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giovedì 9 febbraio 2012

Memorie di una geisha. Il cuore muore di morte lenta. Perdendo ogni speranza come foglie. Finché un giorno non ce ne sono più. Nessuna speranza. Non rimane nulla. Se un albero non ha né foglie né rami, si può ancora chiamarlo albero? Lei si dipinge il viso per nascondere il viso. I suoi occhi sono acqua profonda. Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti.

Una storia come la mia non andrebbe mai raccontata, perché il mio mondo è tanto proibito quanto fragile, senza i suoi misteri non può sopravvivere. Di certo non ero nata per una vita da geisha, come molte cose nella mia strana vita, ci fui trasportata dalla corrente. La prima volta che seppi che mia madre stava male, fu quando mio padre ributtò in mare i pesci, quella sera soffrimmo la fame, "per capire il vuoto”, lui ci disse. Mia madre diceva sempre che mia sorella Satsu era come il legno, radicata al terreno come un albero sakura. Ma a me diceva che ero come l'acqua, l'acqua si scava la strada attraverso la pietra, e quando è intrappolata, l'acqua si crea un nuovo varco.“
Arthur Golden, Memorie di una geisha.



Al tempio c’è una poesia intitolata “la mancanza”, incisa nella pietra.
Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate.
Non si può leggere la mancanza, solo avvertirla.
Arthur Golden, Memorie di una geisha.

Imparai quanto fosse pericoloso focalizzare la propria attenzione soltanto su ciò che non c'è.
Arthur Golden, Memorie di una Geisha.


Mia madre diceva sempre che mia sorella Satsu era come il legno, radicata al terreno come un albero sakura. Ma a me diceva che ero come l'acqua, l'acqua si scava la strada attraverso la pietra, e quando è intrappolata, l'acqua si crea un nuovo varco.
Sayuri Nitta, da “Memorie di una geisha”


Conduciamo la nostra esistenza come acqua che scende lungo una collina, andando più o meno in un'unica direzione finché non urtiamo contro qualcosa che ci costringe a trovare un nuovo corso.
Arthur Golden, Memorie di una geisha.


Le avversità assomigliano a un forte vento, che non soltanto ci tiene lontani dai luoghi in cui altrimenti saremmo potuti andare, ma ci strappa anche di dosso tutto il superfluo cosicché in seguito ci vediamo come realmente siamo, e non come ci piacerebbe essere.
Arthur Golden, Memorie di una geisha.

Ascolta, Chiyo, avanzare barcollando nella vita è un ben triste modo di procedere. 
Devi imparare a scegliere tempo e luogo per ogni cosa. 
Un topo che vuole ingannare il gatto 
non fa capolino dalla sua tana ogni volta che ne sente la voglia.
Mameha / Memorie di una geisha



Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte a esso siamo impotenti.
E' come una finestra che si apre di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un pò meno, finchè non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto.
Arthur Golden, Memorie di una geisha.


Il cuore muore di morte lenta. Perdendo ogni speranza come foglie.
Finché un giorno non ce ne sono più. Nessuna speranza.
Non rimane nulla.
Se un albero non ha né foglie né rami, si può ancora chiamarlo albero?
Lei si dipinge il viso per nascondere il viso. I suoi occhi sono acqua profonda.
Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti.
... La geisha è un'artista del mondo che fluttua. Danza. Canta. Vi intrattiene.
Tutto quello che volete.
Il resto è ombra. Il resto è segreto.
Non si può dire al sole "più sole". O alla pioggia "meno pioggia".
Per un uomo, la geisha può essere solo una moglie a metà. 

Siamo le mogli del crepuscolo. 
Eppure apprendere la gentilezza, 
dopo tanta poca gentilezza, 
capire come una bambina con più coraggio di quanto creda, 
trovi le sue preghiere esaudite, non può chiamarsi felicità?
Dopo tutto, queste non sono le memorie di un'imperatrice, 

né di una regina. Sono memorie... di un altro tipo...
Arthur Golden, Memorie di una geisha.


Non puoi considerarti una vera geisha
finché non riuscirai a fermare un uomo per la strada con un solo sguardo
Arthur Golden, Memorie di una geisha.


“Quando Mameha mi assegnò il nuovo nome sentii la piccola Chiyo sparire dietro una maschera bianca con labbra rosse. Ormai ero una maiko, un'apprendista geisha. Da quel momento dissi a me stessa: quando preparo il tè, quando verso il sakè, quando danzo, quando lego il mio obi, sarà per il direttore generale, finché non mi troverà. Finché non sarò sua…”
Arthur Golden, Memorie di una geisha.





