doing di Dewey.



Conclusioni
Siamo partiti da un problema molto sentito dai genitori italiani quello dell’eccesso di compiti a casa rispetto al risultato scolastico segnalato dall’OCSE. Ricordiamoci che secondo le stime delle associazioni dei consumatori le “ripetizioni” costano ai genitori italiani tra i 150 e 200  milioni di euro all’anno (tutti in nero!) e siamo pervenuti ad una conclusione interessante. Anche in questo caso un uso “sensato” e metodologicamente corretto delle tecnologie digitali per l’apprendimento può risolvere sia il problema dei week end di genitori e studenti che quello dei budget familiari investito in libri cartacei e in ripetizioni. Con i 150 milioni risparmiate in “ripetizioni” forse anche gli stipendi dei docenti italiani - i più bassi d’Europa - potrebbero essere aumentati e resi più dignitosi, migliorando in questo modo anche la preparazione dei nostri studenti che studiano tanto e apprendono poco o comunque molto meno di quanto potrebbero.


http://www.agendadigitale.eu/competenze-digitali/1296_studiare-tanto-e-imparare-poco-il-gap-digitale-della-scuola-italiana.htm

lunedì 13 aprile 2015

Vadim Zeland, Scardinare il sistema tecnogeno.



Dal sistema vi potete staccare solo utilizzando lo stesso modo con cui esso vi lega. Bisogna cioè agire per opposizione. Se il sistema vi costringe a condurre una vita sedentaria, voi fate il contrario: iniziate a curare seriamente la vostra forma fisica; se il sistema vi nutre con cibi sintetici, passate ad alimenti naturali; se il sistema cerca di infarcirvi di ogni tipo di informazione, schivatela, fingendovi “vuoti”; se il sistema vi avvelena con sostanze chimiche e radiazioni, sforzatevi di scegliere in tutto un percorso ecologico, dalla casa alla cosmesi. Ecco quant’è semplice questo principio.
Non dico che si debba passare subito al crudismo o a isolarsi in un ecovillaggio. Cominciate da quello che vi è più accessibile e semplice. Cominciate, imboccate questo cammino e poi sarà il cammino a condurvi nel posto giusto.
Vadim Zeland, Scardinare il sistema tecnogeno




giovedì 5 marzo 2015

Giorgio Bassani. Ci guardiamo bene dal sognare che l'Italia e il mondo tornino indietro, verso la civiltà agricolo-forestale da cui tutti proveniamo. Vogliamo però che la civiltà tecnologico-industriale, di cui facciamo parte, la smetta di tentare di convincere il mondo che è opportuno l'avvento di un'epoca di consumatori-consumati. Noi siamo diversi, vogliamo che gli uomini continuino a essere uomini.


"Ci guardiamo bene dal sognare che l'Italia e il mondo tornino indietro, verso la civiltà agricolo-forestale da cui tutti proveniamo. Vogliamo però che la civiltà tecnologico-industriale, di cui facciamo parte, la smetta di tentare di convincere il mondo che è opportuno l'avvento di un'epoca di consumatori-consumati. Noi siamo diversi, vogliamo che gli uomini continuino a essere uomini." 
Giorgio Bassani, scrittore




venerdì 2 maggio 2014

Hugo Cabret. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo.


Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo.
Hugo Cabret


Hans. Jonas. Il Principio di responsabilità. L’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui [...] Tra il “principio speranza” di Ernst Bloch e il “principio disperazione” di Günther Anders, il “principio responsabilità” dà voce a una via di mezzo, nel tentativo di coniugare in un modello unitario etica universalistica e realismo politico.


Il dibattito intorno alla nostra responsabilità verso le generazioni future si è fatto in questi anni sempre più fitto e interessante, man mano che svanivano le certezze sul modello di sviluppo fondato sull’asservimento tecnologico della natura e l’”euforia del sogno faustiano” della modernità lasciava il posto a una visione della storia disincantata e perplessa – quando non disperante e apocalittica. L’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui, mentre alle tante fratture sociali che ostacolano il cammino verso un’umanità unificata si è venuta ad aggiungere la contraddizione antagonistica tra il mondo di oggi e il mondo di domani. Muovendo da questa diagnosi, Hans Jonas cerca in questo lavoro di andare alle radici filosofiche del problema della responsabilità, che non concerne soltanto la sopravvivenza, ma l’unità della specie e la dignità della sua esistenza. Tra il “principio speranza” di Ernst Bloch e il “principio disperazione” di Günther Anders, il “principio responsabilità” dà voce a una via di mezzo, nel tentativo di coniugare in un modello unitario etica universalistica e realismo politico.




