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mercoledì 11 luglio 2012

Direnzo. Nella musica vi sono racchiusi tutti i sentimenti e le passioni più nascoste che non hai mai osato esprimere con le parole. La musica è l'ambasciatrice del nostro cuore

Hanno tutti ragione

Nella musica vi sono racchiusi tutti i sentimenti e le passioni più nascoste che non hai mai osato esprimere con le parole. La musica è l'ambasciatrice del nostro cuore.
 R. Direnzo

Photo: Nella musica vi sono racchiusi tutti i sentimenti e le passioni più nascoste che non hai mai osato esprimere con le parole. La musica è l'ambasciatrice del nostro cuore.

- R. Direnzo.

domenica 11 marzo 2012

Erasmo da Rotterdam. Elogio alla follia. La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia

Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v’è pace tra le bestie velenose. Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo.
Erasmo da Rotterdam


"Poniamo che un tizio volesse strappare la maschera a degli attori che sostengono la loro parte su di un palcoscenico e rivelare agli spettatori le loro facce vere e reali. Non guasterà costui tutta la finzione scenica e non meriterà d'esser preso per matto furioso e cacciato dal teatro a sassate? D'improvviso lo spettacolo assumerà un nuovo volto: prima c'era una donna, ora c'è un uomo, prima un vecchio, ora un giovane; chi era re, d'un colpo è divenuto una canaglia e chi era un dio, lì per li ci appare un omiciattolo. Ma togliere l'illusione significa mandare a monte tutto quanto il dramma, poiché proprio l'inganno della finzione scenica incanta l'occhio dello spettatore. Orbene! Che cos'è la vita dell'uomo, se non una commedia, in cui ognuno va coperto d'una maschera sua particolare e ognuno recita la sua parte, sinché il regista lo allontana dalla scena? Sempre il regista affida al medesimo attore il compito ora di mettersi addosso la porpora regale e ora gli stracci d'un miserabile schiavo. Dunque sul palcoscenico tutto è posticcio, ma la commedia della vita non si svolge in un modo diverso".
Erasmo da Rotterdam


Erasmo da Rotterdam, La leggerezza all’origine della stirpe umana.
“Innanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l’asta di Pallade dal padre possente, né l’egida di Giove adunator di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre degli dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l’Olimpo intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli, deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico sembiante con cui spaventa a suo piacimento, e, come un povero commediante qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto agli stoici che si credono così vicini agli dèi, datemene uno che sia stoico magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille colte! Anche lui dovrà deporre, se non la barba che è l’insegna della sapienza (comune, a dir vero, con i caproni), certamente il suo sussiego; dovrà spianare la fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero divenire padre, insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.”
ERASMO da ROTTERDAM (1446 – 1536), “Elogio della Follia”, a cura, trad., introd. e nota bibliografica di Eugenio Garin, Mondadori, Milano 2011 (ristampa, I ed. 1992), XI, p. 18.
“ Principio quid esse potest uita ipsa vel dulcius, vel pretiosius? At hujus exordium cui tandem acceptum ferri convenit, nisi mihi? Neque enim aut ὀβριμοπάτρης hasta Palladis, aut νεφεληγερέτου Jovis ægis hominum genus vel progignit, vel propagat. Verum ipse Deum pater atque hominum Rex, qui totum nutu tremefactat Olympum, fulmen illud trisulcum ponat oportet, et vultum illum Titanicum, quo, cum lubet, Deos omneis territat, planeque histrionum more, aliena sumenda misero persona, si quando velit id facere, quod numquam non facit, hoc est παιδοποιεῖν. Jam vero Stoici se Diis proximos autumant. At date mihi terque quaterque, aut si libet, sexcenties Stoicum, tamen huic quoque, si non barba insigne sapientiæ, etiam si cum hircis commune, certe supercilium erit ponendum, explicanda frons, abjicienda dogmata illa adamantina, ineptiendum ac delirandum aliquantisper. In summa, me, me inquam, sapiens accersat oportet, si modo pater esse velit.”
DESIDERII ERASMI ROTERDAMI “Μωρίας Εγκώμιον sive Stultitiæ Laus Declamatio”, cum Commentariis Gerardi Listrii, ineditis Oswaldi Molitoris, et Figuris Johannis Holbenii, Guil. Gottl. Beckerus Basileæ M.DCC. LXXX (I ed. Gilles de Gourmont, Parisiis 1511, incompleta e all’insaputa dell’A.), pp. 27 – 39.


Erasmo da Rotterdam, “L’educazione precoce e liberale dei fanciulli” (1529)
Con i loro figli gli uomini possono sbagliare in tre modi:
perché trascurano del tutto la loro educazione,
perché si accorgono troppo tardi dell’importanza di questa
o perché i maestri ai quali li affidano insegnano
cose che non servono.
Vi sono persone il cui animo gretto
impedisce loro di assumere un insegnante qualificato;
e sempre avviene che si paga più uno scudiero
che l’educatore del proprio figlio.
Volesse il cielo che fossero meno numerosi coloro
che spendono di più per i loro capricci
che per l’educazione di un figlio.


I Potenti sono sfortunati perché attorno a loro ci sono solo elogiatori,
pronti a velare ogni verità che risulti sgradita al padrone.
Erasmo da Rotterdam

La mente umana è fatta in modo tale che è molto più suscettibile alla menzogna che alla verità
Erasmo da Rotterdam


Ciò che l'occhio è per il corpo, la ragione lo è per l'anima.
Erasmo da Rotterdam

A forza di sterminare animali, si capì che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo.
Erasmo Da Rotterdam



Per qual motivo io sia venuta innanzi a voi in questa insolita acconciatura, lo sentirete fra breve, se non vi è grave prestar orecchio alle mie parole. Non certo come lo porgevate ai predicatori sacri, ma piuttosto come facevate con i ciarlatani di piazza, con gli scrocconi e con i buffoni [...]. Mi piacerebbe con voi fare un pò il sofista, non però di quella razza che oggi inculca nei ragazzetti quisquilie da togliere il fiato comunicando loro una ostinazione a disputare peggio delle femmine; ma imiterò quegli antichi che, pur di evitare il nome malfamato di sapienti, preferiscono dieci sofisti. L’occupazione di costoro consisteva nel celebrare con i loro elogi gli dèi e gli eroi. Sentirete dunque l’elogio, non già di Ercole o di Solone, ma di me in persona, la Pazzia.
Erasmo, Elogio della Pazzia


Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia


La via della saggezza passa per la follia. Le passioni non soltanto fanno da piloti nel porto della saggezza, ma si trovano in tutte le azioni secondo virtù, come degli sproni stimolanti a fare del bene
Erasmo da Rotterdam


La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia. Secondo i Peripatetici invece le passioni sono le navi che ci conducono al porto della saggezza, ci stimolano e ci spronano sul cammino della virtù, esortandoci ad agire correttamente.
Elogio alla follia, Erasmo da Rotterdam



Follia è libertà degli affanni. Qualunque cosa dicano di me i mortali (so bene, signori miei, troppo bene, che la pazzia gode di pessima reputazione anche tra i folli più folli) ebbene, sono io la sola, proprio io in carne ed ossa, grazie ai miei poteri sovrannaturali, a infondere serenità nel cuore degli uomini e degli dei.
Erasmo Da Rotterdam, Elogio della Follia


Ma per non seguitar all'infinito e per offrirvi il succo della cosa, a parer mio tutta la religione cristiana ha una specie di parentela con la pazzia e non va punto d'accordo con la sapienza. Ne volete le prove? Osservate anzitutto che quelli che piú trovano piacere nelle funzioni sacre e in tutte le cose di religione, che si strofinano sempre agli altari sono ragazzi, vecchi, donne, ignoranti. È madre natura che ve li spinge, si sa; nient'altro. In secondo luogo vedete tutti quei primi fondatori di religione: costoro abbracciavano una vita di straordinaria semplicità ed erano della cultura nemici irriconciliabili. Infine non si trovano pazzi piú dissennati di coloro che si son lasciati prendere una volta da ardore di pietà cristiana: eccoli profondere i loro averi, non curarsi di offese, lasciarsi ingannare, non far differenza fra amici e nemici, aver in orrore il piacere, ingrassare a forza di digiuni, veglie, lagrime, lavori e ingiurie, aver in uggia la vita, non bramar che la morte; in una parola son diventati pare assolutamente ottusi ad ogni senso comune, come se il loro animo vivesse altrove non dentro il corpo. E questa che cos'altro è se non pazzia? Non c'è da meravigliarsi se gli Apostoli sembravano briachi di vin dolce o se san Paolo parve addirittura al giudice Festo un pazzo. 
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


E poi ci sono i filosofi, venerandi per barba e mantello: affermano di essere i soli sapienti; tutti gli altri sono soltanto ombre inquiete. Ma com'è bello il loro delirio quando costruiscono mondi innumerevoli; quando misurano, quasi col pollice e il filo, il sole, la luna, le stelle, le sfere; quando rendono ragione dei fulmini, dei venti, delle eclissi e degli altri fenomeni inesplicabili, senza la minima esitazione, come se fossero a parte dei segreti della natura artefice delle cose, come se venissero a noi dal consiglio degli Dèi! La natura, intanto, si fa le grandi risate su di loro e sulle loro ipotesi. A dimostrare che nulla sanno con certezza, basterebbe quel loro polemizzare sulla spiegazione di ogni singolo fenomeno. Loro, pur non sapendo nulla, affermano di sapere tutto; non conoscendo se stessi e non accorgendosi, a volte, della buca o del sasso che hanno sotto il naso, o perchè in molti casi ci vedono poco, o perchè sono altrove con la testa, sostengono di vedere idee, universali, forme separate, materie prime, quiddità, ecceità, e cose tanto sottili da sfuggire, credo, persino agli occhi di Linceo. Disprezzano in particolare il profano volgo, quando confondono le idee agli ignoranti con triangoli, quadrati, circoli, e figure geometriche siffatte, disposte le une sulle altre a formare una specie di labirinto, e poi con lettere collocate quasi in ordine di battaglia e variamente manovrate. Nè mancano, fra loro, quelli che, consultando gli astri, predicono l'avvenire promettendo miracoli che vanno al di là della magia; e, beati loro, trovano anche chi ci crede. 
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


D'altra parte quale città ha mai voluto applicare le leggi di Platone o Aristotele e le massime di Socrate? E così qual impulso persuase i Deci a offrirsi spontaneamente in olocausto agli dèi Mani? Qual istinto ha trascinato Curzio nell'abisso se non la gloria, ch'è vana? Ella è una sirena dolcissima davvero, ma con quanto accanimento la condannano questi sapienti! Dicono essi: non v'è pazzo più grande del candidato alle elezioni, il quale umilmente si presta ad adulare il popolo, ne compra il favore con donativi, va in caccia degli applausi d'una massa di pazzi, è tutto contento quando lo acclamano, si lascia portare intorno in trionfo perchè il popolo lo ammiri, come si fa per le immagini dei santi, e infine ammette di star ritto nella pubblica piazza effigiato nel bronzo.
Con tali buaggini fanno il palo le adozioni di nomi e soprannomi, gli onori divini offerti ad uomini da nulla, e le pubbliche cerimonie con cui tiranni scelleratissimi vengono elevati al rango di divinità. Queste son davvero mattie belle e buone e non basterebbe un sol Democrito a farsene le dovute beffe. C'è qualcuno che dice di no? Eppure proprio a questa sorgente gli eroi attingono l'ispirazione per le audaci imprese che tanti uomini eloquenti levano sino al cielo nei loro scritti. Una tal forma di pazzia fa nascere le città e su di essa si fondano gli imperi, le repubbliche , la religione, le assemblee e i tribunali. E in definitiva la vita degli uomini nient'altro è che un gioco della pazzia.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia




“…è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge anche l’uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d’intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o nei giardini di Tantalo”.
Erasmo da Rotterdham, Elogio della follia, cap. 30


...Colui che afferra il timone dello stato si fa amministratore del pubblico non dei suoi privati, non deve allontanarsi neppur di un mignolo dalle leggi, delle quali lui è autore ed esecutore, deve rispondere lui della correttezza dei suoi amministratori . Lui solo infatti è continuamente esposto agli occhi di tutti e, come un astro benigno, con la sua integrità, può influire molto favorevolmente sulle cose umane, e può anche, come funesta cometa, recar la più grande rovina; chè dei vizi di privati non ci si risente allo stesso modo, ne si diffondono con ugual virulenza, laddove Lui si trova in tal posizione che, per poco che si allontani dal retto, immediatamente il suo malo esempio serpeggia, contagiando un numero infinito di uomini....
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


