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lunedì 28 novembre 2016

Il giardino dei Finzi-Contini. Una delle forme più odiose di antisemitismo era precisamente questa: lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza COME gli altri, e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all'ambiente circostante, lamentare l'opposto: che fossero tali e quali agli altri, cioè, nemmeno un poco diversi dalla media comune.

Il manoscritto de Il Gattopardo mi venne segnalato nell'autunno del 1957. 
Lampedusa era già morto. 
La persona amica che me ne parlò per prima mi confidò d'avere l'impressione che il manoscritto fosse di mano d'una anziana signorina dell'aristocrazia palermitana. Incuriosito, andai a ritirare il testo. Ricordo che il pacchetto m'era stato lasciato nella guardiola del portinaio. Lo aprii immediatamente e cominciai lì stesso, a scorrerne le prime righe. Ebbi subito l'impressione che non si trattasse affatto d'un'anziana signorina, ma di un vero scrittore. Seppi, più tardi, che il manoscritto era del principe Tomasi di Lampedusa che avevo conosciuto, due anni prima, a San Pellegrino insieme a Lucio Piccolo, il poeta suo amico, in un incontro di giovani scrittori.
A quell'incontro era venuto, in treno dalla Sicilia, accompagnato da un servitore, anche Lampedusa. Quando fui più avanti nella lettura del manoscritto, il mio interesse si trasformò in entusiasmo. Chiamai la vedova a Palermo e ricordo che la principessa, con quel suo strano accento russo-tedesco, mi chiese al telefono: «Ma lei crede veramente che si tratta di bello libro?». 
«Stupendo», risposi e aggiunsi che avrei richiamato appena completato il manoscritto. 
Quando finii la lettura, mi accorsi per la verità che il testo era un po’ tronco nel finale e di ciò parlai con la vedova dell'autore in una seconda conversazione. 
La principessa a quel punto mi chiese:
« Lei crede che starebbe bene un ballo verso la fine?»
Giorgio Bassani ricorda, nel ventennale della morte, 
Giuseppe Tomasi di Lampedusa;  Repubblica, 22 luglio 1957




Ieri sera a letto mi ero messo dalla parte destra quella che occupa lei quando è qui e stamani svegliandomi mi son ritrovato a sinistra di dove nel buio ascolto insonne talora il battito possente del suo esserci. Cosa mi ha indotto dunque durante la notte ad abbandonare lo spazio del suo grande corpo assente se non l'ansia d’essere anche io niente?
Giorgio Bassani, A letto

I luoghi dove si ha pianto, dove si ha sofferto, e dove si trovarono molte risorse interne per sperare e resistere, sono proprio quelli a cui ci si affeziona di più.
Giorgio Bassani.


“Chissà come nasce e perché una vocazione alla solitudine.”
Giorgio Bassani


Cara Jenny,
per disegnare bene bisogna essere molto cattivi, ricordatelo, 
bisogna smontare il mondo per ricostruirlo pezzo per pezzo con infinita pazienza.
Giorgio Bassani


Chi corre dietro al pubblico, vuol dire che dentro di sé non ha niente
Giorgio Bassani


lascia ch'io torni al mio paese sepolto nell'erba come in un mare caldo e pesante. 
let me return to my home town entombed 
in grass as in a warm and high sea
Giorgio Bassani, “Saluto a Roma.” 
Epigraph from The Lowland by Jhumpa Lahiri.


Venezia soffre soprattutto delle conseguenze di una cultura che tende ad estrapolarla, a farne qualcosa che non appartiene più alla vita, ma soltanto ai sogni dei poeti (dei cattivi poeti, tuttavia, giacché i poeti veri hanno, e come!, il senso del rapporto tra l'arte e la vita).
Giorgio Bassani, Un Paese sacro



"Il professor Bianchi, d'italiano, aveva cominciato le lezioni declamando una canzone di Dante, e un verso, di questa, mi aveva straordinariamente colpito. Diceva: 
«L'essilio che m'è dato a onor mi tegno». 
Poteva essere la mia divisa – pensavo –, il mio motto. 
Giorgio Bassani, Dietro la porta. p. 16


[...] Tardo a capire, incapace d'un solo gesto e d'una sola parola, inchiodato alla mia viltà e al mio livore, io rimanevo il solito piccolo, impotente sicario di sempre. E la porta dietro la quale ancora una volta mi nascondevo (a lui, Luciano, e a mia madre insieme...), né adesso né mai avrei potuto trovare, in me, la forza e il coraggio necessarii a spalancarla.
Giorgio Bassani, Dietro la porta. Explicit



Non c'è nulla più dell'onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vità ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l'interesse indiscreto delle piccole società perbene. 
Giorgio Bassani, Gli occhiali d'oro, p.  231


«La guardi», diceva intanto Fadigati, indicandomela [la cagna]. 
«Forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura. 
Ma d'altra parte come si fa? È possibile pagare un prezzo simile? 
Nell'uomo c'è molto della bestia, eppure può, l'uomo, arrendersi? 
Ammettere di essere una bestia, e soltanto una bestia?» 
Scoppiai in una gran risata. 
«Oh, no», dissi. «Sarebbe come dire: 
può un italiano, un cittadino italiano, 
ammettere di essere un ebreo, e soltanto un ebreo?» [...]
«Che cosa dovrei fare?», lo interruppi con impeto. 
«Accettare di essere quello che sono? 
O meglio adattarmi ad essere quello che gli altri vogliono che io sia?» 
Giorgio Bassani, Gli occhiali d'oro, p. 304




La gioia di mio padre – pensavo – era quella dello scolaretto ingiustamente espulso, il quale, richiamato indietro per ordine del maestro dal corridoio deserto dove rimase per un poco di tempo in esilio, si trovi, a un tratto, contro ogni sua aspettativa, riammesso in aula fra i cari compagni: non soltanto assolto, ma riconosciuto innocente e riabilitato in pieno. Ebbene non era giusto, in fondo, che mio padre gioisse come quel bambino? Io però no. Il senso di solitudine che mi aveva sempre accompagnato in quei due ultimi mesi diventava se mai, proprio adesso, ancora più atroce: totale e definitivo. Dal mio esilio non sarei mai tornato, io. Mai più. 
Giorgio Bassani, Gli occhiali d'oro, pp. 317-318


Explicit
Respirai profondamente. E adesso capivo, sì, già prima che cominciassi a leggere il mezzo colonnino sotto il titolo, il quale non parlava affatto di suicidio, s'intende, ma, secondo lo stile dei tempi, soltanto di disgrazia. (A nessuno era lecito sopprimersi, in quegli anni: nemmeno ai vecchi disonorati e senza più alcuna ragione di restare al mondo...)
Non finii di leggerlo, comunque. Abbassai le palpebre. Il battito del cuore ridiventava a poco a poco regolare. Aspettai che l'Elisa chiudesse dietro di sé la porta di cucina, e poi, quietamente, ma subito:
«È morto il dottor Fadigati», dissi.



"È il dolore di uno spazio (il giardino, la tomba, la Hutte) senza attesa, senza incontro; dove i morti sfiorano i vivi passando loro oltre, limitandosi a un cenno confidente e discreto come quello di Micol sotto il talèd paterno. Il pudore di Bassani nasce dalla consapevolezza di essere l'unico corpo dolorosamente ancora vivo in una processione di ombre. Nulla è reale ne Il giardino dei fimi-Contini perché nulla è ancora compiuto. Per questo in tutto il romanzo ce un solo vero abbraccio, quello tenerissimo fra il protagonista e suo padre. Per questo Micol reagisce ai baci di Giorgio guardando «davanti a se», distante anche nel sesso, e se ama qualcosa sono gli alberi pensierosi e antichi e il sandolino, creatura di pietra e sabbia e «almeno lì, nulla sarebbe mai cambiato», come in una pazienza ricoperta di erbe selvagge." 
A.A. da Cento romanzi italiani (1901-1995)
Manoscritto,donato dalla moglie alla fondazione Bassani di Ferrara


Il cimitero era un vastissimo campo recintato, ai piedi dei bastioni della città. 
Le lapidi parevano poche per quello spazio; si notavano più fitte soltanto nel tratto di verde dove cadeva l'ombra del muro di cinta.
Giorgio Bassani, Il muro di cinta. Incipit.


Soltanto l'insistenza del padre aveva potuto indurre Girolamo Camaioli a seguire i funerali dello zio Celio. «Il cancro non perdona», aveva detto. 
Giorgio Bassani, Il muro di cinta, p. 8

Dopo il funerale – prevedeva Girolamo – suo padre avrebbe parlato della malattia e della morte, che adesso come non mai avrebbe intuito imminente. «Quante sofferenze prima di chiudere gli occhi, povero Celio!», avrebbe detto. «Ma dopo la morte non c'è più nulla». Solo i morti stanno bene. Giorgio Bassani, Il muro di cinta, p. 9

Giorgio Bassani, Il muro di cinta. Explicit
La mamma, sorridendo come solo sanno sorridere i morti nella memoria, pieni di compatimento e di indulgenza [...], gli aveva posato dolcemente una mano sulla bocca. Quindi gli aveva legato un fazzoletto intorno al ginocchio.



In Hitler il popolo tedesco ha trovato riassunti, al di sopra di ogni schema tradizionale di divisioni classistiche, alcuni dei motivi essenziali da sempre ritornanti a definire il proprio carattere, la fisionomia del proprio ethos: il gusto della violenza, il misticismo «romantico», la fanatica dedizione a un ordine meccanico, disumano. Hitler sapeva trascinare il grande industriale con l'esca dell'interesse e col ricorso al mito prediletto della supremazia tedesca nel mondo; affascinava il piccolo borghese col suo estetismo pompier, con la sua oratoria accesa e volgare, pronta sempre ad offrire, di ogni problema, la soluzione più semplicistica; piaceva all'intellettuale decadente, permeato di femmineo postnicianesimo (l'intelligencija tedesca già nel 1914 era in stato fallimentare come nessun'altra in Europa), per la sua ostentata energia virile, per il suo dichiarato disprezzo di ogni indugio morale o sentimentale, per quel suo rozzo materialismo demagogico che, nonostante tutto, pretendeva considerazione «spirituale». Conquistava infine anche l'operaio, facendo leva non soltanto sul suo sciovinismo non perfettamente esorcizzato, ma porgendogli, anche, delle sue rivendicazioni sociali, un'attuazione più concretamente immediata, meno utopica e intellettualistica di quanto non gliela prospettasse il programma della rivoluzione proletaria: e fosse pure nei limiti di una umiliante, paternalistica nota di concessioni padronali. [...] il nazismo non è certo la realizzazione di un genio. Hitler è effettivamente uno dei tanti [...]. 
Parlare di tirannide perciò non persuade. Esiste una tecnica della tirannide, esposta in classiche trattazioni. Ma il nazionalsocialismo al potere non ne tiene conto per nulla, e in questo sì che è rivoluzionario. Assolutista, il nazismo raggiunge la popolarità proprio in ragione del suo prepotere. [...] Il nazionalsocialismo, al contrario, non concede nessuna rivincita, sia pure formale, alle avanguardie dello Spirito. Il suo cinismo, la sua crudeltà, la sua perfidia, trovano dall'inizio tutta una orgogliosa cultura preparata a giustificarli, a farseli propri. La tirannide non presenta più il viso odioso e meschino del regime di polizia, non adopera più di soppiatto, tra impaurita e feroce, i vecchi mezzucci della sobillazione e della calunnia, ma si accampa, fanatica e violenta, con la sicurezza, l'intransigenza esclusiva di una religione messianica. [...]
Sentirsi puri, non contaminati. Il popolo tedesco ha sempre reagito alle proprie crisi con un disperato, irrazionale desiderio di purezza: e la rivolta luterana – a un livello umano e ideale ben diverso, d'accordo – rappresenta forse il primo, imponente documento storico di questo impulso innato. Sorto dopo Versaglia, il nazionalsocialismo non si è tanto imposto con la violenza alle masse, quanto piuttosto le ha trovate già pronte ad accoglierlo e ad acclamarlo. 
Giorgio Bassani, Di là dal cuore
da La rivoluzione come gioco; p. 44


