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mercoledì 30 aprile 2014

I DUE SOGNATORI di Attar di Nishapur Un povero contadino viveva presso la città di Ispahan. Davanti alla sua dimora si estendeva un piccolo campo e all'estremità del campo c'erano una sorgente e un fico: era tutto ciò che possedeva.


I DUE SOGNATORI di Attar di Nishapur

Un povero contadino viveva presso la città di Ispahan. Davanti alla sua dimora si estendeva un piccolo campo e all'estremità del campo c'erano una sorgente e un fico: era tutto ciò che possedeva.
Lavorava sodo, ma il raccolto era scarso. Quando il caldo diventava insopportabile, si stendeva sotto il fico per fare una siesta. Un giorno, mentre riposava, fece un sogno. Si trovava in una grande città, i negozi esponevano frutta e verdura, spezie aromatiche, tappeti multicolore e rami lucidi. Sopra i tetti si vedevano volte dorate o piccoli minareti. Percorse le strade e le piazze affascinato dall'animazione della folla e dalla ricchezza. Infine giunse alla sponda di un grosso fiume, che scorreva sotto un ponte di pietra. Avanzò verso il ponte e lì, con stupore, vide un gran baule colmo di monete d'oro e di pietre preziose. Allora sentì risuonare una voce: "Sei nella città del Cairo, in Egitto; questo tesoro è tuo!". Il contadino spalancò gli occhi e si ritrovò disteso sotto il fico, a Ispahan. "Dio ha ispirato il mio sogno! - esclamò contento. Fece fagotto e si mise in cammino per l'Egitto. Il viaggio fu duro e pericoloso; infine, dopo tre settimane, il pover'uomo giunse presso i sobborghi del Cairo. Si mescolò alla folla, percorse le strade, ammirò i negozi che esponevano frutta e verdura, spezie, tappeti, rami lucidi. In alcuni punti, sopra i tetti, volte dorate e esili minareti si stagliavano nel cielo blu. Giunse sulle rive del Nilo; vide un ponte di pietra che si elevava sopra il fiume. Riviveva tutti i dettagli della sua visione. Corse dunque verso il ponte; nel luogo in cui, nel sogno, si trovava il baule con il tesoro, e trovò un mendicante che gli chiese l'elemosina. "La vita è solo un'illusione! - esclamò deluso - A cosa serve vivere? Non potrà accadermi più niente di buono in questo squallido mondo!". Scavalcato il parapetto del ponte, stava per saltare, ma il mendicante lo trattenne. "Perché vuoi morire? Cosa ti è capitato per farti stancare del cielo blu e delle risa dei bambini?". Il contadino si sedette accanto al mendicante e gli raccontò tutto. "E ti lamenti per così poco! - esclamò il mendicante ridendo - Intraprendere un viaggio così pericoloso confidando in un sogno! Dovresti fare come me: accontentarti di ciò che Dio ti dà ogni giorno e non inseguire le illusioni dei tuoi sogni! Anch'io, da anni, faccio ogni notte un sogno simile al tuo...". "Qual è il tuo sogno?" domandò il contadino. "Mi ritrovo alla periferia della città di Ispahan. Vedo una casetta bassa di terracotta. Davanti alla casa, vedo un piccolo campo e, in fondo, un fico e una sorgente. Vado verso il fico, scavo una profonda buca e, tra le radici, scopro un baule pieno di monete d'oro e di pietre preziose". "Adoro rifare ogni notte il mio bel sogno, ma non per questo parto all'avventura. Vivo dove Dio ha voluto sistemarmi; resto seduto accanto al fiume e mi accontento di quello che mi danno i passanti". Il contadino balzò in piedi, ringraziò il mendicante per i suoi consigli e in fretta ritornò a Ispahan. Non appena giunto alla sua povera dimora, prese una zappa e corse presso il fico. Scavò e trovò un vecchio baule pieno di monete d'oro e di pietre preziose. Il contadino si gettò con la faccia a terra: "Dio è grande! - gridò - Ed io sono uno dei suoi figli!.


Cinzia Lodi sintesi de L'Alchimista...

sintesi de L'Alchimista...



Coelo é simpatico perché ha preso da destra a sinistra e dice sempre cose buone.



lunedì 10 febbraio 2014

Anacarsi. Il mercato è un posto dove gli uomini possono ingannarsi a vicenda." (η αγορά είναι ο τόπος όπου οι άνθρωποι μπορούν να αλληλοεξαπατούνται)

La democrazia è nata ad Atene, quando Solone ha cancellato i debiti dei poveri verso i ricchi.
Mikis Theodorakis 

Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. 
L’abilità consiste nel ridurre le spese, 
dando nondimeno servizi efficienti, 
corrispondenti all'importo delle tasse. 
Maffeo PANTALEONI (1857-1924)


Il mercato è un posto dove gli uomini 
possono ingannarsi a vicenda."
(η αγορά είναι ο τόπος όπου οι 
άνθρωποι μπορούν να αλληλοεξαπατούνται)
Anacarsi

Kristos...
... le minoranze egemoni hanno assoluta necessità di sudditi per esercitare la loro protervia e non possono farli fuori tutti ... Ne colpiscono alcuni, i più deboli (sarà un caso che stanno demolendo in accelerazione lo "stato sociale"), per "educare" tutti gli altri ... Senza sudditi l'egemonia non può esistere ...


Se uno uccide un uomo è un assassino; 
ne uccide un milione,
è un conquistatore;
se li uccide tutti, è un dio...
Jean Rostand

La paura della morte ha creato gli dei.
Epicuro


Il Settimo Sigillo - La danza della morte - "Det Sjunde Inseglet", Ingmar Bergman, 1957

Dialogo tra Jöns lo scudiero e il pittore.

- Che cosa dipingi?
- La danza della morte
- E quella è la morte?
- Sì, che prima o dopo danza con tutti
- Che argomento triste hai scelto...
- Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire
- Non servirà a rallegrarla...
- E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
- Aaah, invece di guardare chiuderanno gli occhi...
- E io ti dico che li apriranno... Un teschio, spesso interessa molto di più di una donna nuda
- Se li spaventi però...
- ...Li fai pensare
- E se pensano...
- ...Si spaventano ancora di più.

http://www.youtube.com/watch?v=tOFZthboXtw


P.S.
Quando la morte si presenta con la sua vera faccia, scarna e truculenta, non la si considera senza timore. 
Ma quando, per burlarsi degli uomini che si vantano di burlarsi di lei, avanza camuffata... 
allora siamo presi da un terrore senza fondo.
Soren Kierkegaard

Dipinto:
"Il trionfo della morte"
Pieter Brueghel il Vecchio

L'unione del gregge costringe il leone a coricarsi affamato.
Proverbio africano 

L'onestà è la miglior politica.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte 

Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare.
Enzo Biagi 

Noi viviamo in una democrazia dove puoi dire tutto quello che vuoi, tanto non ti ascolta nessuno.
Pippo Franco

Per riuscire a vedere faccia a faccia lo Spirito della verità, universale e onnipresente, bisogna riuscire ad amare la più modesta creatura quanto noi stessi. E un uomo che nutre questa aspirazione non può esimersi dal partecipare a nessun aspetto della vita, ecco perché la mia adorazione per la Verità mi ha portato ad interessarmi anche di politica; posso affermare senza la minima esitazione, sebbene con molta umiltà, che coloro che sostengono che la religione non c’entra con la politica, ignorano cosa sia la politica.
Gandhi 

Una volta nel gregge, è inutile che abbai: scodinzola!
Anton Pavlovic Čechov

Per un candidato è pericoloso dire cose che la gente potrebbe ricordare.
it is dangerous for a national candidate to say things that people might remember
Eugene Joseph McCarthy 

Se chi lavora mangiasse, cosa mangerebbe chi non lavora?
Da I pensieri di Gasparazzo – Lotta Continua – Torino – 1975 

La differenza che c'è fra una democrazia e una dittatura è che in una democrazia prima voti e poi ordini; in una dittatura non perdi tempo a votare
Charles Bukowski 