“Perciò, visto che fra i molti meriti di Bacco è considerato a ragione il più importante quello di ripulire l’animo dalle preoccupazioni (e questo soltanto per un tempo molto breve: infatti, appena smaltito il caro vino, subito su bianche quadrighe, come si dice, ritornano le ansie), quanto è più completo e più efficace il beneficio che procuro io riempiendo la mente, per mezzo di una specie di perpetua ebbrezza, di gioie, di piaceri, di esplosioni di allegria, e per di più senza alcuna fatica? E non permetto a nessun mortale di non prendere parte al mio dono…”
Erasmo da Rotterdam, “L’elogio della follia”



Bisogna essere grezzi e ignoranti per piacere prima di tutto a sé stessi e poi per riscuotere l'ammirazione altrui. Solo uno sciocco può ambire alla cosiddetta vera cultura, perché in primo luogo acquisirla è assai gravoso e in secondo luogo non offre alcun vantaggio. L'uomo dotto si ritrova solo, respinto e isolato dal mondo.
Erasmo, Elogio della Follia


“Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno?
Chi è interiormente combattuto, potrà forse andare d’accordo con altri?
Potrà, chi è sgradito e molesto a se stesso, riuscire gradevole a un altro?
Nessuno, credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo più pazzo della Follia stessa.”
Erasmo da Rotterdam, "Elogio della follia"




Ho conosciuto una volta un tale, dotto in svariati campi: 
sapeva di greco, di latino, di matematica, di filosofia, di medicina, e questo a livello superiore. Ormai sessantenne, messo da parte tutto il resto, da oltre vent'anni si tormenta sulla grammatica, ritenendo di poter essere felice se vivrà abbastanza da stabilire con certezza come vadano distinte le otto parti del discorso; finora nessuno, né dei Greci né dei Latini, ci è riuscito pienamente. Di qui quasi un caso di guerra se uno considera congiunzione una locuzione avverbiale. A questo modo, pur essendovi tante grammatiche quanti grammatici, anzi di più se solo il mio amico Aldo Manuzio ne ha pubblicate più di cinque, questo tale non tralascia di leggerne ed esaminarne minuziosamente nessuna, per barbara o goffa che sia nello stile. Guarda infatti con sospetto chiunque faccia in materia un tentativo, sia pure insignificante, attanagliato com'è dalla paura che qualcuno lo privi della gloria, rendendo vane così annose fatiche. Preferite chiamarla follia o stoltezza? A me poco importa, purché siate disposti a riconoscere che, per mio beneficio, l'animale più infelice di tutti può attingere una tale felicità da non volere scambiare la propria sorte neppure con quella dei re persiani.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia




ERASMO DA ROTTERDAM. IL DENARO.
C’è chi si prodiga con ogni cura per gli affari degli altri mentre trascura i propri, e chi, preso nel giuoco dei debiti, prossimo a fallire, si crede ricco del denaro altrui; un altro pone all’apice della sua felicità morire povero pur di arricchire l’erede.

Questi per un guadagno modesto, e per giunta incerto, corre tutti i mari, affidando la vita, che il denaro non ricompra, alle onde e ai venti; quello preferisce cercare di arricchirsi in guerra piuttosto che starsene al sicuro in casa sua. Ci sono di quelli che credono si possa arrivare alla ricchezza senza la minima fatica andando a caccia di vecchi senza eredi; nè manca chi, in vista dello stesso risultato, opta per un legame con vecchiette danarose. Gli uni e gli altri offrono agli Dei che stanno a guardare uno spettacolo oltremodo divertente, quando si fanno abbindolare proprio da coloro che vogliono intrappolare.

La razza più stolta e abietta è quella dei mercanti che, pur trattando la più sordida delle faccende e nei modi più sordidi, pur mentendo, spergiurando, rubando, frodando a tutto spiano, si credono da più degli altri perché hanno le dita inanellate d’oro.

Nè mancano di adularli certi fraticelli che li ammirano e li chiamano apertamente venerabili, senza dubbio perché una piccola parte degli illeciti profitti vada a loro.

Altrove puoi vedere dei Pitagorici, a tal segno convinti della comunanza dei beni, che, se trovano qualcosa d’incustodito, tranquillamente se ne appropriano come l’avessero ricevuto in eredità.

C’è chi, ricco solo di speranze, sogna la felicità, e già questo sogno, per lui, è la felicità.

Taluni si compiacciono di essere creduti ricchi, mentre a casa loro muoiono di fame.

Uno si affretta a dilapidare tutto quello che possiede; un altro accumula con mezzi leciti e illeciti. Questo si fa portare candidato perché ambisce a pubbliche cariche, quello è contento di starsene accanto al fuoco. E sono tanti quelli che intentano interminabili cause e che, portatori di opposti interessi, fanno a gara per arricchire il giudice che accorda rinvii, e l’avvocato che è in combutta con la parte avversa.

Uno ha la mania di rinnovare il mondo, un altro propende per il grandioso. C’è chi, senza nessuna ragione d’affari, lascia a casa moglie e figli e se ne va a Gerusalemme, a Roma, a San Giacomo di Compostella.”

Erasmo da Rotterdam, L’elogio della pazzia


http://youtu.be/L6Ktzj2xpXo














venerdì 2 marzo 2012

lunedì 20 febbraio 2012

Platone. Fedro. Mito della Biga Alata. Si raffiguri... l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso.

