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martedì 27 ottobre 2015

Alberto Hurtado. E’ più facile insegnare che educare, perché per insegnare basta sapere, mentre per educare è necessario essere.


EDUCERE, TRARRE FUORI IL MEGLIO DALLE PERSONE.
“E’ più facile insegnare che educare, perché per insegnare basta sapere, mentre per educare è necessario essere.”
Alberto Hurtado


Educere “tirar fuori” diverso da abducere “inculcare”, addestrare partiamo da qui riflettendo sulle varie parole che spesso vengono sostituite con educare :insegnare, istruire, preparare, ammaestrare, addestrare, formare….

Le parole hanno un valore, un peso, un senso proprio per questo non si può prescindere dal comprenderne il significato per giungere al perché della confusione che si genera.

Il termine educazione è un termine complesso, che riprende l’accusativo educationem del sostantivo latino educatio. Quest’ultimo deriva dal verbo educare, che a sua volta proviene da educere, composto di e-e del semplice ducere.

Educere dal valore originario di trarre fuori, far uscire, aveva acquistato, nel tempo, anche quello ampliato di tirar su, far crescere, allevare, con particolare riferimento agli esseri umani nella loro infanzia,con in più un riferimento al far crescere in senso etico-morale. Ancora, un’ulteriore origine può essere ricondotta ad una forma estensiva del verbo edere ossia alimentare.

Ancora oggi il significato principale della parola mantiene gli elementi presi dalla tradizione: 
con educazione si indica cioè un processo di formazione dell’individuo in cui vengono passati da una generazione più anziana ad una più giovane non solo saperi tecnici, ma più in generale regole di comportamento e principi morali che mirano a far crescere bene i giovani, costituendo i presupposti per il loro buon inserimento nella società. Ciò tralascia il concetto più ampio di educazione permanente, continua nel corso della vita, come se l’adulto non avesse più opportunità di crescita personale ma fosse solo colui che “deve passare” .

Con educazione ci riferiamo dunque non solo alla crescita intellettuale di un individuo, ma anche alla sua capacità di adeguarsi a determinate regole e modelli sanzionati socialmente. Per questo definiamo beneducato chi sa comportarsi a modo; mentre è maleducato o addirittura ineducato chi non conosce le buone maniere e agisce di conseguenza e questo è bon ton, rispetto, il come comportarsi.
Tuttavia, anche il riferimento all’istruzione è presente nell’uso attuale: così si parla di educazione letteraria o linguistica, civica, musicale o artistica,tecnica o fisica. A tal proposito credo sia più corretto, per quanto detto sinora, utilizzare il termine formazione letteraria piuttosto che musicale, piuttosto che d’insegnamento.

Educare riguarda il modo, come si può formare, insegnare, tirando fuori dalla persona il meglio. Giocare con le parole appare sciocco ma se ci soffermiamo un attimo sulla parola EDUCAZIONE… la scomponiamo e EDUC-AZIONE, cioè il come mettere in atto (azione), promuovere ciò che è già presente sotto forma di potenzialità, abilità, disponibilità e qui entra in gioco, la pedagogia, il pedagogista.

Proprio in questo senso le scienze pedagogiche sono state definite scienze dell’educazione: e il legame tra pedagogia ed educazione è evidente quando ci si riferisce al concetto di educazione permanente come a un itinerario di formazione e di autoformazione che ciascun individuo realizza nel corso di tutta la vita quale rivisitazione continua delle proprie conoscenze e di adeguamento alle mutate condizioni ed esigenze della società. Ciascun essere umano ha potenzialmente l’intelligenza che lo conduce alla conoscenza graduale del mondo circostante e all’impiego di certi mezzi per impadronirsene e affermare se stesso. Ha già delle energie affettive da esprimere e delle naturali attitudini. Dipenderà in gran dall’educazione, dagli stimoli ambientali che quelle energie potenziali trovino il modo più compiuto e più equilibrato di realizzarsi.

Dunque, come trasmettere non solo le competenze tecniche, ma soprattutto le regole di vita, della legalità: il vero educatore è perciò colui che sa non solo parlare, ma soprattutto comunicare anche con la parte meno razionale, cognitiva ma più emotiva e personale di ognuno per comprendere come stimolare ciò che ogni persona ha in sé ed ottenere insieme il meglio in ogni ambito, scolastico, relazionale, sociale, lavorativo rispettando l’individualità tra la pluralità.
Non si può educare senza comunicare
Comunicare significa fondamentalmente “mettere in comune” con altri, informazioni, idee, emozioni etc. Questo scambio tra persone avviene soprattutto attraverso il linguaggio parlato o scritto, ma anche attraverso gesti e immagini. Possiamo affermare che qualsiasi nostro comportamento è comunicazione, tramite questa si determina anche il tipo di relazione tra gli attori del percorso educativo. La relazione, tramite la comunicazione veicola l’educare, il come trasmettere.

Il concetto d’educazione è più ampio di quello di istruzione (che si riferisce alla sola formazione delle competenze scolastiche, cognitive). L’impegno educativo imporrebbe alla scuola di superare l’idea che si debba solo istruire in ordine ad una dinamica insegnamento-apprendimento sempre più centrata sul rendimento, sull’efficientismo. L’obbligo starebbe nell’educare l’allievo a sentirsi “emotivamente”, a percepirsi come individuo perché possa esprimersi in maniera personale, in modo originale e creativo, con padronanza e consapevolezza…convogliare la propria emotività nella costruzione dell’”identità”…(Dizionario di pedagogia clinica).

Ora come direbbe qualcuno, “la domanda nasce spontanea”… a chi demandare il compito di educare?Esistono delle istituzioni educative specifiche e universalmente riconosciute come tali:

- la famiglia: sotto protezione e con l’appoggio dei genitori, il processo educativo ha la possibilità di svolgersi naturalmente e di portare i suoi frutti a tempo debito; quando la famiglia viene a mancare, l’intero sviluppo del bambino è compromesso: persino la crescita fisica, la deambulazione e lo sviluppo del linguaggio vengono ritardati;

- la scuola: oggi viene vista non soltanto come organo di trasmissione del sapere ma come organo di educazione nel senso più ampio del termine. È attraverso la scuola che il bambino si forma alla socialità;-la chiesa: le è affidata la formazione morale e religiosa, a completamento di quella iniziata nella famiglia. Un tempo ebbe anche il compito dell’istruzione quando mancavano le scuole municipali o statali. Oggi continua l’opera educativa anche attraverso istituzioni ricreative che offrono la possibilità di gioco o di attività agonistica e occasioni per l’educazione nel significato più proprio.

