A me e a Pavese, Calvino portava da leggere i suoi racconti. Erano scritti a mano, in una calligrafìa minuta, arrotondata e fitta di cancellature. Ci sembravano molto belli. Vi si scorgevano paesaggi festosi, immersi in una luce solare; a volte le vicende erano vicende di guerra, di morte e di sangue, ma nulla sembrava offuscare l’alta luce del giorno; e non un’ombra scendeva mai su quei boschi verdi, frondosi, popolati di ragazzi, di animali e di uccelli. Il suo stile era, fin dall’inizio, lineare e limpido; divenne più tardi, nel corso degli anni, un puro cristallo. In quello stile fresco e trasparente, la realtà appariva screziata, variegata, e colorata di mille colori; e sembrava un miracolo quella festosità, quella luce solare, in un’epoca in cui lo scrivere era abitualmente severo, accigliato e parsimonioso e nel mondo che tentavamo di raccontare non regnava che nebbia, pioggia e cenere.
Natalia Ginzburg in ricordo di Italo Calvino
L’ultima volta che ho visto Calvino vivo, è stato in una stanza dell’ospedale di Siena, il giorno dopo che l’avevano operato alla testa. Aveva la testa fasciata, le braccia nude fuori dal lenzuolo, abbronzate e forti, ed era assopito. Il suo viso era pieno e calmo, il respiro tranquillo e sano. Non aveva, nel viso, segni di sofferenza. Ho pensato che presto sarebbe guarito, si sarebbe alzato da quel letto. Nei giorni successivi, i giornali riportavano frasi che aveva detto quando s’era svegliato. Aveva guardato i tubi delle sue fleboclisi, e aveva detto: “Sembro un lampadario”. Era entrata la figlia e gli aveva detto: “Tu sei la tartaruga”. Uno dei medici gli aveva fatto qualche domanda e poi gli aveva chiesto:
“Chi sono io?” Aveva detto: “Un commissario di polizia”. Per coloro che gli volevano bene, quelle frasi erano un dono prezioso, il segno che era sempre lui, che niente era cambiato nella sua persona, che nella sua mente ruotavano ancora delle tartarughe, dei lampadari, dei commissari di polizia.
Natalia Ginzburg ricorda Italo Calvino
Il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto. Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall'esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.
Italo Calvino
Parti dal poco, basta una piccola idea, ma netta e precisa, che s’accampi sulla pagina.
Su quella bava di ragno potrai sviluppare la ragnatela delle parole.
Italo Calvino
Io cammino per un bosco di larici
ed ogni mio passo è storia.
Io penso, io amo, io agisco
e questo è storia,
forse non farò cose importanti,
ma la storia è fatta
di piccoli gesti
e di tutte le cose
che farò prima di morire
saranno pezzetti di storia
e tutti i pensieri di adesso
faranno la storia di domani.
Italo Calvino
Le nostre distanze un po’ s’accorciavano un po’ s’allungavano ma ormai era chiaro che l’uno non avrebbe mai raggiunto l’altro né mai l’altro l’uno. Di giocare a rincorrerci avevamo perso ogni gusto, e del resto non eravamo più bambini, ma ormai non ci restava altro da fare.
Italo Calvino, Giochi senza fine
E per quanto m'ingegnassi a mettere parole tra me e le cose, non mi riusciva di trovarne d'adatte a rivestirle; perché tutte le mie parole erano dure e appena scheggiate: e il dirle era come posare tante pietre.
Italo Calvino, Fiume asciutto
- Mare come arrivo, - dico, poi tolgo la bocca dalla fossetta e ci poso l'orecchio per sentire l'eco.
Non si sente che il suo respiro e, lontano e sepolto, il suo cuore.
- Cuore come treno, - dico.
Italo Calvino, Amore lontano da casa
Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna.
Italo Calvino, Le fiabe italiane
Le cose che la letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili:
il modo di guardare il prossimo e se stessi, di porre in relazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole cose o a grandi, di considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o non pensarci; la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo e tante altre di queste cose necessarie e difficili.
