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giovedì 9 luglio 2015

La Stoà Pecile (in greco ἡ ποικίλη στοά) o Portico dipinto, originariamente chiamata «Portico di Peisianatte» (in greco ἡ Πεισιανάκτειος στοά, dal nome del cognato di Cimone e finanziatore dell'opera), fu eretta tra il 475 e il 450 a.C., nella zona settentrionale dell'agorà di Atene. Il portico, costruito in poros, aveva colonne di ordine dorico all'esterno e di ordine ionico all'interno, con i capitelli ionici in marmo; si estendeva in profondità per 12 metri e 60 centimetri su una crepidine dotata di tre gradini che diventavano quattro verso ovest, per coprire il dislivello del terreno. Originariamente destinata a riunioni pubbliche, questa stoà ha dato il nome a una corrente filosofica, lo stoicismo, fondata da Zenone di Cizio, che era solito esporre e discutere le proprie idee con i suoi discepoli sotto il portico dipinto.

La Stoà Pecile (in greco ἡ ποικίλη στοά) o Portico dipinto, originariamente chiamata «Portico di Peisianatte» (in greco ἡ Πεισιανάκτειος στοά, dal nome del cognato di Cimone e finanziatore dell'opera), fu eretta tra il 475 e il 450 a.C., nella zona settentrionale dell'agorà di Atene
Il portico, costruito in poros, aveva colonne di ordine dorico all'esterno e di ordine ionico all'interno, con i capitelli ionici in marmo; si estendeva in profondità per 12 metri e 60 centimetri su una crepidine dotata di tre gradini che diventavano quattro verso ovest, per coprire il dislivello del terreno.
Originariamente destinata a riunioni pubbliche, questa stoà ha dato il nome a una corrente filosofica, lo stoicismo, fondata da Zenone di Cizio, che era solito esporre e discutere le proprie idee con i suoi discepoli sotto il portico dipinto.

Della decorazione pittorica della stoà furono responsabili il pittore e scultore Micone e Polignoto di Taso. Al tempo di Pausania, che descrive la decorazione senza nominare gli autori (Pausania I, 15, 1), le pitture presenti nel portico includevano:
una battaglia di Oinoe di soggetto e autore sconosciuti;
una Amazzonomachia di Micone;
una Ilioupersis, che Plutarco attribuisce a Polignoto;
una battaglia di Maratona attribuita dalle fonti a Polignoto, a Micone o a Paneno.
La tecnica con la quale vennero eseguiti i dipinti non è conosciuta ma nelle Epistolæ di Sinesio di Cirene (Epist., 135), si narra della asportazione, alla fine del IV secolo, di quelle che vengono definite «tavole» e che possono essere immaginate come pannelli di terracotta o di legno.



Gli Stoici
Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, 
il fato è padrone del mondo

Questa volta è la volta degli stoici, grande scuola di pensiero che annoverava fra i suoi massimi esponenti imperatori romani (Marco Aurelio), schiavi poi affrancati e divenuti celebri (Epitteto, “l’acquistato”), tutor di Nerone (Seneca) e liberi professionisti (Sifone, l’idraulico frigio). (Sifone l’idraulico frigio è un’aggiunta apocrifa).

Il nome prende origine, come già saprete, dalla Stoà poikíle, il portico dipinto sito nell’agorà di Atene dove Zenone di Cizio, fondatore della scuola, teneva le sue lezioni nel terzo secolo a.C. (sotto un portico ai tempi ci si istruiva, oggi non basta una scuola). Lo stoicismo ebbe grande diffusione e fortuna, tanto che possiamo distinguere un’antica Stoà di indirizzo greco (terzo e primo secolo a.C.), una media Stoà e una tarda Stoà di indirizzo romano (da Seneca alla morte di Marco Aurelio).

Lo stoicismo è comunemente noto come filosofia della sopportazione, come arte dello schivare i colpi della sorte, non già nascondendosi quanto affrontandoli a viso aperto, senza battere ciglio e con grande senso di dignità, è in effetti quello stoico un pensiero di carattere prevalentemente etico, che incoraggia la partecipazione attiva alle vicende del mondo (al contrario del “vivi nascosto” epicureo) e che fa perno su una visione rigorosamente razionale della natura.

L’antica Stoà definisce la cornice dello stoicismo, l’idea che l’universo sia un organismo composto da un principio attivo, il logos, la ragione, e da uno passivo, la materia, non c’è posto per gli dei, lo stoicismo è ateo quanto lo era Spinoza (e non cito Spinoza a caso) e se parla di Dio è per riferirsi alla necessità immanente che guida provvidenzialmente il mondo (questo mondo non è tanto il migliore dei mondi possibili quanto l’unico possibile secondo ragione e quindi non ha senso lamentarsene).

Lo stoico, avendo ben compreso che il logos permea ogni cosa con la sua necessità, sa che la vera libertà sta nell’assecondarlo ed accettarlo come guida, chi non lo accetta finirebbe comunque per venirne trascinato (Ducunt volentem fata, nolentem trahunt). Esempio massimo di etica stoica il suicidio indotto di Seneca. Il dominio della passioni sulla ragione è la vera ossessione degli stoici: se la ragione è il principio vero e originario, allora le passioni sono l’errore che conduce alla sofferenza, ma questa diffidenza verso le passioni si trova già in Socrate (e il concetto si ritrova anche in Spinoza). 

(Io personalmente non penso che si possa condurre un’esistenza seguendo i soli precetti dell’atarassia e dell’apatia, compito disumano, ma nel momento di massimo sconforto un piccolo lumicino di speranza mi viene dal pensare che quel che accade accade perché non poteva accadere altrimenti, che a ben guardare accade sempre e solo quel che accade e mai quel che sarebbe potuto accadere, il “sarebbe potuto” è solo un “flatus mentis”, un’ombra del pensiero causa di mille angustie, rimpianti e preoccupazioni, vero Kierkegaard?).

Ce ne sarebbero da dire ancora sugli stoici ma l’ora è tarda, si è fatta una certa e quel che più mi preme, ora come ora, è condurre le mie povere e reiette membra verso i cari lidi dell’oblio, il sonno è il rifugio dei tormentati (oggi mi sento poeta).

http://fmentis.tumblr.com/post/165841023146/gli-stoici



LA CONOSCENZA PERCETTIVA E SEGNICA SECONDO GLI STOICI
Per gli stoici, fondamento di ogni attività intellettiva sono le rappresentazioni che la mente elabora sulla base delle impressioni prodotte dagli stimoli provenienti dall'ambiente. Determinante però risulta l'assenso (συγκατάθεσις, adsensus), l'atto con cui il soggetto conoscente aderisce o meno all'oggetto appreso, secondo l'evidenza del suo manifestarsi. Solo passando attraverso il filtro dell'assenso volontario una rappresentazione può essere assunta come "catalettica", vale a dire come afferramento (κατάληψις, comprehensio) dell'oggetto nel suo significato concettuale. A ogni rappresentazione catalettica deve, per converso, necessariamente corrispondere un oggetto reale, non essendo, infatti, possibile avere un'idea chiara ed evidente di una cosa che non esiste. La scienza, infine, ha il carattere di un sapere ben saldo e ben argomentato.


"Zenone, mostrando la mano con le dita tese, diceva: "così è la rappresentazione". 
Poi contraendo un poco le dita: "così è l'assenso". Stretta poi la mano a pugno, continuava: 
"e questa è la comprensione". [...] Accostata poi la sinistra, e con essa serrato forte ad arte il pugno, diceva che quella era la scienza, di cui è in possesso solo il sapiente"
Nam, cum extensis digitis adversam manum ostenderat, [Zeno] 'visum,' inquiebat, 'huius modi est.' Deinde, cum paulum digitos contraxerat, 'adsensus huius modi.' Tum cum plane compresserat pugnumque fecerat, comprehensionem illam esse dicebat [...] Cum autem laevam manum adverterat et illum pugnum arte vehementerque compresserat, scientiam talem esse dicebat, cuius compotem nisi sapientem esse neminem. ► Cicerone, Academica priora, II, XLVII


Il rapporto con la realtà a livello di conoscenza percettiva-rappresentativa dunque non è di mero rispecchiamento.