La disinvoltura linguistica del dialogo manzoniano cos'altro è se non il segno, la spia, di una religione indifferente alla realtà, alla realtà così com'è intesa dai romanzieri realisti? (da Per un nuovo film sui Promessi Sposi; p. 199)
In un mondo come il nostro, volto con sempre più consapevole determinazione, ad est e ad ovest, a nord e a sud, alla ricerca e all'impiego delle competenze e dei talenti, non mi pare che sia il caso da parte degli scrittori di invocare una inserzione nell'ingranaggio della gran macchina produttiva ancora più diffusa e completa di quella attuale. [...] E così bisogna servire, rendersi utili, collaborare [...]. L'unica cosa da pretendere sarà se mai un'altra: e cioè che il nostro servizio, la nostra collaborazione, non abbiano a risolversi in una alienazione della nostra natura e del nostro destino. [...] vendere l'anima: ecco uno sbaglio che l'utente vero, il destinatario autentico e indispensabile, così poco adatto a far parte delle inerti assemblee consumistiche vagheggiate dalle fantasie dei tecnici e dei datori di lavoro, non perdona mai. (da Lo scrittore e i mezzi di diffusione della cultura; pp. 209-210)
La vita è musicale, si sa. Sui suoi temi fondamentali, sulle sue frasi più intense, non ama indugiare. (da Prefazione al Gattopardo; p. 218)


"L'italiano chi è? È quello rappresentato da Alberto Sordi:
oltre alla sua macchina e alla sua famiglia, non va."
Giorgio Bassani


Perché i popolani italiani uscissero dal loro ghetto, non c'è mai stato che un mezzo, imparare il latino per poi passare all'italiano nazional-popolare del Manzoni. Era impensabile non passare attraverso il latino. Oggi, qui in America, [per gli immigrati italiani bilingui] invece del latino c'è l'inglese.“Una mostra in Canada, 1980
Giorgio Bassani


E pur respingendo le aberrazioni deliranti di certa medicina «industriale», o meglio fantascientifica, badiamo piuttosto, specialmente noi letterati, a debellare quella che fra le malattie contemporanee è la più diffusa nell'ambito della categoria: l'estetismo, il culto narcisistico del proprio io spirituale, insaziato di privilegi ottenuti a scapito di chi, come patrimonio personale, non può disporre che del proprio corpo, a scapito dei più...
Giorgio Bassani, In risposta, IV, 7, p. 357



"[In Italia] Dopo la dittatura non si è verificato il trapasso alla democrazia, ma solo la spartizione fra i partiti del potere e dello spazio politico. Siccome lo Stato non c'è, gli intellettuali, a seconda delle loro inclinazioni ideologiche, si lasciano assorbire dai vari potentati."
Giorgio Bassani, La missione della cultura, 1973




"Un parco naturale, signor presidente, è, prima che una forma di gestione del territorio a scopi conservatori, una grande occasione di turismo, di quello vero, di quello cioè che visita un parco rispettandone i valori e rinunciando a pretenderne il sacrificio con ragnatele di impianti e strade con costruzioni cementizie."
Giorgio Bassani, Tutela del paesaggio in Trentino, 1973


"E dunque: perché ci si gingilla, tuttora, con l'invio sul posto di comitati o comitatoni ministeriali? Non sartà soltanto perché passi dell'altro tempo, giusto il tempo necessario perché anche i bambini si rassegnino all'idea di una Venezia chiusa da ogni parte dentro un anello di superbe dighe cementizie, più o meno olandesi o longanoriane: di una Venezia in bagnarola?"
Giorgio Bassani, L'amministrazione dei beni culturali, 1969




"Il giardino dei Finzi-Contini non è mai esistito a Ferrara, me lo sono inventato.
L'ho collocato a Ferrara perché mi serviva da un punto di vista poetico, avevo bisogno di un fatto di questo genere, e non è mai esistito, né sono mai esistiti i Finzi-Contini come famiglia, né tanto meno Micòl Finzi-Contini. Me lo chiedono in molti: ma è esistita veramente Micòl? Non è mai esistita. Però, naturalmente, Micòl è esistita in quanto che sono esistito io, esisto io, è una forma del mio sentimento, è una parte di me."
Giorgio Bassani, Ecologia e letteratura, 1984



"Tenendosi a braccetto, alcune ragazze formavano a volte delle catene tutte femminili di cinque o sei. Strane, mi dicevo, guardandole. Nell'attimo che le incrociavamo, scrutavano attraverso i cristalli coi loro occhi ridenti, nei quali la curiosità si mescolava a una specie di bizzarro orgoglio, di disprezzo appena simulato. Davvero strane. Belle e Libere."
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini



Era il “nostro” vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

Più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini


"a chi gli da retta il cuore ha sempre qualcosa da dire su quello che sarà.
Ma in fondo cosa sa il cuore?
Appena un poco di quello che ha già vissuto."
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, prefazione 


Io… io le stavo «di fianco», capivo? 
Non già «di fronte», mentre l'amore - così, almeno, se lo immaginava lei - era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda: uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di propositi.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini


Tacque per qualche istante, gli occhi fissi al soffitto. 
Quindi, appoggiatasi col gomito al guanciale, riprese a parlarmi: ma seria, adesso, grave.
Disse che le dispiaceva darmi un dolore, che le dispiaceva moltissimo. 
D'altra parte bisognava pure che me ne convincessi: non era assolutamente il caso che sciupassimo, come stavamo rischiando, i bei ricordi d'infanzia che avevamo in comune. 
Metterci a far l'amore noi due! Mi pareva davvero possibile?
Domandai perché le sembrasse tanto impossibile.
Per infinite ragioni - rispose - ma soprattutto perché il pensiero di far l'amore con me la sconcertava, l'imbarazzava: tale e quale come se avesse immaginato di farlo con un fratello, toh, con Alberto. 
Era vero, da bambina lei aveva avuto per me un piccolo «striscio»: e chissà, forse era proprio questo che adesso la bloccava talmente nei miei riguardi. Io… io le stavo «di fianco», capivo?, non già «di fronte», mentre l'amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di propositi.

Maudit soit à jamais le réveur inutile qui voulut le premier, dans sa stupidité, s'éprenant d'un problème insoluble et stérile aux choses de l'amour méler l'honnéteté!

aveva ammonito Baudelaire, che se ne intendeva. 
E noi? Stupidamente onesti entrambi, uguali in tutto e per tutto come due gocce d'acqua 
(«e gli uguali non si combattono, credi a me!»), avremmo mai potuto sopraffarci l'un l'altro, noi, desiderare davvero di «sbranarci»? No, per carità. Visto come il buon Dio ci aveva fabbricati, la faccenda non sarebbe stata né augurabile né possibile.

Giorgio Bassani - Il giardino dei Finzi-Contini




Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? 
Più di trenta. 
Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini 
sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini


Nelle pause del gioco, oltre ad addentare qualche panino che sempre, non senza ostentazione di anticonformismo religioso, sceglieva tra quelli al prosciutto di maiale, Micòl tracannava a piena gola un intero bicchiere del suo caro «beverone», incitandoci di continuo a prenderne anche noi «in omaggio» – diceva ridendo – «al defunto Impero austro-ungarico».
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini


Anche le cose muoiono, caro mio.
E dunque, se anche loro devono morire, tant'è, meglio lasciarle andare.
C'è molto più stile, oltre tutto, ti sembra?
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

Contai via via più di trenta coppie.
E sebbene, a volte, passassi loro così vicino da sfiorarli con la ruota,
nessuno, mai, che desse segno di accorgersi della mia presenza silenziosa.
Mi sentivo, ed ero, una specie di fantasma trascorrente:
pieno di vita e di morte insieme; di passione e distaccata pietà.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini


Io ero rimasto qui, e per me che ero rimasto, e che ancora una volta avevo scelto per orgoglio e aridità una solitudine nutrita di vaghe, nebulose, impotenti speranze, per me in realtà non c'era più speranza, nessuna speranza.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini


"Una delle forme più odiose di antisemitismo era precisamente questa: 
lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza COME gli altri, 
e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all'ambiente circostante, 
lamentare l'opposto: che fossero tali e quali agli altri, cioè, 
nemmeno un poco diversi dalla media comune."
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini.




«Ti passerà» continuava, «ti passerà, e molto più presto di quanto tu non creda. Certo, mi dispiace: immagino quello che senti in questo momento. Però un pochino t’invidio, sai? Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, ‘deve’ morire almeno una volta.
E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c’è più tempo per ricominciare da zero, e la nostra generazione ne ha prese talmente tante, di cantonate! Ad ogni modo, se Dio benedetto vuole, tu sei così giovane! Tra qualche mese, vedrai, non ti sembrerà neanche vero di essere passato in mezzo a tutto questo. Sarai magari perfino contento.
Ti sentirai più ricco, non so… più maturo…»
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Einaudi, 1962; pp.277-78.


Quando Micòl ebbe deposto il ricevitore sollevai il capo.
«Hai detto che noi due siamo uguali» dissi. «In che senso?»
Ma sì, ma sì – esclamò – e nel senso che anch'io, come lei, non disponevo di quel gusto istintivo delle cose che caratterizza la gente normale. Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente… Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse «subito» passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il «nostro» vizio, questo: d'andare avanti con le teste sempre voltate all'indietro. Non era così?
Era così – non potei fare a meno di riconoscere dentro me stesso – era proprio così.
Quand'è che l'avevo abbracciata? Al massimo un'ora prima.
E tutto era già tornato irreale e favoloso come sempre:
un evento da non crederci, o da averne paura.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini



Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del possesso delle cose contava la memoria di esse, la memoria di fronte alla quale ogni possesso, in sé, non può apparire che delusivo, banale, insufficiente. Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse subito passato, perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio, era anche sua, tale e quale. Era il nostro vizio, questo: d’andare avanti con la testa sempre voltata all’indietro
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini



«Si capisce», rispose. «I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti» – e di nuovo stava raccontando una favola –, «che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti».
[...] toccò a Giannina impartire la sua lezione.
«Però adesso che dici così», proferì dolcemente, «mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri».
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini
(prologo)


Lì, tuttavia, nel breve recinto sacro ai morti familiari...almeno lì [...] nulla sarebbe mai cambiato. Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini
(prologo)

In fase di espansione imperialistica il capitalismo non può che mostrarsi intollerante nei confronti di tutte le minoranze nazionali, e degli ebrei, in particolare, che sono la minoranza per antonomasia.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, II, I; 2012, p. 52


La verità è che a furia di far collezioni, di cose, di piante, di tutto,
si finisce a poco a poco col voler farle anche con le persone.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, II, I; 1991, p. 56


Una delle forme più odiose di antisemitismo era appunto questa: lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza come gli altri, e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all'ambiente circostante, lamentare che fossero tali e quali come gli altri, nemmeno un poco diversi dalla media comune.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, III, V; 1991, p. 137


Mi aggrappavo alla scrivanietta che il professore Ermanno dal gennaio scorso aveva fatto collocare per me sotto la finestra di mezzo del salone del biliardo, come se, così facendo, mi fosse dato di arrestare l'inarrestabile progresso del tempo.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, III, VI; 2012, p. 130

Qui sedevamo noi, i vivi [...] tristi e pensierosi come dei morti. [...]
Anche se li sapevo [...] disadatti a valutare la reale portata dell'oggi li vedevo, avvolti nella memoria. Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, III, VII; 2012, p. 137


Ancora qualche secondo, e avrei udito la sua voce, il suo «ciao».
«Ciao» disse Micòl, ferma sulla soglia. «Che bravo, a venire.»
Avevo previsto tutto con molta esattezza: tutto, tranne che l'avrei baciata.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, III, VII; 2012, p. 140


Ora lui, Bartleby, finché lo mettevano a scrivere, ci dava dentro a sgobbare coscienziosamente.
Ma se a Spencer Tracy veniva in testa di affidargli qualche lavoretto supplementare, come quello di collazionare una copia sul testo, originale, o di fare un salto dal tabaccaio all'angolo della strada per comperare un francobollo, lui niente: si limitava a sorridere evasivo, e rispondere con educata fermezza: «I prefer not to».[1Cfr. Herman Melville.]
«E per quale motivo, poi?» chiesi, tornando col libro in mano.
«Perché non gli andava di far altro che lo scrivano. Lo scrivano e basta.»
«Però scusa» obbiettai. «immagino che Spencer Tracy gli passasse un regolare stipendio.»
«Certo» rispose Micòl. «Ma cosa significa? Lo stipendio paga il lavoro, mica la persona che lo compie.» [...]
Discutemmo abbastanza a lungo sul povero Bartleby e su Spencer Tracy. Lei mi rimproverava di non capire, di essere «un» banale, il solito inveterato conformista.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, IV, II; 1991, pp. 173-174)