Come far comprendere, tirar fuori… la legalità, il rispetto, l’amore… come insegnare al meglio i saperi disciplinari questo è compito del pedagogista della sua ricerca continua, in evoluzione con i cambiamenti della società e dei tempi. Il pedagogista che dovrebbe lavorare in condivisione e sinergia con l’educatore, gli enti, la scuola, la famiglia per favorire i processi, le relazioni in funzione del fare educativo anche in collaborazione con altre professionalità che si occupano della persona.

Fondamentale quindi confronto, interazione e condivisione tra le principali istituzioni educative alle quali mettere a disposizione chi potrebbe, pedagogista, intervenire nei momenti di disagio, di confusione a sostegno del benessere prima dei minori, individui in sviluppo, dell’adulto, insegnante, genitore con l’obiettivo di educere, scegliere l’azione più efficace in funzione della prevenzione di eventuali problematiche che avranno la famiglia, la società come teatro degli agiti disfunzionali.
Ancora e non mi stancherò educazione a favore della prevenzione.

“L’istruzione finisce nelle classi scolastiche, ma l’educazione finisce solo con la vita.”
FREDERICK WILLIAM ROBERTSON


Dott.ssa Marzia Pantanella, Criminologo(criminologia e psicopatologia forense),Pedagogista clinico, Esperto nei processi mediativi, iscritta AIMef,. Consulente tecnico di parte in ambito civile e penale.
Studio: Via Curiel 3, 41015, Nonantola, Modena; Trento e Trieste Formigine (MO): 02636390607
Tel. 3930350412; mail: pantanella.77@libero.it



http://www.pilloledizucchero.it/educere-trarre-fuori-il-meglio-dalle-persone/



giovedì 15 ottobre 2015

L’educazione “non formale” per bambini di strada. Questa tipologia di educazione si è diffusa nei paesi in via di sviluppo per offrire istruzione ai bambini e ragazzi che in tutto il mondo vivono e lavorano sulla strada. È proprio per rompere questo ciclo che la non formal education non segue le vie tradizionali del sistema scolastico, ma costruisce sistemi di istruzione creati su misura per i bisogni specifici di ogni bambino e ragazzo anche al fine di sviluppare in loro competenze e un senso di autoefficacia.



Conoscete L’educazione “non formale” per bambini di strada?
Non segue le vie tradizionali del sistema scolastico, ma costruisce sistemi di istruzione creati su misura per i bisogni specifici di ogni bambino e ragazzo che vivono e lavorano sulla strada. 
Con risultati ambivalenti.





la non formal education non segue le vie tradizionali del sistema scolastico, ma costruisce sistemi di istruzione creati su misura per i bisogni specifici di ogni bambino e ragazzo anche al fine di sviluppare in loro competenze e un senso di autoefficacia




L’educazione “non formale” per bambini di strada
Esperienze nei paesi in via di sviluppo
Non segue le vie tradizionali del sistema scolastico, ma costruisce sistemi di istruzione creati su misura per i bisogni specifici di ogni bambino e ragazzo che vivono e lavorano sulla strada. 
Con risultati ambivalenti.

Un articolo pubblicato dall’International Journal of Social Welfare presenta una prima rassegna sistematica di studi sull’efficacia della non formal education – educazione non formale – per i bambini di strada.

Questa tipologia di educazione si è diffusa nei paesi in via di sviluppo per offrire istruzione ai bambini e ragazzi che in tutto il mondo vivono e lavorano sulla strada. È proprio per rompere questo ciclo che la non formal education non segue le vie tradizionali del sistema scolastico, ma costruisce sistemi di istruzione creati su misura per i bisogni specifici di ogni bambino e ragazzo anche al fine di sviluppare in loro competenze e un senso di autoefficacia.

Dallo screening svolto è emerso come, nonostante il suo utilizzo diffuso, i risultati effettivi di questo approccio non siano ancora totalmente chiari: vi è la necessità di un continuo approfondimento per fare in modo che questi metodi siano davvero efficaci.
La ricerca ha lo scopo di mettere in luce lo stato attuale di tali programmi e i loro effettivi risultati e fondare, così, le basi per future ricerche e attività.

Testo originale: Shephard D.D., (2013), Nonformal education for improving educational outcomes for street children and street youth in developing countries: A systematic review, “International Journal of Social Welfare”.

http://www.lavorosociale.com/archivio/n/articolo/leducazione-non-formale-per-bambini-di-strada



venerdì 18 settembre 2015

Vittorino Andreoli. Una scuola che costringa un adolescente a ricevere giudizi negativi, confronti frustranti con i coetanei e bocciature, è un sistema raffinato di tortura. E va contro non solo ai principi di libertà, ma a tutte le odierne concezioni psicologiche e sociali in tema di educazione



"Una scuola che costringa un adolescente a ricevere giudizi negativi, confronti frustranti con i coetanei e bocciature, è un sistema raffinato di tortura. E va contro non solo ai principi di libertà, ma a tutte le odierne concezioni psicologiche e sociali in tema di educazione"
Vittorino Andreoli 




Condivisione totale del pensiero di Andreoli. 
Io boccerei quelle/quei prof. che fanno delle impressioni personali la regola per dare i voti, il lavoro dei genitori e il ceto sociale per definire " i bravi e i ciucci" e che trattano i ragazzi come spazzatura umiliandoli in classe davanti a tutti...anzi, li licenzierei!