Italo Calvino, il midollo del leone
Quello che veramente ognuno di noi è ed ha, è il passato; quello che siamo e abbiamo è il catalogo delle possibilità non fallite, delle prove pronte a ripetersi. Non esiste un presente, procediamo ciechi verso il fuori e il dopo, sviluppando un programma stabilito con materiali che ci fabbrichiamo sempre uguali. Non tendiamo a nessun futuro, non c'è niente che ci aspetta, siamo chiusi tra gli ingranaggi d'una memoria che non prevede altro lavoro che il ricordare se stessa.
Italo Calvino, Ti con zero
«Vorrei capire.»
«Cosa?»
«Tutto, tutto questo.» Accennai intorno.
«Capirai quando avrai dimenticato quello che capivi prima.»
Italo Calvino
La vita d'una persona consiste in un insieme d'avvenimenti di cui l'ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l'insieme, non perché conti di più dei precedenti ma perché inclusi in una vita gli avvenimenti si dispongono in un ordine che non è cronologico, ma risponde a un'architettura interna.
Italo Calvino
Poi c’è anche questo fatto dell’anonimato,
del poter sentirsi in mezzo alla folla ad osservare tutti,
scomparendoci dentro, quasi sentendosi invisibili.
Italo Calvino
Troppo presto, per me; o troppo tardi:
i sogni sognati troppo a lungo, io ero impreparato a viverli.
Italo Calvino.
L'occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose.
Italo Calvino
Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo.
E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.
Italo Calvino
Non credo a niente che sia facile, rapido, spontaneo, improvvisato, approssimativo.
Credo alla forza di ciò che è lento, calmo, ostinato, senza fanatismi né entusiasmi.
Non credo a nessuna liberazione, né individuale, né collettiva che si ottenga senza il costo d’un’autodisciplina, di un’autocostruzione, d’uno sforzo. Se a qualcuno questo mio modo di pensare potrà sembrare stalinista, ebbene, allora non avrò difficoltà ad ammettere che in questo senso un po’ stalinista lo sono ancora.
Italo Calvino
Ci sono quelli che si condannano al grigiore della vita più mediocre perché hanno avuto un dolore, una sfortuna; ma ci sono anche quelli che lo fanno perché hanno avuto più fortuna di quella che si sentivano di reggere.
Italo Calvino.
E inventerà scherzi e smorfie così nuove da ubriacarsi di risate, tutto per smaltire la nebbia di solitudine che gli si condensa nel petto le sere come quella.
Italo Calvino
Italo Calvino
Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori.
Perché ogni scelta ha un rovescio cioè una rinuncia,
e così non c’è differenza tra l’atto di scegliere e l’atto di rinunciare.
Italo Calvino
Ciascuno di noi è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno.
H. D. Thoreau
Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l'istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.
Italo Calvino
Un Paese che distrugge la sua scuola
non lo fa mai solo per soldi,
perché le risorse mancano,
o i costi sono eccessivi.
Un Paese che demolisce l'istruzione
è già governato da quelli che
dalla diffusione del sapere
hanno solo da temere.
Italo Calvino
In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di MORDERSI LA LINGUA TRE VOLTE PRIMA DI FARE QUALSIASI AFFERMAZIONE. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto. Di fatto, passa settimane e mesi interi in SILENZIO.
Italo Calvino
Comunicare è condividere.
E qualsiasi cosa condivisa raddoppia il piacere.
Italo Calvino
Quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.
Ecco, questo modo d’essere è l’amore.
Italo Calvino
Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari.
Italo Calvino, Racconti
Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane
Italo Calvino
L'occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose
Italo Calvino
Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo.
Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.
Italo Calvino
Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò sulla ricotta. Disse a sua madre: "Mamma, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue." "Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi"
L'amore delle tre melograne, di Italo Calvino, Fiabe Italiane
Prendete la vita con leggerezza,
che leggerezza non è superficialità,
ma planare sulle cose dall’alto,
non avere macigni sul cuore.