[...] ebbi il senso preciso che stavo perdendola, che l'avevo perduta.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini,
IV, II; 2012, p. 158

Eh, sì, tagliare la corda è facile: ma a cosa porta, quasi sempre, specie in materia di «situazioni morbide»? Novantanove volte su cento la brace continua a covare sotto la cenere: col magnifico risultato che dopo, quando due si rivedono, parlarsi tranquillamente, da buoni amici, è diventato difficilissimo, pressoché impossibile.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini,
IV, III; 1962, p. 221; 1990, p. 398


Domandai [a Micòl] perché le sembrasse tanto impossibile [che lui e lei potessero fare l'amore].
Per infinite ragioni – rispose –: la prima delle quali era che a pensar di far l'amore con me le riusciva altrettanto imbarazzante che se avesse pensato di farlo con il fratello, toh, con Alberto. Era vero: da bambina, aveva avuto per me un piccolo striscio: e chissà, forse era proprio questo che adesso la bloccava talmente nei miei riguardi. Io… io le stavo di fianco, capivo?, non già di fronte: mentre l'amore – così, almeno, se lo immaginava lei – era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda: uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di propositi.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini,
IV, III; 1962, p. 222; 1990, p. 399


[...] più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini,
IV, III; 2012, p. 163

Era il 'nostro' vizio questo: d'andare avanti con le teste sempre voltate all'indietro.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini,
IV, III; 2012, p. 163

Non gli restava che comportarsi come Don Abbondio. Inchinarsi, e mormorare:'Disposto sempre all'obbedienza'.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini,
IV, IV; 2012, p. 170


Ma Micòl non discese, per questo, dal piedistallo di purezza e di superiorità morale su cui, da quando ero partito per l'esilio, l'avevo collocata. Essa continuò a rimanerci, lassù. Io, per me, mi consideravo fortunato di essere stato riammesso ad ammirarne ogni tanto l'immagine lontana, bella di dentro non meno che di fuori.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini,
1962, p. 242









domenica 1 marzo 2015

Eliezer Ben Yehuda è «il padre dell’ebraico moderno»: dedicò la vita a una lingua per gli ebrei



Alla fine dell’Ottocento l’ebraico era una lingua morta. Oggi ha 8 milioni di parlanti, un caso unico al mondo. Merito anche di un uomo che decise che suo figlio sarebbe cresciuto senza sentire neanche una parola in una lingua diversa:


L’uomo che creava le parole
Eliezer Ben Yehuda è «il padre dell’ebraico moderno»: dedicò la vita a una lingua per gli ebrei
Giovanni Zagni

Eliezer Ben Yehuda è chiamato il padre dell’ebraico moderno
Eliezer Ben Yehuda a Gerusalemme, 1912 circa.
 

Nel mondo si parlano oggi circa settemila lingue. 
Il numero è in costante calo, dato che circa un quarto di esse è parlata da meno di centomila persone e rischia seriamente di scomparire nell’arco di poche generazioni. L’Unesco stima che circa duemilacinquecento lingue siano oggi a rischio di estinzione, un effetto particolare della globalizzazione che crea una sincera sofferenza nei linguisti.
C’è però un caso, unico al mondo, in cui una lingua che centocinquant’anni fa aveva un numero di parlanti prossimo allo zero e oggi ne ha circa otto milioni. Gode di ottima salute e ha percorso la strada inversa a quella di centinaia di altri idiomi.
Quasi tutte le città, in Israele, hanno una strada dedicata a Eliezer Ben Yehuda, chiamato «il padre dell’ebraico moderno». Ben Yehuda ha riscoperto, inventato o ricreato le parole che oggi si usano in ebraico per chiamare i giornali, la pistola, il gelato, i batteri, la frittata, la bambola, persino i mobili e i calzini o concetti più astratti come la cerimonia, l’identità o la migrazione. Per decenni la sua vita fu dedicata allo scopo di far tornare l’ebraico una lingua viva e parlata in Palestina, ben prima che nascesse lo stato di Israele con la sua storia tragica e travagliata.

La nascita di una lingua
La prima menzione del popolo ebraico è in una stele di granito nero del 1207 a.C., oggi al museo egizio del Cairo, che celebra le vittorie del faraone egiziano. Gli ebrei vi compaiono, senza molto rilievo, come uno dei tanti popoli che Merneptah ha sottomesso durante una spedizione nella terra di Canaan, l’antico nome del territorio che corrisponde più o meno a Israele e Palestina.
I faraoni, infatti, dominarono l’intera terra di Canaan per tutto il periodo in cui, secondo il racconto biblico, il popolo eletto si dedicò alle guerre di conquista che lo avrebbero portato a dominare su tutto il paese. I re israeliti elencati nei libri biblici erano vassalli dell’Egitto, un fatto supportato da una miriade di prove archeologiche, mentre non ce n’è alcuna dell’esodo di massa dalla terra dei faraoni e della successiva conquista, come raccontata dalla Bibbia.

Come per molti altri popoli, le prime fasi della storia del popolo ebraico – e quelle decisive per la narrazione delle proprie origini – sono avvolte nell’incertezza e oggetto di grandi discussioni.
A quel passato nebuloso risale anche la nascita della lingua ebraica, inizialmente un dialetto dell’antica lingua cananea, nella seconda metà del II millennio a.C. Dal punto di vista della classificazione, l’ebraico è una delle circa settanta lingue cosiddetti semitiche, un numero che comprende idiomi vivi tutt’oggi, come l’arabo e l’etiope, o morti, come il babilonese, l’assiro e il fenicio.
Si pensa che l’ebraico abbia smesso di essere una lingua viva a tutti gli effetti al tempo dei Maccabei, intorno al III secolo dopo Cristo, venendo sostituito dall’aramaico e dal greco. Ma il fatto che rimanesse la lingua dei testi sacri e della preghiera ne assicurò una tenace sopravvivenza, soprattutto per iscritto. Non morì del tutto, insomma; si limitò al culto, ai testi religiosi e a qualche sporadico utilizzo artistico, mentre gli ebrei della Diaspora presero a parlare la lingua della terra in cui si trasferirono.
In Germania, durante il Medioevo, gli ebrei non facevano eccezione, ma scrivevano il tedesco del tempo con i caratteri ebraici. Quando molti di loro furono costretti a trasferirsi in Polonia e in Russia, si portarono con sé anche la lingua. Isolati nei ghetti cittadini e negli shtetl, la loro parlata non passò attraverso i cambiamenti che avrebbero dato vita al tedesco moderno, ma si mescolò via via con parole prese in prestito da altre lingue e dall’ebraico della Bibbia. La lingua prese il nome di yiddish, e fino alla metà del Novecento fu quella parlata dalla maggioranza degli ebrei europei.

L’illuminismo ebraico
I primi tentativi di far rinascere l’uso dell’ebraico come lingua viva appartengono al movimento illuminista ebraico, l’Haskalah. A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, alcuni intellettuali pensarono che la comunità ebraica europea dovesse tornare alla purezza dell’ebraico biblico per avere una lingua comune.
Il compito degli autori dell’Haskalah non era facile: spesso dovevano ricorrere a lunghe perifrasi per non deviare dal limitato lessico della Bibbia, mentre piegare agli usi moderni quella lingua costringeva a soluzioni creative sul piano della grammatica. Molti, invece delle perifrasi, non si facevano problemi a importare parole dalle lingue contemporanee, in particolare il tedesco. Ma tutti, dal romanziere Abraham Mapu all’autore e traduttore Mendele Mocher Seforim, si rendevano conto che il lessico biblico era insufficiente.

La questione linguistica si intrecciava con quella del cosiddetto sionismo: gli ebrei erano profondamente divisi tra chi pensava che anche il proprio popolo avesse diritto a una “nazione” e chi invece credeva che il proprio futuro stesse in una maggiore assimilazione con le società europee. Al di fuori dei circoli intellettuali, comunque, alla fine dell’Ottocento l’ebraico era utilizzato quasi esclusivamente come lingua della preghiera, non molto diversamente dal latino fino agli anni Sessanta. Poteva occasionalmente essere usata come lingua franca tra due persone che non ne avevano un’altra in comune, ma nessuno la utilizzava per la comunicazione quotidiana.

Fatti e parole
Sul dibattito arrivò improvvisamente un articolo pubblicato nel 1879 su un importante mensile viennese rivolto alla comunità ebraica e chiamato Hashahar (“l’alba”). Il titolo era “Una domanda importante” e l’autore, che si firmava con lo pseudonimo di Eliezer Ben Yehuda, era uno sconosciuto e povero studente di origini lituane. Aveva ventun anni ed era un uomo dai capelli chiari, gli occhi marroni e l’aria fragile del malato cronico. A Parigi, dove si era trasferito per studiare medicina, aveva scoperto di avere la tubercolosi.
Nel suo articolo, Ben Yehuda difendeva con grande forza la causa del sionismo e la necessità per gli ebrei di avere una sola terra e una sola lingua. Le sue idee ravvivarono il dibattito pro e contro la sua posizione radicale, fin quando lo studente non decise di abbandonare tutto e partire con pochi miseri risparmi alla volta della Palestina. Avrebbe fatto seguire l’esempio alle parole.
Ben Yehuda era nato Eliezer Perlman a Luzhki, allora parte dell’impero dello zar Alessandro II (oggi in Bielorussia). Notando la sua intelligenza e il suo amore per i libri, i suoi genitori volevano che diventasse un rabbino e per questo lo avviarono nel percorso educativo-religioso tipico degli ebrei dell’est Europa. Ma alla yeshiva, la scuola rabbinica, venne in contatto per la prima volta con le idee dell’Illuminismo ebraico e il pensiero, considerato da molti sovversivo, che la lingua della Bibbia potesse tornare ad essere una lingua viva.
Quando salpò dal Cairo alla volta di Giaffa, insieme a sua moglie Deborah, aveva pubblicato da poco l’articolo che lo aveva reso conosciuto e deciso di cambiare il suo cognome in Ben Yehuda, che si era scelto per ricordare il padre – il cui nome yiddish, Leib, corrisponde a Yehuda in ebraico – ma anche la terra di Giuda. Arrivò a Gerusalemme nell’estate del 1881.
Nella piccola comunità ebraica di Gerusalemme, lontana anni luce da Parigi non solo geograficamente, la giovane coppia dovette abbracciare in fretta gli usi e i costumi dell’ortodossia religiosa ashkenazita. Gli ebrei in Palestina, allora una remota provincia dell’impero ottomano, erano poche decine di migliaia di persone, quasi tutte a Gerusalemme.
Erano una comunità assai povera, che si manteneva per lo più con le offerte che inviavano gli ebrei di tutto il mondo a chi era rimasto a pregare nella città santa, l’antica capitale del regno di Israele. E poi erano un gruppo diviso, lungo le linee tracciate dalle loro terre d’origine: Russia, Germania, Francia, Inghilterra. Tra le molte cose che li separavano, c’era sicuramente anche la mancanza di una lingua in comune.
Eliezer Ben Yehuda cominciò la sua nuova vita facendo il giornalista; poi l’Alliance Israélite Universelle aprì una scuola a Gerusalemme e gli chiese di fare l’insegnante. Lui disse che avrebbe accettato esclusivamente se avesse potuto insegnare solo in ebraico, permesso che gli venne accordato. Sui giornali e nelle aule, Ben Yehuda prese a lavorare per realizzare il suo sogno di resuscitare la lingua ebraica.
Ma l’idea non venne ben accolta da tutti. Secondo molti, utilizzare la lingua ebraica per la quotidianità e non per scopi religiosi era irrimediabilmente blasfemo, un giudizio che aveva molto seguito anche in Europa. Sulla strada per la scuola, a volte l’insegnante veniva preso a sassate.

La prima madre ebraica
Quando la moglie rimase incinta del loro primo figlio, Eliezer Ben Yehuda la convinse che il piccolo sarebbe cresciuto sentendo parlare unicamente ebraico per i suoi primi anni di vita. Nel 1882 nacque il bambino, a cui venne dato il nome Ben Zion, e Deborah diventò «la prima madre ebraica in duemila anni», secondo la formula impiegata spesso dal marito.
Una cura maniacale venne impiegata dalla coppia per impedire che il primogenito sentisse anche una sola frase in una lingua diversa dall’ebraico. Le storie, o le leggende, intorno a questo bambino sono tantissime: dal divieto alla moglie di canticchiare ninnananne in russo al permesso accordato a una donna del luogo di aiutare la moglie nei giorni successivi al parto, all’unica condizione però che non pronunciasse una sola parola, poiché non sapeva l’ebraico.
L’idea venne salutata con scetticismo anche dagli stessi amici e protettori di Ben Yehuda, alcuni dei quali pensarono che il bambino sarebbe cresciuto con qualche ritardo nello sviluppo. Ben Zion Ben Yehuda cominciò a parlare piuttosto tardi, dopo i due anni, ma quando lo fece parlava un perfetto ebraico – e solo ebraico, per la gioia dei suoi genitori.