Sono pienamente d'accordo, anch'io "boccerei quelle/quei prof. che fanno delle impressioni personali la regola per dare i voti, il lavoro dei genitori e il ceto sociale per definire " i bravi e i ciucci" e che trattano i ragazzi come spazzatura umiliandoli in classe davanti a tutti..." ma qui stiamo parlando di valutazioni oggettive, di massima attenzione per ogni tipo di disagio si possa rilevare, di massimo rispetto nei confronti dell'allievo....(tutte cose che ho dato per scontato)...ma dopo tutto questo e altro ancora se penso che fermare un allievo un anno può solo servigli voto per la bocciatura, assumendomi totalmente le mie responsabilità come insegnante e come educatrice.


E la frustrazione di tentare decine di strade per motivare o semplicemente entrare in contatto con chi non ha voglia nemmeno di provarci, di quella vogliamo parlarne? Mai sentito parlare di DIALOGO scolastico? Cioè che bisogna essere in due a lavorare per raggiungere un risultato? Se no che concetto educativo passa? Che l'alunno va avanti a prescindere? E a quel punto perché dovrebbe stare a sentirci o sforzarsi a studiare?



Parliamo di cose diverse Annalisa Marseglia. Io mi riferisco a quotidiano disprezzo espresso "a prescindere", non al tuo giusto e doveroso dialogo educativo che sortisce sicuramente frutti nella maggior parte degli studenti. Io parlo di violenza psicologia perpetrata quotidianamente fino ad annientare la motivazione e la voglia di studiare in ragazzi che magari fino all'anno scolastico precedente erano anche brillanti 



A ciascuno (alunno) secondo i propri bisogni, da ciascuno (alunno) secondo le proprie possibilità (capacità )




Questi grandi luminari venissero a scuola a dirci cosa fare. 
Lo sanno che ci sono obiettivi minimi che ciascun ragazzo deve poter raggiungere? La tortura è avere ragazzi violenti, svogliati e  disinteressati, nonostante tutte le strategie che un docente può mettere in campo. È vero che ci sono colleghi che se prendono di mira un ragazzo lo "torturano". È capitato a me, alle mie figlie.... Sono una docente e a volte bisognerebbe bocciare, ma non si fa più, lo dimostrano le statistiche. Sono molto di più i docenti che lavorano con serietà e per il bene dei ragazzi. Le mele marce sono ovunque. L'ultimo che è stato bocciato nella mia scuola ha 30 anni, quindi 18 anni fa!!!!



Si, promuoviamoli tutti sempre,anzi diamogli la laurea pur senza avere studiato,non prepariamoli alla vita vera ma facciamogli capire che la vita e' un gioco dove tutto ci viene regalato,un modello televisivo dove si parla solo da quale estetista andare per poter spendere di più, perchè,in caso contrario, questi poveri figli miei(ma solo quelli di papà).....si traumatizzano. E' facile parlare stando fuori dalle aule scolastiche dove si lavora con decine di bambini viziati dai genitori che li difendono anche se sbagliano (sarà la stessa linea di Andreoli?). Lui non mi pare molto traumatizzato da questa scuola o dobbiamo fare"Una Scuola Ancora Più Buona" completamente al di fuori della vita reale?



Mentre una scuola che manda avanti pure gli ignoranti che deliberatamente hanno deciso di non assumersi qualunque forma di responsabilità e che verranno automaticamente esclusi dal mondo del lavoro favorisce la loro promozione sociale.


L'importante è insegnare ai ragazzi che una valutazione insufficiente non è una valutazione fatta alla persona, ma al compito svolto. Bisogna sempre ricordarglielo.



Ricordo le interrogazioni fatte a sorpresa che a volte non ti gratificavano mentre le stesse programmate dovrebbero servire a valutare ciò che l'alunno ha compreso dell'argomento e valutarlo. Come succede con gli esami universitari ,affrontati tutti con piena soddisfazione



mercoledì 8 aprile 2015

Giorgio Marcon. Lavorare nel sociale. Attenzione al contesto. Il secondo elemento da non dimenticare mai riguarda l’attenzione critica al contesto. Un ragazzino irrequieto, agitato, che non riesce a stare fermo, se stesse in un bosco o ad esplorare le strade di una città, probabilmente non avrebbe problemi e magari potrebbe insegnare tante cose ai suoi compagni. Inchiodato dentro a un banco per ore diventa un caso problematico, ci si affretta a catalogarlo come “ipercinetico” e si comincia a guardarlo mettendo sempre in evidenza il suo “problema”, e a comportarsi di conseguenza. Ma se usciamo mentalmente dalla scuola e osserviamo da una diversa ottica la questione senza i paraocchi del nostro ruolo, ci accorgiamo che il problema non sta nel bambino, ma nella relazione tra il bambino e quello spazio, quel tempo, quella rete di relazioni in cui si trova a vivere. Si tratta allora di assumere pienamente e consapevolmente il paradigma della complessità e trarne le conseguenze in modo serio e conseguente, perché chi educa sta sempre dentro (e a volte provoca) i problemi che osserva. Gli spazi hanno un enorme importanza nelle relazioni educative e bisogno superare ogni pigrizia e ripensarli continuamente, a partire dal cerchio mattutino da fare seduti a terra fuori dai banchi, ad ogni età. La libertà di pensiero è legata alla libertà di movimento.


NELLA SCUOLA, SENZA RINUNCIARE MAI  
A METTERCI IN GIOCO E A SPERIMENTARE
12 punti sul mestiere di maestro elementare

di Franco Lorenzoni

Chi comincia a insegnare precipita dentro a un’istituzione tentacolare e rapidamente, inesorabilmente, comincia a ragionare e a considerare l’atto educativo come opera “istituzionale”. 
Ciò che si aspettano dalla scuola bambini, adolescenti e genitori, carabinieri, giudici e governanti, amministratori, psicologi e assistenti sociali, risponde ad una immagine talmente rigida e ossificata antropologicamente, che quando Ivan Illich osò metterne in causa il senso e l’esistenza, le sue tesi furono (e sono) trattate con la condiscendenza che si riserva ad un pazzo. Eppure la scuola, pur mutando ciclicamente i linguaggi con cui racconta se stessa, continua ad essere strutturalmente conservatrice e assai spesso autoritaria. Chi ci lavora stabilmente o in modo precario è bene non dimentichi mai questo suo carattere costitutivo e sappia che gli innovatori più radicali sono stati maestri nel rompere tabù e costrizioni e hanno sempre attinto energia e forza per le loro battaglie dal rompere steccati e dall’intrecciare continuamente l’interno con l’esterno, superando ogni chiusura autoreferenziale. 
Provo qui ad elencare 12 punti che ritengo utile tenere presenti per delineare un orizzonte di riferimento, se vogliamo educare alla libertà, con libertà.

