mercoledì 15 febbraio 2012

Cesare Pavese. Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola




Cesare Pavese è morto suicida a 42 anni nel 1950. Questo libro, mi sembra l'abbia scritto a 41 anni, l'unico rimorso che ha avuto nella sua esistenza, è stato quello di essersi iscritto al partito nazional fascista (1932), pur malvolentieri, per poter lavorare, dietro le insistenze della sorella e di suo marito. Nonostante fosse stato in seguito un'antifascista militante, questo fatto lo tormentò per il resto dei suoi giorni. Avrebbe preferito la fame, la tortura, la stessa morte, piuttosto che iscriversi al partito nazional fascista.
(cit. di mio padre, che lo ha conosciuto di persona).



Il 27 agosto 1950 muore in un albergo di Torino Cesare Pavese, poeta e scrittore.
Era nato a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, 41 anni prima. Il 17 agosto scriveva sul suo diario: "Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò." Tormentato dalla cocente delusione amorosa vissuta con un'avvenente aspirante attrice americana alla quale dedicò i celebri versi di "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", e oppresso da un malessere esistenziale che definiva "il vizio assurdo" dal quale non si era mai liberato, pone fine alla sua vita ingerendo più di dieci bustine di sonnifero. Su un foglietto aveva scritto: "Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. Ho cercato me stesso."
Riposa in pace, Poeta.



Cesare Pavese a sua sorella Maria

"Brancaleone Calabro, 2 marzo 1936

Cara Maria,
continuo a non ricevere niente. Siete d’accordo con il Padre Eterno: lui mi manda l’asma, voi il mal di cuore. Se sapesse che morso affamato, da squalo, da cancro ha la lontananza Agata mi scriverebbe. Il libro (Lavorare stanca, n.d.r.) dal 24 gennaio, era indirizzato a lei.
Non chiedo che una cartolina con la firma. Il 25 è stato il suo compleanno.
Cesare
Quando un uomo invece di scrivere poesie, scrive lettere, è finito".

Accusato di antifascismo, Pavese venne arrestato e incarcerato dapprima alle Nuove di Torino, poi a Regina Coeli a Roma e, in seguito al processo, venne condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro dove giunse il 4 agosto 1935. Fece ritorno a Torino alla fine del 1936.






Cesare Pavese, animo sensibilissimo, poeta di grande qualità e intensità espressiva della Letteratura italiana del primo ’900, più noto per i suoi libri che per le sue poesie.
Le sue poesie più conosciute sono le cosiddette ‘Poesie del disamore‘ vale a dire dell’amore non corrisposto, un autentico baratro, il triste destino di un uomo che ha cercato disperatamente l’amore, e chissà perché non l’ha mai ricevuto. Tormentato dalla cocente delusione amorosa vissuta con un'avvenente aspirante attrice americana alla quale dedicò i celebri versi di "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", oppresso da un malessere esistenziale che definiva "il vizio assurdo" dal quale non si era mai liberato, pone fine alla sua vita Il 27 agosto 1950 in un albergo di Torino ingerendo più di dieci bustine di sonnifero. Su un foglietto aveva scritto: "Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. Ho cercato me stesso." [...]

Lasciò un bigliettino d'addio, che con cieca e spietata semplicità sintetizzava il suo percorso umano e artistico :<<Vi perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? non fate pettegolezzi>>. Pochi mesi prima aveva annotato in uno dei suoi diari: <<Non mi uccido per l'amore di una donna, nessuno si uccide per l'amore di una donna, mi uccido perchè la fine di un'amore, qualunque amore, ci svela nella nostra incoscienza, fragilità ... tutto questo fa schifo, non una parola, un gesto, non scriverò più>>





Tra l' ottobre e il dicembre del 1945 Cesare Pavese tornò a scrivere poesie.
Si era innamorato di una ragazza siciliana che lavorava nella sede romana della Einaudi e si chiamava Bianca Garufi. E' lei in "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi". Bianca, dopo il suicidio dello scrittore scriverà sul suo diario: «Ricordo: scrisse la prima sulla poltrona della mia camera da letto; io ero sul letto e dormivo. Poi mi svegliai e lui lesse: "Terra rossa, terra nera - tu vieni dal mare - dal verde riarso dove sono parole antiche e fatica sanguigna... tu ricca come un ricordo, certa come la terra, buia come la terra, frantoio di stagioni e di sogni". Mi piacque tanto e forse lo amai poeta per quel giorno. Io ero allora, davvero, buia come la terra. Povero Pavese, morto per Tina, per Fernanda, per Bianca, per Costanza. Quale di queste donne poteva salvarlo?» Ti rispondo io alla domanda di Bianca: nessuna. Nessuna poteva salvarlo. Il rapporto con le donne era talmente complesso, talmente misogino (nel vero senso, madre compresa) che nessuna poteva salvare lo scrittore che io ammiro. Ma capisco Bianca quando dice "forse lo amai per quel giorno". Di più non poteva, sarebbe stata una fatica incontenibile.