PLATONE, "SIMPOSIO": L'ANIMA, L'EROS E IL BELLO

Quale armonia è possibile per l’anima tripartita di Platone? 
Nel Fedro l’anima è raffigurata dalla biga alata: l’auriga ne costituisce la parte razionale; il cavallo bianco, nobile e ubbidiente, ne rappresenta la parte passionale; il cavallo nero, più difficilmente governabile, rappresenta infine l’anima concupiscibile, legata alla sessualità. Le passioni, quindi, non solo sono ineliminabili, ma sono utili come forza propulsiva.
L’Eros è alla base dell’anima, e dunque, tornando all’analogia tra anima e polis, è alla base della politica. In definitiva, nella filosofia di Platone, l’Eros è la fonte principale di energia dell’anima; ma – come mostra sempre per analogia la possibile degradazione delle forme politiche – qualora non venga governato, l’eros può essere anche il tiranno dell’anima. Il Simposio è uno dei dialoghi dedicati all’amore. Qui Socrate parla di un Eros che è non dio bensì demone, figlio di Risorsa e Povertà: ha natura intermedia, desidera nella misura in cui è manchevole; di conseguenza Eros è anche filosofo, perchè non possiede la sapienza ma vi aspira. Eros è desiderio di bellezza e la bellezza è il fine dell’amore: l’amore carnale è solo il primo livello di un desiderio di procreare nel bello, ma secondo il Socrate del Simposio si può ascendere a livelli più elevati, usando la potenza erotica, spostando il desiderio dai corpi alle anime, alle scienze, fino alla bellezza in sè.
Jacopo Nacci, classe 1975, si è laureato in filosofia a Bologna con una tesi dal titolo Il codice della perplessità: pudore e vergogna nell’etica socratica; a Urbino ha poi conseguito il master "Redattori per l’informazione culturale nei media". Ha pubblicato due libri: Tutti carini (Donzelli, 1997) e Dreadlock (Zona, 2011). Attualmente insegna italiano per stranieri a Pesaro, dove risiede.
http://www.oilproject.org/lezione/filosofia-platone-riassunto-simposio-fedro-anima-e-amore-platonico-2286.html



Platone. Mito della Biga Alata. Fedro, 246 a-249d:
[...]Si raffiguri... l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. 
Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso. Ed ora bisogna spiegare come gli esseri viventi siano chiamati mortali e immortali. Tutto ciò che è anima si prende cura di ciò che è inanimato, e penetra per l’intero universo assumendo secondo i luoghi forme sempre differenti. Cosí, quando sia perfetta ed alata, l’anima spazia nell’alto e governa il mondo; ma quando un’anima perde le ali, essa precipita fino a che non s’appiglia a qualcosa di solido, dove si accasa, e assume un corpo di terra che sembra si muova da solo, per merito della potenza dell’anima. Questa composita struttura d’anima e di corpo fu chiamata essere vivente, e poi definita mortale. […]

La funzione naturale dell’ala è di sollevare ciò che è peso e di innalzarlo là dove dimora la comunità degli dèi; e in qualche modo essa partecipa del divino piú delle altre cose che hanno attinenza con il corpo. Il divino è bellezza, sapienza, bontà ed ogni altra virtú affine. Ora, proprio di queste cose si nutre e si arricchisce l’ala dell’anima, mentre dalla turpitudine, dalla malvagità e da altri vizi, si corrompe e si perde. Ed eccoti Zeus, il potente sovrano del cielo, guidando la pariglia alata, per primo procede, ed ordina ogni cosa provvedendo a tutto. […] le pariglie degli dèi sono bene equilibrate e i corsieri docili alle redini; mentre per gli altri l’ascesa è faticosa, perché il cavallo maligno fa peso, e tira verso terra premendo l’auriga che non l’abbia bene addestrato. Qui si prepara la grande fatica e la prova suprema dell’anima. Perché le anime che sono chiamate immortali, quando sian giunte al sommo della volta celeste, si spandono fuori e si librano sopra il dorso del cielo: e l’orbitare del cielo le trae attorno, cosí librate, ed esse contemplano quanto sta fuori del cielo. […] bisogna pure avere il coraggio di dire la verità soprattutto quando il discorso riguarda la verità stessa. In questo sito dimora quella essenza incolore, informe ed intangibile, contemplabile solo dall’intelletto, pilota dell’anima, quella essenza che è scaturigine della vera scienza. Ora il pensiero divino è nutrito d’intelligenza e di pura scienza […]. 

Questa è la vita degli dèi. Ma fra le altre anime, quella che meglio sia riuscita a tenersi stretta alle orme di un dio e ad assomigliarvi, eleva il capo del suo auriga nella regione superceleste, ed è trascinata intorno con gli dèi nel giro di rivoluzione; ma essendo travagliata dai suoi corsieri, contempla a fatica le realtà che sono. Ma un’altra anima ora eleva il capo ora lo abbassa, e subendo la violenza dei corsieri parte di quelle realtà vede, ma parte no. Ed eccoti, seguono le altre tutte agognanti quell’altezza, ma poiché non ne hanno la forza, sommerse, sono spinte qua e là e cadendosi addosso si calpestano a vicenda nello sforzo di sopravanzarsi l’un l’atra. Ne conseguono scompiglio, risse ed estenuanti fatiche, e per l’inettitudine dell’auriga molte rimangono sciancate e molte ne hanno infrante le ali. Tutte poi, stremate dallo sforzo, se ne dipartono senza aver goduto la visione dell’essere e, come se ne sono allontanate, si cibano dell’opinione. La vera ragione per cui le anime si affannano tanto per scoprire dove sia la Pianura della Verità è che lí in quel prato si trova il pascolo congeniale alla parte migliore dell’anima e che di questo si nutre la natura dell’ala, onde l’anima può alzarsi. Ed ecco la legge di Adrastea. Qualunque anima, trovandosi a seguito di un dio, abbia contemplato qualche verità, fino al prossimo periplo rimane intocca da dolori, e se sarà in grado di far sempre lo stesso, rimarrà immune da mali. Ma quando l’anima, impotente a seguire questo volo, non scopra nulla della verità, quando, in conseguenza di qualche disgrazia, divenuta gravida di smemoratezza e di vizio, si appesantisca, e per colpa di questo peso perda le ali e precipiti a terra, allora la legge vuole che questa anima non si trapianti in alcuna natura ferina durante la prima generazione; ma prescrive che quella fra le anime che piú abbia veduto si trapianti in un seme d’uomo destinato a divenire un ricercatore della sapienza e del bello o un musico, o un esperto d’amore; che l’anima, seconda alla prima nella visione dell’essere s’incarni in un re rispettoso della legge, esperto di guerra e capace di buon governo; che la terza si trapianti in un uomo di stato, o in un esperto d’affari o di finanze; che la quarta scenda in un atleta incline alle fatiche, o in un medico; che la quinta abbia una vita da indovino o da iniziato; che alla sesta le si adatti un poeta o un altro artista d’arti imitative, alla settima un operaio o un contadino, all’ottava un sofista o un demagogo, e alla nona un tiranno.