Sono arrivato alla conclusione che la politica è una faccenda troppo seria per essere lasciata ai politici
Charles De Gaulle 

non votate, serve solo a incoraggiarli
Anonimo 

Il sonno è di destra, il sogno di sinistra... 
Votate per una lucida insonnia.
Gesualdo Bufalino, Bluff di parole, 1994

Abbiamo il miglior Congresso che il denaro possa comprare
Will Rogers (1879 – 1935), comico USA 

Dovrebbe esserci un giorno - anche uno solo - di caccia aperta ai senatori.
Will Rogers - (1879 – 1935), comico USA 

Poche cose sono immutabili come l'attaccamento dei gruppi politici alle idee che hanno loro permesso di raggiungere il potere
John Kenneth Galbraith 

La democrazia è una forma di religione. 
È l’adorazione degli sciacalli da parte dei somari…
Henry Louis Mencken (1880-1956) 

La democrazia è un agnello in mezzo a due lupi che votano su cosa mangiare a colazione. 
La libertà un agnello bene armato che contesta il voto. 
Benjamin Franklin) 

se il voto cambiasse qualcosa, lo renderebbero illegale
Anonimo 

Voti ogni volta che fai la spesa
Alex Zanotelli 

Io mi rifiuto di pagare le tasse il cui impiego ritengo destinato a scopi ingiusti e immorali
Henry David Thoreau 

Il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l'elettore medio.
the best argument against democracy is a five minute conversation with the average voter
Winston Churchill 

Il leviatano insapiens demens...
"Homo Homini Lupus"
"... bellum omnium contra omnes"
(letteralmente "guerra di tutti contro tutti")
Thomas Hobbes, Il leviatano

Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest'uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudine così unita in una persona viene chiamata uno stato, in latino civitas. Questa è la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto - per parlare con più riverenza - di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa... 
Thomas Hobbes, Leviatano p. 167


Le persone sono state create per essere amate,
mentre le cose sono state create per essere utilizzate. 
Il motivo per cui il mondo è nel caos è
perché le cose sono amate
e le persone sono utilizzate
Anonimo


L'evoluzione umana. Un crescere della potenza della morte.
Franz Kafka 

Il cibo cotto è stata la causa dell’indebolimento della razza umana e dell’accorciamento della vita. 
Lucrezio 


Quelli che approvano un'opinione privata 
la chiamano opinione; 
ma quelli che la disapprovano 
la chiamano eresia.
Thomas Hobbes, Il Leviatano


Sbalordito il Diavolo rimase, 
quando comprese quanto osceno fosse il bene...
John Milton

Chi è senza peccato passi da casa mia che rimediamo.
Oscar Wilde

La follia è a discrezione della maggioranza.
Anonimo


Molta saggezza, la più pura follia.
Anche in questo prevale la maggioranza.
Conformati, e sei saggio
dissenti, e sei pericoloso.
Un matto da legare
Emily Dickinson 1862


Dipinto:
Il bestemmiatore
(The Blasphemer)
William Blake


Il mondo è iniquità: se lo accetti sei complice, se lo cambi sei carnefice.
Jean Paul Sartre

La libertà vertiginosa deve scegliere di avere infinitamente torto.
Jean Paul Sartre


dal capitolo II de "Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov:
http://www.masterandmargarita.eu/estore/pdf/ebit001_maestromargherita.pdf

[...]
Pilato tacque per un istante, poi chiese piano in aramaico: 
- Sei tu che inciti il popolo a distruggere il tempio di Jerushalajim? 
Il procuratore sedeva immobile come se fosse stato di pietra, e solo le 
sue labbra si muovevano appena quando pronunciava le parole. Era come di 
pietra perché temeva di muovere la testa che ardeva di un dolore infernale. 
L'uomo dalle mani legate si sporse un po' in avanti e cominciò a parlare: 
- Buon signore! Credimi... 
Ma il procuratore, sempre senza muoversi e senza alzare la voce, lo 
interruppe subito: - È me che chiami «buon signore»? Ti sbagli. A Jerushalajim tutti 
sussurrano che io sono un mostro crudele, e questa è la pura verità, - e con la 
stessa voce monotona aggiunse: - Chiamate il centurione Ammazzatopi. 
Sembrò a tutti che la luce sulla loggia si offuscasse quando davanti al 
procuratore apparve il centurione della prima centuria Marco, detto 
l'Ammazzatopi. Egli superava di tutta la testa il piú alto soldato della legione e 
aveva le spalle cosí larghe che nascose completamente il sole ancora basso 
sull'orizzonte. 
Il procuratore si rivolse in latino al centurione: 
- Questo delinquente mi chiama «buon signore». Portalo fuori un 
momento e spiegagli come deve parlare con me. Ma non rovinarlo. 
Tutti, tranne l'immoto procuratore, seguirono con lo sguardo Marco 
l'Ammazzatopi che con un cenno della mano indicò all'arrestato che doveva 
seguirlo. In genere l'Ammazzatopi era sempre seguito dagli sguardi di tutti, 
dovunque apparisse, a causa della sua statura, e quelli che lo vedevano per la 
prima volta erano colpiti anche dal suo volto deturpato: il naso gli era stato rotto 
da una clava manica. 
Sul mosaico risuonarono i pesanti calzari di Marco, l'uomo legato lo seguí 
senza far rumore, un silenzio assoluto regnò nel porticato, e si sentivano tubare i 
colombi sul ripiano del giardino presso il balcone, e l'acqua del ninfeo cantava 
una bizzarra e gradevole canzone. 
Al procuratore venne voglia di alzarsi, di mettere la tempia sotto un getto 
d'acqua e di rimanere cosí. Ma sapeva che questo non gli avrebbe recato sollievo.
Dopo aver condotto il prigioniero fuori del porticato, nel giardino, 
l'Ammazzatopi prese una frusta dalle mani di un legionario fermo ai piedi di una 
statua di bronzo, e colpí le spalle dell'arrestato quasi senza prendere lo slancio. Il 
movimento del centurione fu incurante e lieve, ma l'uomo crollò immediatamente 
a terra come se gli avessero colpito i tendini delle gambe, boccheggiò, il colore 
gli scomparve dal volto e gli occhi persero ogni espressione. 
Con la sola mano sinistra, Marco sollevò facilmente il caduto come se 
fosse stato un sacco vuoto, lo rimise in piedi e disse con voce nasale, 
pronunciando a stento le parole aramaiche: 
- Il procuratore romano va chiamato egemone. Non usare altre parole. 
Devi stare sull'attenti, hai capito, o vuoi ancora una botta? 
L'arrestato barcollò, ma si dominò, il colore ritornò sul suo viso, riprese 
fiato e rispose con voce rauca: 
- Ti ho capito. Non picchiarmi. 
Un minuto dopo era di nuovo davanti al procuratore. 
Si sentí una voce fioca, malata: 
- Nome? 
- Il mio? - replicò in fretta l'arrestato, esprimendo con tutto il suo 
atteggiamento che intendeva rispondere a tono, senza piú provocare l'ira. 
Il procuratore disse con voce sommessa: 
- Il mio lo so. Non far finta di essere piú stupido di quanto sei. Il tuo. 
- Jeshua, - rispose rapido l'accusato. 
- Hai un soprannome? 
- Hanozri. 
- Di dove sei? 
- Della città di Gamala, - rispose l'arrestato indicando con un movimento 
della testa che laggiú, lontano, alla sua destra, verso nord, esisteva una città 
chiamata Gamala. 
- Di che sangue sei? - Non lo so di preciso, - rispose pronto l'arrestato. Non ricordo i miei 
genitori. Mi dicevano che mio padre era siriano... 
- Dove vivi di solito? 
- Non ho una dimora fissa, - rispose con timidezza l’arrestato _ Vado da 
una città all'altra. 
- Tutto questo può essere detto in modo piú breve, con una parola 
soltanto: vagabondo, - disse il procuratore, e chiese: - Hai parenti? 
- Non ho nessuno. Sono solo al mondo. 
- Sai leggere e scrivere? 
- Sí. 
- Sai qualche lingua oltre l'aramaico? 
- Sí, il greco. 
Una palpebra enfiata si sollevò e un occhio velato dalla sofferenza fissò il 
prigioniero. L'altro occhio rimase chiuso. 
Pilato cominciò a parlare greco: 
- Sei tu che intendevi distruggere il tempio e incitavi il popolo a farlo? 
L'arrestato allora si animò di nuovo, i suoi occhi non esprimevano piú 
spavento, e disse in greco: 
- Io, buon... - il terrore balenò nei suoi occhi perché per poco non si era 
sbagliato, - io, egemone, non ho mai avuto l'intenzione di distruggere il te [...]