Cesare Pavese fu grande intellettuale italiano, uno dei più grandi del '900. Forse quello meno provinciale. 
E' grazie a lui che conosciamo i grandi autori americani come
Ernest Hemingway, Lee Masters, Cummings, Valt Witman, Anderson e Gertrude Stein.
Per quanto riguarda il suo tormentato rapporto con le donne, andava a cercare tutte quelle più sbagliate. Lontane anni luce dalla sua cultura e sensibilità. A 17 anni, , giovane liceale, si innamorò di una cantante ballerina di un locale frequentato dai giovani studenti.
Ed è proprio aspettando lei tutta le sera sotto la pioggia che si beccò la pleurite.
Questo episodio è ricordato nella canzone ALICE di Francesco De Gregori.
“….e Cesare perduto nella pioggia 
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. 
E rimane lì, a bagnarsi ancora un po', 
e il tram di mezzanotte se ne va 
e tutto questo Alice non lo sa.”
Non ebbe miglior sorte con la giovane attrice americana Constance Dowling che lo usò per far carriera, che mentre frequentava Pavese aveva una relazione con l’attore Andrea Checchi. A Costance, che nel frattempo se n’era tornata ad Hollywood dove pensava di avere più possibilità di carriera, dedicò il romanzo “La Luna e i falò”.
Nelle pagine di Dialoghi di Leucò, prima di morire scrisse
“Ho cercato me stesso». Ed inoltre “ Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti»
Cercò se stesso ma non riuscì mai a trovarsi. E tolse il disturbo. Proprio come fece tanti anni prima il suo giovane Elio Baraldi, che già allora lui avrebbe voluto seguire.

http://youtu.be/VWoo-XGNRhI




























CLAUDIO SERRELI tramite Google+

Canzone sull'incoscienza e sulla non consapevolezza (non lo sa). 
Cinque piccole storie: 
Irene che pensa al suicidio, 
Lili Marlene, lo sposo ribelle che non vuole più sposarsi, 
Cesare Pavese che aspetta invano il suo amore ballerino sotto la pioggia rimediando una pleurite 
e il mendicante arabo che ha una grave malattia e non ha un posto dove andare a dormire. 
Alice è una ragazza che guarda quello che succede a questi personaggi ma non sa realmente come stanno le cose che osserva perché vive dentro un mondo di fantasia come la protagonista di 
"Alice nel paese delle meraviglie"...




Cara Connie,
volevo fare l'uomo forte e non scriverti subito, ma a che servirebbe? Sarebbe soltanto una posa. Ti ho mai detto che da ragazzo ho avuta la superstizione delle "buone azioni"? Quando dovevo correre un pericolo, sostenere un esame, per esempio, stavo attento in quei giorni a non essere cattivo, a non offendere nessuno, a non alzare la voce, a non fare brutti pensieri. Tutto questo per non alienarmi il destino. Ebbene, mi succede che in questi giorni ridivento ragazzo e corro davvero un gran pericolo, sostenendo un esame terribile, perché mi accordo che non oso esser cattivo, offendere gli altri pensare pensieri vili. Il pensiero di te e un ricordo o un'idea indegni, brutti, non s'accordano. Ti amo.
Cara Connie, di questa parola so tutto il peso - l'orrore e la meraviglia - eppure te la dico, quasi con tranquillità. L'ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me.
[…] Amore, il pensiero che quando leggerai questa lettera sarai già a Roma - finito tutto il disagio e la confusione del viaggio -, che vedrai nello specchio il tuo sorriso e riprenderai le tue abitudini, e dormirai da brava, mi commuove come tu fossi mia sorella. Ma tu non sei mia sorella, sei una cosa più dolce e più terribile, e a pensarci mi tremano i polsi.
17 Marzo 1950, Cesare Pavese



Alta, sul poggio dalla cima bianca, c'era una nuvoletta. 
La prima nube di settembre. Ne fu lieto come di un incontro.
Cesare Pavese, Prima che il gallo canti



«Vivere in un ambiente è bello quando l'anima è altrove. In città quando si sogna la campagna, in campagna quando si sogna la città. Dappertutto quando si sogna il mare».
Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”