lunedì 23 dicembre 2013

Jack Purcell. LA PRIMA RIVOLUZIONE DEVE ESSERE CULTURALE. SERVE MAGGIORE ORGANICITÀ E UNA MAGGIORE COSCIENZA COLLETTIVA. […] Si determina anche un CAMBIAMENTO DI MENTALITÀ NEL MONDO DEL LAVORO, SI È PAGATI PER QUELLO CHE SI FA NON PER QUANTE ORE SI VIENE IMPIEGATI. Questione di mentalità, è sbagliato sia il datore che se ne approfitta (il mega direttore che schiavizza il fantozzi) sia il dipendente che se ne approfitta (i colleghi di lavoro di fantozzi che se ne stanno sul tetto a prendere il sole mentre esso in ufficio fa il lavoro di tutti). Questo paese è tenuto su dai fantozzi sia che sia un dipendente o un imprenditore ha sopra di lui una casta da mantenere.






IL PROGRESSO TECNOLOGICO, CHE OGGI PROVOCA ULTERIORE DISOCCUPAZIONE, DEVE PRODURRE UN'ATTENUAZIONE DELLA FATICA E UNA PIÙ LARGA DIFFUSIONE DEL LAVORO PER TUTTI, con una maggiore possibilità per i lavoratori di esercitare i loro fondamentali diritti politici. Questo è possibile solo con un'ECONOMIA ORIENTATA VERSO LA RIDUZIONE DEL LAVORO E LA CREAZIONE DI NUOVI POSTI DI LAVORO: meno lavoro per tutti, più lavoro per tutti. Questo già accade in Francia e in Germania da molti anni, con un orario settimanale di 35 ore, e uno sviluppo economico superiore a quello dell'Italia.


LA PRIMA RIVOLUZIONE DEVE ESSERE CULTURALE. SERVE MAGGIORE ORGANICITÀ E UNA MAGGIORE COSCIENZA COLLETTIVA. […] Si determina anche un CAMBIAMENTO DI MENTALITÀ NEL MONDO DEL LAVORO, SI È PAGATI PER QUELLO CHE SI FA NON PER QUANTE ORE SI VIENE IMPIEGATI. Questione di mentalità, è sbagliato sia il datore che se ne approfitta (il mega direttore che schiavizza il fantozzi) sia il dipendente che se ne approfitta (i colleghi di lavoro di fantozzi che se ne stanno sul tetto a prendere il sole mentre esso in ufficio fa il lavoro di tutti). Questo paese è tenuto su dai fantozzi sia che sia un dipendente o un imprenditore ha sopra di lui una casta da mantenere. 


[…] TRA POCHISSIMI ANNI, I ROBOT SARANNO MACCHINE CHE SOSTITUIRANNO I LAVORATORI.... Le nuove tecnologie non ancora commercializzate (computer quantistici .... livello sperimentale e militare) daranno a chiunque la possibilità di creare fabbriche a basso costo. Da qui la NECESSITÀ DI RIVEDERE TOTALMENTE IL SISTEMA MONDO.
Prima che sia troppo tardi È IMPELLENTE VEDERE OLTRE E RISTRUTTURARE IL SISTEMA UMANO. Appena sarà disponibile una tecnologia (è molto vicina) di automi autosufficienti (batterie nuove )  ci sarà un grosso contra colpo a infiniti posti di lavoro.......

venerdì 30 agosto 2013

Carlo Sini. Fenomenologia. E' il tentativo di tornare alle "cose stesse", mettendo tra parentesi le teorie sulle quali abbiamo edificato i nostri saperi. Si vuole fare ritorno all'essere del mondo così come questo si manifesta, in modo genuino e primario, riesaminando, riosservando e ridescrivendo i fenomeni originali. Secondo Husserl dobbiamo aderire alle cose, non nasconderle, servendoci della lingua che ricostruisca una ragione descrittiva. Questa teoria ha plasmato diversi metodi d'approccio scientifico. Ad essa si è ispirata la fenomenologia psichiatrica, dove il paziente viene descritto così com'è, nel suo apparire, e la terapia trova il proprio motore nei dati immediati dei suoi gesti e dei suoi atteggiamenti

Carlo Sini 
"Tra Hussler e Heidegger frattura che ha inciso sul Novecento"

Parla il professore che ha insegnato Filosofia Teoretica all'Università di Milano ed è un esperto riconosciuto dei due pensatori

La frattura tra Martin Heidegger e Edmund Husserl riflette una divaricazione d'interessi, o un tradimento del primo nei confronti del secondo, che ha inciso profondamente su certe crisi del pensiero nel Novecento. Autore di un'opera significativa come Essere e tempo (1927), Heidegger fu allievo di Husserl, fondatore della fenomenologia. Questo termine può suonare misterioso alle orecchie dei digiuni di filosofia.