Analogamente, le componenti della comunicazione segnica sono definite dal "triangolo semantico":
"Dicevano che vi sono tre cose strettamente collegate l'una con l'altra, il significato, il significante, l'oggetto vero e proprio: significante è l'espressione, per esempio il nome "Dione"; significato la realtà che esso indica e di cui noi abbiamo comprensione come di qualcosa che si pone fronte al nostro pensiero (i barbari non lo afferrano, pur intendendo il suono materiale della voce); l'oggetto è ciò che è esterno al pensiero, in questo caso, per esempio, Dione in carne e ossa. Di queste due cose due sono corporee, l'espressione vocale e l'oggetto; una, la realtà significata, è invece incorporea, e prende appunto il nome di "significato". Nel significato risiede il vero e il falso, tuttavia esso non ha sempre universalmente lo stesso valore: può trattarsi di un discorso imperfetto o di un discorso compiuto; a quest'ultimo tipo appartiene quello che si chiama il giudizio, cosicché essi nelle loro trattazioni dicono: è il giudizio che è vero o falso." ► Sesto Empirico, Adversus logicos II, 11
La cosa, l'oggetto concreto (τυγχάμενον), è il referente che si vuole indicare; il significante (σημαîνον) è la parola, il nome o suono-segno che indica la cosa; il significato (σημαινóμενον, λεκτóν) è il concetto della cosa, ciò che rimane invariato nella comunicazione fra lingue diverse.
Diversamente dai primi due elementi, il significato non ha alcunché di corporeo, sebbene operi da collegamento necessario fra gli altri due. La grande scoperta degli stoici è che sono sufficienti significante e significato a determinare un segno linguistico (in effetti è ciò che avviene per esempio quando riempiamo di senso immaginifico e concettuale quel che leggiamo, utilizzando solo due vertici del triangolo). A livello di comunicazione la relazione con le cose, e quindi con il mondo reale, è possibile, o presupposta, ma non "disponibile". Esistono, infatti, molte parole cui non corrisponde alcunché nella realtà.



CRISIPPO DI SOLI (280-205 a.C.), terzo scolarca e rifondatore dello stoicismo scrisse 705 libri, in grandissima parte perduti; i suoi maggiori contributi riguardano la definizione degli elementi implicati in ogni espressione linguistica (il triangolo semantico); le regole d’uso o definizioni vero-funzionali degli operatori logici (le particelle “e”, “o”, “se…allora”, “non”); i ragionamenti o sillogismi anapodittici, condizionali; i ragionamenti costituiti da sofismi, paradossi, dilemmi, antinomie (tra le quali la celebre antinomia del mentitore), espressi da proposizioni non apofantiche, la cui verità è indecidibile ...
Secondo il filosofo scettico del I secolo d.C. ENESIDEMO DI CNOSSO, Crisippo avrebbe sostenuto che i cani possiedono l’intelligenza e sono in grado di fare ragionamenti anche sofisticati - però solo interiormente, alla maniera di uomini muti - come quello che da un collegamento ipotetico disgiuntivo e dal contrario di una delle parti collegate conclude l'altra, secondo il modus tollendo ponens, del tipo: "O è giorno, o è notte, ma non è notte. Dunque è giorno":
κατὰ δὲ τὸν Χρύσιππον τὸν μάλιστα συμπολεμοῦντα τοῖς ἀλόγοις ζῴοις καὶ τῆς ἀοιδίμου διαλεκτικῆς μετέχει. φησὶ γοῦν αὐτὸν ὁ προειρημένος ἀνὴρ ἐπιβάλλειν τῷ πέμπτῳ διὰ πλειόνων ἀναποδείκτῳ, ὅταν ἐπὶ τρίοδον ἐλθὼν καὶ τὰς δύο ὁδοὺς ἰχνεύσας δι' ὧν οὐ διῆλθε τὸ θηρίον, τὴν τρίτην μηδ' ἰχνεύσας εὐθέως ὁρμήσῃ δι' αὐτῆς. δυνάμει γὰρ τοῦτο αὐτὸν λογίζεσθαί φησιν ὁ ἀρχαῖος ‘ἤτοι τῇδε ἢ τῇδε ἢ τῇδε διῆλθε τὸ θηρίον· οὔτε δὲ τῇδε οὔτε τῇδε· τῇδε ἄρα.’ ► Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, 1,69
“Secondo Crisippo, che si schiera, più di altri, in difesa degli animali privi di logos, il cane partecipa persino della tanto celebrata “dialettica”. Il suddetto autore dice, infatti, che il cane da caccia sa utilizzare il quinto sillogismo indimostrabile – che è abbastanza complicato! -, allorché, dopo essere giunto ad un trivio e dopo aver fiutato le due vie per le quali la fiera non è passata, non si mette neppure a fiutare la terza, ma si lancia senza esitare in quella direzione. L’antico filosofo asserisce che il cane fa virtualmente questo ragionamento sillogistico: “La fiera è passata o di qui o di qui o di qui; ma non è passata né di qui né di qui: dunque è passata di qui””.

EPITTETO (‪Ἐπίκτητος‬, "colui che è stato acquistato", ossia liberto, 50 circa – 130 circa), filosofo greco antico, esponente dello stoicismo di epoca romana, non scrisse nulla, ma il discepolo Arriano di Nicomedia trascrisse e pubblicò le sue lezioni sotto il titolo di Diatribe o Dissertazioni (Διατριβαί), e ne riassunse le massime più importanti nel Manuale (᾿Εγχειρίδιον). Incline a pensare alla filosofia in termini pratici e socratici, di Crisippo disse:
ὅταν τις ἐπὶ τῷ νοεῖν καὶ ἐξηγεῖσθαι δύνασθαι τὰ Χρυσίππου βιβλία σεμνύνηται, λέγε αὐτὸς πρὸς ἑαυτὸν ὅτι ‘εἰ μὴ Χρύσιππος ἀσαφῶς ἐγεγράφει, οὐδὲν ἂν εἶχεν οὗτος, ἐφ᾽ ᾧ ἐσεμνύνετο.’ ἐγὼ δὲ τί βούλομαι; καταμαθεῖν τὴν φύσιν καὶ ταύτῃ ἕπεσθαι. ζητῶ οὖν, τίς ἐστιν ὁ ἐξηγούμενος: καὶ ἀκούσας, ὅτι Χρύσιππος, ἔρχομαι πρὸς αὐτόν. ἀλλ᾽ οὐ νοῶ τὰ γεγραμμένα: ζητῶ οὖν τὸν ἐξηγούμενον. καὶ μέχρι τούτων οὔπω σεμνὸν οὐδέν. ὅταν δὲ εὕρω τὸν ἐξηγούμενον, ἀπολείπεται χρῆσθαι τοῖς παρηγγελμένοις: τοῦτο αὐτὸ μόνον σεμνόν ἐστιν. ἂν δὲ αὐτὸ τοῦτο τὸ ἐξηγεῖσθαι θαυμάσω, τί ἄλλο ἢ γραμματικὸς ἀπετελέσθην ἀντὶ φιλοσόφου; πλήν γε δὴ ὅτι ἀντὶ Ὁμήρου Χρύσιππον ἐξηγούμενος. μᾶλλον οὖν, ὅταν τις εἴπῃ μοι ‘ἐπανάγνωθί μοι Χρύσιππον,’ ἐρυθριῶ, ὅταν μὴ δύνωμαι ὅμοια τὰ ἔργα καὶ σύμφωνα ἐπιδεικνύειν τοῖς λόγοις. ► Epitteto, Manuale, 49
“Quando uno si vanta di poter comprendere e interpretare i libri di Crisippo, dì a te stesso:
«Se Crisippo non avesse scritto in modo oscuro, costui non avrebbe nulla di cui vantarsi». Che cosa voglio, io? Conoscere la natura e seguirla. Per questo cerco un interprete che me la spieghi: sentendo fare il nome di Crisippo, ricorro a lui. Ma non capisco i suoi scritti: allora cerco chi me li spieghi. Fin qui non c'è ancora nulla di cui vantarsi. Poi, però, trovato l'interprete, tocca a me applicare l'insegnamento che ne ho tratto: ed è proprio questa, solo questa, la cosa di cui vantarsi. Se invece ammiro il semplice atto dell'interpretare, che altro ho concluso, se non di fare il grammatico in luogo del filosofo? Con la sola differenza che mi dedico all'esegesi di Crisippo invece che di Omero. Piuttosto, ogni volta che uno mi dice: "leggimi Crisippo", dovrei arrossire, quando non riesco a mostrare azioni simili e conformi alle parole.”
Copia romana di busto ellenistico di Crisippo, conservata al British Museum