Nel frattempo, la decisione di Ben Yehuda di trasferirsi in Palestina stava venendo emulata sempre più spesso. I pogrom dell’Europa orientale del 1881-1882 portarono migliaia di ebrei a emigrare. Alcuni di loro si imbarcarono verso la Palestina, mentre l’ideologia sionista convinceva alcuni giovani idealisti come Ben Yehuda a scegliere la stessa destinazione del porto di Giaffa.
Tra il 1881 e il 1903, circa 28 mila persone costituirono la prima migrazione consistente e concentrata nel tempo verso la Palestina, quella che la storia israeliana chiama “la prima aliyah”, dalla parola ebraica che significa ‘ascesa’. Altre quattro sarebbero seguite fino al 1939; tra il 1948 e il 1951, e dal 1968 a oggi, lo stato di Israele ha avuto un ministero specificamente dedicato all’aliyah.
Il numero di adepti al credo linguistico di Ben Yehuda, nel frattempo, cresceva. L’uomo fondò insieme a un piccolo gruppo di intellettuali di Gerusalemme l’Esercito per la Difesa del Linguaggio, che si proponeva di utilizzare solo l’ebraico in ogni occasione pubblica e privata – e di riprendere, per strada o al mercato, chi avessero sentito parlare una lingua differente. Alcuni insegnanti presero a insegnare la lingua ebraica parlando ebraico, un altro passo decisivo per la diffusione della lingua.
Poco tempo dopo la nascita del primo figlio Ben Yehuda si convinse che mancava uno strumento fondamentale per la sua missione linguistica, uno strumento che deve esistere in tutte le lingue che si rispettino: un dizionario. Decise che avrebbe intrapreso il compito di crearne uno aggiornato per la lingua ebraica da solo, buttandosi in un’impresa colossale che lo avrebbe impegnato per cinquant’anni e letteralmente fino al suo ultimo respiro. La prima parola che creò fu millon, che significa, molto propriamente, “dizionario”, e che sostituiva sefir millim, calco dal tedesco W örterbuch (“libro di parole”).
Nel frattempo, continuò la sua attività di giornalista. Fino all’inizio della Prima guerra mondiale avrebbe pubblicato e diretto tre diversi giornali. Soprattutto nei primi anni, non si limitava alle rubriche linguistiche che accompagnavano la sua impresa principale, ma si lasciava andare a editoriali di fuoco che non risparmiarono diversi bersagli della comunità ebraica di Gerusalemme.
In difficoltà con l’affitto, si lanciò in un’invettiva contro i grandi proprietari immobiliari cittadini; altro bersaglio era l’establishment della comunità che gestiva le offerte dall’estero mantenendola arretrata, bigotta e dipendente dall’assistenza esterna.
Crescendo nella fama e nell’ossessione per la sua missione autoimposta, Ben Yehuda venne soprannominato nella comunità ebraica di Gerusalemme Ha-Apikoros, ovvero “l’eretico”: ironia della sorte, con una parola presa in prestito dal greco. E così si creò un altro aspetto fondamentale della sua leggenda: quello di essere in grado di farsi nemici con molta maggior facilità rispetto agli amici.

Il dizionario.
Nel campo più quieto della lessicografica, il modo di procedere di Ben Yehuda consisteva nell’individuare la parola di cui l’ebraico aveva ancora bisogno, scartare qualche termine in uso nel caso non fosse convincente o non sufficientemente “semita” – magari perché un prestito da qualche lingua europea – e riscoprire un candidato più convincente pescando da un enorme bacino formato dalla letteratura ebraica di tutte le epoche, dalla Bibbia agli antichi testi religiosi e alla produzione artistica successiva.
Prova dell’antichità e dell’appropriatezza del termine era spesso un confronto con l’arabo, a cui si ricorreva, adattandolo, anche per i casi in cui la letteratura non fornisse un equivalente convincente. Per i suffissi e la morfologia si ricorreva spesso all’aramaico, la lingua che probabilmente era parlata da Gesù. Le parole che nella Bibbia comparivano poco spesso venivano dotate di un preciso significato, in modo da poter entrare nell’uso.
Le scelte di Ben Yehuda si sono rivelate spesso fortunate. Per esempio, nell’ebraico moderno, il mobile si chiama rahit, ma più spesso è usato al plurale, rehitim. Fu introdotta da Ben Yehuda nel 1891, che la usò di passaggio in un articolo che parlava di cronaca locale. La frase suonava così: «nella grande sede della società russa hanno fatto grandi piani per accogliere l’importante visitatore e hanno speso 25 mila franchi sui rehitim di una sola stanza».
A rehitim si accompagnava una nota a pié di pagina che spiegava dove avesse scovato il termine, che nella Bibbia compare in un singolo versetto del primo capitolo del Cantico dei cantici: «di cedro sono le travi della nostra casa, di cipresso il nostro soffitto». In arabo c’era un termine simile, un pò desueto, che poteva essere usato anche per i mobili, rahat, e questo confortava Ben Yehuda sull’antichità della parola. E così l’ebraico ebbe il suo termine per chiamare i mobili.

Non tutte le parole che si usano oggi in Israele per indicare oggetti moderni sono state introdotte da Ben Yehuda, naturalmente. Le ondate di immigrati dall’Europa portarono con loro i propri prestiti e neologismi dalla tenace resistenza, mentre nella stessa Palestina le discussioni linguistiche portavano a discussioni e a soluzioni diverse. Nel nord del paese, ad esempio, si diffuse fino al 1920 un sistema di pronuncia alternativo, promosso da I. Epstein e altri insegnanti di lingua.
Se alcune proposte di Ben Yehuda non ebbero fortuna, molte altre sì – esistono brevi dizionari che le elencano, ad esempio questo – mentre altri si aggiungevano in quegli anni nel compito di trovare il lessico della lingua rinascente.
La parola ebraica per “velluto”, ad esempio – ketifa – fu scelta da un altro dei primi insegnanti di ebraico in Israele, David Yudelevich. Quando si trovò a tradurre nella “nuova” lingua il Don Chisciotte di Cervantes, nel 1894, molte parole mancavano all’appello, e una di queste era l’equivalente di “velluto”. Yudelevich si rivolse all’arabo, credendo di aver trovato il sinonimo esatto per la stoffa appunto in ketifa.
Ma katifat in arabo non significa “velluto”, bensì la pianta dell’amaranto, e viene usata a volte anche per indicare un vestito di buona qualità. Yudelevich non si accorse della sottigliezza e la sua proposta, usata per la prima volta per le gesta del cavaliere della Mancia, passò nel dizionario di Ben Yehuda, e di lì all’uso corrente.

Nel 1922, l’amministrazione britannica della Palestina riconobbe l’ebraico tra le lingue ufficiali.
Negli anni della sua impresa linguistica, Ben Yehuda dovette affrontare anche l’opposizione delle autorità ottomane, che chiusero e censurarono più volte le sue pubblicazioni. Il primo volume del suo dizionario vide la luce solo nel 1908, a Berlino, dopo diversi tentativi falliti. Nel frattempo, Ben Yehuda fondò e promosse una miriade di associazioni dedicate alla causa sionista e naturalmente alla diffusione della lingua ebraica.
La Prima guerra mondiale interruppe le pubblicazioni con il quinto volume, l’ultimo che Ben Yehuda avrebbe visto da vivo. La tubercolosi, di cui Ben Yehuda aveva sofferto per gran parte della sua vita, lo uccise il 16 dicembre 1922, anni prima della nascita dello stato di Israele.
Quello stesso anno, l’amministrazione britannica della Palestina riconobbe l’ebraico come una delle lingue ufficiali del paese. Il processo di diffusione era ancora in corso e così anche la stessa “creazione” della lingua e le animate discussioni intorno ad essa (che non sono concluse neppure oggi): la prima grammatica dell’ebraico di Israele è del 1934.
Ma nel frattempo il dizionario di Ben Yehuda venne continuato nei decenni successivi dai professori dell’università di Gerusalemme M.H. Segal e N.H. Tur-Sinai, fino al diciassettesimo e ultimo volume, pubblicato nel 1959. La sua lunga eredità nella storia e nella cultura ebraica è testimoniata da molte celebrazioni e riconoscimenti ufficiali in Israele, ma prima ancora nelle parole pronunciate ogni giorno da milioni di persone.

http://www.linkiesta.it/eliezer-ben-yehuda-padre-ebraico-moderno



lunedì 10 novembre 2014

Come è stato possibile Hitler? Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler? Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante. La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.


Come è stato possibile Hitler?


Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler?
Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante.
La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.