Ma non c'è nulla di criptico nella storia della rottura che separò le sorti dei due filosofi: quel tradimento ha una portata la cui vastità tocca territori tutt'altro che specialistici, poiché è giunto a segnare con estrema concretezza lo sviluppo delle prospettive riguardanti il cambiamento del rapporto dell'uomo con la natura e il divorante espandersi della scienza e della tecnologia.



In questa serie di articoli sui traditori e le loro vittime, il contrasto tra Heidegger e Husserl, e l'onda lunga degli effetti che ne conseguirono sul pensiero del mondo manifestato dalla civiltà occidentale, ci vengono raccontati da uno dei massimi filosofi italiani, Carlo Sini, che ha insegnato per molti anni Filosofia Teoretica all'Università di Milano e che è un esperto riconosciuto dei due pensatori.



Perché Heidegger tradì il suo maestro Husserl?

"Sembra che a rompere i rapporti sia stato Husserl, sconcertato dall'adesione di Heidegger al nazismo. Vale comunque la pena di rammentare che Heidegger dedicò a Husserl Essere e tempo e glielo consegnò a Friburgo nel giorno del suo compleanno. Husserl, al momento, non lo aprì nemmeno. Lo fece tempo dopo, quand'era cresciuta la fama del suo allievo. E commentò che si trattava del suo stesso pensiero "ma senza fondamento". Lo considerò un tradimento della fenomenologia, che non fu mai abbandonata da Husser ".



Può spiegare il termine "fenomenologia"?

"E' il tentativo di tornare alle "cose stesse", mettendo tra parentesi le teorie sulle quali abbiamo edificato i nostri saperi. Si vuole fare ritorno all'essere del mondo così come questo si manifesta, in modo genuino e primario, riesaminando, riosservando e ridescrivendo i fenomeni originali. Secondo Husserl dobbiamo aderire alle cose, non nasconderle, servendoci della lingua che ricostruisca una ragione descrittiva. Questa teoria ha plasmato diversi metodi d'approccio scientifico. Ad essa si è ispirata la fenomenologia psichiatrica, dove il paziente viene descritto così com'è, nel suo apparire, e la terapia trova il proprio motore nei dati immediati dei suoi gesti e dei suoi atteggiamenti ".



Qual era la posizione di Heidegger?

"Si convinse che un programma filosofico, pur apprezzabile, che avesse a fondamento l'immediatezza delle cose stesse, fosse già fallito a partire da Platone. Quella filosofia nata per il dominio del logos uccideva se stessa. Da qui la sua critica alla metafisica. Il tentativo fu perciò di ritrovare una verità della realtà in qualcosa che preceda la filosofia, e trovò quel qualcosa nella poesia. Nel "pensiero poetante", come amava ripetere. Non a caso lavorò molto su Rilke".



In che modo Heidegger, in principio, aderì alla fenomenologia?

"Per molti versi vi restò ancorato fino all'ultimo. Negli anni Sessanta (Husserl era morto nel '38), Heidegger scrisse di considerarsi legato alla rivelazione fenomenologica, che doveva in gran parte a Husserl. Ma è grande il divario tra i due filosofi, a partire dalle rispettive formazioni. Heidegger proveniva da studi classici, mentre Husserl era un frutto delle scienze matematiche. I suoi riferimenti erano l'illuminismo e Cartesio: era un ebreo votato al culto della ragione

Heidegger invece prendeva le mosse da Aristotele, che arrivava a considerare un fenomenologo più profondo del suo maestro. In sostanza Heidegger è un romantico, e vede la modernità come un pericolo enorme che ha preteso di sostituirsi a Dio e d'impadronirsi della natura. Il suo è un pensiero genialmente reazionario".


Husserl, a sua volta, non ebbe forse un rapporto problematico con la modernità?