STOICISMO: LA NATURA, L'ΟIΚEIΩΣΙΣ E I CERCHI DELLE APPARTENENZE.
Gli stoici ritengono che vi sia una legge universale che regola il tutto e muove ciascun essere a vivere secondo la propria natura e a realizzare il suo destino. Essi chiamano “οἰκείωσις” (termine che Cicerone fa equivalere a "conciliatio") la tendenza, propria di ciascun essere, a conservarsi, ad “apparentarsi con se stesso”, ad “appropriarsi” e a “familiarizzarsi” con quanto gli è conforme, quindi atto ad incrementarlo, e a rifuggire da ciò che gli è contrario o dannoso ...

1. ZENONE DI CIZIO (336-263 a.C.)
► Diogene Laerzio VII, 86-87
"Nel suo trattato "La natura dell'uomo" Zenone fu il primo a sostenere che il fine è vivere in modo coerente con la natura, ossia vivere secondo virtù: e infatti la natura ci guida alla virtù".
Διόπερ πρῶτος ὁ Ζήνων ἐν τῷ Περὶ ἀνθρώπου φύσεως τέλος εἶπε τὸ ὁμολογουμένως τῇ φύσει ζῆν, ὅπερ ἐστὶ κατ' ἀρετὴν ζῆν· ἄγει γὰρ πρὸς ταύτην ἡμᾶς ἡ φύσις. 

2. DIOGENE LAERZIO (III sec. d.C.)
Diogene Laerzio, Vitae phil., VII, 85-86
"Sostengono [gli Stoici] che l'animale abbia come primo istinto la conservazione di se stesso, avendoglielo la natura dato sin dall'origine, come dice Crisippo nel primo libro Sui fini, quando dice che per ogni animale la prima cosa propria è la sua natura e la coscienza di essa. Né infatti sarebbe verosimile che un animale sia nemico di se stesso, né che si inimichi e non sia attaccato alla natura che lo ha fatto. Resta dunque che quella che lo ha fatto lo concili a se stesso. Così infatti evita le cose che nuocciono e ricerca le utili. In quanto a ciò che alcuni [gli Epicurei] dicono, che il primo istinto per gli animali è verso il piacere, essi dicono che è una cosa falsa. Infatti essi [gli Stoici] dicono che il piacere, se esiste veramente, è qualcosa che sopravviene quando la natura, avendo cercato da se stessa ciò che si adatta alla sua conservazione, lo ha ottenuto; ed è in questo modo che gli animali godono e le piante fioriscono. La natura, essi dicono, non ha fatto nessuna differenza tra le piante e gli animali, dal momento che essa governa quelli senza istinto e sensazione, e vi è in noi qualcosa di vegetale. Essendovi negli animali in sovrappiù l'istinto, usando il quale ricercano ciò che loro conviene, in questi la vita secondo natura è regolata dall'istinto. E giacché agli esseri razionali la ragione è stata data in modo più perfetto, il vivere rettamente secondo ragione è per questi vivere secondo natura. Infatti la ragione è quella che regola l'istinto."
Τὴν δὲ πρώτην ὁρμήν φασι τὸ ζῷον ἴσχειν ἐπὶ τὸ τηρεῖν ἑαυτό, οἰκειούσης αὐτὸ τῆς φύσεως ἀπ' ἀρχῆς, καθά φησιν ὁ Χρύσιππος ἐν τῷ πρώτῳ Περὶ τελῶν, πρῶτον οἰκεῖον λέγων εἶναι παντὶ ζῴῳ τὴν αὑτοῦ σύστασιν καὶ τὴν ταύτης συνείδησιν· οὔτε γὰρ ἀλλοτριῶσαι εἰκὸς ἦν αὐτὸ <αὑτῷ> τὸ ζῷον, οὔτε ποιήσασαν αὐτό, μήτ' ἀλλοτριῶσαι μήτ' [οὐκ] οἰκειῶσαι. Ἀπολείπεται τοίνυν λέγειν συστησαμένην αὐτὸ οἰκειῶσαι πρὸς ἑαυτό· οὕτω γὰρ τά τε βλάπτοντα διωθεῖται καὶ τὰ οἰκεῖα προσίεται. Ὃ δὲ λέγουσί τινες, πρὸς ἡδονὴν γίγνεσθαι τὴν πρώτην ὁρμὴν τοῖς ζῴοις, ψεῦδος ἀποφαίνουσιν. ἐπιγέννημα γάρ φασιν, εἰ ἄρα ἔστιν, ἡδονὴν εἶναι ὅταν αὐτὴ καθ' αὑτὴν ἡ φύσις ἐπιζητήσασα τὰ ἐναρμόζοντα τῇ συστάσει ἀπολάβῃ· ὃν τρόπον ἀφιλαρύνεται τὰ ζῷα καὶ θάλλει τὰ φυτά. οὐδέν τε, φασί, διήλλαξεν ἡ φύσις ἐπὶ τῶν φυτῶν καὶ ἐπὶ τῶν ζῴων, ὅτι χωρὶς ὁρμῆς καὶ αἰσθήσεως κἀκεῖνα οἰκονομεῖ καὶ ἐφ' ἡμῶν τινα φυτοειδῶς γίνεται. Ἐκ περιττοῦ δὲ τῆς ὁρμῆς τοῖς ζῴοις ἐπιγενομένης, ᾗ συγχρώμενα πορεύεται πρὸς τὰ οἰκεῖα, τούτοις μὲν τὸ κατὰ φύσιν τῷ κατὰ τὴν ὁρμὴν διοικεῖσθαι· τοῦ δὲ λόγου τοῖς λογικοῖς κατὰ τελειοτέραν προστασίαν δεδομένου, τὸ κατὰ λόγον ζῆν ὀρθῶς γίνεσθαι <τού>τοις κατὰ φύσιν· τεχνίτης γὰρ οὗτος ἐπιγίνεται τῆς ὁρμῆς. ► 

3. MARCO TULLIO CICERONE (106-7 a.C.)
Vivere secondo natura” per l'uomo - in forza del pieno ed autocosciente possesso del λόγος, che costituisce e contraddistingue la dignità dell'umano - vuol dire estendere l'οἰκείωσις oltre l'individuo e la famiglia, fino a coinvolgere la comunità, lo stato e l'intero genere umano (οἰκείωσις come communis hominum inter homines commendatio, Cic. De finibus III, 63).
Prima est enim conciliatio hominis ad ea, quae sunt secundum naturam. […] simul autem cepit intelligentiam vel notionem potius, quam appellant ἔννοιαν illi, viditque rerum agendarum ordinem et, ut ita dicam, concordiam, multo eam pluris aestimavit quam omnia illa, quae prima dilexerat, atque ita cognitione et ratione collegit, ut statueret in eo collocatum summum illud hominis per se laudandum et expetendum bonum, quod cum positum sit in eo, quod ὁμολογίαν Stoici, nos appellemus convenientiam, si placet,— cum igitur in eo sit id bonum, quo omnia referenda sint, honeste facta ipsumque honestum, quod solum in bonis ducitur, quamquam post oritur, tamen id solum vi sua et dignitate expetendum est; eorum autem, quae sunt prima naturae, propter se nihil est expetendum. ► Cicerone, De finibus, III, 20-21


"L'uomo, dunque, si concilia prima di tutto con le cose conformi alla sua natura […] Quando poi acquista la capacità d'intendere (ἔννοια) e vede l'ordine e, per così dire, la coerenza con le azioni da compiere, attribuisce a questa conoscenza un valore assai più grande che a tutte le cose amate dapprima; e per via di conoscenza e di ragione si convince che lì è riposto quel sommo bene che è il suo stesso fine. Quel sommo bene è riposto nella «ὁμολογία», cioè nella coerenza (convenientia) di tutta una vita; e ad esso si riportano tutte le azioni virtuose e la virtù stessa. Riconosciuto, questo sommo bene diviene l'unico e il solo desiderabile; e i beni naturali, che erano serviti per raggiungere questo scopo, non appaiono affatto desiderabili in se stessi."