Lei si dipinge il viso per nascondere il viso. I suoi occhi sono acqua profonda.
Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti.
La geisha è un'artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. 
Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è segreto.
Kiyo Murakami. Memorie di una geisha


Noi GEISHE non siamo cortigiane, e non siamo mogli.
VENDIAMO LA NOSTRA ABILITA', non il nostro corpo.
CREIAMO UN ALTRO MONDO, SEGRETO... UN LUOGO SOLO DI BELLEZZA.
LA PAROLA GEISHA SIGNIFICA ARTISTA, ed ESSERE GEISHA VUOL DIRE ESSERE VALUTATA COME UN'OPERA D'ARTE IN MOVIMENTO.
Arthur Golden, Memorie di una geisha.


Il mare era in tempesta, con onde che parevano pietre scheggiate, tanto acuminate da essere taglienti. Mi pareva che il mondo intero stesse provando le mie stesse sensazioni.
Arthur Golden, Memorie di una Geisha.


Da quel momento non riuscii più ad ascoltare le loro voci, perché udivo nelle mie orecchie un rumore simile a quello prodotto dalle ali di un uccello in preda al panico.
Arthur Golden, Memorie di una Geisha. 


il pescatore tirò fuori il pesce per pulirlo, e questo iniziò a emettere suoni che sembravano proprio parole umane,ma l’uomo non riusciva a comprendere il significato. Il pesce iniziò a boccheggiare visto che era fuori dall’acqua allora il pescatore con gli altri decisero di ammazzarlo, ma proprio in quel momento arrivò un vecchio che affermava di capire ogni singola parola del pesce perchè parlava il russo. Stava per morire quindi mormorava a poco..e al vecchio gli disse: ‘Dì loro di non esitare a togliermi pure le interiora. Non ho alcun motivo di sopravvivere. Quel pesce laggiù, che è morto un attimo fa.. era la mia sposa.’
Arthur Golden, Memorie di una Geisha. 


http://youtu.be/tvBhi5V-1OA




Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. 

Memorie di una geisha
Memorie di una geisha (Memoirs of a Geisha) è un romanzo dello scrittore statunitense Arthur Golden, pubblicato nel 1997, che narra la storia di una geisha che lavora a Kyōto prima della Seconda Guerra Mondiale.