Hitler: la minaccia
Nel 1924 Hitler scrisse nel suo libro Mein Kampf: «Uno stato che rifiuta la contaminazione delle razze, un giorno comanderà il mondo». E ancora: «La prima guerra mondiale è stato il momento più invidiabile e il più sublime della mia vita».
Caporale, è decorato della “croce di ferro” che sempre porterà. Diventato nazionalista, partecipa alla prima guerra mondiale. Nel novembre 1918, ferito, viene portato a Berlino. Quando si riprende, viene a conoscenza dell’abdicazione dell’imperatore Guglielmo II, della fine della monarchia, della creazione della repubblica e della firma dell’armistizio.
Una sua ossessione: «L’aquila tedesca è stata pugnalata dagli ebrei». Scrisse nel Mein Kampf: «Se all’inizio e nel corso della guerra, si fossero mandati in una sola volta 15.000 di questi ebrei corruttori del popolo sotto i gas asfissianti, il sacrificio di milioni di uomini non sarebbe stato inutile».
Già nel 1916, le gerarchie militari ultranazionaliste avevano ordinato un censimento dei militari ebrei sospettati di non essere dei patrioti. L’antisemitismo è già diffuso; gli ebrei, sia quelli poveri nei ghetti sia quelli borghesi “assimilati” sono i capri espiatori di tutte le crisi. In Russia all’inizio del XX secolo gli ebrei furono vittime di massacri, i progrom. Molti si erano rifugiati in Germania.
Una grande domanda: Hitler era anche lui un ebreo? Uno dei segreti meglio tenuti nascosti dal suo regime fu quello di non poter provare il contrario. Hitler non conobbe uno dei suoi nonni. Suo padre era figlio di padre ignoto. La nonna aveva sposato un mugnaio chiamato Johan Hitler che aveva riconosciuto il bambino e gli aveva dato il suo nome. Una legge nazista stabiliva che per avere «la protezione del sangue» (legge imposta a tutti i tedeschi) occorreva dimostrare che i quattro nonni non erano ebrei. Così Hitler non ha mai potuto dimostrare di non essere ebreo. 
Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889 in una famiglia cattolica, in quello che era l’impero d’Austria, a Branan sull’Inn, un piccolo paese al confine con l’impero tedesco. Suo padre, vedovo, si era sposato con una cugina molto più giovane di lui: un matrimonio tra consanguinei, Klara Hitler Alois Hitler.
A otto anni, scolaro modello, Hitler serve la messa in un monastero. Ammira il senso della missione dei monaci. All’ingresso del monastero, sul frontone, vi era una strana croce che prefigura la croce uncinata che diventerà il simbolo nazista. Hitler ricorderà questo simbolo del monastero come il segno della sua predestinazione.
Questa croce uncinata, in India, è un millenario simbolo benefico del movimento perpetuo dell’umanità, trasformato dai nazisti in simbolo del popolo ariano, mito della razza pura di biondi dagli occhi azzurri ai quali Hitler aggiungerà l’elmetto e la mistica di una razza superiore: «Noi siamo determinati a far crescere una nuova razza».
Suo padre voleva che diventasse un funzionario. Nel 1908, diciannovene, alla morte della madre, parte per Vienna: sogna di entrare all’Accademia di Belle Arti. Grazie ad una sua piccola eredità può condurre vita d’artista e di bohemien. Vienna era allora un centro culturale d’Europa. Hitler scopre questo mondo di aristocratici e di borghesi cui si contrappongono le bandiere rosse dei socialisti. Scopre le molteplici comunità che popolano la capitale dell’impero, tra cui anche quella degli ebrei. Egli più tardi dirà: «Quelli mi sembrarono l’incarnazione della profanazione razziale». Si presenta al concorso di Belle Arti, ma viene respinto. Segue un periodo difficile: vive in un pensionato di uomini, copiando e vendendo cartoline per i turisti. I soldi gli servono per andare a teatro e ascoltare Wagner che lo manda in uno stato di trance. Hitler sogna di diventare uno di quegli eroi della leggenda tedesca. Una delle sue opere preferite è Rienzi, in cui un giovane guerriero riceve la missione di salvare il suo popolo.
Hitler ha venticinque anni quando il 2 agosto 1914 c’è la mobilitazione e la dichiarazione di guerra.
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Fugge dall’Austria per non fare il servizio militare e va in Germania, a Monaco, portato dall’ondata di follia nazionalista che trascina gli Europei.
Hitler è entusiasta della dichiarazione di guerra: ci sono delle immagini che lo ritraggono tra la folla; queste appariranno durante la campagna elettorale del 1932 e saranno diffuse più volte durante il nazismo, anche se gli avversari sosterranno che si tratti di un fotomontaggio.
Partecipa alla guerra. Dopo quattro anni torna a Monaco con il suo reggimento, in una Germania in piena rivoluzione. Hitler ha trent’anni. Inizia un periodo determinante per lui. Vuole rimanere nell’esercito che ormai garantisce l’ordine e la stabilità del nuovo regime del presidente socialista Friedrich Ebert. La giovane repubblica deve fronteggiare dei rivoluzionari marxisti, gli Spartachisti, che tentano di impadronirsi del potere, come i bolscevichi aveva fatto due anni prima.
L’esercito schiaccia la rivolta aiutato dai volontari nazionalisti, i Corpi franchi, vivaio del futuro partito nazista. Nell’esercito Hitler è zelante. Diventa un agente provocatore, informatore della polizia. Denuncia alcuni dei suoi camerati sospettati di essere dei rossi. Le sue convinzioni lo mettono in luce davanti a degli ufficiali che combattono le idee comuniste. Incaricano Hitler di una missione: rieducare politicamente i soldati e i prigionieri rimpatriati. I suoi superiori scrivono nel loro rapporto: «È un tribuno nato. Il suo fanatismo, il suo stile populista attirano l’attenzione e inducono a pensare come lui». Hitler disse: «Fu in quei momenti che capii che sapevo parlare». Apprenderà poi l’arte di mettersi in scena e di dominare il suo pubblico.
Nel 1919 denuncia l’onta del trattato di Versailles.
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Versailles, 29 giugno 1919: dopo i negoziati, i vincitori, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti imposero alla Germania delle condizioni di pace molto dure, come se fosse la sola responsabile dell’immensa carneficina. Il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, condannava la Germania al pagamento di enormi indennizzi e di riparazioni che andranno a pesare sulla sua economia e saranno le cause principali della contestazione tedesca. La Germania perde il 13% del suo territorio e 1/10 della sua popolazione. L’Alsazia e la Lorena ritornano alla Francia e tutta la riva sinistra del Reno è smilitarizzata. La cosa peggiore è la separazione della Prussia orientale dal resto del Paese, per ricreare la Polonia del XVIII secolo e consentirle l’accesso al mare. Questo corridoio di Danzica sarà la causa scatenante della II guerra mondiale.
I tedeschi si sentono umiliati. Sottomarini, corazzate e aerei sono distrutti. L’esercito tedesco è ridotto a 100.000 uomini. Hitler è smobilitato. Partecipa alle manifestazioni della DAP, il partito dei lavoratori tedeschi, a cui si era iscritto, dal 1919, per ordine l’esercito tedesco, come un infiltrato.  Diventa un agitatore politico a tempo pieno.
Mentre la Baviera è governata dall’estrema destra, il potere a Berlino è nelle mani del centro- sinistra e porta il nome di Repubblica di Weimar, dal nome della città dove è stata votata la nuova Costituzione.
Hitler, diventato bavarese, fustiga i criminali di novembre, cioè coloro che hanno firmato l’armistizio e l’onta del trattato di Versailles. Le sue idee sono condivise dall’esercito e dagli ex combattenti che si riuniscono nei grandi caffè di Monaco, dove Hitler fa il suo ingresso, il 13 agosto 1920, con una conferenza dal titolo: «Perché noi siamo antisemiti?». Hitler, al di là del suo odio viscerale per gli ebrei, comprende che l’antisemitismo è il mezzo migliore per attrarre i nazionalisti.
Nel luglio del 1921 diventa il capo del suo gruppo di nazionalisti, che gli procurano un’auto, segno della sua importanza. Allora cambia il nome del partito: associa i due termini nazionale e socialismo per incrementare le adesioni e per dimostrare il suo anticapitalismo. Il DAP diventa il NSDAP, il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, che sarà abbreviato in “nazi”. In un locale di un caffè di Monaco, disegna il simbolo del partito. Scriverà nel Mein Kampf: «Dopo innumerevoli tentativi, scelsi una bandiera rossa per dimostrare la dimensione sociale del nostro movimento, con un cerchio bianco per simbolizzare il nazionalismo e la croce uncinata simbolo dell’ariano, eterno antisemita». Per proteggere le sue riunioni crea le SA, le Sezioni d’assalto, una piccola milizia a cui procura delle divise come quelle degli ex doganieri austroungarici.
Il suo radicalismo fa aumentare di dieci volte in un anno i suoi membri: da 2.000 a 20.000, grazie al sostegno di un gruppo razzista, la società di Thulé, dal nome di un leggendario regno nordico. I suoi membri finanziano un giornale con fondi di dubbia origine. “L’osservatore razziale”, è questo il nome del giornale, diventa l’organo del partito nazista; il suo direttore è Alfred Rosemberg, membro della società di Thulé, che si proclama il teorico dell’antisemitismo. Confuso e sovente delirante sarà uno dei grandi ispiratori della Shoah. Un altro ex membro della società di Thulé, allora studente, è Rudolph Hesse che diventerà segretario di Hitler e uno dei più servili e fanatici complici. A questi si unirà un eroe della Grande Guerra, Hermann Goering, uno dei più celebri piloti di aerei tedeschi. Diventerà il numero due del regime e uno degli istigatori dei campi di concentramento. 
L’11 gennaio 1923, per il rifiuto a pagare i danni di guerra imposti dal trattato di Versailles, i tedeschi assistono, come ipnotizzati, all’entrata sul loro territorio di soldati francesi e belgi che occupano la Ruhr, regione mineraria e siderurgica. Francesi e belgi esigono di essere pagati direttamente con il carbone. Il governo di Berlino ordina una resistenza passiva, uno sciopero dei ferrovieri e minatori, che i francesi intendono rimpiazzare. Non c’è più carbone per i tedeschi e la situazione diventa particolarmente tesa.
Il 10 marzo 1923, un ufficiale francese, il tenente Colpin, viene assassinato. La sua salma attraversa la città e gli ufficiali francesi schiaffeggiano i tedeschi che non si tolgono il cappello. Questo episodio e quello dei quindici operai della Krupp, uccisi dai francesi il 31 marzo, saranno utilizzati dalla propaganda nazista, come l’esecuzione di un sabotatore, diventato un martire per il giornale nazista. Soldati di origine africana dell’esercito francese sono implicati in stupri: Hitler farà sterilizzare i meticci nati da queste unioni poi si vendicherà crudelmente nel 1940.
Hitler denuncia la debolezza dello Stato che consente ai francesi di trattare la Germania come una colonia. I tedeschi patiscono il freddo e la fame: tentano di rubare del carbone ai francesi. La Repubblica di Weimar è costretta a importare del carbone e a pagare i suoi scioperanti. La banca centrale deve stampare banconote a getto continuo. Il marco si deprezza in modo esagerato. In questa situazione di inflazione e di disoccupazione, l’estrema destra bavarese si mobilita, con alla sua testa il generale Lundendorff. Grazie a questo generale Hitler è riuscito a riunire tutti gli ex combattenti e vuol tentare un colpo di Stato, un putsch. Marciare su Monaco, poi su Berlino. Hitler disse: «Le nostre genti sono sottomesse a tali pressioni economiche che, se non agiamo, passeranno con i comunisti». I nazisti si procurarono delle armi grazie alla complicità dei militari, ma l’esercito e la polizia rimasero fedeli al governo.