"Sì. Nella sua ultima opera rimasta incompiuta, La crisi delle scienze europee, Husserl evoca i rischi della specializzazione scientifica, che può far perdere il senso della ragione umana e portare l'Europa a divenire un fenomeno meramente antropologico, come la Cina o ciò che ha determinato la filosofia occidentale attraverso l'impresa della modernità, da Galileo a Cartesio, si mostra solo come volontà di potenza. Anche per Heidegger è necessario abbandonare la ragione devastatrice che rende la terra un deserto. Ma la divergenza dei due filosofi coincide con un'opposizione epocale. Per Husserl il nichilismo, cioè la caduta nella barbarie della scienza che ha perso l'unità del potere, diventa un impegno ulteriore per la ragione, da ricondurre ai suoi compiti veri, in quanto l'illuminismo ha promulgato una ragione incapace d'imporsi

Secondo Heidegger invece, lo svelamento di un essere enigmatico che si sottrae alla ragione occidentale rischia di gettarci nel "futuro della bomba atomica". L'uomo che si autoproclama signore della natura ha compiuto un sacrilegio nei confronti dell'essere, e ci sospinge verso la devastazione".


Heidegger è convinto che l'uomo, con un eccesso d'uso della scienza, abbia tradito il proprio ruolo nella vita?

"Esatto. E legge l'avvio di tale tradimento nella filosofia platonica. Si comincia a scambiare l'essere delle origini con una sorta di entificazione, riducendo la rivelazione degli esseri a cose che si possono manovrare, misurare, produrre. Husserl e Heidegger concordano nel sostenere che ridurre l'ente alla sua misura matematica, come fa Galileo, è insufficiente. Però l'uno vuol scavare sotto e andare all'indietro, mentre l'altro si propone di scavare avanti e andare oltre. 



Heidegger aveva intuito una cosa non chiara a Husserl, e cioè la natura tecnologica della vita moderna: aveva compreso che la tecnica non è un'applicazione della scienza, ma che quest'ultima è una conseguenza della tecnica, laddove Husserl era ancora della vecchia idea che prima si fa la teoria e poi si costruisce la pratica. Per Heidegger il porre l'uomo al centro della natura e farne il suo legislatore è la tragedia dell'Occidente, mentre per Husserl la filosofia equivale alla ragione, che in fin dei conti genera la democrazia. Le correnti nazionalistiche, infatti, tradiscono questo modo di pensare".



Non a caso Heidegger aderì al nazismo.

"Questa è stata una vergogna e una rovina per la filosofia. Un vero tradimento: uno dei più influenti filosofi del Novecento ha tradito l'essenza di libertà e umanità che la filosofia incarna. Husserl sosteneva che i filosofi sono i funzionari dell'umanità. Una visione democratico-illuministica intollerabile per Heidegger".



Ma Heidegger fu davvero nazista? Nella famosa intervista concessa alloSpiegel, "Ormai solo un Dio ci può salvare", prende le distanze dal nazismo.

"Era un seguace del nazismo della prim'ora, un simpatizzante delle camicie brune. Da figlio di contadini, scorse nel nazismo delle origini una rivolta popolare che tornava alle forze della natura contro quelle che considerava le due degenerazioni della democrazia occidentale, cioè l'illuminismo e il marxismo. Ma quando ci fu "la notte dei lunghi coltelli" capì la pericolosità dell'hitlerismo.



Resosi conto delle sue implicazioni, lo rinnegò e fu perseguitato per questo. L'anima nera di Heidegger fu la consorte Elfride, antiebraica e iscritta fin da giovane nei movimenti nazisti. E tanto per inseguire ancora il tema del tradimento, con una digressione in ambito privato, c'è da dire che Heidegger tradì molto sua moglie. Al di là della sua maschera di severa rispettabilità, il grande filosofo non solo visse una tormentata storia d'amore con la più illustre tra le sue allieve, Hanna Arendt, ma ebbe numerose relazioni clandestine".



La nozione di tradimento è frequentata dalla filosofia?