"... poiché nessuno vuol condurre la vita nella più deserta solitudine, neppure con infinita abbondanza di piaceri, è facile intendere che noi siamo nati per la congiunzione ed associazione degli uomini e per la naturale comunità."
... quodque nemo in summa solitudine vitam agere velit ne cum infinita quidem voluptatum abundantia, facile intellegitur nos ad coniunctionem congregationemque hominum et ad naturalem communitatem esse natos. ► Cicerone, De finibus, III, 65-67

4. FILONE DI ALESSANDRIA (20 a.C.-45 d.C.)
► Filone, De opificio mundi III
"L'uomo che si conforma alla legge è francamente cittadino del mondo (cosmopolita) e dirige le azioni secondo il volere della natura, conformemente alla quale tutto quanto il mondo si governa."
καὶ τοῦ νομίμου ἀνδρὸς εὐθὺς ὄντος κοσμοπολίτου, πρὸς τὸ βούλημα τῆς φύσεως τὰς πράξεις ἀπευθύνοντος, καθ᾿ ἣν καὶ ὁ σύμπας κόσμος διοικεῖται. 


5. LUCIO ANNEO SENECA (4 a.C. - 65 d.C.)
"Ci chiedevamo se tutti gli esseri umani avessero coscienza del proprio essere. Si direbbe proprio di sì, perché essi muovono le membra con disinvoltura e speditezza, proprio come se fossero stati educati a tal fine. […] È la costituzione, come voi dite, la parte che conta dell'anima, perché è essa che si adatta in un certo modo al corpo. […] Obietta quello: voi sostenete che ogni animale tende a conformarsi con la sua propria costituzione. Ora la costituzione dell'uomo è di natura razionale, e pertanto l'uomo si concilia a se stesso non in quanto animale, ma in quanto essere razionale: l'uomo insomma ama se stesso per quello che ha di umano."
► Sen., Epistulae Morales Ad Lucilium, Liber XX, 121
Quaerebamus an esset omnibus animalibus constitutionis suae sensus. Esse autem ex eo maxime apparet quod membra apte et expedite movent non aliter quam in hoc erudita. […] Constitutio' inquit 'est, ut vos dicitis, principale animi quodammodo se habens erga corpus. […] 'Dicitis' inquit 'omne animal primum constitutioni suae conciliari, hominis autem constitutionem rationalem esse et ideo conciliari hominem sibi non tamquam animali sed tamquam rationali; ea enim parte sibi carus est homo qua homo est. 



6. PLUTARCO (45-120 d.C.)
"L'istinto dell'appropriazione, infatti, sembra consistere nella sensazione e nella percezione di ciò che è familiare."
► Plut., De stoicorum repugnantiis, 12, 1038 c (SVF II 724)
ἡ γὰρ οἰκέιωσις αἴσθησις ἔοικε τοῦ οἰκέιου καὶ ἀντίληψις εἶναι 



7. Scrive MAX POHLENZ:
«L'essere vivente differisce dalla pianta a causa dell'anima, la cui prima manifestazione è la percezione. Appena l'essere vivente percepisce qualcosa di bianco o di caldo, ha anche coscienza del processo interno con cui viene colpito dall'impressione del bianco o del caldo. Con la percezione esterna è quindi connessa fin dalla nascita una συναίσθησις, una "compercezione" interna, una coscienza del proprio io; da questa percezione di sé nasce il primo movimento attivo dell'anima in direzione di un oggetto, e cioè il primo istinto. Esso consiste in un rivolgersi del soggetto verso il proprio essere, quell'essere che sente appartenente a sé, οἰκεῖον, e che egli "si appropria". Questa è la οἰκείωσις. Ma poiché la percezione di sé è necessariamente accompagnata da un senso di compiacimento (εὐαρέστησις), anche l'amore di sé è innato nell'essere vivente, e questo amore praticamente si manifesta nell'istinto di conservazione, il quale riceve tutto ciò che favorisce il proprio essere ed evita il contrario. Qualcosa di analogo possiamo osservare anche nel mondo vegetale: la vite s'arrampica come con delle mani intorno al palo ed evita la vicinanza del cavolo, nociva al suo sviluppo. In questi casi però è la provvidente natura universale che regola direttamente lo sviluppo. Nell'essere vivente invece essa ha infuso, insieme con la coscienza di se stesso, anche l'istinto di provvedere da sé alla conservazione e allo sviluppo del proprio essere » 
M. Pohlenz, La Stoa, I, pp. 228 sgg.; cfr. anche pp. 104 sg.


mercoledì 5 febbraio 2014

Pierre Hadot. Diversamente dalle meditazioni di tipo buddistico dell'estremo oriente, la meditazione filosofica greco-romana non è legata ad un atteggiamento corporeo, ma è un esercizio puramente razionale o immaginativo o intuitivo.

Diversamente dalle meditazioni di tipo buddistico dell'estremo oriente, la meditazione filosofica greco-romana non è legata ad un atteggiamento corporeo, ma è un esercizio puramente razionale o immaginativo o intuitivo
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica

La filosofia si presentava come un metodo per conseguire l'indipendenza, la libertà interiore (autarchia), lo stato in cui l'Io non dipende che da se stesso.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Nel dialogo socratico l'interlocutore di Socrate non impara nulla e Socrate non ha l'intenzione di impegnargli qualcosa. D'altronde continua a ripetere, a chi vuole sentire, che la sola cosa che sappia è di non sapere nulla.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Quando si chiede ad Antistene quale profitto avesse tratto dalla filosofia rispose:
'quello che consiste nel poter conversare con me stesso'.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Il ruolo della filosofia non sarà proprio quello di condurci ad una percezione più completa della realtà attraverso un certo spostamento dell'attenzione? (H. Bergson)
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Per Epicuro, come per gli stoici, la filosofia è una terapia e la guarigione consisterà dal liberare l'anima dalle preoccupazioni della vita per condurla alla semplice gioia di esistere.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


In primo luogo la filosofia si presentava come una terapia destinata a guarire l'angoscia.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Secondo gli stoici non si diventa saggi a poco a poco, ma grazie ad una trasformazione istantanea. La saggezza non è suscettibile di incrementi e di diminuzioni. Pertanto il passaggio dalla non-saggezza alla saggezza non può avvenire con un miglioramento, ma solo con una brusca mutazione.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


La poesia, la musica, la pittura sono inutili tanto quanto la filosofia. Non incrementano la produttività. Tuttavia sono indispensabili alla vita. Ci liberano dalle pressioni dell'utile.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


'Il dolore ostacola ciò che in circostanze avverse dovrebbe venire al più presto in nostro soccorso.' (Platone)
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


La filosofia antica propone all'uomo un'arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta innanzi tutto come la costruzione di un linguaggio tecnico destinato a specialisti.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica



L'inizio della filosofia, in tutte le scuole, consiste nella presa di coscienza dello stato di alienazione, di dispersione, di infelicità nel quale ci si trova prima di convertirsi alla filosofia. Al principio epicureo: La conoscenza dell'errore è l'inizio della salvezza, corrisponde il principio stoico: Il punto di inizio della filosofia è la coscienza della propria debolezza.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


Per quanto concerne la filosofia, noi ci troviamo di fronte ad un fenomeno così nuovo che non soltanto non ha un eguale corrispettivo presso i popoli orientali, ma nemmeno qualcosa che analogicamente, dal punto di vista metodologico, ammetta il paragone con la filosofia dei Greci o la prefiguri in modo uniequivoco. Rilevare tutto ciò significa, né più né meno, riconoscere che in questo campo i Greci diedero alla civiltà qualcosa che essa non aveva e che si sarebbe rivelata di tale portata rivoluzionaria da mutare il volto della civiltà medesima.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


"E' molto interessante constatare che in Grecia, in Cina e in India, una delle vie che conducono alla saggezza consiste nell'indifferenza, vale a dire nel rifiuto di attribuire alle cose un differente valore che verrebbe ad esprimere il punto di vista dell'individuo egoista, parziale e limitato, il punto di vista della "rana al fondo del suo pozzo".
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


Il filosofare non è più, come intendono i sofisti, l'acquisizione di un sapere o di un saper fare, ma è un mettere in discussione se stessi perché si prova la sensazione di non essere ciò che si dovrebbe essere.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


La sensazione di inadeguatezza nascerà dal fatto di aver incontrato una persona, Socrate, che con la sua sola presenza costringe colui che gli si avvicina a rimettere in discussione se stesso.
Pierre Hadot, "Che cosa é la filosofia antica"


Nel 'De ira' di Seneca viene proposta, nei confronti dei bambini, una adeguata pedagogia, che, educandoli nel corpo e nella mente, li renda immuni dal vizio dell'ira che va curato come forse una malattia.
Pierre Hadot, "Che cosa é la filosofia antica?"


Il filosofo descritto da Platone nel "Teeteto" osserva con lo sguardo dall'alto (epifania) le cose terrene é uno straniero sperduto in un mondo umano, troppo umano,...egli ignora le lotte per le magistrature, i dibattiti politici, i festini rallegrati dalle suonatrici di flauto...non sa offendere, né adulare...i più grandi averi gli paiono poca cosa, "abituato come é ad abbracciare con uno sguardo l'intera terra."
Pierre Hadot - "Che cos'é la filosofia antica"


La descrizione che lo stoico Zenone fa, nella sua Repubblica, dello stato naturale, vale a dire non corrotto, della società è qualcosa di scandaloso, perché presentata come una comunità di saggi. Vi è una sola patria: il mondo stesso. Non vi sono leggi, perché la ragione del saggio è sufficiente a prescrivere ciò che esso deve fare; non vi sono tribunali, perché egli non commette colpe; non vi sono templi poiché gli dei non ne hanno bisogno ed è un nonsenso considerare sacre le opere fatte dalla mano dell'uomo; non c'è denaro, né leggi sul matrimonio, ma libertà di unirsi a chi si voglia, anche incestuosamente; non vi sono leggi sulla sepoltura dei morti.
Pierre Hadot "Che cosa è la filosofia antica"


Qui Socrate dichiara che un uomo che abbia trascorso la vita nella filosofia troverà necessariamente il coraggio per morire, poichè la filosofia altro non è che se non l'esercizio della morte. E' un esercizio della morte perchè la morte è la separazione dell'anima dal corpo e il filosofo si impegna nel distaccare la sua anima dal suo corpo.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


In un certo senso il dialogo è già un esercizio della morte.
Infatti, come ha detto R. Schaerer:
"l'individualità corporea cessa di esistere nel momento in cui si esteriorizza nel logos"
Pierre Hadot, Che cosa è la filosofia antica


Le nostre decisioni e reazioni non sono molto coscienti, non partono dalla nostra personalità profonda, ma si tratta di reazioni stereotipate che tutti possono avere, in una sorta di spersonalizzazione nella vita quotidiana.
Pierre Hadot, La filosofia come modo di vivere



Nel XIV secolo Petrarca ("De vita solitaria") respingerà l'idea di un'etica teorica e descrittiva, constatando che il fatto di leggere e di commentare i trattati di Aristotele su questo argomento non l'ha reso migliore.
Ecco perché egli rifiuta di chiamare "filosofi" i professori "seduti in cattedra", riservando questa definizione a quelli che confermano con i loro atti ciò che insegnano.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


La descrizione che lo stoico Zenone fa, nella sua "Repubblica", dello stato naturale, vale a dire non corrotto, della società è qualcosa di scandaloso, perché presentata come una comunità di saggi. Vi è una sola patria: il mondo stesso. Non vi sono leggi, perché la ragione del saggio è sufficiente a prescrivere ciò che esso deve fare; non vi sono tribunali, perché egli non commette colpe; non vi sono templi poiché gli dei non ne hanno bisogno ed è un non senso considerare sacre le opere fatte dalla mano dell'uomo; non c'è denaro, né leggi sul matrimonio, ma libertà di unirsi a chi si voglia, anche incestuosamente; non vi sono leggi sulla sepoltura dei morti.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"




Pierre Hadot. Diversamente dalle meditazioni di tipo buddistico dell'estremo oriente, la meditazione filosofica greco-romana non è legata ad un atteggiamento corporeo, ma è un esercizio puramente razionale o immaginativo o intuitivo.

Diversamente dalle meditazioni di tipo buddistico dell'estremo oriente, la meditazione filosofica greco-romana non è legata ad un atteggiamento corporeo, ma è un esercizio puramente razionale o immaginativo o intuitivo
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica

La filosofia si presentava come un metodo per conseguire l'indipendenza, la libertà interiore (autarchia), lo stato in cui l'Io non dipende che da se stesso.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Nel dialogo socratico l'interlocutore di Socrate non impara nulla e Socrate non ha l'intenzione di impegnargli qualcosa. D'altronde continua a ripetere, a chi vuole sentire, che la sola cosa che sappia è di non sapere nulla.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Quando si chiede ad Antistene quale profitto avesse tratto dalla filosofia rispose:
'quello che consiste nel poter conversare con me stesso'.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Il ruolo della filosofia non sarà proprio quello di condurci ad una percezione più completa della realtà attraverso un certo spostamento dell'attenzione? (H. Bergson)
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Per Epicuro, come per gli stoici, la filosofia è una terapia e la guarigione consisterà dal liberare l'anima dalle preoccupazioni della vita per condurla alla semplice gioia di esistere.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


In primo luogo la filosofia si presentava come una terapia destinata a guarire l'angoscia.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


Secondo gli stoici non si diventa saggi a poco a poco, ma grazie ad una trasformazione istantanea. La saggezza non è suscettibile di incrementi e di diminuzioni. Pertanto il passaggio dalla non-saggezza alla saggezza non può avvenire con un miglioramento, ma solo con una brusca mutazione.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


La poesia, la musica, la pittura sono inutili tanto quanto la filosofia. Non incrementano la produttività. Tuttavia sono indispensabili alla vita. Ci liberano dalle pressioni dell'utile.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


'Il dolore ostacola ciò che in circostanze avverse dovrebbe venire al più presto in nostro soccorso.' (Platone)
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


La filosofia antica propone all'uomo un'arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta innanzi tutto come la costruzione di un linguaggio tecnico destinato a specialisti.
Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica



L'inizio della filosofia, in tutte le scuole, consiste nella presa di coscienza dello stato di alienazione, di dispersione, di infelicità nel quale ci si trova prima di convertirsi alla filosofia. Al principio epicureo: La conoscenza dell'errore è l'inizio della salvezza, corrisponde il principio stoico: Il punto di inizio della filosofia è la coscienza della propria debolezza.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