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 9 novembre 1923. A Monaco, per Hitler tutto è perso. Ma Lundendorff ha la stravagante illusione di riuscire a trascinare la popolazione: fa, perciò, avanzare le sue truppe verso gli sbarramenti della polizia. I due campi si fronteggiano con Hitler al centro con il suo impermeabile bianco: un fotomontaggio nazista destinato a costruire la leggenda del coraggio di Hitler. In realtà si proteggeva dietro la sua guardia del corpo che rimase ucciso da un colpo di fucile, perché la polizia sparò, ponendo fine al putsch. Dieci anni dopo, quando Hitler si sarà impadronito del potere, istituirà, ogni 9 novembre, una cerimonia funebre alla memoria dei quattordici militanti nazisti uccisi durante il putsch. I loro nomi sono scanditi e i giovani gridano: «Presente». Hitler ha fatto costruire a Monaco un mausoleo dove i tedeschi hanno l’obbligo di sfilare salutando con il braccio teso coloro che vengono definiti da Hitler «i martiri di novembre». Continuando l’esaltazione del mito del putsch, Hitler inventerà un’altra grande cerimonia nazista, la bandiera di sangue. Ogni anno al congresso di Norimberga, mette in contatto, con delle mimiche feroci, le reliquie sacre, la bandiera del putsch macchiata di sangue, con gli stendardi delle nuove unità del partito come per consacrarle. Queste celebrazioni, quasi mistiche, fanno parte della scienza nazista della menzogna. In realtà Hitler aveva preparato male il suo putsch. Si era rivelato impulsivo e ne aveva ignorato le conseguenze. Queste scenografie nascondono un fiasco che metterà fine all’avventura nazista: il putsch è fallito, Hitler arrestato e il partito nazionalsocialista messo fuori legge.
Un grande scrittore austriaco, Stefan Zweig, scrisse: «Così, nell’anno 1923, sparirono le croci uncinate, le truppe d’assalto e il nome di Hitler ritornò nell’oblio».
Tre mesi dopo l’arresto di Hitler, a Monaco si apre il processo sul putsch.
2 febbraio 1924: Hitler è accusato di alto tradimento e della morte di quattro poliziotti. È passibile della pena di morte. Lundendorff, che non è stato nemmeno incarcerato, arriva al processo su un’auto di lusso con i suoi avvocati. È subito rimesso in libertà per rispetto al suo «glorioso passato» e perché gode di appoggi influenti. Sarà assolto.
Hitler, che voleva suicidarsi, comprende che il tribunale non gli è ostile; ritrova i suoi talenti di oratore e si lancia in invettive contro il governo e contro gli ebrei. Questo processo diventa una tribuna insperata, davanti a dei giudici sempre più compiacenti e ad un pubblico sempre più numeroso. Il verdetto è logicamente meno pesante di quello che Hitler avrebbe potuto temere. È condannato a cinque anni di prigione e incarcerato in una cella relativamente confortevole, che dà sulla campagna. Le condizioni di detenzione sono simili a quelle di un hotel perché può ricevere in qualsiasi momento dei simpatizzanti nazisti.
hitler-prigione.jpgHitler può ricevere tutti i giornali che desidera e inizia persino la lettura di opere di Marx. Rudolf Hesse, condannato a quindici mesi per la sua partecipazione putsch, occupa la cella vicina.
Il ritorno di Hitler diventa una necessità per i partiti di destra. Dei complici, all’esterno, intraprendono una procedura per la liberazione anticipata. Hitler sa che uscirà presto e sente la necessità di manifestare la sua visione del mondo e i suoi principi politici. Detta il suo libro a Rudolf Hesse, che lo batte su una macchina per scrivere di un banchiere e su della carta di Winifred Wagner, la nuora del compositore adulato da Hitler, che è razzista come Wagner e ammira il suo grande amico Adolf. Il testo del libro, raffazzonato, è riscritto da alcuni giornalisti nazisti; Hitler lo vuole intitolare «quattro anni e mezzo di lotta contro la menzogna, la stupidità e la vigliaccheria». Questo titolo, troppo lungo, viene cambiato in Mein Kampf, La mia battaglia. Il libro, che i nazisti vogliono considerare come la nuova Bibbia, conferma la concezione del mondo di Hitler. Nel libro, scritto come le sacre scritture e rilegato come i grandi manoscritti del medioevo, Hitler delira sulla lotta della razza superiore, quella dell’ariano biondo germanico, sulla conquista dello spazio vitale, sullo sradicamento del comunismo o sull’annientamento della Francia, per non parlare degli ebrei, che per Hitler non appartengono alla specie umana. Molti sono coloro che giudicano il libro demenziale, ma, all’epoca, sarebbe stato opportuno leggerlo e prenderlo seriamente perché è all’origine di 50 milioni di morti.
Hitler esce da prigione il 20 dicembre 1924, liberato per buona condotta. Immagina di essere l’erede dei grandi fondatori della Germania come Bismarck. Disse: «Il mio soggiorno in prigione mi ha dato una fiducia, una convinzione e un ottimismo che niente poteva più distruggere.
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Il Mein Kampf è un fiasco. Venderà solamente ventimila copie del primo volume.
Hitler passa molto tempo in un villaggio della Baviera, dove affitta un piccolo chalet, a Berchtesgarden. Conosce una giovane e bella serva, Maria Reiter, di sedici anni, con la quale ha una relazione. Lei si vuole sposare ma lui rifiuta. Le propone di essere un’amante segreta, come ad altre donne, per non ostacolare la sua missione. Lei lo lascia. Scrive il secondo volume delMein Kampf, dedicato al suo progetto di espansione dello spazio vitale verso la Russia. Il libro conoscerà una media diffusione fino alla presa del potere nel 1933. Dopo, il Mein Kampf sarà quasi obbligatorio. Lo Stato lo offrirà ai giovani che si sposano. Non averlo nella biblioteca di casa può essere motivo di denuncia da parte di una collaboratrice familiare; Sarà distribuito dalle acciaierie Krupp agli operai più meritevoli. Il Mein Kampf si venderà in un modo o nell’altro in più di 80 milioni do copie e sarà tradotto in tutte le lingue. I diritti d’autore raggiungeranno cifre astronomiche e renderanno Hitler molto ricco.
Il 27 febbraio 1925, Hitler ritorna alla politica nella sala del caffè dove aveva lanciato il putsch, riaffermando di essere il capo dei nazisti. È allora che si verificherà un avvenimento che gli potrà essere utile. L’incarnazione della nuova democrazia tedesca, il primo presidente della repubblica di Weimar, il socialista Ebert muore, all’età di 57 anni, di un’appendicite malcurata. È un dolore sentito dai tedeschi perché il suo governo era riuscito a controllare l’inflazione e il paese si stava riprendendo. I tedeschi devono eleggere un nuovo presidente e vedono il ritorno delle croci uncinate per la campagna elettorale. L’interdizione del partito è stata tolta perché giudicato non più dannoso. Il candidato dell’estrema destra unita, che è ancora Ludendorff, ottiene appena l’1% dei voti. La sconfitta di Ludendorff, auspicata da Hitler per sbarazzarsi del suo rivale per il quale finge di battersi, rivela il suo fiuto politico. Hitler dice: «Gli abbiamo dato il colpo di grazia».
È l’altro grande capo del 1914-18, il maresciallo Von Hindenburg che viene eletto. Giovane ufficiale nel 1870, ha assistito alla proclamazione dell’impero tedesco a Versailles. Rassicura l’esercito, unisce i conservatori preoccupando la sinistra e l’Europa. Hitler rimane in secondo piano.
Il partito nazista si estende in tutto il paese, fino a contare circa 170.000 aderenti. Hitler ha fatto delle SA un vero esercito privato. Sono molto giovani, ma questi paramilitari sono dei bruti, dei fanatici, degli assassini. La loro nuova uniforme di color marrone li fa soprannominare le “camicie brune”, imitazione delle camicie nere della “marcia su Roma”, qualche anno prima. Un altro segno copiato da Mussolini è il saluto romano, il braccio teso accompagnato da un grido che per Hitler sarà: “Heil Hitler”, “Salute a Hitler”.
L’uniforme delle SA è stata disegnata e fabbricata da un’equipe di stilisti tedeschi, che disegneranno anche quelle nere delle SS e della gioventù hitleriana. I fondi sono frutto della generosità degli aderenti e dei simpatizzanti del fascismo, come il magnate della siderurgia Fritz Thyssen, le cui acciaierie sono pronte a forgiare nuovi cannoni, e uno dei più grandi costruttori di automobili, Henry Ford. L’antisemita Henry Ford, aiuta generosamente il partito nazista, donandogli tutti i guadagni delle vendite in Germania. In più Ford, a ogni compleanno di Hitler, gli fa un dono personale di 50.000 dollari, una bella somma per quell’epoca. Ford sarà il primo straniero decorato dai nazisti dell’Ordine della Grande Aquila tedesca.
1927: una grande riunione del partito per lanciare grandi operazioni di propaganda per galvanizzare l’esercito. Lo stendardo nazista proclama «Germania svegliati».
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Dal 1927 Hitler sceglie Norimberga quale bastione nazista e centro storico medievale, scenografia storica wagneriana che esalta i legami con i guerrieri germanici del medioevo. Hitler la definisce la sua capitale ideologica. Hitler vuole dimostrare la sottomissione del partito al Führer, al capo. Questo culto della personalità sarà ben curato dal fotografo ufficiale di Hitler, Heinrich Hoffman, che realizzerà una serie di foto per mostrare il lato umano del grande uomo e sedurre l’elettorale femminile, tale e quale se lo immaginano i nazisti. Nello studio del fotografo a Monaco, Hitler studia tutti i movimenti degli attori delle opere wagneriane per poi utilizzarle nei raduni nazisti. Hitler disse: «La massa delle donne è stupida. Ciò che la rende stabile è l’emozione e l’odio». L’odio è quello che seminano in tutta la Germania le SA, a cominciare nei quartieri ebrei delle grandi città. In questa società ancora pacifica, Stefan Zweig vede nascere la violenza. Egli scrisse: «Era il metodo fascista ma alla tedesca, esercitato con una precisione militare». Al suono di fischietto, le SA saltavano dai camion con la rapidità di un fulmine, colpivano con i manganelli e al suo di un altro fischietto balzavano sui camion e ripartivano com’erano venuti». Ma l’intimidazione e il terrore danno magri risultati.
Alle elezioni legislative del 1928 i nazisti non ottengono che il 2,6% dei voti, meno di un milione di voti; i comunisti tre volte di più; i centristi 4 milioni e i socialisti 10 milioni di voti.
Al Reichstag, la Camera dei deputati di Berlino, questi 2,6% di elettori tedeschi, soprattutto delle campagne, hanno consentito l’entrata di 12 deputati nazisti. Ciò fa impressione perché sono quasi tutti in uniforme delle SA. Tra loro, Herman Goering. Ferito al basso ventre durante il putsch, è ingrassato parecchio e ha una dipendenza alla morfina. Un’altra grande entrata: Joseph Goebbels, che corrisponde alla definizione di Nietzsche del secolo precedente: «Il fanatismo è la sola forma di volontà che può essere instillata ai deboli e ai timidi». Goebbels è lontano dall’essere un grande biondo ariano. È piccolo, zoppica e il suo piede lo fa soffrire dall’infanzia di un complesso d’inferiorità. Ma la sua intelligenza compensa questo handicap. È un rivoltoso contro la società, tentato dal marxismo prima del grande incontro della sua vita con Adolf Hitler. Tutto diventa luminoso per lui. Gli editori ebrei gli hanno impedito di diventare scrittore rifiutando i suoi manoscritti e questi sono i comunisti che seminano il caos. Egli dice: «Noi entriamo nel Reichstag come il lupo entra nell’ovile». Nessuno degli altri deputati, né il pubblico se ne rendono conto. Ciò che pensano, il giornale Frankfurter Zeitung lo scrisse allora: «Hitler non ha né pensiero né riflessione. È un folle pericoloso, ma se è arrivato là è perché ha avuto l’ideologia della guerra e l’ha interpretata in modo primitivo come se si fosse all’epoca delle invasioni barbariche, alla caduta dell’impero romano». La Germania non si preoccupa. Ci vorrà una grande catastrofe perché Hitler avesse un minimo avvenire. Lo storico Ian Kershaw scrisse: «Senza la Grande Depressione, senza la crisi del 1929, senza la disintegrazione dei partiti liberali e conservatori, Hitler sarebbe rimasto un visionario ai margini della vita politica». Ma Hitler non abbandonerà niente. «Noi continueremo la nostra battaglia».