"Lo è nella forma nobilitata e un po' idealistica del motto Amicus Plato sed magis amica Veritas. Ovvero: inevitabile che il buon discepolo tradisca. Sono amico di Platone, ma la verità è più amica. Il discepolo fedele è un ripetitore, ma ogni cosa ripetuta muore. L'eccesso di fedeltà produce un'imbalsamazione delle idee".





venerdì 16 agosto 2013

Marshall McLuhan. Ogni invenzione o tecnologia è un'estensione o un'autoamputazione del nostro corpo, che impone nuovi rapporti e nuovi equilibri tra gli altri organi e le altre estensioni del corpo



Ogni miglioramento nelle comunicazioni aumenta le difficoltà di comprensione
Marshall McLuhan. La galassia Gutenberg


Ogni invenzione o tecnologia è un'estensione o un'autoamputazione del nostro corpo, che impone nuovi rapporti e nuovi equilibri tra gli altri organi e le altre estensioni del corpo.
Marshall McLuhan




dipende dall'uso che se ne fa....l'importante è che non annulli i contatti umani



I contatti umani permangono se si impara a utilizzare in modo appropriato le tecnologie... Spesso sono gli uomini a distruggere i rapporti interpersonali e ad isolarsi


L'unica invenzione che non é stensione del nostro corpo é il libro
Jorge Luis Borges


Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti
Albert Einstein


martedì 6 agosto 2013

Sam Harris. La diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare



La diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare.
Sam Harris


I nemici di Dio sono più onesti dei suoi amici

di Sam Harris (traduzione a cura di Marco Bortolato)
Bene o male, sono in parte responsabile di aver fatto diventare il termine “ateismo” un argomento di conversazione. In un certo senso è ironico, visto che è un termine che non amo e non uso. Nel mio libroLa fine della fede, per esempio, non mi sono mai definito ateo, e tuttavia questo libro è il mio contributo più sostanziale al dibattito sull’ateismo.
Come ho rimarcato nel mio successivo libro Lettera a una nazione cristiana, non abbiamo un termine per definire chi rifiuta l’astrologia, né ne abbiamo bisogno. Se legioni di astrologi cercassero di modellare la vita pubblica secondo la loro pseudo-scienza, non avremmo certo bisogno di definirci “non-astrologi” per rimetterli in riga. Basterebbero infatti parole come “ragione”, “evidenza” e “buon senso”. Le stesse considerazioni dovrebbero valere per la religione. Tuttavia, visto che ci sono cose ben più importanti per credenti e non, non è opportuno cavillare eccessivamente sulle definizioni. Nonostante le mie perplessità a riconoscermi nella definizione di ateo, considero assolutamente ingiustificato lo stigma che a tale termine s’accompagna. Esso è, senza dubbio, il risultato di una serie di vuote e untuose asserzioni spacciate ai fedeli per argomenti. Basta limitarsi ad alcune delle risposte alle domande di questa settimana per averne strabilianti riscontri.
Alla domanda se gli atei e i credenti possano avere “una conversazione produttiva”, sono abbastanza sicuro che la risposta sia “sì”. Tuttavia, non sono altrettanto sicuro che tale conversazione potrebbe rivelarsi produttiva in tempi abbastanza brevi da impedire l’insorgere nella nostra società di orrori da troglodita. Anche la diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare. Tuttavia, difendere tali ragioni è stata la mia principale occupazione fin dall’11 settembre 2001, quando 19 uomini pii hanno mostrato alla nostra pia nazione proprio i beneficî delle certezze religiose.
Avendo speso gli ultimi anni a criticare pubblicamente la religione, sono ormai uso ai modi con cui i fedeli reagiscono a difesa di Dio. Da quanto ho visto, non vi sono poi moltissimi modi; mi sembra anzi che ce ne siano appena tre: affermare la verità di una determinata religione; affermarne l’utilità; più semplicemente, accusare l’ateismo di intolleranza, élitarietà, irrazionalismo o additarlo comunque a disprezzo. Ogni conversazione tra atei e credenti va a finire prima o poi su uno di tali binari o, alla meglio, altalena tra l’uno o l’altro di essi:
  • La religione è vera. Affermare che una qualsiasi delle religioni del mondo sia vera implica due problemi: il primo è che – come Bertrand Russell affermava un secolo fa – le principali religioni fanno affermazioni inconciliabili sia su Dio sia su cosa gli esseri umani dovrebbero credere per sfuggire alle fiamme dell’inferno. Data l’ovvia diversità di queste affermazioni, ogni credente dovrebbe aspettarsi la dannazione su basi puramente probabilistiche; il secondo problema insito in ogni asserzione a favore della verità della religione è che le prove a favore delle più comuni dottrine religiose sono scarse quando non addirittura nulle. Ciò include tutte le affermazioni sull’esistenza di un Dio personale, sull’origine divina di certi libri, sulla nascita immacolata di certi individui, sulla veridicità degli antichi miracoli, etc. Per migliaia di anni, la religione è stata un ricettacolo di dogmatismo e false certezze, e tale rimane al giorno d’oggi. Non v’è singola persona sulla Terra che abbia sufficienti motivi per esser certa che Gesù sia resuscitato o che Maometto abbia parlato all’angelo Gabriele nella sua caverna. Nonostante ciò, miliardi di persone professano tali certezze. Questa condotta è non solo imbarazzante, ma persino pericolosa, e dovremmo smetterla di accampare scuse per giustificarla.
  • La religione è utile. L’argomentazione che la religione sia utile non è a sua volta esente da problemi, e molti di essi sono visibili quotidianamente, con le esplosioni di bombe. Qualcuno può seriamente affermare che il fatto che al giorno d’oggi milioni di musulmani credano nella metafisica del martirio sia un bene? È davvero così utile che molti ebrei immaginino che il Creatore dell’Universo abbia dato loro uno spiazzo di deserto di fronte al Mediterraneo? Quant’è stata psicologicamente benefica l’ansia del cristianesimo sul sesso, nel corso di queste ultime settanta generazioni?
  • Il problema più grave che sorge dal sostenere dell’utilità delle religioni, comunque, è che essa non ha nulla a che fare con la questione di fondo: il fatto che una credenza possa essere utile non implica in nessun modo che sia anche vera. Tra i tanti modi di illustrare questo punto, ecco come l’ho presentato in un recente dibattito online:
    Il fatto che certe credenze religiose possano essere utili non implica in alcun modo la loro legittimità. Posso garantire, per esempio, che la seguente religione, inventata da me negli ultimi dieci secondi, sarebbe di straordinaria utilità. È chiamata “Scientismo”. Ecco il suo credo: sii gentile con gli altri, non mentire, rubare o uccidere, e obbliga i tuoi bambini a padroneggiare nel miglior modo possibile la matematica e le scienze, o dopo la morte diciassette demoni ti tortureranno con pinze roventi per l’eternità. Se potessi diffondere questa fede a miliardi di persone, avrei pochi dubbi che vivremmo in un mondo migliore di quello attuale. Ma ciò implicherebbe forse che i diciassette demoni dello Scientismo esistano? Le illusioni utili non equivalgono in nessun modo alle credenze vere.
  • L’ateismo è cattivo. Piuttosto che argomentare a favore della verità delle loro credenze religiose, o produrre prove sull’utilità della religione, gli apologeti di Dio spesso attaccano l’ateismo alla stregua di un’altra religione, accusandolo di essere dogmatico, intollerante, irrazionale etc. Quest’omelia ha il pregio di essere facile da ricordare e ripetere, e difatti riecheggia quotidianamente, e incessantemente, nell’ambito della discussione religiosa americana. Essa si basa, peraltro, su molte false concezioni sull’ateismo stesso. Questa vigilia di Natale ho pubblicato un saggio sul Los Angeles Times, intitolato «Dieci miti e dieci verità sull’ateismo», in cui ho tentato di mettere alcuni punti in chiaro. Non è mia intenzione ripetere tali punti in questa sede. Coloro che fossero interessati possono comunque trovare l’articolo sul mio sito Internet.

lunedì 22 luglio 2013

Heisenberg. PROCESSO STORICO CHE TENDE VERSO UN’UNIFICAZIONE ED UN AMPLIAMENTO DEL NOSTRO MONDO ATTUALE. Questo processo dovrebbe di per sé condurre ad una diminuzione di quelle tensioni culturali e politiche che costituiscono il grande pericolo del nostro tempo. MA ESSO È ACCOMPAGNATO DA UN ALTRO PROCESSO CHE AGISCE NELLA DIREZIONE OPPOSTA