Pilatus .- Quid est veritas, Claudia? Audi EAM, EAM cognoscis quando dicitur? 
(Che cos'è la verità, Claudia? Tu la senti esso, la riconosci quando parla?)

Claudia .- Ita audio . Num et tu? 
(Sì, e tu no.?) 

Pilatus: quomodo? Potes mihi dicere? 
(Come? Me lo puoi dire?)

Claudia: Si vis non veritatem audire, nemo tibi potest dicere. 
( Se non si sente la verità, nessuno può te la può dire)

(Verità .. vuoi sapere qual'è la mia verità, Claudia? Ho registrato ribellioni in questo avamposto marcio per undici anni. Se io non condanno questo uomo, conosco Caifa, inizierà una ribellione. Se lo faccio condannare anche i suoi seguaci possono. In entrambi i casi, ci sarà spargimento di sangue. Cesare mi ha avvertito, Claudia. mi ha avvertito due volte. Giura che la prossima volta che il sangue sarebbe stata il mio. Questa è la mia verità!) 
Pilatus: Veritas. Vis mea m veritatem cognoscere, Claudia? Rebeliones opprimebam in hac Statione Remota undecim ans. Si Hunc non condemnabo, scio Hunc Caiafam seditonem initaturum Esse. Si ita condemnabo, discipuli eius initiabunt. Uterlibet sanguis effugitur. Cesare mi monuit, Claudia. Bis monuit, vice proxima ipse iuravit ERIT sanguis meus. Ecce mea est veritas.

(Mio signore, Erode si rifiuta di condannare l'uomo lo stanno riportando qui abbiamo bisogno di rinforzi...) 
Miles romanus (Abenader ): Domine, Herodus noluit hominem condemnare. Eum Hunc reddunt. Necesse ERIT suplementum novum habere.

(Non voglio causare una sommossa)
Pilatus: No llo incitare seditionem. 

(C'è già una rivolta!)
Miles romanus (Abenader): Seditio est iam 

In dubio pro reo - Ponzio Pilato e Claudia

http://www.youtube.com/watch?v=eUymNYT9egE


Ma guai a voi, ricchi, 
perché avete già la vostra consolazione. 
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. 
Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti 
e piangerete.
Gesù - (Luca 6, 24-25)

15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 
16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 
17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 
18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 
19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 
20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.
Matteo 7,15-20

Possibile che nessuno parli del diritto di epicheia? 
Gente svegliatevi! Se mettete questa parola su qualsiasi motore di ricerca andate a finire nei vari miei blog che per pigrizia non ho rimosso da internet, e che ora testimoniano che sono l'unica persona in Italia che si è accorta di questo importante concetto rivoluzionario cristiano. Possibile che siate tutti cattolici mai divenuti cristiani?"
Nereo Villa

http://epicheia.blogspot.com/

Epicheia cristiana è il diritto ed il dovere di non pagare le tasse là dove lo stato di diritto diventa diritto di stato alla rapina legale, e dove la legge costringe al male da compiere: sottostare democraticamente alla mafia del potere finanziario, ed accettare il signoraggio - deprecato da gesù con le parole “non chiamate nessuno signore” - che fa del cittadino un mafioso nella misura in cui accetta di pagare il pizzo di un debito inesigibile sotto forma di tasse.

Il problema è sapere se è giusto dichiarare il giusto, di fronte al fatto che, per esempio, in Italia la riscossione delle imposte non funziona da almeno 21 secoli. E questo è un dato storico: basta leggere le famosissime Verrine, cioè le arringhe di Cicerone contro Verre in merito a gravi episodi di corruzione circa la riscossione delle imposte (1).
Sapere chi dichiara il giusto e sapere il motivo per cui è giusto dichiarare il giusto sono dunque per Matteo due conoscenze che non possono fargli proseguire la sua professione di agente tributario.
Egli decide di seguire Gesù.
Seguire Gesù significa agire secondo epicheia.
Agire secondo epicheia significa: pago il tributo se lo ritengo equo, non pago il tributo il cui impiego percepisco destinato a scopi ingiusti e immorali, come le guerre per esempio. E fino a prova contraria, la salute di ogni Stato si chiama guerra.
Le guerre si fanno perché con la fiscalità sui sacrifici (fiscalità reddituale attuale) si genera solo carestia e debito pubblico: "Le finanze devono essere riequilibrate" - diceva Cicerone nel 63 a. C. - "Il debito pubblico dev'essere ridotto. L'arroganza dei burocrati dev'essere mitigata e l'assistenza alle terre straniere ridotta, altrimenti Roma andrà in rovina"!
Ecco dunque perché l'errore tecnico della fiscalità sui sacrifici va risolto. Perché è dai tempi pre cristiani che dev'essere risolto, e non lo è.
Di fronte a questo problema il mondo si comporta ancora come se la concezione della sua rotondità non fosse mai nata, e come se nelle coscienze esso si presentasse ancora in forma piatta, o cubica, ecc.

lunedì 20 gennaio 2014

Vittorio Zucconi. I periodi di massima sofferenza economica generale sono quelli che permettono ai ricchi di arricchirsi e agli spregiudicati di fare fortuna. Gli episodi di gioiellieri che acquistavano a prezzi di strozzinaggio oro e pietre preziose da ebrei in fuga dalle nazioni occupate dai nazisti sono purtroppo ben conosciuti

"L’acqua scorre verso l’alto" di Vittorio Zucconi

Scartabellando – chiedo scusa, oggi si dice navigando – nel più seguito sito, e canale tv, di informazione economica americano, CNBC, m’imbatto in una ricerca solo in apparenza sorprendente. Una grande banca svizzera ha censito il numero di nuovi milionari spuntati nelle principali nazioni. E questo nel 2013, l’anno orribile della “più grande crisi dagli anni 30″, delle tasse che dissanguano, di quell’ “orlo del precipizio” sul quale pare l’Italia barcolli continuamente. Ebbene, proprio l’Italia è al quarto posto nel mondo per creazione di milionari freschi d’annata, e al sesto, niente male, nel loro numero complessivo.
Come la banca svizzera abbia calcolato queste ricchezze, se abbia tenuto conto soltanto delle dichiarazioni fiscali, che quindi certamente in Italia sottovalutano i patrimoni molto più di quanto avvenga negli Usa o in Francia, non so dire. ma so che questo risultato non sorprende affatto.
Attraverso la Storia, è un fatto assodato che proprio i periodi di massima sofferenza economica generale sono quelli che permettono ai ricchi di arricchirsi e agli spregiudicati di fare fortuna. Gli episodi di gioiellieri che acquistavano a prezzi di strozzinaggio oro e pietre preziose da ebrei in fuga dalle nazioni occupate dai nazisti sono purtroppo ben conosciuti. E sono l’equivalente, più educato, delle ricchezze accumulate attraveso i giochi della finanza e non dell’investimento produttivo.
Ma l’aumento dei nuovi ricchi in nazioni in difficoltà o in crisi profonda testimonia un’altra, e più recente verità: smentisce, in maniera ancora una vota netta, la celebre panzana del “trickle down effect”, la teoria secondo la quale se il calice dei fortunati si colma, il liquido inevitabilmente comincerà a traboccare e fluire verso il basso.
Era la dottrina cara a Ronald Reagan e a Maggie Thatcher che il crack del 2007/2008 ha – di nuovo – smentito. Il danaro, a differenza dell’acqua, tende a fluire verso l’alto, conosce un “trickle up effect”, uno sgocciolamento verso l’alto che sta non soltanto prosciugando i più poveri, ma sta drenando quella classe media che è sempre o ovunque il sostegno della democrazia liberale.
In un’intervista nella sua casa di Cambridge, sui terreni di Harvard dove ancora occasionalmente insegnava, John Kenneth Galbraith mi disse una frase che non ho mai dimenticato: “Io sono un signore benestante, potrei dire ricco e per questo sono preoccupato e nervoso. Un ricco che non fosse cretino dovrebbe fare il possibile perchè la gente che vive nel villaggio attorno al proprio castello avesse da mangiare e da curarsi, un tetto sopra le testa e un letto comodo nel quale addormentarsi con i figli. Invece noto che chi ha accumula e gli abitanti del villaggio là attorno diventano, ogni giorno di più, giustamente più inquieti”.
La miopia dei nuovi ricchi nelle nazioni che sfornano legioni di nuovi poveri è esattamente quella che Galbraith descriveva: pompare troppa acqua dal basso all’alto senza che gli affluenti ne conducano, come sta accadendo in Italia dove il bacino della ricchezza collettiva si prosciuga, produce la siccità della democrazia e travolge coloro che credevano di potersi dissetare all’infinito.