La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione,
non con la vaghezza e l’abbandono al caso.
Paul Valéry ha detto:
*Il faut etre léger comme l’oiseau,
et non comme la plume.»
*Si deve essere leggeri come l’uccello che vola,
e non come la piuma.
Italo Calvino, Lezioni americane: Leggerezza
Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare.
Italo Calvino, “Lezioni americane” (Leggerezza)
“Poi, l'informatica. E’ vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza dell’hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d'elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d'acciaio, ma come i bits d'un flusso d'informazione che corre sui circuiti sotto forma d'impulsi elettronici.
Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.”
Italo Calvino, “Lezioni americane” (Leggerezza), 1988
La VITA DI UNA PERSONA consiste in un INSIEME DI AVVENIMENTI di cui l'ULTIMO POTREBBE ANCHE CAMBIARE IL SENSO DI TUTTO L'INSIEME.
Italo Calvino
"Italo Calvino era noto per essere uno di poche parole.
Una volta Jorge Luis Borges ormai cieco, avvertito della sua presenza durante un incontro con alcuni amici a Siviglia rispose: «L'ho riconosciuto dal silenzio»".
Italo Calvino, 15 ottobre 1923 - 19 settembre 1985
Gli scienziati hanno scoperto che
la forte attrazione tra un uomo e una donna dipende dall'odore.
L'olfatto è il senso che più ci aiuta nell'individuare il partner più adatto a noi.
Bisogna leggere il
racconto di Italo Calvino "Il nome, il naso" per avere l’idea di quale gloria misteriosa e quale senso di commiato suscita l’aver ascoltato la voce di un profumo che non si riesce più a ritrovare.
«
Di lei io non sapevo nulla ma mi pareva di sapere tutto in quel profumo, e avrei voluto un mondo senza nomi, in cui quel profumo solo sarebbe bastato per nome e per tutte le parole che poteva dirmi». Conoscere un odore è una condanna: «passo tra pelle e pelle cercando quella pelle perduta che non somiglia a nessun’altra pelle». Tutto il mondo passa dal naso, è una legge dell’evoluzione; ma che tortura che solo uno sia l’odore giusto .
II piano eversivo fascista è certo un pericolo, ma più insidiosa c concreta, perché già in atto, è l'instaurazione di un antistato che convìva stabilmente con la nostra democrazia corrodendo i vertici del potere con il ricatto, con le stragi e con i regolamenti di conti. La mafia convisse con l'Italia liberale e convive con quella democratica; il pericolo oggi è che la trama nera, tramontata l'illusione del golpe per le mutate condizioni interazionali, si stabilizzi come un fenomeno di criminalità politica statica sul tipo della mafia e del gangsterismo.
Italo Calvino, scrittore
Oggi un'educazione classica come quella di Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.
M'accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura italiana che ho citato. Effetto dell'esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l'articolo facendo risultar ben chiaro che
i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani. Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché "servono" a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici. E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò
Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «
Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. "A cosa ti servirà?" gli fu chiesto. "A sapere quest'aria prima di morire."»
Italo Calvino, Perché leggere i classici
Vengo subito al dunque: in un'epoca di parole generiche e astratte, parole buone per tutti gli usi, parole che servono a non pensare e a non dire, una peste del linguaggio che dilaga dal pubblico al privato, Montale è stato il poeta dell'esattezza, della scelta lessicale motivata, della sicurezza terminologica intesa a catturare l'unicità dell'esperienza.