Werner Heisenberg, nome che molti di voi avranno sentito nominare nella serie tv Breaking Bad, è considerato uno dei padri della meccanica quantistica, per il cui sviluppo ricevette il Nobel nel 1932.
Come caratteristica fondamentale, la meccanica quantistica descrive la radiazione e la materia sia come fenomeno ondulatorio che come entità particellare, al contrario della meccanica classica, dove per esempio la luce è descritta solo come un'onda o l'elettrone solo come una particella.
La relazione fra natura ondulatoria e corpuscolare delle particelle e della radiazione è riscontrabile nel famoso principio di indeterminazione di Heisenberg.
https://it.wikipedia.org/wiki/Meccanica_quantistica
IL CROLLO DELLA VISIONE "CLASSICA" DEL MONDO
"Ricordo discussioni con Bohr che si protraevano per molte ore fino a notte fonda e si concludevano quasi con un senso di disperazione. Quando, alla fine della discussione, me ne andavo da solo a passeggiare per il parco continuavo a ripetermi la domanda: "é possibile che la natura sia così assurda come ci appare in questi esperimenti con gli atomi?"
Werner Heisenberg
G. Carlo Ghirardi - "Un'occhiata alle carte di Dio"



L'universo non è fatto da cose, ma da reti di energia vibratoria che emergono da qualcosa di ancora più profondo e sottile
Werner Heisenberg


Il mondo appare così come un complicato tessuto di eventi, in cui diverse specie di connessioni, si alternano, si sovrappongono, e si combinano, determinando la struttura del tutto..
Werner Heisenberg


"La filosofia di Kant attrasse l'attenzione sul fatto che i concetti di spazio e di tempo appartengono alla nostra relazione con la natura, non alla natura stessa."
Werner Heisenberg, "Fisica e Filosofia"


Alcuni fisici preferirebbero tornare all'idea di un mondo reale ed oggettivo, le cui parti più piccole esistono oggettivamente così come esistono le pietre e gli alberi indipendentemente dal fatto se li osserviamo oppure no. Questo, tuttavia, è impossibile
Werner Heisenberg, premio Nobel per la fisica 1932 e uno dei padri della fisica quantistica, che morì il 1° febbraio 1976




Riccardo Manenti

Il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce che non sia possibile rivelare con arbitraria precisione due osservabili complementari (come posizione e velocità) di un sistema fisico.
Questo principio ha ripercussioni interessanti;
ad esempio l'elio non solidifica mai, nemmeno a bassissime temperature (a meno che non si applichino altissime pressioni). Il principio di indeterminazione di Heisenberg non ha nulla a che fare con la natura corposculare-ondulatoria della luce o di altre particelle. Tale corrispondenza è invece più palese nella relazione di de Broglie.
[...] di solito si dice che l'effetto fotoelettrico mostri la natura corpuscolare della luce.
Diversi anni dopo pero' ho scoperto che Scully e Lamb (nobel in Fisica) riuscirono a spiegare l'effetto fotoelettrico senza dover tener conto della natura corpuscolare della luce (vedi: Lamb, Scully, The photoelectric effect without photons 1968).



[...]  in realtà il comportamento del fotone è univoco: il fatto che tu abbia indeterminazione sulla misura non implica necessariamente che il fotone sia in sé indeterminato. e in più credo abbia anche voluto dire che, considerare che il fotone (così come le altre particelle subatomiche) sia in sé indeterminato, e accettare, quindi, come dogma il principio di heisenberg, sia di grossissimo intralcio per le probabili future scoperte :)
[...] tu dici che il fotone sia "particella" e "onda" contemporaneamente ma sia "particella" che "onda" non esistono, sono modelli perfetti (matematici) di cose che in realtà hanno un'essenza che potrebbe discostare dal modello che per definizione è un'approssimazione... ora, visto che questa essenza mai potrà essere compresa perché la realtà è sempre inevitabilmente filtrata dalla tua percezione, ma visto anche che è poco significativo dire "il fotone può comportarsi o da particella o da onda" poiché è impossibile stabilire quando si comporterà in un modo e quando in un altro (e quindi, da questo punto di vista, l'assunto "il fotone può comportarsi o da particella o da onda ma è impossibile stabilire quando si comporterà in un modo e quando in un altro" limita solamente il mio modo di vedere le cose senza essere in nessun modo produttivo, o almeno non essendolo più, visto che adesso i nostri obiettivi mirano più in alto che alla semplice descrizione della realtà attraverso una "teoria quantistica" che, per carità, è una delle più valide e coerenti, ma ancora poco è applicabile ai problemi reali del quotidiano), perché non tentare di bypassare questo "dogma" e cercare altrove un modello univoco che la descriva?