Per quanto concerne la filosofia, noi ci troviamo di fronte ad un fenomeno così nuovo che non soltanto non ha un eguale corrispettivo presso i popoli orientali, ma nemmeno qualcosa che analogicamente, dal punto di vista metodologico, ammetta il paragone con la filosofia dei Greci o la prefiguri in modo uniequivoco. Rilevare tutto ciò significa, né più né meno, riconoscere che in questo campo i Greci diedero alla civiltà qualcosa che essa non aveva e che si sarebbe rivelata di tale portata rivoluzionaria da mutare il volto della civiltà medesima.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


"E' molto interessante constatare che in Grecia, in Cina e in India, una delle vie che conducono alla saggezza consiste nell'indifferenza, vale a dire nel rifiuto di attribuire alle cose un differente valore che verrebbe ad esprimere il punto di vista dell'individuo egoista, parziale e limitato, il punto di vista della "rana al fondo del suo pozzo".
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


Il filosofare non è più, come intendono i sofisti, l'acquisizione di un sapere o di un saper fare, ma è un mettere in discussione se stessi perché si prova la sensazione di non essere ciò che si dovrebbe essere.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


La sensazione di inadeguatezza nascerà dal fatto di aver incontrato una persona, Socrate, che con la sua sola presenza costringe colui che gli si avvicina a rimettere in discussione se stesso.
Pierre Hadot, "Che cosa é la filosofia antica"


Nel 'De ira' di Seneca viene proposta, nei confronti dei bambini, una adeguata pedagogia, che, educandoli nel corpo e nella mente, li renda immuni dal vizio dell'ira che va curato come forse una malattia.
Pierre Hadot, "Che cosa é la filosofia antica?"


Il filosofo descritto da Platone nel "Teeteto" osserva con lo sguardo dall'alto (epifania) le cose terrene é uno straniero sperduto in un mondo umano, troppo umano,...egli ignora le lotte per le magistrature, i dibattiti politici, i festini rallegrati dalle suonatrici di flauto...non sa offendere, né adulare...i più grandi averi gli paiono poca cosa, "abituato come é ad abbracciare con uno sguardo l'intera terra."
Pierre Hadot - "Che cos'é la filosofia antica"


La descrizione che lo stoico Zenone fa, nella sua Repubblica, dello stato naturale, vale a dire non corrotto, della società è qualcosa di scandaloso, perché presentata come una comunità di saggi. Vi è una sola patria: il mondo stesso. Non vi sono leggi, perché la ragione del saggio è sufficiente a prescrivere ciò che esso deve fare; non vi sono tribunali, perché egli non commette colpe; non vi sono templi poiché gli dei non ne hanno bisogno ed è un nonsenso considerare sacre le opere fatte dalla mano dell'uomo; non c'è denaro, né leggi sul matrimonio, ma libertà di unirsi a chi si voglia, anche incestuosamente; non vi sono leggi sulla sepoltura dei morti.
Pierre Hadot "Che cosa è la filosofia antica"


Qui Socrate dichiara che un uomo che abbia trascorso la vita nella filosofia troverà necessariamente il coraggio per morire, poichè la filosofia altro non è che se non l'esercizio della morte. E' un esercizio della morte perchè la morte è la separazione dell'anima dal corpo e il filosofo si impegna nel distaccare la sua anima dal suo corpo.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


In un certo senso il dialogo è già un esercizio della morte.
Infatti, come ha detto R. Schaerer:
"l'individualità corporea cessa di esistere nel momento in cui si esteriorizza nel logos"
Pierre Hadot, Che cosa è la filosofia antica


Le nostre decisioni e reazioni non sono molto coscienti, non partono dalla nostra personalità profonda, ma si tratta di reazioni stereotipate che tutti possono avere, in una sorta di spersonalizzazione nella vita quotidiana.
Pierre Hadot, La filosofia come modo di vivere



Nel XIV secolo Petrarca ("De vita solitaria") respingerà l'idea di un'etica teorica e descrittiva, constatando che il fatto di leggere e di commentare i trattati di Aristotele su questo argomento non l'ha reso migliore.
Ecco perché egli rifiuta di chiamare "filosofi" i professori "seduti in cattedra", riservando questa definizione a quelli che confermano con i loro atti ciò che insegnano.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"


La descrizione che lo stoico Zenone fa, nella sua "Repubblica", dello stato naturale, vale a dire non corrotto, della società è qualcosa di scandaloso, perché presentata come una comunità di saggi. Vi è una sola patria: il mondo stesso. Non vi sono leggi, perché la ragione del saggio è sufficiente a prescrivere ciò che esso deve fare; non vi sono tribunali, perché egli non commette colpe; non vi sono templi poiché gli dei non ne hanno bisogno ed è un non senso considerare sacre le opere fatte dalla mano dell'uomo; non c'è denaro, né leggi sul matrimonio, ma libertà di unirsi a chi si voglia, anche incestuosamente; non vi sono leggi sulla sepoltura dei morti.
Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica"




martedì 3 dicembre 2013

Secondo le teorie di Platone, di Aristotele e poi degli Stoici, l’ira si trasforma in passione come “atto emozionale appartenete alla zona irrazionale dell’anima”, quindi al pari degli altri vizi capitali, l’ira è una “malattia dell’anima”. Pur essendo considerata una deformazione, l’ira secondo Aristotele, Platone e anche gli Epicurei è un peccato a cui addomesticare e incanalare tutte le altre passioni che possono fuorviare il giusto compimento delle azioni umane. Ma anche tra i filosofi c’è chi non la pensa così: gli Stoici e gli Scettici in particolare sostenevano sì la teoria della “malattia dell’anima” per la quale, piuttosto di addomesticare, era necessario negare il peccato dell’ira, evitando così la possibilità di coinvolgerelo nel girone degli impulsi negativi


Secondo le teorie di Platone, di Aristotele e poi degli Stoici, l’ira si trasforma in passione come “atto emozionale appartenete alla zona irrazionale dell’anima”, quindi al pari degli altri vizi capitali, l’ira è una “malattia dell’anima”. Pur essendo considerata una deformazione, l’ira secondo Aristotele, Platone e anche gli Epicurei è un peccato a cui addomesticare e incanalare tutte le altre passioni che possono fuorviare il giusto compimento delle azioni umane. Ma anche tra i filosofi c’è chi non la pensa così: gli Stoici e gli Scettici in particolare sostenevano sì la teoria della “malattia dell’anima” per la quale, piuttosto di addomesticare, era necessario negare il peccato dell’ira, evitando così la possibilità di coinvolgerelo nel girone degli impulsi negativi

domenica 11 marzo 2012

Erasmo da Rotterdam. Elogio alla follia. La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia

Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v’è pace tra le bestie velenose. Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo.
Erasmo da Rotterdam


"Poniamo che un tizio volesse strappare la maschera a degli attori che sostengono la loro parte su di un palcoscenico e rivelare agli spettatori le loro facce vere e reali. Non guasterà costui tutta la finzione scenica e non meriterà d'esser preso per matto furioso e cacciato dal teatro a sassate? D'improvviso lo spettacolo assumerà un nuovo volto: prima c'era una donna, ora c'è un uomo, prima un vecchio, ora un giovane; chi era re, d'un colpo è divenuto una canaglia e chi era un dio, lì per li ci appare un omiciattolo. Ma togliere l'illusione significa mandare a monte tutto quanto il dramma, poiché proprio l'inganno della finzione scenica incanta l'occhio dello spettatore. Orbene! Che cos'è la vita dell'uomo, se non una commedia, in cui ognuno va coperto d'una maschera sua particolare e ognuno recita la sua parte, sinché il regista lo allontana dalla scena? Sempre il regista affida al medesimo attore il compito ora di mettersi addosso la porpora regale e ora gli stracci d'un miserabile schiavo. Dunque sul palcoscenico tutto è posticcio, ma la commedia della vita non si svolge in un modo diverso".
Erasmo da Rotterdam