Italo Calvino, Lo scoglio di Montale, in Perché leggere i classici
Duro destino è l'avere un destino. L'uomo predestinato avanza e i suoi passi non possono portarlo che là, al punto d'arrivo che le stelle hanno fissato per lui, o ai successivi punti d'arrivo, fausti e infausti, nel caso che gli astri gli abbiano decretato, come a Ruggiero, un matrimonio d'amore, una discendenza gloriosa, e pure ahimè una fine prematura. Ma tra il punto in cui egli si trova ora e l'adempiersi del destino possono succedere tante mai vicende, tanti ostacoli frapporsi, tante volontà entrare in campo a contrastare il volere degli astri: la strada che il predestinato deve percorrere può essere non una linea retta ma un interminabile labirinto. Sappiamo bene che tutti gli ostacoli saranno vani, che tutte le volontà estranee saranno sconfitte, ma ci resta il dubbio se ciò che veramente conta sia il lontano punto d'arrivo, il traguardo finale fissato dalle stelle, oppure siano il labirinto interminabile, gli ostacoli, gli errori, le peripezie che dànno forma all'esistenza.
Italo Calvino, Orlando furioso di Ludovico Ariosto
Resta fuori chi crede di poter vincere labirinti sfuggendo alla loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornire essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto".
Italo Calvino, Sfida al labirinto, “Il Menabò”, 1962
"
Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste."
Italo Calvino
Sperare è la pena di chi non sa rinunciare.
Italo Calvino
«Parti dal poco, basta una piccola idea, ma netta e precisa, che s’accampi sulla pagina.
Su quella bava di ragno potrai sviluppare la ragnatela delle parole».
Italo Calvino
La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono,
perché a te stanno bene, perché li sai trattare,
li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe.
Italo Calvino
«Penso che l’
autoironia sia l’aspetto decisivo dell’umorismo: sapere che in qualsiasi momento potrei dire il contrario di quello che dico,
riuscire a mettere continuamente in discussione le proprie opinioni, è questa a mio avviso la condizione prima dell’intelligenza».
Italo Calvino, “Sono nato in America”, Interviste 1951-1985
- Vorrei capire.
- Cosa?
- Tutto, tutto questo -. Accennai intorno.
- Capirai quando avrai dimenticato quello che capivi prima. […]
Per una frazione di secondo tra la perdita di tutto quel che sapevo prima e l'acquisto di tutto quel che avrei saputo dopo, riuscii ad abbracciare in un sol pensiero il mondo delle cose com'erano e quello delle cose come avrebbero potuto essere, e m'accorsi che un solo sistema comprendeva tutto. Il mondo degli uccelli, dei mostri, della bellezza d'Or era lo stesso di quello in cui ero sempre vissuto e che nessuno di noi aveva capito fino in fondo.
Italo Calvino - “Ti con zero" in: ’L'origine degli uccelli’
Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
Italo Calvino
Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda
Italo Calvino
La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poichè essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento.
Italo Calvino. Le città invisibili.
È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura.
Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra. […]
- Anche le città credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altra bastano a tener su le loro mura.
D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
Italo Calvino. Le città invisibili.
Da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva moltiplicando il suo repertorio di immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un dritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono guardarsi nè staccarsi.
Italo Calvino. Le città invisibili.
Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitarla, non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti.
Italo Calvino. Le città invisibili.
Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Italo Calvino, Le città invisibili.
Era un periodo che non m'importava niente di niente, quando venni a stabilirmi in questa città. Stabilirmi non è la parola giusta. Di stabilità non avevo alcun desiderio; volevo che intorno a me tutto restasse fluido, provvisorio, e solo così mi pareva di salvare una mia stabilità interiore, che però non avrei saputo spiegare in che cosa consistesse.
Italo Calvino, Le città invisibili.
La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poichè essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento.
Italo Calvino. Le città invisibili.
Riconoscente la Luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza.
Italo Calvino, Le città invisibili
“- Le tue città non esistono. Forse non sono mai esistite.
Per certo non esisteranno più. Perchè ti trastulli con favole consolanti?
Perchè menti all’imperatore dei tartari, straniero?
Polo sapeva secondare l’umor nero del sovrano.
- Sì, l’impero è malato e, quel che è peggio, cerca d’assuefarsi alle sue piaghe.