1. Bambini e ragazzi in carne ed ossa

“Vado a scuola perché lì ci sono i ragazzi. Se i ragazzi stessero al circo andrei al circo”, amava ripetere Nora Giacobini, una delle fondatrici del Movimento di Cooperazione Educativa. In questa affermazione c’è un elemento che chi si cimenta nell’educare è bene ricordi sempre: davanti a chi insegna ci sono bambini e i ragazzi in carne e ossa, che hanno esperienze, modi di pensare e conoscenze alle spalle anche se sono molto piccoli. Non vanno mai scambiati e trattati come se fossero solo degli alunni venuti a scuola per imparare quello che vogliamo noi.

2. L’attenzione al contesto

Il secondo elemento da non dimenticare mai riguarda l’attenzione critica al contesto. Un ragazzino irrequieto, agitato, che non riesce a stare fermo, se stesse in un bosco o ad esplorare le strade di una città, probabilmente non avrebbe problemi e magari potrebbe insegnare tante cose ai suoi compagni. Inchiodato dentro a un banco per ore diventa un caso problematico, ci si affretta a catalogarlo come “ipercinetico” e si comincia a guardarlo mettendo sempre in evidenza il suo “problema”, e a comportarsi di conseguenza. Ma se usciamo mentalmente dalla scuola e osserviamo da una diversa ottica la questione senza i paraocchi del nostro ruolo, ci accorgiamo che il problema non sta nel bambino, ma nella relazione tra il bambino e quello spazio, quel tempo, quella rete di relazioni in cui si trova a vivere. 
Si tratta allora di assumere pienamente e consapevolmente il paradigma della complessità e trarne le conseguenze in modo serio e conseguente, perché chi educa sta sempre dentro (e a volte provoca) i problemi che osserva. Gli spazi hanno un enorme importanza nelle relazioni educative e bisogno superare ogni pigrizia e ripensarli continuamente, a partire dal cerchio mattutino da fare seduti a terra fuori dai banchi, ad ogni età. La libertà di pensiero è legata alla libertà di movimento.

3. La creatività

Il terzo elemento riguarda la creatività necessaria per essere educatrici o educatori. Oggi la scuola è frequentata da bambine e bambini con una varietà enorme di differenze: sono oltre 800.000 i ragazzi che provengono da paesi e continenti lontani. Alcuni sono appena arrivati e hanno difficoltà con l’italiano, altri sono nati qui da genitori stranieri e vivono sospesi tra due mondi, a volte in conflitto tra loro. Ci sono poi bambini iperprotetti e guardati a vista ossessivamente dai genitori e ragazzi che sono abbandonati a se stessi. Moltissimi figli unici non hanno mai incontrato la felicità e la fatica della fraternità e tutti subiscono un vero e proprio accerchiamento operato dal mercato, dalla pubblicità e dalle nuove tecnologie, che condizionano pesantemente giochi e scelte e immagini che hanno del mondo. Ci sono poi ragazzi con diverse disabilità o molteplici problemi di apprendimento, dovuti a fattori organici o sociali. Perché queste diversità non si trasformino in discriminazioni che possono essere anche molto violente e talvolta fatali nel consolidare atteggiamenti distruttivi e autodistruttivi, c’è bisogno di mediazioni adulte raffinate e responsabili, che comportano grande sensibilità e lo sviluppo di una creatività capace di affrontare tanto i problemi che quotidianamente emergono che vere e proprie emergenze. La creatività di cui parlo non è quella edulcorata del facilitare le cose ad ogni costo o del sentirsi superficialmente tutti artisti, ma la capacità di reagire in modo tempestivo, intelligente ed efficace all’insorgere di conflitti tra i ragazzi o nella loro relazione con gli adulti. La capacità di inventare e costruire ponti tibetani, per attraversare i crepacci che troppo spesso si spalancano tra i giovani e i linguaggi complessi e le conoscenze strutturate.

4. Il corpo e l’eros educativo

Nomino qui un elemento dalla definizione aleatoria, ma a mio avviso imprescindibile. Non si può essere buoni educatori se non si amano i bambini, se non si prova sincera curiosità, predisposizione e affetto verso gli adolescenti. Le scuole sono piene di insegnanti che detestano i giovani e io penso che questo sia uno degli scandali più intollerabili che una società adulta, spesso cinica e autocompiacente, rovescia contro ragazze e ragazzi. Ragionare intorno all’eros educativo ci riporta al tema cruciale del corpo. Corpo inteso come globalità, intreccio di memorie, emozioni e ragionamenti, ma anche come vitalità e impulsi difficilmente controllabili. Mettere al centro della relazione educativa il corpo significa essere consapevoli che solo se c’è coinvolgimento pieno da parte di tutti e chi educa è in grado di mettersi in gioco e di rinunciare al ruolo protetto che gli affida l’istituzione, si possono scalfire le tante maschere sociali che offuscano l’autenticità e la libertà di essere se stessi. Non c’è buona scuola né costruzione e condivisione di sapere se non ci si mette tutti in gioco, se non si rinuncia ad ogni consolidata certezza. Ci sono diversi gradi di responsabilità, naturalmente, e chi è adulto deve assumersi le sue, ma sempre in un corpo a corpo vitale, sincero ed aperto.