Trama 

La piccola Chyio è una bambina cresciuta in una famiglia di pescatori in un piccolo villaggio chiamato Yoroido. Per poter avere il denaro necessario che serviva a dare una degna sepoltura alla moglie, il padre della protagonista la vende, assieme alla sorella più grande, ad una casa di geishe a Kyoto. L'intermediario tra il padre e l'okiya è un certo Tanaka, proprietario della compagnia ittica per la quale lavora il padre. Dapprima Tanaka illude la protagonista di voler adottare lei e sua sorella Satsu in vista della morte della madre per tumore alle ossa e del padre a causa della vecchiaia, ma dopo le conduce in una stazione ferroviaria e le consegna ad uno dei dipendenti dell'okiya Nitta perché le porti a Gion, il quartiere delle geishe di Kyoto. Giunte a destinazione però vengono separate e la sorella maggiore Satsu viene venduta ad un bordello. Dall'ingresso nell'okyia entrano in scena altri personaggi del romanzo: la Madre (la proprietaria dell'okyia e geisha in pensione), Zietta (la "sorella minore" della Madre e geisha fallita), la Nonna (la geisha che ha adottato molto tempo prima le due precedenti donne), Hatsumomo (l'unica geisha della casa), Zucca (una bambina quasi coetanea di Chiyo venduta all'okyia) e le domestiche. La vita nella casa di geishe sembra essere subito molto dura, soprattutto a causa della geisha Hatsumomo che non mancherà mai di farle subire la sua cattiveria. Durante questi primi mesi Chiyo e Zucca diventano molto amiche, ma la loro amicizia è ostacolata da Hatsumomo.
Chiyo comincia le lezioni per diventare geisha anche se il suo unico desiderio è quello di ricongiungersi con la sorella e tornare a casa. Dopo molto tempo riesce a mettersi in contatto con Satsu e decidono di scappare insieme, ma la protagonista non si presenterà all'appuntamento prefissato perché, cercando di scappare dal tetto, cadrà a terra rompendosi un braccio. A questo punto la Madre decide di non investire più soldi nell'educazione della ragazza a causa del suo tentativo di fuggire e la fa lavorare come domestica, non più come geisha. Un giorno il signor Tanaka le scrive una lettera, informandola che il suo assistente e Satsu sono fuggiti dal villaggio di pescatori dove lei era nata e che entrambi i suoi genitori sono morti. Chyio decide allora che non le rimane altra scelta se non quella di cercare in tutti i modi di diventare una geisha. L'incontro con il Presidente cambierà il suo destino. Chiyo viene contattata dalla geisha più famosa di Gion, Mameha, disprezzata da Hatsumomo sia perché è la sua rivale in fascino e notorietà, sia perché questa si è guadagnata la sua indipendenza come geisha grazie ad un danna (il protettore) molto ricco. Mameha adotta Chiyo come sorella minore, facendola diventare un'apprendista (maiko) e la prepara per diventare una brava geisha. L'entrata della protagonista nell'apprendistato è segnata dal cambio del nome. D'ora in poi si chiamerà Sayuri. Inizialmente la sua carriera procede molto a rilento a causa di Hatsumomo che cerca in tutti i modi di ostacolare il suo successo, ma dopo che il suo mizuage (la sua verginità) viene venduto ad un prezzo tale da estinguere tutti i suoi debiti contratti con l'okiya da quando è stata comprata, la Madre decide di adottarla e pone così fine alle persecuzioni di Hatsumomo che in seguito sarà cacciata dall'okyia. Sayuri spera ardentemente di poter intrattenere il Presidente, ma le vicende la portano invece a stare sempre più insieme al suo socio in affari: Nobu Toshikazu, eroe di guerra senza un braccio e con il corpo, in particolare il volto, sfigurati. Quest'uomo molto burbero si invaghisce di Sayuri ed essa è costretta a causa del suo lavoro a stare più con lui che con il suo amato Presidente.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale rappresenta un'altra sfida di rilievo per l'eroina. Viene salvata dalla vita in fabbrica grazie a Nobu che la fa andare da un suo amico e creatore di kimono. Dopo tanti anni di lavoro la sua bellezza fisica viene appannata dal lavoro manuale e dalla mancanza di cibo. La vita di sfarzi ed eleganze è rimpiazzata da una nuova realtà: la sua personale valle oscura. Un giorno, dopo la fine della guerra e la riapertura del quartiere di geishe, Nobu la va a trovare e richiede la sua presenza per intrattenere il vice ministro delle finanze che ha il compito di controllare l'operato della fabbrica della quale Nobu è il direttore generale e di conseguenza, Iwamura Ken ne è il Presidente. Sayuri riesce a convincere la Madre a riaprire l'okiya e torna a lavorare come geisha.
La sua vita sta però precipitando verso Nobu, che si è inoltre proposto come suo danna, finquando lei non decide di attuare un piano che metterà l'uomo in condizione di rifiutarla. Lei si concede al primo ministro e chiede a Zucca di sorprenderli, ma l'amica si porta con sé il Presidente. In seguito, quest'ultimo richiede la presenza della ragazza in una casa da tè. Qui lui le confida che Nobu ha deciso di rifiutare di diventare il suo danna, che Mameha l'aveva presa sotto la sua ala quando era una bambina grazie a lui e che la desidera più di ogni altra donna, poi la bacia appassionatamente. Infine diventa suo danna, la libera dall'okiya e la libera anche dal lavoro di geisha (per fare in modo che Nobu non la incontri più). Successivamente, dopo che Sayuri partorisce un figlio dal presidente (anche se la faccenda rimane molto implicita nel racconto), si trasferisce a New York dove apre un'elegante casa da tè per uomini d'affari giapponesi. Sayuri si trasferirà lì per il resto della vita, continuando a vedere il suo amato Presidente tutte le volte in cui egli si recherà in America per affari.

Controversia 

Dopo che il romanzo fu pubblicato, Arthur Golden fu denunciato dalla geisha Mineko Iwasaki con la quale lavorava, per diffamazione e violazione di contratto. Secondo la querelante, l'accordo prevedeva che Golden avrebbe dovuto mantenere l'anonimato totale su Mineko Iwasaki; invece, il suo nome ed il suo contributo sono chiaramente citati nei ringraziamenti a fondo libro. Tale condizione contrattuale era dovuta all'esistenza di un tacito accordo nella comunità delle geishe sulla riservatezza e la sua violazione è considerata un'offesa seria. Oltretutto, Iwasaki afferma che il romanzo di Golden ritraeva le geishe come prostitute d'élite. Ad esempio, nel romanzo la verginità di Sayuri viene venduta al miglior offerente, un concetto che ha particolarmente offeso Iwasaki. Lei affermò che non solo questo non le era mai successo, ma che non esisteva assolutamente una tale pratica a Gion. Basando il suo personaggio, Sayuri, su Iwasaki e implicando che lei stessa era una prostituta, Iwasaki afferma che Golden ha violato il suo accordo e causato grande disonore ed onta a lei ed al mondo delle geishe. Dopo che il suo nome fu stampato sul libro, Iwasaki ha ricevuto numerose minacce di morte e richieste di censura per aver disonorato la sua professione. Nel 2003, la Iwasaki e la casa editrice di Golden sono giunti ad un accordo extragiudiziale per una somma di denaro il cui ammontare non è stato reso pubblico.[1][2]





Immagine stupenda, intensa... tanto da tradire la stessa frase di Kiyo Murakami.