Ora, fra tutti costoro, chi abbia vissuto con giustizia riceve in cambio una sorte migliore e chi senza giustizia, una sorte peggiore. Ché ciascuna anima non ritorna al luogo stesso da cui era partita prima di diecimila anni – giacché non mette ali in un tempo minore – tranne l’anima di chi ha perseguito con convinzione la sapienza, o di chi ha amato i giovani secondo quella sapienza. Tali anime, se durante tre periodi di un millennio hanno scelto, sempre di seguito, questa vita filosofica, riacquistano per conseguenza le ali e se ne dipartono al termine del terzo millennio. Ma le altre, quando abbiano compiuto la loro prima vita, vengono a giudizio, e dopo il giudizio, alcune scontano la pena nelle prigioni sotterranee, altre, alzate dalla Giustizia in qualche sito celeste, ci vivono cosí come hanno meritato dalla loro vita, passata in forma umana. Allo scadere del millennio, entrambe le schiere giungono al sorteggio e alla scelta della seconda vita; ciascuna anima sceglie secondo il proprio volere: è qui che un’anima può passare in una vita ferina e l’anima di una bestia che una volta sia stata in un uomo può ritornare in un uomo. Giacché l’anima che non abbia mai visto la verità non giungerà mai a questa nostra forma. Perché bisogna che l’uomo comprenda ciò che si chiama Idea, passando da una molteplicità di sensazioni ad una unità organizzata dal ragionamento. Questa comprensione è reminiscenza delle verità che una volta l’anima nostra ha veduto, quando trasvolava al seguito d’un dio, e dall’alto piegava gli occhi verso quelle cose che ora chiamiamo esistenti, e levava il capo verso ciò che veramente è. Proprio per questo è giusto che solo il pensiero del filosofo sia alato, perché per quanto gli è possibile sempre è fisso sul ricordo di quegli oggetti, per la cui contemplazione la divinità è divina. Cosí se un uomo usa giustamente tali ricordi e si inizia di continuo ai perfetti misteri, diviene, egli solo, veramente perfetto; e poiché si allontana dalle faccende umane, e si svolge al divino, è accusato dal volgo di essere fuori di sé, ma il volgo non sa che egli è posseduto dalla divinità. [...]

(Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 752-758)


Dal Mito della Biga Alata agli Angeli Cristiani

http://youtu.be/D9yi2BiPDdE



http://youtu.be/lTNIPk09ogE



venerdì 3 febbraio 2012

Tu, Io e il Tarlo. Quando ci si rinfaccia le cose, non si è più in due nel rapporto, ma in tre - tu io e il tarlo che ha cominciato a rodere le nostra storia. Nell'oscurità della materia, i tarli lavorano con discrezione, scavano gallerie per anni e, a parte qualche minuscolo fastidio, non ti accorgi di niente. Poi un giorno posi una tazza sul tavolo e il legno cede, sprofonda e in un istante, la superficie solida che conoscevi si trasforma in un cumulo di soffice segatura

Hanno tutti ragione
"Quando ci si rinfaccia le cose, non si è più in due nel rapporto, ma in tre - tu io e il tarlo che ha cominciato a rodere le nostra storia. Nell'oscurità della materia, i tarli lavorano con discrezione, scavano gallerie per anni e, a parte qualche minuscolo fastidio, non ti accorgi di niente. Poi un giorno posi una tazza sul tavolo e il legno cede, sprofonda e in un istante, la superficie solida che conoscevi si trasforma in un cumulo di soffice segatura".

‎...Tu, io e il tarlo...decisamente un "triangolo" scomodo e poco intrigante...

mercoledì 1 febbraio 2012

Massimo Scaligero. L’uomo moderno non può più avvalersi delle tecniche ascetiche del passato, yogiche, esoteriche o mistiche. Quelle tecniche si basavano sulla memoria o nostalgia del Divino che era visto “al di sopra” del mondo, perciò esse aiutavano l’asceta antico a liberarsi dall’esperienza dei sensi. Grazie a un lungo percorso interiore, sorto parallelamente in Oriente con il Buddha e in Occidente con Socrate..., fino all’affermazione del pensiero fisico-matematico moderno, oggi l'uomo può sperimentare nella propria interiorità che la forza formatrice del concetto, la stessa che connette pensiero a pensiero, è il principio spirituale della sua autocoscienza. Il riconoscimento del potere di obiettività del pensiero, libero dalle limitazioni dei sensi e dal karma, è il primo passo dell’ascesi dei nuovi tempi


‎"L’uomo moderno non può più avvalersi delle tecniche ascetiche del passato, yogiche, esoteriche o mistiche. Quelle tecniche si basavano sulla memoria o nostalgia del Divino che era visto “al di sopra” del mondo, perciò esse aiutavano l’asceta antico a liberarsi dall’esperienza dei sensi. Grazie a un lungo percorso interiore, sorto parallelamente in Oriente con il Buddha e in Occidente con Socrate..., fino all’affermazione del pensiero fisico-matematico moderno, oggi l'uomo può sperimentare nella propria interiorità che la forza formatrice del concetto, la stessa che connette pensiero a pensiero, è il principio spirituale della sua autocoscienza. Il riconoscimento del potere di obiettività del pensiero, libero dalle limitazioni dei sensi e dal karma, è il primo passo dell’ascesi dei nuovi tempi."
Massimo Scaligero

lunedì 30 gennaio 2012

T. Dethlefsen / R. Dalke. La nostra ombra ci infonde paura. Questo non deve meravigliare, in quanto essa consiste esclusivamente di tutte quelle parti di realtà che abbiamo allontanato il più possibile da noi. L'ombra è la somma di tutto ciò che noi crediamo fermamente che dovrebbe essere eliminato dal mondo affinchè il mondo possa essere bello e sano. Ma le cose stanno esattamente all'opposto: l'ombra contiene tutto ciò che il mondo - il nostro mondo - ha bisogno di avere per sanarsi. L'ombra ci rende malati in quanto ci manca la sua presenza per poter essere interamente sani.