5. La cultura

Se essere naturalmente portati verso coloro con cui si condividono tante ore è assolutamente necessario, è altrettanto necessario amare la conoscenza e coltivare ed accrescere di continuo la nostra curiosità verso il mondo. E cioè leggere, studiare, conoscere cinema, teatro e musica di oggi e del passato, e insieme intrecciare e condividere il più possibile diversi saperi e trovare i modi per viaggiare continuamente, fisicamente o con la mente. Per ascoltare in modo attivo pensieri, domande e intuizioni di bambini e ragazzi è importante avere riferimenti alti e un immaginario ricco, libero da ristrettezze, ottusità e dagli stretti vincoli del presente. Osservando i programmi di molte facoltà di presunte e presuntuose “scienze dell’educazione” - che scienze, a mio avviso, non sono - si nota, purtroppo, l’uso esclusivo di manuali, spesso mal fatti e mai la lettura e il confronto con i classici pedagogici originali. Questo impedisce una preparazione che trovi alimento da un confronto con le grandi costruzioni e provocazioni intellettuali che costellano la storia della pedagogia, quella vera, che va da Comenio e Rousseau fino a Freinet e ai nostri Ciari e Lodi, passando per Dewey, Neill, Korczak e Maria Montessori, per citare alcuni tra i più grandi. Chi vuol cimentarsi nell’educazione è bene che legga per intero, da solo o meglio in gruppo, alcuni testi classici per imparare a ragionare in grande.

6. L’arte

La scuola dovrebbe essere il principale luogo di incontro con il bello. Dovrebbe assicurare democraticamente a tutti l’incontro con ciò che di più straordinario hanno concepito e costruito uomini e donne nella storia. Ma pittura, architettura, letteratura e musica vanno frequentate in modo diretto e concreto. E allora bisogna uscire, esplorare, imparare a scoprire i tesori che ci sono nel territorio che ci circonda e, quando si propone la lettura, affrontare di petto i grandi testi, buttando nella spazzatura tante brutte antologie e riduzioni che, con la pretesa di frantumare e adattare le grandi opere ai più piccoli, distruggono ogni qualità e spessore dell’arte. Se si fa fatica ad entrare in un’opera o in un testo, ben venga questa fatica, se c’è l’intento e si creano le possibilità di affrontarla insieme.

7. la scienza

Riguardo alla matematica e alle diverse scienze è fondamentale averne un quadro di insieme (anche se non si insegnano materie scientifiche) per poterne raccontare la storia e i personaggi che hanno via via trasformato le immagini e le concezioni del mondo che l’umanità di diverse epoche ha avuto ed ha. E’ importante dare l’idea di un sapere che è sempre stato dinamico, perché fondato su continue conferme e falsificazioni, salti e rivoluzioni. La scuola spesso annega le conoscenze matematiche e scientifiche in un vuoto antistorico e così, fissando e immortalando le conoscenze, le uccide. E invece la storia delle tante rivoluzioni del pensiero nella scienza può appassionare ragazze e ragazzi, tra l’altro perché, spesso, sono opera di giovani che si sono ribellati ai modi di vedere le cose nel tempo in cui si sono trovati a vivere. Raccontare l’avventurosa storia dello sviluppo della matematica e della scienza è particolarmente educativo. Tutto questo lo si può fare, naturalmente, se c’è un coinvolgimento attivo di bambini e ragazzi e ogni attività ha il sapore e le articolazioni concrete di un laboratorio, inteso come luogo in cui si fanno ipotesi e si crea cultura ascoltandosi reciprocamente. E allora la cura e la predisposizione di materiali capaci di suscitare domande e curiosità è fondamentale, perché è davvero insieme che si scoprono ogni volta nuove strade per accedere a conoscenze che sono difficili e dunque richiedono sforzo. Nostro dovere è mostrare quanto questo sforzo valga la pena d’essere fatto e possa essere bello affrontarlo. Altrimenti ci adeguiamo passivamente ai peggiori caratteri del nostro tempo, accettando che i ragazzi scambino la conoscenza con le risposte che può dar loro qualsiasi tablet o telefonino.

8. Il dialogo

Proprio perché manca nella società e spesso in famiglia, nella maggior parte delle scuole superiori e in quasi tutte le università, dobbiamo essere consapevoli che la prima caratteristica di una buona scuola sta nell’essere luogo di dialogo. Luogo in cui ci si dà il tempo per ascoltarsi profondamente e reciprocamente, non dando nulla per scontato. Luogo in cui i grandi temi della vita, che appassionano bambini e adolescenti, vengano discussi in grande libertà a partire da stimoli e riferimenti profondi, perché il nemico giurato di ogni libertà e crescita consapevole sono la superficialità e le semplificazioni, che troppe volte ammorbano il conversare comune e traboccano dal web.

9. Capire è trasformare

Non ci può essere comprensione di alcunché senza trasformazione. Dunque l’educazione deve sempre cercare un difficile equilibrio tra il riconoscere e rassicurare, dando fiducia a chi si affaccia al mondo e sta cominciando a sperimentare il suo pensare in proprio in modo autonomo, e lo smuovere certezze. Penso che un buon insegnante debba sempre essere maestro di inquietudine, ma assumersi insieme la responsabilità di predisporre e offrire strumenti perché l’inquietudine non sia circondata dal vuoto e trovi, al contrario, un terreno fertile in cui svilupparsi. “I cattivi artisti parlano di rivolta, i veri artisti fanno la rivolta attraverso atti concreti”, diceva Grotowski, grande regista polacco che portò il corpo dell’attore al centro del suo “teatro povero”. Questo credo valga anche per la scienza e l’educazione. Non si tratta di manifestare a parole il nostro desiderio di ribellione ad un presente di cui non ci accontentiamo, ma di costruire momenti e contesti, anche piccoli, limitati e minoritari, in cui si possano sperimentare frammenti di relazioni umane e di incontro con il mondo aperti e vitali, che mettano in causa attivamente ogni assuefazione passiva al mondo. Dentro il Movimento di Cooperazione Educativa chiamiamo questo procedimento l’inciampo, intendendo che, se non poniamo un ostacolo sul cammino, che provochi difficoltà e possibili deviazioni dal procedere a cui siamo abituati quotidianamente, difficilmente si mobilitano energie creative volte a superare le inevitabili difficoltà della vita e della conoscenza.