Il fine delle mie esplorazioni è questo: scrutando le tracce di felicità che ancora s’intravvedono, ne misuro la penuria. Se vuoi sapere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane.”
Italo Calvino. Le città invisibili.
«Partendosi di là e andando tre giornate verso levante, l'uomo si trova a Diomira, città con sessanta cupole d'argento, statue in bronzo di tutti gli dei, vie lastricate in stagno, un teatro di cristallo, un gallo d'oro che canta ogni mattina su una torre.
Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città.
Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s'accorciano e le lampade multicolori s'accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida: uh!, viene da invidiare quelli che ora pensano d'aver già vissuto una sera uguale a questa e d'esser stati quella volta felici.»
Italo Calvino, Le città invisibili / Le città e la memoria 1, Diomira.
«
All’uomo che cavalcava lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città.
Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori.
A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città.
Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza.
La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età.
Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventú; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi.»
Italo Calvino, Le città invisibili / Le città e la memoria 2, Isidora.
«Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città-ragnatela.
C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa.
Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’ intravede piú in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno.
Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo.
Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città.
Sanno che piú di tanto la rete non regge.»
Italo Calvino, Le città invisibili / Le città sottili 5, Ottavia.
Pensai:“Si arriva a un momento nella vita in cui tra la gente che si è conosciuta i morti sono più dei vivi. E la mente si rifiuta d'accettare altre fisionomie, altre espressioni: su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che s'adatta di più”.
Italo Calvino, Le città invisibili
«Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano», disse Polo.
«Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo.
O forse, parlando d'altre città, l'ho già perduta a poco a poco.»
Italo Calvino, Le città invisibili, 1972
«Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte della città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre piú stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non ve- derlo piú. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»
Italo Calvino, Le città invisibili
"Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirtidi quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sestogli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazio-ni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo te-so dal lampione alla ringhiera di fronte e festoni cheimpavesavano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che s’infila nella stessa finestra;la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’im-provviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera del-l’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce lì sul molo. Di quest’on-da che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nel-le antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere,ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole".
Italo Calvino, Le città invisibili
«Il fine delle mie esplorazioni è questo:
scrutando le tracce di felicità che ancora si intravvedono, ne misuro la penuria. Se vuoi sapere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane».
Italo Calvino, Le città invisibili
- Che senso ha il vostro costruire? domanda.
- Qual è il fine d'una città in costruzione se non una città?
Dov'è il piano che seguite, il progetto?
- Te lo mostreremo appena termina la giornata;
ora non possiamo interrompere, - rispondono.
Il lavoro cessa al tramonto. Scende la notte sul cantiere.
E’ una notte stellata. - Ecco il progetto, dicono.
Italo Calvino, Le città invisibili
È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.
Italo Calvino, Le città invisibili (1972)
Valdrada:
Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso o gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano.
Italo Calvino, Le città invisibili
L’altrove è uno specchio in negativo.
Il viaggiatore riconosce il poco che è suo,
scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.
Italo Calvino. “Le città invisibili”
Perseo riesce a padroneggiare quel volto tremendo tenendolo nascosto, come prima l’aveva vinto guardandolo nello specchio. È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello.
Italo Calvino, La leggerezza
"Kublai era un attento giocatore di scacchi; seguendo i gesti di Marco osservava che certi pezzi implicavano o escludevano la vicinanza d'altri pezzi si spostavano secondo certe linee. Trascurando la varietà di forme degli oggetti, ne definiva il modo di disporsi gli uni rispetto agli altri sul pavimento di maiolica. Pensò: «Se ogni città è come un partita a scacchi, il giorno in cui arriverò a conoscerne le regole possiederò finalmente il mio impero, anche se mai riuscirò a conoscere tutte le città che contiene».