L'uomo ha, in genere, molte pretese nei confronti della vita e del proprio destino.
Si comporta come se avesse il diritto che tutto gli andasse bene: essere ricco, sano e felice.
Che cosa dà all'uomo il diritto di avere simili pretese?
Thorwald Dethlefsen, "Il Destino come scelta"


L’osservazione del proprio mondo esterno e degli eventi coi quali si viene confrontati è uno dei metodi migliori per conoscere se stessi, perché tutto quello che nel mondo esterno disturba indica semplicemente che non si è conciliati in se stessi col principio analogo.
Thorwald Dethlefsen, "Il Destino come scelta"


La nostra ombra ci infonde paura. Questo non deve meravigliare, in quanto essa consiste esclusivamente di tutte quelle parti di realtà che abbiamo allontanato il più possibile da noi
L'ombra è la somma di tutto ciò che noi crediamo fermamente che dovrebbe essere eliminato dal mondo affinchè il mondo possa essere bello e sano. Ma le cose stanno esattamente all'opposto: 
l'ombra contiene tutto ciò che il mondo - il nostro mondo - ha bisogno di avere per sanarsi
L'ombra ci rende malati in quanto ci manca la sua presenza per poter essere interamente sani.
Thorwald Dethlefsen / R. Dalke



Parliamo di amore quando un altro riflette una zona d’ombra che noi ameremmo rendere consapevole dentro di noi, e parliamo invece di odio quando qualcuno riflette un livello molto profondo della nostra ombra, un livello che non vorremmo incontrare in noi. [...] più grandi sono i contrasti, più le persone si attirano, perché ognuno ama l’ombra dell’altro.
Thorwald Dethlefsen, “Malattia e destino”




"L’uomo deve smettere di lottare e imparare invece che cosa ha da dirgli la malattia
Il paziente deve guardare dentro di sé ed entrare in comunicazione coi propri sintomi, se proprio vuole conoscerne il messaggio. Deve essere pronto a mettere in discussione tutto ciò che pensa di se stesso e a integrare consapevolmente quello che il sintomo cerca di fargli capire a livello fisico.
La guarigione è sempre collegata ad una dilatazione di coscienza e ad una maturazione
Se il sintomo è sorto perché una componente dell’ombra è precipitata nel corpo e lì si è manifestata, così la guarigione è il processo inverso: il principio del sintomo viene portato a livello di coscienza e redento quindi dalla propria esistenza materiale." 

L’infezione
La persona che non è disponibile a portare a livello di coscienza i propri conflitti, a elaborarli e gradualmente a superarli, è destinata a vedere i conflitti scendere a livello materiale, rendendosi visibili sotto forma di infiammazione. Ogni infezione è un conflitto divenuto materia. Le conflittualità (con tutti i loro dolori e i loro pericoli) evitate nella psiche si fanno strada nel corpo e si manifestano come infiammazioni.

L’allergia
Negli allergici la giusta difesa viene portata agli estremi. L’allergico si costruisce un’armatura e vede nemici dappertutto. […] l’allergia è espressione di forte difesa e aggressività repressa nel corpo. L’allergico ha problemi con la propria aggressività, che però in genere non ammette di avere e quindi neppure vive consapevolmente."
Thorwald Dethlefsen, 1946/1910, psicoterapeuta, esoterista e letterato tedesco, Malattia e Destino









venerdì 27 gennaio 2012

Stendhal. Gli uomini si capiscono solo nella misura in cui sono animati dalle stesse passioni

Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che l’interesse delle pecore ed il proprio siano gli stessi
Stendhal

Gli uomini si capiscono solo nella misura in cui sono animati dalle stesse passioni
Stendhal

L`amore è un bellissimo fiore, ma bisogna avere il coraggio di coglierlo sull`orlo di un precipizio
Stendhal

Era in quello stato di stupore e di turbamento inquieto in cui piomba l'anima che ha appena ottenuto ciò che ha desiderato a lungo. Abituata a desiderare, non trova più niente da desiderare, mentre non ha ancora dei ricordi.
Stendhal, Il rosso e il nero


«L’aria malinconica non è di buon gusto; ci vuole l’aria annoiata. Se siete malinconico, è segno che qualcosa vi manca, che non siete riuscito in qualche cosa. È un segno manifesto d’inferiorità. Invece se siete annoiato, è inferiore ciò che ha cercato vanamente di piacervi».
Stendhal, “Il rosso e il nero”










giovedì 12 gennaio 2012

Auguste Rodin. Il corpo è un calco su cui si imprimono le passioni.


Il corpo è un calco su cui si imprimono le passioni. 
 Auguste Rodin


Ci sono forze sconosciute in natura; quando ci doniamo totalmente a lei, senza riserve, lei le presta a noi; lei ci mostra queste forme, che i nostri occhi che guardano non vedono, che la nostra intelligenza non capisce o nemmeno sospetta.
Auguste Rodin



[...] François Auguste René Rodin, scultore e pittore francese che molto si ispirò a Michelangelo e che giocò un ruolo fondamentale nella scultura del diciannovesimo secolo, TORNANDO ALL’ESTETICA DEL SINGOLO E METTENDO IN EVIDENZA LE VERE FORME DEL CORPO UMANO. [...]


RODIN, un percorso sensoriale per conoscere il Genio della Scultura
Testo e foto di – VIRGINIA STAGNI

[...] Non è solo marmo, quello di Rodin. Quello di Rodin è carne, materia ed emozione.
É una composizione armonica tra tatto, vista ed emozioni interiori l’esperienza che dona la visione di un’opera di Rodin.

[...]  Auguste Rodin vive e lavora nella seconda metà dell’Ottocento, tra Parigi, dove nasce, e altre città fiamminghe -in particolare Bruxelles- e italiane. Apre le porte della scultura del Ventesimo secolo ed è globalmente riconosciuto come il massimo scultore francese dei suoi tempi. Fin da bambino disegna, inventa e crea. Già da adolescente, autodidatta, passa ore ed ore al Louvre per ispirarsi ai modelli ivi custoditi. Compie viaggi in Italia, dove realizza il suo più grande sogno: incontrare Michelangelo.
Auguste è uomo di grande cultura: legge, ascolta, viaggia e sa apprendere. Amante di Omero, Virgilio, Dante, si ispira a questi colossi del verbum per “comporre” le sue opere.