10. Anarchici e socialdemocratici

Penso abbia ragione Goffredo Fofi, quando ci invita ad essere al tempo stesso anarchici e socialdemocratici. Se vogliamo trasformare le cose dobbiamo osare disubbidire ad ogni ordine prestabilito e mettere in causa alla radice ogni arbitrio e ogni forma di potere, stando sempre dalla parte dei più deboli e dei più fragili, che nel nostro caso sono le bambine e i bambini. E tuttavia, finché la stragrande maggioranza dei ragazzi frequenterà la scuola, dobbiamo mettere ogni energia perché quel luogo non si trasformi nel principale nemico del conoscere. Ci sono state leggi importanti nel nostro paese, come quella che ha consentito e promosso l’ingresso dei portatori di disabilità nella scuola. Sarebbe un delitto non continuare a lottare per avere leggi meno ingiuste possibile e organizzazioni interne alle scuole che consentano un uso intelligente e flessibile degli spazi e degli orari, per permettere di dare respiro alle sperimentazioni più innovative, che nonostante tutto continuano ad esserci e che ci dobbiamo battere perché si rafforzino e si estendano, perché la scuola possa continuare ad avere l’ambizione di essere, davvero, una scuola di tutti e per tutti.

11. Di che mestiere si tratta?

La scuola è il luogo pubblico in cui avviene il primo inserimento di bambini e ragazzi portatori di disabilità, il primo luogo dove è importante che trovino accoglienza i figli di chi è recentemente immigrato nel nostro paese ed è un luogo in cui tanti disagi vengono al pettine. Tra gli insegnanti stabili, che hanno un rapporto continuativo con i ragazzi, e gli altri operatori più o meno precari, che operano nella scuola o nei suoi dintorni, è fortemente auspicabile uno scambio di competenze, di umori e di esperienze, per accogliere insieme le sfide delle crescenti diseguaglianze che la crisi sta ampliando, cercando tutti i modi per lavorare insieme. Spesso, infatti, guardiamo la stessa realtà da punti di vista diversi e un confronto potrebbe essere salutare, come dovrebbe essere obbligatorio (e spesso non è) il confronto e la collaborazione tra insegnanti di sostegno e insegnanti curricolari. Il problema è che le rigidità dell’istituzione e le pigrizie dei singoli, spesso rintanati nei propri ruoli, molte volte ostacolano scambi e aperture. Questo il motivo per cui, se si vuole incidere e cambiare davvero le cose, ci si deve armare di grande coraggio, cercare alleanze, stabilire amicizie, e provare sul campo a mettere su gruppi cooperativi di ricerca, che all’inizio possono essere anche molto ristretti. Lavorare nell’educazione senza ricercare è come tentare di respirare senza polmoni. Ascoltando storie di insegnanti che lavorano in scuole di frontiera in diverse città mi domando molte volte che razza di mestiere è il nostro. Maestri e soprattutto maestre e professoresse, che si fanno carico dei drammi sociali ed esistenziali di tanti ragazzi che la società getta al margine, si trovano necessariamente ad essere anche un po’ psicologhe e un po’ assistenti sociali. Ci sono luoghi dove le istituzioni funzionano, in cui queste figure professionali intrecciano concretamente le loro competenze per tentare di risolvere i problemi più gravi, ma spesso insegnanti ed educatori sociali che lavorano nelle scuole si trovano da soli ad operare scelte difficili. Per questo penso che la formazione di cui abbiamo bisogno debba essere a largo raggio, perché in ultima analisi è sulla capacità e sensibilità alla cura, intesa nel senso più profondo e ampio del termine, che si misura l’efficacia dell’azione educativa.

12. L’esempio

L’ultimo punto, che forse è il più importante, riguarda il rapporto che abbiamo con noi stessi. Bambini e ragazzi ci osservano e ci scrutano con attenzione ed hanno uno straordinario bisogno di vedere coerenza e corrispondenza tra parole e comportamenti. Insegniamo molte più cose nel nostro fare che col nostro dire e dunque è necessario avere coscienza ed essere consapevoli di quanti messaggi trasmettiamo con i nostri umori, toni di voce e atteggiamenti. E’ nei modi in cui stabiliamo o non stabiliamo relazioni di vicinanza e ascolto con ciascuno dei ragazzi che si gioca gran parte dell’azione educativa. E non si tratta solo di insegnamenti che riguardano gli affetti e il vivere sociale, ma anche la relazione con gli oggetti della conoscenza perché, sempre, l’emozione è la madre del pensiero. Le neuroscienze oggi confermano ciò che gli insegnanti più accorti sapevano da tempo, e cioè che le emozioni che accompagnano il primo approccio con una conoscenza condiziona potentemente ciò che avverrà dopo. Se lego un certo apprendimento o mancato apprendimento a un’emozione negativa, questo sentimento riemergerà ogniqualvolta incontrerò quella conoscenza, come sanno bene tutti coloro che odiano la matematica. E allora ecco l’enorme responsabilità che abbiamo quando operiamo con bambine e bambini: il nostro modo di porci verso ciò che insegniamo conta enormemente e condiziona il loro futuro, più di quanto ci immaginiamo. Per questo chi non legge e non ama leggere potrà insegnare la tecnica della lettura, ma non riuscirà mai a far leggere libri ai bambini e fare amare loro la lettura, come piacere. Questo vale naturalmente in ogni campo. Emma Castelnuovo, che ha portato la scuola attiva dentro la matematica, invitando a un continuo confronto con la realtà e inventando un uso straordinariamente efficace dei materiali nella didattica, ha sempre sostenuto che se uno sta seduto, non può essere un buon insegnante. Non è facile restare sempre in piedi e muoverci di continuo e non smettere mai di ricercare, ma è la condizione necessaria per educare guardando lontano, oltre il perimetro della scuola.