[blog Tempo reale, da La Repubblica, 19 gennaio 2014]

giovedì 15 agosto 2013

Evita Peron. IO LI HO VISTI (I POVERI) ANDARE PER LE STRADE, CON IL BAMBINO FRA LE BRACCIA, CERCANDO IL MEDICO, LA FARMACIA, L'OSPEDALE, QUALUNQUE COSA; PERCHÉ NEPPURE I SERVIZI DELL'ASSISTENZA PUBBLICA SI AZZARDAVANO A ADDENTRARSI FAR QUEI LABIRINTI DI TANE CHE SONO I QUARTIERI "PITTORESCHI". E io li ho visti pure tornare a casa con il figlio morto fra le braccia, per lasciarlo lì, su una tavola, e uscire poi a cercare una bara come prima avevano cercato medico e medicine: DISPERATAMENTE. I RICCHI DICONO: "NON HANNO SENSIBILITÀ!NON VEDE CHE NEPPURE PIANGONO QUANDO GLI MUORE UN FIGLIO?" E NON SI DANNO CONTO CHE FORSE PROPRIO LORO, I RICCHI, QUELLI CHE HANNO TUTTO, HANNO TOLTO AI POVERI PERFINO IL DIRITTO DI PIANGERE



"..IO LI HO VISTI (I POVERI) ANDARE PER LE STRADE, CON IL BAMBINO FRA LE BRACCIA, CERCANDO IL MEDICO, LA FARMACIA, L'OSPEDALE, QUALUNQUE COSA; PERCHÉ NEPPURE I SERVIZI DELL'ASSISTENZA PUBBLICA SI AZZARDAVANO A ADDENTRARSI FAR QUEI LABIRINTI DI TANE CHE SONO I QUARTIERI "PITTORESCHI". E io li ho visti pure tornare a casa con il figlio morto fra le braccia, per lasciarlo lì, su una tavola, e uscire poi a cercare una bara come prima avevano cercato medico e medicine: DISPERATAMENTE.
I RICCHI DICONO: "NON HANNO SENSIBILITÀ!NON VEDE CHE NEPPURE PIANGONO QUANDO GLI MUORE UN FIGLIO?" E NON SI DANNO CONTO CHE FORSE PROPRIO LORO, I RICCHI, QUELLI CHE HANNO TUTTO, HANNO TOLTO AI POVERI PERFINO IL DIRITTO DI PIANGERE.
No!...Io non potrò evidentemente descrivere quello che è la vita in uno qualunque di questi quartieri "pittoreschi". Mi rassegno e desisto. Però una cosa mi preme di ripetere qui, prima di proseguire. È UNA MENZOGNA DEI RICCHI QUESTA AFFERMAZIONE CHE I POVERI NON ABBIANO SENSIBILITÀ. Molte volte ho sentito dalla bocca di "gente come si deve", come si autodefiniscono, affermazioni come questa: "NON SI PREOCCUPI TANTO PER I SUOI "DESCAMISADOS". QUESTA "RAZZA DI GENTE" NON HA LA NOSTRA SENSIBILITÀ. Non si rendono conto di quello che succede. E' forse non è nemmeno conveniente che se ne diano conto!" Non trovo nessun argomento ragionevole per confutare questa menzogna ingiusta. Non posso far altro che dir loro: "E' una menzogna. Menzogna che avete inventato voi ricchi per starvene tranquilli. Ma è una menzogna!" SE MI DOMANDASSERO PERCHÉ, IO POTREI RISPONDERE POCO, MOLTO POCO. DIREI QUESTO: "IO HO VISTO PIANGERE GLI UMILI, E NON DI DOLORE, PERCHÉ DI DOLORE PIANGONO PERFINO LE BESTIE. LI HO VISTI PIANGERE DI GRATITUDINE!"
E PER GRATITUDINE, PER GRATITUDINE SÌ CHE I RICCHI NON SANNO PIANGERE!
Eva Duarte Peron, 7 maggio 1919-26 luglio 1952.

Tratto dal cap. La sofferenza degli umili, pagg 148-149 La ragione della mia vita, Fratelli Bocca ed. 1953 

martedì 6 agosto 2013

Alessandro Magno incontrò Diogene, che era un mendicante nudo, possedeva solo una lampada – quella era la sua unica proprietà – che teneva accesa perfino di giorno. Ovviamente si comportava in modo strano e anche Alessandro dovette chiedergli: “Perchè tieni accesa questa lampada durante il giorno?” Lui alzò la lampada, guardò Alessandro in viso e disse: “Giorno e notte, cerco un vero uomo…e non lo trovo.”