ARTE E' VITA


  Aut-Aut

mercoledì 11 gennaio 2012

Daniel Pennac. Il verbo leggere non sopporta l'imperativo avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo "amare"... il verbo "sognare"... Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: "Amami!" "Sogna!" "Leggi!" "Leggi! Ma insomma, leggi diamine, ti ordino di leggere!" "Sali in camera tua e leggi!" Risultato? Niente.

«Ma così è la vita: se incontri un essere umano nella folla, seguilo... seguilo».
Daniel Pennac, “La fata Carabina”

Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore, quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno sull'orlo della tomba, e continuano in macchina, del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche; ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta, quelli che annegano nelle lacrime che versano, quelli che sono contenti, sbarazzati da qualcuno; ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, traslocano, cambiano continente, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore; ci sono quelli che fanno il pic-nic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa, ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito; ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza, ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con-l'età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che; è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l'epoca, la vita; ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.
Daniel Pennac, “La fata Carabina”


Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere
Daniel Pennac


Il verbo leggere non sopporta l'imperativo avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo "amare"... il verbo "sognare"... Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: "Amami!" "Sogna!" "Leggi!" "Leggi! Ma insomma, leggi diamine, ti ordino di leggere!" "Sali in camera tua e leggi!" Risultato? Niente.
Daniel Pennac


Alla fine, è Jeremy a restaurare l'ordine naturale delle cose domandando: "Di' un po', Ben, mi sapresti dire perché quello schifo di un participio passato si accorda con quel fottutissimo complemento oggetto diretto quando è messo prima di quel merdosissimo ausiliare essere?".
"Avere, Jeremy, davanti all'ausiliare avere."
"Come preferisci. Theo non è capace di spiegarmelo."
"Io per la meccanica ..." fa Theo con un gesto vago.
E spiego, spiego la buona vecchia regola stampando un bacio paterno su ogni fronte. E' che, vedete, un tempo, il participio s'accordava con il complemento oggetto diretto, sia che questo fosse prima, sia dopo l'ausiliare avere. Ma la gente dimenticava così spesso l'accordo quando il complemento era piazzato dopo, che il legislatore grammaticale trasformò l'errore in regola. Ecco. Le cose stanno così. Le lingue evolvono nel senso della pigrizia. Si, si, "deplorevole".
Daniel Pennac, "Il paradiso degli orchi"


La vita non è un romanzo, lo so... lo so.
Ma solo lo spirito del romanzo può renderla vivibile
Daniel Pennac- "La prosivendola"



Invecchiare, che orrore "diceva mio padre" ma è l'unico modo che ho trovato per non morire giovane
Daniel Pennac

A nascere son buoni tutti! Persino io sono nato! Ma poi bisogna divenire! divenire! crescere, aumentare, svilupparsi, ingrossare (senza gonfiare), accettare i mutamenti (ma non le mutazioni), maturare (senza avvizzire), evolvere (e valutare), progredire (senza rimbambire), durare (senza vegetare), invecchiare (senza troppo ringiovanire), e morire senza protestare, per finire... un programma enorme, una vigilanza continua... perché a ogni età l'età si ribella contro l'età, sai! E se fosse solo questione di età... ma c'è anche il contesto!
Daniel Pennac. Il Signor Malaussène


Sì, è la prerogativa dei somari, raccontarsi ininterrottamente la storia della loro somaraggine: faccio schifo, non ce la farò mai, non vale neanche la pena provarci, tanto lo so che vado male, ve l'avevo detto, la scuola non fa per me... La scuola appare loro un club molto esclusivo di cui si vietano da soli l'accesso. Con l'aiuto di alcuni professori, a volte.
Daniel Pennac



Grande Daniel Pennac. Se non erro, la frase è estrapolata dal suo libro "Diario di scuola". Libro meraviglioso che consiglio a tutti




Purtroppo molte autolimotazioni le creaimo noi stessi altre arrivano gratuite da una società che tende a conformarci uno all'altro. Dovremmo comprendere che in ognuno di noi esite il D'Io e un talento...che ognuno di noi è unico. Se riconoscessimo ciò anche nell'altro comprenderemmo che noi potremmo essere forza per l'altro e gli altri per noi. Entheos fa proprio questo...sono Entheos




Questo non vale solo per la scuola ma anche per molte situazioni della vita.
E se a scuola qualche buon insegnante lo si incontra ancora, nella vita oggi più che mai è difficile incontrarne



Il danno che alcuni di noi docenti, facciamo ai ragazzi non riguarda solo i somari c.d., ma anche le eccellenze i cui talenti andiamo a misurare con il bilancino da farmacista, negando il mezzo voto così da non prendere 100 o la lode.