QUESTO INTERVENTO SI TROVA IN 
“LAVORARE NEL SOCIALE” 
UN BEL LIBRO APPENA USCITO 
A CURA DI GIULIO MARCON 
EDIZIONE DELL’ASINO




lunedì 23 febbraio 2015

Per la sua stessa struttura, perfino per il setting delle aule, la scuola favorisce più il pensiero convergente ed il conformismo che il pensiero critico. Lo studente a scuola per lo più impara, spesso a memoria, le cose dette a lezione dal docente, che a loro volta rispecchiano quanto è scritto nel manuale, e le ripete durante l’interrogazione. E’ lo schema dominante, ed è uno schema che ha poco a che fare con una vera formazione intellettuale. Lo schema è talmente consolidato, che molti docenti si chiedono sinceramente cos’altro si potrebbe fare. Fare scuola è fare lezione. Il docente parla, gli studenti ascoltano ed assimilano. Poi ripetono.

La qualità di un sistema scolastico è data da quattro cose: 
  • qualità della cultura, 
  • qualità delle relazioni umane, 
  • qualità dell’apertura alla società, 
  • qualità strutturale. 

Un sistema scolastico che funziona è un sistema nel quale la cultura è viva, piena di senso, tale da appassionare, le relazioni umane sono reciprocamente arricchenti e prive di violenza e di ipocrisia, le scuole non sono chiuse in sé ma partecipano alla vita sociale, alla quale offrono un loro contributo, e le strutture sono tali da rispecchiare l’importanza del lavoro che si svolge in esse.

In questo articolo vorrei soffermarmi sul primo punto: la qualità della cultura nella scuola italiana. Ritengo che una delle ragioni della crisi della scuola italiana vada cercata nella crisi culturale, nel fatto cioè che a scuola non si fa – non si fa più o non si è mai fatta: se ne potrebbe discutere – cultura autentica.

I docenti italiani si autorappresentano come coloro che formano le nuove generazioni al pensiero critico. Non c’è molto di vero in questa autorappresentazione. Per la sua stessa struttura, perfino per il setting delle aule, la scuola favorisce più il pensiero convergente ed il conformismo che il pensiero critico. Lo studente a scuola per lo più impara, spesso a memoria, le cose dette a lezione dal docente, che a loro volta rispecchiano quanto è scritto nel manuale, e le ripete durante l’interrogazione. E’ lo schema dominante, ed è uno schema che ha poco a che fare con una vera formazione intellettuale. Lo schema è talmente consolidato, che molti docenti si chiedono sinceramente cos’altro si potrebbe fare. Fare scuola è fare lezione. Il docente parla, gli studenti ascoltano ed assimilano. Poi ripetono.

Soffermiamoci ancora un attimo sulla figura del docente. 
Che si autorappresenti come formatore di coscienze critiche, mentre lavora in una istituzione conformistica, è cosa comprensibile. Il suo prestigio sociale ha subito un calo verticale negli anni, lo stipendio lascia a desiderare, spesso la sua stessa situazione lavorativa è precaria: a più di quarant’anni insegue ancora una supplenza, ed è spaventato da ogni annunciata riforma scolastica (ed ogni governo ne annuncia una). E’ comprensibile che rivendichi il suo fondamentale ruolo sociale. La sua frustrazione aumenterebbe, se si soffermasse a considerare il modo in cui è stato selezionato. Ad un docente in Italia non si chiede se non di saper insegnare la sua disciplina; che sappia anche far ricerca nel suo campo disciplinare è superfluo. In altri termini, il docente è uno che non produce cultura, ma la trasmette. Se scrivesse un libro, quel libro non avrebbe alcun peso sul suo curriculum; e la stessa cosa varrebbe se ne scrivesse dieci. Si giunge a questo curioso paradosso: un docente di scuola secondaria che superasse l’abilitazione per l’insegnamento universitario sarebbe adatto, appunto, ad insegnare all’università, ma questo non gli darebbe comunque alcun vantaggio nella scuola secondaria: non sarebbe titolo preferenziale, ad esempio, se volesse ottenere un passaggio di cattedra sulla disciplina per la quale è abilitato all’insegnamento universitario. Lo Stato stabilisce che puoi insegnare filosofia all’università, ma questo non ti avvantaggia per insegnare filosofia al liceo. Sono due mondi a parte, privi di qualsiasi punto di contatto.

Una scuola che intendesse formare al pensiero critico dovrebbe avere docenti capaci loro stessi di pensiero critico: vale a dire docenti ricercatori. Il contatto tra scuola ed università dovrebbe essere costante e la produzione intellettuale dei docenti valorizzata anche economicamente. E’ significativo che le periodiche proposte di differenziazione dello stipendio dei docenti in base alle loro funzioni non considerino la produzione intellettuale. Non si vuole che guadagni di più il docente che scrive libri; meglio premiare quello che fa più progetti, quale che sia la loro utilità.

Il docente che trasmette una pseudo-cultura condensata nei libri di testo è il primo aspetto della crisi della cultura scolastica italiana. 

Il secondo aspetto è la crisi di senso. 
Perché si studia? Che senso ha la cultura? A che serve? 
Alla domanda il docente-trasmettitore risponde con una certa sicurezza, almeno se è un docente liceale. Si studia per farsi una cultura personale, ossia per diventare persone migliori (perché è fuori discussione che il colto sia una persona migliore dell’incolto); e al tempo stesso così facendo si diventa persone affermate, che trovano un posto nella società. La risposta non convince per diverse ragioni. La prima è che è sempre meno vero che studiare serve a conquistarsi un posto nella società. Esiste oggi un nuovo proletariato intellettuale, super-formato, che insegue lavori precari a vita – un nuovo proletariato di cui spesso lo stesso docente fa parte. D’altra parte, la cultura scolastica non è che una parte – ed una piccola parte – della cultura reale, e non è da escludere che la cultura vera, quella viva, si trovi al di fuori delle aule scolastiche. Ma il punto decisivo è un altro. La concezione della cultura come formazione individuale pecca, appunto, di individualismo. Questo soggetto che passa anni ed anni a curare sé stesso, per di più in un contesto competitivo (perché la scuola è competizione), riuscirà poi a diventare un membro responsabile della società? Chi e quando gli ha insegnato a lavorare insieme agli altri per il bene comune? Quella che manca alla scuola italiana è la concezione della cultura come servizio: studiare non perché così divento migliore, né perché questo mi permetterà di far carriera, ma perché studiando posso dare il mio contributo al bene comune. Il mio studio ha senso solo se lo metto al servizio della società. Nelle scuole americane esiste una pratica, il service learning, che è la concretizzazione di questa percezione dello studio e della cultura. Gli studenti devono impegnarsi in attività in favore della comunità, legate al loro studio curriculare. L’aula scolastica non è un mondo chiuso, ma un luogo nel quale si studia la soluzione per i problemi della comunità locale. Il metodo è diffuso anche nei paesi latino-americani, come aprendizaje servicio, e si sta diffondendo anche in Europa. In Italia niente, o quasi.