ALESSANDRO MAGNO
Aveva una maledetta fretta, Alessandro il macedone, di arrivare lontano, più lontano che si poteva. Come se fosse in qualche modo consapevole che il tempo a sua disposizione era poco, molto poco. Ed infatti fece tutto in una decina d’anni: organizzò la falange macedone, che già suo padre Filippo II aveva strutturato ed usato con profitto contro i greci, la rese uno strumento militare irresistibile, e partì alla conquista del mondo. E nulla gli resistette, e nessuno, e solo la stanchezza dei suoi soldati lo costrinse a fermarsi. Era arrivato sulle rive del fiume Indo, ma lì ci fu un mezzo ammutinamento delle truppe, e dovette lasciar stare. Arrivato nella regione che oggi chiamiamo Afganistan, dovette affrontare i problemi che hanno molti secoli dopo inguaiato prima i russi e poi gli americani. Lui pensò di risolvere la questione, sposando la principessa locale Rossane, e costringendo un certo numero di suoi ufficiali a darsi una moglie afgana: la soluzione era la fusione dei due popoli. Ma lungo il suo cammino forsennato aveva seminato mogli figli e città, chiamate Alessandria (era un modesto il nostro) la più famosa delle quali è Alessandria d’Egitto. Nell’opera di fondazione si avvalse dei principi architettonici ed urbanistici adottati da Ippodamo di Mileto, quando un secolo e mezzo prima ricostruì la sua città, che era stata distrutta dai persiani all’inizio delle guerre persiane (499 a.C.). e l’aveva fatto per la prima volta nella storia servendosi di un piano regolatore, studiato a tavolino e disegnato su carta: l’urbanistica diveniva quasi una scienza.
Suo padre, Filippo II, era re della Macedonia, una regione greca che i greci non sentivano nemmeno tanto greca, lassù nel nord alla periferia del mondo che contava. Ma i greci dovettero subire la conquista di Filippo, nonostante la sorda e tenace opposizione dell’oratore ateniese Demostene. Aveva una tibia più corta dell’altra, e questo ha consentito pochi anni fa di attribuirgli una tomba ritrovata a Vergina, nel nord della Grecia: nel ricco corredo funebre c’erano anche due schinieri (nel calcio si chiamerebbero parastinchi), ed uno è più corto dell’altro. Filippo aveva sposato Olimpiade, una principessa dei molossi (Epiro, Albania), sorella maggiore del re dei molossi Alessandro I. Questi sposò Cleopatra, sorella del giovane Alessandro futuro Magno, così che Alessandro il molosso era nello stesso tempo zio e cognato del futuro Magno. [...]
Ma da dove nasce l’idea nella testa di Alessandro di conquistare il mondo? Schematicamente:
1. La sua ambizione sfrenata. Si dice che dormisse con la testa appoggiata all’Iliade, il poema di Omero, che cantava la gloria di Achille, di cui Alessandro voleva apparire emulo. Nel suo folle volo si fece accompagnare da storiografi, pittori (Apelle) e scultori (Lisippo), destinati a magnificare le sue epiche gesta. [...]
2. L’oratore Isocrate. In occasione dei giochi atletici di Olimpia si svolgevano anche veri e propri festival di oratoria, con premi e gloria. In una tale circostanza Isocrate presentò il suo Panegirico, orazione di elogio di Sparta (milizia) e di Atene (cultura e civiltà). Vi si sosteneva la superiorità della civiltà greca rispetto alle altre, specie quella persiana. Da ciò derivava ai greci il diritto di conquistare ed assimilare i popoli inferiori, ed il dovere di innalzarli ai loro livelli di civiltà. Insomma allora per la prima volta trovò sistemazione ideologica il pensiero dei diversi livelli tra le civiltà, che ha messo radici profonde in Europa, e spesso è stato un fasullo argomento del diritto/dovere degli europei e degli occidentali a portare civiltà e democrazia altrove. Poi magari s’è rubacchiato un po’, ma insomma ci devono sempre ringraziare! Così Alessandro “portò” la civiltà in Persia, con corredo di morti distruzione e delizie varie, tipiche di tutte le guerre. Ed Isocrate nella circostanza fu solo il brillante interprete di un sentimento diffuso in Grecia.
3. All’inizio del IV secolo a.C. la Persia fu travagliata da una grave crisi dinastica. Il legittimo re, Artaserse, dovette fronteggiare per un paio di volte delle trame eversive ad opera di suo fratello minore, Ciro il giovane, chissà perché preferito dalla loro madre. Scoprì la prima ed arrestò il fratello, che si salvò ottenendo il perdono grazie alla madre. Per tutto ringraziamento ci riprovò, organizzando un contingente armato, in cui erano arruolati anche diecimila mercenari greci. Ci fu la battaglia (Cunassa), nella quale il giovane Ciro morì. Che fare con questi diecimila greci armati? Artaserse convocò i capi del contingente, per venire ad un accordo, e li ammazzò tutti. I greci, rimasti senza capi ed in un territorio nemico ostile e sconosciuto, scelsero come loro guida lo storiografo Senofonte, anch’egli della partita: nei momenti difficili gli intellettuali e la cultura non fanno più storcere il nasino, ma se ne riconosce il ruolo di guida. In tempi normali o ritenuti tali, ma di profonda crisi, ci si affida a Maria De Filippi, tanto per fare un nome, o all’Uomo Della Provvidenza, che affossa ancor più gli incauti cittadini. E Senofonte con un’epica marcia, descritta nel suo libro intitolato “Anabasi” (=Ritorno), li riportò in patria. Cosa c’entra questo fatto? C’entra, perché i mercenari greci poterono muoversi con relativa libertà nel territorio del (presunto) potente impero persiano, dimostrandone l’intima fragilità. Qualche tempo dopo, un re spartano, Agesilao, si mosse da padrone nel territorio persiano, confermando nei greci la convinzione che la Persia fosse ormai un frutto maturo, e bastasse solo coglierlo. Ed Alessandro lo colse. Gli ci vollero tre battaglie condotte alla grande (Granico, Gaugamela, Isso), eliminò il re nemico Dario III e ne catturò l’intera famiglia, trattandola però in modo principesco.
In ogni territorio appena conquistato Alessandro insediò un suo luogotenente, ed andava avanti, con il disegno di riprenderseli tutti, una volta finita l’azione di conquista. Ma nel 323 morì molto giovane (malaria?), ed i suoi luogotenenti (detti Diadochi) si tennero i territori di competenza, fondando delle vere e proprie dinastie (regni ellenistici), in continua guerra tra loro per sopraffarsi, ottenendo solo un effetto di indebolimento, che consentì ai romani di papparseli tutti con relativa facilità
Divenne un esercizio di scuola, quasi, per i romani dibattere se in un ipotetico scontro tra romani ed Alessandro avrebbe vinto lui o i romani stessi. Ed arrivarono a definire l’ipotesi secondo me giusta: Alessandro era indispensabile per la sua creatura, mentre il popolo romano poteva prescindere dai suoi grandi condottieri, perché la sua forza stava nelle istituzioni ed in un popolo che condivideva nel profondo il progetto di ingrandimento della città nel mondo.
Cosa restò di Alessandro? Intanto il progetto di impero universale, ripreso e reso reale dai romani. E poi la diffusione della cultura greca in tutto il bacino mediterraneo, civiltà che noi denominiamo ellenistica, primo esempio di globalizzazione economica e culturale della Storia; e la città di Alessandria, autentico centro motore della cultura mediterranea. Ad Alessandria si seguì il piano regolatore per la sua fondazione; ad Alessandria si costituì la prima biblioteca pubblica della nostra storia, intesa non come polveroso deposito di libri, ma cuore pulsante per la conservazione valorizzazione delle opere antiche e la creazione di nuove; ad Alessandria la cultura prese la via delle specializzazioni e dello sviluppo scientifico; ad Alessandria si costruì il primo odeon, edificio per la musica; ad Alessandria la cultura da orale, che era sempre stata, divenne scritta, nel senso che la diffusione avviene attraverso uno strumento non nuovo, il libro, ma concepito in modo nuovo, come oggetto di cui appropriarsi, leggere e gustare a casa (ma era roba da ricchi: però il principio, ogni principio, una volta affermato, può avere sviluppi impensati), con nascita e sviluppo di un altro genere di attività economica, l’editoria. All’imboccatura del porto di Alessandria c’è un’isoletta, e su quell’isoletta costruirono la prima lanterna marittima della storia, che fece da modello in seguito a tutti i porti, per l’aiuto alla navigazione notturna. Dimenticavo: quell’isola si chiama FARO.
Un suggerimento: leggersi la poesia di Pascoli ALEXANDROS.



Est contro Ovest.
Due eserciti si ritrovarono per decidere le sorti del mondo allora conosciuto: da una parte i macedoni di Alessandro, dall'altra un orda sconfinata capeggiata dal Re dei re Dario di Persia.
Con un capolavoro tattico il condottiero macedone riuscì ad ovviare la soverchiante superiorità numerica persiana: lasciata la sinistra dello schieramento a Parmenione con il compito di trattenere la destra persiana, Alessandro con la sua destra allungò la sinistra nemica per evitare l'accerchiamento.
A un segnale convenuto si sganciò dallo schieramento per sfruttare il buco che si era creato tra il centro e la sinistra persiana. Il suo obbiettivo era Dario in persona.
Formò quindi una freccia, del quale lui stesso era la punta e si lanciò coraggiosamente verso la retroguardia persiana, dove stava il re. Fu un successo totale.
Dario fuggì intimorito, e presto tutte le altre truppe fecero altrettanto.
L'inseguimento fu impedito solamente dalla difficile situazione di Parmenione, al quale Alessandro dovette dare il suo aiuto. Nulla toglieva comunque a una battaglia che decise le sorti del mondo.
Alessandro, a soli 25 anni, divenne così il signore del 90% delle terre allora conosciute. #renovatioimperii