Sono daccordo con Pennac molte volte la scuola assomiglia ad un club esclusivo.
È pazzesco ..bisogna chiedere la raccomandazione per entrare e per ottenere la sezione: " migliore “.....



Bellissima frase.... il compito più difficile, ma più gratificante, per gli insegnanti è far crescere gli allievi con la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità: nessuno è "somaro", ognuno ha dei talenti, bisogna saperli mettere in luce....


L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale.
Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre nessuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita.
Daniel Pennac, “Come un romanzo”


Se è così allora stasera niente tivù!'
Eh! Sì...
Sì... La televisione elevata alla dignità di ricompensa...
E, come corollario, la lettura relegata al rango di corvè.
E' nostra questa gran trovata...
Daniel Pennac, "Come un romanzo"


Che l'allievo di tanto in tanto incontri un professore pieno di entusiasmo
che sembra considerare la matematica per se stessa.
E la insegna come una delle Belle Arti.
E la fa amare in virtù della sua personale vitalità.
E grazie al quale lo sforzo diventa un piacere …
Questo dipende dalla casualità dell'incontro, non dalla genialità dell'Istituzione.
E' proprio degli esseri viventi di fare amare la vita,
anche sotto forma di un'equazione di secondo grado.
Ma la vitalità non è mai stata inserita nei programmi scolastici…
Qui c'è l'utilità.
La vita è altrove.
Leggere, si impara a scuola. Quanto ad amare leggere...
Daniel Pennac, "Come un romanzo"

I diritti imprescrittibili del lettore
1) Il diritto di non leggere.
2) Il diritto di saltare le pagine.
3) Il diritto di non finire un libro.
4) Il diritto di rileggere.
5) Il diritto di leggere qualsiasi cosa.
6) Il diritto al bovarismo.
7) Il diritto di leggere ovunque.
8) Il diritto di spizzicare.
9) Il diritto di leggere a voce alta
10) Il diritto di tacere.
Daniel Pennac


Il sapere è anzitutto carnale. Le nostre orecchie e i nostri occhi lo captano, la nostra bocca lo trasmette. Certo, ci viene dai libri, ma i libri escono da noi. Fa rumore, un pensiero, e il piacere di leggere è un retaggio del bisogno di dire
Daniel Pennac, “Diario di scuola”


Ogni studente suona il suo strumento, non c'è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l'armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un'orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all'insieme. Siccome il piacere dell'armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica. Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini.
Daniel Pennac, "Diario di scuola", Feltrinelli, 2008, pp. 107-108



Da insegnante rispondo: i figli nel gruppo classe sono diversi, nel confronto con profili differenti agiscono aspetti anche meno collaborativi e pacifici . Ci sn anche ragazzi meno motivati all' apprendimento , con prospettive meno verticali e poco tolleranti alla fatica dell' impegno. Primo compito dell' insegnante e' creare un clima relazionale positivo nel quale ognuno possa esprimere se stesso e al meglio. Gia' fare questo e' difficile perche' tocca la sfera emotiva di ciascun alunno, pertanto i genitori debono piu' stare dalla parte dei docenti e meno dalla parte dei figli perche' come i genitori operiamo su un terreno delicatissimo.





Se si studiasse più musica gli stessi studenti cercherebbero la armonia dell'orchestra piuttosto che il primo violino.



io non ho letto il libro ma mi piacerebbe molto! penso che Pennac stia parafrasando e ampliando la stracitata frase di Einstein del pesce che si arrampica sugli alberi applicandola al contesto scolastico! Un invito quindi a non demoralizzarsi mai, a lasciar perdere la convinzione instillata in alcuni di noi dall'esterno di essere solo piccoli stupidi e incapaci "triangoli" (nessuno lo è d'altra parte). Il compito dell'insegnante, che deve avere vocazione e passione per comunicare la bellezza di ciò che insegna, è di guidare gli studenti, apprezzare gli sforzi di chi non eccelle, incoraggiare questi a dare di più e a non nascondersi dietro la scusa del "non essere portato", il tutto con q.b. di amore e serietà... senza imbottire di erudizione e soprattutto senza autoritarismo che porta sì a disciplina ma anche a apatia,senso di inadeguatezza, crisi d'ansia, studio sterile e mnemonico, odio per le proprie materie etc etc Ovviamente l'insegnante non è un santo che può fare miracoli e quindi testo a parte fanno gli irriducibilmente svogliati,presuntuosi e maleducati che hanno la sola colpa di avere genitori pessimi