La cultura scolastica italiana risente anche della separazione, propria della tradizione occidentale, tra sapere intellettuale e sapere manuale e professionale. Una separazione che naturalmente si intreccia con le differenze di classe. Il sapere intellettuale è riservato ai figli delle classi borghesi, che frequentano il liceo classico e scientifico, mentre il sapere manuale e professionale è riservato ai figli del proletariato. La separazione classista nella scuola italiana funziona in modo infallibile. Ed è una separazione che impoverisce tutti: i professionali, sempre più squalificati, alle prese con carenze strutturali e problemi disciplinari, e gli stessi licei, condannati ad un sapere libresco che non trova alcuno sbocco in un fare, e finisce per avvitarsi su sé stesso. Non c’è grande pedagogista degli ultimi secoli che non abbia evidenziato il valore formativo del lavoro e della professione, e tuttavia la separazione tra le due culture resta quale segno distintivo della cultura scolastica italiana – riflesso di una società nella quale differenze sociali e di distribuzione della ricchezza e delle risorse sono più marcate che altrove in Europa, e la mobilità sociale è bloccata.

La pseudo-cultura scolastica, libresca e astratta, senza contatto con un fare, è anche una cultura provinciale, miope, asfittica. E’ la cultura occidentale, con in primo piano quella italiana. Mica poco, si dirà. Poco, invece; pochissimo in una società globalizzata. E’ un pezzettino di cultura occidentale che nulla sa e nulla vuole saperne delle culture altre, sicura di sé e della propria superiorità. Il liceale si inorgoglisce per l’Iliade, ma nulla sa del Mahabharata; lo conoscerà, forse, uscendo da scuola, se è una persona curiosa; o forse non lo conoscerà mai, ritenendo che al di fuori dell’Europa non si sia scritto nulla di significativo. Dalla scuola italiana si esce con la convinzione che la civiltà europea sia la civiltà per eccellenza, che la Grecia abbia insegnato la democrazia al mondo, ed altre sciocchezze simili. Il resto non esiste, e merita al più una nota a margine, una digressione curiosa. La scuola italiana è strutturalmente non attrezzata per comprendere l’altro, al di là delle dichiarazioni di principio sull’interculturalità e l’accoglienza del diverso. Non lo è, perché è penosamente monoculturale, priva di curiosità per tutto ciò che è al di fuori dei sacri confini dell’Europa.

La lezione, ancora onnipresente nella scuola italiana – e l’introduzione di LIM, computer e tablet non la mette realmente in discussione – è la metodologia perfettamente adeguata a questa pseudo-cultura, insieme al suo correlato materiale, il libro di testo. Rinunciare a queste due cose, o ripensarle profondamente, è il primo passo necessario per riappropriarsi di una cultura sensata. La verticalità del rapporto docente-studente va spezzata in favore della orizzontalità della comunità che apprende e che è in rapporto aperto e vivo con le diverse comunità che sono fuori dalla scuola. Fin dalle prime classi della scuola primaria, il bambino va abituato non a interiorizzate quello che è scritto in un libro, ma a cercare attivamente la conoscenza, a costruirla, a discuterla. Si tratta di passare da una scuola nella quale l’insegnante, unico soggetto (più o meno) attivo, imprime segni nella mente dell’alunno, ad una scuola nella quale docenti e studenti, membri di una stessa comunità di ricerca, imprimono insieme segni nella più ampia realtà sociale.

ANTONIO VIGILANTE
  
22 febbraio 2015
Fonte: http://fotoedu.indire.it




Aggiungerei anche dalla qualità della famiglia, qualsiasi forma essa sia...!!!!




Il problema strutturale non è secondario:le classi sono scomode male arredate,spesso sporche,polverose e poco arieggiate. Mancano spazi con aule dedicate, laboratori con un minimo di dotazione didattica,spazi per un po' di ricreazione, palestre decenti.....e quel che è peggio è che nessuno se ne cura.
Si continua ad usare la scuola come ammortizzatore sociale dichiarando che si faranno concorsi. Sono proprio i concorsi che hanno riempito le scuole di personale inadatto. Nei paesi civili si viene assunti per chiamata diretta ed in base ad un curriculum che deve essere onorato. Il 50% di docenti non sarebbe stato assunto se solo li si fosse potuti guardare in faccia. Non hanno abilità comunicative e relazionali. E quando i genitori imbufaliti li denunciano che si fa? Li si sistema nelle classi ghetto.O no?




Non so di cosa parlate. Una scuola è fatta di individui.
Insegnanti, presidi, bidelli.
Quindi cultura, relazioni umane, apertura alla società non appartengono alla scuola ma a coloro che questa scuola la vivono tutti i giorni.
Non posso parlare perché avendo tre figli vi dico che solo una frequenta una scuola pubblica italiana ed in più professori privati il pomeriggio.
Uno ha preferito la scuola americano e l'altro studia con insegnanti privati.
E io cosa faccio? Dopo 10 anni di CNR do lezioni private.
Sono richiestissima, non ho un'ora libera, lavoro anche la domenica.
Quindi c'è qualcosa che non va non nella scuola ma negli insegnanti, nei presidi e nei bidelli. Cominciamo a dire le cose come stanno.
È chiaro che ci sono insegnanti e presidi che lavorano bene ma lasciatemi dire che la massa lascia molto a desiderare

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