Erasmo da Rotterdam, La leggerezza all’origine della stirpe umana.
“Innanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l’asta di Pallade dal padre possente, né l’egida di Giove adunator di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre degli dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l’Olimpo intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli, deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico sembiante con cui spaventa a suo piacimento, e, come un povero commediante qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto agli stoici che si credono così vicini agli dèi, datemene uno che sia stoico magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille colte! Anche lui dovrà deporre, se non la barba che è l’insegna della sapienza (comune, a dir vero, con i caproni), certamente il suo sussiego; dovrà spianare la fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero divenire padre, insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.”
ERASMO da ROTTERDAM (1446 – 1536), “Elogio della Follia”, a cura, trad., introd. e nota bibliografica di Eugenio Garin, Mondadori, Milano 2011 (ristampa, I ed. 1992), XI, p. 18.
“ Principio quid esse potest uita ipsa vel dulcius, vel pretiosius? At hujus exordium cui tandem acceptum ferri convenit, nisi mihi? Neque enim aut ὀβριμοπάτρης hasta Palladis, aut νεφεληγερέτου Jovis ægis hominum genus vel progignit, vel propagat. Verum ipse Deum pater atque hominum Rex, qui totum nutu tremefactat Olympum, fulmen illud trisulcum ponat oportet, et vultum illum Titanicum, quo, cum lubet, Deos omneis territat, planeque histrionum more, aliena sumenda misero persona, si quando velit id facere, quod numquam non facit, hoc est παιδοποιεῖν. Jam vero Stoici se Diis proximos autumant. At date mihi terque quaterque, aut si libet, sexcenties Stoicum, tamen huic quoque, si non barba insigne sapientiæ, etiam si cum hircis commune, certe supercilium erit ponendum, explicanda frons, abjicienda dogmata illa adamantina, ineptiendum ac delirandum aliquantisper. In summa, me, me inquam, sapiens accersat oportet, si modo pater esse velit.”
DESIDERII ERASMI ROTERDAMI “Μωρίας Εγκώμιον sive Stultitiæ Laus Declamatio”, cum Commentariis Gerardi Listrii, ineditis Oswaldi Molitoris, et Figuris Johannis Holbenii, Guil. Gottl. Beckerus Basileæ M.DCC. LXXX (I ed. Gilles de Gourmont, Parisiis 1511, incompleta e all’insaputa dell’A.), pp. 27 – 39.


Erasmo da Rotterdam, “L’educazione precoce e liberale dei fanciulli” (1529)
Con i loro figli gli uomini possono sbagliare in tre modi:
perché trascurano del tutto la loro educazione,
perché si accorgono troppo tardi dell’importanza di questa
o perché i maestri ai quali li affidano insegnano
cose che non servono.
Vi sono persone il cui animo gretto
impedisce loro di assumere un insegnante qualificato;
e sempre avviene che si paga più uno scudiero
che l’educatore del proprio figlio.
Volesse il cielo che fossero meno numerosi coloro
che spendono di più per i loro capricci
che per l’educazione di un figlio.


I Potenti sono sfortunati perché attorno a loro ci sono solo elogiatori,
pronti a velare ogni verità che risulti sgradita al padrone.
Erasmo da Rotterdam

La mente umana è fatta in modo tale che è molto più suscettibile alla menzogna che alla verità
Erasmo da Rotterdam


Ciò che l'occhio è per il corpo, la ragione lo è per l'anima.
Erasmo da Rotterdam

A forza di sterminare animali, si capì che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo.
Erasmo Da Rotterdam



Per qual motivo io sia venuta innanzi a voi in questa insolita acconciatura, lo sentirete fra breve, se non vi è grave prestar orecchio alle mie parole. Non certo come lo porgevate ai predicatori sacri, ma piuttosto come facevate con i ciarlatani di piazza, con gli scrocconi e con i buffoni [...]. Mi piacerebbe con voi fare un pò il sofista, non però di quella razza che oggi inculca nei ragazzetti quisquilie da togliere il fiato comunicando loro una ostinazione a disputare peggio delle femmine; ma imiterò quegli antichi che, pur di evitare il nome malfamato di sapienti, preferiscono dieci sofisti. L’occupazione di costoro consisteva nel celebrare con i loro elogi gli dèi e gli eroi. Sentirete dunque l’elogio, non già di Ercole o di Solone, ma di me in persona, la Pazzia.
Erasmo, Elogio della Pazzia


Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia


La via della saggezza passa per la follia. Le passioni non soltanto fanno da piloti nel porto della saggezza, ma si trovano in tutte le azioni secondo virtù, come degli sproni stimolanti a fare del bene
Erasmo da Rotterdam


La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia. Secondo i Peripatetici invece le passioni sono le navi che ci conducono al porto della saggezza, ci stimolano e ci spronano sul cammino della virtù, esortandoci ad agire correttamente.
Elogio alla follia, Erasmo da Rotterdam



Follia è libertà degli affanni. Qualunque cosa dicano di me i mortali (so bene, signori miei, troppo bene, che la pazzia gode di pessima reputazione anche tra i folli più folli) ebbene, sono io la sola, proprio io in carne ed ossa, grazie ai miei poteri sovrannaturali, a infondere serenità nel cuore degli uomini e degli dei.
Erasmo Da Rotterdam, Elogio della Follia


Ma per non seguitar all'infinito e per offrirvi il succo della cosa, a parer mio tutta la religione cristiana ha una specie di parentela con la pazzia e non va punto d'accordo con la sapienza. Ne volete le prove? Osservate anzitutto che quelli che piú trovano piacere nelle funzioni sacre e in tutte le cose di religione, che si strofinano sempre agli altari sono ragazzi, vecchi, donne, ignoranti. È madre natura che ve li spinge, si sa; nient'altro. In secondo luogo vedete tutti quei primi fondatori di religione: costoro abbracciavano una vita di straordinaria semplicità ed erano della cultura nemici irriconciliabili. Infine non si trovano pazzi piú dissennati di coloro che si son lasciati prendere una volta da ardore di pietà cristiana: eccoli profondere i loro averi, non curarsi di offese, lasciarsi ingannare, non far differenza fra amici e nemici, aver in orrore il piacere, ingrassare a forza di digiuni, veglie, lagrime, lavori e ingiurie, aver in uggia la vita, non bramar che la morte; in una parola son diventati pare assolutamente ottusi ad ogni senso comune, come se il loro animo vivesse altrove non dentro il corpo. E questa che cos'altro è se non pazzia? Non c'è da meravigliarsi se gli Apostoli sembravano briachi di vin dolce o se san Paolo parve addirittura al giudice Festo un pazzo. 
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


E poi ci sono i filosofi, venerandi per barba e mantello: affermano di essere i soli sapienti; tutti gli altri sono soltanto ombre inquiete. Ma com'è bello il loro delirio quando costruiscono mondi innumerevoli; quando misurano, quasi col pollice e il filo, il sole, la luna, le stelle, le sfere; quando rendono ragione dei fulmini, dei venti, delle eclissi e degli altri fenomeni inesplicabili, senza la minima esitazione, come se fossero a parte dei segreti della natura artefice delle cose, come se venissero a noi dal consiglio degli Dèi! La natura, intanto, si fa le grandi risate su di loro e sulle loro ipotesi. A dimostrare che nulla sanno con certezza, basterebbe quel loro polemizzare sulla spiegazione di ogni singolo fenomeno. Loro, pur non sapendo nulla, affermano di sapere tutto; non conoscendo se stessi e non accorgendosi, a volte, della buca o del sasso che hanno sotto il naso, o perchè in molti casi ci vedono poco, o perchè sono altrove con la testa, sostengono di vedere idee, universali, forme separate, materie prime, quiddità, ecceità, e cose tanto sottili da sfuggire, credo, persino agli occhi di Linceo. Disprezzano in particolare il profano volgo, quando confondono le idee agli ignoranti con triangoli, quadrati, circoli, e figure geometriche siffatte, disposte le une sulle altre a formare una specie di labirinto, e poi con lettere collocate quasi in ordine di battaglia e variamente manovrate. Nè mancano, fra loro, quelli che, consultando gli astri, predicono l'avvenire promettendo miracoli che vanno al di là della magia; e, beati loro, trovano anche chi ci crede. 
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