INSEGNARE È… PASSIONE PER L'IGNORANZA. COLLOQUIO CON DANIEL PENNAC



Daniel Pennac dialoga con Ilaria Tagliaferri. Dal numero 1 di “La Vita Scolastica” 2014/2015.
Pennac
Pseudonimo di Daniel Pennacchioni, Daniel Pennac da bambino è un pessimo allievo. Classe 1944, grazie al suo amore per la lettura e la scrittura si laurea in lettere all’Università di Nizza, e a partire dal 1970 inizia la sua attività di insegnante che lo appassiona. Contemporaneamente pubblica racconti, molti dei quali ispirati alla figura di Benjamin Malaussene, di professione… capro espiatorio.
Nel 1992 esce il famosissimo saggio Come un romanzo, nel quale Pennac stila i celebri “diritti del lettore”. Ed è proprio di libri, lettura e scuola che abbiamo parlato nel corso del nostro incontro. Affabulatore ironico, critico pungente, attento ascoltatore, Pennac ci ha raccontato le sue esperienze in classe con bambini e ragazzi.
La conversazione inizia dalla lettura della lectio magistralis tenuta da Pennac all’Università di Bologna in occasione del conferimento della laurea ad honorem in pedagogia, nel marzo 2013. Il titolo del testo è assai stimolante: Una lezione di ignoranza. “Sono convinto”, dice Pennac, “che il disastro scolastico dipenda dalla paura dell’insuccesso, dalla vergogna del fallimento, dal timore per il futuro e dalla solitudine mentale. La scuola è un baluardo fragile di fronte alla demagogia e alla pubblicità”.
Ne approfittiamo per chiedere quale sia il ruolo della lettura in questo contesto, e quale il motivo per cui i ragazzi non amano leggere. “Non riesco a togliermi dalla testa l’idea che la compagnia dei nostri autori favoriti ci renda più frequentabili a noi stessi, più capaci di preservare la nostra libertà di essere, di tenere sotto controllo il desiderio di possedere e consolarci della nostra solitudine.”
Molti sostengono che i ragazzi di oggi non leggono…
I motivi per i quali i ragazzi non amano leggere sono numerosi e ce li ripetiamo tutti i giorni: colpa dell’evoluzione del mondo che ci circonda, delle famiglie monoparentali, della mancanza di tempo e dei troppi impegni, dei ritmi frenetici... ma non è mai colpa degli insegnanti?
Vi propongo un esperimento: se all’inizio dell’anno scolastico vi mettete di fronte a una libreria (o in una biblioteca!) vedrete ragazzi che vi si presentano con la lista, come in farmacia, dei libri prescritti (da noi in Francia: una spruzzata di Baudelaire e dieci gocce di Balzac al giorno!), dietro alla quale riemergeranno con aria spaesata e stanca. Spesso l’indifferenza da parte loro alla lettura è causata dall’insegnamento “medico-legale” della letteratura, mentre è importante formare il lettore. Dobbiamo stare attenti a non diventare guardiani del tempio, e impegnarci invece a esserepasseur.
Può spiegarci la differenza?
I guardiani del tempio sono ovunque: ce ne sono tra i medici, i giuristi, e anche tra gli insegnantiSi riconoscono da ciò che decretano e da ciò che deplorano. Decretano eccellenza e deplorano mediocrità, ma non sono capaci di trasmettere niente, si sottraggono a ogni responsabilità personale. Guardiano del tempio non è una funzione, è uno stato d’animo, un ruolo. È la lettura limitata alla conoscenza, che viene considerata proprietà privata.
passeur invece sono coloro che trasmettono la cultura agli altri. Sono i curiosi di tutto, quelli che leggono tutto, che non confiscano... Passeur sono i genitori che si augurano di trasformare i figli in lettori, gli insegnanti le cui lezioni ci spingono a correre in libreria, i traduttori che aprono le frontiere dei paesi alle letterature, i librai che insegnano ai clienti i criteri della classificazione dei libri per far sì che la loro libreria diventi l’universo prediletto dal cliente, i bibliotecari capaci di raccontare i romanzi sui loro scaffali, gli editori che non rispondono alle logiche del mercato, i lettori che si ritrovano con una libreria piena di testi brutti perché quelli belli li hanno prestati senza la pretesa di riaverli indietro.