RITRATTI: ALESSANDRO MAGNO
Nato a Pella nel 356 a.C. da Filippo II, re macedone, e Olimpiade, fu educato dal filosofo Aristotele, che gli insegnò la medicina, la scienza, l'arte e il greco. Salì al trono nel 336 a.C. e durante il suo regno, conquistò l'intero impero persiano, giungendo fino all'India e ai confini della Cina. Tra le battaglie che combatté le più famose furono Granico, Isso, Gaugamela. Il suo successo militare fu reso possibile dalla falange macedone, dalla sua straordinaria intelligenza militare e dal forte ascendente che aveva sui soldati, a fianco dei quali combatteva, senza sottrarsi alle asprezze della guerra. Morì nel 323 a.C. (tre anni dopo l'amato cavallo Bucefalo) a Babilonia, forse per una pancreatite acuta dovuta alle eccessive libagioni di quel giorno, ma fu sepolto ad Alessandria, città fatta costruire da lui stesso. La sua tomba fu visitata da Augusto, che, dopo aver posto una corona d'oro e dei fiori sopra il corpo del macedone, si rifiutò di vedere anche la salma di Tolomeo, dicendo che desiderava vedere un re, non dei cadaveri. D'aspetto era tarchiato, aveva una voce aspra, capelli crespi e occhi di colore diverso. Inoltre aveva poca barba, segno di virilità a quei tempi: perciò introdusse l'usanza di radersi, a cui costrinse i suoi dignitari per non sfigurare tra loro. Il suo mito, alimentato anche dalla capacità di Alessandro di farsi propaganda, viaggiò attraverso i secoli fino a noi: è l'unico personaggio antico che Warhol abbia ritratto e
persino gli Iron Maiden, nel 1986, gli dedicarono la canzone Alexander the Great, che inizia con le leggendarie parole del padre Filippo II: "My son, ask for thyself another kingdom,
for that which I leave is too small for thee". Potenza del mito!

https://youtu.be/fd5T2xX95Os

Straordinaria sequenza tratta dal capolavoro di Oliver Stone,
in cui Alessandro Magno viene colpito e cade dal suo cavallo Bucefalo.





https://youtu.be/OGL_L0fok10












Alessandro nacque nel 356 a.C.
Figlio di re Filippo di Macedonia, famoso per essere un grande stratega, bevitore, festaiolo e donnaiolo tutto contemporaneamente e di Olimpia, una madre che era tutto un programma, crebbe felice e libero di fare sempre quello che voleva cercando di non sfidare troppo le ossessioni della mamma che lo tormentarono sin da piccolo.
Olimpia era bellissima, intelligente, ovviamente principessa, un’invasata con i riti Dionisiaci, danze, preghiere e oracoli dalla mattina alla sera fino a portarsi a letto serpenti ammaestrati. Pure lei sempre tutto contemporaneamente.

In pratica il piccolo Alessandro aveva due genitori che erano tranquilli solo quando dormivano.
Anzi no.

La bella mamma, un giorno, andò dicendo che durante una notte fu colpita da un fulmine mandato da Ammone trasformatosi poi in serpente, tanto per rimanere in tema di animali domestici preferiti, e con lei concepì proprio Alessandro.

Dopo quella storia, Filippo si guardò bene dal frequentare ancora la moglie e se ne cercò un’altra meno pericolosa e un po’ più normale. Quando Alessandro iniziò a diventare grandino e ogni tanto si comportava da invasato, si convinse che suo figlio qualcosa di divino forse ce lo aveva sul serio.

Due genitori che non erano proprio un modello di normalità e di equilibrio, miracolosamente, non si capisce come, gli diedero come maestro nientepopodimeno che Aristotele.

Diciamocelo pure, senza dubbio Alessandro aveva del talento tutto suo, riuscire ad emergere in una famiglia del genere bisognava essere bravi per forza.

Aristotele avrà fatto il resto.

A complicare una giovane personalità in crescita e che non fece che rafforzare le manie del ragazzino, ci fu la lontana discendenza bis-bis centenaria di Olimpia, che si diceva nipote di Achille.

Già a 15 anni dichiarava che alle Olimpiadi, lui che era velocissimo a correre, non ci sarebbe andato a meno che gli altri concorrenti non fossero stati tutti dei re.

Era tanto sicuro delle sue capacità che iniziò a lamentarsi che il padre non faceva altro che conquistare popoli e terre a destra e a manca senza così lasciare a lui niente da fare quando avrebbe ereditato il regno.

Ma alla fine lo ereditò.

Aveva 20 anni.
E adesso che si fa? pensò aggrottando le sopracciglia.
Sellò Bucefalo.

Dopo aver sistemato i territori della Grecia con alle spalle un regno piuttosto stabile si dedicò anima e corpo al suo sogno e alla sua cavalcata ventre a terra verso deserti sconosciuti.

Spinto da oracoli che lo favorivano e che lo volevano il conquistatore del mondo si fermò a Troia sulla tomba di Achille e tutto nudo le corse intorno osannando le sue gesta.

L’esercito lo guardò dall’alto della collina, pensando certamente che la testa non ce l’avesse proprio a posto, ma fino ad allora le sue vittorie lampo e la fuga di Dario davanti al loro esercito dovevano essere un segno che gli dei lo amavano nonostante fosse così strampalato.

Finita la sceneggiata galoppò verso sud, arrivò in Egitto, pregò il suo papà divino Ammone, gli costruì un tempio più grande, fondò Alessandria e ripartì.

Ogni tanto cambiava cavallo perché Bucefalo invecchiava più velocemente di lui perciò preferiva usarlo solo in battaglia.

Una volta gli fu rubato.

Con una divinità per capello minacciò l’ambasciatore che era venuto a chiedergli il riscatto, che se non glielo riportava nel giro di due minuti, avrebbe sellato un altro cavallo, sarebbe andato a casa sua, avrebbe ucciso tutta quanta la sua famiglia, nonne e nonni compresi e già che c’era avrebbe raso al suolo tutto il villaggio.

Bucefalo gli fu restituito in un nanosecondo insieme alle chiavi del villaggio

Arrivarono fino in Pakistan. In dieci anni conquistò tutto quello che ebbe davanti. Fondò una decina di altre Alessandrie e anche una Bucefalia quando il suo amato destriero decise di lasciarlo a piedi.

Si svegliava la mattina, guardava l’orizzonte e diceva:

Voglio andare là.

Là dove?

Non lo sapeva neanche lui.

Lui partiva per seguire il suo sogno, non l’impresa.

E tutti quanti dietro.

Vinceva sempre.

Non mandava neanche degli esploratori a controllare cosa celasse quell’orizzonte. Ci andava lui direttamente. Perché se incontrava da solo qualcuno con cui menar le mani o farsi una corsetta per vedere chi era più veloce, si divertiva di più.

Le ricchezze di quei popoli lo resero un Creso, l’esercito era sempre più rimpinzato di bottini e lui era visto come un dio.

Un giorno però si stufò di sentirselo dire, che la smettessero di ripeterlo accidenti!! Lui era un uomo non un dio!! Si ferì pure il braccio per far vedere che nelle vene aveva sangue e non linfa divina.

Barlume di senno? non si sa…

Massacrò con ferocia chi osava oltraggiare la sua Grecia. Distrusse e rase al suolo Persepoli perché i suoi regnanti avevano torturato e ucciso dieci prigionieri greci. Il suo popolo non si toccava. Non c’erano processi, ma sentenze immediate.

E se qualcuno dei suoi amici si azzardava a dirgli che così non si faceva, lui di tutta risposta si rinchiudeva nella sua tenda, da solo, per tre giorni senza mangiare e senza parlare con nessuno tenendo il muso.

Vi ricorda qualcuno?

(Achille e il suo broncio sotto le mura di Troia).

Onestamente affascinato dai popoli orientali comunque cercò sempre di integrarsi e di fare in modo che il suo esercito e la sua gente facesse lo stesso. Era convinto che la grecità fosse superiore ma non disdegnava l’idea che si mescolasse con quella orientale. Sposò una donna persiana per dimostrarlo e rimase affascinato da come alcuni sacerdoti con la sola forza del pensiero si suicidarono sedendosi su una pira in fiamme senza proferire un suono.