Il Führer
 Quando Hitler sarà il dittatore della Germania, applicherà quello che ha scritto nel Mein Kampf: «Una razza più forte spazzerà via le razze deboli perché la corsa finale verso la vita li annienterà per lasciare il posto ai forti».
Come ha fatto Hitler a impadronirsi del potere e a diventare Führer? 
Norimberga 1929
Al congresso del partito nazista comincia quello che il drammaturgo Bertold Brecht chiama “la resistibile ascesa” di Adolf Hitler.
Una nuova crisi economica partita dagli Stati Uniti d’America devasta il mondo e soprattutto la Germania.
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Ottobre 1929.
Le fabbriche chiudono una dietro l’altra e il numero dei disoccupati raggiunge i sei milioni. Disperati, molti si volgono ai nazisti e verso i comunisti, che anche loro hanno le proprie truppe paramilitari in divisa.
Comunisti e nazisti si scontreranno in tutte le elezioni che seguono. Hitler provoca i disordini e pretende di essere il solo a poterlo fermare. Questo vero ricatto si rivela efficace.
Hitler riunisce i commercianti e i piccoli proprietari denunciando “la peste rossa”, i marxisti egalitari che spaventano i contadini. Il risultato è incredibile.
Settembre 1930: cento deputati nazisti sono eletti al Parlamento, il Reichstag.
Hitler è a capo della seconda formazione politica del paese, dopo i socialisti. Ciò non preoccupa i dirigenti che disprezzano Hitler. Stefan Zweig: «Per loro il potere è sempre stato riservato ai baroni, ai principi e a chi ha una cultura universitaria. Niente ha tanto accecato gli intellettuali tedeschi che l’orgoglio della cultura». Hitler invece continua la sua ascesa.
Ottobre 1931. In un anno Hitler s’impone alla estrema destra tedesca. Le federazioni degli ex combattenti, che hanno 500.000 aderenti, si dovranno sottomettere. 
Dietro questa postura dominatrice, Hitler nasconde un terribile segreto. Uno scandalo da cui non è riuscito a rimettersi. Delle voci circolano. Vive un dramma personale. Una passione per la sua nipote, Geli Ranbal, di ventitré anni. Egli l’ha amata in un modo irrazionale, possessivo. Lei si toglie la vita. Viveva con lui nel suo appartamento di Monaco. Aveva confidato a un amico: «Mio zio è un mostro. Nessuno immagina quello che esige da me». Aveva voluto lasciarlo. È morta.
Una campagna di stampa si scatena contro di lui, accusandolo di deviazioni sessuali e di aver fatto uccider Gali. Hitler, molto depresso, minaccia a sua volta di suicidarsi. Il suo entourage si preoccupa e decide di reagire. Il suo fotografo, Heinrich Hoffman, gli aveva presentato una segretaria. Rassomiglia a Geli. Si chiama Eva Braun. Ha diciannove anni. È già disinvolta. Farà l’affare. È sedotta dalla popolarità del capo del partito nazista. Hitler la fa diventare la sua amante segreta. Si proclama celibe, sposato alla Germania, per sedurre l’elettorato femminile.
Le donne in Germania hanno già il diritto di voto grazie al movimento femminista.
Eva Braun è una sportiva, sogna di diventare attrice a Hollywood. Dopo il suo incontro, Hitler ritrova il suo fiuto di animale politico. Nel 1932, quando si annuncia la fine del mandato del presidente della repubblica Hindenburg, Hitler si candida alla sua successione. Dieci anni dopo il suo tentativo di putsch e la prigione, Hitler potrebbe diventare presidente della Germania. I tedeschi scoprono dei manifesti impressionanti. Il capo della propaganda nazista, Goebbels, inventa una campagna elettorale ultramoderna con un aereo: la prima in Europa. Il più grande aereo commerciale è messo a disposizione dal direttore della compagnia aerea Lufthansa che non rifiuta questa possibilità di farsi pubblicità. Hitler con un casco di cuoio fa un giro di cento città della Germania dove può misurare la sua popolarità. Il suo pilota, Hans Baur, testimonia: «Abbiamo volato con tutte le condizioni di tempo; nessuna riunione è stata annullata. Le persone hanno incominciato a perdere la loro paura per l’aereo». E termina: «Hitler ha contribuito allo sviluppo del traffico aereo». Goebbels inventa lo slogan: «Il Führer sopra la Germania».
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Crea il mito di Hitler, salvatore supremo, con il suo sorvolare accuratamente filmato e proiettato in tutto il paese. Ma Goebbels non è così tranquillo. La campagna elettorale costa caro e gli industriali non si fidano ancora delle violenze di Hitler. I nazisti devono far pagare l’equivalente di un euro a chi vuole vedere Hitler. Questi non rifiutano. Al contrario. Uno spettatore, Von Spaum, racconta questa esperienza: «Improvvisamente ho sentito gli occhi di Hitler su di me e ne sono rimasto colpito per tutta la vita».
4 aprile 1932
Una settimana prima delle elezioni presidenziali Hitler raduna centomila berlinesi, stanchi dei partiti tradizionali che si dimostrano incapaci di far fronte alla crisi. Tra la folla Jutta Rüdiger, vent’anni: «La disoccupazione ci aveva fatto sprofondare in uno stato terribile. Si pensava che solamente Hitler ci avrebbe fatto uscire da questa miseria. Nessuno parla delle decine di migliaia di persone che ogni anno si tolgono la vita con il gas perché stanno male».
Grazie al suo discorso pseudo sociale, Hitler è un serio candidato alla presidenza. Allora la stampa si scatena. A destra, Hitler è presentato come il prototipo dell’avventuriero politico. A sinistra gli insulti sono più personali. Hitler viene definito effeminato, truffatore semi pazzo, ciarlatano vanitoso, falso duro dal frustino di pelle di rinoceronte.
Il presidente uscente, il maresciallo Hindenburg, reazionario e monarchico, ha tuttavia il sostegno della sinistra.
Il 10 aprile 1932, il verdetto: Hitler non sarà presidente. Tredici milioni di tedeschi hanno votato per lui, un terzo dell’elettorato. È una cifra enorme ma non è sufficiente. Hindenburg, rieletto grazie ai voti dei socialisti, tuttavia non vuole più dipendere da loro. Ciò causa nuove elezioni.
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E Hitler continua la sua “resistibile ascesa”. Riparte la campagna elettorale. Pronuncia cinque discorsi al giorno. Il suo entourage è sbalordito. È drogato dalla tribuna e dalla violenza. «I nostri avversari dicono che noi siamo, ed io in particolare, intolleranti e odiosi. E ci rimproverano di rifiutare la cooperazione con altri partiti. E bene, questi signori hanno ragione, noi siamo intolleranti. Il mi sono prefissato un obiettivo: sopprimere tutti i partiti».
Per Hitler il primo partito da sconfiggere è quello comunista. Le SA sono incaricate di questo compito. Sono quattrocentomila che si autofinanziano pagando le loro uniformi e il loro equipaggiamento. Uno di loro, Wolf Teubert, lavora in una pasticceria di Amburgo. Può velocemente raggiungere la sua coorte motorizzata. Dice: «Io non penso che a rischiare la mia vita per la Germania. L’umiliazione di Versailles ha fatto di me un appassionato difensore di Hitler». Egli ha la solidarietà, il cameratismo e la fierezza di avere un’uniforme. «Noi che eravamo troppo giovani per combattere nella Grande Guerra, noi approfittiamo dell’esperienza degli anziani». Goebbels ha fatto di loro un idolo. Un piccolo mascalzone berlinese, Horst Wessel, era stato promosso capo della Squadre d’Assalto: ucciso dai comunisti un anno prima, è diventato il martire del nazismo. Ai suoi funerali grandiosi, il capo della propaganda Goebbels, ha paragonato il suo sacrificio a quello di Cristo. Ha fatto filmare il suo funerale per mostrare che il nazismo è una devozione come il cristianesimo. Poi ha fatto diffondere una musica, ispirata come a un poema delle SA, per farla diventare l’inno del partito, il “Horst Wessel Lied”. Il canto “Horst Wessel” è il credo della violenza. «Presto la bandiera di Hitler sventolerà in tutte le strade; Presto la schiavitù non ci sarà più. I nostri camerati uccisi dal Fronte Rosso marciano ancora con noi».
Il Fronte Rosso erano le milizie comuniste, che si distinguevano perché indossavano un berretto da operaio e la casacca alla russa. Anche i loro militanti avevano un canto di battaglia: «Sinistra, sinistra, sinistra, suoniamo i tamburi, diamo un colpo potente al nemico, mettiamo la dinamite sotto il sedere della borghesia, minacciamo i fascisti che avanzano all’orizzonte. Proletari armatevi. Fronte Rosso, Fronte Rosso».
Luglio 1932: l’estate di sangue della campagna elettorale.
Le SA con la complicità della polizia affrontano i comunisti in veri combattimenti per le strade. I comunisti hanno 100 morti e 1000 feriti. Molti tedeschi, sfiniti per l’impotenza dello Stato, approvano le violenze naziste. In base ai risultati delle elezioni, 230 sono i deputati nazisti. Hitler è ormai il capo del primo partito politico del paese. Per la prima volta il potere è alla sua portata. Rapidamente, però l’euforia lascia il posto alla delusione: il presidente Hindenburg rifiuta di nominarlo cancelliere, capo del governo. Hindenburg dice a Hitler: «Davanti a Dio, alla mia coscienza e alla patria non posso dare il potere a un partito così intollerante come il vostro». Hindenburg gli propone di entrare in un governo ma Hitler, che non si considera come un politico ordinario alla ricerca di un posto ministeriale, vuole tutto il potere per fondare uno Stato totalitario.
In qualche settimana, Goebbels, a capo dell’enorme numero di parlamentari nazisti, riuscì a paralizzare il gioco democratico: nessuna maggioranza si poté formare. Goebbels annuncia: «Occorre sciogliere quest’assemblea che non rispecchia più la volontà del nostro popolo».
Si tengono nuove elezioni: le terze in un anno. Avranno luogo nel mese di novembre. Hitler pensa di approfittarne ancora: «Ho avuto la forza e la tenacia di trasformare le migliaia di aderenti degli inizi in quattordici milioni di elettori, ora ne otterrò venti milioni e poi trenta».
Novembre 1932: i risultati sono molto deludenti. Circondato dalla sua guardia personale, Hitler rimugina sulla sua sconfitta: ha perso due milioni di elettori e quaranta deputati.
Goebbels legge con amarezza la stampa mondiale. Il Daily Herald di Londra scrive: «L’hitlerismo, come forza politica, è morto». Il quotidiano francese Le Populaire, diretto da un grande nome del socialismo, Léon Blum, titola «La fine di Hitler». No, tre mesi dopo, Hindenburg, nell’impossibilità di formare una maggioranza, finisce per designare Hitler cancelliere.
Uno studente berlinese Sebastian Haffner scrive: «Apprendo la notizia, sono agghiacciato dal terrore. Sento l’odore del sangue e del fango. Percepisco un pericolo, come una grossa zampa sporca di un predatore che mette i suoi artigli sul mio volto».
Per arrivare là, il lupo diventa un agnello. Hitler ha rassicurato Hindenburg domandando solo due ministeri per i nazisti: gli Interni per un poliziotto di Monaco, Wilhelm Ftick, e Hermann Goering per controllare la polizia, due posti chiave.
30 gennaio 1933. Nomina, ai posti più importanti, un conservatore, Franz Von Papen, che è già stato cancelliere e l’uomo forte della estrema destra, Alfred Hugenberg, ministro dell’economia e dell’agricoltura, un temperamento autoritario e aggressivo. Hitler chiama il suo gabinetto “Governo di unione nazionale” perché non abbia l’aria di un governo nazista, ma di una coalizione nazionalista. Von Papen si sbaglia dicendo a Hugenberg: «Hitler è un nostro uomo». L’altro risponde: «Noi lo inquadreremo».
La sera stessa del 30 gennaio 1933, Goebbels organizza a Berlino, come in tutte le grandi città, una fiaccolata che vuole grandiosa, con i caschi d’acciaio, le SS, e soprattutto le SA. Goebbels dichiara che sono un milione a sfilare. Ma l’addetto militare inglese li stima in meno di 15.000 che Goebbels fa girare intorno per quattro ore. Passano sotto le finestre di Hindenburg, 85 anni, che crede di ritornare ai tempi di Verdun nel 1916 e dice al suo aiutante di campo: «I nostri uomini sfilano bene. Hanno fatto molti prigionieri». Hitler, alla Cancelleria, riceve degli omaggi deliranti. Un insegnante di Berlino, Luise Solmiz, dice: «Era un’ubriacatura senza vino – e aggiunge – ho sentito delle grida “Morte agli ebrei” e “Il sangue degli ebrei sgorgherà sotto i coltelli”».
Il 10 febbraio 1933 al Palazzo dello Sport di Berlino, Hitler pronuncia il suo primo discorso da Cancelliere. Qual è il piano di Hitler: il potere assoluto, ma a tappe. Al Parlamento siedono ancora 200 deputati socialisti e comunisti. La prima decisione di Hitler è di sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni. Nel suo discorso radiodiffuso chiama tutti gli elettori a votare per lui, anche quelli di sinistra: «Sono convinto che verrà l’ora per quei milioni di persone che ci maledicono, di entrare nei nostri ranghi e di salvare quello che noi abbiamo ottenuto con tanta fatica, questo nuovo Reich tedesco, quello della grandezza, dell’onore e della forza». Tuttavia, anche con questo discorso conciliante, Hitler continua ad agire di nascosto. Ma Goebbels precisa, tornando ai fondamentali per l’elettorato nazista di base: l’antisemitismo e la violenza: «Se i giornali ebrei credono di poterci spaventare con delle minacce larvate, attenzione a loro. La nostra pazienza ha dei limiti; un giorno si chiuderà il becco a questi sporchi mentitori ebrei. I membri del partito e delle SA possono stare tranquilli. La fine del terrore rosso è più vicino di quanto immaginate».
Due settimane dopo, a Berlino, durante la notte il grande edificio del Reichstag, il Parlamento tedesco, brucia. Di questo simbolo della democrazia tedesca non resta più niente.