Come insegnante quali sono stati i suoi primi gesti per essere “passeur”?
La lettura è in grado di rendere luminosa la nostra solitudine, e per conciliarsi con essa è molto importante la noia: quando insegnavo, prescrivevo ai miei alunni venti minuti di solitudine e di noia al giorno. Dicevo loro di tornarsene a casa, di non parlare con nessuno lungo la strada e di non fermarsi al bar con gli amici. "Entrate in camera", dicevo "sedetevi sulla sponda sinistra del letto e prendete un orologio. Resistete così per 20 minuti, senza parlare, senza telefonare, senza studiare, senza fare niente. Domani me lo racconterete".
I cambiamenti sociali quanto hanno influito sull’essere bambini oggi?
I nostri alunni non sono certamente più quelli di cinquant’anni fa. Da allora infanzia e adolescenza hanno cambiato statuto, sono diventate clienti della società dei consumi.
Ai tempi in cui ero ragazzo si mangiava ciò che c’era in tavola e si leggevano i libri che trovavi nella libreria di casa tua, non c’era una letteratura specifica per i ragazzi, mentre oggi tutto è mutato, nel consumo di cibo, di giochi, nei mezzi di trasporto e comunicazione, nella scelta dei libri.
C’è un sentimento di maturità sociale che accomuna bambini e genitori, ed essi rivendicano gli stessi diritti, gli stessi telefonini, videogiochi. In questo modo adulti e ragazzi si collocano nell’ambito dell’“avere” ma sono convinti di stare in quello dell’“essere”. La nostra missione è quella di rimettere a posto i due campi.
Quali consigli dà agli insegnanti per avvicinare i ragazzi alla lettura?
Negli anni Ottanta leggevo ai ragazzi delle mie classi i libri ad alta voce e facevo loro imparare dei passaggi a memoria, spesso si trattava degli incipit. Numeravo ogni libro, uno per ogni settimana, poi giocavamo a interrogarci a vicenda chiamando il numero “dimmi il 3, dimmi il 7!” e anche io entravo nel gioco insieme a loro.
In questo modo mostravo loro come la mia memoria, a quarant’anni, fosse molto più labile della loro. Il discorso della memoria è fondamentale quando si parla di lettura, perché il mio scopo era che si costruissero una biblioteca mentale da portarsi dietro nel tempo, nel futuro.

Pensavo sempre al futuro quando leggevo per loro. Tant’è che mi è capitato una volta di incontrare un mio ex allievo che mi ha guardato fisso e si è messo a recitare l’inizio di Cent’anni di solitudine, che avevamo letto insieme quando lui frequentava la seconda media. Mi disse che ero stato io a infondergli la passione per la lettura: e adesso di professione fa il pilota di aerei, e mi ha confessato di avere l’abitudine di inserire il pilota automatico durante il viaggio, per poter leggere in pace qualche pagina. Al che non ho potuto fare a meno di chiedergli su quale tratta voli!
Oggi abbiamo classi con bambini di origine straniera: non è più difficile appassionarli alla lettura?
Quando c’erano molti bambini stranieri con una minima alfabetizzazione in francese chiedevo loro di tenere un quaderno vicino al letto, a casa, e di scrivere i loro sogni al mattino, di getto, anche con poche frasi. In classe dovevano raccontarmeli, leggermi ciò che avevano scritto e poi li riscrivevamo insieme, correttamente, rispettando le regole grammaticali. Niente interpretazioni: l’esercizio era utile per la scrittura e per fare un confronto tra le due dimensioni, quella del sogno e quella del racconto.
Come cambia l’atteggiamento dei ragazzi che diventano lettori nei confronti di coloro che ancora non si sono riconciliati con la lettura?
In Come un romanzo ho scritto il primo dei diritti, quello di NON leggere: notavo che i bambini che si erano riconciliati con la lettura tendevano a disprezzare quelli che non lo avevano fatto, scordandosi che poco prima a non leggere erano proprio loro stessi. La lettura è un atto in cui si tende a ieratizzare inconsciamente il lettore. Ho lottato a lungo contro la propensione dei ragazzi riconciliati con la lettura a diventare loro stessi guardiani del tempio, mentre dovevano comunque e sempre essere passeur.
Qual è il compito principale degli insegnanti?
Ho sempre avuto passione per l’ignoranza, e ho sempre pensato che fosse un problema intellettualmente stimolante... ma i miei professori non si sono mai appassionati alla mia! Secondo me diventare insegnante vuol dire proprio questo:appassionarsi all’ignoranza, trovare in essa la radice della creatività, della conoscenza, a qualsiasi età. Mia figlia, quando mi vede maldestro al pc, sa che per insegnarmi a usarlo deve avere molta, moltissima passione pedagogica nei mie confronti.

I libri di Pennac

Daniel Pennac è autore di numerosi libri, tutti di grande successo; tra i suoi libri per bambini, ricordiamo: il ciclo di Malaussène, pubblicato da Feltrinelli, Il paradiso degli orchi (1985); La fata Carabina (1987); La prosivendola (1989);Signor Malaussène (1995); La passione secondo Thérèse (1998); Ultime notizie dalla famiglia (1995-96); Signori bambini(1997); La lunga notte del dottor Galvan (2005), il ciclo di Kamo, 1994-1996 pubblicato da Einaudi Ragazzi; Il giro del cielo(1997, Salani). Tra i saggi: Come un romanzo (1992); Diario di scuola (2008), Storia di un corpo (2012), tutti editi da Feltrinelli.
http://www.giuntiscuola.it/lavitascolastica/magazine/articoli/una-lezione-di-ignoranza-intervista-a-daniel-pennac/