In fondo, era inutile che Marco per parlargli delle sue città ricorresse a tante cianfrusaglie: bastava una scacchiera coi suoi pezzi dalle forme esattamente classificabili. A ogni pezzo si poteva volta a volta attribuire un significato appropriato: un cavallo poteva rappresentare tanto un vero cavallo quanto un corteo di carrozze, un esercito in marcia, un monumento equestre; e una regina poteva essere una dama affacciata al balcone, una fontana, una chiesa dalla cupola cuspidata, una pianta di mele cotogne.
Tornando dalla sua ultima missione Marco Polo trovò il Kan che lo attendeva seduto davanti a una scacchiera. Con un gesto lo invitò a sedersi di fronte a lui e a descrivergli col solo aiuto degli scacchi le città che aveva visitato. Il veneziano non si perse d'animo. Gli scacchi del Gran Kan erano grandi pezzi d'avorio levigato: disponendo sulla scacchiera torri incombenti e cavalli ombrosi, addensando sciami di pedine, tracciando viali diritti o obliqui come l'incedere della regina, Marco ricreava le prospettive e gli spazi di città bianche e nere nelle notti di luna.
Al contemplare questi paesaggi essenziali, Kublai rifletteva sull'ordine invisibile che regge le città, sulle regole cui risponde il loro sorgere e prender forma e prosperare e adattarsi alle stagioni e intristire e cadere in rovina. Alle volte gli sembrava d'essere sul punto di scoprire un sistema coerente e armonioso che sottostava alle infinite difformità e disarmonie, ma nessun modello reggeva il confronto con quello del gioco degli scacchi. Forse, anziché scervellarsi a evocare col magro ausilio dei pezzi d'avorio visioni comunque destinate all'oblio, bastava giocare una partita secondo le regole, e contemplare ogni successivo stato della scacchiera come una delle innumerevoli forme che il sistema delle forme mette insieme e distrugge.
Ormai Kublai Kan non aveva più bisogno di mandare Marco Polo in spedizioni lontane: lo tratteneva a giocare interminabili partite a scacchi. La conoscenza dell'impero era nascosta nel disegno tracciato dai salti spigolosi del cavallo, dai varchi diagonali che s'aprono alle incursioni dell'alfiere, dal passo strascicato e guardingo del re e dell'umile pedone, dalle alternative inesorabili d'ogni partita.
Il Gran Kan cercava d'immedesimarsi nel gioco: ma adesso era il perché del gioco a sfuggirli. Il fine d'ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual era la vera posta? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta un quadrato nero o bianco. A forza di scorporare le sue conquiste per ridurle all'essenza, Kublai era arrivato all'operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell'impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato: il nulla."
Italo Calvino, Le città invisibili
"L’atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: – Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quali di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell’approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che partendo di li metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t’ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte della città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."
Brano tratto da Italo Calvino, Le città invisibili
Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
"Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?" - chiede Kublai Kan.
"Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco - ma dalla linea dell'arco che esse formano."
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge:
"Perché mi parli delle pietre? E' solo dell'arco che m'importa."
Polo risponde: "Senza pietre non c'è arco."
Italo Calvino
L'inconscio è l'oceano dell'indicibile, di tutto ciò che è stato espulso dalla terra del linguaggio, rimosso come risultato di un'antica proibizione.
Italo Calvino
L'inconscio è il mare del non dicibile, dell'espulso fuori dai confini del linguaggio, del rimosso in seguito ad antiche proibizioni
Italo Calvino da Cibernetica e fantasmi, in Saggi
Ma ogni momento della mia vita porta con sé un'accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con sé le sue conseguenze,cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano.
Italo Calvino
“Nella mia esperienza
la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge. E siccome conosco bene questo tipo di spinta, mi sembra di poterla riconoscere anche nei grandi scrittori le cui voci sembrano giungerci dalla cima d’una esperienza assoluta. Quello che essi ci trasmettono è il senso dell’approccio all’esperienza, più che il senso dell’esperienza raggiunta; il loro segreto è il saper conservare intatta la forza del desiderio.
In un certo senso,
credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi. Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall'ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione”.
Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto
Penso che la lettura non sia paragonabile con nessun altro mezzo d’apprendimento e di comunicazione, perché la lettura ha un suo ritmo che è governato dalla volontà del lettore; la lettura apre spazi di interrogazione e di meditazione e di esame critico, insomma di libertà; la lettura è un rapporto con noi stessi e non solo col libro, col nostro mondo interiore attraverso il mondo che il libro ci apre. Forse il tempo che potrà essere destinato alla lettura sarà sempre più occupato da altre cose; questo è vero già oggi, ma forse era ancora più vero in passato per la maggior parte degli esseri umani. Comunque sia, chi ha bisogno di leggere, chi ha piacere di leggere (e leggere è certamente un bisogno-piacere) continuerà a ricorrere ai libri, a quelli del passato e a quelli del futuro.
Italo Calvino - da una conferenza tenuta alla Fiera del Libro di Buenos Aires nel 1984 (Il libro, i libri)
"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto".
Italo Calvino
La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.
Italo Calvino, Lezioni americane
Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un'intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d'insoddisfazione di cui posso rendermi conto.
Italo Calvino, Lezioni americane
Certo la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline ad una forte introversione, ad una scontentezza per il mondo com’è, a un dimenticarsi delle ore e dei giorni fissando lo sguardo sull’immobilità delle parole mute.
Italo Calvino, Lezioni americane
Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo.
Italo Calvino, Lezioni americane. Visibilità.
"
Chi siamo noi ? Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. Magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata da un Io individuale… per
far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica… Non era forse questo il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose?"
Italo Calvino, Lezioni americane. Molteplicità
Italo Calvino, Lezioni americane, La molteplicità.
«Sono giunto al termine di questa mia apologia del romanzo come grande rete. Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…
Non era forse questo il punto d’arrivo cui tendeva Ovidio nel raccontare la continuità delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose?»
Italo Calvino, Lezioni americane, La molteplicità
brano tratto da "Lezioni americane"
Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.
Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura)6 può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.
Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, Milano, 1988, p. 58
brano tratto da "Lezioni americane," Esattezza"
Il cosmo può essere cercato anche all'interno d'ognuno di noi, come caos indifferenziato, come molteplicità potenziale. Il sonno appartiene a una cosmicità antropologica come sapeva bene chi ha cominciato una delle più grandi imprese della narrativa d'ogni tempo con queste parole: "Longtemps je me suis couché de bonne heure"[Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera]. Non solo, ma basta sfogliare la Recherche per vedere quante volte l'addormentarsi e il risvegliarsi, questi due momenti su cui Proust ha innumerevoli cose da dirci, figurano in apertura di un capitolo o d'un volume, come il bellissimo attacco del risveglio all'inizio della Prisonnière. Ma fermandoci all'inizio dell'opera, "Longtemps je me suis couché de bonne heure", il punto che più interessa il nostro discorso è pochi paragrafi/ capoversi più avanti:
"Un homme qui dort tient en cercle autour de lui le fil des heures, l'ordre des années et des mondes. Il les consulte d'instinct en s'éveillant et y lit en une seconde le point de la terre qu'il occupe, le temps qui s'est écoulé jousqu'à son reveil; mais leurs rangs peuvent se meler, se rompre" [
Un uomo che dorme tiene intorno a sé in cerchio il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi. Li consulta istintivamente svegliandosi e vi legge in un attimo il punto della terra ch'egli occupa, il tempo trascorso fino al suo risveglio; ma i loro giri possono confondersi, spezzarsi].
Dove vediamo che
la molteplicità delle storie possibili si rovescia nella molteplicità del vissuto possibile, l'unicità del racconto che inizia diventa l'unicità delle giornate che ci tocca di vivere, decisa al risveglio, nel distacco dall'indeterminatezza del sonno. Siamo partiti dalle Muse di Omero, custodi della memoria, ed ecco che il poema della memoria del nostro secolo, la Recherche, fa appello all'oblio, per ritrovare a partire da esso i fili del ricordo.