Ossessionato dal disegno: impossibile non captare, osservando una sua qualsivoglia opera, un’antologia di infiniti schizzi che ne hanno preceduto la realizzazione; stai in silenzio: osserva. La senti? Non puoi non udire lo scorrere mai flebile della mano, della matita dalla punta sempre reattiva nel disimmacolare la carta da disegno con la velocità di un sismografo. [...] 
Da autore-dipendente, Rodin diventa artista riconosciuto e pressoché ufficiale quando gli viene commissionata nel 1880 la Porta dell’Inferno, per la facciata del museo di arti decorative a Parigi. Opera per cui l’artista impiega ben quarant’ anni per riuscire a dar forma e materia alla Commedia dantesca, lasciandosi trasportare dalle vigorose parole del Sommo Poeta. Un esercito di figure si genera dalle mani a dir poco divine dello scultore, tanto che non riesce a rimanere nei limiti della cornice della porta: Rodin voleva creare lo stesso caos che percepiva nella descrizione infernale di Dante. [...] 
La climax di autentica genialità la abbiamo nel ‘Pensatore’ di Rodin. 
Dalla materia fuoriesce il pensiero fecondo che nasce nel cervello e attraversa il corpo, come una scia luminosa di energia, arrivando al pugno che si appoggia sui denti, fino ai piedi in tensione che si contraggono sulla roccia su cui quest’uomo nudo è accoccolato. Non è un sognatore quello che osservi, ma un creatore. Il Pensatore di Rodin potremmo arditamente vederlo come metafora di Dio, nel suo settimo giorno, che ammira il suo creato, meditando su di esso. [...] 
http://revolart.it/rodin-un-percorso-sensoriale-per-conoscere-il-genio-della-scultura/


Commento di Cecilia Tilli
Auguste Rodin (1840-1917), uno degli scultori più importanti del XIX secolo, è venerato per la sua rappresentazione sensibile della forma umana. La bellezza del suo lavoro risiede nella espressione della vita interiore attraverso i gesti del corpo.
Ovidio, nel decimo libro delle Metamorfosi, racconta del tragico supplizio delle figlie di Danao, ree dell'uccisioni dei rispettivi mariti su ordine del padre e per questo condannate nell'Ade a riempire una botte senza fondo. Rodin, grande ammiratore di Ovidio, si ispirò a tale lettura per per creare "La Danaide", esposta per la prima volta nel 1889 alla mostra di Monet e Rodin presso la galleria di G.Petit.
La roccia, da cui la 'Danaide' sembra emergere, ha conservato la sua superficie ruvida - una caratteristica dello stile di Rodin, che ha ripreso da Michelangelo (ammirato, amato e studiato da Rodin): a suggerire l'evoluzione organica della figura da un blocco di pietra.



Auguste Rodin - Danaide (1889)
Musée Rodin, Parigi
(D. di Arte per poveri)


Atelier.
Auguste Rodin nel suo studio: sta completando la scultura "La mano di Dio", ed è il 1898. 
La scultura adesso è esposta al Musée Rodin, la foto è di Hans Belting.



Auguste Rodin, La mano di Dio, 1896 
(Musée Rodin, Paris)


Francois Auguste René Rodin, "La mano del Diavolo"


Rodin, le mani degli amanti





Auguste Rodin, La Pensée.








domenica 25 dicembre 2011

Giuseppe Ferrari. Nell'essere umano ogni elemento ha la sua origine dalla compenetrazione di luce e ombra, che riassume tutte le antinomie dell'esistenza: anima e corpo, bianco e nero, bene e male, vizio e virtù, giorno e notte, mortalità e immortalità......


Nell'essere umano ogni elemento ha la sua origine dalla compenetrazione di luce e ombra, che riassume tutte le antinomie dell'esistenza: anima e corpo, bianco e nero, bene e male, vizio e virtù, giorno e notte, mortalità e immortalità......

Liberiamo le passioni dall'opacità in cui le ha confinate Cartesio e riconosciamo ad esse l'intelligenza della loro tensionalità. Le passioni ci portano avanti e nel loro fremere è scritta la tensione del superamento. In questa tensione l'uomo può cogliere il suo sè profondo e solo un occhio miope e amante della quiete può vedere unicamente le tracce della malattia.

domenica 11 dicembre 2011

Se ti opporrai a TUTTE LE SENSAZIONI, non avrai più nemmeno criteri


SE TI OPPORRAI A TUTTE LE SENSAZIONI, non avrai più nemmeno criteri cui riferirti e perciò neanche modo di giudicare quelle che tu dici essere errate.

Edmund Burice. Quanto più grande è il potere tanto più pericoloso è l'abuso.


Quanto più grande è il potere tanto più pericoloso è l'abuso.
Edmund Burice

 ·  ·  · 3 dicembre alle ore 12.32

  • Cinzia Raccagni piace questo elemento.

    • Cinzia Raccagni Quando c'è potere..troppo spesso c'è abuso!! E' una linea talmente sottile esercitare l'autorità acquisita non abusandone che è quasi scontato che l'essere umano sia fallibile in questo!!
      3 dicembre alle ore 12.35 · 

    • Ivano Paolo Todde ‎"esercitare l'autorità acquisita non abusandone" .... affinchè ciò non avvenga o che i rischi siano ridotti si possono adottare degli escamotage, delle leggi o delle cure.... :) la divisione dei poteri è una di queste cure, legislativo, esecutivo e giudiziario, io popolo che controlli i governanti e non i governanti il popolo, ma anche il popolo è soggetto pericoloso, irrazionale, passionale.... dunque non può essere la massa l'ultimo giudice, chi non ha il controllo o la consapevolezza di sè, l'ultimo giudice è interiore, la nostra coscienza e libertà di giudizio, che va coltivata, educata e preservata... tanti piccoli grandi poteri di controllo sono meglio di uno grandissimo totalizzante e prevaricante che non risponde a nessuno dell'agire... politico...finanziario...bancario o quant'altro si voglia
      3 dicembre alle ore 12.42 ·  ·  1