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10 febbraio 1933: l’inchiesta condotta dalla polizia agli ordini di Goering, incrimina un comunista olandese Marinus Van der Lubbe, 24 anni, sospettato per un passato da piromane. Rapidamente dichiarato colpevole, sarà decapitato. A chi porta profitto il crimine? Ai nazisti. Hitler e Goering agitano lo spettro del complotto dei Rossi; Goering fa arrestare 4000 comunisti e i loro capi. Ma il partito comunista non è ancora messo fuori legge. Hitler vuol dare un’apparenza di legalità per le elezioni legislative che devono dar fiducia al suo potere. I tedeschi, benché stanchi delle campagne elettorali e dei disordini, vanno a votare in tutto il paese. Le SA si impegnano, come dicono i nazisti, a prevenire tutti gli attentati dei comunisti e a proteggere la popolazione. Le SA sono più di un milione, armati; per il loro statuto, sono come degli ausiliari della polizia. In tutta la Germania, si posizionano davanti alle sedi dei partiti di sinistra e dei sindacati. Vogliono ancora seminare la violenza mente Hitler mostra di gestire responsabilmente il voto elettorale, per continuare ad assicurare un Hindenburg affaticato. Goering, con fare minaccioso, seduto sulla sua poltrona gotica e impugnando il suo pugnale, dà la sua versione menzoniera dei risultati elettorali: «Il 5 marzo 1933 significa un’immensa vittoria per un uomo e per un movimento. Il vincitore è Adolf Hitler e il movimento è il nazionalsocialismo. E i due non sono che un tutt’uno con il popolo e il Reich!».
Hitler e la sua coalizione, in realtà, raggiungono appena la maggioranza. Nonostante la sua propaganda e le intimidazioni della SA, Hitler non è riuscito a impedire ai comunisti di ottenere il 12% dei voti. Allora Hitler getta la maschera ed entra nell’illegalità con la complicità del suo governo. Fa arrestare i deputati comunisti e li manda nei campi di concentramento di Oranienburg, vicino a Berlino, e di Dachau, che sono allestiti dai nazisti. Sono i primi dei sedici campi aperti nel solo anno 1933. Il numero dei detenuti politici passa a 100.000 nel primo mese del regime. Lo studente comunista Klaus Bastian racconta: «Le guardie li frustano, li immergono nell’acqua gelida, li minacciano di morte, di giorno e di notte». I nazisti sostengono, al contrario, che questi parlamentari, questi funzionari e questi sindacalisti vengono rieducati. L’ombra malefica della dittatura si estende su tutta la Germania. Essendo stato bruciato il Reichstag, Hitler riunisce il Parlamento all’Opéra Royal, circondato dalle SA, per chiedere i pieni poteri.
20 marzo 1933. Nel Parlamento non ci sono più deputati comunisti; i 94 socialisti ancora presenti avranno il coraggio di votare contro Hitler. Saranno anche loro arrestati, imprigionati o costretti all’esilio. 441 deputati, dall’estrema destra al centro cattolico, ascoltano uno scaltro discorso di Hitler destinato a imbrogliare. Promette tutto, come sempre, la fine della disoccupazione, la salvezza dei contadini, il rispetto dei diritti e soprattutto la pace. L’assemblea si suicida votando i pieni poteri a Hitler per quattro anni. Il presidente Hindenburg non potrà più opporsi alle decisioni del Cancelliere. Sotto gli evviva, la democrazia in Germania muore.
Che Hitler, un uomo che ha consolidato il suo potere con l’antisemitismo, possa dirigere uno dei paesi più industrializzati del mondo è sentito come una minaccia universale.
New York. Nel mondo intero le manifestazioni contro Hitler denunciano la sua barbarie, il suo oscurantismo e proclamano che «il giudaismo sopravviverà all’hitlerismo». Tutti gridano al boicottaggio mondiale dei prodotti tedeschi. Hitler, per dissuaderli, ordina una giornata di boicottaggio dei negozi ebrei in Germania. È l’inizio della persecuzione. Edwin Landau, proprietario di un grande supermercato della Prussia orientale, prima di emigrare con tutta la sua famiglia in Palestina, scrive: «In poco tempo è avvenuta in me una trasformazione. Questo paese e questo popolo che avevo amato e stimato fino ad ora sono diventati miei nemici. Non ero più tedesco e non dovevo più esserlo. Mi vergognavo di essere appartenuto a questo popolo, della fiducia che avevo accordato a tante persone che si rivelavano essere miei nemici».
L’antisemitismo ha contagiato le università. Il nazismo ha istigato gli animi contro la cultura moderna e ha imposto un’ideologia settaria e intollerante che spinge gli studenti a bruciare essi stessi dei libri. Con l’aiuto degli studenti, inquadrati dalle SA, in tutta la Germania vengono raccolte dalle biblioteche, dalle librerie e presso gli editori, tutte le opere che corrispondono a quello che Hitler ha definito di «spirito antitedesco». Sulla lista nera nazista vi sono i libri di Karl Marx, Sigmund Freud, Stefan Zweig, e più di trecento autori, soprattutto ebrei. 12.000 titoli sono condannati: centinaia di migliaia di libri devono essere bruciati. E le SA preparano il rogo. A Berlino, in piazza dell’Opéra, Goebbels pronuncia il discorso radiodiffuso che apre la “messa nera” di questo incendio di libri di stampo medioevale: «Cari studenti e studentesse di Germania, l’epoca dell’intellettualismo ebreo è passata. L’essere tedesco del futuro non sarà più un essere da libro ma un essere di volontà».
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10 maggio 1933. Una giovane berlinese, Dorothea Gunther, che assiste al rogo dei libri e al rituale nazista, testimonia: «Le SA e gli studenti gridavano il titolo del libro e il nome dell’autore e urlando “che era ebreo, pacifista, femminista o semplicemente moderno”, pronunciavano la sentenza “noi ti consegniamo al fuoco”. Sono rimasta ammutolita e offesa perché quegli studenti avevano letto e discusso molte di quelle opere che andavano in fumo».
Léon Blum scrisse: «In Germania, sarebbe stato necessario che i comunisti e i socialisti lottassero insieme». Ma i socialisti non avevano voluto. Per i comunisti, Mosca impartiva gli ordini: «Niente alleanze con i socialisti, i socialisti traditori». Le consegne suicide di Stalin hanno aiutato Hitler.
Hitler soppresse i sindacati e il 21 luglio 1933 mise fuori legge il partito socialista.
«SA e SS, Heil. Una grande epoca si apre davanti a noi – pronuncia in un discorso Hitler – La Germania finalmente si è svegliata. Noi abbiamo conquistato il potere. Ora dobbiamo conquistare il popolo tedesco».
Estate 1933. Il popolo tedesco può andare in vacanza. Il partito nazista è ormai il partito unico. I suoi slogan antisemiti non interessano troppo la gente. La sorte dei loro compatrioti di origine ebrea li interessa poco. Sono appena 500.000 mila, meno dell’1% della popolazione. La metà di questi ebrei tedeschi riuscirà a emigrare.
Gerda Blachmann testimonia: «Abbiamo potuto imbarcarci a condizione di lasciare tutti i nostri beni». Gli ebrei più poveri resteranno bloccati in Germania. Saranno deportati nei ghetti dell’Est e poi sterminati nei lager. Gli oppositori del regime fuggiranno come e dove potranno: soprattutto in Francia, dove saranno ripresi in seguito alla guerra e riconsegnati ai nazisti. Molti di loro che non partiranno per tempo e che vorranno resistere, saranno catturati e uccisi nei lager.
La grande maggioranza dei tedeschi si adatta alla dittatura. Alcuni cominceranno ad alzare ogni mattina la bandiera nazista a croci uncinate, diventata l’emblema ufficiale della Germania. Gli altri, una volta messo il bavaglio alla stampa, non potranno che leggere i giornali nazisti. Le bambine impareranno il saluto nazista, i bambini entreranno nella “gioventù hitleriana”, che svilupperà molto bene in loro l’aggressività. A scuola l’insegnante farà imparare ai ragazzi a maneggiare le armi. Nell’insegnamento della matematica, utilizzerà degli esempi del tipo: «Quanto costa in un anno allo Stato un alunno? Un handicappato 1.800 marchi, un alunno medio 320 marchi e un alunno brillante solo 125 marchi». Conclusione: la società non può sopravvivere se non quando i suoi cittadini sono geneticamente sani.
La figlia maggiore di ogni famiglia entrerà nella BDM, la Lega delle giovani tedesche e diventerà una brava sposa che avrà molti piccoli soldati, che si faranno uccidere a dieci anni negli ultimi combattimenti a Berlino, alla fine della seconda guerra mondiale. Ma i tedeschi non lo sapevano ancora in questa estate del 1933. Hitler non è interamente il capo supremo: deve ancora anestetizzare il popolo tedesco con la propaganda.
30 agosto 1933: primo congresso del partito nazista dopo la conquista del potere. Tra i partecipanti Rudolph Hesse, uno dei redattori della legge antiebraica, Goebbels che ha reso grande il Ministero della propaganda, Herman Goering, che ha fatto rinascere l’aviazione tedesca, Ernst Röhm, il capo dell’orda di fanatici che sono le SA. Röhm, che aveva partecipato al putsch del 1923 sarà accusato di tradimento. Le SA sono ormai due milioni, una forza che fa concorrenza all’esercito. Hitler, per avere il sostegno dei militari, deve metterli in riga ed elimina Röhm. Tutto inizia nell’estate del 1934 quando Hitler si reca a Venezia per incontrare Mussolini: è il 16 giugno 1934. Hitler è impressionato dal suo grande modello. Cerca l’accordo con Mussolini per il suo progetto di annessione dell’Austria. Mussolini rifiuta: non vuole la presenza tedesca alle sue frontiere. Mussolini disse: «Questo tipo mi sembra un monaco chiacchierone». Mussolini gli mostra la sua flotta, mentre Hitler non ha una marina. Hitler torna a Berlino mortificato. Comprende che fino a quando non avrà ricostituito la sua forza militare non potrà fare niente.
Hitler si reca alle manovre dell’esercito tedesco, piccolo in seguito al trattato di Versailles, ridotto a 100.000 uomini ma molto addestrato. Hitler sa che per fare una guerra occorrono dei generali, degli ammiragli, degli strateghi degli specialisti competenti. Ha promesso all’esercito di non rispettare il trattato di Versailles, di ridargli i suoi effettivi e il suo armamento. Ma i generali vogliono di più: vogliono la testa di Röhm e delle SA, più importanti per il loro numero dell’esercito. Röhm viene criticato per la sua mania di grandezza: fa ombra a Hitler. Goebbels disse: «È un bolscevico camuffato». Sono complici da più di quindici anni ma Hitler ha deciso di eliminare Röhm accusandolo di preparare un colpo di Stato. Hitler designa i boia: Himmler, capo delle SS, Heydrich, capo della Gestapo, Sepp Dietrich, un ex garzone macellaio divenuto capo della guardia di protezione del Führer. Tra il 30 giugno e il 2 luglio 1934, quella che Hitler chiamerà «la notte dei lunghi coltelli», le SS uccidono Röhm e 85 possibili oppositori o testimoni ingombranti del passato di Hitler. Dopo la fine di Röhm, le SA perdono tutta la loro influenza e sono ridotte a servizio d’ordine. L’esercito è soddisfatto, come gli industriali che temevano quando sentivano Röhm dire: «La rivoluzione nazionale socialista non è ancora terminata». Sepp Dietrich è promosso generale delle SS. Quando la regista Leni Riefensthal gira “Il Trionfo della Volontà” sul congresso del partito nazista del 1934, solo le uniformi nere delle SS sfilano. Ormai in alto nella piramide del potere Hitler è solo.
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Un mese dopo “la notte dei lunghi coltelli” l’ultimo presidente della repubblica, il maresciallo Hindenburg, muore all’età di 87 anni. La democrazia è morta e sepolta da lungo tempo. La dittatura continua la sua marcia implacabile. Hitler diventa il capo delle Forze armate. Il suo potere è totale. E tutti i soldati giurano fedeltà «al Führer nostro capo e del popolo tedesco, Adolf Hitler».
Luglio 1935. Hitler si reca al festival di Bayreuth per ascoltare Wagner, il suo musicista preferito. La nuora del compositore, Winifred Wagner, che l’ha sostenuto fin dal suo così difficile debutto, lo riceve ora come capo della Germania. Hitler può valutare il cammino percorso; ha realizzato il sogno assurdo della sua gioventù: diventare Rienzi, il suo eroe wagneriano preferito che si sacrifica per il suo popolo in adorazione davanti a lui. S’imbarca come Sigfrido, sul mare del Nord verso le sue chimere, accompagnato da coloro che l’hanno creato e che non possono più domare, colui che è diventato il golem, la creatura della Bibbia fatta di argilla e che accecherà gli umani con la sua potenza infernale.
Hitler si appropria dei successi della repubblica di Weimar, come le famose autostrade, che diventeranno le vetrine del regime nazista.
Germania sinagoga distrutta
Hitler si batte per promulgare le leggi razziali di Norimberga. Brucerà le sinagoghe nei grandi pogrom della “Notte dei cristalli”, preludio della “soluzione finale”. Si prepara a violare il trattato di Versailles rioccupando le zone smilitarizzate del 1919. Quando Francia e Inghilterra non reagiranno, la loro debolezza porterà Mussolini a riavvicinarsi a Hitler, lasciandolo annettere l’Austria per compiere la sua “missione”, riunire la Germania e i popoli che parlano il tedesco. Interverrà nella insanguinata guerra di Spagna, lanciando i suoi bombardieri, uccidendo la popolazione di Guernica e assicurando la vittoria ai fascisti di Franco sui repubblicani della Spagna.
Sogna il suo grande esercito, come quello di Napoleone. Marcerà verso Mosca, proclamando sempre che vuole la pace. «Noi vogliamo essere un solo e unico Reich, e voi dovete prepararvi. Noi vogliamo che il popolo diventi ubbidiente, e siete voi che dovete trascinarlo. Noi vogliamo che questo popolo diventi pacifico ma anche coraggioso, e siete voi che dovete essere pacifici!».
La Germania, trascinata dai discorsi e dalle manifestazioni grandiose, perderà i contatti con la realtà.
Quando la Germania sarà pronta, Hitler, feroce ed ostinato, la trascinerà, e il mondo intero con lei, in una lunga notte popolata di fantasmi di cinquanta milioni di morti.

Bibliografia:
Apocalypse Hitler Dvd

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-come-e-stato-possibile-hitler-101300280.html#


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