«L'amore ha la virtù di denudare non i due amanti l'uno di fronte all'altro, ma ciascuno dei due davanti a sé» - 12 ottobre 1940.
Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”


Osservo che il dolore abbrutisce, intontisce, schiaccia. Ogni tentacolo con cui una volta sentivo, provavo e sfioravo il mondo, è come troncato e incancrenito al moncone. Passo la giornata come chi ha urtato uno spigolo con la rotula interna del ginocchio: tutta la giornata come quell'istante intollerabile. Il dolore è nel petto, che mi sembra sfondato e ancora avido, pulsante di sangue che fugge e non ritorna, come da un'enorme ferita. Naturalmente, è tutta una fissazione. Dio mio, ma è perché sono solo, e domani avrò una rapida felicità, e poi di nuovo i brividi, la stretta, lo squarcio. Non ho più fisicamente la forza di star solo. Una volta sola mi è riuscito, ma ora è una ricaduta e, come tutte le ricadute è mortale.
Cesare Pavese, "Il mestiere di vivere"


Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere


Un vero dolore è fatto di molti pensieri; ora, di pensieri se ne pensa uno solo alla voltasappiti barcamenare tra i molti, e riposerai successivamente i settori indolenziti. 
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere


Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, 
e poi scoprire che tutto puoi fare tranne vivere quel punto.
Cesare Pavese. Il mestiere di vivere

C’è un’arte di ricevere in faccia le sferzate del dolore, che bisogna imparare. Lasciare che ogni singolo assalto si esaurisca; un dolore fa sempre singoli assalti – lo fa per mordere piú risoluto e concentrato. E tu, mentre ha i denti piantati in un punto e inietta qui il suo acido, ricordati di mostrargli un altro punto e fartici mordere – solleverai il primo. Un vero dolore è fatto di molti pensieri; ora, di pensieri se ne pensa uno solo alla volta; sappiti barcamenare tra i molti, e riposerai successivamente i settori indolenziti.  
La sorte più brutta diventa un piacere: basta sceglierla noi…basta volerla prima ancora che ci venga imposta…. Non c'è destino ma soltanto dei limiti. La sorte peggiore è subirli. Bisogna invece rinunciare.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere


La guerra imbarbarisce perché, per combatterla, occorre indurirsi verso ogni rimpianto e attaccamento a valori delicati, occorre 'vivere come se questi valori/ non esistessero; e, una volta finita, si è persa ogni elasticità di tornare a questi valori.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere


La sorte più brutta diventa un piacere: basta sceglierla noi…basta volerla prima ancora che ci venga imposta…. Non c'è destino ma soltanto dei limiti. La sorte peggiore è subirli. Bisogna invece rinunciare.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere


Una beffarda legge della vita è la seguente: non chi dà ma chi esige, è amato.
Cioè, è amato chi non ama, perché chi ama dà. E si capisce: dare è un piacere più indimenticabile che ricevere; quello a cui abbiamo dato, ci diventa necessario, cioè lo amiamo. Il dare è una passione, quasi un vizio. La persona a cui diamo, ci diventa necessaria.
Cesare Pavese, Il Mestiere di Vivere (1952)

Quando più una persona è insofferente di catene e bisognosa di libertà, tanto più è abitudinaria. L'inafferrabilità è gretta.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere


Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. È impalpabile, sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Questi sussulti non sono il dolore propriamente detto, sono istanti di vitalità inventati dai nervi per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante, infinita del tempo-dolore. Chi soffre è sempre in stato d’attesa – attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto. Viene il momento che si grida senza necessità, pur di rompere la corrente del tempo, pur di sentire che accade qualcosa, che la durata eterna del dolore bestiale si è un istante interrotta- sia pure per intensificarsi. Qualche volta viene il sospetto che la morte – l’inferno- consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere




L'arte di vivere è l'arte di saper credere alle menzogne. 
Il tremendo è che, non sapendo quid sit veritas, sappiamo però che cos'è la menzogna.
Il mestiere di vivere




Non abbiamo che questa virtù: cominciare
ogni giorno la vita davanti alla terra,
sotto un cielo che tace attendendo un risveglio.
Si stupisce qualcuno che l'alba sia tanta fatica;
di risveglio in risveglio un lavoro è compiuto.
Cesare Pavese


"Vivere tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il bisogno di isolarsi, di sfuggire al determinismo di tutte quelle palle di bigliardo. Così ognuno di noi possiede una mitologia personale (fievole eco di quell'altra) che dà valore, un valore assoluto, al suo mondo più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita".
Cesare Pavese


Hai mai conosciuto una persona che fosse molte cose in una, le portasse con sé, che ogni suo gesto, ogni pensiero che tu fai di lei racchiudesse infinite cose della tua terra e del tuo cielo, e parole, ricordi, giorni andati che non saprai mai, giorni futuri, certezze,
e un’altra terra e un altro cielo che non ti è dato possedere?
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò



Tànatos:- Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli olimpici. Se lo sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio è una legge fatale.
Per esprimere un fiore distruggono un uomo -”
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò


Bacca: "E che vuol dire che un destino non tradisce?"
Orfeo: "Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profonda del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo."
CESARE PAVESE, DIALOGHI CON LEUCO' - L'Inconsolabile - (Parlano Orfeo e Bacca).



Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione.
Ci sono giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d'erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi. Può sempre succedere.
.............................................
Ora che ho visto cos'è la guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: " E dei caduti che facciamo? perché sono morti? ". Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.
1947-48
Cesare Pavese, La casa in collina.



«Non sei mica fascista? - mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista».
Cesare Pavese, “La casa in collina”



No, qui stanno male, ma nessuno va via.
Cesare Pavese, La luna e i falò.


Cesare Pavese (9 settembre 1908 - 27 agosto 1950)
C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch'io possa dire «Ecco cos'ero prima di nascere». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.
Cesare Pavese, “La Luna e i Falò”


«A quei tempi non mi capacitavo cosa fosse questo crescere. Credevo fosse solamente fare delle cose difficili - come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire».
Cesare Pavese, “La Luna e i Falò”


"Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Queste cose si capiscono con l'esperienza e con l'età."
Cesare Pavese, "La luna e i falò", 1950

«E quando aveva detto una cosa finiva: 'Se sbaglio, correggimi'. Fu così che cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire 'ho fatto questo' 'ho fatto quello' 'ho mangiato e bevuto', ma si parla per farsi un'idea, per capire come va questo mondo».
Cesare Pavese, “La luna e i falò” (cap. XVII)



"Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.
C'è una terra che tace
e non è terra tua.
C'è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
È una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
È una terra cattiva ‒
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.
Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un'ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l'infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera."
(30‒31 ottobre ‘45)
Cesare Pavese



...Nell'ebbrezza disperata
dell'amore di tutto il tuo corpo
e della tua anima perduta
vorrei sconvolgere e bruciarmi l'anima
sperdere quest'orrore
che mi strappa gli urli
e me li soffoca in gola
bruciarlo annichilirlo in un attimo
e stringermi a te
senza ritegno più
ciecamente, febbrile,
schiantandoti d'amore.
Poi morire, morire,
con te.
Cesare Pavese, Vorrei



Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
Cesare Pavese


Basta un pò di silenzio e ogni cosa si ferma nel suo luogo reale
Cesare Pavese


Ma ricordati sempre che i mostri non muoiono. Quello che muore è la paura che t'incutono.
Così è degli dèi. Quando i mortali non ne avranno più paura, gli dèi spariranno.
Cesare Pavese


L’arte di non farci mai avvilire dalle reazioni altrui, ricordando che il valore di un sentimento è giudizio nostro poiché saremo noi a sentircelo, non chi interviene.
Cesare Pavese


«La vidi che mi guardava con quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro. Io non lo seppi allora, non lo sapevo l’indomani, ma ero già cosa sua, preso nel cerchio dei suoi occhi, dello spazio che occupava».
Cesare Pavese, “La belva”






Molto triste e nel contempo patognomonica di una evidente incapacità: non avere il controllo del dolore . . . non ci si può abbandonare, altrimenti prevale e tu soccombi. Le redini del cervello e del dolore sono nelle nostre mani . . !




Effettivamente è molto faticoso cercare di uscire dai solchi segnati, segnati attraverso le generazioni.
"Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.
C. Pavese - Il diavolo sulle colline."

I discorsi più veri sono quelli che facciamo per caso, tra sconosciuti
Cesare Pavese

A che serve passare dei giorni se non si ricordano?
Cesare Pavese

Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno
Ricordare una cosa significa vederla-ora soltanto- per la prima volta.
Cesare Pavese

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla
Gabriel Garcia Marquez

Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. 
Cesare Pavese


Strana cosa che per capire il prossimo ci tocchi fuggirlo.
E i discorsi più veri sono quelli che facciamo per caso, tra sconosciuti.
Cesare Pavese


La solitudine si cura in un solo modo, andando verso la gente e "donando" invece di "ricevere". Si tratta di un problema morale prima che sociale e bisogna imparare a lavorare, a esistere, non solo per sé ma anche per qualche altro, per gli altri. Finché uno dice "sono solo", sono "estraneo e sconosciuto", "sento il gelo", starà sempre peggio. E' solo chi vuole esserlo. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri. E questo è tutto.
Cesare Pavese, Lettere