    • Cinzia Raccagni Detto così è:elaborato..ma sembra semplice ......il metterlo in atto...è un'impresa alquanto eroica...perchè coraggiosa ed elettiva come meta..comprensione, benignità, tolleranza..amore...mi sa che mancano tutte queste caratteristiche.
      3 dicembre alle ore 12.57 ·  ·  1

    • Giuliana Presicce e quando mai non si è visto abusare dell'autorità acquisità?pensa la fine che ha fatto giulio cesare e poi vai a ritroso.....il popolo che non agisce viene considerato come pecore ammansite... giusto perchè noi abbiamo la consapevolezza che possiamo diventare pericolosi se volessimo....ed è appunto la nostra coscienza che ci fa agire razionalmente....solo per il bene dei nostri figli...delle nostre famiglie...delle persone a cui vogliamo bene....solo e semplicemente perchè non vogliamo scatenare un qualcosa di più grande di noi... che potrebbe essere solo ed esclusivamente distruttivo...se vogliamo veramente costruire qualcosa bisogna stringersi tutti la mano amichevolmente in un unico pensiero....l'italia
      3 dicembre alle ore 13.14 ·  ·  1

    • Ivano Paolo Todde ‎"impresa alquanto eroica" ...coraggiosa... comprensione.... benignità .... tolleranza ... amore.... "mancano" .... non si deve però generalizzare... ci sono, non in tutti, ma i semi ci sono.... non tutti i semi germogliano, come le piante .... ci sono grandi alberi che tolgono luce, aria e respiro alle piccole piante... così sono le idee.. il nuovo non avanza se prima non ci liberiamo delle vecchie convinzioni e vecchi limiti... non di tutti, ma di alcune abitudini si :) Il vero eroismo non è solo quello dei grandi mitici eroi dell'Iliade o dell'Odissea, ma dei milioni di Genitori che riescono in questo triste mondo a crescere dei figli con sani principi :)
      3 dicembre alle ore 16.47 ·  ·  1

    • Cinzia Raccagni Se l'argomento lo applichi a una scelta privata di azioni e motivazioni...mi trovi d'accordo, ognuno di noi può porsi ragionevoli mete e sforzarsi ogni giorno per raggiungerle!!! Il discorso cambia se lo applichiamo alla condizione generale dell'atteggiamento umano di oggi!! Troppa superficialità, troppe cose dannose...e noi poveri genitori..veniamo surclassati da tutto ciò che circonda i nostri figli!!!
      3 dicembre alle ore 17.46 ·  ·  1

    • Giuliana Presicce avevo smesso da tempo a non pensare a ciò che mi circonda..a tutto ciò che stava accadendo intorno a me.solo per pensare a far crescere i miei figli nella serenità più assoluta...il mondo..il mio mondo...era ciò che io avevo costruito con i miei figli...perchè politicamente parlando non c'era mai un cambiamento...persone con il potere che voleva più potere...quello assoluto..quello distruttivo secondo me..e mi son detta...accada ciò che deve accadere..prima accade.meglio è....la distruzione totale..ecco quello che sto aspettando...il resto ormai..per me è solo utopia....ho troppo dolore nel mio cuore...ho perso elementi importanti della mia famiglia...di ciò che accade..perdonatemi..non me ne può fregar di meno...
      3 dicembre alle ore 18.06 ·  ·  1

    • Ivano Paolo Todde ‎....di fronte ai dolori di ciascuno non c'è, per me, altro che il rispetto, qui si presentano libere riflessioni, non ci sono certo ricette, ognuno prova una sua strada, il lasciare un segno non per forza si intende esteriormente portando avanti una attività pubblica, o cambiare il mondo.... nulla è più importante che migliorare noi stessi, i nostri affetti, i nostri valori; la delusione per il mondo che ci circonda può portarci a tutelarci, creandoci delle difese, ergendo barriere; è del resto quel che è accaduto nei secoli dei secoli con quelle che poi sono state rivoluzioni dell'animo umano... gli stessi primi cristiani (ma si potrebbe parlare di Buddha, Vishnù e tanti sconosciuti Socrate che hanno calpestato questo mondo) erano spesso voci isolate che stavano nei deserti, eremiti o comuntà di folli che non seguivano le normali convenzioni e rifuggivano alla mondanità, ma il loro pensiero, la loro fede, è germogliata dopo secoli; tutto oggi va male? Non generalizzerei, mi concentrerei sulle piccole buone cose, valorizzando quello a cui tengo :)
      3 dicembre alle ore 18.16 · 

    • Giuliana Presicce è quello che sto cercando di fare paolo....col mio duro lavoro...e non chiedo questue....
      3 dicembre alle ore 18.23 ·  ·  1

    • Ivano Paolo Todde “La verità è una terra senza sentieri. L’uomo non può arrivarci tramite
      alcuna organizzazione, credo o dogma, preti o riti, e nemmeno
      attraverso la conoscenza filosofica o una tecnica psicologica. Egli la
      deve trovare attraverso lo specchio della relazione, attraverso la
      comprensione dei contenuti della propria mente, attraverso l’osservazione e non con analisi intellettuali o dissertazioni introspettive…”.
      Jiddu Krishnamurti

      3 dicembre alle ore 19.52 · 

    • Cinzia Raccagni Finchè la pretesa è solo legata al conoscere se stessi...i propri valori i propri ideali...va bene.... ma se volessi una speranza..se volessi qualcosa di migliore di una malattia della perdita di una persona cara, il desiderio di vedere il bello intorno a noi espresso in modo più completo ...è assolutamente una cosa meravigliosa!! Qui entrano in gioco: Fede ..amore...speranza!!
      3 dicembre alle ore 20.45 · 

    • Ivano Paolo Todde ah, ma io abolirei proprio il termine "pretesa" :) ognuno prende la sua via che non vuol dire per forza spostarsi, può essere stare fermi a meditare, o costruire, o seminare, o quant'altro :) stare anche a leccarsi le ferite, a rimembrare :) ma fede amore e speranza sono dei bei pilastri :)
      3 dicembre alle ore 20.51 ·  ·  1

    • Cinzia Raccagni Io sono sempre imperativa!! O si pretende o no!!!! ahahaahah Buona serata!!
      3 dicembre alle ore 20.57 · 

    • Ivano Paolo Todde a cuor non si comanda si dice, ma nel tuo caso.... si PRETENDE :)

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