Si può immaginare la sua espressione nell’osservare una tale scena. Quale dio che lui non conosceva e con cui non aveva mai parlato poteva mai dar loro una tale forza?

Andava incontro alla morte senza farsene una preoccupazione, si riteneva invincibile.

Non solo in battaglia dove era sempre in prima fila, ma anche nella sua tenda non se ne curò affatto, quando malato da giorni e quasi in fin di vita, nessun medico osò curarlo perché la paura di essere poi messi a morte se non sopravviveva era troppo grande.

Lui era sicuro che non sarebbe morto, ma alla fine il suo medico personale e amico, osò farsi avanti perché in fondo gli voleva bene, nonostante il giorno prima ad Alessandro fu recapitata una lettera che diceva che il medico era in realtà un traditore e che lo avrebbe avvelenato.

Arrivato il medico, Alessandro gli diede la lettera e mentre quello la leggeva a voce alta, lui beveva dalla coppa che gli aveva appena dato. Una scena da teatro.

“Tu leggi pure, io bevo” gli disse.

Ma un giorno l’esercitò si stancò.

Arrivati in India quando Alessandro si alzò, guardò fuori dalla tenda, puntò il dito all’orizzonte e disse:

Andiamo là!

Gli risposero:

Vacci da solo.

Un esercito che fu ammaliato per un decennio da quel ragazzino con un carisma inarrestabile, che nelle battaglie si inventava stratagemmi incredibili per ingannare il nemico molto superiore a lui, era arrivato alla frutta.

Una notte in riva all’Eufrate fece sbattere a tutti quanti e per tutta la notte pentole, padelle e spade così da far credere all’esercito nemico, che era sull’altra sponda, che li avrebbero attaccati proprio con il favore del buio. Quelli ci cascarono e scapparono.

Nonostante questo genio militare quell’esercito decise di abbandonarlo al suo sogno.

Loro erano stufi. Iniziarono i complotti per eliminarlo. Tornati a Babilonia, Alessandro morì dopo alcuni giorni di agonia, forse avvelenato, forse malato, forse per i troppi bagordi dell’ultima festa. Non si sa.

Ma fino all’ultimo il suo fascino catturò le persone intorno al suo letto, che avidi di sapere a chi lasciava tutto quel ben di dio lui rispose:

“Al migliore” e subito dopo morì,  a 32 anni, senza dire chi fosse.

Marameo
https://verbavolantmonumentamanent.com/2016/03/03/alessandro-magno-ci-era-o-ci-faceva/



Alessandro il Grande incontra Diogene il Cinico.
E' un episodio che oggi viene ricordato da tutti i greci per la particolarità che ebbe al tempo in cui si verificò. Non è necessario studiare la storia per conoscere questo evento, viene tramandato nei racconti in famiglia. Alessandro rappresenta l'apice del potere e della ricchezza, Diogene il rifiuto di tutto ciò e la scelta di vivere una vita di stenti.
Era il 336 a.C, Alessandro viene inviato dal Padre Filippo a Korinto per chiedere il sostegno delle altre città greche contro la minaccia persiana. Viene a sapere che in città si trova Diogene, il massimo rappresentate della Filosofia Cinica, che vive nella massima povertà dormendo dentro una botte. Alessandro pensava si al potere, ma era anche affascinato dalla Storia e dalla Filosofia.
Si diceva che dormisse con l'Iliade sotto il cuscino e ogni volta che incontrava un personaggio particolare voleva conoscerlo (del resto ebbe Aristotele come maestro).
Diogene si trovava a Korinto perchè era stato pedagogo presso una famiglia aristocratica e quando il padrone gli diede la libertà rimase a Korinto insegnando per le strade.
La fama di Diogene era giunta ad Alessandro in Macedonia, durante la sua formazione scolastica, e appena arrivò a Korinto la prima cosa che fece (anteponendole agli impegni politici) fu chiedere di incontrare Diogene. Mandò quindi un soldato:

"O Vasilià" Alessandro chiede di vederti."
la risposta di Diogene fu:
"Io non voglio vederlo. Se è lui a volerlo che venga qui."
Alessandro non fece una piega e si recò da lui:
«Είμαι ο Άρχων Αλέξανδρος» (Ime o Archoon Alècsandros)
«Και ΄γώ είμαι ο Διογένης ο Κύων» (Ke Egò ime o Dioghènis o Kìoon) (Io sono Diogene il Cane - così venivano detti i cinici per il loro modo di vivere)
Alessandro fu infastidito dalle parole del Filosofo:
«Δεν με φοβάσαι;» (Den me fovàse?) (Non hai paura di me?)
Diogene rispose:
«Και τί είσαι; Καλό ή κακό;» (Ke ti ise? kalò ì Kakò) (Cosa sei? Buono o Cattivo?)
Alessandro non poteva dire di essere cattivo, ma neanche di essere buono perchè un Vasilià deve essere temuto. Fuggì la domanda e rispose:
«Τί χάρη θές να σου κάνω;» (Ti chàri thès na su kàno) (Che favore vuoi che ti faccia?)
Diogene rispose:
«Αποσκότησων με» (Aposkòtison me) (Smettila di farmi ombra)
ovvero
«Σταμάτα να μου κρύβεις τον ήλιο» (Stamatà na mu krìvis ton Ilio)
(Smettila di nascondermi il Sole)
La base della filosofia cinica sta infatti nel pensare che tutto ciò di cui ha bisogno l'uomo è la visione e il calore del Sole, nessuna ricchezza è necessaria.
Alessandro che non era uno sprovveduto capì cosa volesse dire Diogene e ne fu ancora più impressionato.
Si intrattenne con lui in una lunga conversazione chiedendo consigli su come avesse potuto regnare rettamente sulla Grecia.
Tra i vari consigli Diogene gli disse:
<<ένας βασιλέας είναι ωφέλιμος στο λαό>>
Un Vasilià (re) deve giovare al popolo.
Se anche conquistassi il mondo intero ma il popolo non ne trarrebbe giovamenti, non saresti un buon re.
Alla fine della conversazione Alessandro disse:
«Αν δεν ήμουν Αλέξανδρος θα ήθελα να ήμουν Διογένης»
(An den ìmun Alècsandros tha ìthela na ìmun Dioghènis)
Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene
Da allora il legame tra i due fu talmente forte che il giorno in cui Alessandro all'età di 33 anni lasciava questo mondo a Babilonia, morì anche Diogene a Korintho.


La folla è madre dei tiranni
Diogene di Sinope.

Non si ha idea di quanto un uomo debba perdere per avere il coraggio di sfidare tutte le convenzioni, non si ha idea di quanto abbia perduto Diogene per diventare l'uomo che si è permesso tutto, che ha tradotto in azione i suoi pensieri più intimi con un'insolenza soprannaturale, come potrebbe fare un dio della conoscenza libidinoso e puro allo stesso tempo. Nessuno è stato più franco; caso limite di sincerità e lucidità, come pure esempio di quello che potremmo essere noi se l'educazione e l'ipocrisia non raffrenassero i nostri desideri e i nostri gesti. "Un giorno un uomo lo fece entrare in una casa riccamente arredata e gli disse: - mi raccomando non sputare per terra -. Diogene, che aveva voglia di sputare, gli lanciò uno sputo in faccia, gridandogli che quello era l'unico posto sporco che avesse trovato e dove potesse farlo".
Emil Cioran. Sommario di decomposizione


Un giorno mentre Diogene stava mangiando un piatto di lenticchie, si avvicinò Aristippe, di cui l'esistenza era più che confortevole perché adorava il re, e le disse : "Se tu avessi imparato a prosternarti davanti al re non saresti costretto a mangiare quelle orrende lenticchie". "Ma, rispose Diogene, se tu avessi imparato a mangiare queste orrende lenticchie non saresti costretto ad adorare il re"


Alessandro Magno incontrò Diogene, che era un mendicante nudo, possedeva solo una lampada – quella era la sua unica proprietà – che teneva accesa perfino di giorno. Ovviamente si comportava in modo strano e anche Alessandro dovette chiedergli: “Perchè tieni accesa questa lampada durante il giorno?” Lui alzò la lampada, guardò Alessandro in viso e disse: “Giorno e notte, cerco un vero uomo…e non lo trovo.” Alessandro rimase sconvolto: un mendicante nudo osava dire a lui, il conquistatore del mondo, una cosa simile. Ma poté vedere che Diogene era avvolto in una rara munificenza, pur nella sua nudità. I suoi occhi erano così silenziosi, il suo volto era così in pace, le sue parole avevano una tale autorità, la sua presenza era così quieta e calma e rilassante che, sebbene Alessandro si sentisse insultato, non poté reagire. La presenza di quell’uomo era così travolgente, che perfino Alessandro sembrava un mendicante al suo fianco. E nel suo diario scrisse: “Per la prima volta ho sentito che la ricchezza è qualcos’altro, del tutto diverso dall’avere denaro. Ho incontrato un uomo ricco.”