D'altra parte quale città ha mai voluto applicare le leggi di Platone o Aristotele e le massime di Socrate? E così qual impulso persuase i Deci a offrirsi spontaneamente in olocausto agli dèi Mani? Qual istinto ha trascinato Curzio nell'abisso se non la gloria, ch'è vana? Ella è una sirena dolcissima davvero, ma con quanto accanimento la condannano questi sapienti! Dicono essi: non v'è pazzo più grande del candidato alle elezioni, il quale umilmente si presta ad adulare il popolo, ne compra il favore con donativi, va in caccia degli applausi d'una massa di pazzi, è tutto contento quando lo acclamano, si lascia portare intorno in trionfo perchè il popolo lo ammiri, come si fa per le immagini dei santi, e infine ammette di star ritto nella pubblica piazza effigiato nel bronzo.
Con tali buaggini fanno il palo le adozioni di nomi e soprannomi, gli onori divini offerti ad uomini da nulla, e le pubbliche cerimonie con cui tiranni scelleratissimi vengono elevati al rango di divinità. Queste son davvero mattie belle e buone e non basterebbe un sol Democrito a farsene le dovute beffe. C'è qualcuno che dice di no? Eppure proprio a questa sorgente gli eroi attingono l'ispirazione per le audaci imprese che tanti uomini eloquenti levano sino al cielo nei loro scritti. Una tal forma di pazzia fa nascere le città e su di essa si fondano gli imperi, le repubbliche , la religione, le assemblee e i tribunali. E in definitiva la vita degli uomini nient'altro è che un gioco della pazzia.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia




“…è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge anche l’uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d’intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o nei giardini di Tantalo”.
Erasmo da Rotterdham, Elogio della follia, cap. 30


...Colui che afferra il timone dello stato si fa amministratore del pubblico non dei suoi privati, non deve allontanarsi neppur di un mignolo dalle leggi, delle quali lui è autore ed esecutore, deve rispondere lui della correttezza dei suoi amministratori . Lui solo infatti è continuamente esposto agli occhi di tutti e, come un astro benigno, con la sua integrità, può influire molto favorevolmente sulle cose umane, e può anche, come funesta cometa, recar la più grande rovina; chè dei vizi di privati non ci si risente allo stesso modo, ne si diffondono con ugual virulenza, laddove Lui si trova in tal posizione che, per poco che si allontani dal retto, immediatamente il suo malo esempio serpeggia, contagiando un numero infinito di uomini....
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


“Perciò, visto che fra i molti meriti di Bacco è considerato a ragione il più importante quello di ripulire l’animo dalle preoccupazioni (e questo soltanto per un tempo molto breve: infatti, appena smaltito il caro vino, subito su bianche quadrighe, come si dice, ritornano le ansie), quanto è più completo e più efficace il beneficio che procuro io riempiendo la mente, per mezzo di una specie di perpetua ebbrezza, di gioie, di piaceri, di esplosioni di allegria, e per di più senza alcuna fatica? E non permetto a nessun mortale di non prendere parte al mio dono…”
Erasmo da Rotterdam, “L’elogio della follia”



Bisogna essere grezzi e ignoranti per piacere prima di tutto a sé stessi e poi per riscuotere l'ammirazione altrui. Solo uno sciocco può ambire alla cosiddetta vera cultura, perché in primo luogo acquisirla è assai gravoso e in secondo luogo non offre alcun vantaggio. L'uomo dotto si ritrova solo, respinto e isolato dal mondo.
Erasmo, Elogio della Follia


“Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno?
Chi è interiormente combattuto, potrà forse andare d’accordo con altri?
Potrà, chi è sgradito e molesto a se stesso, riuscire gradevole a un altro?
Nessuno, credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo più pazzo della Follia stessa.”
Erasmo da Rotterdam, "Elogio della follia"




Ho conosciuto una volta un tale, dotto in svariati campi: 
sapeva di greco, di latino, di matematica, di filosofia, di medicina, e questo a livello superiore. Ormai sessantenne, messo da parte tutto il resto, da oltre vent'anni si tormenta sulla grammatica, ritenendo di poter essere felice se vivrà abbastanza da stabilire con certezza come vadano distinte le otto parti del discorso; finora nessuno, né dei Greci né dei Latini, ci è riuscito pienamente. Di qui quasi un caso di guerra se uno considera congiunzione una locuzione avverbiale. A questo modo, pur essendovi tante grammatiche quanti grammatici, anzi di più se solo il mio amico Aldo Manuzio ne ha pubblicate più di cinque, questo tale non tralascia di leggerne ed esaminarne minuziosamente nessuna, per barbara o goffa che sia nello stile. Guarda infatti con sospetto chiunque faccia in materia un tentativo, sia pure insignificante, attanagliato com'è dalla paura che qualcuno lo privi della gloria, rendendo vane così annose fatiche. Preferite chiamarla follia o stoltezza? A me poco importa, purché siate disposti a riconoscere che, per mio beneficio, l'animale più infelice di tutti può attingere una tale felicità da non volere scambiare la propria sorte neppure con quella dei re persiani.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia




ERASMO DA ROTTERDAM. IL DENARO.
C’è chi si prodiga con ogni cura per gli affari degli altri mentre trascura i propri, e chi, preso nel giuoco dei debiti, prossimo a fallire, si crede ricco del denaro altrui; un altro pone all’apice della sua felicità morire povero pur di arricchire l’erede.

Questi per un guadagno modesto, e per giunta incerto, corre tutti i mari, affidando la vita, che il denaro non ricompra, alle onde e ai venti; quello preferisce cercare di arricchirsi in guerra piuttosto che starsene al sicuro in casa sua. Ci sono di quelli che credono si possa arrivare alla ricchezza senza la minima fatica andando a caccia di vecchi senza eredi; nè manca chi, in vista dello stesso risultato, opta per un legame con vecchiette danarose. Gli uni e gli altri offrono agli Dei che stanno a guardare uno spettacolo oltremodo divertente, quando si fanno abbindolare proprio da coloro che vogliono intrappolare.

La razza più stolta e abietta è quella dei mercanti che, pur trattando la più sordida delle faccende e nei modi più sordidi, pur mentendo, spergiurando, rubando, frodando a tutto spiano, si credono da più degli altri perché hanno le dita inanellate d’oro.

Nè mancano di adularli certi fraticelli che li ammirano e li chiamano apertamente venerabili, senza dubbio perché una piccola parte degli illeciti profitti vada a loro.

Altrove puoi vedere dei Pitagorici, a tal segno convinti della comunanza dei beni, che, se trovano qualcosa d’incustodito, tranquillamente se ne appropriano come l’avessero ricevuto in eredità.

C’è chi, ricco solo di speranze, sogna la felicità, e già questo sogno, per lui, è la felicità.

Taluni si compiacciono di essere creduti ricchi, mentre a casa loro muoiono di fame.

Uno si affretta a dilapidare tutto quello che possiede; un altro accumula con mezzi leciti e illeciti. Questo si fa portare candidato perché ambisce a pubbliche cariche, quello è contento di starsene accanto al fuoco. E sono tanti quelli che intentano interminabili cause e che, portatori di opposti interessi, fanno a gara per arricchire il giudice che accorda rinvii, e l’avvocato che è in combutta con la parte avversa.

Uno ha la mania di rinnovare il mondo, un altro propende per il grandioso. C’è chi, senza nessuna ragione d’affari, lascia a casa moglie e figli e se ne va a Gerusalemme, a Roma, a San Giacomo di Compostella.”

Erasmo da Rotterdam, L’elogio della pazzia


http://youtu.be/L6Ktzj2xpXo














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