Pennac non dà colpe, ma insiste molto sull'importanza del formare il lettore: é questo il compito principale degli insegnanti, che si deve applicare anche alle cosiddette letture "obbligate"; no alle liste di libri come se fossero della spesa, sì a introdurre, commentare, " giocare" con le letture, con i loro personaggi, gli incipit, i significati, stimolando la curiosità nei bambini.


beh, allora si potrebbe giocare anche con l'obbligo di leggere, anche da soli, in autonomia, che alle volte è molto bello dunque… dovete leggere almeno 4 dei libri che trovate in questa "lista della spesa": ma a. almeno uno lo dovete prendere in biblioteca b. almeno uno dovete reinventare il finale c. uno potete lasciarlo a metà quando vi stanca d. uno vi imparate a memoria una pagina che vi piace. che ne dici? io non insegno ancora, e alle volte provo a immaginare come fare queste cose, tu sei un'esperta, sei l'autrice dell'intervista, lui anche lo è… che dici? sbaglio tutto?

Non sbagli assolutamente Davide, anzi: queste tue idee secondo me sono ottime per lavorare sui libri con i bambini senza imposizioni né forzature. E ricorda, come dice Pennac, l'importanza della noia, che avvicina quasi fisiologiacamente ai libri: anche a scuola la si può "promuovere", magari esercitandosi a non fare niente per 10 min al giorno, per poi spostare i 10 min a casa e farli diventare 20..e il giorno dopo in classe ci raccontiamo cosa abbiamo provato, pensato


"Comme un roman " (come un romanzo) di Daniel Pennac. Li rivela il decalogo dei diritti imprescindibili del lettore. Almeno questi noi insegnanti li dovremmo conoscere. 
1. Il diritto di non leggere
2. Il diritto di saltare delle pagine
3. Il diritto di non finire un libro
4. Il diritto di leggere ... non importa cosa
5. Il diritto .............. 
Ne aggiungo uno io ... Che non gli venga rivelato tutto il contenuto.
Quindi non vi resta che leggerlo e consigliarlo ad insegnanti e genitori.


Interessante quello che dice il signor Daniel Pennac, ma chi come me esercita questa professione sa benissimo quanto sia difficile interessare i bambini alla lettura di un libro. Ci troviamo a combattere con una forte concorrenza. Quella dei giochi tecnologici come la playstation e tant'altro ... Compito arduo per gli insegnanti



Daniel Pennacpseudonimo di Daniel Pennacchioni (Casablanca1º dicembre 1944), è uno scrittore francese.
Già autore di libri per ragazzi, nel 1985, comincia – in séguito ad una scommessa fatta durante un soggiorno in Brasile – una serie di romanzi che girano attorno a Benjamin Malaussènecapro espiatorio di "professione", alla sua inverosimile e multietnica famiglia, composta di fratellastri e sorellastre molto particolari e di una madre sempre innamorata e incinta, e a un quartiere di ParigiBelleville.
Nel 1992, Pennac ottiene un grande successo con Come un romanzo, un saggio a favore della lettura.

« L'uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun'altra, ma che nessun'altra potrebbe sostituire. »

Biografia
Nato nel 1944 in una famiglia di militari, passa la sua infanzia in Africa, nel sud-est asiatico, in Europa e nella Francia meridionale. Pessimo allievo, solo verso la fine del liceo ottiene buoni voti, quando un suo insegnante comprende la sua passione per la scrittura e, al posto dei temi tradizionali, gli chiede di scrivere un romanzo a puntate, con cadenza settimanale.
Ottiene la laurea in lettere, all'Università di Nizza, diventando contemporaneamente insegnante e scrittore.
La scelta di insegnare, professione svolta per ventotto anni, a partire dal 1970, gli serviva inizialmente per avere più tempo per scrivere, durante le lunghe vacanze estive. Pennac, però, si appassiona subito alla professione di insegnante.
Inizia l'attività di scrittore con un pamphlet e con una grande passione contro l'esercito (Le service militaire au service de qui?1973), in cui descrive la caserma come un luogo tribale, che poggia su tre grandi falsi miti: la maturità, l'uguaglianza e la virilità. In tale occasione, per non nuocere a suo padre, militare di carriera, assume lo pseudonimo Pennac, contrazione del suo cognome anagrafico Pennacchioni.
Abbandona la saggistica, in séguito all'incontro con Tudor Eliad, con il quale scrive due libri di fantascienza: (Les enfants de Yalta1977, e Père Noël1979) ma che ebbero scarso successo commerciale. Successivamente, decide di scrivere racconti per bambini.
Nel 1997 scrive Messieurs les enfants. Ma, soprattutto, scopre il romanzo giallo. In séguito, scommettendo contro amici che lo ritenevano incapace di scrivere un romanzo giallo, scrive Au bonheur des ogres.




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