Italo Calvino, Lezioni americane
"Ogni giorno [...] per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’
antilingua.
Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loto forza [...]. Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ».
La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa. "
Italo Calvino
Narrazione e comprensione.
Siamo la capacità di raccontarci. Nessun animale lo fa, non vive la traiettoria della sua vita fin dall’inizio; parte da ora, dalla fine.
La capacità di narrare e di narrarsi è presente già nel bambino di tre - quattro anni, attraverso monologhi (il narrare "privato"). Quindi ha basi culturalmente assai radicate. Forse attorno ai primi fuochi i primi esseri umani cominciarono a balbettare le loro storie. E cominciò a formarsi la mente umana.
Il monologo deve essere considerato, malgrado l’apparenza, come una varietà di dialogo, è un dialogo interiorizzato, tra l’anima e il suo corpo. A narrare si è in due. Se l’uno può esporre il proprio racconto, è perché l’altro è disposto ad ascoltarlo. Se non c’è nessuno, raccontiamo a noi stessi. Il secondo tuttavia è tutt’altro che passivo. Con le sue aspettative determina ciò che viene detto nella mente. Perciò narrazione come costruzione della nostra esperienza, come veicolo per il ricordo, narrazione come sequenza di eventi, stati mentali, situazioni che coinvolge gli esseri umani come personaggi o come attori. Quel meccanismo psicologico importante poiché la narrazione ha valenze conoscitive ed emotive. Vi è un’attitudine o predisposizione a organizzare l’esperienza in forma narrativa. Per ricostruire la realtà dandogli un significato. Ogni individuo sente il bisogno di definirsi come soggettività dotata di scopi e intenzionalità e ricostruisce gli avvenimenti della propria vita in modo tale che siano in linea con questa idea di Sé. Nasce così la coscienza umana, che fa finta di capirci qualcosa. “Quando mi stacco dal mondo scritto per ritrovare il mio posto nell’altro, in quello che usiamo chiamare il mondo, fatto di tre dimensioni, cinque sensi, popolato da miliardi di nostri simili, questo equivale per me ogni volta a ripetere il trauma della nascita, a dar forma di realtà intelligibile a un insieme di sensazioni confuse, a scegliere una strategia per affrontare l’inaspettato senza essere distrutto”.
Italo Calvino,
Mondo scritto e Mondo non scritto
“Amo soprattutto Stendhal perché solo in lui tensione morale individuale, tensione storica, slancio della vita sono una cosa sola, lineare tensione romanzesca.
Amo Puskin perché è limpidezza, ironia e serietà.
Amo Hemingway perché è matter of fact, understatement, volontà di felicità, tristezza.
Amo Stevenson perché pare che voli.
Amo Cechov perché non va più in là di dove va.
Amo Conrad perché naviga l’abisso e non ci affonda.
Amo Tolstoj perché alle volte mi pare d’essere lì lì per capire come fa e invece niente.
Amo Manzoni perché fino a poco fa l’odiavo.
Amo Chesterton perché voleva essere il Voltaire cattolico e io volevo essere il Chesterton comunista.
Amo Flaubert perché dopo di lui non si può più pensare di fare come lui.
Amo Poe dello Scarabeo d’oro.
Amo Twain di Huckleberry Finn.
Amo Kipling dei Libri della Giungla.
Amo Nievo perché l’ho riletto tante volte divertendomi come la prima.
Amo Jane Austen perché non la leggo mai ma sono contento che ci sia.
Amo Gogol perché deforma con nettezza, cattiveria e misura.
Amo Dostoevskij perché deforma con coerenza, furore e senza misura.
Amo Balzac perché è visionario.
Amo Kafka perché è realista.
Amo Maupassant perché è superficiale.
Amo la Mansfield perché è intelligente.
Amo Fitzgerald perché è insoddisfatto.
Amo Radiguet perché la giovinezza non torna più.
Amo Svevo perché bisognerà pur invecchiare.
GUARITE IL PASSATO?!