La solitudine si cura in un solo modo, andando verso la gente e "donando" invece di "ricevere". Si tratta di un problema morale prima che sociale e bisogna imparare a lavorare, a esistere, non solo per sé ma anche per qualche altro, per gli altri. Finché uno dice "sono solo", sono "estraneo e sconosciuto", "sento il gelo", starà sempre peggio. E' solo chi vuole esserlo. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri. E questo è tutto.
Cesare Pavese. Lettere


Ricordare è un modo d' incontrare noi stessi nei pensieri, un ritrovarci come eravamo e ricordare le esperienze vissute. E' anche un modo per mantenere o ritrovare rapporti personali per noi importanti. Il tutto visto sempre in modo nuovo, con la "lente deformante" di ciò che siamo oggi. Per questa ragione i ricordi hanno vita propria e sanno farci rivivere importanti momenti della nostra vita. Ricordare è "altro" rispetto al vissuto: ecco perché quella persona o quell'avvenimento lo vediamo per la prima volta, come ha scritto Cesare Pavese. (Agostino Degas)

Prescindendo da Pavese, penso che suicidarsi per la fine di una relazione sentimentale, sia sicuramente il modo più atroce per dimostrare l'amore. È quasi una rivalsa. o una vendetta nei confronti di chi non corrisponde l'amore. È finirsi ma anche finire l'altro, rendendolo impotente. inchiodandolo ad una croce senza chiodi, immobilizzandolo con la sola forza di un rimorso.


Penso che Pavese non si sia ucciso per "vendetta" nei confronti di un amore finito...HA INVECE VOLUTO LUCIDAMENTE CONGEDARSI DA SE STESSO. Ha scritto anche"Non fate troppi pettegolezzi"...



dire che Pavese si è suicidato per la fine di una relazione amorosa è riduttivo a dir poco, e dimostra che non si è afferrato bene il suo devastante "MALE DI VIVERE".



http://youtu.be/MDtaE0Cbayo



[Torino, Carceri Nuove,] 29 maggio 1935

Cara Maria,

Continuo a ricevere regolarmente la biancheria, mangio discretamente e fumo a volontà (la pipa) *.
Io continuo a non sapere perché sono dentro, ma speriamo che un giorno o l'altro si spieghi
Ho trovato una bellissima occupazione per ingannare il tempo: mi lascio crescere le unghie (la barba no, perché me la fanno).
Scrivo qui una poesia che, per non perdere l'abitudine, ho composto, a memoria. 
Tu, mettila da parte e me la darai quando sarò uscito:

Una breve finestra sul cielo tranquillo
calma il cuore: qualcuno c'è morto contento.
Non si può avere nuvole e piante, la terra
e anche il cielo; ogni cosa ha da far la sua vita.
Si può dare un'occhiata tranquilla, sapendo
che quel cielo ricopre ogni cosa.
I rumori
della vita salgono. L'immobile cielo
vede l'acqua tra i sassi, le case stupite,
le colline e le piante, e raccoglie ogni cosa
nel quadrato leggero.
Compare la nube
soda e lieta di quella sua sorte: non vuole spostarsi.
Forse a terra cammina un viandante, che vede la nube
e non sa com'è chiaro quel cielo. D'intorno
sono immobili gli alberi e le grandi colline
e il torrente.
S'invola uno strido di rondine,
ma non tocca quel cielo. Forse un uomo disteso
dentro l'erba, occhi chiusi, ne gode la vita.
Ma quell'uomo non vede altra cosa. Dev'essere morto.

Non è molto bella, ma è la prima che compongo a memoria e quindi mi pare lodevole.
Io aspetto sempre notizie degli amici e delle amiche. Potresti anche dire agli amici di mandarmi una cartolina o meglio una lettera, perché non è bello trascurare gli altri nella sventura. Di' poi a Pinelli, cattolico, di farsi vivo perché "visitare i carcerati" è un santo precetto e, siccome non mi si può visitare, che almeno mi scriva.
Spero che stiate bene e che Cesarina studiando 'Le mie prigioni' del Pellico si ricordi che anche lo zio subisce le medesime. Credo però che, dei due, chi ci si secchi di più sia lei. Ho paura che, di questo passo, il mio preside debba rassegnarsi a far gli esami senza di me; prova a dirglielo, perché si premunisca.
A voi, saluti svariati e affettuosi
Cesare

*Mancano tre righe e mezzo cancellate dalla censura.

Cesare Pavese, Vita attraverso le lettere






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