In questa presentazione avrete modo di comprendere, abbastanza approfonditamente:
Il Principio di Indeterminazione di Heisenberg;
L'Effetto Compton;
Il Principio di Complementarità di Bohr;
Il Criterio di Realtà (o di Esistenza) di Einstein, Podolsky e Rosen;
La Non-Spazialità (o Non-Località) delle misteriose entità quantistiche, di natura microscopica

http://youtu.be/nN3BWe4LanQ



Werner Heisenberg. Intensificarsi del processo unificatorio. 
Si può affermare che la fisica moderna costituisce una parte - assai caratteristica - d’un generale PROCESSO STORICO CHE TENDE VERSO UN’UNIFICAZIONE ED UN AMPLIAMENTO DEL NOSTRO MONDO ATTUALE. Questo processo dovrebbe di per sé condurre ad una diminuzione di quelle tensioni culturali e politiche che costituiscono il grande pericolo del nostro tempo. MA ESSO È ACCOMPAGNATO DA UN ALTRO PROCESSO CHE AGISCE NELLA DIREZIONE OPPOSTA. Il fatto che grandi masse di gente acquistino coscienza di questo processo di unificazione si traduce in un incitamento a tutte le forze delle comunità culturali esistenti ad assicurarsi per i loro valori tradizionali la parte piú larga possibile nello stato finale dell’unificazione. Queste tensioni aumentano e i due processi in competizione sono cosí strettamente legati l’uno all’altro che OGNI INTENSIFICARSI DEL PROCESSO UNIFICATORIO – PER MEZZO, AD ESEMPIO, DEL NUOVO PROGRESSO TECNICO – INTENSIFICA ANCHE LA LOTTA PER LA CONQUISTA DELLA POSIZIONE FINALE E CONTRIBUISCE QUINDI ALL’INSTABILITÀ DELLO STATO TRANSITORIO. Può essere che la fisica moderna svolga solo un ruolo modesto in questo pericoloso processo di unificazione. Ma essa contribuisce, in due punti decisivi, a MANTENERE A QUESTO SVILUPPO IL CARATTERE DI UNA PACIFICA EVOLUZIONE. Primo, essa mostra quale disastro sarebbe in tale processo l’uso delle armi; secondo, attraverso la sua APERTURA VERSO OGNI GENERE DI IDEOLOGIA essa fa sorgere la SPERANZA CHE NEL FINALE STATO D’UNIFICAZIONE MOLTE, DIVERSE TRADIZIONI CULTURALI POSSONO CONVIVERE E POSSONO FONDERSI INSIEME COMPORTAMENTI UMANI DIVERSI IN UN NUOVO TIPO D’EQUILIBRIO FRA PENSIERO E PRASSI, FRA ATTIVITÀ E MEDITAZIONE.”
WERNER HEISENBERG (1901 - 1976), “Fisica e filosofia. La rivoluzione scientifica moderna” [I capitoli che compongo il libro sono stati letti alle ‘Gifford Lectures’ nel trimestre invernale, 1955 – 1956, St. Andrew University, St. Andrew, Scozia], introduzione di F.S.C. Northrop, trad. di Giulio Gnoli, Il Saggiatore, Milano 1966 (I ed. 1961), ‘Il ruolo della fisica moderna nell’attuale sviluppo del pensiero umano’, p. 238.

“ One may perhaps state that modern physics is just one, but a very characteristic, part of a general historical process that tends toward a unification and a widening of our present world. This process would in itself lead to a diminution of those cultural and political tensions that create the great danger of our time. But it is accompanied by another process which acts in the opposite direction. The fact that great masses of people become conscious of this process of unification leads to an instigation of all forces in the existing cultural communities that try to ensure for their traditional values the largest possible role in the final state of unification. Thereby the tensions increase and the two competing processes are so closely linked with each other that every intensification of the unifying process —for instance, by means of new technical progress — intensifies also the struggle for influence in the final state, and thereby adds to the instability of the transient state. Modern physics plays perhaps only a small role in this dangerous process of unification. But it helps at two very decisive points to guide the development into a calmer kind of evolution. First, it shows that the use of arms in the process would be disastrous and, second, through its openness for all kinds of concepts it raises the hope that in the final state of unification many different cultural traditions may live together and may combine different human endeavors into a new kind of balance between thought and deed, between activity and meditation.”

WERNER HEISENBERG, “Physics and Philosophy. The Revolution in Modern Science” (I ed., Harper and Row, New York 1958), Introduction by Paul Davies (1989), Penguin Books, New York 2000, ‘The Role of Modern Physics in the Present Development of Human Thinking’, pp. 143 – 144.



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