A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena essere vissuta.
Alessandro Magno





la Scuola di Atene di Raffaello. (1509-1511)
<<Cinquantotto personaggi variamente raggruppati animano uno degli spettacoli più belli prodotti dall’arte rinascimentale, la Scuola di Atene di Raffaello.
La scena, simmetrica e fluttuante allo stesso tempo, prende vita con un andamento corale da tragedia greca. E il tutto all’insegna del doppio. Due sono i protagonisti, Platone e Aristotele, cui  sono regalati l’onore della posizione centrale, del convergere delle linee di fuga. Due i gruppi che sigillano, a destra e a sinistra, la base dell’affresco. Due i personaggi che, in primo piano ostentano tutto il loro imbronciato isolamento. Due le ali di filosofi che sciamano ondeggiando attorno alle figure centrali. Infine due i numi tutelari che, dalla loro fissità marmorea, legittimano quanto ai loro piedi sta avvenendo: il brulicare del pensiero nel suo farsi.>>
(A.Fiegna)

<<La lettura dovrebbe avvenire da sinistra a destra. La direzione non è casuale ma suggerita da Raffaello stesso attraverso una serie di indizi. Per esempio, gli unici personaggi sicuramente identificabili si presentano in ordine cronologico da sinistra a destra. Diogene, semisdraiato sui gradini e figura isolata, indica il rifiuto di salire i “gradini della conoscenza”. Diogene (V-IV sec.) infatti, fu definito da Platone un “Socrate impazzito”. E' un “anarchico”. : segue la legge di natura piuttosto che il percorso teorico indicato da Platone e Aristotele. Tante sono le interpretazioni dell'opera, ma su una cosa tutti convengono e cioè il soggetto: la filosofia. L’affresco “resiste con successo ai nostri più energici sforzi di interpretarlo una volta per tutte: in fondo tutto ciò che possiamo leggervi è la sua stessa impenetrabilità. Ed è proprio questa la ragione per cui non smette mai di affascinarci” (G.W.Most)

(Glenn W. Most, Leggere Raffaello – La Scuola di Atene e il suo pre-testo– Einaudi 2001
Reinhard Brandt, Filosofia nella pittura– Mondadori 2003
Giovanni Reale, La Scuola di Atene di Raffaello– Bompiani 2005)





Gimnosofistao ginnosofista, termine con cui gli scrittori greci designavano gli asceti indiani che vivevano nudi nei boschi, cibandosi solo di erbe e di frutti
¶ Dal gr. ghymnosophistái pl., comp. di ghymno- ‘gimno-’ e sophist ¢s ‘sapiente’; propr. ‘sapiente nudo’.
http://www.sapere.it/sapere/dizionari/dizionari/Italiano/G/GI/gimnosofista.html


Gimnosofista (o ginnosofista) s. m. [dal gr. Γυνμνοσοϕισταί (plur.), lat. Gymnosophistae] (pl. -i). – Denominazione usata dagli antichi Greci per indicare, con allusione sia all’unione di sapienza e dottrina sia all’esercizio di pratiche ascetiche che comportavano una nudità totale o parziale, gli asceti e i mistici indiani di cui vennero a conoscenza dall’epoca della spedizione di Alessandro Magno (sec. 4° a. C.).
www.treccani.it/vocabolario/gimnosofista/



Il colloquio fra Alessandro Magno e i Gimnosofisti: analisi e prospettive
di Cristiano Dognini

"Il noto colloquio fra Alessandro Magno e i dieci gimnosofisti indiani, incontrati durante la campagna militare in Oriente, ha suscitato numerose riprese e citazioni nelle letterature di tutto il mondo1, senza però consentire agli studiosi moderni di sciogliere alcune perplessità che il colloquio genera. Il termine gimnosofisti   con cui vengono normalmente designati i filosofi indiani, è molto significativo: LA NUDITÀ IN INDIA È SPESSO CONGIUNTA CON L'ASCETISMO E CON L'IDENTIFICAZIONE DELL'UOMO COL DIVINO. [...] La nostra ricerca non pretende certo di risolvere tutti i problemi legati ai gimnosofìsti, ma soltanto analizzare le più antiche testimonianze del loro colloquio col Macedone, per verificare la presenza di autentiche dottrine indiane nelle risposte dei dieci asceti.

Le due versioni più antiche sono quelle riportate da Plutarco Vita di Alessandro 64 e dal papiro di Berlino 13044.

Secondo Plutarco Alex. 64. 1 
Alessandro aveva fatto arrestare dieci gimnosofìsti. accusati di sedizione a seguito della rivolta del re Sambhu, e aveva deciso di condannare a morte il primo di costoro che non avesse risposto correttamente alle sue domande, secondo il giudizio del più anziano tra loro.

Plutarco Alex. 64. 2-12. 
continua cosi: 
"Al primo fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose: 
«I vivi, perché i morti non ci sono più»
Al secondo fu chiesto se dà vita ad animali più grossi il mare o la terra; rispose: «La terra, perché anche il mare è parte d'essa»
Chiese al terzo qual è l'animale più astuto. Rispose: «Quel che l'uomo non ha ancora conosciuto». Al quarto chiese per quale ragione avesse indotto Sabba alla rivolta; rispose: «Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse»
Al quinto fu chiesto se pensava che fosse stato prima il giorno o la notte: «Il giorno» disse «e precede d'un giorno». Il re rimase stupito, ed egli aggiunse: «È logico che per domande impossibili ci siano risposte impossibili». 
Passato al sesto, Alessandro chiese come uno possa farsi amare in sommo grado: 
«Se è potentissimo, ma non ispira timore», disse. 
Tra gli ultimi tre, quello interrogato su come uno da uomo potrebbe diventare dio, rispose: «Se fa quanto non è possibile che un uomo faccia»
All'altro fu chiesto se è più forte la vita o la morte; rispose che la vita é più forte, perché sa sopportare cosi grandi mali
l'ultimo poi, cui chiese fin quando è bene che l'uomo viva, rispose: «Fino a quando non ritiene che l'essere morto sia meglio del vivere»
Alla fine si volse al giudice e lo invitò ad emanare il verdetto. 
Egli disse che avevano dato tutti una risposta che era l'una peggiore dell'altra, «Allora» disse Alessandro «tu morrai per primo, per questo giudizio». «No, o re.» ribatté l'altro «a meno che tu non avessi mentito quando dicesti che avresti messo a morte per primo colui che avesse risposto peggio»". 

Alla fine Alessandro congeda i sofisti con ricchi doni e concede loro salva la vita.
Il papiro 13044 del Berliner Museum, risalente al 100 a.C. circa e diviso in sei colonne, di cui la prima è pressoché illeggibile, tramanda la più antica versione delle dieci domande ai gimnosofìsti. 
Il papiro5, un pò frammentario, inizia già con l'asserzione che solo il giudice, posto che giudichi rettamente, potrà vivere, mentre gli altri saranno giustiziati. [...]

http://www2.lingue.unibo.it/studi%20indo-mediterranei/QSIM%201.pdf






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